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martedì 27 dicembre 2016

IL CORANO

Il Corano (in arabo: القرآن‎, al-Qurʾān; letteralmente: «la lettura» o «la recitazione salmodiata») è il testo sacro della religione dell'Islam.
Per i musulmani il Corano, così come viene letto oggi, rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Dio (in arabo Allāh) a Maometto (in arabo Muḥammad) per un tramite angelico e destinato a ogni essere umano sulla Terra. Sarebbe stato recitato da Maometto a vari testimoni, che ne impararono a memoria alcuni versetti o tutto il suo corpus, oltre a vari compilatori – detti kuttāb – tra cui Muʿāwiya b. Abī Sufyān, ʿAbd Allāh b. Saʿd b. Abī Sarḥ e Zayd b. Thābit. Dai kuttāb venne quindi scritto su vari supporti (presumibilmente foglie della palma, scapole di grandi animali, pezzi di legno, pergamena, papiro, tessuti serici), poi raccolti e risistemati definitivamente su ordine del califfo ʿUthmān b. ʿAffān.

Egli avrebbe fatto realizzare le prime quattro copie complete manoscritte (che inviò nelle quattro città principali della Umma) e fece bruciare le versioni discordanti. A questo riguardo si è ipotizzato che dei manoscritti ritrovati a Ṣanʿāʾ nel 1972, più antichi di quelli di ʿUthmān , potessero costituire una versione inedita del Corano, diversa da quella conosciuta; l'analisi dei testi ha tuttavia dimostrato che non contenevano sostanziali variazioni e che si trattava di manoscritti di fortuna, probabilmente utilizzati da musulmani non raggiunti dal testo di ʿUthmān. Nel giro di venti anni dalla morte di Maometto il Corano comparve comunque nella sua forma scritta ed escluse le aggiunte di circa mille Alif (prima lettera dell'alfabeto arabo) disposte – secondo lo studioso tedesco Gerd-Rüdiger Puin – da al-Ḥajjāj b. Yūsuf nel 700; esso sarebbe rimasto pressoché invariato.

Lo stesso Puin ipotizza che le copie ancora oggi osservabili a Tashkent, a Istanbul e a Londra fossero state redatte a uso esclusivo di chi già conosceva bene a memoria il Corano («The text was written so defectively that it can be read in a perfect way only if you have a strong oral tradition»).
Studiosi occidentali non musulmani hanno proposto diverse ipotesi sull'origine del testo coranico, mettendone in discussione l'autore, il contesto di origine e i riferimenti a testi e dottrine e leggende già presenti ai margini dell'Impero romano d'Oriente.


Il Corano

Il Corano è diviso in 114 capitoli, detti sūre, a loro volta divise in 6236 versetti (sing. āya, pl. āyyāt), 77.934 parole e 3.474.000 consonanti. Questo numero però varia per la redazione messa a punto in alcuni ambienti sciiti che vi comprendono infatti alcuni versetti riguardanti l'episodio del Ghadir Khumm e due intere sure, chiamate "delle due luci" (sūrat al-nūrayn) e "della Luogotenenza" (sūrat al-wilāya). Ogni sura, con l'eccezione della nona, comincia con: "Nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso", un versetto che è conteggiato solo nella prima sura.

Il Corano viene artificiosamente diviso in 30 parti (juzʾ), mentre col termine izb (letteralmente "parte") o manzil (letteralmente "casa") viene indicata da più di un secolo ogni sessantesima parte del Corano, marcata da un simbolo tipografico speciale, collocato al margine della copia a stampa.
 
Tale divisione è legata alla pia pratica di recitare il testo coranico (un intero juzʾ, eventualmente ripartito in due izb), da recitare in momenti diversi della giornata, nel corso di tutto il mese lunare di Ramadan (di 30 giorni) in cui si crede che la Rivelazione sia stata fatta "discendere" da Dio al profeta Maometto. Tuttavia la ripartizione più anticamente attestata è quella di recitare il Corano per juzʾ, anziché per izb/manzil.
Gli izb o manzil risultano essere (con l'esclusione della Sura al-fātia, ovvero "sura aprente" che apre l'elenco delle 114 sure), in funzione della diversa lunghezza delle sure:
  • Manzil 1 = 3 Sure, cioè 2--4
  • Manzil 2 = 5 Sure, cioè 5--9
  • Manzil 3 = 7 Sure, cioè 10—16
  • Manzil 4 = 9 Sure, cioè 17—25
  • Manzil 5 = 11 Sure, cioè 26—36
  • Manzil 6 = 13 Sure, cioè 37—49
  • Manzil 7 = 65 Sure, cioè 50—114

Le sure sono divise in meccane e medinesi, a seconda del periodo in cui furono rivelate. Le prime sono state rivelate prima dell'emigrazione (Egira) di Maometto da Mecca a Medina, le seconde sono invece quelle successive all'emigrazione. Questa divisione non identifica peraltro il luogo della rivelazione, ma il periodo storico. In generale le sure meccane sono più brevi e di contenuto più intenso e immediato da un punto di vista emotivo (si racconta di conversioni improvvise al solo sentire la loro predicazione); le sure medinesi risalgono invece al periodo in cui il profeta Maometto era a capo della neonata comunità islamica e sono caratterizzate da norme religiose e istruzioni attinenti alla vita della comunità.

Le sure – aperte tutte, salvo la sura IX, dalla basmala – cioè dalla formula Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso (in arabo: بسم الله الرحمن الرحيم ‎, Bi-smi llāhi al-Raḥmāni al-Raḥīmi) – non sono disposte in ordine cronologico ma secondo la lunghezza (cosa che rende complicatissima un'accettabile comprensione del Testo Sacro islamico attraverso una sua lettura superficiale), anche se per i musulmani esse sono state disposte nell'ordine in cui furono insegnate al profeta Maometto dall'angelo Gabriele (in lingua araba Jabrāʾīl o Jibrīl), e quindi come il profeta le avrebbe successivamente recitate ai fedeli durante il mese di ramadan. L'ordine non riflette comunque la loro importanza in quanto per i fedeli dell'Islam esse sono tutte egualmente importanti.
Analizzando l'ordine delle sure da un punto di vista storico-sociologico si può cercare l'influenza del periodo storico e del contesto in cui furono trascritte. Conducendo un'analisi laica, si può ipotizzare che il Corano fu così confezionato perché il contesto sociale imponeva che si fosse più attenti al lato politico del carisma del profeta, cioè come si era espresso a Medina, in un tempo cronologico più vicino a chi ne aveva assunto l'eredità religiosa e politica. Secondo questa ipotesi, questa struttura corrisponde a un disegno preciso, coerente con le esigenze di un potere che aveva bisogno di dare uno stabile fondamento di autorità ai nuovi ordinamenti sociali e politici.


Foglio pergamenaceo di un Corano d'età abbaside (Egitto, IX-X secolo): il foglio riporta alcuni versetti della sura 22 – detta al-Ḥajj – e riguarda per l'appunto alcune regole da seguire nel corso del pellegrinaggio canonico a Mecca e dintorn


Malgrado ogni sforzo di fissare per iscritto senza alcun errore il testo delle rivelazioni, non poté essere tuttavia conservato al di là d'ogni dubbio il ritmo delle frasi. Ciò era dovuto al fatto che la lingua araba non conosceva i segni d'interpunzione e ogni proposizione acquistava una sua autonomia solo tramite le congiunzioni "wa" e "fa" (quest'ultima marcante il cambiamento di soggetto rispetto alla proposizione precedente). La buona fede dei musulmani può essere attestata dal fatto che, consci che l'esistenza o meno di una pausa può mutare il significato della frase (valga l'esempio del noto adagio latino: Ibis redibis non morieris in bello), gli incaricati di redigere il testo non imposero, per mancanza di unanimità di consensi, una lettura che prevalesse rispetto alle altre concorrenti.
Tale diversità di "letture" (qirāʾāt) è ancora una delle caratteristiche delle copie stampate del Corano, che privilegerà questa o quella delle tante "letture". L'edizione commissionata in Egitto da re Fuʾād I e realizzata nel 1924, decise che per quella che viene chiamata "edizione fuʾadina" si usasse quella di Ḥafṣ b. Sulaymān b. al-Mughīra al-Asadī, recepita da ʿĀṣim b. Abī al-Najūd di Kufa. Ibn Mujāhid ha documentato sette diverse letture, a cui Ibn al-Jazrī ne aggiunse altre tre. Esse sono:
  1. Ibn ʿĀmir di Damasco (m. 736), trasmessa da Hishām e Ibn Zakwān
  2. Ibn Kathīr di Mecca (m. 737), trasmessa da al-Bazzī e Qunbul
  3. ʿĀṣim di Kufa (m. 745), trasmessa da Shuʿba e Ḥafṣ
  4. Abū Jaʿfar al-Makhzūmī di Medina (m. 747), trasmessa da Ibn Wardān e Ibn Jammāz
  5. Abū ʿAmr b. al-ʿAlāʾ di Bassora (m. 770), trasmessa da al-Dūrī e al-Sūsī
  6. Ḥamza di Kufa (m. 772), trasmessa da Khalaf e Khallād
  7. Nāfiʿ di Medina (m. 785), trasmessa da Warsh e Qalūn
  8. al-Kisāʾī di Kufa (m. 804), trasmessa da Abū l-Ḥārith e al-Dūrī
  9. Yaʿqūb al-Ḥaḍramī (m. 820), trasmessa da Ruways e Rawḥ
  10. Khalaf di Kufa (m. 843), trasmessa da Isḥāq e Idrīs
Oltre a esse ne furono accolte ancora altre quattro:
  1. al-Ḥasan al-Baṣrī di Bassora (m. 728)
  2. Ibn Muḥaysin di Mecca (m. 740)
  3. al-Aʿmāsh di Kufa (m. 765)
  4. al-Yazīdī di Bassora/Baghdad (m. 817)

Sebbene già nel 1542 Martin Lutero, con una mossa che fece molto discutere, autorizzasse una nuova traduzione del Corano in lingua latina (effettuata da Bibliander) con lo scopo di mostrarne la presunta "inferiorità" rispetto alla Bibbia,soltanto a partire dalla metà del XIX secolo il Libro ha cominciato a essere passato al vaglio dell'analisi storiografica e filologica moderna, che cercano di verificarne l'attendibilità storica. Nonostante questo, al giorno d'oggi ancora non esiste una vera e propria "edizione critica" compilata con criteri moderni e scientifici.


