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mercoledì 31 agosto 2016

COME GIUSEPPE SALVÒ L’EGITTO




Questa è una storia complessa i cui ingredienti, apparentemente, non hanno alcun nesso logico: una storia della Bibbia, un problema vecchio di 3.800 anni, sogni enigmatici di un faraone, potere politico negli anni ’60 e un ingegnere americano che visse nell’Ottocento; il loro comun denominatore è il mio antenato Giuseppe. Tutto ciò mi indusse a includere – nel corso di un viaggio in Egitto – una località al di fuori dei consueti itinerari turistici, per scovare la prova di un’incredibile impresa di ingegneria idraulica e per confermare una nuova svolta alla narrazione biblica di come Giuseppe salvò l’Egitto. La storia di Giuseppe in Egitto, che inizia nel capitolo 37 della Genesi, è piena di aspetti affascinanti, drammatici e misteriosi. Venduto in schiavitù dai fratellastri gelosi di lui a causa dei sogni inquietanti che faceva, finì col diventare il servo del consigliere del faraone in Egitto. Poiché era «di bell’aspetto» la moglie del consigliere «gettò gli occhi su di lui»; ma quando lui ne rifiutò le profferte amorose, lei lo accusò di aver tentato di sedurla e per questo fu messo in prigione. Lì divenne famoso per la sua abilità nell’interpretare i sogni. E così, quando il faraone fece una serie di sogni che nessuno dei suoi indovini riusciva a comprendere, Giuseppe fu condotto da lui. Quando gli venne riferito che il sogno riguardava sette vacche magre che divoravano sette vacche grasse, e sette spighe che spuntavano da un solo stelo, piene e belle, inghiottite da sette spighe secche e vuote, Giuseppe spiegò che stavano per venire sette anni di grande abbondanza in tutto il paese, seguiti da altrettanti anni di carestia. Colpito dalle sue parole, il faraone nominò Giuseppe viceré d’Egitto. Giuseppe mise in atto un piano per conservare il grano nei sette anni di abbondanza, così da averlo negli anni di carestia. E fu così che, quando per sette anni «ci fu carestia in tutti i paesi, in tutto l’Egitto c’era il pane». Io sono cresciuto in Medio Oriente e non mi convinceva affatto quella soluzione. Quando, nel corso della seconda guerra mondiale, i generi alimentari furono razionati, avevo potuto constatare con i miei occhi che non vi è alcun modo per conservare a lungo il cibo in quel clima torrido (meno che mai per quattordici anni: a partire dal primo anno di abbondanza per finire all’ultimo anno della carestia). Al posto di grano commestibile, si sarebbero inesorabilmente trovati chicchi marci, mangiati dagli scarafaggi e pieni di vermi. E non parliamo poi dell’assenza di pioggia. L’Egitto, come si sa, è dono del Nilo. Lo impara ben presto qualsiasi turista che – lasciato il Cairo o Luxor – si reca in qualsiasi altro sito archeologico. Dopo circa un chilometro e mezzo si ritrova in pieno deserto. Volando dal Cairo a Luxor, si vede chiaramente che tutto il paese dipende da quel nastro di acqua che la attraversa: il Nilo. I canali di irrigazione distribuiscono le acque, fonte di vita, lungo le sue rive; altrove il paesaggio è solo un deserto arido giallo-marrone. Il Nilo, uno dei fiumi più lunghi del mondo, nasce in Etiopia e nel Sudan meridionale e sfocia nel Mediterraneo. Le sue acque aumentano di volume dopo la stagione delle piogge alle sorgenti, creando le piene annuali, seguite da periodi di portata ridotta. Ma negli anni ’60, quando il presidente egiziano Gamal Nasser coinvolse le superpotenze per costruire una diga nel punto in cui il fiume entra in Egitto, emerse un’altra peculiarità delle acque del Nilo. Si notò che lo schema delle precipitazioni alle sorgenti era tale che, non solo vi sono delle piene annuali, ma che aumentano e diminuiscono ciclicamente ogni sette anni. La diga (che fu poi completata nel 1971) avrebbe creato una riserva immensa – in realtà un lago – in grado di contenere le piene e di rilasciarle gradatamente quando diminuisce la portata. Questa informazione relativa al ciclo di sette anni mi sembrò particolarmente importante. Sembrava corroborare l’elemento di base della storia dell’ascesa al potere di Giuseppe, da schiavo a viceré d’Egitto: i sette anni di abbondanza seguiti dai sette anni di carestia. All’improvviso mi resi conto che se il problema di Giuseppe, all’epoca, era la regolazione delle acque, anche la soluzione avrebbe dovuto avere a che fare necessariamente con l’acqua. La discussione nei media del motivo per cui si rendeva necessaria la costruzione della diga – il ciclo di sette anni – mi ha offerto il primo indizio per comprendere l’elemento della storia che non mi convinceva affatto, vale a dire come conservare il cibo per quattordici anni. Il problema che si trovava ad affrontare Giuseppe era non quello di conservare il grano, bensì di conservare l’acqua! Le scoperte che ho