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domenica 30 ottobre 2016

IL FANTASTICO VIAGGIO DI UN ASTRONAVE NEL COSMO : GLI DEI VENGONO IN VISITA - TRACCE CHE NON SCOMPAIONO


GLI DEI VENGONO IN VISITA
TRACCE CHE NON SCOMPAIONO

Giulio Verne, progenitore di tutti i romanzi di fantascienza, è stato uno scrittore coraggioso: il suo balzo verso le stelle non è più un'utopia e gli astronauti dei nostri giorni fanno non in 80 giorni, ma in 86 minuti il giro del mondo. Se il viaggio di cui qui tracciamo le possibilità e le tappe è per ora soltanto fantastico, diverrà realizzabile in meno anni di quanti ne occorsero per ridurre la folle fantasia di un giro del mondo in 80 giorni al viaggio lampo di 86 minuti. Ma non pensiamo in termini di tempo troppo brevi! Supponiamo che la nostra astronave parta fra 150 anni dalla Terra, diretta a un lontano sole sconosciuto... 
L'astronave avrà la grandezza di un attuale transatlantico, con una massa iniziale di circa 100.000 tonnellate, di cui 99.800 tonnellate di comburente: quindi un carico utile di meno di 200 tonnellate. È impossibile?
Già oggi noi potremmo montare, pezzo per pezzo, un'astronave nello spazio e metterla in orbita intorno a un pianeta. E anche questa operazione di montaggio sarà superflua fra una ventina d'anni, e anche meno, perché la gigantesca astronave potrà essere messa a punto sulla Luna. Inoltre la ricerca di fonti di comburente per i missili di domani è in pieno sviluppo. I motori di domani saranno soprattutto motori con propulsione a razzo mediante fissione nucleare idrogeno-elio, o radiazioni nucleari, la cui velocità di propulsione raggiunge la velocità della luce. Una nuova, audace via  la cui praticabilità è stata già dimostrata sperimentalmente per singole particelle elementari  sarà il razzo a fotoni. I combustibili caricati a bordo del razzo a fotoni permettono di ravvicinare talmente la velocità di volo alla velocità della luce, che gli effetti relativi, soprattutto la dilatazione del tempo fra base di partenza e astronave, potranno verificarsi in pieno. Le masse di combustibile vengono trasformate in radiazione elettromagnetica ed emesse come fascio di raggi propulsori alla velocità della luce. Teoricamente un'astronave dotata di motori a fotoni può raggiungere il 99% della velocità della luce. A questa velocità, i confini del nostro sistema solare sarebbero cancellati. È questa un'idea che veramente dà le vertigini. Ma alle soglie di una nuova era, noi dobbiamo ricordare che i giganteschi passi della tecnica cui i nostri nonni dovettero assistere erano, ai loro tempi, non meno vertiginosi: ferrovia, elettricità, telegrafo, la prima automobile, il primo aeroplano... Noi abbiamo udito per la prima volta music in the air, abbiamo la televisione a colori; abbiamo vissuto i primi passi della navigazione spaziale e riceviamo notizie e immagini da satelliti che sono in orbita intorno alla Terra. I figli dei nostri figli prenderanno parte a viaggi interstellari e presso gli istituti tecnici superiori saranno istituiti corsi di scienza spaziale. Ma torniamo al viaggio della nostra immaginaria astronave, la cui meta dovrà essere una lontana stella fissa. Certo sarebbe divertente immaginare come passerà il tempo l'equipaggio dell'astronave durante il viaggio. Per quanto lento si trascini il tempo per quelli rimasti sulla Terra in attesa, la teoria della relatività di Einstein è sempre valida. Può sembrare inconcepibile, ma nell'astronave che viaggia a velocità di poco inferiore a quella della luce il tempo scorre più lentamente che sulla Terra. Se la velocità dell'astronave raggiunge il 99% della velocità della luce, durante il volo spaziale per l'equipaggio passeranno 14,1 anni, mentre per gli uomini rimasti sulla Terra passerà un secolo. Questa "dilatazione del tempo" fra gli astronauti e i terrestri si può calcolare in base alle seguente equazione, che risulta dalla trasformazione di Lorentz:

t T = sqrt ( 1 - ( v c ) ^ 2 )
(t = tempo sull'astronave, T = tempo sulla Terra, v = velocità di volo, c - velocità della luce.)

La velocità di volo della nave spaziale si calcola in base all'equazione fondamentale dei razzi, dedotta dal professor Ackeret:

v w = [ 1 - ( 1 - t ) ^ ( 2w c ) ] [ w c * ( 1 + ( 1 - t ) ^ ( 2w / c ) ) ]

(v = velocità di volo, w = velocità di propulsione, c = velocità della luce, t = quota-parte del combustibile nel peso di partenza.)

Mentre la nostra astronave si avvicina alla stella che è la sua meta, l'equipaggio certamente scoprirà e localizzerà pianeti, eseguirà analisi spettroscopiche, misurerà gravitazioni e calcolerà orbite. E infine sceglierà, per atterrare, il pianeta che presenterà le condizioni più simili a quelle della nostra Terra. Se la nostra astronave, dopo un viaggio per esempio di 80 anni luce, fosse ridotta al puro carico utile, dopo aver consumato tutta l'energia motrice, l'equipaggio dovrebbe riempire i serbatoi lì sul luogo d'atterraggio con materiale fissile. Supponiamo dunque che il pianeta scelto per l'atterraggio sia simile alla Terra: del resto, come abbiamo già detto, quest'ipotesi non è più così impossibile. E supponiamo ancora che la civiltà del pianeta prescelto sia pressappoco nella fase evolutiva in cui si trovava la Terra circa 8.000 anni fa: cosa facilmente accertabile, con gli strumenti di misurazione che si trovano a bordo dell'astronave, molto tempo prima dell'atterraggio. I nostri astronauti naturalmente si sono scelti un campo d'atterraggio che sia vicino a un giacimento di materiale fissile: gli strumenti indicano in modo rapido e sicuro in quale catena di monti si possa trovare dell'uranio. L'atterraggio si è svolto regolarmente. I nostri astronauti vedono esseri che si stanno affilando degli strumenti di selce; li vedono andare a caccia e abbattere gli animali selvatici con giavellotti; greggi di pecore e capre pascolano nelle steppe; una ceramica primitiva produce vasellame domestico. Veramente, uno strano quadro per i nostri astronauti! Ma che penseranno quegli esseri primitivi del mostro che è venuto dal cielo, e delle bizzarre figure che ne discendono? Anche noi, non dimentichiamo, 8.000 anni fa eravamo ancora semiselvaggi. È fin troppo comprensibile che quei selvaggi, assistendo allo strano evento, si prosternino faccia a terra e non osino alzare gli occhi. Fino a quel giorno hanno adorato il Sole e la Luna. Ora è avvenuto qualcosa di portentoso: gli dei son scesi dal cielo! Da un nascondiglio sicuro i primitivi abitanti del pianeta spiano i nostri astronauti, che portano strani copricapi con sottili verghe sulla testa (caschi con antenne): osservano stupiti come le tenebre siano illuminate a giorno (i riflettori); e atterriti vedono gli stranieri sollevarsi senza fatica nell'aria (cinture a razzo); e tornano a nascondere la faccia a terra quando strani "animali" sconosciuti, sbuffando, rombando, frusciando, s'innalzano a volo (elicotteri-aliscafo, veicoli anfibi) e infine si precipitano in fuga nel sicuro asilo delle loro caverne quando dai monti risuona un pauroso fragore (mine esplorative). Agli occhi di quei primitivi, i nostri astronauti debbono veramente apparire divinità onnipotenti. Mentre dunque i nuovi arrivati proseguono nel loro faticoso lavoro quotidiano, probabilmente dopo qualche tempo una delegazione di sacerdoti o stregoni si avvicinerà all'astronauta in cui per istinto hanno intuito il capo, per prender contatto con gli dei, recando omaggi e doni con cui vogliono ingraziarsi l'animo degli ospiti. Possiamo facilmente immaginare che i nostri viaggiatori abbiano rapidamente imparato, con l'aiuto del computer, la lingua dei primitivi e possano ringraziare delle cortesie che ricevono. Ma non serve spiegar loro, nella loro lingua, che nessun dio è sceso nella loro boscaglia, che non si tratta di una visita di esseri superiori, degni di adorazione: i nostri primitivi amici non possono crederlo. Gli astronauti sono venuti da altre stelle, possiedono evidentemente poteri soprannaturali e la capacità di fare miracoli. E non ha senso voler spiegare un qualsiasi gesto di amicizia o di aiuto. Tutto questo supera la possibilità di comprensione di quegli esseri, colti così bruscamente e paurosamente di sorpresa. Per quanto sia difficile immaginare il susseguirsi degli eventi che si incalzano dal momento dello sbarco in poi, in un piano prestabilito si potrebbero fissare i seguenti punti:
Una parte della popolazione viene convinta e addestrata a collaborare alle ricerche di materiale fissile, necessario per il ritorno sulla Terra, e sarà condotta in uno dei crateri provocati dalle mine esplorative. Il più sveglio dei primitivi abitanti viene nominato "re". Come segno visibile della sua potenza riceve un apparecchio radio, con cui in qualsiasi momento potrà raggiungere gli "dei" e parlare con loro. I nostri astronauti tentano di insegnare alle popolazioni le più semplici forme della vita civile e di inculcar loro alcuni concetti morali, per rendere possibile lo sviluppo di un ordine sociale. Il nostro gruppo viene attaccato da un altro "popolo". Poiché non si è ancora estratta una quantità sufficiente di materiale fissile, dopo aver ripetutamente ammonito gli aggressori, si fa uso di armi moderne per respingerli. Poche donne scelte vengono fecondate dagli astronauti. Così può sorgere una nuova razza, che salterà una parte dell'evoluzione naturale. In base alla nostra stessa evoluzione, noi sappiamo che passerà molto tempo prima che questa nuova razza sia in grado di affrontare lo spazio. Perciò, prima del ritorno sulla Terra, si lasceranno chiare e visibili tracce, che tuttavia potranno essere interpretate solo assai più tardi, da una società giunta a un alto sviluppo tecnico e scientifico basato sulla matematica. Esito assai dubbio avrà un tentativo di ammonire i nostri protetti a guardarsi da futuri pericoli. Anche se mostreremo loro i più raccapriccianti film di guerre e di esplosioni atomiche sulla Terra, questo non tratterrà gli abitanti del pianeta dal commettere le stesse follie, come non impedisce all'umanità  che sa (quasi) tutto  di continuare a scherzare col fuoco della guerra atomica.
Mentre dunque la nostra astronave scompare nuovamente nelle nebbie dell'Universo, i nostri amici discutono il prodigio: "Gli dei erano là!"; lo traducono nel loro semplice linguaggio, lo trasformano in mito, che trasmetteranno ai figli e alle figlie. E i doni e gli utensili e tutto ciò che gli astronauti si sono lasciati dietro diverranno reliquie e saranno considerati sacri. Quando i nostri amici impareranno la scrittura, potranno narrare per iscritto la straordinaria vicenda: misteriosa, inaudita, piena di magia. E così si potrà leggere  e disegni e pitture lo raffigureranno  che gli dei erano comparsi vestiti di abiti d'oro in una barca volante, discesa dal cielo con immane fragore. Si scriverà di carri in cui gli dei viaggiano sul mare e nelle steppe, e di terribili armi potenti come la folgore; e si racconterà che gli dei hanno promesso di ritornare. I loro scalpelli e i loro martelli incidono nella pietra immagini delle apparizioni di allora: giganti informi, che portano caschi ed antenne sulla testa e cassette davanti al petto; sfere sulle quali esseri indefinibili cavalcano per l'aria; bastoni da cui esplodono raggi, come da un Sole; immagini di una strana specie di veicoli che assomigliano a giganteschi insetti. Nessun limite alla fantasiosa ricchezza delle figurazioni che restano a ricordare la visita della nostra astronave. Più tardi vedremo quali tracce gli dei che visitarono la Terra nella nostra preistoria abbiano lasciato incise nelle tavole del passato. È abbastanza facile delineare lo sviluppo successivo degli eventi sul pianeta che la nostra nave spaziale ha visitato: i primitivi abitanti hanno osservato e imparato molte cose: il luogo in cui l'astronave si era posata è dichiarato suolo sacro, diviene meta di pellegrinaggi dove le gesta eroiche degli dei vengono celebrate nel canto. Vi si costruiscono piramidi e templi, naturalmente in base a leggi astronomiche. La popolazione aumenta: scoppiano guerre che devastano la sede degli dei, e generazioni successive riscopriranno i luoghi sacri, li riporteranno alla luce e cercheranno di interpretarne i segni. Il resto, si può leggere nei nostri manuali di storia... Ma per arrivare alla "verità" storica si deve aprire nella selva dei punti interrogativi un sentiero che porti al nostro passato.

sabato 22 ottobre 2016

VI SONO NEL COSMO ESSERI VIVENTI SIMILI ALL'UOMO?