Per la teologia musulmana il Corano è stato dettato direttamente a Maometto da Allah, in arabo puro, tramite l'angelo Gabriele. Tuttavia la parola del Corano esisterebbe da sempre, increata ed eterna. Le oscurità e le contraddizioni presenti nel testo sacro sono state spiegate dai musulmani con la teoria che le rivelazioni più recenti avrebbero abrogato quelle più antiche, e per questo motivo nel corso dei secoli gli studiosi musulmani hanno cercato di ricreare, in maniera sempre più dettagliata, la vita del Profeta, per determinare l'ordine cronologico delle rivelazioni coraniche (il testo coranico non è narrativo, presenta numerose digressioni e salti logici, e i capitoli sono ordinati secondo la lunghezza). Per questo motivo generalmente i versetti ritenuti medinesi sono visti come più vincolanti rispetto a quelli meccani.
Date queste premesse, per i musulmani appare superflua ogni analisi filologica volta a ricostruire il contesto storico e le influenze che possono avere portato alla formazione del testo coranico. Anzi, la teologia islamica è particolarmente gelosa e assertiva nel ribadire la assoluta soprannaturalità della rivelazione, la sua perfezione, unicità e inimitabilità.
Gli storici di formazione critica occidentale (chiamati anche "revisionisti"), tra cui si possono ricordare, dopo il loro alfiere John Wansbrough, anche studiosi di vaglia come Patricia Crone e Michael Cook, colui che si firma con lo pseudonimo di Christoph Luxenberg  Günter Lüling, o Yehuda D. Nevo hanno sviluppato la loro linea di ricerca, già percorsa in qualche misura da studiosi medievali non musulmani, avanzando ipotesi sulla formazione del Corano non derivate da presupposti soprannaturali, prendendo atto della presenza di numerosi riferimenti a testi più antichi, dottrine, miti e racconti diffusi nel mondo siriano, greco-romano e arabo dell'epoca di Maometto e precedente.
Nel Corano si trovano infatti riferimenti a testi talmudici, dottrine gnostiche, leggende di santi (ad esempio la leggenda dei sette dormienti di Efeso), la leggenda di Alessandro Magno e Gog e Magog, inni cristiani e altro materiale antico, diffuso intorno ai margini orientali dell'Impero Romano. Per gli studiosi moderni infatti è più importante determinare non tanto in quali circostanze il profeta avrebbe ricevuto le rivelazioni, considerando la assoluta scarsità di testimonianze e documenti antichi relativi alla vita di Maometto (le prime biografie risalgono a quasi 200 anni dopo la data ufficiale della sua morte), ma ricostruire il contesto e le stratificazioni dei materiali che hanno dato origine al nucleo più antico del Corano.


Fogli del Corano conservato a Tashkent (Uzbekistan)

Secondo i musulmani il testo della rivelazione coranica è immutabile nel corso dei secoli; conseguentemente esso viene tramandato dai musulmani parola per parola, lettera per lettera. Non sono stati pochi i musulmani di ogni sesso che in tutto il mondo e in tutti gli ultimi quattordici secoli hanno imparato a memoria le centinaia di pagine in lingua araba che costituiscono il Testo Sacro. Questo processo è noto con il nome di ḥifẓ, che significa difesa, conservazione. Memorizzare il testo del Corano sarebbe un modo per garantirne la preservazione nella sua forma autentica nel corso dei secoli.
 
Sebbene il Corano sia stato tradotto in quasi tutte le lingue, i musulmani utilizzano tali traduzioni solo come strumenti ausiliari per lo studio e la comprensione dell'originale in arabo; la recitazione liturgica da parte del fedele musulmano deve avvenire sempre e comunque in arabo, essendo il Corano "Parola di Dio" (kalimat Allāh) e pertanto non facilmente 'interpretabile'. L'Islam professa infatti che è in questa lingua che la rivelazione divina è stata trasmessa al profeta Maometto tramite l'angelo Gabriele.
Per l'Islam la Parola di Dio è il Corano, mentre il profeta Maometto rappresenta il semplice strumento attraverso cui sarebbe avvenuta la rivelazione del Corano all'umanità. Secondo la tradizione, nel corso del periodo che va approssimativamente dal 610 al 632 (anno della morte del profeta) il Corano sarebbe stato rivelato a Maometto, dapprima per sure intere e brevi e quindi per brani, in considerazione della lunghezza talvolta notevole delle sure. Il profeta stesso provvedeva a indicare dove un certo brano dovesse essere disposto, con ciò costringendo a un notevole sforzo mnemonico i suoi sempre più numerosi fedeli che intendevano imparare a memoria la Parola di Dio.

Numerosi sono gli episodi riguardanti la prima provvisoria sistemazione del materiale rivelato, con richieste frequenti d'interpretazioni di passaggi ritenuti oscuri dai fedeli e anche con qualche episodio che generò turbamento in alcuni musulmani. Ci riferiamo in particolare all'accusa di al-Ḥakam b. Abī l-ʿĀṣ che sarebbe stato condannato all'esilio da Medina per aver sospettato Maometto di sostituire il suo pensiero a quello di Allah nel rivelare il Sacro Testo, o al segretario - nel senso di "scrivano" (kātib) - ʿAbd Allāh b. Saʿd b. Abī Sarḥ, che trascrivendo una rivelazione, aggiunse di suo pugno una lode a Dio che Maomettò considerò rivelata. Il sospetto che Maometto fosse un impostore si affacciò evidentemente con forza alla mente dello scriba che, abiurando, fuggì alla volta della Siria, onde evitare la punizione capitale prevista per il grave peccato di apostasia (ridda). Questa ricostruzione, peraltro molto utilizzata dai missionari cristiani, è però messa in dubbio dagli esegeti musulmani, in quanto i versetti in questione sarebbero stati rivelati alla Mecca prima della conversione stessa di ʿAbd Allāh. Pentito, tornerà dal profeta più tardi per essere perdonato e a lui sarà più tardi riservata all'epoca del califfato dell'omayyade Muʿāwiya b. Abī Sufyān una lusinghiera carriera militare e amministrativa.

La precarietà da un lato del ductus consonantico (rasm) della lingua araba scritta e dall'altro del materiale stesso fino ad allora usato per vergare in modo approssimativo i brani della rivelazione coranica, nonché la morte nella battaglia di ʿAqrabāʾ (12 maggio 633/rabīʿ I 12) in Yamāma, nel quadro della guerra della cosiddetta "Ridda", di un numero particolarmente elevato di fedeli musulmani (qurrāʾ) che avevano memorizzato per intero il Testo Sacro, indusse già il primo califfo Abū Bakr a incaricare della trasposizione per iscritto del Corano un gruppo di persone coordinato dal principale scrivano del profeta, Zayd ibn Thābit.
Il lavoro di raccolta e collazione del materiale coranico conobbe evidentemente un rallentamento a causa della morte nel 634 di Abū Bakr e dell'avvio sotto il secondo califfo ʿUmar della convulsa fase delle conquiste arabo-islamiche in Siria-Palestina, Egitto, Mesopotamia e Iran occidentale. Sarebbe stato così il terzo califfo ʿUthmān ad avere il merito della sistematizzazione definitiva della redazione scritta dell'intero testo coranico (muṣḥaf).

Ancora una volta a coordinare lo sforzo fu Zayd ibn Thābit e il principio fu quello di accettare solo quelle tradizioni che, separatamente testimoniate da due musulmani che le avevano raccolte di persona, fossero in tutto e per tutto combacianti alla lettera. Una sola eccezione fu fatta per Khuzayma ibn Thābit (m. 657), la cui eccezionale memoria e affidabilità gli aveva procurato da parte di Maometto il soprannome onorifico di Dhū l-shahādatayn ("quello delle due testimonianze"), per il quale fu accettato il principio della validità della sua unica certificazione.

A redazione ultimata, il califfo dette disposizione affinché quattro copie - identiche a quella conservata a Medina - fossero inviate nei quattro amṣār fino ad allora costituiti o esistenti (al-Kūfa, al-Baṣra, Mecca e Siria, chiamata allora al-Shām) e che le copie divergenti da quella per suo incarico raccolta fossero distrutte. È noto che uno dei primi musulmani, Ibn Masʿūd, proprietario di una copia da lui stesso vergata e alquanto difforme da quella di ʿUthmān, si rifiutò d'ubbidire e venne per questo maltrattato dalle guardie del califfo inviati a sequestrargliela e a distruggerla che, però, pare agissero più di loro iniziativa che per sua specifica autorizzazione. Ibn Masʿūd viene definito da Caetani un uomo "incomodo ed irrequieto, forse assai vano", anche se la tradizione ne ricorda i meriti in quanto "possedeva... una vivace intelligenza e sovrattutto una buona memoria". Alcune fonti storiche - chiaramente collegate alla polemica che contrappose più tardi sciiti a sunniti per quanto riguardava il contenuto della vulgata coranica di ʿUthmān - esprimono dubbi sulla sua cultura e sul suo livello d'istruzione, a dispetto del fatto che Ibn Masʿūd apparteneva a quei Compagni cui il Profeta aveva preannunciato il Paradiso già in vita. È noto infatti che a Medina egli propugnasse versioni del Corano piuttosto differenti da quelle conosciute. Nonostante si vantasse della sua posizione di domestico intimo del Profeta, accreditato com'era dell'essere stato la sesta persona ad aver abbracciato la religione islamica, non fu accolto nel novero dei Compagni – tutti decisamente più colti di lui – che si incaricarono poi di redigere il testo coranico e che furono oggetto di una sua vibrante khuṭba di protesta nella moschea di Kufa, forte del fatto di aver ascoltato dalla bocca del Profeta più di settanta Sure coraniche. La polemica tra lui e il califfo, comunque, scandalizzò parecchi vecchi musulmani e concorse a rovinare in parte la reputazione e la popolarità di ʿUthmān.

A lato di tale presupposto teologico di assoluta immutabilità del testo, un piccolo numero di studiosi orientalisti, contraddetti dalla maggior parte degli islamisti, ha fatto notare che il Corano sarebbe stato oggetto di una certa evoluzione: la versione attuale, a loro parere, apparirebbe come il frutto di numerose redazioni compiute fino a due secoli dopo la morte di Maometto, e gran parte del contenuto del libro sarebbe già esistito prima della sua nascita. Attiene al problema delle fonti il fatto che, forse, sia presente all'inizio della sura XIX un accenno ai Vangeli apocrifi laddove si parla della nascita miracolosa di San Giovanni Battista (in lingua araba Yaḥyā), così come non mancherebbero altri brani di derivazione talmudica, antico-testamentaria, neo-testamentaria.

Nel 1972, durante i lavori di restauro della Grande Moschea di Ṣanʿāʾ, capitale dello Yemen, alcuni operai scoprirono per caso un'intercapedine tra il soffitto interno e quello esterno dell'edificio. Si trattava di una “tomba delle carte”, cioè una “sepoltura” di vecchi testi religiosi ormai in disuso e che per il loro carattere sacro non è permesso distruggere: una pratica in uso anche nel mondo ebraico, come dimostrato dai documenti della "Gheniza dei Palestinesi" di Fusṭāṭ studiati da Shlomo Dov Goitein. A Ṣanʿāʾ ci si imbatté in una quantità considerevole di antiche pergamene e documenti più o meno rovinati dal tempo, umidità, topi e insetti.
Nel 1979, su richiesta di Qāḍī Ismāʿīl al-Akwāʾ, allora Presidente dell'Autorità per le Antichità Yemenite, uno studioso tedesco, Gerd-Rüdiger Puin, della Universität des Saarlandes, cominciò a lavorare sul materiale ritrovato. Scoprì che alcune pergamene, risalenti al 680 circa, risultavano essere frammenti del più antico Corano esistente. Da analisi più approfondite cominciarono a emergere alcuni elementi interessanti: oltre che scarti dalla versione standard del Corano ("In ogni pagina le differenze con la vulgata coranica sono una decina", sostiene Puin) e un ordine dei versetti non convenzionale, si può notare con chiarezza la presenza di nuove versioni, riscritte sopra quelle precedenti. Tuttavia, con il tempo il clamore nei confronti dei manoscritti di Ṣanʿāʾ è rientrato: eccettuate alcune differenze minori, come un diverso ordine di alcune sure (che nel Corano non sono disposte in ordine cronologico, ma grosso modo di lunghezza), variazioni minori del testo e abbellimenti stilistici, i manoscritti di Ṣanʿāʾ aderiscono sostanzialmente con il Corano giunto ai giorni nostri.

