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giovedì 29 settembre 2016

IL LUOGO DELL'ATTERRAGGIO


È sui monti del Libano che si trovano le più grandi rovine di un tempio romano  non a Roma, come ci aspetteremmo. Esse appartengono a un grandioso tempio dedicato a Giove, il più grande mai costruito nell'antichità per onorare un dio. Per quattro secoli, chi governò a Roma fece di tutto per glorificare questo posto, pur tanto lontano, costruendo strutture monumentali. Imperatori e generali venivano qui in cerca di responsi oracolari, per indagare sul loro destino; i legionari romani cercavano tutti di essere distaccati qui; devoti e curiosi compivano pellegrinaggi per vedere il tempio con i loro occhi: era davvero una delle meraviglie del mondo antico. Alcuni audaci europei, che nei loro viaggi rischiarono anche la vita, riferirono di aver visto queste rovine: il primo fu Martin Baumgarten, nel gennaio 1508. Due secoli dopo, nel 1751, l'esploratore Robert Wood visitò il luogo insieme all'artista James Dawkins: a parole e con schizzi i due rinverdirono la memoria di quegli antichi resti: «Quando paragoniamo queste rovine ... a quelle delle molte città che abbiamo visitato in Italia, Grecia, Egitto e Asia, non possiamo fare a meno di riconoscere che esse rappresentano il più ardito progetto architettonico che sia mai stato tentato» più ardito ancora, per certi versi, di quello delle grandi piramidi d'Egitto. Ciò che Wood e il suo compagno di viaggio avevano visto era una vasta area in cui la cima della montagna, i templi e i cieli si fondevano quasi a formare un unico elemento . Il luogo si trova tra i monti del Libano, laddove essi si dividono a formare una valle piatta tra la catena del Libano a ovest e quella dell'Anti-Libano a est; dove i due fiumi che cono-sciamo dall'antichità, il Litani e l'Oronte, si riversano nel Mare Mediterraneo.
Le rovine erano quelle di imponenti templi romani che erano stati costruiti su una grande piattaforma orizzontale, creata artificialmente a circa 1.200 m sul livello del mare. Il recinto sacro era circondato da un muro, che serviva sia a tenere ferma la piattaforma, sia a proteggere e a isolare la zona. Tutta quest'area, di forma pressoché squadrata, misurava circa 50 chi-lometri quadrati. Situata in modo da sovrastare le montagne circostanti e da controllare ogni via d'accesso alla valle da nord e da sud, l'area sacra mancava volutamente dell'angolo nord-occidentale, come si può vedere nella veduta aerea contemporanea . Con questo taglio ad angolo retto veniva a crearsi una vasta area rettangolare che, da nord, lasciava libera la visuale verso ovest. Era proprio in quest'angolo che sorgeva l'enorme tempio dedicato a Giove, costruito su colonne che erano tra le più alte (circa 20 metri) e larghe (2,3 metri di diametro) dell'antichità. Queste colonne sostenevano una sovrastruttura riccamente decorata (architrave), alta quasi 5 metri, sopra la quale si trovava un tetto inclinato che rendeva ancora più alta la sommità del tempio. Il tempio romano vero e proprio non era che la parte più occidentale (e più antica) di un santuario quadripartito dedicato a Giove, che si pensa che i Romani abbiano cominciato a costruire subito dopo aver occupato quella regione, nel 63 a.C.




Disposta lungo un asse est-ovest leggermente inclinato (fig. 91 b) si trovava anzitutto una monumentale via d'accesso (A): essa era formata da una grande scala e da un portico sopraelevato sostenuto da dodici colonne, nelle quali si trovavano dodici nicchie fatte per contenere i dodici dèi olimpici. Si entrava poi in un cortile anteriore (B) di forma esagonale, unico nell'architettura romana; attraversato questo, si accedeva a un altro vasto cortile (C) nel quale sorgeva un altare di proporzioni monumentali: circa 18 metri di altezza per una base di oltre 20 metri per lato. All'estremità occidentale di questo cortile sorgeva la vera e propria casa del dio (D). Di proporzioni colossali, essa stava sopra un podio che si trovava circa 5 metri sopra il livello del cortile: in totale essa svettava di circa 12 metri sopra il livello della piattaforma di base.



Da qui partivano poi le alte colonne, l'architrave e il tetto che, tutti insieme, formavano un vero e proprio "grattacielo dell'antichità". Dalla monumentale scala d'accesso fino al muro di cinta occidentale il santuario si estendeva in lunghezza per oltre 30 metri; al suo confronto, sembravano quasi scomparire altri due templi: uno (E), che in realtà era molto grande, dedicato a una divinità maschile (Bacco, secondo alcuni, ma più probabilmente Mercurio); l'altro (F), un piccolo tempietto rotondo, posto a sud-est, dedicato a Venere. Una squadra archeologica tedesca che esplorò il sito (fig. 92) e ne studiò la storia per ordine del Kaiser Guglielmo II, che aveva visitato quel luogo nel 1897, potè ricostruire la struttura del recinto sacro e mettere a punto un plastico di come questo antico complesso di templi, scalinate, portici, portali, colonne, cortili e altari doveva apparire al tempo dei Romani. Un parallelo con l'Acropoli di Atene può dare un'idea delle dimensioni di questa piattaforma libanese e dei suoi templi. 



Il complesso di Atene (fig. 93) è situato su un terrazzamento oblungo e a gradini lungo meno di 300 metri e largo 120. Lo splendido Partenone (tempio di Atena) che tuttora domina l'area un tempo sacra e tutta la piana di Atene misura 90 x 30 metri, meno ancora, dunque, del tempio di Mercurio/Bacco presso il sito archeologico libanese.