INTRODUZIONE:
Scrivere questo libro è una questione di coraggio  e leggerlo altrettanto.
I dotti, poiché le sue tesi e le sue prove non si inseriscono nel mosaico faticosamente cementato del sapere scolastico ortodosso, lo giudicheranno un'utopia e lo metteranno all'indice, fra quei libri di cui è meglio non parlare. E i profani, che si sentono turbati dalle visioni del futuro anche nel sonno, davanti alla possibilità, anzi alla probabilità che il nostro passato si riveli ancor più misterioso, ancor più audace, ancor più enigmatico da scoprire che il nostro futuro, si rifugeranno nel guscio del loro piccolo mondo fidato. Perché questo è sicuro: in quel nostro passato, sepolto da migliaia e milioni di anni, c'è qualcosa che non va. Vi brulicano iddii sconosciuti, che in ben equipaggiate navi spaziali venivano a visitare la buona vecchia Terra dell'età della pietra. Vi erano armi segrete, superarmi e conoscenze tecniche oggi inconcepibili, che noi in parte non abbiamo ancora riconquistato. Nella nostra archeologia c'è qualcosa che non va. Rinveniamo batterie elettriche, antiche di parecchie migliaia di anni. Vi sono esseri strani, in perfette tute spaziali, chiuse da fìbbie di platino. Vi sono  e nessun computer li porta  numeri di quindici cifre. Nella più remota antichità incontriamo un vero arsenale di cose inconcepibili. Di dove trassero dunque i nostri antichissimi progenitori la capacità di creare l'inconcepibile? E nelle nostre religioni c'è qualcosa che non va. Tutte le religioni hanno in comune una promessa di aiuto e salvezza per gli uomini: anche le divinità più antiche prodigavano tali promesse. Perché non le hanno mantenute? Perché spianarono contro quegli uomini primitivi armi supermoderne? E perché ne progettarono la distruzione? Cerchiamo di abituarci all'idea che il nostro mondo di rappresentazioni, formatosi nei millenni, è destinato a cadere in frantumi. Pochi anni di ricerche esatte hanno già scardinato il ben costrutto sistema concettuale in cui ci eravamo così comodamente installati. Si sono riscoperte conoscenze che erano rimaste sepolte nelle biblioteche di certe società segrete. L'era spaziale non è più un'era di misteri: le astronavi che fanno rotta per i soli e per le stelle scandagliano anche gli abissi del nostro passato. Da oscure tombe escono dei e sacerdoti, re ed eroi, e noi dobbiamo costringerli a rivelare i loro segreti: poiché ora abbiamo i mezzi per scoprire fino in fondo e  se soltanto lo vogliamo  senza lacune il nostro passato.
L'archeologia deve divenire un moderno lavoro di laboratorio.
L'archeologo deve recarsi ad esplorare le devastate rovine del passato coi più sensibili strumenti di misurazione.
Il sacerdote che cerca la verità deve ricominciare a dubitare di tutti i dogmi consacrati.
Gli dei della tenebrosa preistoria hanno lasciato tracce innumerevoli, che solo oggi possiamo leggere e decifrare, poiché il problema della navigazione spaziale, ai nostri giorni così attuale, non si poneva più per gli uomini da migliaia d'anni. Noi infatti affermiamo decisamente che nella più remota antichità i nostri antenati ricevettero visite dal cosmo. E anche se oggi non sappiamo quali fossero queste forze intelligenti extraterrestri, e da quale lontana stella scendessero, affermiamo tuttavia che questi "stranieri" distrussero una parte dell'umanità di allora e procrearono un nuovo, e forse il primo, homo sapiens. Quest'affermazione è sconvolgente: distrugge la base stessa su cui è stato costruito il nostro mondo di pensiero, che ci sembra così perfetto. Ebbene: questo libro ha il compito di fornire le prove atte a dimostrarla.


- Vi sono nel cosmo esseri viventi simili all'uomo? È possibile lo sviluppo della vita in assenza di ossigeno? Esiste la vita in ambiente mortale?

È lecito pensare che noi, abitanti della Terra nel XX secolo, non siamo gli unici esseri umani viventi nel cosmo? Poiché nei nostri musei antropologici non è ancora esposto sotto spirito alcun homunculus appartenente a un altro pianeta, la risposta "solo la nostra Terra ospita esseri umani" sembra convincente e legittima. Ma la selva dei punti interrogativi cresce sempre più, via via che noi mettiamo in rapporto causale fra loro i dati che emergono da recentissimi rinvenimenti e ricerche. A occhio nudo in una notte chiara, ci dicono gli astronomi, si vedono nel firmamento circa 4.500 stelle: ma già il cannocchiale di un semplice osservatorio astronomico ne rivela quasi due milioni, mentre un moderno telescopio a riflessione capta la luce di miliardi di stelle... punti luminosi della Via Lattea. Ma nell'immensità del cosmo il nostro sistema stellare è solo una minuscola parte di un sistema stellare incomparabilmente più vasto, e si potrebbe dire di un fascio di vie lattee, che comprende una ventina di galassie in un raggio di un milione e mezzo di anni luce (1 anno luce = 9,4610e+12 di km). E anche questa è a sua volta un'esigua quantità, in confronto alle molte migliaia di nebulose a spirale che i telescopi elettronici hanno localizzato. Fino ad oggi. Ma il tempo della ricerca è appena incominciato. L'astronomo Harlow Shapley suppone che solo nel campo visivo dei nostri telescopi esistano circa 10-20 stelle. E se attribuisce un sistema planetario solo a una stella su mille, la sua valutazione dev'essere giudicata abbastanza cauta. Ora, se prendiamo come base questa valutazione e supponiamo che, di tutte quelle stelle, solo una su mille offra le condizioni necessarie alla vita, questo calcolo ci porta pur sempre a un totale di 10-14. E Shapley si chiede: quante stelle, in questo numero veramente "astronomico", hanno anche un'atmosfera adatta alla vita? Una su mille? Resterebbe ancora il numero inconcepibile di 10-11 stelle. Anche se supponiamo che, di questo numero, solo un pianeta su mille abbia veramente generato la vita, ci restano ancor sempre 100 milioni di pianeti per le nostre congetture sulla presenza di altri esseri viventi nel cosmo. Questo calcolo si basa sui telescopi costruiti con le attuali possibilità tecniche, che sono in continuo sviluppo. Secondo le ipotesi del biochimico S. Miller, su alcuni di questi pianeti la vita e le possibilità di vita si sono probabilmente sviluppate più rapidamente che non sulla Terra. Se dunque teniamo conto di questo audace calcolo, su 100.000 pianeti potrebbero essersi sviluppate civiltà più progredite della nostra.
D. Willy Ley, noto scrittore scientifico e amico di Wernher von Braun, mi diceva a New York:

"Il calcolo del numero delle stelle, solo nella nostra Via Lattea, si aggira sui 30 miliardi.
L'ipotesi che la nostra Via Lattea comprenda almeno 18 miliardi di sistemi planetari è oggi considerata accettabile dall'astronomia. Se ora tentiamo di ridurre i numeri considerati alla grandezza minore, e supponiamo che le distanze dei sistemi planetari siano misurate in modo che solo in un caso su cento un pianeta ruoti intorno al suo Sole nell'ecosfera, resteranno ancor sempre 180 milioni di pianeti che potrebbero ospitare la vita. Se poi, continuando, supponiamo che solo in uno su cento di questi pianeti la vita sia effettivamente germinata, ci resta sempre il numero di 1,8 milioni di pianeti popolati di esseri viventi. Un'altra ipotesi prevederebbe, per ogni cento di tali pianeti, un pianeta su cui vivano esseri dotati del grado di intelligenza dell'homo sapiens. Insomma, anche quest'ultima ipotesi riserba alla nostra sola Via Lattea un esercito di 18.000 pianeti abitati."