Il lavoro di restauro sui manoscritti ha portato alla sistemazione di oltre 15.000 fogli presso la Dār al-Makhṭūṭāt (Casa dei Manoscritti) dello Yemen: lo studioso, coadiuvato dal suo collega H.C. Graf von Bothmer, si limitò però a catalogare e classificare i frammenti, pubblicando solo qualche breve osservazione critico-contenutistica sul valore della scoperta, per timore che le autorità yemenite vietassero ogni ulteriore accesso. Ad altri studiosi, in effetti, non sono stati rilasciati i permessi necessari per visionare i manoscritti. Le affermazioni di Puin sono però state smentite da Sergio Noja Noseda, uno studioso italiano, e dall'archeologo francese Christian Robin che hanno affermato di aver avuto pieno accesso al sito, e di aver scattato numerose foto. Anche Ursula Dreibholz, responsabile del progetto di restauro, ha confermato il sostegno garantito delle autorità yemenite. Viene inoltre fatto notare che il sito venne visitato da non arabisti quali François Mitterrand, Gerhard Schröder, il Principe Claus di Olanda e da delegazioni straniere e autorità religiose. A convincere poi il Presidente della Germania federale a finanziare il progetto di restauro furono alcuni studiosi tedeschi.
Tale scoperta, se da un lato invalida il concetto di immutabilità del Corano, postulato dai musulmani dopo i contributi di Aḥmad b. Ḥanbal nel IX secolo e imposto come dogma solo dopo l'avvio del califfato di al-Mutawakkil (847-861), dall'altro lato ha contribuito però a mettere alquanto in crisi anche l'ipotesi avanzata a fine anni settanta del XX secolo dallo studioso britannico John Wansbrough. Questi fu il capofila di una serie di studiosi per i quali il testo coranico e, di fatto, gli assetti giuridico-religiosi dell'Islam in genere, sarebbero stati concepiti e portati a realizzazione in una fase assai più avanzata rispetto al VII secolo e, più esattamente, non prima del II secolo del calendario islamico, equivalente all'VIII/IX secolo della nostra era.
Altri studiosi fanno però notare che, stante la sostanziale aderenza dei manoscritti di Ṣanʿā al testo coranico, l'assunto riguardante l'immutabilità dello stesso non solo rimane valido, ma si rafforza, per via della consapevolezza che testi più antichi di quelli di ʿUthmān non abbiamo in realtà differenze sostanziali con quelli moderni.
L'ipotesi si basava sull'oggettiva tarda comparsa della produzione scritta, attestata solo a partire dal II secolo islamico, al quale risale il primo manoscritto, pervenutoci in uno standard compiuto della lingua araba, fino a quel momento rimasta a uno stadio di rudimentalità, pur in presenza di una estrema raffinatezza della lingua parlata, specialmente poetica. Ciò era stato causato dal protratto permanere di irrisolte storture morfologiche della scrittura che, tra l'altro, non era stata a lungo in grado di distinguere fra loro interi gruppi di grafemi, fin quando infine si poté ovviare (probabilmente grazie al contributo di convertiti provenienti dalla cultura siriaca, ebraica e persiana mazdea), col ricorso a una distinta puntuazione delle consonanti, tale da consentire infine un percorso intellettivo senza incertezze da parte del lettore.


La sura Aprente nella prima edizione comparsa in Italia (a Venezia) nel 1537


Malgrado i musulmani considerino che qualsiasi traduzione dal testo arabo del Corano non possa evitare d'introdurre - in quanto traduzione - elementi di ambiguità se non di vero e proprio travisamento semantico, e siano pertanto tendenzialmente sfavorevoli a qualsiasi versione del loro testo sacro in idioma diverso da quello originale, l'estrema esiguità dei musulmani arabofoni (all'incirca il 10% dell'intera popolazione islamica mondiale) ha condotto ad approntare traduzioni nelle più diverse lingue del mondo anche islamico: dal persiano al turco, dall'urdu all'indonesiano, dall'hindi al berbero. La prima traduzione completa del Corano fu completata nell'884 ad Alwar (Sind, oggi Pakistan) per disposizione di ʿAbd Allāh b. ʿUmar b. ʿAbd al-ʿAzīz, su richiesta del Raja hindu Mehruk. Non si sa tuttavia se detta traduzione fosse in hindi, sanscrito o nel locale linguaggio del Sind, dal momento che l'opera non ci è pervenuta.

Famosa è invece la traduzione in lingua latina commissionata da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, a Roberto di Ketton (o Robertus Ratenensis) e a Ermanno Dalmata, cui partecipò anche l'ebreo convertito al Cristianesimo Petrus Alfonsi. Il lavoro fu completato nel 1143 ed ebbe duratura fortuna perché su di esso fu costruita la traduzione approntata da Bibliander e pubblicata a Basilea nel 1543.
Quattrocento anni dopo la traduzione cluniacense, giunse nel 1537-38 il lavoro stampato a Venezia (presso la stamperia Ad signum putei) da Paganino de Paganini da Brescia. Quest'ultima impresa traduttoria è di particolare interesse per le complesse vicende ad essa connesse. Non sappiamo se essa fosse stata commissionata dagli Ottomani o se (ancora una volta) il Corano dovesse servire ai sacerdoti nella loro opera missionaria o per la confutazione comunque del libro sacro dell'Islam ma si accertò che la traduzione latina era talmente zeppa di errori e di grossolani travisamenti, da essere probabilmente ritirata e fatta bruciare per disposizione di Papa Paolo III. Più tardo, a lungo rimasto un classico ancor oggi fruibile, è il lavoro di Ludovico Marracci (Padova, 1691-1698), che dette alle stampe la sua traduzione a Padova solo nel 1698, dopo quarant'anni di studio solerte e approfondito del Corano e di molte fonti arabe.

Per quanto riguarda la lingua italiana, il Corano fu per la prima volta proposto in volgare toscano nel 1547 a Venezia dal fiorentino Andrea Arrivabene, anche se l'opera fu preceduta da quella allestita da un tal Marco, canonico della Cattedrale di Toledo, che la curò tra il 1210 e il 1213. Di essa rimane un lacerto, scoperto, studiato ed edito da Luciano Formisano, dell'Università di Bologna, che l'ha rinvenuto all'interno del fiorentino codice Riccardiano 1910: autografo di Piero di Giovanni Vaglienti (Firenze, 1438- post 15-7-1514).

Al XX secolo vanno invece riferite le versioni di studiosi di vaglia quali Luigi Bonelli, Martino Mario Moreno, Alessandro Bausani e, da ultimo, Ida Zilio Grandi, che si è avvalsa della competenza di Alberto Ventura (un allievo di Bausani) e di Amir Moezzi. La traduzione di Bausani, considerato tra i massimi islamisti italiani, è tuttora quella più diffusa tra gli studiosi non musulmani, malgrado la prima edizione risalga al 1955, oltre mezzo secolo prima cioè di quella, senz'altro soddisfacente, edita dalla Mondadori. Se ne contano numerose altre, di diversa qualità scientifica, spesso tradotte da musulmani che sono stati mossi all'impresa dalla loro convinzione che le traduzioni scientifiche anzidette fossero comunque tendenzialmente fuorvianti, proprio perché curate da orientalisti non musulmani, senza peraltro poter sfuggire anch'essi alle critiche di fondo di chi sostiene l'inevitabilità dell'adagio "traduttore traditore".

In particolare la traduzione di Hamza Roberto Piccardo, editore italiano convertito all'Islam, è di gran lunga la più diffusa nelle moschee e nei centri islamici italiani, essendo promossa e revisionata dall'UCOII. Secondo il giornalista (ora politico) arabo Magdi Allam, convertitosi per qualche tempo al Cattolicesimo dal natio Islam, prima di entrare in aperto contrasto con la politica vaticana, la versione di Piccardo sarebbe caratterizzata da "terrificanti commenti anticristiani, antiebraici, antioccidentali e lesivi della piena dignità della donna e, più in generale, dei diritti fondamentali della persona" e questo non farebbe che istigare all'odio e alla violenza i musulmani italiani, sfavorendo la pacifica convivenza tra persone di fedi diverse. Un esempio delle differenze tra le due correnti di pensiero (occidentale e orientale) nelle traduzioni è contenuto nel successivo paragrafo.





Versetti riferiti a pagani, cristiani ed ebrei
« Guidaci per la retta via, / la via di coloro sui quali hai effuso la Tua grazia, la via di coloro coi quali non sei adirato, la via di quelli che non vagolano nell'errore! »
(Corano, I:6-7)
« Uccidete dunque chiunque vi combatte dovunque li troviate e scacciateli di dove hanno scacciato voi, ché lo scandalo è peggiore dell'uccidere ; ma non combatteteli presso il Sacro Tempio, a meno che non siano essi ad attaccarvi colà: in tal caso uccideteli. Tale è la ricompensa dei Negatori. »
(Corano, II:191)
« Ma quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell'Ultimo Giorno Ie operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore, e nulla avran da temere né li coglierà tristezza. »
(Corano, II:62)
« Vi diranno ancora: "Diventate ebrei o cristiani e sarete ben guidati!" Ma tu rispondi: "No, noi siamo della nazione di Abramo, ch'era un ḥanīf e non già un pagano". »
(Corano, II:135)
« E in verità, presso Dio, Gesù è come Adamo: Egli lo creò dalla terra, gli disse "Sii!" ed egli fu. »
(Corano, III:59)
« E chiunque desideri una religione diversa dall'Islàm, non gli sarà accettata da Dio, ed egli nell'altra vita sarà tra i perdenti. »
(Corano, III:85)
« e per aver detto: "Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio", mentre né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai oro occhi simile a Lui (e in verità coloro la cui opinione è divergente a questo proposito, son certo in dubbio né hanno di questo scienza alcuna, bensì seguono una congettura, ché, per certo, essi non lo uccisero / ma Iddio lo innalzò a sé, e Dio è potente e saggio. »
(Corano, IV:157-158)
« In verità Noi abbiamo rivelato la Tōrāh, che contiene retta guida e luce, con la quale giudicavano i Profeti tutti dati a Dio tra i giudei,e i maestri e i dottori con il Libro di Dio, di cui era stata loro affidata la custodia, e di cui erano testimoni. Non temete dunque questa gente, ma temete Me e non vendete i Miei Segni a vil prezzo! Coloro che non giudicano con la Rivelazione di Dio, son quelli i negatori. »
(Corano, V:44)
« E facemmo seguir loro Gesù, figlio di Maria, a conferma della Tōrāh rivelata prima di lui, e gli demmo il Vangelo pieno di retta guida e di luce, confermante la Tōrāh rivelata prima di esso, retta guida e ammonimento ai timorati di Dio. / Giudichi dunque la gente del Vangelo secondo quel che Iddio ha ivi rivelato, ché coloro che non giudicano secondo la Rivelazione di Dio, sono i perversi. / E a te abbiamo rivelato il Libro secondo Verità, a conferma delle Scritture rivelate prima, e a loro protezione. Giudica dunque fra loro secondo quel che Dio ha rivelato non seguire i loro desideri a preferenza di quella Verità, che t'è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto, per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia. »
(Corano, V:46-48)
« Ma coloro che credono, e i giudei, e i sabei e i cristiani (quelli che credono in Dio e nell'Ultimo Giorno e che operano il bene) nulla han essi da temere,e non saranno rattristati. »
(Corano, V:69)
« Certo sono empi quelli che dicono: "Il Cristo, figlio di Maria, è Dio" mentre il Cristo disse: "O figli di Israele! Adorate Dio, mio e vostro Signore". E certo chi a Dio dà compagni, Dio gli chiude le porte del paradiso: la sua dimora è il Fuoco, e gli ingiusti non avranno alleati. »
(Corano, V:72)
Controversa è l'interpretazione di chi sarebbero gli "incorsi nell'ira di Dio" e gli "sviati", nel versetto 7 della prima sura, (al-Fātiḥa, "l'Aprente".) Piccardo, nel suo commento, sostiene come "tutta l'esegesi classica, ricollegandosi fedelmente alla tradizione, afferma che con questa espressione Allah indica gli ebrei (yahūd) ". Quindi gli ebrei sarebbero "coloro che sono incorsi nella Tua ira", non avendo riconosciuto come profeta ʿĪsā (Gesù); i cristiani sarebbero invece "gli sviati", in quanto trasgrediscono il Primo Pilastro dell'Islam (vedi: Cinque pilastri dell'Islam), quello dell'unicità di Allāh, poiché adorano la Trinità.