Dopo aver visitato le rovine, l'archeologo e architetto Sir Mortimer Wheeler scrisse due decenni fa: «I templi ... non devono nulla della loro qualità a contributi moderni come il cal-cestruzzo. Sono semplicemente formati dalle pietre più grandi mai conosciute nel mondo, e alcune delle loro colonne sono le più alte dall'antichità ... Abbiamo di fronte l'ultimo grande monumento ... del mondo ellenico». E davvero esso apparteneva al mondo ellenico, poiché né gli storici né gli archeologi riescono a trovare alcuna ragione che spieghi una costruzione così mastodontica fatta dai Romani, in un luogo tanto remoto e in una provincia così poco importante, se non il fatto che quel luogo era considerato sacro dai Greci che li avevano preceduti. Gli dèi ai quali i tre templi erano dedicati  Giove, Venere e Mercurio (o Bacco)  erano i corrispondenti romani degli dèi greci Zeus, sua sorella Afrodite e suo figlio Ermes (o Dioniso). I Romani consideravano il sito e il suo grandioso tempio come l'attestazione suprema della potenza e della supremazia di Giove. Chiamandolo Iove (eco dell'ebraico Yehovah?), essi iscrissero sul tempio e sulla sua statua principale le iniziali divine I.O.M.H., acronimo di Iove Optimus Maximus Heliopolitanus: Giove Ottimo Massimo l'Eliopolitano. Quest'ultimo appellativo di Giove derivava dal fatto che, sebbene il grande tempio fosse dedicato al dio supremo, si credeva che il luogo in se stesso fosse stato una sorta di luogo di riposo di Helios, il dio Sole che attraversava i cieli sul suo carro veloce. Questa credenza fu trasmessa ai Romani dai Greci, dai quali essi trassero anche il nome di quel luogo: Eliopoli. In che modo i Greci siano arrivati ad attribuirgli questo nome, nessuno può dirlo con assoluta certezza; alcuni ritengono che sia stato Alessandro Magno. E tuttavia la venerazione dei Greci nei riguardi di questo luogo deve avere radici ben più antiche e profonde, dal momento che Romani lo hanno onorato costruendo proprio qui il più maestoso dei monumenti, e qui cercavano i responsi oracolari concernenti il loro destino. Come altro possiamo spiegare il fatto che, «in termini di estensione, peso delle pietre, dimensioni dei singoli blocchi e quantità di incisioni, questo recinto sembra proprio non avere rivali nel mondo greco-romano» (John M. Cook, The Greeks in Ionia and thè East)ì In effetti, quel luogo e la sua associazione con determinate divinità risale a tempi ancora anteriori. Gli archeologi ritengono che potrebbero esservi stati fino a sei templi in quel sito, costruiti prima dell'epoca romana; ed è certo che tutti i templi che i Greci  come i Romani dopo di loro  hanno costruito qui poggiavano su fondamenta molto anteriori, sotto il profilo sia architettonico sia religioso. Non dimentichiamo che Zeus (Giove per i Romani) arrivò a Creta dalla Fenicia (l'attuale Libano), attraversando il Mediterraneo dopo aver rapito la bella figlia del re di Tiro. Anche Afrodite arrivò in Grecia dall'Asia occidentale. E dalle stesse terre Dioniso   il giramondo, al quale era dedicato il secondo tempio (o forse qualcun altro), portò con sé la vite e l'arte di produrre il vino. Consapevole delle radici antiche di questo culto, lo storico romano Macrobio così affermava (Saturnalta,!, 23) . Anche gli Assiri adoravano il sole sotto il nome di Giove, lo chiamavano Zeus Helioupolites, e gli dedicavano importanti riti nella città di Eliopoli. ... Che tale divinità sia a un tempo Giove e il Sole è evidente sia dalla natura del suo rituale sia dal suo aspetto esteriore. ... Per capire come si è arrivati a identificarlo proprio con questa divinità, dobbiamo partire dalle credenze assire riguardo al potere del sole (dio). Essi hanno dato il nome di Adad a colui che veneravano come divinità massima e suprema. ... La presa che quel luogo esercitò per millenni sulle credenze e sull'immaginario popolare si manifesta, indirettamente, anche nella sorte che, con l'avvento del cristianesimo, fu riservata a quel complesso religioso. Quando Macrobio scrisse le parole sopra riportate, verso il 400 d.C, Roma era ormai cristiana e quel luogo era da tempo oggetto di una sistematica distruzione. Non appena Costantino il Grande (306-337 d.C.) si convertì al cristianesimo, fermò tutti i lavori di sistemazione e di mantenimento di quella zona e avviò invece un'opera di conversione di quel luogo in un'area sacra cristiana. Nel 440 d.C, secondo un cronista, «Teodosio distrusse i templi dei Greci; egli trasformò in una chiesa cristiana il tempio di Eliopoli, quello di Ba'al Helios, il grande Ba'al-Sole del famoso Trilithon». Sembra che Giustiniano (525-565) abbia portato alcune delle colonne di granito rosso a Costantinopoli, la capitale bizantina, per costruirvi la chiesa di Hagia Sophia. Tutti questi sforzi di cristianizzare quel luogo incontrarono ripetuti tentativi di opposizione da parte della popolazione locale. Quando poi i Mori conquistarono la regione nel 637, trasformarono i templi romani e le chiese cristiane che stavano sopra l'enorme piattaforma in una enclave musulmana. Dove un tempo era stato adorato Zeus-Giove, venne costruita una moschea per adorare Allah. Gli studiosi moderni hanno cercato di gettare nuova luce su questo antichissimo culto esaminando reperti archeologici provenienti da luoghi vicini. Uno dei principali è Palmira (la biblica Tadmor), un antico centro carovaniero sulla via che da Damasco portava in Mesopotamia. Da questi studi, Henry Seyrig (La Triade Héliopolitaine) e Rene Dussaud (Temples et Cultes fiéliopolitaines) sono giunti alla conclusione che, attraverso le varie epoche, era sempre stata adorata una triade di base: essa era capeggiata dal Dio del Tuono e comprendeva poi la Vergine Guerriera e l'Auriga Celeste. È dunque un fatto ormai assodato che la triade greco-romana aveva un'origine semitica più antica, che a sua volta derivava dal pantheon sumerico. La triade più antica era capeggiata, a quanto sembra, da Adad, che ottenne in sorte da suo padre Enlil - il dio principale di Sumer - «le terre montuose del nord». Ishtar costituiva l'elemento femminile della triade. Dopo aver visitato la regione, Alessandro Magno fece coniare una moneta in onore di Ishtar/Astarte e Adad; la moneta reca inciso il suo nome in scrittura ebraico-fenicia . 
Il terzo membro della triade era l'Auriga Celeste, Shamash, il comandante degli astronauti preistorici. I Greci lo onorarono (come Elios) erigendone una statua colossale sopra il tempio principale , che lo raffigurava alla guida del suo carro, trainato da quattro veloci cavalli. Ma dagli autori del Libro di Enoch sappiamo invece che la sua velocità non dipendeva dai cavalli: «II carro di Shamash», vi si legge, «era guidato dal vento». Esaminando tradizioni e credenze dei Greci e dei Romani, siamo ritornati a Sumer, passando per Gilgamesh e la sua ricerca dell'immortalità nella foresta dei cedri, presso il «crocevia di Ishtar». Come gli era stato detto, anche se il luogo si trovava nel territorio di Adad, era anche sotto la giurisdizione di Shamash. Ed eccoci dunque alla triade originaria: Adad, Ishtar, Shamash. Siamo per caso arrivati anche al Luogo dell'Attcrraggio? Che i Greci conoscessero bene l'epica avventura di Gilgamesh, pochi studiosi oggi lo mettono in dubbio. Nella loro «ricerca sulle origini della conoscenza umana e sulla sua trasmissione attraverso il mito» [Hamlet's Mill), Giorgio de Santillana e Hertha von Deschend sostengono che «Alessandro era una copia di Gilgamesh». Ma anche prima, nei racconti storici di Omero, l'eroe Ulisse aveva già seguito orme analoghe. Naufragati dopo essersi recati alla dimora di Ade, negli Inferi, i suoi uomini arrivarono a un luogo dove «mangiarono il bestiame del dio Sole» e per questo furono uccisi da Zeus. Ulisse, invece, avuta salva la vita, vagò fino a raggiungere 1'«isola di Ogigia»  un luogo remoto che esisteva fin da prima del Diluvio. Qui la dea Calypso, «che lo ospitò in una caverna e gli diede da mangiare, voleva che egli la sposasse, nel qual caso lo avrebbe reso immortale, in modo che egli non sarebbe mai invecchiato». Ma Ulisse rifiutò le sue profferte  proprio come Gilgamesh aveva rifiutato l'amore di Ishtar. Henry Seyrig, che come direttore delle Antichità di Siria dedicò tutta la vita allo studio della vasta piattaforma e del suo significato, scoprì che i Greci usavano praticare qui «riti misterici, in cui l'Aldilà era considerato uno stato di immortalità umana, in una sorta di identificazione con la divinità ottenuta mediante l'ascesa (verso il cielo) dell'anima». Egli concluse dunque che i Greci associavano effettivamente questo luogo ai tentativi umani di raggiungere l'immortalità. Possiamo azzardare l'ipotesi che fosse proprio questo il luogo tra le montagne dei cedri in cui Gilgamesh era andato la prima volta con Enkidu, la Cresta di Zaphon di Ba'al? Per poter dare una risposta definitiva, dobbiamo prima osservare un po' più da vicino le caratteristiche fisiche del posto. Scopriremo così che Greci e Romani costruirono i loro templi su una piattaforma pavimentata che esisteva da tempi molto più antichi  una piattaforma composta da larghi, spessi blocchi di pietra accostati l'uno all'altro con tanta perfezione che nessuno, fino a questo momento, è riuscito a penetrarvi all'interno e a esaminare le camere, gallerie, caverne e altre strutture che sono nascoste sotto la pietra. Che tali strutture sotterranee esistessero realmente è dimostrato non solo dal fatto che altri templi greci avevano celle e grotte sotterranee, al di sotto del pavimento visibile. Georg Ebers e Hermann Guthe {Palàstina in Bili una Wort) affermavano, un secolo fa, che gli Arabi del posto entravano nelle rovine «presso l'angolo sud-orientale, attraverso un lungo passaggio a volta si-mile a un tunnel ferroviario sotto la grande piattaforma» (fig. 95). «Due di queste grandi volte corrono parallele l'una all'altra, da est a ovest, e sono collegate da una terza volta che le attraversa ad angolo retto, da nord a sud.»
Appena entrati nel tunnel, si ritrovavano avvolti nella più totale oscurità, interrotta qua e là solo da una misteriosa luce verde proveniente da strane «finestre allacciate». All'uscita della galleria, lunga circa 140 metri, si trovavano sotto il muro settentrionale del Tempio del Sole, «che gli Arabi chiamano Dar-as-saadi  Casa della suprema beatitudine». Gli archeologi tedeschi sostennero che la piattaforma sembrava poggiare su volte gigantesche, ma la loro principale preoc-cupazione fu quella di ricostruire e tracciare anzitutto uno schizzo della sovrastruttura. Fu una successiva missione archeologica francese, guidata da Andre Parrot negli anni Venti, a confermare l'esistenza del labirinto sotterraneo, anche se non fu comunque possibile penetrare nelle sue parti più nascoste. Quando infine si riuscì a bucare lo spesso strato di pietre, si trovarono le prove che esistevano effettivamente delle strutture al di sotto di esso.I templi erano stati costruiti su una piattaforma alta, a seconda dell'andamento del terreno, fino a 9 metri, pavimentata con pietre lunghe da 3 a 9 metri, larghe quasi 3 e spesse 2. Nessuno si è ancora preso la briga di calcolare quanta pietra sia stata trasportata e lavorata per formare questa struttura, ma è probabile che la quantità sia tale da far scomparire, al confronto, la Grande Piramide d'Egitto. Chiunque sia stato l'artefice di questa mastodontica costruzione, deve aver posto particolare attenzione all'angolo nord-occidentale, dove era collocato il tempio di Giove/Zeus. Questo poggiava su una struttura sopraelevata, fatta di strati sovrapposti di enormi pietre e concepita senza dubbio per sostenere un peso notevole. Sul lato sud, dove si trovano tuttora sei delle colonne del tempio, si vedono chiaramente  gli strati di pietra: intervallati a pietre relativamente piccole vi sono blocchi di pietra lunghi fino a 6 metri. Gli strati inferiori del podio si estendono poi a formare una sorta di terrazzamento al di sotto del tempio: le pietre, qui, sono ancora più gigantesche.

Dimensioni molto maggiori avevano i blocchi di pietra che costituivano il lato ovest del podio. Come si può vedere dallo sche-matico disegno messo a punto dalla squadra archeologica tedesca, la base più larga e gli strati superiori del podio erano composti da blocchi di pietra davvero enormi, del peso stimato di circa 500 tonnellate l'uno (teniamo presente, per avere un termine di paragone, che le pietre più grandi della Grande Piramide d'Egitto pesano circa 200 tonnellate). Eppure neanche questi blocchi di granito erano i più grandi utilizzati dagli antichi costruttori del podio. Sembra incredibile, infatti, ma lo strato centrale  situato circa 6 metri sopra la base del podio - era composto da pietre ancora più grandi, «gigantesche», «colossali», «enormi», le definiscono gli studiosi moderni. Gli storici antichi lo chiamavano Trilithon  la Meraviglia delle Tre Pietre. Lì, infatti, fianco a fianco, stanno ancora oggi tre blocchi di pietra di cui non si conosce l'eguale in tutto il mondo: di forma precisa e perfettamente corrispondente l'una all'altra, ciascuna delle tre pietre di granito  è lunga più di 18 metri e larga dai 3 ai 4 metri, e pesa oltre 1.000 tonnellate!



Le pietre della piattaforma e del podio venivano estratte sul po-sto; Wood e Dawkins mostrano una di queste cave  nel loro schizzo panoramico. Ma i giganteschi blocchi venivano tagliati e modellati presso un'altra cava, posta circa 1.200 metri a sud-ovest del recinto sacro. È proprio qui che ci si imbatte in qualcosa di ancora più incredibile del Trilithon. Parzialmente sepolta nel terreno c'è un'altra colossale lastra di granito, evidentemente lasciata sul posto da chiunque l'abbia estratta. Pefettaniente intagliata e modellata, collegata al terreno roccioso solo da una striscia sottile alla base, essa è lunga la bellezza di 21 metri e ha una base di circa 4 per 5 metri. Una persona che vi salisse sopra  sembrerebbe una mosca sopra un iceberg! Il peso stimato di questo enorme blocco di pietra supera le 1.200 tonnellate.

Quasi tutti gli studiosi ritengono che questa lastra avrebbe dovuto essere trasportata, come le sue tre sorelle, all'area sacra ed essere forse utilizzata per estendere il terrazzamento del podio sul lato nord. Ebers e Guthe riportano una teoria secondo la quale nello strato sotto il Trilithon non vi sarebbero due lastre più piccole, ma un'unica pietra simile a quella trovata presso la cava che, avendo subito una spaccatura o qualche altro danno, avrebbe poi assunto l'aspetto di due pietre accostate. Dovunque dovesse essere posta questa pietra colossale, essa sta a testimoniare l'immensità e unicità della piattaforma e del podio che si trovano tra i monti del Libano. Il fatto sconvolgente è che anche ai giorni nostri non esistono carrucole o altri meccanismi che possano sollevare un peso di 1.000-1.200 tonnellate, per non parlare di come sia stato possibile trasportare per monti e valli un oggetto di tali dimensioni e collocarlo precisamente nella posizione voluta, parecchi metri sopra il livello del terreno. Eppure, in un'epoca remota, qualcuno, in qualche modo, è riuscito nell'impresa... Ma chi? Secondo le tradizioni locali il luogo esisteva dal tempo di Adamo e dei suoi figli, i quali, dopo l'espulsione di Adamo ed Èva dal Giardino dell'Eden, vivevano nella regione delle montagne dei cedri. Adamo, raccontano queste leggende, abitava nella zona dell'attuale Damasco, e morì poco lontano. Fu suo figlio Caino a costruire un rifugio sopra la Cresta dei Cedri dopo aver ucciso Abele. Il patriarca maronita del Libano riferì il seguente racconto: «La roccaforte sul Monte Libano è la più antica costruzione del mondo. Caino, figlio di Adamo, la costruì nell'anno 133 dalla Creazione, durante un attacco di furiosa follia. Diede a essa il nome di suo figlio Enoch e la popolò di giganti che il Diluvio punì per la loro iniquità». Dopo il Diluvio, il luogo venne rico struito dal biblico Nimrod, che cercava così di salire al cielo. La Torre di Babele, secondo tali leggende, non si trovava a Babilo nia ma in Libano, sopra la grande piattaforma. » Un certo d'Arvieux, un viaggiatore del XVII secolo, scrisse nei suoi Mémoires (Parte II, cap. 26) che secondo gli abitanti di quel luogo, sia ebraici che musulmani, un antico manoscritto trovato sul posto rivelava che «Dopo il Diluvio, quando Nimrod regnava sul Libano, egli inviò dei giganti a ricostruire la fortezza di Baalbek, così chiamata in onore di Ba'al, il dio dei Moabiti, adoratori del dio Sole». L'associazione tra quel luogo e il dio Ba'al nell'epoca successiva al Diluvio è un indizio importante. In effetti, non appena finita la dominazione greco romana, la popolazione locale abbandonò il nome ellenistico di Eliopoli e riesumò il vecchio nome semitico con il quale la città è conosciuta ancora oggi: Baalbek. Sul significato preciso di questo nome le opinioni sono diverse: molti ritengono che esso significhi "la valle di Ba'al", ma dalla disposizione sillabica, oltre che da alcuni riferimenti talmu-dici, ci sembra di poter concludere che esso indicasse piuttosto "'ilpianto di Ba'al". Ripensiamo ai versi conclusivi dell'epopea ugaritica, che narrano della sconfitta di Ba'al nel suo combattimento con Mot, la scoperta del suo corpo senza vita, la sua sepoltura da parte di Anat e Shepesh in una grotta sulla Cresta di Zaphon:

E trovarono Baal, a terra, caduto; il potente Baal è morto; il principe, Signore della Terra, è spirato.... Anat piange tutte le sue lacrime; nella valle beve le lacrime come fossero vino. A voce alta chiama la Torcia degli Dèi, Shepesh: «Porta il potente Baal, ti prego, portalo da me». E Shepesh, la Torcia degli Dèi, la ascolta, prende il potente Baal e lo poggia sulla spalla di Anat. Ed ella lo porta alla Roccaforte di Zaphon; tra le lacrime, lo seppellisce, ponendolo nelle viscere della terra.