Poiché i calcoli più recenti indicano nella nostra Via Lattea 100 miliardi di stelle fisse, secondo ogni verosimiglianza tale numero sarebbe incomparabilmente più alto di quanto Ley supponga nella sua cauta valutazione. Senza dunque tirar fuori cifre utopistiche e prendere in considerazione altre galassie, dovremmo supporre l'esistenza di 18.000 pianeti, relativamente vicini alla Terra, dotati di condizioni di vita simili a quelle del nostro. Comunque, possiamo fare un altro passo avanti e concludere: se di questi 18.000 pianeti in realtà solo l' 1% fosse abitato, ce ne resterebbero pur sempre 180. Non si può dunque dubitare dell'esistenza di pianeti simili alla Terra, con la stessa composizione percentuale di gas nobili, con la stessa gravitazione, con la stessa flora e forse la stessa fauna. Ma è forse necessario ritenere che solo i pianeti con ambiente simile a quello terrestre possano effettivamente produrre la vita? Le moderne ricerche hanno ormai dimostrato l'infondatezza dell'opinione che la vita possa svilupparsi solo in condizioni simili a quelle della Terra. È erroneo pensare che senz'acqua e senz'ossigeno non possa esistere la vita: in realtà anche sulla nostra Terra ci sono esseri viventi che non hanno bisogno di ossigeno, ossia i batteri anaerobi, per i quali una certa quantità di ossigeno agisce come veleno. Perché non potrebbero esistere anche organismi superiori, capaci di vivere in assenza di ossigeno? Sotto la pressione e l'impressione delle conoscenze nuove che ogni giorno vengono acquisite, noi saremo costretti a superare il nostro mondo di rappresentazioni e concetti. La nostra sete di scoperte, che fino ad un passato recentissimo è rimasta concentrata sulla Terra, ha fatto di questo nostro mondo il pianeta ideale: non è troppo caldo e non è troppo freddo; vi è acqua in abbondanza e ossigeno in quantità illimitata; i processi organici ringiovaniscono perpetuamente la natura. Ma in realtà la tesi che solo su un pianeta simile alla Terra possa sorgere e svilupparsi la vita non è più sostenibile. Si calcola che sulla Terra esistano due milioni di specie di esseri viventi, di cui, sempre in via approssimativa, 1,2 milioni sono "conosciuti" scientificamente. E fra questi esseri viventi conosciuti dalla scienza ve ne sono alcune migliaia che, secondo le concezioni finora correnti, non dovrebbero propriamente poter vivere. Le condizioni indispensabili alla vita debbono essere riesaminate e verificate di bel nuovo. Per esempio si dovrebbe pensare che l'acqua altamente radioattiva sia sterile. Ma in realtà alcune specie di batteri si adattano a vivere anche nell'acqua mortale che circonda i reattori nucleari. Il dr. Siegel ha compiuto un tentativo che ha del magico: ha ricreato in laboratorio le condizioni vitali dell'atmosfera del pianeta Giove, e in questa atmosfera, che è ben lontana dall'ambiente giudicato finora "adatto alla vita", ha allevato batteri e acari. Ammoniaca, metano e idrogeno non li hanno uccisi. I tentativi degli entomologi Hinton e Blum, dell'Università di Bristol in Inghilterra, diedero risultati non meno sconcertanti. I due scienziati disseccarono una specie di moscerini per parecchie ore a una temperatura che arrivava ai 100 °C: poi immersero di colpo i loro insetti cavia in elio liquido, che, come è noto, presenta la gelida temperatura degli spazi cosmici; dopo un'intensa irradiazione riportarono i loro moscerini alle condizioni di vita normali. E l'impossibile avvenne: le larve continuarono il loro processo biologico e da esse uscirono moscerini completamente "sani". Noi sappiamo di batteri che vivono nei vulcani, di altri che divorano la pietra o producono ferro. La selva dei punti interrogativi cresce. In molti laboratori i tentativi si susseguono incessantemente e sempre nuove prove si accumulano a dimostrare che la vita non è assolutamente legata alle condizioni di vita del nostro pianeta. Per secoli la Terra, con le sue leggi e le sue condizioni vitali, parve essere il centro del mondo, e questa convinzione finì per spostare e confondere le prospettive, ponendo ai ricercatori dei paraocchi che li obbligavano a guardare il cosmo attraverso le nostre misure e i nostri sistemi concettuali. Teilhard de Chardin, il famoso pensatore, postulava: nel cosmo solo il fantastico ha una probabilità di essere vero. Invertendo la nostra mentalità - cosa fantastica eppure logica - eventuali esseri intelligenti di un altro pianeta dovrebbero prendere come norma le loro condizioni di vita. Se vivessero in temperature fra i -150 e i -200 °C, giudicherebbero condizione indispensabile per la vita sugli altri pianeti quella temperatura che spegne la vita sul nostro. Questo corrisponderebbe alla logica con cui noi cerchiamo di rischiarare le tenebre del nostro passato. Noi siamo impegnati, per quella dignità umana che si trasmette di generazione in generazione, ad essere razionali e obiettivi: per dirla in stile lapidario, a star sempre bravamente e fedelmente con tutti e due i piedi piantati su la ferra. Ogni audace tesi, a suo tempo, parve un'utopia. E quante di quelle utopie sono divenute una realtà quotidiana! Ovviamente, e intenzionalmente, noi qui porteremo esempi che si riferiscono a possibilità estreme: ma prospettando l'inverosimile, ciò che oggi è ancora impensabile, faremo cadere le barriere che ci riveleranno i misteri ancora celati nel cosmo. Le generazioni future incontreranno nell'Universo una molteplicità di forme vitali che noi non possiamo nemmeno immaginare; e anche se noi non vivremo quei tempi, i nostri discendenti dovranno rassegnarsi a non essere gli unici, e certamente non i più antichi esseri intelligenti nel cosmo. L'età dell'Universo viene valutata da otto a dodici miliardi di anni. Le meteoriti portano sotto i nostri microscopi tracce di materia organica. Batteri vecchi di milioni di anni si destano a nuova vita: spore mosse dalla pressione di radiazione di un sole attraversano lo spazio e vengono captate in qualche punto dalla forza di gravitazione di un pianeta. Da milioni di anni nuova vita si sviluppa nel ciclo infinito della creazione. Numerose e accurate analisi di diverse rocce in tutte le parti del nostro mondo mostrano che la crosta terrestre si è formata circa quattro miliardi di anni fa: e da un milione di anni, a quanto sa dirci la scienza, esiste sulla Terra l'uomo. Da questo gigantesco fluire di tempo siamo riusciti, con molta diligenza, molte avventure e una viva curiosità indagatrice, ad originare un rivoletto di 7.000 anni di storia umana. Ma che sono 7.000 anni di storia umana contro miliardi di anni di storia dell'Universo? Noi - corona della creazione - abbiamo avuto bisogno di 400.000 anni per giungere al nostro attuale sviluppo e alla nostra attuale statura. Per quale ragione un altro pianeta non dovrebbe aver offerto condizioni ecologiche migliori per lo sviluppo di altri esseri intelligenti, simili all'uomo o anche diversi? Perché non potremmo avere su un altro pianeta un "concorrente", pari a noi e persino superiore? Si può mai escludere questa possibilità come finora abbiamo fatto? Quante volte le colonne della nostra saggezza sono cadute in frantumi! Centinaia e centinaia di generazioni hanno creduto che la Terra fosse un disco. Per migliaia di anni nessuno ha contestato l'assioma che il Sole girasse intorno alla Terra. E noi siamo ancora convinti che il nostro globo sia il centro dell'Universo - benché sia dimostrato che la Terra è un comunissimo pianeta di dimensioni insignificanti, lontano 30.000 anni luce dal centro della sua galassia... Con le scoperte nell'infinito e inesplorato cosmo, è tempo di riconoscere la nostra piccolezza. Allora sapremo che siamo solo formiche nell'immensità dell'Universo. Ma il nostro futuro è nello spazio: ossia là dove gli dei ce lo hanno promesso. Solo dopo uno sguardo al futuro avremo la forza e l'audacia per esplorare con leale chiarezza e senza pregiudizi il nostro passato.

domenica 16 ottobre 2016

LO SGUARDO DELLA SFINGE


Con il passare del tempo le piramidi di Giza furono incluse nella mappa di atterraggio che aveva le cime dell'Ararat come punto focale e Gerusalemme come Centro di controllo della missione, e che guidava i veicoli spaziali fino al porto spaziale situato nella penisola del Sinai. All'inizio, però, le piramidi dovevano servire come segnali guida, grazie solo alla loro posizione, alla forma e al modo in cui erano schierate una dopo l'altra. Come già abbiamo visto, nel loro nucleo più interno tutte le piramidi avevano la forma di piramidi a gradini  simili agli ziggurat della Mesopotamia; ma quando "gli dèi che venivano dal cielo" sperimentarono a Giza il loro modello in scala (la Terza Piramide), forse trovarono che il profilo dello ziggurat e l'ombra che esso formava sul terreno accidentato e sulle irregolari dune sabbiose era troppo confusa e imprecisa per servire come affidabile Indicatore di traiettoria. Rivestendo il nucleo a gradini in modo da ottenere una "vera" piramide e usando del calcare bianco, che riflette bene la luce, per la copertura esterna, essi ottennero un perfetto gioco di luci e ombre, che dava un orientamento preciso. Nel 1882, mentre osservava le piramidi di Giza dal finestrino del treno, Robert Ballard si rese conto che era possibile determinare la posizione in cui uno si trovava e la sua direzione di marcia semplicemente osservando come mutava, durante il percorso, l'allineamento tra le piramidi . Egli approfondi tale osservazione nel suo libro The Solution of thè Pyramids Problem, dimostrando anche che le piramidi erano allineate una dopo l'altra come semplici triangoli rettangoli pitagorici, i cui lati erano proporzionati fra loro nella  successione 3:4:5. 


Gli esperti hanno anche osservato che l'ombra formata dalle piramidi poteva servire come un'enorme meridiana, e che la direzione e la lunghezza delle ombre indicavano sia il periodo dell'anno sia l'ora. Ancora più importante, tuttavia, era il modo in cui i profili e le ombre delle piramidi apparivano a chi le osservasse dal cielo. Come si vede da questa fotografia aerea , la forma reale delle piramidi produce delle ombre simili a frecce, che possono servire come infallibili indicatori di direzione.