fatto, le devo a un ingegnere, nonché inventore americano, Francis Cope Whitehouse, di Rochester, N.Y. Esaminando vecchi resoconti e ritagli di giornale nella Public Library di New York, che parlavano dei problemi di acqua dell’Egitto, venni a sapere che un secolo prima, nel 1860 circa, gli inglesi – che allora governavano l’Egitto – avevano studiato vari modi per regolare la fornitura d’acqua del paese. Fra gli esperti invitati a studiare il problema e a offrire soluzioni c’era Francis Cope Whitehouse. Per svolgere al meglio il lavoro, aveva viaggiato lungo il Nilo ed era rimasto affascinato dai resti di antichi canali di irrigazione. La sua curiosità lo fece spingere fino a una grande e lussureggiante zona agricola che si trovava a poco meno di 100 chilometri a sud-ovest di Menfi, antica capitale dell’Egitto. Lì, nel bel mezzo del deserto, si trovava l’area che in arabo si chiama El-Fayum. Si potrebbe definire un’oasi nel deserto, ma è un’oasi davvero molto grande che, anziché avere una fonte o un pozzo, ha addirittura un grande lago, il lago Qarun. Questa zona incredibilmente fertile si trova in una depressione naturale, quasi al di sotto del livello del mare.Ed era proprio questo il dettaglio che incuriosiva Whitehouse: da dove pescava le acque questo lago, in una zona assolutamente arida, distante 40-50 chilometri dal Nilo? Esaminando il lago e le sue sponde, Whitehouse scoprì i resti di antiche dighe, di moli e di altre strutture monumentali. Rientrato al Cairo, compì alcune ricerche fra le documentazioni geografiche, sia recenti, sia antiche. Ben presto scoprì che le cartine geografiche dell’Egitto medievale – che si basavano su cartine redatte da Tolomeo di Alessandria – mostravano che, in quel periodo, la depressione di el- Fayum conteneva non uno, ma addirittura due laghi: un lago grande, il Karun e uno ancora più grande, il lago di Meride. Nell’aprile 1883 Whitehouse si presentò alla Khedivial Geographical Society al Cairo e fece scoppiare la bomba: aveva trovato la soluzione dell’enigma di el-Fayum negli scritti di Erodoto (storico e geografo del XV secolo a.C.). In quel luogo – così scriveva Erodoto – c’era un enorme lago artificiale che si era formato ai tempi del faraone Meride. Era un lago talmente grande che «il perimetro del lago misura 3.600 stadi, una lunghezza pari all’intero sviluppo costiero egiziano». Whitehouse citò anche gli scritti di altri storici: Diodoro, Strabone, Plinio e Mutianus, per dimostrare che non solo in epoca greca, ma anche in quella romana, era ben noto a tutti che la depressione di el- Fayum era, in realtà, un enorme lago artificiale. Rappresentava la migliore fonte di pesce in Egitto e la serie di villaggi che sorgevano lungo le sue coste erano il granaio d’Egitto. Ma questo non fece altro che infittire ulteriormente il mistero. Se la depressione naturale di el-Fayum era stata usata per creare un lago artificiale, chi era stato il suo progettista, e come si manteneva costante il livello delle sue acque? Whitehouse trovò il primo indizio negli scritti di Erodoto: «L’acqua del lago non è di sorgente (quella zona è terribilmente arida) ma vi è stata portata dal Nilo mediante un canale». Nel giugno 1883 Whitehouse si presentò alla Society of Biblical Archaeology a Londra per annunciare le altre sue scoperte. Affermò, infatti, che esisteva ancora in parte il canale che aveva alimentato l’antico lago di Meride. Era un canale artificiale che collegava la depressione di el-Fayum con il Nilo; gli Arabi lo chiamano ancora Bahr Yousof , “Il canale di Giuseppe”. L’annuncio alla Society fu seguito da una serie di conferenze e di opuscoli nei quali Whitehouse mostrava un’infaticabile dedizione alla divulgazione della propria scoperta: e cioè che era stato Giuseppe, il patriarca ebreo, ad aver ideato, progettato ed eseguito questa colossale opera di ingegneria idraulica. Compiendo esaustive ricerche, Whitehouse scoprì e pubblicò che gli storici arabi non solo attribuivano il progetto a Giuseppe, ma spiegavano anche l’etimologia del nome. Gi altri visir del faraone, invidiosi del potere di Giuseppe, convinsero il faraone a raddoppiare le difficoltà del progetto lasciandogli solo mille giorni per portarlo a termine. Contro ogni previsione, Giuseppe riuscì in ciò che i suoi detrattori ritenevano impossibile. Scavò canali di alimentazione e creò il lago artificiale nei mille giorni concessigli, Alf Yum, in arabo. Fu così che il luogo fu conosciuto come il luogo dei mille giorni, Alf Yum, Al (o el-) Fayum. Whitehouse – personaggio controverso – morì nel 1911. E perciò venne dimenticata la sua scoperta, che non solo aveva attribuito al patriarca ebreo grandi capacità ingegneristiche, ma che ne aveva anche provato l’esistenza: l’opera idraulica che porta il suo nome e le leggende che circondano la sua impresa.