Queste leggende locali, che come tutte le leggende racchiudono un'eco di eventi antichissimi, ma reali, concordano nell'affermare l'estrema antichità di quel luogo, attribuendone la costruzione a "giganti" e collegandola agli eventi del Diluvio, oltre che a Ba'al: la sua funzione sarebbe quella di una "Torre di Babele"  un luogo dal quale «salire al cielo». Quando pensiamo alla grande piattaforma, alla sua struttura e localizzazione, alla funzione dell'immenso podio fatto per sostenere pesi enormi, continua a comparirci davanti agli occhi la raffigurazione della moneta di Biblo  un grande tempio, un'area sacra cinta di mura, un podio di struttura possente, e sopra la "camera volante" a forma di razzo. Ci tornano alla mente anche le parole e le descrizioni del «luogo nascosto» nell'Epopea di Gilgamesh: il muro insormontabile, la porta che uccide chiunque la tocchi, la galleria che conduce al «recinto dal quale vengono pronunciate parole di comando», la «dimora segreta degli Anunnaki», il mostruoso guardiano con la sua «scia radiante». A questo punto non abbiamo più dubbi: Baalbek corrisponde alla Cresta di Zaphon di Ba'al, la meta del primo viaggio di Gilgamesh. Il fatto che Baalbek venisse definito «il crocevia di Ishtar» significa che, quando vagava per i cieli, la dea poteva andare e ve-nire da quel "Luogo dell'Attcrraggio" ad altri luoghi di atterraggio sulla Terra. Analogamente, il fatto che Ba'al abbia cercato di installare sulla Cresta di Zaphon «un meccanismo che emette parole, una pietra che bisbiglia» implica l'esistenza, da qualche altra parte, di analoghe unità di comunicazione: «II Cielo con la Terra fa comunicare, i mari con i pianeti». Vi erano dunque altri posti della Terra che potevano servire come luoghi di atterraggio per le navicelle degli dèi? Oltre quelle poste sulla Cresta di Zaphon, vi erano altre "pietre che bisbigliano"? Il primo indizio è proprio il nome "Eliopoli": evidentemente i Greci credevano che Baalbek fosse, in qualche modo, una "città del dio sole" come la sua omonima in Egitto. Anche l'Antico Te-stamento riconosceva l'esistenza di due Beth-Shemesh ("Casa di Shamash"): una a nord, l'altra a sud {On, nome biblico dell'Eliopoli egiziana). Quest'ultima era, come disse il profeta Geremia, il luogo delle «Case degli dèi d'Egitto», il posto dove sorgevano gli obelischi egiziani. La Beth-Shemesh settentrionale, invece, si trovava in Libano, non lontano da Beth-Anath ("Casa di Anat"); il profeta Amos la identifica con il luogo dove sorgono i «palazzi di Adad ... la casa di colui che ha visto El». Al tempo di Salomone, i domini di questo re comprendevano gran parte di Siria e Libano, e tra i luoghi in cui egli aveva fatto erigere grandiosi edifici figuravano Baalat ("il luogo di Ba'al") e Tamar ("il luogo delle palme"); la maggior parte degli studiosi identifica questi luoghi con Baal bek e Palmira. Le opere degli storici greci e romani sono piene di riferimenti ai legami tra le due Eliopoli. Parlando del pantheon egiziano di dodici dèi, lo storico greco Erodoto citava anche un «Immortale che gli Egizi veneravano come "Èrcole"». 
Egli faceva risalire le origini del culto di questo Immortale alla Fenicia, poiché «aveva sentito dire che in quel luogo vi era un tempio in onore di Èrcole, oggetto di grande culto». In quel tempio egli vide due colonne. «Una era di oro zecchino, l'altra di smeraldi, fulgida e brillante di notte.» Queste sacre "colonne del Sole"  "Pietre degli dèi"  si ritrovano raffi gurate su monete fenicie, del periodo successivo alla conquista della regione da parte di Alessandro Erodoto, poi, ci da un'altra informazione: delle due pietre, una era fatta del materiale che è il miglior conduttore di elettricità (oro), l'altra di una pietra preziosa (smeraldo) che è oggi utilizzata per le comunicazioni laser e che emanava uno strano fulgore, come di radiazioni ad alta intensità. Tutto questo non somigliava forse all'attrezzatura allestita da Ba'al, che i Cananei definivano "pietre di splendore"? Lo storico romano Macrobio, parlando proprio del legame tra la Eliopoli fenicia (Baalbek) e la sua controparte egizia, parla anch'egli di una pietra sacra, e sostiene che «un oggetto» in onore del dio del Sole Zeus Helioupolites fu portato da sacerdoti egizi dalla Eliopoli egizia alla Eliopoli del nord (Baalbek). «L'oggetto» aggiunge Macrobio, «viene ora adorato con riti assiri invece che egiziani.» Altri storici romani precisarono anche che le "pietre sacre" adorate dagli "Assiri" e dagli Egizi erano di forma conica. Secondo Quinto Curzio, un oggetto di questo genere si trovava presso il tempio di Aminone all'oasi di Siwa. «Ciò che là viene adorato come un dio», scrive Quinto Curzio, «non ha la forma con cui di solito si rappresentano gli dèi. Il suo aspetto assomiglia molto di più a un umbilicus, composto da uno smeraldo e da altre gemme incastonate.» L'oggetto conico venerato a Siwa venne poi citato da EL. Griffith parallelamente all'annuncio, sul Giornale di archeologia egizia (1916), della scoperta di un omphalos conico presso la città nubia di Napata, dove si trovavano anche delle piramidi.Questo «monumento meroitico unico» fu rinvenuto da George A. Reisner della Harvard University nella parte più interna del locale tempio di Aminone, il più meridionale dei templi egiziani dedicati a questo dio. 
Il termine greco omphalos, come anche il latino umbilicus, indica una pietra conica che i popoli antichi, per motivi che gli studiosi non conoscono, ritenevano avesse contrassegnato "il centro della Terra". Come si ricorderà, il tempio di Aminone presso l'oasi di Siwa era la sede dell'oracolo che Alessandro si affrettò a consultare al suo arrivo in Egitto. E secondo la testimonianza sia di Callistene, lo storico di Alessandro, sia del romano Quinto Curzio, l'«oggetto» venerato in quella località era proprio un omphalos fatto di pietre preziose. Il tempio del dio Aminone nella Nubia, dove Reisner scoprì  omphalos si trovava presso Napata, antica capitale dei domini delle regine di Nubia. C'è forse un legame con la strana visita di Alessandro, perennemente in cerca dell'immortalità, alla regina Candace? Ed era una pura coincidenza il fatto che, ricercando i segreti della longevità, il re persiano Cambise (come riferisce Erodoto) mandò i suoi uomini in Nubia, presso il tempio dove era conservata la «Tavola del Sole»? All'inizio del primo millennio a.C. una regina di Nubia  la regina di Saba  compì un lungo viaggio per recarsi a Gerusalemme, dal re Salomone. Secondo le leggende che circolavano a Baalbek egli avrebbe abbellito quella località del Libano in onore della regina. È possibile, dunque, che essa avesse intrapreso quel viaggio lungo e pericoloso solo per verificare di persona la proverbiale saggezza di Salomone, oppure dobbiamo pensare che il suo veiro obiettivo fosse quello di consultare l'oracolo di Baalbek - la biblica «Casa di Shemesh»? In effetti, pare proprio di essere in presenza di qualcosa di più di semplici coincidenze; e ci si affaccia alla mente una domanda: se tutti questi centri oracolari contenevano sempre un omphalos, non può darsi che fosse Yomphalos stesso la fonte dell'oracolo? La costruzione (o ricostruzione) sulla Cresta di Zaphon di una rampa di lancio e di una piattaforma di attcrraggio per Ba'al non fu la causa della sua fatale lotta con Mot: a scatenarla fu piuttosto il suo tentativo clandestino di allestire una "Pietra dello Splendore", cioè un'attrezzatura che poteva comunicare con il cielo come con altri luoghi della Terra e che era anche Una pietra che bisbiglia; gli uomini non capiranno i suoi messaggi, le moltitudini della Terra non comprenderanno. Se riflettiamo su quella che pare essere la doppia funzione della Pietra di splendore, il messaggio segreto di Ba'al ad Anat diviene immediatamente chiaro: quello stesso oggetto che gli dèi usavano per comunicare tra loro era anche l'oggetto da cui provenivano i responsi oracolari richiesti da re ed eroi! In un approfondito studio sull'argomento, Wilhelm H. Roschcr {Omphalos) dimostrò come il termine che le lingue di ceppo germanico utilizzano per indicare queste pietre oracolari  navel in inglese, nobel in tedesco, ecc.  deriva dal sanscrito nabh, che significa "emanare a forza". Non è una semplice coincidenza, dunque, che nelle lingue semitiche l'espressione naboh significasse "predire" e nabih "profeta". Tale corrispondenza di significati risale, senza dubbio, alla lingua sumerica, in cui NA.BA(R) significava "Pietra lucente che spiega". Dall'esame degli scritti antichi emerge una vera e propria rete di questi siti oracolari. Erodoto  che riferì con estrema precisione (Libro II, 29) l'esistenza dell'oracolo meroitico di Giove-Ammone  affermò anche che i «Fenici», che avevano fondato l'oracolo di Siwa, fondarono anche il più antico centro oracolare della Grecia, quello di Dodona  una località di montagna situata nella Grecia nord-occidentale (in prossimità dell'attuale confine con l'Albania). A questo proposito, egli racconta un episodio di cui aveva sentito parlare durante la sua visita in Egitto, secondo il quale «un giorno i Fenici portarono via da Tebe (in Egitto) due donne sacre ... una di esse fu venduta in Libia (Egitto occidentale), l'altra in Grecia. Furono proprio queste donne a fondare i primi oracoli nei due paesi». Questa versione, scrive Erodoto, l'aveva sentita dai sacerdoti egizi di Tebe. A Dodona, invece, circolava un'altra versione: «due colombe nere volarono via un giorno dall'egizia Tebe» e andarono a posarsi una a Dodona, l'altra a Siwa; in entrambe le località furono allora fondati centri oracolari in onore di Giove, che a Dodona i Greci chiamavano Zeus, mentre a Siwa gli Egizi chiamavano Artimone. Lo storico romano Silico Italico (primo secolo d.C), oltre ad affermare che Annibale consultava regolarmente l'oracolo di Siwa durante le sue guerre contro Roma, attribuiva anch'egli al volo delle due colombe da Tebe la fondazione dei centri oracolari nel deserto di Libia (Siwa) e nella greca Caonia (Dodona). Diversi secoli dopo, il poeta greco Nonnos, nella sua opera principale, Dionysiaca, descriveva gli oracoli di Siwa e Dodona come luoghi gemelli, in comunicazione l'uno con l'altro: 

Eccola, la nuova voce che risponde, la voce di Zeus di Libia! La sabbia assetata inviò un oracolo alla colomba di Caonia [ = Dodona]. 