Tutto era pronto per costruire un vero e proprio porto spaziale, ma ci voleva un corridoio di discesa molto più lungo di quello utilizzato a Baalbek. Per il loro precedente porto spaziale in Mesopotamia gli Anunnaki (i Nefilim della Bibbia) scelsero la montagna più alta del Vicino Oriente, il monte Ararat, come punto centrale; perché mai, dunque, non sceglierlo di nuovo, per gli stessi motivi, come punto centrale del nuovo porto spaziale? Via via che venivano effettuati nuovi studi e analisi, si scoprivano altre "coincidenze" nella posizione e nella triangolazione delle piramidi di Giza, a testimonianza della perfezione geometrica con cui esse furono costruite e allineate; analoghe, infinite "coincidenze" di triangolazione e di allineamento si ritrovano quando scopriamo la mappa di attcrraggio tracciata dagli Anunnaki. Se le cime dell'Ararat servivano come punto sul quale convergeva il nuovo corridoio di discesa, allora non soltanto la sua linea nord-occidentale, ma anche quella sud-orientale doveva convergere sull'Ararat. Ma dove era l'altra estremità, quella del Sinai? Il monte Santa Caterina si trova al centro di un massiccio gruppo di cime rocciose simili, anche se un po' più basse; quando la missione inglese guidata dai Palmer iniziò a effettuare rilevamenti nella penisola del Sinai, gli studiosi che ne facevano parte trovarono che il Santa Caterina, anche se era la cima più alta, non spiccava abbastanza per poter essere utilizzato come punto di riferimento nella rileva-zione. La missione scelse, invece, il monte XJmm Shuntar che con i suoi 2.601 metri è quasi alto come il monte Santa Caterina (anzi, prima di tale missione, molti ritenevano che proprio l'Umm Shumar fosse la più alta delle due cime). Contrariamente al Santa Caterina, l'Umm Shumar svetta solitario, ben distinto e inconfondibile. Dalla cima si possono vedere tutti e due i golfi e lo sguardo può spaziare liberamente verso ovest, nord-ovest, sud-est ed est. Proprio per queste ragioni i Palmer scelsero senza alcuna esitazione il monte Umm Shumar come punto di riferimento: era il punto giusto da cui osservare e misurare la penisola. Il monte Santa Caterina, poteva forse essere adatto a un breve corridoio di discesa che convergesse su Baalbek, ma per il lontano Ararat era necessario un punto di riferimento molto più chiaro e inconfondibile. Secondo noi, anche gli Anunnaki, per le stesse ragioni dei Palmer, scelsero il monte Umm Shumar come punto estremo a sud-est del nuovo corridoio di atterraggio. Su questo monte e sulla sua posizione ci sono molti elementi affascinanti. Tanto per cominciare, il nome strano per alcuni, molto significativo per altri  significa "Madre di Sumer": è un  titolo che a Ur veniva attribuito a Ningal, sposa di Sin... A differenza del monte Santa Caterina, che si trova al centro degli alti massicci rocciósi del Sinai e che quindi si può raggiungere solo con grande difficoltà, il monte Umm Shumar si erge all'estremità del suo gruppo di rocce. Le spiagge sabbiose del golfo di Suez presentano numerose sorgenti naturali di acqua calda. Forse era proprio qui che Asherah passava gli inverni, quando dimorava «presso il mare»? Da qui si è in effetti solo «a una breve cavalcata» dal monte Umm Shumar  una cavalcata descritta così vivacemente nei testi ugaritici dove si racconta di Asherah che va a visitare El sul suo monte. Lungo la costa, soltanto alcuni chilometri a sud delle sorgenti calde, si trova la più importante città portuale della penisola su questo versante  la città portuale di el-Tor. Forse per un'altra coincidenza, il nome significa "II Toro", che era, come abbiamo visto, un epiteto di El («Toro El», come lo chiamavano i testi ugaritici). Questo luogo rappresenta il porto più importante del golfo fin dai tempi più antichi; ed è lecito chiederci se non potrebbe trattarsi della città di Tilmun (distinta dalla regione di Tilmun) di cui parlano i testi sumerici. Avrebbe potuto essere benissimo il porto che Gilgamesh pensava di raggiungere in barca, dal quale il suo compagno Enkidu poteva raggiungere le miniere vicine (nelle quali avrebbe dovuto lavorare come schiavo per il resto della vita), mentre egli (Gilgamesh) poteva continuare il viaggio verso «il Luogo dell'Atterraggio, dove si innalzano gli Shem». Le cime dei massicci centrali della penisola che si affacciano sul golfo di Suez hanno dei nomi che fanno pensare. Una montagna si chiama "monte della Madre Benedetta"; più vicino al monte Umm Shumar sorge il monte Teman ("II Meridionale"). Il nome ci fa tornare in mente i versetti di Abacuc: «Dio viene da Teman... La sua maestà ricopre i cieli; delle sue lodi è piena la Terra... La Parola gli sta dinnanzi, sprizzano scintille dal basso; Egli si ferma per misurare la Terra...». Forse il profeta si riferiva alla montagna che ancora oggi porta proprio quel nome  Teman appena a sud del monte "Madre di Sumer"? Visto che non esiste un'altra montagna con questo nome, sembra davvero più che probabile. C'è dunque corrispondenza tra il monte Umm Shumar, la mappa di atterraggio e la rete di luoghi sacri che gli Anunnaki avevano formato? A nostro parere, questo monte sostituì il Santa Caterina quando fu approntato l'ultimo, definitivo corridoio di atterraggio, e da allora costituì l'estremità della linea sud-orientale del Corridoio che convergeva sull'Ararat. Ma se fu così, dove si trovava allora l'estremità corrispondente, quella della linea nord-occidentale? Non è una coincidenza, a nostro avviso, se Eliopoli venne costruita proprio in quel punto. Essa si trova infatti sull'originaria linea Ararat-Baalbek-Giza; e inoltre è situata in modo tale da risultare distante dall'Ararat esattamente come l'Umm Shumar! La sua posizione fu decisa, secondo noi, misurando la distanza tra l'Ararat e l'Umm Shumar, quindi localizzando un punto equidistante sulla rinea Ararat-Baalbek-Giza . Via via che si scopre lo stupefacente reticolato di cime naturali e artificiali che formano la mappa di atterraggio e la rete di comunicazione degli Anunnaki, viene spontaneo chiedersi se davvero esse servirono da segnali guida solo per la loro altezza e per la loro forma; non può essere che fossero equipaggiati anche di un qualche strumento di guida?