Studiosi occidentali invece si oppongono a un'interpretazione così "personalizzante" del versetto, giacché riferendosi esplicitamente a ebrei e cristiani sminuirebbe il valore universale del Libro. Si preferisce quindi riferirsi a due possibili errori nel seguire la Via, concettualmente opposti: uno, quello riconducibile alla maggior parte degli ebrei, sarebbe quello di perdersi in un astratto ed eccessivo formalismo nell'ubbidire al Messaggio Divino, l'altro, quello riconducibile alla maggior parte dei cristiani, sarebbe quello al contrario di seguire troppo lo spirito della Legge e non il suo dettato formale (antinomismo) e di fatto perdere la Via.

In particolare Bausani, nel suo commento, sostiene che "tali interpretazioni, oltre a diminuire il valore universalistico della bella preghiera […] sono anche difficilmente accettabili sintatticamente, data la forma negativa nella quale le espressioni suddette appaiono nel testo. Da altre parti del Corano risulterebbe inoltre che ebrei e cristiani avrebbero corrotto (cioè modificato volontariamente) le Rivelazioni precedenti, nascondendo alcune parti, modificandone altre (ad esempio, secondo il Corano, la frase evangelica "Verrà il Consolatore" nel Vangelo di Giovanni profetizzerebbe la venuta di Maometto). Non esistono versetti che esortino a uccidere o a convertire con la forza i politeisti (mushrikūn), un cui sinonimo nel Corano è "idolatri". Per tutti costoro si reitera più volte la minaccia di tremendi castighi, riservati però loro da Allāh solo nell'Aldilà. Le uniche esortazioni a combattere gli "associatori", i "negatori" e i politeisti e a ucciderli, come si può esemplarmente leggere nei versetti 190 e 191 della Sura II,
« Combattete per la causa di Allah contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, ché Allah non ama coloro che eccedono. Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell'omicidio. Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti. »
(Corano, II:190-191)
si trovano di fatto solo nei consimili passaggi riguardanti il "jihād minore", che storicamente il testo sacro sembra riferire alle azioni ostili che, fin dall'inizio della vita della Comunità organizzata da Maometto a Medina, contrapposero i nemici pagani della Umma islamica ai musulmani. Fra i miscredenti non sono in ogni caso da annoverare gli appartenenti alla "Gente del libro" (Ahl al-Kitab), ovvero i cristiani, gli ebrei e i sabei, che sono considerati custodi di una tradizione divina precedente al Corano che, per quanto alterata da tempo e uomini, è ritenuta comunque basilarmente valida, anche se per difetto.

Ponendosi come Terza Rivelazione dopo la Torah e i Vangeli (Injīl), ovvero come completamento del Messaggio trasmesso a ebrei e cristiani, il Corano contiene diversi riferimenti ai personaggi della Bibbia e a tradizioni ebraiche e cristiane. Sulla figura di Gesù in particolare il Corano ricorda dottrine gnostiche e docetiste, sostenendo che sulla croce sarebbe stato sostituito con un sosia o con un simulacro, solo apparentemente dotato di vita.


La nascita di Maometto. Miniatura di un manoscritto ottomano del Siyar-i Nebi (vita del Profeta). Il tendenziale aniconismo islamico porta a velare assai spesso il volto del Profeta dell'Islam. In questo caso lo zelo del miniaturista ha coinvolto anche la madre, ma non gli angeli.


Il Corano è foriero di alcuni elementi fondamentali dell'Islam: rigoroso monoteismo senza termini mediani fra Dio creatore e l'universo creato; una provvidenza divina che si estende ai singoli individui; un'immortalità personale con un'eternità di felicità o di dolore a seconda della condotta tenuta nella vita terrena. La filosofia greca, che i musulmani conobbero dai siriaci e dai persiani, presentava invece un sistema dottrinario caratterizzato da una complessa tematica scientifica e dal razionalismo aristotelico, aspetti estranei alla precettistica coranica. Le correnti filosofiche musulmane, nate almeno un secolo prima della Scolastica occidentale, si divisero nell'accordo, spesso difficile, tra Corano e approccio filosofico razionalizzante. I mutakallimūn ("coloro che disputano", i "dialettici") erano fedeli all'approccio coranico e sostenevano l'eternità del kālam (Parola) divino; i Mu'taziliti ("coloro che si allontanano"), pur con un preciso intento religioso, rappresentavano nei fatti una sorta di razionalismo e affermavano l'espressione nel tempo umano della Parola divina. I Fratelli della Purità elaborarono in una poderosa "Enciclopedia" (secolo X) tutti i motivi fondamentali della metafisica che erano trattati negli scritti pseudo-aristotelici (De Causis, Theologia Aristotelis); i sufi attinsero al pensiero del Neoplatonismo, elaborando una dottrina caratterizzata da un preciso afflato mistico. Grandi filosofi e scienziati furono poi al-Kindi, al-Farabi, Avicenna, Averroè e al-Ghazali

L'edizione più voluminosa venne pubblicata da DeaPrinting Officine Grafiche di Novara (ex gruppo De Agostini) per il presidente del Tatarstan (Russia), Rustam Minnichanov. È infatti alto 2 metri e pesa cinque quintali, di cui 120 chili di sola copertina e sarà esposto in una moschea appositamente costruita a Kazan' (Russia).


FONTI BIBLIOGRAFICHE
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    domenica 18 dicembre 2016

    LA SUPREMA CONOSCENZA DELL'UOMO


    Sull'Isola di Pasqua gli "dei" piantarono in asso i giganti?
    Chi era il dio bianco? 
    Non si conoscevano i telai eppure si coltivava il cotone
    La suprema conoscenza dell'uomo