Quanto a F.L. Griffith, la scoperta dell1'omphalos in Nubia gli ricordò un altro centro oracolare della Grecia. La forma conica del'omphalos di Nubia, egli scrisse, «riprendeva esattamente quella di omphalos presso l'oracolo di Delfi». Delfi, sede dell'oracolo più famoso di tutta la Grecia, era dedicata ad Apollo ("Quello della pietra") e le sue rovine rappresentano tuttora una delle maggiori attrattive turistiche della zona. Anche qui, come a Baalbek, l'area sacra era composta da una piattaforma costruita sul fianco di una montagna, posta anch'essa di fronte a una vallata che formava una specie di imbuto verso le coste del Mare Mediterraneo. Molte fonti affermano che l'oggetto più sacro di Delfi era appunto un omphalos; esso si trovava inserito in una base apposita nella parte più interna del tempio di Apollo, accanto a una statua del dio (su quest'ultimo punto, però, non tutte le testimonianze concordano). In un locale sotterraneo, nascosto alla vista di tutti coloro che venivano a consultare l'oracolo, una sacerdotessa, in uno stato quasi di "trance", rispondeva alle domande di re ed eroi pronunciando enigmatiche parole  parole che erano dettate dal dio, ma che provenivano dall'omphalos. L'originale del sacro omphalos è miste riosamente scomparso, forse in occasione di una delle numerose guerre o invasioni straniere che interessarono la regione. Du rante una campagna archeologica, però, ne venne scoperta una copia in pietra, eretta forse al tempo dei Romani fuori dal tempio, e che oggi si trova al Museo di Delfi . 

Anche lungo la via sacra  che conduceva al tempio qualcuno, in un'epoca imprecisata, collocò un semplice omphalos in pietra per segnare il punto preciso in cui per la prima volta si era fatto sentire l'oracolo di Delfi, prima che fosse costruito il tempio.Sulle monete che circolavano a Delfi si vedeva Apollo seduto su questo omphalos ; e quando la Fenicia cadde in mano ai Greci, anch'essi continuarono a rappresentare Apollo seduto sull'omphalos "assiro". Molto spesso, però, le pietre oracolari erano raffigurate in coppia, poste su un'unica base, come nel caso della .



Come mai fu scelta proprio Delfi come sede dell'oracolo, e perché proprio lì fu posto Vomphalos? Secondo la tradizione, quando Zeus volle individuare dove si trovava il centro della Terra, liberò due aquile ai due estremi opposti del mondo; vo-lando l'una verso l'altra, le due aquile si incontrarono a Delfi, e per questo venne eretta una struttura in pietra, un omphalos ap-punto, per contrassegnare quel luogo. Lo storico greco Strabone afferma che sopra Vomphalos di Delfi si trovavano infatti due sta-tue a forma di aquila. Raffigurazioni di omphalos affiancati oppure sormontati da aquile si ritrovano in tutta l'arte greca.Secondo alcuni studiosi non si tratterebbe di aquile, ma di piccioni viaggiatori, i quali, data la loro capacità di ritrovare la strada da un determinato punto, simboleggiavano forse una sorta di misurazione della distanza tra un centro della Terra e un altro. Le leggende greche affermano che Zeus trovò rifugio a Delfi durante le sue battaglie aeree con Tifone, proprio in quella zona simile a una piattaforma dove poi sarebbe stato costruito il tempio di Apollo. Il tempio di Ammone a Siwa conteneva non soltanto corridoi sotterranei, tunnel misteriosi e passaggi segreti all'interno delle spesse mura, ma anche un'area riservata ampia circa 52 x 55 metri, circondata da mura possenti, al cui interno vi era una specie di piattaforma di solida pietra. Questi stessi componenti strutturali, compresa la piattaforma, si ritrovano in tutti i luoghi che sono associati alle "pietre che bisbigliano". Se ne deve dunque concludere che tutte queste aree, come quella più grande di Baalbek, fossero sia "luoghi di attcrraggio" sia "centri di comunicazione"? Non ci meraviglia più, a questo punto, trovare le pietre sacre, accompagnate dalle due aquile, raffigurate anche in scritti sacri egizi ; 
e molti secoli prima che i Greci incominciassero a costruire templi attorno ai loro centri oracolari, un faraone egizio fece raffigurare sulle sue piramidi un omphalos con i due uccelli appollaiati. Il faraone era Seti I, il quale visse nel XIV sec. a.C; ed è proprio sulla sua piramide, nella raffigurazione del dominio di Seker, il "dio nascosto", che abbiamo visto Vomphalos più antico . Era il mezzo di comunicazione con il quale i messaggi - «parole» - «erano pronunciati ogni giorno da Seker». Avevamo individuato in Baalbek la meta del primo viaggio di Gilgamesh; seguendo poi i "fili" che portavano alle "bisbigliatati" Pietre dello Splendore, siamo arrivati al Duat. Era questo il luogo dove i faraoni cercavano di arrivare all'Aldilà attraverso la Scala che porta al Cielo. Era questo, a nostro parere, il luogo verso cui Gilgamesh, nella sua ricerca della vita eterna, diresse i suoi passi nel suo secondo viaggio.

mercoledì 28 settembre 2016

A CAVALLO DELLE NUVOLE


II viaggio di Gilgamesh in cerca dell'immortalità ha rappresentato indubbiamente la fonte, nei millenni successivi, dei numerosi racconti su semi dèi o eroi che cercavano di ottenere tale status e che ambivano a raggiungere il paradiso sulla Terra o la dimora celeste degli dèi. È un fatto, inoltre, che l'Epopea di Gilgamesh, così dettagliata nel racconto, servì anche come libro guida in cui i ricercatori successivi cercarono di individuare gli antichi punti di riferimento per poter ricostruire la strada che conduceva alla Terra dei Viventi. Le analogie tra i luoghi geografici, le diverse strutture costruite dall'uomo (o dagli dèi) come gallerie, corridoi, locali a tenuta stagna o sale di radiazione, gli esseri a forma di uccelli, o "Aquile", come pure molti altri dettagli più o meno importanti, fanno pensare a qualcosa di più di semplici casualità. Al tempo stesso, il racconto epico del viaggio può spiegare la confusione che regnò, millenni dopo, quando si cercò di dare una localizzazione esatta a quella meta tanto agognata: come infatti ha dimostrato la nostra dettagliata analisi, Gilgamesh fece non uno, ma due viaggi  un fatto di solito ignorato dagli studiosi moderni, e forse anche da quelli del passato. La vicenda di Gilgamesh raggiunse il suo culmine nella Terra di Tilmun, che era una dimora degli dèi e un luogo degli Shem. È là che egli incontrò un antenato che era sfuggito all'immortalità e che aveva trovato la pianta segreta dell'eterna giovinezza. Ed è là che si sarebbero verificati, nei millenni a venire, altri incontri divini, come pure eventi che avrebbero influenzato il corso della storia umana. Noi riteniamo che proprio lì si trovasse il Duat  la Scala che porta al Cielo. Ma non fu questa la prima destinazione di Gilgamesh. Cerchiamo di seguire le sue orme nell'ordine con cui egli intraprese il viaggio: la sua prima destinazione sulla strada verso l'immortalità non fu Tilmun, ma il Luogo dell'Atterraggio sulla montagna del cedro, all'interno della foresta di cedri. Gli studiosi (per esempio S.N. Kramer, The Sumerians) hanno giudicato «criptiche e tuttora enigmatiche» le affermazioni sumeriche secondo cui Shamash poteva «alzarsi» nella «Terra del cedro» e non solo a Tilmun. La risposta è che a parte lo spazioporto di Tilmun, dal quale si potevano raggiungere i cieli più alti, vi era anche un "Luogo dell'Attcrraggio" da cui gli dèi «potevano arrivare ai cieli» della Terra. Un'ulteriore conferma arriva dalla con-clusione alla quale noi stessi siamo giunti: che, cioè, gli dèi avevano effettivamente due tipi di navicelle: i GIR, le navette spaziali che venivano mosse da Tilmun; e quello che i Sumeri chiamavano un MU, una "camera celeste". Grazie alla sofisticata tecnologia dei Nefilim, la parte terminale del GIR, il modulo di comando  quello che gli Egizi chiamavano Ben-Ben  poteva staccarsi e vo-lare nei cieli della Terra come MU. I popoli antichi avevano visto i GIR nei loro silos o magari anche in volo.

Ma nelle loro rappresentazioni iconografiche compaiono più spesso le "camere celesti", che sono poi quei veicoli che noi oggi classifichiamo come UFO {Unidentified Flying Objects, ovvero "oggetti volanti non identificati"). Quella che apparve al patriarca Giacobbe nella sua visione avrebbe potuto essere la "camera celeste" di Ishtar ; la ruota volante descritta dal profeta Ezechiele era molto simile alle raffigurazioni che gli Assiri facevano del loro dio volante che andava avanti e indietro per i cieli, al livello delle nuvole, nella sua "camera celeste" sferica (fig. a).
Antichi reperti iconografici trovati in una località lungo il Giordano dall'altra parte di Gerico indicano che per atterrare questi veicoli sferici facevano scendere tre gambe (fig. b) non può darsi che fosse proprio uno di essi il «turbine di vento» in cui il profeta Elia fu portato in cielo, e per di più proprio in quello stesso punto? Come le "Aquile" sumeriche, anche gli "dèi volanti" dell'antichità erano sempre raffigurati da tutti i popoli antichi come dèi muniti di ali  esseri alati ai quali è da far risalire, con tutta probabilità, la tradizione ebraico cristiana dei cherubini alati e degli angeli (letteralmente: emissari) del Signore. Tilmun, dunque, era il luogo in cui si trovava il porto spaziale. Presso la montagna del cedro, invece, era ubicato il Luogo dell'Atterraggio, il «crocevia di Ishtar», l'aeroporto degli dèi, insomma. Ed è proprio qui che Gilgamesh si diresse inizialmente. Se identificare e localizzare Tilmun è alquanto complicato, sull'ubicazione della foresta dei cedri non sembrano esservi dubbi: a parte, infatti, alcuni cedri che crescono sull'isola di Cipro, l'unica foresta di questo genere in tutto il Vicino Oriente si trova sulle montagne del Libano.
Questi cedri maestosi, che possono addirittura raggiungere l'altezza di 40 m, sono più volte citati nella Bibbia ed erano ben noti a tutti i popoli dell'antichità. Sia la Bibbia sia altre fonti medio-orientali attestano che i cedri del Libano erano rinomati perla costruzione e decorazione di templi ("case degli dèi"), una pratica descritta in dettaglio nei capitoli biblici  che trattano della costruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Salomone, dopo che il Signore Yahweh si era lamentato con lui dicendo: «Perché non mi costruisci una Casa di cedro?». Sembra che il Dio della Bibbia avesse una certa dimestichezza con i cedri, tanto che spesso li utilizzava nelle allegorie, per parago-narli a nazioni o condottieri: «L'Assiria era un cedro del Libano, di alta statura e con ampie fronde ombrose ... le acque lo nutrivano, fiumi sotterranei lo facevano crescere»  finché l'ira di Yahweh lo colpì e spezzò i suoi rami. L'uomo, a quanto pare, non era mai stato capace di coltivare questi cedri: anche nella Bibbia si parla di un tentativo in questo senso, finito però nel più completo fallimento. Il tentativo era attribuito (realmente o allegoricamente) al re di Babilonia, il quale «venne in Libano e prese un ramo del cedro più alto», scegliendo da esso il seme milgiore. Quindi piantò il seme «in un campo fertile e ben irrigato». Ma ciò che nacque non fu un alto cedro, bensì un albero piccolo e di bassa statura, simile a un salice. Il Dio biblico, però, conosceva il segreto della coltivazione del cedro:

Così dice il Signore Yahweh: «Dalla cima del cedro, dai suoi rami superiori prenderò un tenero ger-moglio e lo pianterò su un'alta montagna scoscesa ... E spunteranno nuovi rami, ed essi porteranno frutti, e l'albero diventerà un possente cedro».  