Quando vennero scoperte le due coppie di piccole gallerie che provenivano dalle camere della Grande Piramide, si pensò che fossero servite per calare il cibo ai servi del faraone che si credeva fossero stati murati vivi nella sua tomba. Quando il gruppo di Vyse aprì la galleria settentrionale che portava alla "Camera del Re" essa si riempì subito di aria fredda e da allora le gallerie si chiamano "sfiatatoi". Ma ciò, stranamente, fu messo in dubbio da ragguardevoli studiosi in un'autorevole pubblicazione accademica (Mitteilungen des Instituts fur Orientforschung der Deutschen Akademie der Wissenschaften zu Berlin). Anche se gli ambienti accademici si sono dimostrati riluttanti ad abbandonare la teoria secondo la quale le piramidi erano delle tombe, nel Bollettino del 1964 Virginia Trimble e Alexander Badawy conclusero che gli "sfiatatoi" avevano una funzione astronomica, dal momento che erano «senza alcun dubbio inclinati fino a 1° verso le stelle circumpolari». Anche se non dubitiamo che la direzione e l'inclinazione dei condotti devono essere stati premeditati, rimaniamo però turbati dalla scoperta che una volta che l'aria era rifluita nella "Camera del Re", all'interno della camera stessa la temperatura rimaneva costantemente sui 68° Fahrenheit, qualunque situazione meteorologica vi fosse all'esterno. Tutte queste scoperte sembrano confermare le conclusioni di E.F. Jomard (uno degli scienziati di Napoleone) il quale ipotizzò che la "Camera del Re" e il suo "sarcofago" non fossero in realtà concepiti come una sepoltura, ma come una sorta di laboratorio dove venivano messi a punto modelli standard di peso e di misura, quelli che ancora oggi hanno bisogno di stare in un ambiente a tasso stabile di temperatura e di umidità. E se, invece che di unità di misura terrestri, si fosse trattato di raffinati strumenti di navigazione spaziale, di quelli che, nel 1824, Jomard non poteva certo immaginare? Nel considerare la funzione della complessa sovrastruttura formata dalle cinque, basse camere sopra la "Camera del Re", molti credono che essa servisse a diminuire la pressione della camera. Questo risultato, però, è stato ottenuto nella "Camera della Regina" con una massa rocciosa anche più grossa posta sopra di essa, e senza una serie simile di "camere di alleggerimento". Quando Vyse e i suoi uomini si trovarono nelle stanze, scoprirono con meraviglia che potevano udire distintamente ogni parola detta in altre parti della piramide. Quando Flinders Petrie (The Pyramids and thè Temple of Gizeh) esaminò con grande attenzione la "Camera del Re" e la "cassa" di pietra che si trovava lì dentro, trovò che tutte e due erano state costruite come perfetti triangoli pitagorici. Egli calcolò che per ricavare da un blocco di pietra il sarcofago ci voleva una sega con lame di quasi tre metri e con denti a punta di diamante. Anche per formare l'incavo ci volevano dei trapani con la punta di diamante, applicati con una forza pari a due tonnellate. Come poteva essere stato fatto tutto questo? E soprattutto, a che scopo? Alzò la cassa per vedere se nascondesse una qualche apertura, ma non ce n'erano; se la si colpiva, essa emetteva un suono sordo, simile a quello di una campana, che risuonava per tutta la piramide  una caratteristica, questa, che era stata già notata da ricercatori precedenti. Ma allora, la "Camera del Re" e il suo "sarcofago" dovevano forse servire per emettere dei suoni o per diffonderli? Anche ai giorni nostri, la strumentazione che guida i piloti durante l'atterraggio negli aeroporti emette dei segnali elettronici che gli strumenti dell'apparecchio in avvicinamento traducono in un ronzio se la rotta è quella giusta, o in un segnale di allarme se vi è un errore di direzione. Siamo certi, dunque, che, non appena fu possibile dopo il Diluvio, gli Anunnaki portarono sulla Terra una nuova strumentazione adatta a questo tipo di segnalazioni. La rappresentazione egizia degli dèi con le corde  indica che alcune "Pietre dello Splendore" furono poste a tutte e due le estremità del corridoio di discesa; possiamo così immaginare che lo scopo delle diverse camere all'interno della piramide fosse quello di custodire proprio queste apparecchiature per la segnalazione e le comunicazioni. Sullo Shad El, il "monte di El", c'era la stessa apparecchiatura? Nei testi ugaritici viene sempre usata l'espressione «penetrarono nello Shad di El» quando si descrive l'arrivo di altri dèi alla presenza di El «dentro le sue sette camere»: ciò significa che queste camere si trovavano all'interno della montagna  proprio come le camere all'interno di quella specie di montagna che è la Grande Piramide. Secondo gli storici dei primi secoli dell'era cristiana le popolazioni che abitavano il Sinai e le regioni circostanti della Palestina e dell'Arabia del Nord veneravano il dio Dushara ("Signore delle Montagne") e la sua sposa Aliai, "Madre degli Dèi"; si trattava naturalmente del dio El e della dea Elat, cioè la sua sposa Asherah. Per fortuna, l'oggetto sacro di Dushara fu rappresentato su una moneta coniata dal governatore romano di queste province . Stranamente, esso richiama alla mente le misteriose camere dentro la Grande Piramide  una scala inclinata (la "Galleria di Salita") che porta ad una camera tra grossi massi di pietra (la "Camera del Re"). Sopra, una serie di pietre sembrano proprio le "camere di alleggerimento" della piramide. Visto che le Gallerie di Salita della Grande Piramide  che si trovano solo qui  erano ben chiuse e sigillate quando vi entrarono gli uomini di Al Mamòon, bisogna chiedersi chi, nell'antichità, conoscesse e fosse in grado di imitare la struttura interna della piramide. La risposta non può essere che una: gli architetti e i costruttori della Grande Piramide, che la conoscevano. Soltanto loro, infatti, potevano ripetere la stessa struttura in qualche altro luogo, a Baalbek oppure dentro la montagna di El. E fu così che, anche se il monte dell'Esodo era da un'altra parte, nella zona settentrionale della penisola, la gente di quella regione tramandava di generazione in generazione il ricordo di montagne sacre fra le cime del sud della penisola: erano le montagne che, per la loro notevole altezza e per la loro posizione, e soprattutto grazie all'apparecchiatura installata al loro interno, servirono come segnali per i "Cavalieri delle Nuvole". Quando venne costruito il primo porto spaziale in Mesopotamia, la traiettoria di volo seguiva una linea centrale, esattamente nel mezzo del Corridoio di Discesa a forma di freccia. I segnali guida emettevano delle luci intermittenti lungo le due linee esterne, mentre il Centro di controllo della missione si trovava lungo la traiettoria di volo al centro: esso era la sede in cui si trovavano tutti gli strumenti di segnalazione e di comunicazione, il luogo in cui erano concentrate tutte le informazioni computerizzate sulle orbite planetarie e spaziali. Quando gli Anunnaki erano sbarcati sulla Terra e avevano stabilito le loro attrezzature e il loro porto spaziale in Mesopotamia, il Centro di controllo della missione era a Nippur, il "Luogo del Crocevia". La sua area "sacra" o comunque riservata era sotto il severo controllo di Enlil ed era chiamata il KI.UR ("Città della Terra"); nel suo centro, su una piattaforma artificiale, c'era il DUR.AN.KI, "II Legame tra Cielo e Terra". Come si legge nei testi sumerici, era «un'alta colonna che raggiungeva il cielo»; fissata saldamente sulla «piattaforma che non può essere rovesciata», questa colonna veniva usata da Enlil «per rivolgere la parola» al cielo. Con tutti questi termini i Sumeri tentavano di descrivere le sofisticate antenne e le altre apparecchiature per la comunicazione; lo si può capire dal modo in cui negli ideogrammi era "scritto" il nome di Enlil, rappresentato come una serie di grosse antenne e strutture per le comunicazioni . Dentro questa "casa alta" di Enlil si nascondeva una camera misteriosa, chiamata DIR.GA  che letteralmente significa "camera scura, dalla forma simile a quella di una corona"; questo nome ricorda la misteriosa e nascosta "Camera del Re" nella Grande Piramide. Nel DIR.GA Enlil e i suoi aiutanti conservavano le importantissime "Tavole dei Destini", sulle quali erano raccolte tutte le informazioni sulle orbite e sul volo spaziale. Quando un dio che sapeva volare proprio come un uccello portò via queste tavole Furono sospese le Formule Divine. Ovunque fu calma, ovunque fu silenzio... Fu rubato lo splendore del tempio. Nel DIR.GA Enlil e i suoi aiutanti conservavano carte del cielo e «portarono a perfezione» il ME  un termine che indica gli strumenti e le funzioni di un astronauta. Era una camera Misteriosa come le lontane volte celesti, come lo Zenit Celeste. Fra i suoi simboli... i simboli delle stelle; Porta il ME alla perfezione. Le sue parole sono sentenze... Le sue parole sono oracoli benigni. Per il porto spaziale nel Sinai era necessario costruire un cen-tro per il controllo della missione, simile a quello che era servito per la rotta di discesa nella Mesopotamia prima del Diluvio; ma dove costruirlo? Noi rispondiamo: a Gerusalemme. Città santa per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, c'era in questa città qualcosa di indefinibile, misterioso, soprannaturale; era stata una città santa anche prima che il re Davide l'avesse scelta come capitale e prima che Salomone vi avesse costruito la Di-mora di Dio. Quando la raggiunse il patriarca Abramo, era già un centro famoso dedicato a «El il Supremo, il Giusto del Cielo e della Terra». Il suo nome più antico era Ur-Shalem  "Città del Ciclo Finito"  nome che richiama alla mente un collegamento con questioni di orbite, o con il dio delle orbite. Per quanto poi riguarda l'identificazione di Shalem, gli studiosi hanno proposto diverse teorie; alcuni (come Benjamin Mazar in Jerusalem before thè David Kingship) lo associano al nipote di Enlil, Shamash; altri preferiscono il figlio di Enlil, Ninib. In tutte queste teorie, però, il legame fra le origini di Gerusalemme e le divinità mesopotamiche non viene mai messo in discussione. Fin dalle sue origini, vi erano a Gerusalemme tre cime montuose; andando da nord a sud, erano il monte Zophim, il monte Moriah e il monte Sion. I nomi stessi ne spiegavano le funzioni: quello più a nord era il "Monte degli Osservatori", quello in mezzo era il "Monte che indicava la Direzione", quello più a sud era il "Monte del Segnale". Anche se sono passate migliaia di anni, essi vengono chiamati ancora con gli stessi nomi. Anche le valli di Gerusalemme hanno dei nomi o degli epiteti significativi. Una di esse è chiamata nel Libro di haia la Valle di Hizzayon, cioè la "Valle della Visione"; la Valle di Kidron era conosciuta come la "Valle del Fuoco". Nella Valle di Hinnom (che corrisponde alla Geenna della versione in greco del Nuovo Testamento), secondo alcune leggende vecchie di millenni, c'era un passaggio per il mondo sotterraneo, segnalato da una colonna di fumo che si innalzava tra due palme da datteri. La Valle di Repha'im, poi, prendeva nome dai Guaritori Divini che, secondo i testi ugaritici, furono affidati alla dea Shepesh; le traduzioni in aramaico dell'Antico Testamento li chiamavano "eroi" e nella più antica traduzione in greco dell'Antico Testamento quel luogo era detto la Valle dei Titani. Frai tre monti di Gerusalemme, quello di Moriah è sempre stato il più sacro. Nel Libro della Genesi è detto esplicitamente che il Signore mandò Abramo e Isacco proprio verso una delle cime del Moriah, quando volle provare la fedeltà di Abramo. Secondo alcune leggende ebraiche, Abramo avrebbe riconosciuto da lontano il monte Moriah, poiché vide su di esso «una colonna di fuoco che da terra arrivava al cielo e una densa nuvola nella quale si manifestava la Gloria di Dio». Sono quasi le stesse parole usate nella Bibbia per descrivere la manifestazione di Dio sul monte Sinai. La grande piattaforma orizzontale in cima al monte Moriah  che nella forma ricorda quella di Baalbek, anche se è molto più piccola  è stata chiamata, il "monte del Tempio", poiché su di essa fu costruito il tempio ebraico di Gerusalemme.Oggi è occupata da diverse moschee musulmane, la più famosa delle quali p la Cupola della Roccia. La cupola fu portata via dal califfo Abd al-Malik (nel VII secolo d.C.) da Baalbek, dove ornava un tempio bizantino; il califfo la mise come copertura su un edificio ottagonale che aveva costruito per custodire la Pietra Sacra: una grossa pietra alla quale sono state attribuite facoltà magiche e divine fin dai tempi più antichi. I musulmani credono che fu proprio da questa Pietra Sacra che il loro profeta Maometto fu portato in alto, a visitare il Cielo; secondo il Corano, Maometto fu trasportato dall'angelo Gabriele dalla Mecca a Gerusalemme, con una sosta al monte Sinai. Poi l'angelo lo fece salire, portandolo al cielo attraverso una "Scala di Luce". Dopo aver attraversato i Sette Cieli, final mente Maometto si trovò alla presenza di Dio e dopo aver rice vuto le indicazioni divine, fu riportato sulla Terra sullo stesso fascio di luce, e scese proprio sulla Pietra Sacra, Fece quindi ri torno alla Mecca, dopo essersi di nuovo fermato al monte Sinai, sul cavallo alato dell'angelo. Secondo i racconti dei viaggiatori medioevali la Pietra Sacra era una enorme pietra a forma di cubo, tagliata artificialmente e i cui angoli corrispondevano esattamente ai quattro punti cardinali. Oggi è possibile vedere solo la parte più alta della pietra; l'idea che la grossa parte nascosta avesse forma cubica può essere derivata dalla tradizione musulmana secondo la quale alla Grande Pietra Sacra della Mecca, la Qa'aba, fu data (su indicazioni divine) la stessa forma della Pietra Sacra di Gerusalemme. Da quanto si può vedere, appare evidente che la Pietra Sacra era stata lavorata in diversi modi sulla faccia superiore e sui lati, che vi erano stati scavati due canali di areazione, oltre che un tunnel sotterraneo e delle camere segrete. Non si conosce lo scopo di questi lavori e non si sa chi li avesse progettati e realizzati. Sappiamo, però, che il Primo Tempio venne eretto dal re Salomone sul monte Moriah in un punto preciso e seguendo precise indicazioni del Signore. II Sancta Sanctorum venne costruito sulla Pietra Sacra; la camera interna, tutta d'oro, era tenuta da due grossi cherubini (esseri alati a forma di Sfinge), anch'essi d'oro, le cui ali toccavano i muri e si toccavano fra loro. Tra i due cherubini si trovava l'Arca del Testamento, dalla quale Dio si rivolse a Mosè nel deserto. Il Sancta Sanctorum, completamente isolato dall'esterno e coperto d'oro, era chiamato nell'Antico Testamento Dvir  letteralmente "Colui che parla". L'ipotesi che Gerusalemme fosse un centro di comunicazione "degli dèi", un luogo nel quale era nascosta la "Pietra dello Splendore" e dal quale si diffondeva la Parola o la Voce del Signore non è così strana come potrebbe sembrare. L'idea di una simile comunicazione non era affatto estranea all'Antico Testamento; il fatto stesso che il Signore potesse farlo e che fosse stata scelta Gerusalemme come centro per la comunicazione erano anzi considerate una conferma della supremazia di Yahweh e della stessa città. «Risponderò ai Cieli, ed essi risponderanno alla Terra», assicurò il Signore al profeta Osea. Amos profetizzò che «Yahweh ruggirà da Sion e da Gerusalemme fa udire la sua voce». E il salmista affermò che quando il Signore avrebbe parlato da Sion, le sue parole si sarebbero udite da una parte all'altra della Terra, fino al Cielo: Yahweh ha parlato agli dèi. E aveva chiamato la Terra dall'est all'ovest... Chiamerà i cieli sovrastanti, e la Terra. . Ba'al, che era responsabile della strumentazione a Baalbek, si era vantato che la sua voce potesse essere udita fino a Kadesh, la città dalla quale si entrava nella zona riservata agli dèi nel "deserto" del Sinai centrale. Il Salmo 29, elencando alcuni luoghi della Terra che potevano essere raggiunti dalla Voce del Signore di Sion, citava sia Kadesh sia il "luogo dei cedri" (Baalbek): II Signore tuona sulle acque... Il tuono del Signore schianta i cedri... Il tuono scuote la steppa: II Signore scuote il deserto di Kadesh. Secondo i testi ugaritici, quando Ba'al collocò la "Pietra dello Splendore" a Baalbek, acquistò la possibilità di posare «un labbro sulla terra, un labbro sul Cielo»; il simbolo che indicava questo tipo di comunicazione, come abbiamo visto, erano delle colombe. Sia il simbolismo sia la terminologia sono presenti nei versetti del Salmo 68, che descrive l'arrivo del Signore: Cantate a Dio, inneggiate al suo Shein spianate la strada ai Cavalieri delle Nuvole ... Il Signore pronuncia una parola, gli Oracoli di una grande schiera. Fuggono i re, fuggono gli eserciti; la casa e la dimora dividerai come bottino  Anche se essi giacciono tra le due Labbra e la colomba le cui ali sono cariche d'argento, le cui piume risplendono d'oro ... Il Carro del Signore è potente, è di migliaia di anni. In esso il Signore venne dal sacro Sinai. La Pietra dello Splendore di Gerusalemme  una «pietra del testamento» o una «pietra della prova» nelle parole dei profeti -era nascosta in una camera sotterranea; lo sappiamo da una la-mentazione sulla desolazione di Gerusalemme, quando il Signore si arrabbiò con il suo popolo: II palazzo fu abbandonato dal popolo; Abbandonata è la vetta del monte Sion [e] «ciò che prova e rende testimonianza». La grotta della Prova Eterna è il luogo pieno di onagri, un luogo dove pascolano le greggi. Con la ricostruzione del Tempio a Gerusalemme, promisero i profeti, «la parola del Signore risuonerà da Gerusalemme»: Gerusalemme sarebbe tornata ad essere il centro del mondo, onorata da tutte le nazioni. Comunicando la promessa del Signore, Isaia assicurò ancora una volta al popolo che sarebbe stata ristabilita non solo la "pietra della prova", ma anche le funzioni di misurazione: Ecco, Porrò una Pietra a Sion una Pietra della Prova una rara e alta Pietra angolare con solide fondamenta. . Chi ha fede non resterà senza risposta. La giustizia sarà la mia Corda; La Giustizia [sarà] la mia Misura. Per essere stata utilizzata come Centro di controllo della mis-sione, Gerusalemme come Nippur  doveva essere situata sulla lunga linea centrale che divideva in due il Corridoio di Discesa. Le sue tradizioni sacre confermano che essa sorgeva proprio in tale posizione e i fatti suggeriscono che fosse proprio la roccia sacra a segnare il punto geodetico preciso. Secondo la tradizione ebraica Gerusalemme era "l'ombelico del mondo"; il profeta Ezechiele parla del popolo di Israele come di un popolo che «dimorava sull'ombelico del mondo»; nel Libro dei Giudici si narra un episodio accaduto mentre il popolo scendeva dalle montagne per raggiungere l'«ombelico del mondo». Ciò significava che Gerusalemme era un punto nodale per le comunicazioni, dal quale si diramavano delle "corde" che arriva-vano fino alle altre estremità della mappa di attcrraggio. E dunque non era un caso che in ebraico la Pietra Sacra si chiamasse Eben Sheti'yah  espressione che secondo i saggi ebrei significava "pietra dalla quale fu intessuto il mondo". La parola sheti in effetti ha a che fare con la tessitura, visto che indica la lunga corda tesa lungo tutta la lunghezza del telaio (l'ordito, che è posto perpendicolarmente rispetto alla trama, più corta): era dun-que il nome giusto da dare a una pietra che indicava il punto esatto dal quale partivano le Corde Divine che ricoprivano la Terra come una rete. Per quanto siano affascinanti tutti questi termini e tutte queste leggende, resta la domanda fondamentale: Gerusalemme si trovava veramente sulla linea di mezzo che divideva in due il Corridoio di Discesa, quello che finiva sull'Ararat e le cui estremità erano le piramidi di Giza e il monte Umm Shumar? Possiamo rispondere una volta per tutte che Gerusalemme si trovava esattamente su quella linea! Come è già successo per le piramidi di Giza, anche in questo caso possiamo scoprire posizioni e triangolazioni sempre più sorprendenti, che non possono essere dovute a pure e semplici coincidenze. Vediamo per esempio che anche Gerusalemme si trova precisamente nel punto in cui la linea Baalbek-Santa Caterina interseca la linea centrale della traiettoria di volo che converge sull'Ararat; Eliopoli, inoltre, dista da Gerusalemme esattamente quanto il monte Umm Shumar. Le diagonali che possiamo tracciare da Gerusalemme a Eliopoli e al monte Umm Shumar formano esattamente un angolo di 45°.