     
    I primi navigatori europei che all'inizio del XVIII secolo sbarcarono sull'Isola di Pasqua non credettero ai loro occhi. Su questo pezzetto di terra, a 3.600 chilometri dalla costa del Cile, videro centinaia di statue di enorme grandezza che giacevano sparse qua e là per l'isola. Interi pezzi di montagna erano stati lavorati e modellati, la pietra vulcanica, dura come l'acciaio, era stata tagliata come burro e decine di migliaia di tonnellate di roccia massiccia giacevano in luoghi dove non potevano essere state lavorate. Centinaia di gigantesche figure, alte alcune fra 10 e 20 metri e pesanti fino a 50 tonnellate, sfidano ancor oggi le indagini degli studiosi - simili a robot, che aspettano solo di esser rimessi in azione. Inizialmente questi colossi portavano anche cappelli, ma il fatto non contribuì certo a spiegarne l'enigmatica origine: la pietra di cui sono fatti i cappelli, che pesano oltre 10 tonnellate, proviene da un luogo diverso da quella dei corpi, e ogni cappello dovette per di più essere sollevato fino in cima alla sua altissima statua. Presso alcuni di questi colossi erano state rinvenute allora delle tavolette di legno, ricoperte di strani geroglifici. Ma oggi, in tutti i musei del mondo, di queste tavolette non se ne trovano più nemmeno una decina e anche di quelle che ancora esistono non si è potuta finora decifrare nessuna iscrizione. Le ricerche di Thor Heyerdahl su questi misteriosi giganti stabilirono tre periodi culturali chiaramente distinguibili, fra i quali il più antico pare sia stato il più perfetto. I resti di carbone vegetale rinvenuti da Heyerdahl furono da lui datati intorno al 400 d.C. Non si è potuto accertare se i focolai e i resti di ossa siano in qualche modo in rapporto coi colossi di pietra. Presso pareti rocciose e orli di crateri Heyerdahl rinvenne centinaia di statue incompiute: migliaia di strumenti di pietra, semplici asce litiche, giacevano sparsi intorno, come se il lavoro fosse stato interrotto all'improvviso. L'Isola di Pasqua è molto lontana da ogni continente e da ogni civiltà. Agli isolani sono più familiari il Sole e la Luna che qualsiasi altro paese della Terra. Sull'isola, piccolo scoglio di pietra vulcanica, non crescono alberi. La spiegazione comune, che i giganti di pietra siano stati trasportati nella loro attuale sede mediante rulli di legno, è anche questa volta infondata. Inoltre l'isola non può aver fornito nutrimento per più di 2.000 uomini (oggi sull'Isola di Pasqua vivono alcune centinaia di indigeni). Non è pensabile nell'antichità un commercio marittimo che portasse agli scalpellini dell'isola viveri e vesti. Chi ha dunque tagliato le statue dalla roccia, chi le ha modellate e le ha trasportate nella loro attuale sede? Come furono spinte senza rulli per chilometri e chilometri di terreno accidentato? Come furono scolpite, levigate e rizzate? E come fu sovrapposto il cappello, la cui pietra proviene da una cava diversa da quella della figura? Se con un po' di fantasia in Egitto possiamo ancora cercar di immaginare il lavoro di un esercito di formiche, ritmato dalla voce di un preposto col metodo dell'"oh, issa!", questo non è possibile sull'Isola di Pasqua, per mancanza di massa umana. Un paio di migliaia di uomini, anche lavorando giorno e notte, non potevano mai bastare a scolpire con primitivi strumenti questi colossi di durissima pietra vulcanica: fra l'altro, una parte della popolazione doveva pure coltivare quei pochi campi e praticare una modesta pesca e tessere stoffe e attorcere funi. No, quei soli duemila uomini non poterono scolpire le statue gigantesche. Né è possibile pensare che sulla piccola Isola di Pasqua sia vissuta una popolazione più numerosa. Chi dunque ha fatto l'immane lavoro? E perché? Perché le statue sono poste tutt'attorno, nell'isola, e nessuna nell'interno? E a quale culto servivano? Purtroppo anche in questo esiguo angolo di terra i primi missionari occidentali fecero tutto il possibile perché le tenebre dei tempi restassero più impenetrabili che mai: bruciarono le tavolette con iscrizioni geroglifiche, vietarono gli antichi culti e distrussero qualsiasi tradizione. Ma per quanto zelo i pii monaci dispiegassero nel meritevole lavoro, non poterono impedire agl'indigeni di chiamare anche oggi la loro isola "Terra degli Uomini Uccelli". E la leggenda, trasmessa oralmente, racconta che in tempi antichissimi sbarcarono sull'isola uomini alati che vi accesero il fuoco: ed è confermata da sculture di esseri alati con grandi occhi aperti e fissi. Involontariamente balzano agli occhi le analogie fra l'Isola di Pasqua e Tiahuanaco. Anche qui troviamo giganti di pietra, che appartengono allo stesso stile. I volti alteri dall'espressione stoica si adattano alle figure, qui come là. Quando nel 1532 Francisco Pizarro chiese agli incas notizie di Tiahuanaco, gli risposero che nessuno aveva mai visto questa città se non in rovine, perché Tiahuanaco era stata costruita nella notte dei tempi. La tradizione designa l'Isola di Pasqua "ombelico del mondo". Fra Tiahuanaco e l'Isola di Pasqua corrono più di 5.000 chilometri. Com'è possibile che una cultura sia stata ispirata dall'altra? Forse a questo punto la mitologia preincaica ci può offrire una traccia: secondo la tradizione l'antico dio creatore Viracocha (un dio arcaico ed elementare) aveva creato il mondo lasciandolo oscuro e senza sole; aveva scolpito in pietra una stirpe di giganti, e, quand'essi degenerarono, li sommerse in un grande diluvio. Poi fece sorgere il Sole e la Luna sul lago Titicaca, perché la Terra avesse luce. E in seguito - si faccia bene attenzione! - aveva plasmato a Tiahuanaco figure di uomini e animali con l'argilla e vi aveva insufflato la vita: poi aveva insegnato a questi esseri viventi da lui creati il linguaggio, i costumi, le arti, per trasportarne infine alcuni a volo in diversi continenti, che essi in futuro dovevano abitare. Dopo quest'opera il dio Viracocha con due aiutanti aveva viaggiato in diversi paesi per controllare come si eseguivano i suoi ordini e a quali risultati conducevano. Travestito da vecchio, Viracocha era salito sulle Ande, aveva viaggiato lungo le coste e qua e là era stato anche accolto male. Una volta, a Cacha, la cattiva accoglienza aveva suscitato in lui una tale collera che, nella sua furia, aveva acceso una roccia e quella aveva incominciato a bruciare tutto il paese. Allora il popolo ingrato gli aveva chiesto perdono, al che, con un solo gesto, il dio aveva spento le fiamme. Poi aveva ripreso il cammino, aveva dato consigli e moniti, e molti templi in seguito erano stati eretti in suo onore. Giunto alla provincia costiera di Manta, egli si era infine congedato e cavalcando sulle onde era sparito nell'oceano. Ma aveva promesso di tornare... I conquistadores spagnoli che conquistarono l'America centrale e meridionale incontrarono ovunque le leggende di Viracocha. Non avevano mai sentito parlare di giganteschi uomini bianchi,che erano scesi dal cielo, e pieni di stupore ascoltarono le storie di una razza di figli del Sole, che insegnavano agli uomini ogni specie di arte e tornavano a sparire. E in tutte le leggende ricorreva la promessa che i figli del Sole sarebbero ritornati. In realtà il continente americano è patria di antichissime culture, ma le nostre conoscenze precise sull'America risalgono solo a un migliaio d'anni. È assolutamente incomprensibile perché nel 3.000 a.C. gli incas nel Perù coltivassero il cotone, giacché non conoscevano né possedevano telai... I maya costruivano strade, ma non usavano la ruota, benché la conoscessero... Un vero prodigio è la fantastica collana di giada verde a cinque file rinvenuta nella piramide funeraria di Tikal, nel Guatemala. Un prodigio, perché la giada viene dalla Cina... E incomprensibili sono le sculture degli antichi olmeki. Chi le voglia ammirare con le loro belle teste di giganti coperte dagli elmi dovrà recarsi sul posto: nessuno potrà mai osservarle in un museo, nessun ponte del paese sopporterebbe il peso dei colossi. Solo i monoliti "più piccoli", fino a 50 tonnellate, hanno potuto finora essere smossi coi nostri moderni apparecchi di sollevamento e automezzi pesanti. Le enormi gru meccaniche capaci di sollevare centinaia di tonnellate sono una creazione di appena qualche anno fa. Eppure quei nostri antichissimi progenitori erano già in grado di farlo. Ma come? Sembra quasi che gli antichi popoli provassero un gusto speciale a far giochetti di prestigio con giganti di pietra per monti e valli: gli egiziani andavano a prendere i loro obelischi ad Assuan, gli architetti di Stonehenge si procuravano i loro monoliti dal Galles sudoccidentale e dal Marlborough, gli scultori dell'Isola di Pasqua issavano le loro mostruose statue già bell'e pronte da una cava di pietra molto lontana fino alla sede destinata; e nessuno può dirci da dove vengano alcuni dei monoliti di Tiahuanaco. I nostri antenati dovevano essere dei bei tipi: amavano sfacchinare e scolpivano le loro statue sempre nei posti più impossibili. Proprio per il gusto della vita difficile? Noi non vogliamo considerare così stupidi gli artisti del nostro grande passato: certamente avrebbero eretto i loro templi e le loro statue nelle immediate vicinanze delle cave di pietra, se un'antica tradizione non avesse prescritto loro il luogo preciso dove dovevano sorgere. Siamo convinti che la fortezza inca di Sacsahuamàn non fu costruita sopra Cuzco solo per caso, ma perché un'antica tradizione indicava quell'altura come un luogo sacro. Siamo anche convinti che, in tutti i luoghi in cui furono rinvenuti i più antichi edifici monumentali dell'umanità, i relitti più interessanti del nostro passato giacciono ancora sepolti nel terreno, relitti che potrebbero essere di immensa e decisiva importanza per l'ulteriore sviluppo della navigazione spaziale. Gli sconosciuti astronauti che migliaia di anni fa visitarono il nostro pianeta non dovettero essere meno previdenti di quanto noi crediamo oggi di essere. Erano convinti che un giorno l'uomo avrebbe fatto di propria iniziativa e con le proprie forze il balzo nel cosmo. È un fatto comune nella storia universale che gli esseri intelligenti di un pianeta cerchino altri esseri affini, altre vite, altre intelligenze corrispondenti nell'Universo. Oggi antenne e trasmittenti hanno lanciato i primi radiosegnali a intelligenze straniere nello spazio. Non sappiamo quando avremo risposta: se fra dieci, fra quindici, fra cento anni. Non sappiamo neppure quale stella dobbiamo localizzare, perché non possiamo intuire quale pianeta sia per noi il più interessante. Dove raggiungeranno i nostri segnali altri esseri intelligenti simili all'uomo? Non lo sappiamo. Ma molti indizi ci suggeriscono che i dati mancanti sono stati deposti per noi nel seno della nostra Terra. Noi cerchiamo di eliminare la forza di gravità; facciamo esperimenti con motori a razzo di immensa forza, con particelle elementari e con antimateria. Ma facciamo forse qualche cosa per trovare i dati che sono nascosti per noi nella Terra, perché noi possiamo finalmente localizzare la nostra patria d'origine? Se lasciamo parlare le cose stesse, molti fatti che finora solo con grande difficoltà si sono inseriti nel mosaico del nostro passato divengono abbastanza plausibili; non solo i riferimenti degli antichi testi, ma anche i "dati concreti" che in ogni parte del globo si offrono al nostro sguardo critico. Infine abbiamo la nostra intelligenza per rifletterci. La suprema conoscenza dell'uomo sarà dunque il capire che la sua ragione di vita, e tutti i suoi sforzi per il progresso, sono consistiti finora nell'apprendere dal passato per diventare maturo per l'esistenza nel cosmo e i rapporti coll'Universo. Se questo è il nostro destino, anche il più scaltro e radicale individualista capirà come il compito di tutti consista nel colonizzare l'Universo e portare avanti lo spirito, l'energia e l'esperienza dell'uomo. Allora potrà verificarsi la promessa degli "dei", che la pace scende sulla Terra e la via del cielo è aperta. Non appena tutte le forze, i poteri e le intelligenze disponibili saranno impegnati nella ricerca spaziale, i risultati di tale ricerca renderanno chiara nel modo più convincente l'assurdità delle guerre sulla Terra. Quando uomini di tutte le razze, di tutti i popoli e di tutte le nazioni si saranno uniti nel compito comune di rendere tecnicamente realizzabili i viaggi su pianeti lontani, in questa nuova dimensione la Terra coi suoi mini-problemi rientrerà nel giusto rapporto con le vicende del cosmo. Gli occultisti possono spegnere le loro lampade, gli alchimisti possono gettare i loro crogiuoli, le confraternite segrete possono deporre le loro cotte. Non sarà più possibile continuare a propinare all'uomo le sciocchezze che per millenni gli hanno scaltramente venduto. Quando lo spazio aprirà le sue porte, giungeremo a un futuro migliore. Sulla scorta delle conoscenze che sono oggi a nostra disposizione, noi motiviamo il nostro scetticismo verso l'interpretazione corrente del lontanissimo passato dell'umanità. E quando dichiariamo di essere scettici, lo facciamo nel senso che Thomas Mann in un suo articolo degli anni venti così formulava: "Lo scettico ha questo di positivo: che considera tutto possibile."

    domenica 11 dicembre 2016

    ANCIENT MYSTERIES



    Una piattaforma di danza per giganti
    Di che vivevano gli antichi egiziani?
    Khufu era dunque un truffatore?
    Perché le piramidi furono costruite proprio là dove ora le vediamo?
    Salme viventi per surgelazione?
    Preistorici creatori di figurini di moda
    Il metodo del C14 è assolutamente sicuro?
     