Questa conoscenza derivava probabilmente dal fatto che il cedro cresceva nell'«Orto degli dèi»; anche qui, nessun altro albero reggeva il suo confronto. «Era l'invidia di tutti gli alberi che stavano nell'Eden, il giardino degli dèi.» Il termine ebraico Gan (orto, giardino), che deriva dalla radice gnn (proteggere, sorvegliare), da il senso di una zona custodita e ad accesso riservato  lo stesso senso che recepisce il lettore del racconto di Gilgamesh: una foresta che si estende «per molte leghe», sorvegliata da un «guerriero ardente» («terrore per i mortali»), accessibile solo mediante una porta in grado di paralizzare chi si azzarda a toccarla. Dentro, vi era «la dimora segreta degli Anunnaki»; un tunnel che collega «con il recinto dal quale vengono pronunciate parole di comando»  «il luogo sotterraneo di Shamash». Gilgamesh ce l'aveva quasi fatta ad arrivare al Luogo dell'Atterraggio, poiché aveva ottenuto il permesso e l'aiuto di Shamash. Ma la collera di Ishtar (le cui profferte amorose egli aveva respinto) capovolse completamente il corso degli eventi. Non così, invece, secondo l'Antico Testamento, avvenne per un altro re mortale. Questi era il re di Tiro  una città stato sulla costa del Libano , a poca distanza dai monti di cedri; e la Divinità (come si legge nel capitolo 28 del Libro di Ezechiele) gli consentì davvero di visitare il monte sacro:

Tu sei stato nell'Eden, il Giardino di Dio; ogni pietra preziosa era a tua disposizione...  Tu sei stato consacrato cherubino, protetto; e io ti ho posto nella montagna sacra. Come un dio fosti tu, e ti muovesti tra le pietre ardenti.

Gilgamesh aveva cercato di entrare nel Luogo dell'Atterraggio degli dèi senza essere invitato; il re di Tiro, invece, non solo ebbe il permesso di andarvi, ma evidentemente ottenne anche un "passaggio in volo" sulle pietre ardenti, come fosse un.cherubino. E perciò egli dichiarò: «Sono un dio; nella dimora della Divinità mi sono seduto, nel mezzo delle acque». Per questa sua superbia di cuore, lo informò il profeta, egli avrebbe fatto la fine di un pagano, morendo per mano di stranieri. Tanto gli ebrei dell'epoca biblica quanto i loro vicini settentrionali conoscevano bene, dunque, l'ubicazione e la natura del Luogo dell'Attcrraggio presso la cosiddetta "montagna del cedro", che Gilgamesh aveva cercato di raggiungere millenni prima. Si trattava, come dimostreremo, di un luogo non "mitologico", ma del tutto reale: a testimoniarne l'esistenza e le funzioni vi sono non soltanto testi, ma anche rappresentazioni pittoriche risalenti a quei tempi. Parlando del re che cercò di coltivare un cedro, l'Antico Testamento narra che egli «portò il ramo in una terra di commerci» e piantò il seme «in una città di mercanti». Non occorre cercare troppo lontano una terra e una città di questo genere: lungo la costa del Libano, da dove comincia l'Anatolia a nord fino alla Palestina a sud, vi erano parecchie città cananee che si erano affermate e arricchite grazie al commercio internazionale. Le più conosciute attraverso la Bibbia erano Tiro e Sidone; centri marittimi e di commercio per millenni, raggiunsero il loro massimo splendore durante la dominazione fenicia. Sepolte sotto una montagna, però, vi erano le rovine di un'altra città, distrutta al tempo dell'invasione degli Assiri; si tratta probabilmente della più settentrionale delle città cananee, ai confini con l'impero ittita. I suoi resti furono scoperti per caso, nel 1928, da un contadino che cercava di mettere a coltura un nuovo terreno nei pressi del monte chiamato Shamara.
Venne subito avviata una grande campagna di scavo, che portò alla luce i resti dell'antica città di Ugarit. Venne rinvenuto un maestoso palazzo, un tempio al dio Ba'al ("II Signore") e vari oggetti di manifattura artigianale. Ma il vero tesoro di questi scavi furono dei frammenti di tavolette d'argilla incise in scrittura alfabetica cuneiforme  in una lingua "semitica occidentale" affine all'ebraico biblico. Queste importanti tavolette, il cui contenuto venne presentato per la prima volta da Charles Virolleaud, che per molto tempo ne parlò sulla rivista scientifica Syria, sottraggono finalmente i Cananei all'oscurità che li aveva avvolti fino a quel momento, gettando luce sulla loro vita quotidiana, sulle loro usanze e sui loro dèi. Al vertice del pantheon dei Cananei stava una divinità suprema chiamata El  un termine che nell'ebraico biblico indicava genericamente la "divinità", derivando dal termine accadico Ilu, che letteralmente significava "colui che sta in alto". Nei racconti cananei sugli dèi e gli uomini, però, El era il nome personale di una divinità specifica, detentrice dell'autorità definitiva in tutte le questioni divine e umane. Era il padre degli dèi, come pure Ab Adam ("padre degli uomini") ed era chiamato con attributi come «gentile», «misericordioso». Era il «creatore di tutte le cose create» e «colui che solo poteva concedere la sovranità».Su una stele ritrovata in Palestina  El è raffigurato seduto sul trono, mentre una divinità minore  forse uno dei suoi molti figli  gli serve una bevanda.

El indossa il copricapo conico munito di corna che, in tutto il Medio Oriente antico, era il segno distintivo delle divinità; la scena è dominata dall'onnipresente globo alato, emblema del Pianeta degli Dèi. «Nei tempi antichi» El era stato un'importante divinità del Cielo e della Terra, ma al tempo in cui si verificarono gli avvenimenti narrati nelle tavolette, El viveva semiritirato, ormai lontano dalle faccende quotidiane. La sua dimora era «tra le montagne», presso «le due sorgenti»: qui, seduto nella sua tenda, egli riceveva messaggeri degli altri dèi, teneva riunioni e cercava di risolvere le continue dispute tra dèi minori, molti dei quali, peraltro, erano figli suoi: secondo alcuni testi El avrebbe avuto ben 70 figli! Di questi, 30 erano stati generati dalla sua consorte ufficiale, Asherah ; gli altri, da una miriade di concubine, e persino da donne umane. In un testo poetico si racconta che due donne, mentre passeggiavano sulla spiaggia, videro El nudo e rimasero affascinate dalla grandezza del suo membro: il risultato fu che gli generarono un figlio ciascuna. 

(Questa caratteristica "anatomica" di El compare anche su una moneta fenicia, in cui El viene raffigurato come un dio alato.) I figli principali di El erano quattro, tre maschi e una femmina: Yam ("Oceano, Mare"), Ba'al ("Signore") e Mot ("Colui che colpisce, Colui che annienta") e la dea Anat ("Colei che ha risposto").

È chiara la corrispondenza di nomi e funzioni con gli dèi greci Poseidone (dio dei mari), Zeus (Signore degli dèi) e Ade (dio degli Inferi). Ba'al, come Zeus, era sempre armato con una sorta di fulmine missile e aveva il toro come simbolo cultuale.Quando Zeus combatte con Tifone, ebbe dalla sua parte solo sua sorella Atena, dea della guerra e dell'amore; e nei racconti egizi, la sola Iside stette dalla parte di Osiride, il suo fratello marito. E lo stesso avvenne quando Ba'al combattè i suoi due fratelli: la sua sorella-amante Anat fu la sola a venire in suo aiuto. Come Atena, anch'essa era da un lato «la vergine», che spesso ostentava la sua nuda bellezza ; e dall'altra parte era la dea della guerra, con un leone come simbolo del suo coraggio . (L'Antico Testamento la chiamava Ashtoreth.)




Altrettanto evidenti di quelli con la Grecia erano i legami con culti e credenze preistoriche egizie. Osiride fu resuscitato da Iside dopo che essa aveva trovato i suoi resti nella città cananea di Biblo; analoga mente, Ba'al fu riportato alla vita da Anat dopo essere stato ucciso da Mot. Seth, l'avversario di Osiride, veniva talvolta chiamato negli scritti egizi «Seth di Saphon»; e Ba'al, come vedremo, acquisì il titolo di «Signore di Zaphon». Su monumenti egizi del Nuovo Regno  corrispondente al periodo cananeo  si trovano spesso raffigurate divinità cananee come dèi egizi, con nomi come Min, Reshef, Kadesh, Anthat . Ecco, quindi, che per tutto il mondo antico ritroviamo gli stessi racconti applicati agli stessi dèi, seppure con nomi diversi.
Gli studiosi hanno accertato che tutti questi racconti erano echi, se non vere e proprie trasposizioni, di racconti sumerici molto più antichi, riguardanti non solo l'umana ricerca dell'im-mortalità, ma anche amore, morte e resurrezione fra gli dèi. Tali racconti, inoltre, contengono episodi, dettagli, epiteti e insegnamenti che riempiono anche l'Antico Testamento, attestando dunque una localizzazione comune (la terra di Canaan, in senso lato), tradizioni comuni e versioni originali comuni. Uno di questi testi è la storia di Danel (Dan-El  - Daniel in ebraico), un condottiero giusto e virtuoso che non era riuscito a mettere al mondo un erede. Implorò quindi gli dèi di poterne avere uno, in modo che, alla sua morte, suo figlio potesse erigere una stele in sua memoria a Kadesh. Grazie a questo particolare riusciamo a dare una collocazione geografica a quegli avvenimenti: essi sarebbero accaduti nel punto di incontro tra la regione meridionale di Canaan (il Negev) e la penisola del Sinai, poiché era proprio là che si trovava Kadesh (la "città sacra"). Kadesh faceva parte del territorio del patriarca biblico Abramo; in effetti il racconto cananeo di Danel è ricco di analogie con la vicenda biblica della nascita di Isacco da Abramo e Sara ormai anziani. Come nel Libro della Genesi, anche nel racconto cananeo Danel era giunto in età avanzata senza aver avuto un erede maschio; l'occasione per ottenere l'aiuto divino gli si presentò quando due dèi arrivarono nella sua dimora. «Ed egli offrì agli dèi da mangiare e da bere.»  Gli ospiti divini  che si rivelarono essere El, "II dispensatore di guarigione", e Ba'al  rimasero con Danel un'intera settimana, durante la quale egli li assillò con le sue suppliche. Alla fine Ba'al «rivolse a El la supplica di Danel». El acconsentì, «prese per mano il suo servo» e gli concesse lo «Spirito» che ripristinò la virilità di Danel:

Con il respiro vitale rianimò Danel... 
Con il respiro vitale lo rinvigorì.