Questi legami tra Gerusalemme, Baalbek (La Cresta di Zaphon) e Giza (Menfi) erano conosciuti, ed espressi, già ai tempi della Bibbia: Grande è Yahweh e venerata nella città del nostro Signore, la sua Montagna Santa. A Menfi egli è adornato. Felicità di tutta la Terra, del monte Sion, della Cresta di Zaphon. Secondo il Libro dei Giubilei, Gerusalemme era in effetti una delle "Quattro Sedi del Signore" sulla Terra: "il Giardino dell'Eternità" sulla montagna del cedro; "la Montagna dell'Est", cioè il monte Ararat; il monte Sinai e il monte Sion. Tre di esse si trovavano nelle "regioni di Sem", figlio di Noè dal quale erano discesi i patriarchi biblici; esse erano collegate tra loro: II Giardino dell'Eternità, il più sacro, è la dimora del Signore; e il monte Sinai, al centro del deserto; e il monte Sion, il centro dell'Ombelico del Mondo. Questi tre furono creati come luoghi santi, uno difronte all'alro. In un qualche punto lungo la "Linea di Gerusalemme", quella centrale che convergeva sul monte Ararat, doveva trovarsi anche 10 stesso porto spaziale. Lì, inoltre, doveva esserci l'ultimo punto di riferimento: «il monte Sinai, al centro del deserto». Secondo noi è proprio in quel punto che entrava in gioco quella linea di demarcazione che oggi chiamiamo Trentesimo Parallelo (nord). Dai testi astronomici dei Sumeri sappiamo che i cieli che avvolgono la Terra erano divisi in modo da separare la "via" settentrionale (assegnata a Enlil) da quella meridionale (assegnata a Ea) con una grande striscia centrale che si riteneva la "Via di Anu". Viene spontaneo immaginare che una linea di divisione tra i due fratelli rivali dovesse esistere anche dopo il Diluvio, quando la Terra, di nuòvo abitata, fu divisa nelle Quattro Regioni, e che, come nei tempi precedenti il Diluvio, il Trentesimo Parallelo nord e quello corrispondente a sud servissero come linee di demarcazione. Si trattava di una semplice coincidenza, oppure era un compromesso fra i due fratelli e i loro discendenti sempre in ostilità, il fatto che in ognuna delle tre regioni concesse all'Uomo la città sacra si trovasse sul Trentesimo Parallelo? I testi sumerici dicono che «quando la sovranità discese dal Cielo» dopo il Diluvio, «essa si trovava a Eridu»; Eridu era proprio a cavallo del Trentesimo Parallelo, vicina ad esso quanto lo permettevano le acque paludose del Golfo Persico. Mentre il centro amministrativo e laico di Sumer ogni tanto cambiava, Eridu rimase sempre una città sacra. Anche nella Seconda Regione (la Civiltà del Nilo) la capitale politica cambiava ogni tanto; ma Eliopoli rimase sempre la città sacra. I Testi delle Piramidi indicavano i suoi legami con altri luoghi e chiamavano i suoi antichi dèi "Signori dei Doppi Templi"; questi due templi accoppiati portavano i nomi affascinanti (e forse pre-Egizi) di Per Neter ("II prossimo luogo dei guardiani") e di Per-Ur ("II prossimo luogo dell'antico"). Le loro rappresentazioni geroglifìche sembravano indicare un'epoca molto antica. I templi doppi o accoppiati ebbero un ruolo importante nella successione dei faraoni. Durante le cerimonie, condotte dal sacerdote dello Shem, il momento dell'incoronazione del nuovo re e la sua ammissione nel "luogo dei guardiani" a Eliopoli coincidevano con la partenza dello spirito del re defunto che, attraverso la finta porta orientale, andava nel "prossimo luogo dell'antico". E anche Eliopoli si trovava proprio a cavallo del Trentesimo Parallelo, vicino ad esso quanto lo permetteva la presenza del delta del Nilo. Quanto alla Terza Regione, la Civiltà della Valle dell'Indo, il suo centro politico si trovava sulle rive dell'Oceano Indiano, ma la sua città sacra  Harappa  si trovava centinaia di chilometri a nord  proprio sul Trentesimo Parallelo. Sembra che l'imperativo del Trentesimo Parallelo si sia ripetuto anche nei millenni seguenti. Nel 600 a.C. circa i re persiani decisero di costruire una città "sacra per tutte le Nazioni".

Il luogo scelto per la sua costruzione era un posto remoto e disabitato; lì, veramente in mezzo al nulla, fu preparata un'enorme piattaforma orizzontale, sulla quale furono innalzati palazzi con splendide scale e numerosi templi secondari e altri edifici  tutti in onore del Dio del Globo Alato . I greci chiamarono quel luogo Persepoli ("Città dei Persiani"). Non ci viveva nessuno: il re e il suo seguito venivano qui solo per celebrare il Nuovo Anno il giorno dell'equinozio di primavera. I resti della città ancora oggi affascinano il turista; e anch'essa si trovava proprio sul Trentesimo Parallelo. Nessuno conosce di preciso quando sia stata fondata Lhasa, nel Tibet  la città sacra del buddismo; tuttavia è un dato oggettivo che anch'essa come Eridu, Eliopoli, Harappa e Persepoli  si trovasse sempre sul Trentesimo Parallelo .

A) Giza-Eliopoli B) Eridu C) Persepoli . D) Harappa E) Lasha . II carattere sacro del Trentesimo Parallelo deve essere ricondotto alle origini della mappa sacra, quando i misuratori divini decisero di costruire anche le piramidi di Giza sul Trentesimo Parallelo. Potevano gli dèi ignorare questa "sacralità" o neutralità del Trentesimo Parallelo quando si trattò della loro installazione più importante  il porto spaziale nella Quarta Regione, la loro regione, nella penisola del Sinai? Proprio qui dovremmo cercare un indizio finale dall'ultimo enigma di Giza, cioè la sua grande Sfinge: essa ha il corpo di un leone accovacciato, la testa di un uomo con l'acconciatura tipica di un re. Quando e da chi venne costruita? E perché? Che cosa rappresenta, e perché si trova proprio lì, in posizione isolata, e non in un altro luogo? A queste molte domande sono state date poche risposte, ma una cosa è certa: la Sfinge ha lo sguardo rivolto esattamente a est, lungo il Trentesimo Parallelo.
 

Il fatto che sia rivolta e che guardi precisamente nella direzione del Parallelo Divino è sottolineato da una serie di strutture  costruite nell'antichità e che, partendo dalla Sfinge, si estendevano verso est, esattamente lungo un asse est-ovest (fig. 164). Quando Napoleone e i suoi uomini videro la Sfinge, alla fine del XVIII secolo, dalla sabbia del deserto emergevano soltanto la testa e le spalle; fu proprio in quel modo che per la maggior parte del secolo seguente essa venne rappresentata e conosciuta.
Muro di mattoni cotti (lunghezza sconosciuta) Scala.