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Nel secolo che è trascorso dalle rivelazioni di Whitehouse, le scoperte archeologiche hanno consentito l’identificazione di monumenti, di sovrani, di dinastie, di siti e di cronologie. Utilizzando questi dati per sincronizzare l’Età dei Patriarchi ebrei con la cronologia mesopotamica, sono giunto a determinare il 1870 a.C. quale anno di nascita di Giuseppe (i dettagli sono riportati nel mio libro Guerre atomiche al tempo degli dei). Poiché, secondo la Genesi (41, 46) Giuseppe aveva trent’anni quando il faraone gli affidò l’incarico di preparare il paese alla carestia, il progetto prese il via nel 1840 a.C. L’unico modo per verificare i risultati di Whitehouse era riuscire a trovare la risposta a queste domande: chi era il faraone all’epoca? Aveva un qualche legame verificabile con el-Fayum e il suo lago? Fui piacevolmente sorpreso – per non dire meravigliato – nello scoprire che il faraone dell’epoca, Amenemhet III, della XII dinastia del Medio Regno, salì al trono nel 1842 a.C. I documenti che lo riguardano gli attribuiscono esplicitamente la costruzione di opere idrauliche e di canali di irrigazione nella zona di Fayum. La costruzione di un lago artificiale era collegata a lui da due statue colossali poste al centro del lago stesso. Fu sotto il suo regno che la zona di Fayum divenne il granaio d’Egitto, particolarmente rinomata per i suoi ortaggi, per la frutta e il pesce.


Questa statua del faraone che lo ritrae a mò di Sfinge, ha una insolita criniera composta da pesci . Le prove antiche che andavo via via raccogliendo, continuavano ad indicare Amenemhet III, come il faraone che aveva incaricato Giuseppe di salvare il paese, e il Fayum con il suo lago, come geniale soluzione al problema. Ulteriori ricerche rivelarono anche che questo faraone costruì non una, ma addirittura due piramidi, una accanto a quella del padre e degli altri predecessori della dodicesima dinastia a Dashur  e l’altra nei pressi del lago artificiale nei pressi di Hawara . Quest’ultima venne descritta dagli storici romani, perché era accanto a un «labirinto di innumerevoli camere sotterranee collegate fra di loro, che potevano servire da magazzino.» E fu così che, quando nel 1994 la Earth Chronicles Expedition progettò un viaggio in Egitto, dedicai un giorno intero alla visita di Dashur e di el-Fayum. Dovevo assolutamente vedere con i miei occhi le piramidi di Amenemhet III, il “labirinto”, il lago e il “Canale di Giuseppe”. La visita, però, si rivelò tutt’altro che semplice. Le piramidi di Dashur, compresa la famosa piramide curva e la piramide rossa di altri sovrani del Medio Regno, si trovavano in una zona militare inaccessibile. Ottenemmo un permesso speciale per entrare nella zona attraverso un preciso check-point e per un po’ girovagammo scattando numerose foto, fino a quando un veicolo militare ci sbarrò la strada. Al suo interno un ufficiale sbraitava, accusandoci di aver ripreso foto di installazioni militari (che peraltro non avevamo visto). Stava per sbatterci in prigione, confiscare le macchine fotografiche, espellerci dall’area e imporci altre punizioni poco gradevoli. La nostra brava guida, Abbas Nadim – un egiziano che si era stabilito a Los Angeles e che aveva fondato la Vision Travel & Tours – riuscì a calmare l’ufficiale. Non ci avrebbe arrestato, non ci avrebbe confiscato gli apparecchi, ma dovevamo lasciare in tutta fretta la zona e sparire a bordo del pullman.