All'incredulo Danel, El promise un figlio. Sali sul letto, gli disse, bacia tua moglie, abbracciala ... «essa concepirà e, dopo la gravidanza, metterà al mondo un figlio maschio, un figlio di Danel». E proprio come nel racconto biblico, la matriarca par-torì un erede giusto e retto, e la successione fu assicurata. Al bambino venne messo il nome di Aqhat, ma gli dèi lo chiama-vano con il soprannome di Na'aman ("il piacevole"). Quando divenne un ragazzino, l'Artigiano degli dèi gli diede in dono un arco dai poteri magici. Anat, invidiosa del dono,promise ad Aqhat in cambio dell'arco qualsiasi cosa egli avesse desiderato: oro, argento, perfino l'immortalità:

Chiedi la vita, giovane Aqhat, chiedi la vita e te la concederò; chiedi l'immortalità e io la riverserò su di te. Insieme a Baal ti farò contare gli anni; con i figli di El tu conterai i mesi.

Inoltre, gli promise, non soltanto sarebbe vissuto quanto gli altri dèi, ma sarebbe anche stato invitato a unirsi a loro nella ceri-monia di chi è ammesso alla vita:

E Baal, quando concede la vita, da una festa; un banchetto tiene per colui che è ammesso alla vita. Gli offre da bere e canta per lui dolcemente.

Ma Aqhat non credeva che l'uomo potesse sfuggire al suo de-stino mortale, e non voleva separarsi dal suo arco:

Non mentire, o vergine, per un eroe le tue bugie sono orrende. Come può un mortale raggiungere l'aldilà? Come può un mortale ottenere l'eternità? ... Della morte di tutti gli altri uomini anch'io morirò; Sì, anch'io certamente morirò.

Inoltre, precisò, l'arco era fatto per guerrieri come lui e non per essere usato da una donna. Offesa, Anat «attraversò la rgione» fino alla dimora di El, per chiedergli il permesso di colpire Aqhat. Enigmaticamente, El rispose che le era concesso punirlo solo fino a un certo punto. A questo punto Anat cominciò ad agire d'astuzia. «Per mille campi, diecimila acri» viaggiò per ritornare da Aqhat. Facendo finta di andare d'amore e d'accordo con lui, rideva e civettava, chiamandolo «giovane Aqhat» e dicendogli «tu sei un fratello, io sono tua sorella». Lo convinse ad accompagnarla alla città del «Padre degli dèi, il Signore della Luna». Qui essa chiese a Taphan di «uccidere Aqhat per il suo arco», ma poi di «farlo subito rivivere»  farlo morire, cioè, solo temporaneamente, per il tempo sufficiente a sottrargli il suo arco. Taphan seguì le istruzioni di Anat e «colpì Aqhat due volte sulla nuca, tre volte sopra l'orecchio», e «l'anima di Aqhat svanì come vapore al vento». Ma prima che Aqhat potesse essere riportato in vita  sempre che fosse davvero questa l'intenzione di Anat  il suo corpo fu distrutto dagli avvoltoi. La terribile notizia raggiunse Danel mentre, «seduto davanti alla porta, sotto un grosso albero ... giudicava la causa della vedova, risolveva il caso dell'orfano». Con l'aiuto di Ba'al, si cercò di rimettere insieme le membra di Aqhat, ma senza risultato. In compenso, la sorella di Aqhat si recò, travestita, alla dimora di Taphan e, dopo averlo fatto ubriacare, cercò di ucciderlo. (Non sappiamo se la storia si concludesse con un lieto fine, in cui Aqhat, malgrado tutto, resuscitasse.) Il trasferimento dell'azione dalle montagne del Libano alla «Città del Signore della Luna» è un elemento che si ritrova anche nell'epopea di Gilgamesh. In tutto l'antico Medio Oriente la divinità associata con la Luna era Sin (Nannar nell'originale sumerico). Il suo epiteto ugaritico era "Padre degli dèi", e in effetti era il padre di Ishtar e dei suoi fra-telli. Il primo tentativo di Gilgamesh di raggiungere la sua meta attraverso il Luogo dell'Atterraggio presso la montagna del cedro fallì per colpa di Ishtar, che cercò di farlo uccidere dal Toro del Cielo, per punirlo di aver rifiutato le sue "avances". Gilgamesh intraprese poi un secondo viaggio verso la Terra di Tilmun e arrivp a una città cinta di mura «il cui tempio era dedicato a Sin». Mentre però Gilgamesh arrivò in quella regione dopo un viaggio lungo e irto di pericoli, Anat  come Ishtar  andava da un posto all'altro senza difficoltà e in pochissimo tempo, poiché si spostava non a piedi o a dorso d'asino, bensì in volo. In molti testi mesopotamici si parla dei viaggi compiuti in volo da Ishtar e della sua capacita di percorrere i cieli più vicini alla Terra. Un dipinto nel tempio di Assur, la capitale dell'Assiria, la raffigura munita di occhialoni, uno stretto elmetto e grossi "paraorecchi" .

Tra le rovine di Mari, sul fiume Eufrate, venne rinvenuta una statua a gran dezza naturale della dea, equipaggiata con una "scatola nera", un tubo flessibile, un elmetto munito di corna con paraorecchi incorporato e altri attributi di un aeronauta . Questa capacita di «volare come uccelli», attribuita anche alle divinità cananee, compare in tutti i racconti epici trovati a Ugarit. Uno di questi racconti è contenuto in un testo che gli studiosi hanno .intitolato "La leggenda di Re Keret", dove Keret può essere interpretato sia come il nome personale del re, sia come il nome della sua città ("la capitale"). Il tema principale del racconto è lo stesso della sumerica epopea di Gilgamesh: l'umana ricerca dell'immortalità. Esso comincia però come il racconto biblico di Giobbe, e presenta altre forti analogie bibliche. Secondo la narrazione biblica, Giobbe era un uomo retto e «puro», molto ricco e potente, che viveva nella «terra di Utz» (la "terra della saggezza"), che faceva parte del territorio dei «Figli dell'Oriente». Tutto andò bene fino al giorno in cui «i figli degli dèi si presentarono al Signore, e Satana con loro». Essi convinsero il Signore a mettere alla prova Giobbe, e a Satana fu consentito di affliggerlo prima con la perdita dei suoi figli e di tutte le sue ricchezze, poi con ogni genere di malattia. Mentre Giobbe se ne stava seduto, in preda al dolore e alla sofferenza, tre dei suoi amici vennero a consolarlo; il Libro di Giobbe fu concepito come un resoconto delle loro discussioni concernenti la vita e la morte, e i misteri del Cielo e della Terra. Lamentando la sua malasorte, Giobbe rievocava i giorni passati, quando era onorato e rispettato: «alle porte di Keret, nella pubblica piazza, il mio seggio era sempre pronto». A quel tempo, ricordava Giobbe, egli credeva che «come la Fenice saranno i miei giorni, con il mio Fondatore io morirò». Ma adesso, che non gli restava più nulla ed era afflitto dalla malattia, si sentiva morire da un momento all'altro. L'amico che era venuto dal sud gli ricordò che «l'uomo è nato per la sofferenza; soltanto il figlio di Reshef può volare fino nel-l'alto». L'uomo è mortale, dopo' tutto; e allora, perché agitarsi tanto? Giobbe rispose enigmaticamente che non era così semplice: «L'essenza del Signóre è in me», disse; «il suo splendore nutre il mio Spirito». Stava egli forse svelando, con queste parole fin qui incomprensibili, che il suo sangue era in parte divino? E che per questo, come Gilgamesh, si aspettava di vivere quanto l'eterna Fenice, e di morire solo quando il suo "Fondatore" fosse morto anch'egli? Ora, però, aveva capito che «non vivrò in eterno; come vapore sono i miei giorni». Anche la storia di Keret ci mostra un uomo ricco e potente che ad un certo punto perde in rapida successione moglie e figli a causa di guerre e malattie. «Egli vede dissolta la sua prole ... completamente annientata la sua discendenza», e si accorge al-lora che quella è la fine della sua dinastia: «il suo trono è completamente cancellato.» Sempre più triste e sconsolato, «bagna di lacrime il cuscino». Ogni giorno «entra nella camera interna» del tempio e grida il suo dolore agli dèi, finché un giorno El «discende verso di lui», per scoprire perché Keret pianga a quel modo. Ed è qui che ci viene svelata la natura parzialmente divina di Keret: è infatti proprio El che lo generò (con una donna umana). El consiglia al suo «amato figlio» di smettere di piangere e di risposarsi, perché avrebbe avuto il dono di un nuovo erede. Il padre lo esorta a lavarsi, rendersi presentabile e andare a chiedere la mano della figlia del re di Udum (forse il biblico Edom). Scortato dalle truppe e carico di doni, Keret si reca a Udum e segue le istruzioni paterne; ma il re di Udum rifiuta tutto l'oro e l'argento che egli porta in dono. Sapendo che Keret «è carne del Padre degli uomini» - ovvero è di origine divina  chiede in dote un'unica promessa: che il primo figlio che sua figlia darà a Keret sia anch'esso semi divino! La decisione, ovviamente, non spettava a Keret. Ma El, che pure gli aveva consigliato di sposarsi, non voleva saperne. Keret allora si diresse al santuario di Asherah per chiedere il suo aiuto. La scena successiva si svolge nella dimora di El, dove le implorazioni di Asherah vengono rafforzate da quelle degli dèi più giovani:

Poi arrivò il gruppo degli dèi, e il potente Ba'al parlò: «Vieni, ora, benevolo El: non vuoi accontentare Keret^ colui dal sangue puro, non vuoi compiacere l'amato figlio di El?»

Così pungolato, El acconsente e «accontenta Keret», promettendogli che avrà sette figli e diverse figlie. Il figlio primogenito, annuncia El, dovrà chiamarsi Yassib ("permanente") perché in effetti gli sarà assicurata una condizione di "permanenza", dovuta al fatto che fin dalla nascita non sarà sua madre ad allattarlo, bensì le dee Asherah e Anat. (Il tema del figlio di un re che viene allevato da una dea, e che ottiene in tal modo una vita più lunga,compare nell'iconografìa antica di tutti i popoli del Vicino Oriente .) Gli dèi mantengono dunque la loro promessa; ma Keret, sempre più ricco e potente, incomincia a insuperbirsi; proprio come il re di Tiro nelle profezie di Ezechiele, diviene sempre più arrogante e si vanta con i figli delle sue origini divine. Asherah, allora, in preda all'ira, lo colpisce con una malattia mortale. Quando è ormai chiaro che la vita di Keret è agli sgoccioli, i suoi figli si chiedono sgomenti: come può accadere questo a Keret, «un figlio di El, progenie divina?». Increduli, i figli, te-mendo che la mancata immortalità del padre possa ripercuotersi sulla loro stessa vita, gli domandano:

Della tua Vita, padre, ci rallegravamo; esaltavamo il fatto che non saresti mai morto ... ora, invece, morirai, padre, come tutti i mortali?