Furono necessari scavi continui e sistematici per riportare alla luce l'intera, enorme figura (lunga quasi 74 metri, alta quasi 20) e per confermare le notizie riportate dagli storici antichi: era un unico blocco di pietra, ricavato dalla roccia e scolpito dalla mano di qualche gigante. E fu proprio il capitano Caviglia, che il colonnello Vyse aveva scacciato da Giza, a scoprire nel 1816-1818 non solo una grossa parte del corpo e le zampe in avanti della Sfinge ma anche tutti i templi, i santuari, gli altari e le stele che erano stati costruiti davanti ad essa. Ripulendo l'area che stava di fronte alla Sfinge, Caviglia scopri una piattaforma che si estendeva per una certa lunghezza lungo entrambi i lati della Sfinge, ma che sembrava comunque allungarsi verso est. Scavando per una trentina di metri in quella direzione si imbattè in una magnifica scala di trenta gradini che portava ad una specie di piedistallo, sul quale si trovavano i resti di quello che sembrava un pulpito. All'estremità orientale del piedistallo, una dozzina di metri più in là, venne scoperta un'al-tra rampa di tredici gradini, che giungeva alla stessa altezza della testa della Sfinge. Qui, si trovava una costruzione con due colonne, posta in modo tale che lo sguardo della Sfinge potesse passare esattamente in mezzo alle colonne stesse .
Secondo gli archeologi si tratta di rovine risalenti all'età romana; come abbiamo visto a Baalbek, tuttavia, i Romani usavano arricchire monumenti di epoche precedenti costruendo o ricostruendo nello stesso luogo in cui già si trovavano monumenti o tempri più antichi. Ormai si sa per certo che i conquistatori greci e gli imperatori romani continuarono la tradizione degli antichi faraoni di venire a rendere omaggio alla Sfinge, conservando così l'idea, che si perpetuò anche durante la dominazione araba, che la Sfinge fosse un'opera degli dèi: si riteneva che fosse la messaggera di una futura era messianica di pace. Un'iscrizione lasciata dal celebre Nerone chiamava la Sfinge "Armachis, Custode e Salvatore".Visto che la grande Sfinge si trova vicino alla strada che porta alla Seconda Piramide, gli studiosi non trovarono di meglio che affermare che essa fosse stata costruita da Chefre, il "costruttore" della Seconda Piramide, e che per questo essa dovesse recarne l'immagine. La teoria è naturalmente priva di qualsiasi fondamento, eppure è rimasta a lungo presente nei manuali, sebbene già nel lontano 1904 E.A. Wallis Budge, allora Responsabile per le Antichità Egizie e Assire del British Museum, giungesse all'inequivocabile conclusione che «questo meraviglioso monumento esisteva già al tempo di Khafra, o Chefre; ed è anzi probabile che sia molto più antico e che risalga alla fine del periodo arcaico» (The Gods of thè Egyptians). Come si legge nella "Stele dell'Inventario", la Sfinge era già a Giza ai tempi di Kliufu, predecessore di Chefre; come numerosi faraoni dopo di lui, anche Khufu si attribuì il merito di aver tolto la sabbia che si era attaccata alla Sfinge: da ciò si deve dedurre che al tempo di Khufu la Sfinge fosse già un monumento antico. Quale faraone prima di lui, allora, l'aveva costruita, dandole la propria immagine? La risposta, in realtà, è che non si tratta dell'immagine di un faraone, ma di un dio, e che con ogni probabilità furono gli dèi, e non un uomo, a costruire la Sfinge. In effetti, solo se si ignorano le antiche iscrizioni si può pensare diversamente. Un'iscrizione romana, nella quale la Sfinge veniva chiamata "Guida Sacra", diceva di essa: «La tua terribile figura è opera degli dèi immortali». In un componimento encomiastico greco si leggeva: La tua terribile figura Hanno modellato gli dèi in questo luogo... Ti hanno posto come compagna delle Piramidi... Un monarca celeste che sfida i suoi nemici... Guida Sacra nella terra d'Egitto. Nella Stele dell'Inventario, Khufu chiamava la Sfinge «Custode del cielo, che comanda ai venti con il suo sguardo»; si trattava, come scrisse a chiare lettere, dell'immagine di un dio: Questa figura del dio esisterà in eterno; Sempre con lo sguardo rivolto a oriente. Nell'iscrizione che ha lasciato, Khufu dice che mi vecchissimo sicomoro, cresciuto vicino alla Sfinge, venne danneggiato «Quando il Signore del cielo discese sul luogo di Hor-em-Akhei», "il dio-falco dell'Orizzonte": era questo, effettivamente, il nome più comune della Sfinge nelle iscrizioni lasciate dai faraoni; gli altri nomi impiegati erano Kuti ("II Leone") e Hul (termine che forse signifi-cava "L'Eterno"). Come mostrano le relazioni, gli archeologi del XIX secolo che effettuarono gli scavi nel luogo dove si trova la Sfinge erano spinti dal complesso di credenze arabe, secondo le quali esistevano, sotto o dentro la stessa Sfinge, delle camere segrete con antichi tesori o oggetti magici. Come abbiamo visto, Caviglia si era allenato all'interno della Grande Piramide, andando alla ricerca di una "camera nascosta"; sembra che sia passato alla piramide non essendo riuscito a trovare nella Sfinge la camera che cercava. Anche Perring fece lo stesso tentativo, scavando una profonda fessura nella parte po-steriore della Sfinge. Anche ricercatori meno spregiudicati di Caviglia, come, nel 1853, Auguste Mariette, condividevano l'opinione generale che ci fosse una camera nascosta dentro o sotto la Sfinge; tale convinzione trovava conferma negli scritti dello storico romano Plinio, che sosteneva che la Sfinge conteneva «la tomba di un sovrano chiamato Harmakhis», e nel fatto che quasi tutte le rappresentazioni antiche della Sfinge la mostrano accovacciata sopra una costruzione di pietra. I ricercatori hanno pensato che se la Sfinge stessa era rimasta quasi del tutto nascosta alla vista a causa delle incrostazioni di sabbia, tanto più la sabbia del deserto e il tempo potevano aver nascosto completamente altre costruzioni secondarie. Le iscrizioni più antiche sembrano suggerire che in effetti ci fossero non una, ma due camere segrete sotto la Sfinge  forse raggiungibili attraverso un ingresso nascosto sotto le zampe. Un inno risalente al tempo della Diciottesima Dinastia, inoltre, svela che le due "grotte" sottostanti la Sfinge erano tali da farne un centro per le comunicazioni! II dio Amon, precisa l'iscrizione, svolgendo le funzioni del ce leste Hor-Akhti, otteneva «una percezione nel cuore, un ordine sulle labbra... quando entra nelle due grotte che si trovano sotto i suoi [della Sfinge] piedi». Allora, Un messaggio viene mandato dal cielo; Esso è udito a Eliopoli, ed è ripetuto a Menfi da Colui che ha lo Sguardo Benigno. È unito a un dispaccio scritto da Thoth, rivolto alla città di Amon [Tebe] ... La risposta arriva da Tebe, È data una risposta ... è mandato un messaggio. Gli dèi agiscono seguendo un ordine. Al tempo dei faraoni si credeva che la Sfinge  anche se era fatta di pietra  potesse in qualche modo udire e parlare. In una lunga iscrizione incisa su una stele  posta tra le zampe della Sfinge da
Thutmose IV (e dedicata al simbolo del Disco Alato), il sovrano raccontava che la Sfinge gli aveva parlato e gli aveva promesso un regno lungo e fiorente se egli avesse tolto la sabbia che si accumulava su di essa. Un giorno, scrisse Thutmose, mentre stava andando a caccia fuori della città di Menfi, si ritrovò sulla «strada sacra degli dèi», che da Eliopoli portava a Giza.
 

Essendo stanco, si fermò a riposare all'ombra della Sfinge Come dicono le iscrizioni, il luogo era chiamato "II Magnifico Luogo dell'Inizio del Tempo"; quando si fu addormentato vicino a questa «enorme statua del Creatore», la Sfinge  «maestà del Dio Venerato»  iniziò a parlargli, presentandosi con le parole: «Sono il tuo antenato Hor-em-Akhet, colui che è stato creato da Ra-Aten». Nei templi che sorgono attorno alla Sfinge vennero ritrovate molte strane tavolette, chiamate "Tavole delle orecchie", e molte rappresentazioni della coppia di colombe  simbolo associato ai luoghi degli oracoli; come le antiche iscrizioni, anch'esse testimoniano la credenza che in qualche modo la Sfinge potesse trasmettere dei messaggi divini. Anche se i tentativi di scavare sotto la Sfinge non hanno avuto finora alcun successo, non si può escludere che in futuro qualcuno possa arrivare a scoprire le camere sotterranee nelle quali erano entrati gli dèi con «l'ordine sulle labbra». Numerosi testi funerari attestano che la Sfinge era davvero ritenuta la "Guida Sacra" che accompagnava il defunto dall'"ieri" al "domani". Le formule dei sarcofagi che dovevano rendere possibile il viaggio del defunto lungo il "Sentiero delle Porte Nascoste" indicano che esso aveva inizio proprio dov'era la Sfinge. Invocando la Sfinge, le formule affermavano che «II Signore della Terra ha ordinato, la Doppia Sfinge ha ripetuto». Il viaggio iniziava quando Hor-em-Akhet  la Sfinge  diceva: «Passa!». Alcuni disegni contenuti nel Libro delle due Vie, che illustravano il viaggio, mostrano che dal punto di partenza di Giza c'erano due strade con le quali si poteva raggiungere il Duat. Come la Guida Sacra, anche la Sfinge veniva spesso rappresentata nell'atto di guidare la Chiatta celeste; talvolta, come nel caso della stele di Thutmose , era rappresentata come una doppia Sfinge, che guida la Chiatta celeste dall' "ieri" al "domani". In questo ruolo essa era associata al Dio Nascosto del Regno Sotterraneo; era proprio in questo ruolo, ricordiamolo , che appariva simbolicamente a fianco della camera sigillata del dio Sekernel. Effettivamente, i Testi delle Piramidi e il Libro dei Morti si ri-feriscono alla Sfinge come «al Grande Dio che apre le Porte della Terra» - frase che potrebbe suggerire che alla Sfinge di Giza, che "indicava la strada", ne corrispondesse un'altra vicino alla Scala che porta al Cielo, e che lì essa aprisse «le Porte della Terra». Sarebbe forse l'unica spiegazione (finora non ne esistono altre) di una rappresentazione antichissima del Viaggio del faraone nell'Oltretomba.
 
La figura inizia con un simbolo di Horus accovacciato che guarda verso la regione della Palma da dattero, dove si trova una strana imbarcazione con delle draghe o forse delle gru (?), insieme a una costruzione che ricorda la rappresentazione sumerica del nome EN.LIL nel senso di centro per le comunicazioni . Si vedono poi un dio che accoglie il faraone, un toro e l'Uccello dell'Immortalità, seguiti da fortificazioni e da una serie di altri simboli. Infine, appare il simbolo che sta per "luogo" (una croce incrinata all'interno di un cerchio) tra il simbolo per la Scala e una sfinge che guarda dalla parte opposta! Una stele eretta da un certo ParaEmheb, che al tempo dei faraoni diresse i lavori di restauro nel luogo della Sfinge, contiene alcuni versi in onore della Sfinge che sono per noi rivelatori; la loro somiglianzà con i Salmi della Bibbia è infatti veramente sorprendente. L'iscrizione parla di alcune corde «per il progetto», di «cose segrete» nel regno sotterraneo, di un «viaggio attraverso il cielo» su una Chiatta celeste, e di un «luogo protetto» nel «deserto sacro». Viene addirittura utilizzato il termine Shetita per indicare il "Luogo del Nome Nascosto" nel Deserto Sacro: Osanna a te, re degli Dèi, Aten, Creatore... Tu metti le corde per il progetto, tu hai formato le terre... Tu hai reso segreto il Mondo sotterraneo... La Terra è sotto la tua guida;. tu hai fatto alto il cielo... Tu hai costruito per te un luogo protetto nel deserto sacro, con un nome segreto. Di giorno tu sorgi di fronte a loro... Tu sorgi magnifico... Tu attraversi il cielo con un vento favorevole... Tu attraversi il cielo nell'imbarcazione... Il cielo è in giubilo, La Terra grida di gioia. L'equipaggio di Ra prega ogni giorno; Egli avanza in trionfo. Per i profeti ebrei, lo Sheti  la linea centrale di volo che attraversava Gerusalemme  era la Linea Divina, la direzione in cui guardare: «al di qua di essa venne il Signore dal sacro Sinai». Per gli Egizi invece, come si legge nell'iscrizione appena citata, Sheti.ta era il "Luogo del Nome Segreto": esso si trovava nel "Deserto Sacro"  cioè esattamente quello che nella Bibbia era indicato con le parole «Deserto di Kadesh»  e qui arrivavano "le corde del progetto" che partivano dalla Sfinge. Là Paraemheb aveva visto il re degli dèi salire al cielo; le parole sono quasi identiche a quelle usate da Gilgamesh quando arrivò al monte Mashu, «dove egli guardava ogni giorno gli Shern partire e arrivare... guardava Shamash mentre sale e scende». Era dunque il Luogo Protetto, il Luogo dell'Ascensione: quelli che dovevano arrivarci venivano guidati fin lì dalla Sfinge, dal suo sguardo rivolto a oriente, esattamente lungo il Trentesimo Parallelo. Ed ecco la nostra conclusione: era proprio dove si incrocia-vano le due linee, quella di Gerusalemme e quella del Trentesimo Parallelo, che si trovavano le porte del Cielo e della Terra, cioè il porto spaziale degli dèi. Il punto di incrocio si trova nella Pianura Centrale del Sinai. Come si vede dalla rappresentazione del Duat nel Libro dei Morti, la Pianura Centrale è in effetti una zona pianeggiante di forma ovale circondata da montagne: è un'ampia valle e le mon-tagne attorno sono separate tra loro da sette passi - proprio come si dice nel Libro di Enoch; una grande pianura la cui su-perficie rocciosa poteva servire da pista d'atterraggio o di decollo per le navette spaziali degli Anunnaki. Abbiamo già dimostrato  che Nippur era il punto centrale, quello in cui convergevano i cerchi concentrici sui quali si trovavano 1 punti equidistanti del porto spaziale a Sippar e di altre installazioni o luoghi fondamentali: ora, non senza stupore, ci accorgiamo che lo stesso si può dire di Gerusalemme :  il Porto spaziale e il Luogo dell'Atterraggio a Baalbek si trovavano sul perimetro di un cerchio interno, che collegava un gruppo importantissimo di installazioni (tutte equidistanti dal Centro di controllo di Gerusalemme);  il segnale geodetico di Umm Shumar e quello di Eliopoli si trovavano sul perimetro di un cerchio esterno, anch'essi equidi stanti da Gerusalemme.
Se ora proviamo a tracciare una cartina, ecco che prende forma davanti ai nostri occhi la Mappa preparata con grande abilità dagli Anunnaki; restiamo veramente colpiti dalla sua precisione, dalla sua autentica perfezione e dall'intelligente combinazione dei principi fondamentali di geometria con i punti di riferimento forniti dalla natura:  le linee Baalbek-Santa Caterina e Gerusalemme-Eliopoli si incrociavano formando esattamente un angolo di 45°; la traietto ria di volo centrale divideva quest'angolo esattamente in due angoli più piccoli, ognuno di 22°; a sua volta il grande Corridoio di Volo era esattamente la metà di quelli 11°;  il Porto spaziale, che si trovava nel punto di intersezione tra la traiettoria centrale di volo e il Trentesimo parallelo, si trovava alla stessa distanza da Eliopoli da Umm Shumar. Poteva essere solo una coincidenza geografica che Delfi si trovasse alla stessa distanza dal Controllo della Missione a Gerusalemme e dal Porto spaziale nel Sinai centrale?  e che un altro corridoio di volo  collegasse Delfi a Baalbek? Inoltre, era solo un caso che le linee che univano Delfi a Gerusalemme e all'oasi di Siwa  il luogo dell'oracolo di Ammone al quale era accorso Alessandro  formavano ancora una volta un angolo di 45°? Le altre città sacre e le sedi degli oracoli in Egitto, per esempio le celebri Tebe ed Edfu, si trovavano in determinati luoghi per il capriccio di un re, per la posizione favorevole vicino al Nilo oppure nel punto esatto richiesto dalla mappa divina? In effetti, se dovessimo studiare tutti questi luoghi, dovremmo probabilmente prendere in esame tutta la Terra. D'altra parte, forse Ba'al non lo sapeva già quando stabilì di nascosto le sue strutture a Baalbek? Il suo scopo, ricordiamolo, era di comunicare e dominare non solo le regioni vicine, ma tutta la Terra.