    A nord di Damasco sorge la terrazza di Baalbek: una piattaforma costruita con blocchi di pietra, alcuni dei quali hanno una lunghezza di 20 metri e pesano circa 2.000 tonnellate. L'archeologia non ha potuto finora spiegarci in modo convincente perché, come e da chi sia stata costruita la terrazza di Baalbek. Il professore russo Agrest considera tuttavia possibile che si tratti dei resti di una gigantesca piattaforma d'atterraggio. Se dunque, da bravi scolaretti, prendiamo conoscenza della storia antica, quale ci viene in bell'ordine ammannita dai manuali, l'antico Egitto venne a trovarsi improvvisamente e senza transizione nel bel mezzo di una fantastica civiltà. Grandi città e templi giganteschi, statue di enormi dimensioni e di straordinaria forza espressiva, strade trionfali fiancheggiate da figure imponenti, perfetti impianti di canalizzazione, tombe principesche scavate nella roccia, piramidi di sbalorditiva grandezza... queste e molte altre cose meravigliose sbocciarono quasi dal terreno. Veri miracoli, in un paese che senza una fase accertabile di preistoria si mostra improvvisamente capace di tali realizzazioni. Solo nel delta del Nilo, e lungo due strette strisce di pianura, a destra e a sinistra del fiume, si trovava terreno coltivabile e fecondo. Ma ora gli esperti calcolano il numero degli abitanti, al tempo della costruzione delle grandi piramidi, intorno ai 50 milioni di uomini (cifra, del resto, in evidente contraddizione con quei 20 milioni di uomini che si sogliono attribuire alla popolazione totale del globo nell'anno 3.000 a.C.). In queste valutazioni fantastiche due o tre milioni di uomini in più o in meno non hanno importanza: resta il fatto che dovevano essere tutti nutriti. Non c'era solo un gigantesco esercito di muratori, scalpellini, ingegneri e marinai, non c'erano solo centinaia di migliaia di schiavi: c'erano anche truppe bene armate, una numerosa casta sacerdotale che viveva nel lusso, innumerevoli commercianti, contadini, impiegati e, non ultima, una corte principesca di grande splendore. Potevano vivere tutti, proprio tutti degli scarsi prodotti agricoli del delta del Nilo? Ci dicono che i grandi blocchi di pietra usati nella costruzione delle piramidi furono trasportati su rulli di scorrimento. Certamente rulli di legno! Ma è assai improbabile che i pochi alberi, per lo più palme, che crescevano allora - come del resto anche oggi - in Egitto siano stati tagliati e trasformati in rulli, perché i datteri erano assolutamente necessari come nutrimento e i tronchi e le foglie delle palme erano l'unico mezzo per ottenere un po' d'ombra su quel terreno riarso..D'altra parte, doveva necessariamente trattarsi di cilindri di legno: altrimenti la costruzione delle piramidi non avrebbe la minima spiegazione tecnica. Allora si importò il legname? Per l'importazione da paesi stranieri sarebbe stata necessaria una flotta considerevole, e, sbarcata la merce ad Alessandria, si sarebbe dovuto trasportarla a Memfi risalendo il corso del Nilo. Poiché gli egiziani al tempo della costruzione delle grandi piramidi non conoscevano ancora il carro e il cavallo - che furono introdotti solo sotto la XVII dinastia, intorno al 1.600 a.C. - non esisteva alcun'altra possibilità. Un regno per una spiegazione convincente! Sarebbero occorsi, ci dicono, dei rulli di legno... La tecnica dei costruttori delle piramidi presenta innumerevoli enigmi e nessuna vera e propria soluzione. Come hanno scavato le tombe nella roccia? Quali mezzi avevano a disposizione per tracciare quei labirinti di stanze e corridoi? Le pareti sono levigate e per lo più ornate di pitture a rilievo. Le imboccature a pozzo scendono oblique nel suolo roccioso, con gradini di ottima fattura della miglior tecnica artigiana, che portano alle camere funebri sotterranee. Schiere di turisti guardano ammirati, ma nessuno può dar loro una spiegazione sulla misteriosa tecnica degli scavatori. D'altra parte, gli egiziani padroneggiavano senza dubbio questa loro arte dello scavo rupestre da tempi antichissimi, poiché le tombe ipogee più antiche presentano la stessa accurata esecuzione di quelle recenti. Fra la tomba di Teti, della vi dinastia, e quella di Ramses I, del Nuovo Regno, non v'è alcuna differenza, benché fra le due tombe passino almeno 1.000 anni. Evidentemente, una volta imparata la vecchia tecnica, non si è saputo trovare nulla di meglio: anzi i lavori successivi divennero via via copie sempre più scadenti dei vecchi modelli. Il turista che a bordo di un altalenante cammello di nome "Bismarck" o "Napoleone" - a seconda della nazionalità del suo impresario - viene sballottato su verso la piramide di Cheope, a occidente del Cairo, sente dentro di sé quello strano brivido che sempre danno le reliquie di un inafferrabile passato. Gli spiegano che qua e là un faraone si fece scavare una tomba ipogea, e con questa erudizione scolastica, rinverdita per l'occasione, se ne torna a dorso di cammello alla nostra civiltà occidentale non senza aver scattato le sue due o tre sensazionali fotografie. Soprattutto intorno alla piramide di Cheope sono state avanzate alcune centinaia di insostenibili e assurde teorie. Nel libro di Charles Piazzi Smyth "Our inheritance in the Great Pyramid", di ben 600 pagine, pubblicato nel 1864, leggiamo una tal quantità di riferimenti e connessioni fra la massa della piramide e la nostra sfera terrestre da far rizzare veramente i capelli. Tuttavia, anche dopo il più accurato esame critico restano sempre alcuni fatti che ci lasciano pensierosi. È noto che gli antichi egiziani praticavano un vero e proprio culto del Sole: il loro dio del sole Ra attraversava il cielo nella sua barca. Alcuni testi dell'Antico Regno, rinvenuti nelle piramidi, ci descrivono perfino qualche viaggio del re attraverso il cielo, che il sovrano naturalmente compiva con l'aiuto degli dei e delle loro barche. Anche gli dei e i sovrani d'Egitto si davano ai voli... È proprio un caso che l'altezza della piramide di Cheope, moltiplicata per un miliardo, corrisponda pressappoco alla distanza fra la Terra e il Sole, ossia al rispettabile percorso di 149.504.000 chilometri? è un caso che un meridiano tracciato attraverso la piramide divida i continenti e gli oceani in due metà esattamente eguali? è un caso che l'area di base della piramide,divisa per il doppio dell'altezza, dia come risultato il famoso numero = 3,1416? è un caso che si siano trovati calcoli sul peso della Terra? è un caso che il terreno roccioso su cui sorge la piramide sia livellato con tanta accuratezza e precisione? Non si è trovato alcun cenno che ci spieghi perché il faraone Khufu, costruttore della piramide di Cheope, abbia scelto proprio quella rupe nel deserto per erigervi la propria tomba. Si può pensare che qui ci fosse un valico naturale nella roccia, ch'egli utilizzò per la sua colossale costruzione; un'altra spiegazione, sebbene piuttosto zoppicante, sarebbe il fatto che il sovrano voleva osservare dalla sua residenza estiva come procedessero i lavori. Entrambe queste ragioni sono contro il buon senso: da una parte sarebbe stato decisamente più pratico costruire in un luogo più vicino alle cave orientali, per abbreviare il trasporto, e dall'altra è difficile che il faraone fosse disposto a sopportare per anni e anni il molesto fracasso che anche allora riempiva giorno e notte i cantieri. Poiché tanti motivi contraddicono le spiegazioni date dai libri illustrati sulla scelta del luogo, è lecito chiedersi se forse anche qui non fossero intervenuti gli "dei", magari soltanto attraverso le tradizioni custodite dai sacerdoti. Ammettendo una tale interpretazione, si avrebbe un'altra importante prova per la nostra teoria fantascientifica del passato dell'umanità. La piramide infatti non solo divide continenti e oceani in due metà esatte, ma è posta inoltre nel centro di gravità dei continenti. Se i fatti che abbiamo citati non sono dovuti al caso - ed è estremamente difficile crederlo - il luogo della costruzione sarebbe stato indicato da esseri che erano perfettamente informati della forma sferica della Terra e della distribuzione dei mari e dei continenti. Dovremmo ricordarci qui delle carte geografiche di Piri Reis. Non tutto si può spiegare col caso o con la leggenda. Con quale forza, con quali "macchine", con quale impiego di mezzi tecnici fu livellato il terreno roccioso? In che modo gli architetti egiziani praticarono i cunicoli? E come li illuminavano? Né qui né nelle tombe rupestri della Valle dei Re si sono rinvenute fiaccole o qualcosa di simile: non vi sono soffitti o pareti annerite dal fumo, né vi è il minimo segno che queste tracce siano state cancellate. Come e con che strumenti si segarono i giganteschi blocchi di pietra nelle cave? Come si ottennero gli spigoli precisi e le superfici laterali ben lisce? Come si trasportarono i blocchi, e come si sovrapposero con quella millimetrica precisione? Naturalmente, anche qui, ci si offre un mucchio di spiegazioni a scelta: piani inclinati; piste di sabbia, su cui si spingevano i blocchi di pietra; impalcature, rampe, terrapieni... e naturalmente il lavoro di molte centinaia di migliaia di formiche egiziane: fellah, contadini, artigiani... Ma nessuna di queste spiegazioni resiste a una considerazione critica. La grande piramide è (e resterà?) testimonianza visibile di una tecnica non mai compresa. Oggi, nel XX secolo, nessun architetto, anche se avesse a disposizione i mezzi tecnici di tutti i continenti, potrebbe costruire un'altra piramide di Cheope. 2.600.000 giganteschi blocchi di pietra furono tagliati dalle cave, squadrati e trasportati sul cantiere, e qui sovrapposti con millimetrica precisione. E nelle profondità dei corridoi interni le pareti furono dipinte a colori. La scelta del posto fu dunque un capriccio del faraone... Le inarrivabili misure "classiche" della piramide sono venute in mente al suo architetto per caso... Molte centinaia di migliaia di operai spinsero e trasportarono su rulli di legno (inesistenti) con funi (inesistenti) blocchi di pietra del peso di dodici tonnellate su per una rampa... Questo esercito di operai viveva di frumento (inesistente)...Dormiva in (inesistenti) capanne che il faraone aveva fatto costruire davanti al suo palazzo d'estate... Attraverso un altoparlante (inesistente) il lavoro degli operai veniva ritmato con un incoraggiante "oh-issa!" e così il blocco di dodici tonnellate si alzava verso il cielo... Se i solerti operai avessero raggiunto l'altissima resa collettiva di dieci blocchi sovrapposti al giorno, avrebbero impiegato - secondo questa spiegazione aneddotica - 250.000 giorni, ossia 687 anni, per sistemare in splendida piramide quei due milioni e mezzo circa di blocchi di pietra. E non si dimentichi che il tutto sorgeva per capriccio di un eccentrico sovrano, che non vide mai la fine dell'opera da lui ispirata. Terribilmente bello, e infinitamente triste. Non occorre sprecar parole per dire che questa teoria, presentataci con tanta serietà, è semplicemente ridicola. Chi è così ingenuo da credere che la piramide non fosse altro che la tomba di un re? E chi considererà un puro caso la trasmissione di segni matematici e astronomici? Nessuno contesta oggi l'attribuzione della grande piramide al faraone Khufu, come ispiratore e costruttore. Perché? Perché tutte le iscrizioni e le tavolette parlano di Khufu. A noi sembra incontestabile che la piramide non