Il silenzio del loro padre parla da solo, e così i figli si rivol-gono agli dèi:

Come si può dire «Un figlio di El è Keret, progenie di Colui che è Gentile, di un essere santo»? Dunque un dio morirà? Un figlio di Colui che è Gentile non vivrà?

Imbarazzato, El domanda agli altri dèi: «Quale tra gli dèi può cancellare questa malattia?». Sette volte El ripete l'appello, ma «nessuno tra gli dèi gli risponde». Disperato, El si rivolge allora all'Artigiano degli dèi e alle sue assistenti, le dee che conoscono la magia. In risposta, la "femmina che rimuove la malattia", la dea Shataqat, si alza in volo. «Vola su cento città, vola sopra una moltitudine di villaggi ...» Arrivata in breve tempo alla casa di Keret, riesce a farlo guarire. (Il racconto, tuttavia, non ha un lieto fine. Poiché le pretese di immortalità di Keret si sono dimostrate vane, il suo primogenito gli consigliò di abdicare in suo favore...) Ancora più importanti per la comprensione degli eventi antichi sono i diversi racconti epici che trattano degli dèi stessi. In essi, il fatto che gli dèi siano in grado di volare qua e là è accettato come un dato di fatto, e il loro porto nella "Cresta di Zaphon" ha le caratteristiche di un luogo di riposo per gli astronauti. Figure centrali di questi racconti sono Ba'al e Anat, fratello e sorella che sono anche amanti. Ba'al viene spesso chiamato "Colui che cavalca le nuvole", un epiteto che l'Antico Testamento attribuisce alla divinità ebraica. 

Se il fatto che Anat sapesse volare era apparso già evidente nei racconti che trattavano dei rapporti tra dèi e uomini, tale caratteristica viene ulteriormente accentuata nei racconti sugli dèi. In uno di questi testi, viene detto ad Anat che Ba'al è andato a pescare «nel campo di Samakh».Si tratta di un luogo che ancora oggi è conosciuto con lo stesso nome: è il Lago Sumkhi ("Lago dei Pesci") nel nord di Israele, dove il fiume Giordano comincia a scorrere nel Mare di Galilea; e ancora oggi è rinomato per i pesci e per la fauna selvatica. Anat decise dunque di raggiungere là Ba'al:

Essa alza dunque le ali, la Vergine Anat, alza le ali e si eleva in volo verso il campo di Samakh dove abbondano i bufali.

Quando la vide, Ba'al le fece segno di scendere; ma Anat cominciò a giocare a nascondino. Stanco, Ba'al le chiese allora se si  aspettava che egli «le ungesse le corna»  un gesto  d' amore  «in volo».Poiché Anat non rispondeva, Ba'al prese «e se ne andò volando ... nei cieli» verso il suo trono sulla «Cresta di Zaphon»; ed è qui che lo raggiunse Anat, evidentemente in vena di scherzi. Questo idilliaco quadretto, però, potè aver luogo soltanto in anni successivi, quando la posizione di Ba'al come principe della Terra e padrone riconosciuto delle terre settentrionali fu consolidata una volta per tutte. Prima, infatti, Ba'al era perennemente impegnato in una lotta all'ultimo sangue con altri pretendenti al trono divino; la posta in gioco era un luogo noto come Zarerath Zaphon  normalmente tradotto con "le cime di Zaphon", ma in realtà, letteralmente, "la cresta rocciosa del nord". Alle sanguinose lotte per il dominio su determinate terre o roccaforti si aggiunse quella per la successione, quando il capo del pantheon cominciò a invecchiare e a fare vita sempre più ritirata. In base alle tradizioni matrimoniali che. conosciamo dagli scritti sumerici, la consorte ufficiale di El, Asherah ("la figlia del sovrano"), era sua sorellastra, e ciò rendeva il loro figlio erede le-gittimo. Tuttavia, come era già avvenuto in passato, tale diritto era spesso contestato dal primogenito  un figlio che cronologicamente era nato prima dell'erede legittimo, ma da un'altra madre. (Il fatto che Ba'al, che aveva almeno tre mogli, non potè sposare l'amata Anat conferma che essa era per lui una vera sorella, non una sorellastra.) Le leggende cananee cominciano nella remota dimora mon-tuosa di El, dove egli accorda segretamente la successione al principe Yam. La dea Shepesh, "torcia degli dèi", arriva in volo da Ba'al per rivelargli la brutta notizia: «El sta rovesciando la so-vranità!» grida allarmata. Quindi esorta Ba'al a presentarsi da-vanti a El e a mettere la questione nelle mani del concilio degli dèi, consigliandogli di non fidarsi troppo:

Adesso va', recati al concilio degli dèi presso il Monte Lala. Noli inchinarti ai piedi di El, • non prostrarti davanti all'assemblea; in piedi, coli fierezza, pronuncia il tuo discorso.

Yam, intanto, venuto a sapere della mossa di Ba'al, manda dei propri emissari agli dèi riuniti, per chiedere che il ribelle Ba'al gli fosse consegnato. Gli dèi sono seduti a cena; Ba'al sta servendo El quando entrano gli emissari. Nel caos che ne segue, essi espongono la richiesta di Yam e, per mostrare che non scherzano affatto, «ai piedi di El non si prostrano», ma impugnano le armi. «Dagli occhi uscivano, come spade affilate, lampi di fuoco.» Subito gli dèi si alzano e si mettono al riparo. El fa per afferrare Ba'al, ma questi impugna le sue armi e si lancia contro gli emis-sari; la madre, però, lo trattiene: un emissario degli dèi gode dell'immunità, gli ricorda. Quando gli emissari tornano da Yam a mani vuote, appare chiaro che non vi è altra soluzione che un duello fra i due. Una dea  forse Anat  convince l'Artigiano degli dèi a fornire a Ba'al due armi divine, con le quali Ba'al sbaraglia Yam in combattimento. Egli è quasi sul punto di ucciderlo, quando la voce di Asherah lo ammonisce: risparmia Yam ! Egli vivrà, ma sarà confinato nei suoi domini marittimi. In cambio della vita di Yam, Ba'al chiede ad Asherah di perorare la sua richiesta di supremazia sulla Cresta di Zaphon. Asherah, che si sta riposando sul mare, affronta alquanto a malincuore il viaggio verso la dimora di El. Appena giunta, «assetata e accaldata», pone il problema nelle mani di El e lo prega di giudicare secondo saggezza, non in base all'emozione: «Tu sei davvero grande e saggio», lo blandisce; «la tua barba grigia ti farà decidere per il meglio ... Saggezza e vita eterna sono i tuoi attributi». Dopo aver soppesato la situazione, El acconsente: che Ba'al sia messo pure a capo della Cresta di Zaphon, che costruisca là la sua casa. Ba'al, però, aveva in mente ben altro che una semplice casa. Il suo piano comprendeva i servigi di Kothar-Hasis ("l'abile e sapiente"), l'Artigiano degli dèi. Non soltanto gli studiosi moderni, ma anche Filone di Biblo (che scriveva nel primo secolo citando precedenti storici fenici) hanno associato Kothar-Hasis con il greco Efesto, Artigiano degli dèi, colui che costruì la casa di Zeus ed Era. Altri l'hanno invece collegato all'egizio Thoth, dio delle attività manuali e della magia. In effetti, i testi ugaritici affermano che gli emissari mandati a prendere Kothar-Hasis andarono a cercarlo nell'isola di Creta e in Egitto: era dunque pre-sumibilmente in queste terre che, all'epoca, egli svolgeva la sua attività. Quando Kothar-Hasis giunse da Ba'al, i due misero immediatamente mano ai progetti di costruzione. Sappiamo che Ba'al  desiderava una struttura a due parti, con un E-khal (una "grande casa") e un Behmtam, normalmente tradotto con "casa" ma che invece letteralmente significa "una piattaforma sopraelevata". Vi era un certo disaccordo tra i due sul luogo esatto in cui doveva essere posta una finestra simile a una ciminiera, che in qualche strano modo doveva aprirsi e chiudersi. «Devi ascoltare le mie parole, o Ba'al», insisteva Kothar-Hasis. Quando la struttura fu completata, Ba'al si preoccupò che le sue mogli e i suoi figli potessero farsi male. Allora Kothar-Hasis ordinò che fossero ammucchiati all'interno di essa «i preziosi cedri di Sirion» e accese un fuoco. Per un'intera settimana il fuoco arse senza sosta; oro e argento si mescolarono nella struttura, ma essa non fu né danneggiata né distrutta. Il silo sotterraneo e la piattaforma sopraelevata erano dunque pronti! Senza perdere tempo, Ba'al decise di provarli: 

Ba'al aprì la ciminiera nella piattaforma sopraelevata, la finestra nella grande casa. Tra le nuvole, Ba'al aprì degli squarci. Ba'al emette il suo suono divino. ... E il suono divino scuote la terra. Le montagne tremano ... A est e a ovest, i monti della terra vacillano. 

Mentre Ba'al si levava in volo, i messaggeri divini Gapan e Ugar lo raggiunsero: «la coppia alata solca le nuvole» dietro Ba'al; «come un uccello, la coppia» si alza sopra le vette innevate di Zaphon. Ma con la nuova attrezzatura, la Cresta di Zaphon si trasformò nella "Roccaforte di Zaphon"; e il Monte Libano ("il Bianco", per le sue cime innevate) acquisì l'epiteto di Sirion, la montagna "corazzata". Ottenuta la potestà sopra la Roccaforte di Zaphon, Ba'al acquisì anche il titolo di Ba'alZaphon, che significa semplicemente "Signore di Zaphon", del "luogo settentrionale". In origine, però, Zaphon non aveva una connotazione strettamente geografica: significava sia "ciò che è nascosto" sia "il luogo di osservazione", ed è indubbio che tutte queste connotazioni contribuivano a dare significato all'epiteto di "Signore di Zaphon". Ora che aveva ottenuto tutti questi poteri e prerogative, Ba'al vide crescere a dismisura la propria ambizione. Invitò i «figli de-gli dèi» a un banchetto solo per chiedere loro ubbidienza e sottomissione; coloro che si rifiutarono di accettare un rapporto di "vassallaggio" vennero infatti picchiati: «Ba'al prende i figli di Asherah; Rabbim lo colpisce sulla schiena, Dokyamm lo picchia con un randello». Alcuni furono uccisi, altri riuscirono a scappare. Ebbro per il potere, Ba'al si prendeva gioco di loro:

Porta nel bosco i nemici di Ba'al; i suoi nemici nascondili sul fianco della montagna. Il potente Ba'al grida: «O nemici di Ba'al, perché tremate? Perché correte, vi nascondete?» L'occhio di Ba'al emette schegge di luce; la sua mano, quando si allunga, rompe i cedri; la sua [mano] destra è possente.