Deve averlo saputo anche il Signore della Bibbia, perché quando Giobbe cercò di scoprire le «meraviglie di El», il Signore «gli parlò dal vortice» e rispose alle sue domande con altre domande: Io t'interrogherò, e tu rispondimi. Dov'eri tu, quand'io ponevo le fondamenta della Terra? Dillo, se hai tanta intelligenza: Chi l'ha misurata [la Terra], se lo sai? O chi ha teso una corda su di essa? Con che cosa sono fatte le sue basi? E chi ha posto la sua pietra angolare? Poi il Signore rispose alle domande che lui stesso aveva fatto. Tutte queste misurazioni della Terra, la costituzione delle basi, la fissazione della pietra angolare furono compiute, Egli disse: Quando le stelle del mattino gioirono insieme E tutti i figli degli dèi gridarono di gioia. L'uomo, per quanto potesse essere saggio e potente, non potè mettere mano in tutto questo. Baalbek, le piramidi, il porto spaziale  tutto ciò era destinato solo agli dèi, Ma l'uomo, che ha sempre cercato l'immortalità, non ha mai smesso di seguire lo sguardo della Sfinge.

mercoledì 12 ottobre 2016

CURIOSITA' E CONSIDERAZIONE SUL TERMINE "SHEM"


Riporto qui di seguito alcuni stralci tratti da "Il pianeta degli Dei" di Sitchin (scritto nel 1976) riguardanti il termine SHEM, per fare poi una breve ma importante considerazione.
 
Parlando dei recinti più interni dei templi o dei viaggi celesti
degli dèi, o persino dei casi in cui furono dei mortali a salire al
cielo, i testi mesopotamici usano il termine sumerico mu o i
suoi derivati semitici shu-mu ("ciò che è un mu"), sham o
shem
. Poiché queste parole indicavano anche "ciò per cui uno è
ricordato", il termine assunse gradualmente il significato
primario di "nome", e così è stato pressoché universalmente
tradotto, anche quando lo si trovava in testi antichissimi in cui
il termine veniva chiaramente usato nella sua accezione
originaria, quella di "oggetto usato per volare".
Così G.A. Barton (The Royal Inscriptions of Sumer and
Akkad, «Le iscrizioni reali di Sumer e Akkad») fissò quella che
divenne l'incontestata traduzione dell'iscrizione trovata sul
tempio di Gudea: «Il suo MU abbraccerà le terre da un
orizzonte all'altro» è diventata «Il suo nome riempirà tutte le
terre».
[...]
I riferimenti biblici indicano che esistevano due tipi di
monumenti commemorativi: yad e shem. Il profeta Isaia
comunicò alle sofferenti genti di Giudea la promessa del
Signore di un futuro migliore e più sicuro:
E io darò loro,
nella mia Casa e dentro le mie mura,
uno yad e uno shem. 
Tradotto letteralmente secondo l'interpretazione
tradizionale, questo passo alluderebbe alla promessa del
Signore di dare al suo popolo una "mano" e un "nome".
Tuttavia, esistono tuttora in Terra Santa antichi monumenti
chiamati yad, caratterizzati da sommità di forma piramidale; lo
shem, invece, era un monumento che terminava con una
sommità ovale.
[...]
Quando l'Antico Testamento ci dice che re Davide "fece uno
shem" per affermare la sua vittoria sugli Aramei, diceva
Redslob, certamente non "fece un nome", bensì un monumento
rivolto verso il cielo.

Questi stralci sono molto importanti per capire quale sia l' origine del termine SHEM secondo Sitchin. Il termine denotava contemporaneamente 'qualcosa che va in alto' e 'cioè per cui si é ricordati'. Lui riferisce questi significati alle navicelle o ai razzi degli Anunnaki: essendo infatti questi 'oggetti che vanno in alto' ed essendo la peculiarità degli 'dei', erano senz' altro qualcosa per cui gli dei 'erano ricordati'. Erano qualcosa tipico di loro, qualcosa che indicava in un certo senso la loro stessa essenza.

Questo significato di 'memoriale' e 'qualcosa per cui si é ricordati' poi passò a delle stele commemorative... in sostanza queste pietre venivano chiamate con un nome che ne identificava la funzione. Un po' come noi in Sardegna chiamiamo le 'madonnine da strada' per i viandanti con un nome che é la scritta che recano incisa: Noli me tollere.

Uno studioso, nel sentirci chiamare questi altarini in questo modo, rimarrebbe colpito... perchè non chiamarli semplicemente 'madonnine' o 'altarini'? Il motivo non importa, probabilmente nel nostro immaginario comune quella frase ha assunto tale importanza da utilizzarla per descrivere l' oggetto che la reca incisa.

A questo punto mi voglio collegare ad un documento importantissimo scritto da Izaak Rapaport nel suo saggio: "THE HEBREW WORD SHEM - A new interpretation of several Biblical passages", una sorta di riassunto di un suo lavoro del 1976 intitolato: "The Hebrew word shem and its original meaning: The bearing of Akkadian philology on Biblical interpretation".

In questo libro, discutendo del significato di SHEM, Rapaport scrive:

"There is no doubt that the Hebrew shem is related in its lexical counterpart to the Akkadian shumu. Now, in Akkadian (or Assyro-Babylonian), the term shumu means "name" but originally, almost before the Semitic stock of languages expanded intovarious linguistic branches, like Aramaic, Hebrew and Arabic, this term had the meaning of "child," "offspring," "progeny," "descendant," "posterity," and the like, the common denominator among them being that they all indicate one form or another of biological issue."

Secondo Rapaport quindi il significato originale dell' accadico SHUMU era quello di 'figlio - progenie - discendente - posterità' etc, comunque qualcosa di biologico che indica una 'successione'.

Continua l' autore:

"It is only in the course of time, embracing probably very many centuries, that shumu also assumed the value of "name," because it was recugnised that a child perpetuated the name of the family of which it was a member from the biological point of view."

Secondo Rapaport ci sarebbero voluti secoli prima che dal significato di 'figlio - progenie' si passasse al significato di 'nome', seguendo il ragionamento che "il figlio porta avanti il nome della famiglia di appartenenza".

Faccio notare che il modo in cui il termine SHUMU accadico avrebbe assunto il significato di NOME nel tempo é completamente diverso dal modo in cui il corrispondente termine sumero MU ha assunto lo stesso significato di NOME. Secondo i lessici sumeri infatti il segno MU indica esattamente "Ciò che provoca / mette in atto un ingresso", esteso a 'nome' (onestamente non saprei dire il perchè di questa estensione).

Continuiamo però con il testo di Rapaport, perchè troviamo un altro passaggio interessante. Anche Rapaport cita il passaggio di Isaia (che si trova in Isaia 56), e scrive che:

"Some scholars have long been aware that the phrase 'a hand and a name' is avery inadequate translation of the Hebrew expression yad va'shem, and so they have extended it to mean 'a place and a name.' But since this rendering is ratherc olourless, conveying very little consolation to the complainants, Biblical scholars of most recent date have translated yad va'shem 'monument and a name', giving it the sense of a memorial stele which the foreigners and eunuchs will be allowed to erect in the precincts of the Sanctuary - a sort of plaque inscribed with their names."

Rapaport qui fa riferimento, come Sitchin nello stesso anno indipendentemente da lui, all' interpretazione di "una mano e un nome". Rapaport si dice poi non convinto dell' interpretazione basata sulla possibilità di attribuzione alle pietre memoriali:

"Can an inscribed plaque take the place of living issue? How can any monument be a substitute for such emotional outlets as are normally provided by the possession of members of one's family?"

Qualunque sia la interpretazione giusta - probabilmente non lo sapremo mai - constatiamo da questi riferimenti del libro di Rapaport almeno 2 cose:

- non c'é un accordo effettivo sul significato originale di SHEM

- i riferimenti narrativi usati da Sitchin nel risalire agli utilizzi interpretativi del termine sono coerenti con interpretazioni di studiosi del passato

Segnalo solo un' ultima cosa: secondo il dizionario Strong, il termine SHEM é un 'appellativo', come segnalato da QUESTA PAGINA composta da alcuni esegeti biblici.

Strong's # 8034 Shem; a primitive word [perhaps rather from 7760 through the idea of definite and conspicuous position; compare 8064]; an appellation, AS A MARK or memorial of individuality; by implication honor, authority, character: - + base, [in-] fame[-ous], name[-d], renown, report.
(Fonte: http://ademontis.wixsite.com/ilfenomenonibiru - di Alessandro Demontis)