poté sorgere nell'arco di una sola vita umana. E se invece Khufu avesse fatto falsificare le iscrizioni e le tavolette che dovevano celebrare la sua gloria? è questo un sistema non raro nell'antichità, come molti edifici possono testimoniare. Quando un sovrano dispotico ha voluto la gloria tutta per sé, ha sempre adottato questo procedimento. In questo caso, dunque, la piramide sarebbe esistita già molto tempo prima che Khufu vi lasciasse i suoi biglietti da visita. Nella biblioteca di Oxford è conservato un manoscritto in cui lo scrittore copto Mas-Udi afferma che il re egiziano Surid avrebbe fatto costruire la grande piramide. Cosa assai singolare, questo Surid regnò in Egitto prima del diluvio. E, cosa ancora più strana, questo saggio re Surid ordinò ai suoi sacerdoti di stendere per iscritto la somma della loro saggezza e di nascondere i testi nell'interno della piramide. Secondo la tradizione copta, la piramide di Cheope è quindi sorta prima del diluvio. L'ipotesi è confermata da Erodoto nel II libro delle sue Storie: i sacerdoti di Tebe gli avrebbero mostrato 341 figure colossali, ognuna delle quali indicava una generazione di sommi sacerdoti da 11.340 anni. Ora, è noto che ogni grande sacerdote si faceva scolpire la propria statua già mentre era in vita: così anche Erodoto parlando del suo viaggio a Tebe ci riferisce che tutti i sacerdoti gli mostrarono ciascuno la propria statua per dimostrargli che sempre il figlio era succeduto al padre. E i sacerdoti gli assicurarono che i loro dati erano assolutamente sicuri, poiché da generazioni e generazioni avevano tutto registrato, e dichiararono che ognuna di quelle 341 figure rappresentava appunto una generazione, e che prima di queste 341 generazioni gli dei erano vissuti in mezzo agli uomini, mentre in seguito nessun dio in forma umana aveva visitato la Terra. Solitamente l'età dell'Egitto storico viene calcolata in 6.500 anni. Perché dunque i sacerdoti mentirono così spudoratamente al viaggiatore Erodoto, coi loro 11.340 anni? E perché affermarono espressamente che da 341 generazioni gli dei non erano più venuti ad abitare in mezzo a loro? Questi dati cronologici così precisi, dimostrati sulla scorta delle statue, sarebbero stati assolutamente inutili, se nella più remota antichità effettivamente gli "dei" non avessero vissuto in mezzo agli uomini.Sul come, il perché e il quando della costruzione della piramide non sappiamo assolutamente nulla. Siamo davanti a una montagna artificiale, alta quasi 150 metri, che pesa 31.200.000 tonnellate, muta testimonianza di una tecnica incomprensibile: e questo monumento dovrebbe essere semplicemente la tomba di un faraone stravagante! Può crederlo chi vuole... Egualmente incomprensibili, e fino ad oggi non sufficientemente spiegate, le mummie ci guardano come un magico mistero dalla notte dei tempi. Diversi popoli possedevano questa tecnica dell'imbalsamazione delle salme, e i rinvenimenti archeologici pare vengano a suffragare l'ipotesi che gli uomini preistorici credevano alla resurrezione in una seconda vita, a una resurrezione del corpo. Una tale interpretazione sarebbe accettabile se la fede in una resurrezione corporea potesse almeno lontanamente trovar posto nel patrimonio di pensiero dell'antichità. Se i nostri antichissimi progenitori avessero pensato soltanto a una rinascita spirituale, non avrebbero dedicato ai defunti una così attenta cura. Ma i rinvenimenti fatti nelle tombe egiziane ci offrono un esempio dopo l'altro di una preparazione fatta in vista di una risurrezione fisica delle salme imbalsamate. Ma quel che gli occhi e le prove visibili ci dicono non è poi così assurdo! Effettivamente diversi riferimenti in antichi testi o leggende ci dicono che gli "dei" promisero di tornare dalle stelle, per destare a nuova vita i corpi ben conservati. Per questo l'assistenza alle salme imbalsamate nelle camere funebri era organizzata in termini così pratici, così materiali, in vista di una vita terrena. Altrimenti, che avrebbero dovuto farsene del denaro, dei monili, dei loro oggetti favoriti? E poiché i defunti erano accompagnati persino da una parte dei loro servitori, che senza dubbio scendevano nella tomba ancora vivi, con tutti questi preparativi si pensava certamente al proseguimento della vecchia vita in una vita nuova. Le tombe avevano caratteristiche veramente straordinarie di solidità e di durata, quasi come rifugi antiatomici: potevano superare senza fatica le ingiurie dei secoli. Gli oggetti preziosi offerti al defunto erano assolutamente al sicuro da ogni minaccia di crisi: oro e pietre preziose. Non si tratta qui di discutere le successive mostruosità della mummificazione: qui si tratta solo di questo problema: chi inculcò nella testa dei pagani l'idea di una resurrezione corporea? E di dove venne la prima audace concezione che le cellule del corpo dovessero essere conservate perché la salma, custodita in un luogo sicuro al cento per cento, potesse dopo millenni destarsi a nuova vita? Finora questo misterioso problema della rinascita è stato considerato solo dal punto di vista religioso. Ma non è forse possibile che il faraone, il quale logicamente sapeva sull'esistenza e i costumi degli "dei" qualcosa di più dei suoi sudditi, si sia fatto questo ragionamento, magari del tutto illusorio: devo procurarmi una tomba che possa durare indistruttibile per millenni e che sia visibile a grande distanza, poiché gli dei hanno promesso di tornare sulla Terra e di ridestarmi... (o i medici di un lontano futuro troveranno il modo di richiamarmi in vita...)? Che dire al proposito, nell'era del volo spaziale? Il fisico e astronomo Robert C. W. Ettinger, nel suo libro "The prospect of immortality", pubblicato nel 1965, indica un sistema con cui noi uomini del XX secolo potremmo farci congelare in modo che le nostre cellule, dal punto di vista medico e biologico, continuino a vivere a un ritmo rallentato milioni di volte. Anche se questa idea per adesso può sembrare ancora utopistica, in realtà già oggi ogni clinica importante dispone di una "banca delle ossa", che conserva per anni ossa umane in stato di surgelazione e al bisogno le fa tornare idonee all'uso. Il sangue fresco - e questo ormai si pratica ovunque - alla temperatura di -196 °C si conserva, indefinitamente, e la capacità di conservazione delle cellule viventi alla temperatura dell'azoto liquido è quasi illimitata. Chi può dire se il faraone non vagheggiasse questa speranza utopistica, che oggi è quasi sul punto di realizzarsi? Si deve raddoppiare l'attenzione per convincersi dell'enorme portata di una recente scoperta scientifica: alcuni biologi dell'Università di Oklahoma City nel marzo 1963 stabilirono che le cellule epidermiche della principessa egiziana Mene erano ancora vitali. La principessa Mene è morta da parecchie migliaia di anni. In diversi luoghi furono rinvenute mummie in così perfetto stato di conservazione da sembrare vive. Presso gli incas talune mummie conservate nei ghiacciai sopravvissero ai secoli e teoricamente sono ancora vitali. Utopia? Nell'estate del 1965 la televisione russa mostrò due cani che erano stati congelati per una settimana. Al settimo giorno vennero sottoposti ad opportuno decongelamento, e vivevano vispi e allegri come prima. Gli americani, e anche questo non è un mistero, nel quadro dei loro vasti programmi spaziali, hanno seriamente considerato il problema di come si potrebbero congelare gli astronauti del futuro nei loro lunghi viaggi verso lontanissime stelle... Il professor Ettinger, di cui oggi spesso si ride, prevede un lontano futuro in cui gli uomini non si faranno né bruciare né divorare dai vermi: un futuro in cui le salme, congelate in cimiteri o bunker a temperatura glaciale, attenderanno il giorno in cui una più progredita medicina potrà eliminare le cause della loro morte e riportarle nuovamente in vita. Se spingiamo questa idea utopistica alle estreme conseguenze, ci appare la spaventosa visione di un esercito di soldati che, congelati in caso di guerra, possono essere decongelati secondo il bisogno. Visione terrificante! Ma che rapporto possono avere le mummie con la nostra ipotesi di viaggi spaziali nella notte dei tempi? Vogliamo forse dagli indizi tirare per i capelli delle conclusioni? Noi ci domandiamo: come hanno saputo gli antichi che, con uno speciale trattamento, i processi vitali delle cellule del nostro corpo possono essere rallentati milioni di volte? Ci domandiamo: da dove viene l'idea dell'immortalità, e persino il concetto di un risveglio corporeo dalla morte? La maggior parte dei popoli antichi possedevano la tecnica della mummificazione, e i più ricchi fra loro la praticarono. Ma non si tratta qui di questi fatti facilmente dimostrabili: si tratta di risolvere il mistero di come possa esser nata quest'idea di un risveglio dalla morte, di un ritorno alla vita. Si deve forse pensare che sia venuta in mente per caso a un antico sovrano o capotribù? O piuttosto qualche principe saggio e capace ha osservato gli "dei" che trattavano le loro salme con un complicato procedimento e le custodivano in un sarcofago a prova di bomba? O ancora qualche "dio" (leggi astronauta) ha comunicato a un giovane principe intelligente e scaltro come si possa - dopo opportuno trattamento - richiamare in vita i cadaveri? Questa motivazione speculativa richiede un'opportuna giustificazione. Fra qualche secolo l'umanità sarà in grado di praticare la navigazione spaziale con una perfezione che oggi non riusciamo ancora a immaginare, e le agenzie di viaggi offriranno programmi di viaggi interplanetari con precisi termini di partenza e ritorno. Naturalmente, condizione essenziale di questo progresso è che tutti i rami della scienza seguano uno sviluppo parallelo. L'elettronica e la cibernetica da sole non bastano a raggiungere la meta comune. La medicina e la biologia porteranno il loro contributo, creando i mezzi per rallentare i processi vitali dell'uomo. Oggi anche questo settore della ricerca spaziale è già in pieno sviluppo. Conseguenza utopistica: gli astronauti dei tempi preistorici avevano già conoscenze che oggi noi dobbiamo ancora conquistare? V'erano già esseri intelligenti extraterrestri che conoscevano il modo di trattare i corpi perché potessero tornare in vita dopo un dato numero di millenni? Forse gli "dei", nella loro infinita intelligenza, avevano interesse a "conservarsi" almeno un morto con tutta la sapienza del suo tempo, per poterlo in seguito interrogare sulla storia della sua generazione? Che possiamo saperne! E non è possibile che una tale inchiesta abbia avuto luogo ad opera di "dei" ritornati? Dalle prime mummie, preparate secondo il rito, si sviluppò nel corso dei secoli una vera e propria moda. Improvvisamente ognuno voleva essere risvegliato: improvvisamente ognuno riteneva di esser destinato un giorno a tornare a nuova vita, purché facesse quello che avevano fatto i suoi progenitori. I grandi sacerdoti, che effettivamente possedevano una singolare conoscenza di tali rinascite, contribuirono potentemente a favorire questo culto, che per la loro classe costituiva un lucroso commercio. Abbiamo già parlato dell'età, fisicamente impossibile, degli antichi imperatori sumeri o delle figure bibliche. E abbiamo avanzato l'ipotesi che si trattasse di astronauti che prolungavano la durata della loro vita, relativamente al nostro pianeta, grazie alla dilatazione del tempo