Nella sua ansia di potere, Ba'al - con l'aiuto di Anat - combattè e sconfisse awersari come «Lothan, il serpente», Shalyat, «il drago a sette teste», Atak, «il manzo», come pure la dea Hashat, «la ca-gna». Dall'Antico Testamento sappiamo che Yahweh, il Signore della Bibbia, era anch'egli acerrimo avversario di Ba'al; e quando l'influenza di Ba'al crebbe tra gli Israeliti in seguito al matrimo-nio tra il loro re e una principessa cananea, il profeta Elia orga-nizzò una battaglia tra Ba'al e Yahweh sul Monte Carmelo. * Fu Yahweh ad avere la meglio, e i 300 sacerdoti di Ba'al fu-rono subito giustiziati. L'Antico Testamento attribuiva a Yahweh il dominio sulla Cresta di Zaphon, e significativamente utilizzava un linguaggio quasi identico, come si vede dal Salmo 29 e da al-tri versi:

Prostrati davanti a Yahweh, o figlio degli dèi, 
a Yahweh rendi omaggio e riconosci la sua supremazia. 
Rendi al Signore l'omaggio del suo Shem; 
Inchinati davanti a lui, nel suo Sacro Splendore. 
Il suono del Signore è sopra le acque: 
II Signore della Gloria tuona, 
la sua eco è sopra le acque. 
Egli ha un suono potente, pieno di maestà. 
Il suono del Signore rompe i cedri; 
I cedri del Libano Yahweh spezza. 
II Libano fa saltare come un vitello, 
e Sirion come un giovane bufalo. 
Il suo suono è tagliente tra le fiamme ardenti. ... 
Il Signore è glorificato nella sua Grande Casa.

Come Ba'al nei testi cananei, anche la divinità ebraica «cavalcava le nuvole». Il profeta Isaia ebbe una visione nella quale egli volava a sud, verso l'Egitto: «a cavallo di una nuvola scenderà sull'Egitto, e gli dèi dell'Egitto tremeranno davanti a lui». Isaia affermava anche di aver visto di persona il Signore e i Suoi attendenti alati: Nell'anno in cui il re Uzziah morì, io vidi il Signore seduto sopra un trono alto e sopraelevato; la Grande Casa era piena di servitori che lo sollevavano. Gli "attendenti del fuoco" stavano davanti alla casa, con sei ali, sei ali per ciascuno di essi ... Sulla soglia il rumore era assordante e la Casa era piena di fumo. Gli ebrei avevano il divieto assoluto di adorare, e quindi di costruire, statue o immagini divine. I Cananei, tuttavia, che dovevano aver sentito parlare di Yahweh come gli ebrei conoscevano Ba'al, ci hanno lasciato una rappresentazione di Yahweh così come essi lo immaginavano. 
Una moneta del quarto secolo a.C. che reca l'iscrizione Yahu ("Yahweh") raffigura una divinità barbuta seduta su un trono a forma di ruota alata . Era risaputo, dunque, in tutte le civiltà del Medio Oriente antico che il dominio su Zaphon conferiva anche la supremazia tra gli dèi che erano in grado di volare. Era questo, senza dubbio, ciò che Ba'al aveva fortemente voluto. Ma sette anni dopo la conquista della Roccaforte di Zaphon Ba'al dovette affrontare la sfida di Mot, signore delle terre meridionali e del Mondo Inferiore. Ben presto risultò chiaro che la disputa, questa volta, non riguardava solo il predominio su Zaphon, ma aveva a che fare con «chi dei due avrebbe avuto la supremazia su tutta la Terra». Un giorno, non sappiamo come, giunse alle orecchie di Mot la notizia che Ba'al era alle prese con attività alquanto sospette: in maniera illecita quanto clandestina, stava cercando di «mettere un piede sulla Terra e uno in Cielo, allungandosi fino ai pianeti». Inizialmente Mot chiese il permesso di andare a vedere che cosa stava succedendo dentro la Cresta di Zaphon. Per tutta risposta, Ba'al mandò dei suoi legati come messaggeri di pace: chi ha bisogno della guerra? domandò; «versiamo pace e amicizia fino al centro della Terra». Poiché però Mot insisteva, Ba'al concluse che l'unico modo per evitare che Mot venisse a Zaphon era di andare lui stesso alla dimora di Mot. E così andò fino alla «caverna» di Mot «nelle viscere della Terra», ufficialmente a professare obbedienza, ma in realtà con un obiettivo molto più sinistro in mente: rovesciare Mot. Per far questo aveva bisogno dell'aiuto della fedele Anat; e così, mentre Ba'al andava da Mot, dei suoi messaggeri andarono da Anat, con l'ordine di ripeterle, parola per parola, un enigma-tico messaggio:

Ho una parola segreta da dirti, un messaggio da bisbigliarti: È un marchingegno che parla, una Pietra che bisbiglia. Gli uomini non conosceranno i suoi messaggi; le moltitudini della Terra non capiranno.

Dobbiamo tenere bene a mente che nelle lingue antiche il termine "pietra" indicava ogni genere di sostanza estratta dalla terra e quindi comprendeva anche minerali e metalli. Anat, quindi, dovette capire subito il messaggio che Ba'al le aveva inviato: sulta Cresta di Zaphon stava costruendo qualche sofisticato marchingegno in grado di inviare o intercettare messaggi segreti. Il messaggio segreto descriveva poi ulteriormente questa «Pietra di Splendore»: 

Il Cielo e la Terra fa conversare, il mare con i pianeti. È una Pietra di Splendore; al Cielo è ancora sconosciuta. Costruiamola io e te nella mia caverna, sull'alto Zaphon.

Ecco, dunque, qual era il segreto: Ba'al, all'insaputa del «Cielo» il governo del Dodicesimo Pianeta, il Pianeta degli Dèi  stava allestendo un centro di comunicazione clandestino, dal quale poter comunicare con tutte le parti della Terra, oltre che con la navicella spaziale in orbita attorno alla Terra. Era il primo passo verso il dominio su tutta la Terra, e il conflitto con Mot era diretto, poiché era sui territori di Mot che si trovava? «Occhio della Terra», il punto di osservazione ufficiale. Ricevuto e compreso il messaggio, Anat accettò prontamente di andare in aiuto di Ba'al. Alle preoccupazioni degli emissari ella promise che vi sarebbe arrivata in tempo: «Voi siete lenti, io sono veloce», li rassicurò:

Arriverò al luogo lontano del dio, alla lontana caverna dei figli degli dèi. Due aperture essa (ha) sotto l'Occhio della Terra, e tre ampie gallerie.

Arrivata alla dimora di Mot, non vi trovò Ba'al; con violenza chiese allora sue notizie a Mot e alla fine scoprì la verità: i due si erano affrontati in duello e «Ba'al era stato sconfitto». Folle di rabbia, «con una spada decapitò Mot». Poi, con l'aiuto di Shepesh, signora dei Rephaim (i "Guaritori"), portò in volo il corpo senza vita di Ba'al alla vetta di Zaphon e lo pose in una caverna. In fretta e furia le due dee mandarono a chiamare l'Artigiano degli dèi, conosciuto anche come ElKessem, "il dio della magia".. Come Thoth aveva riportato in vita Horus ucciso dal serpente, così anche Ba'al venne miracolosamente resuscitato. Non sappiamo, però, se egli tornò in vita fisicamente sulla Terra oppure in un aldilà celeste (come Osiride).Quando si siano svolti esattamente tutti questi avvenimenti sulla Cresta di Zaphon, nessuno lo sa con certezza. Quello che sappiamo per certo è che, fin da quando si è cominciato a registrare la storia dell'umanità, questa era a conoscenza dell'esistenza e delle caratteristiche davvero uniche del "Luogo dell'Attcrraggio". Abbiamo, tanto per cominciare, il viaggio di Gilgamesh alla "montagna del cedro", chiamata anche «dimora degli dèi, crocevia di Ishtar». Qui, «spingendosi ancora più dentro la foresta», egli incontrò una galleria che portava al «recinto dal quale vengono pronunciate parole di comando»; poi, ancora più avanti, «la segreta dimora degli Anunnaki egli trovò». È come se Gilgamesh fosse arrivato fin dentro le attrezzature che Ba'al aveva costruito di nascosto! Alcuni versi della sua epopea, che già erano pieni di mistero, sembrano ora quasi usciti da un romanzo giallo:

Cose segrete egli ha visto; ciò che è nascosto all'uomo, egli lo conosce ...

Tutto ciò, come sappiamo, si verificò nel terzo millennio a.C, più precisamente intorno al 2900 a.C. Il successivo collegamento tra le faccende degli dèi e quelle degli uòmini è dato dal racconto del vecchio Danel, che abitava da qualche parte vicino a Kadesh e che non aveva eredi. Non vi sono elementi diretti che consen-tano di datare con precisione questa vicenda, ma le analogie con il racconto biblico di Abramo - compresa l'apparizione improvvisa di «uomini» che si rivelarono essere il Signore e i suoi mes-saggeri, e Pambientazione non lontano da Kadesh - fanno pensare che potremmo trovarci di fronte a due versioni dello stesso, antichissimo episodio. Se è così, siamo in presenza di un altro indizio cronologico: l'inizio del secondo millennio a.C. Zaphon era ancora là, come roccaforte degli dèi, nel primo millennio a.C: il profeta Isaia, infatti (ottavo secolo a.C.) rimproverò aspramente Sennacherib, l'assiro che aveva invaso la Giudea, per aver offeso il Signore salendo con tutti i suoi carri «fino alla cima della Montagna, la Cresta di Zaphon». Mettendo in evidenza quanto quel luogo fosse antico, il profeta comunicò a Sennacherib l'ammonizione del Signore: 

Non ne hai mai sentito parlare? Molto tempo fa l'ho costruita, in giorni antichi l'ho creata. 

Analogamente, il profeta redarguiva anche il re di Babilonia per aver tentato di farsi passare per un dio proprio salendo sulla Cresta di Zaphon: 

O tu, che sei caduto dal cielo, stella del mattino, figlio dell'alba! Schiacciato al suolo è colui che ha indebolito le nazioni. Tu dicesti nel tuo cuore «Io salirò ai cieli, sopra i pianeti di El eleverò il mio trono; sul Monte dell'Assemblea siederò, sulla Cresta di Zaphon. Sulla Piattaforma Elevata salirò e finalmente sarò uno degli Alti!» Ora,'invece, agli Inferi te ne andrai, nelle profondità della terra

Questi versi ci danno una conferma non soltanto dell'esistenza del luogo e della sua antichità, ma ci forniscono anche una descrizione di esso, compreso il particolare della «piattaforma elevata», dalla quale si poteva salire al cielo e diventare «uno degli Alti» - un dio! Il viaggio verso il cielo, come sappiamo da altri scritti biblici avveniva per mezzo di "pietre" (attrezzature meccaniche) in grado di volare. Nel sesto secolo a.C. il profeta Ezechiele rimproverava il re di Tiro di aver indurito il suo cuore e di essersi insuperbito dopo che gli era stato permesso di raggiungere la Cresta di Zaphon e di farsi trasportare da «pietre volanti» un'esperienza che gli aveva fatto dire «io sono un dio». Un'antica moneta trovata a Biblo (la biblica Gebal), una delle città fenicie-cananee della costa mediterranea, illustra bene le strutture erette su Zaphon da Kothar-Hasis .
Vi è raffigurata una "grande casa" adiacente a una zona sopraelevata, circondata da un muro alto e massiccio. Qui, sopra una sorta di po dio sostenuto da strutture in trecciate fatte per sostenere un grande peso, si trova un og getto conico - un oggetto che conosciamo bene da molte al tre rappresentazioni iconografiche provenienti dall'antico Medio Oriente: la Camera Celeste degli dèi, la «pietra che si muove». Ecco, dunque, la prova che ci giunge dall'antichità. Millennio dopo millennio, i popoli dell'antico Medio Oriente si tramandavano la consapevolezza che, all'interno della «montagna del cedro» vi era una grande piattaforma per «pietre mo-bili», adiacente a una «grande casa» in cui èra nascosta «una pietra che bisbiglia». E dunque, se abbiamo interpretato correttamente testi e raffigurazioni antichi, è possibile che questo luogo tanto grande e rinomato sia scomparso nel nulla?