che si verifica nei voli interplanetari a velocità appena inferiore a quella della luce. Forse possiamo incominciare a spiegarci l'inconcepibile età dei personaggi citati nelle antiche scritture se supponiamo che questi personaggi siano stati mummificati o congelati. Secondo questa tesi, gli astronauti stranieri avrebbero congelato alcune eminenti personalità del mondo antico, - le avrebbero piombate in un profondo sonno artificiale, come dicono alcune leggende - e poi, in una visita successiva, le avrebbero tirate fuori dal cassetto, le avrebbero decongelate e si sarebbero intrattenuti con loro in conversazione. Alla fine di ogni visita sarebbe stato compito della classe sacerdotale, istruita e addestrata dagli astronauti, sottoporre i morti-viventi al trattamento adatto e riporli nuovamente in templi giganteschi, fino al giorno in cui gli "dei" sarebbero tornati. È impossibile? è ridicolo? In genere le obiezioni più sciocche sono fatte proprio da quegli uomini che si appellano più rigorosamente alle leggi naturali. Ma la natura stessa non presenta forse esempi clamorosi di "ibernazione" e di risveglio dal letargo? Vi sono delle specie di pesci che, completamente congelati e divenuti rigidi come pietra, quando siano riportati alla temperatura favorevole scongelano e ricominciano a guizzare allegramente nell'acqua. Fiori, crisalidi e larve non solo attraversano un periodo di letargo biologico, ma in primavera si presentano in nuove e più brillanti vesti. Ma facciamo un po' l'advocatus diaboli di noi stessi: forse gli egiziani hanno potuto trarre l'idea della mummificazione dalla natura? Se così fosse, ci dovrebbe essere un culto delle farfalle o dei maggiolini, o almeno una traccia di esso. Ma non vi è nulla di simile. Vi sono in certe tombe ipogee giganteschi sarcofaghi con tori mummificati; ma nei tori gli egiziani non potevano certamente intravedere il fenomeno del letargo. A otto chilometri da Heluan si trovano più di 5.000 tombe di diversa grandezza, che risalgono tutte alla I e II dinastia. Queste tombe dimostrano che la tecnica della mummificazione risale a più di 6.000 anni fa. Nel 1953 il professor Emery nel cimitero arcaico del settore nord di Saqqara rinvenne una grande tomba, che viene attribuita a un faraone della I dinastia (probabilmente Uagis). Fuori della tomba principale erano allineate su tre file 72 altre tombe in cui giacevano le salme dei servi, che vollero accompagnare il loro sovrano nel nuovo mondo. Sui corpi dei 64 giovani e delle 8 giovani donne non compare alcuna traccia di violenza. Perché questi settantadue individui si sono fatti murare vivi così? La fede in una seconda vita nell'aldilà è la spiegazione più nota, e anche più semplice di questo fenomeno. Insieme all'oro e ai gioielli, si ponevano accanto al faraone nella sua tomba cereali, olio e spezie, intesi evidentemente come vettovaglie per l'aldilà. Oltre che da ladri sacrileghi, le tombe furono aperte anche da successivi faraoni: e ogni faraone ritrovava nelle tombe dei suoi predecessori le vettovaglie intatte. Il morto quindi non le aveva mangiate, né le aveva portate con sé nell'aldilà. E quando si richiudevano le tombe, vi si ponevano altri viveri e poi si sigillavano e si corredavano di svariate trappole, in modo che non potessero essere violate. Questo fa pensare che credessero in una futura resurrezione sulla Terra, e non in un immediato risveglio nell'aldilà. Pure a Saqqara, nel giugno 1954 fu scoperta una tomba che non era stata saccheggiata, poiché nella camera funebre vi era uno scrigno con gioielli ed oro. Il sarcofago, invece che da un coperchio, era chiuso da una lastra scorrevole. Il 9 giugno Goneim scoprì solennemente il sarcofago. Era vuoto. Assolutamente vuoto. La mummia aveva dunque tagliato la corda, senza prendere con sé i suoi tesori? Il russo Rodenko scoprì a 80 chilometri dal confine della Mongolia Esterna una tomba, il cosiddetto Kurgan V, formata da un tumulo di pietra rivestito internamente in legno. Tutte le camere funebri sono riempite di ghiaccio eterno, per cui il contenuto della tomba è stato conservato in condizioni di congelamento. Una di queste camere funebri conteneva i cadaveri di un uomo e di una donna, entrambi imbalsamati, che avevano accanto tutto ciò di cui potevano aver bisogno in una vita successiva: cibi in ciotole, vesti, gioielli, strumenti musicali. Tutto surgelato e ottimamente conservato, ivi comprese le due mummie nude. In una tomba si identificarono i segni di un quadrilatero con sei disegni quadrati su quattro file: il tutto poteva essere una copia del tappeto di pietra che si trova nel palazzo assiro di Ninive. Cosa assai singolare, vi si scorgono figure a forma di sfinge, con complicate corna in testa e ali sulle spalle e dalla loro posizione si capisce che stanno spiccando il volo verso il cielo. Comunque, le tombe mongole non ci offrono spunti che facciano pensare alla fede in una seconda vita spirituale. Il procedimento di surgelazione ivi applicato - giacché di questo esattamente si tratta, in quegli ambienti rivestiti di legno e riempiti di ghiaccio - è troppo legato alla realtà concreta della vita e mira troppo evidentemente a scopi terreni. Perché dunque - questo interrogativo continua ad assillarci - perché gli antichi credevano che le salme così manipolate si trovassero in condizioni propizie per una resurrezione? Questo è ancora un enigma. Nel villaggio cinese di Wu-Chuan si trova una tomba rettangolare di 14x12 metri, che contiene gli scheletri di 17 uomini e 24 donne. Anche qui nessuno scheletro mostra segni di morte violenta. Sulle Ande si trovano tombe praticate nei ghiacciai, in Siberia tombe congelate, in Cina e nella regione dei sumeri, nonché in Egitto, tombe collettive e singole. Si trovano mummie tanto nelle zone artiche che nel Sudafrica. E tutti questi morti erano accuratamente preparati per una resurrezione futura, e forniti dei mezzi di sussistenza necessari per una nuova vita, e tutte le tombe sono disposte e costruite in modo da poter durare per millenni. Tutto questo è dunque un caso? Si tratta soltanto di idee - bizzarre idee - dei nostri antichi progenitori? O esiste un'antica promessa che noi non conosciamo, una promessa di risurrezione della carne? E chi può averla fatta? A Gerico furono riportate alla luce tombe vecchie di 10.000 anni, e teste modellate in gesso, che risalgono a 8.000 anni fa. Anche questo è un fatto sorprendente, perché pare che questo popolo non conoscesse ancora le tecniche della ceramica. In un'altra parte di Gerico si scoprirono intere file di case rotonde: i loro muri nella parte superiore sono inclinati all'interno, come tetti a volta. L'onnipotente isotopo del carbonio C14, che serve a determinare l'età delle sostanze organiche, ci dà in questo caso date massime di 10.400 anni. Queste date, ottenute oggi per via scientifica, concordano abbastanza esattamente con le date tramandateci dai sacerdoti egiziani, i quali affermavano che i loro predecessori avevano amministrato il culto per più di 11.000 anni. Anche qui si tratta di una coincidenza del tutto fortuita? Un caso assolutamente unico presentano le pietre preistoriche di Lussac (Poitou, Francia): disegni di uomini vestiti completamente alla moda moderna, con cappelli, giacche, pantaloni corti. L'abate Breuil giudicò questi disegni autentici, e la sua dichiarazione butta all'aria tutta la preistoria. Chi ha inciso queste pietre? Quale fantasia riesce a immaginarsi un cavernicolo vestito di pelli che disegna sulle pareti della sua grotta delle figure del XX secolo? Nella caverna di Lascaux (Francia del sud), furono scoperte nel 1940 le più grandiose pitture rupestri dell'età della pietra. Questa antichissima pinacoteca si presenta così fresca e plastica e intatta che due domande ci si presentano inevitabilmente: come riuscì l'artista preistorico a illuminare la caverna per il suo faticoso lavoro, e perché le pareti della caverna furono ornate di queste straordinarie pitture? Quelli che considerano stupide queste domande dovrebbero avere la cortesia di spiegarci alcune contraddizioni: o i cavernicoli dell'età della pietra erano selvaggi e primitivi, e allora non potevano eseguire sulle pareti delle loro caverne le straordinarie pitture che oggi ammiriamo. Ma se il selvaggio era capace di eseguire quelle pitture, perché non doveva essere in grado di costruirsi delle capanne d'abitazione come rifugio? Gli uomini più avveduti concedono agli animali da milioni di anni la capacità di costruirsi nidi e rifugi. Ma evidentemente non rientra nel nostro schema mentale ammettere la stessa possibilità per l'homo sapiens di quei tempi. Nel deserto di Gobi il professor Koslov, non lontano da quelle strane sabbie vetrificate che possono essersi prodotte solo per azione di altissime temperature, rinvenne sepolta sotto le rovine di Khara-Khota una tomba che si fa risalire a circa 12.000 anni prima dell'era volgare. In un sarcofago giacciono i corpi di due ricchi personaggi e sul sarcofago si è decifrato il segno di un cerchio, dimezzato in senso verticale. Nei monti Subis, lungo la costa occidentale del Borneo, si è scoperta una rete di caverne, adattate a mo' di templi: dai residui culturali ivi rinvenuti si può arguire che l'opera di costruzione risalga al 38.000 a.C. Fra questi sorprendenti reperti vi sono tessuti di una finezza e di una delicatezza che anche con la migliore buona volontà non possiamo immaginarci come i selvaggi ne venissero a capo. Problemi, problemi, problemi... Gli oggetti non sono ipotesi: esistono, e in grande abbondanza: caverne, tombe, sarcofaghi, mummie, vecchie carte geografiche, stravaganti costruzioni di straordinaria abilità architettonica e tecnica, innumerevoli tradizioni leggendarie che rifiutano di adattarsi a tutti i nostri schemi mentali. I primi dubbi si stanno insinuando nel sistema concettuale dell'archeologia: ma si devono aprire vere e proprie brecce nel fitto mistero del passato, si devono porre nuove pietre miliari, e quando è possibile si deve anche stabilire una nuova serie di dati cronologici fissi. Sia ben chiaro che qui non poniamo in dubbio la storia degli ultimi duemila anni. Parliamo esclusivamente della più remota antichità, delle profonde tenebre dei tempi, che noi tentiamo di rischiarare impostando una problematica nuova. Non possiamo neppure citare numeri e date a proposito dell'epoca in cui la visita di esseri stranieri intelligenti dal cosmo cominciò a influire sulla giovane intelligenza umana. Ma non esitiamo a porre in dubbio la cronologia finora stabilita per la più remota antichità. Riteniamo di avere ragioni sufficienti per collocare l'evento a cui pensiamo nel periodo del paleolitico recente, ossia fra il 10.000 e il 40.000 a.C. I sistemi di datazione finora adottati, ivi compreso il famoso e conclamato isotopo del carbonio Ci4, lasciano gravi lacune, non appena si superi l'età di 45.600 anni. Quanto più il materiale da esaminare è antico, tanto meno attendibili divengono i risultati ottenuti col radiocarbonio. Anche seri ricercatori ci hanno detto che considerano il metodo del Ci4 decisamente poco pratico, perché fra i 30.000 e i 50.000 anni la datazione di una sostanza organica è del tutto arbitraria. Certo, queste critiche non sono da accettare senza riserve: sarebbe tuttavia indubbiamente desiderabile trovare un nuovo metodo di datazione, parallelo al C14, ma basato su strumenti modernissimi.