Guidammo lungo alcune strade asfaltate, mentre altre erano completamente sterrate e correvano o attraversavano canali di irrigazione fino a el-Fayum. Quanto più ci avvicinavamo, tanto più ci lasciavamo alle spalle il deserto e tanto più aumentavano la vegetazione rigogliosa e i campi coltivati. Il nostro obiettivo era la città principale o centrale di el-Fayum, chiamata Medinet (“città”) el-Fayum (vedi cartina, . Man mano che ci avvicinavamo, notammo che la strada asfaltata correva lungo un canale decisamente largo: stavamo percorrendo Bahr Yusef, il Canale di Giuseppe. In quello che sembrava il centro di una città, girava lentamente un enorme mulino ad acqua, che sollevava e distribuiva le acque portate dal canale . Lì accanto c’era un ristorante con una terrazza ombreggiata, luogo ideale per il pranzo, per riposarci un po’ e per scattare foto. Girovagai un po’, camminai lungo il canale, passando più volte da una sponda all’altra lungo un ponticello. Era una sensazione esilarante: eccomi qua, a verificare di persona che esisteva per davvero un canale progettato dal patriarca Giuseppe. Ero convinto che Whitehouse aveva ragione nell’ipotizzare che fu proprio lui, Giuseppe, a creare il lago artificiale. Era giunto il momento di verificare l’identità del faraone che aveva vissuto ai tempi di Giuseppe. Era giunto il momento di visitare la piramide di Amenemhet. Ma né la nostra guida, né l’autista sapevano come arrivarci. E nemmeno le persone all’interno del ristorante: nessuno sembrava conoscere la strada. Credemmo di avere la soluzione a portata di mano quando una macchina della polizia si fermò, con un gran stridore di freni, davanti al nostro gruppo che si stava godendo un quanto mai meritato riposo. L’ufficiale responsabile ci fece un mucchio di domande: chi eravamo, perché eravamo lì, chi aveva autorizzato la nostra gita al el-Fayum? Ancora una volta ci volle tutta la paziente opera diplomatica di Abbas per calmare il poliziotto. Ed ecco il risultato. Prima le brutte notizie: dovevamo andarcene immediatamente e fare ritorno al Cairo. Ed ecco le buone: il poliziotto sapeva dove si trovava la piramide, ragion per cui ci avrebbe accompagnati fin lì, scortandoci lungo il viaggio di ritorno. Nel frattempo era giunta un’altra macchina della polizia e, così, ci rimettemmo in viaggio scortati da ben due macchine della polizia, una davanti e una dietro al pullman.


Per circa mezz’ora attraversammo una zona agricola fertile, poi raggiungemmo una fila di alberi che segnava il “confine” fra il verde della campagna e l’aridità del deserto. Il lago, un tempo molto più grande, si era ridotto e il deserto aveva reclamato il terreno. La strada divenne accidentata e sconnessa. Ma poi, in lontananza, scorgemmo un tumulo piramidale ergersi sulla pianura: era proprio la piramide che stavamo cercando. Guidando lungo la strada sconnessa arrivammo a circa 400 metri dalla struttura: lì l’ufficiale ordinò al pullman di fermarsi. «Potete scattare alcune foto da qua, ma poi dovete tornare direttamente al Cairo.» «Non ha senso», dissi ad Abbas Nadim. «Il gruppo deve visitare la piramide», riferì lui al poliziotto. Seguirono delle trattative. Alla fine il gruppo ebbe il permesso di scendere e di guardarsi intorno, ma senza allontanarsi, mentre io e un altro compagno fummo autorizzati ad avvicinarci alla piramide.


Scelsi di portare con me Harvey H., caporedattore di un famoso quotidiano di Washington D.C., perché era un ottimo fotografo. Mentre ci avvicinavamo alla piramide, notammo che sul terreno del grande campo che vi arrivava, vi erano numerose depressioni circolari, resti del “labirinto” oppure aperture delle sue camere sotterranee. La piramide era molto simile a quelle di Dahshur, ma costruita con mattoni di fango e rivestita di lastre di calcare, molte delle quali mancavano. Con mia grande sorpresa incontrammo una guardia, che indossava il tradizionale caffetano lungo. Sapeva parlare un po’ di inglese. Io sapevo parlare un po’ di arabo e ci aiutammo con la lingua universale dei gesti. Mi confermò che quella era davvero la piramide di Amenemhet III ad Hawara. Gli chiesi se potevo entrare. «No», mi rispose. «L’ingresso è allagato.» Allagato? Io ed Harvey sbirciammo all’interno. Effettivamente, dopo alcuni gradini che scendevano nelle viscere della piramide, si vedeva l’acqua. Come poteva essere? La piramide si trovava a circa 32 chilometri dal lago, e a una distanza ancora maggiore dalla linea di alberi che marcava la presenza dell’acqua sotterranea. «Da dove proviene l’acqua?», gli chiesi. «Da Bahr Yusef», rispose e mi spiegò che la piramide è collegata al Canale di Giuseppe da un canale sotterraneo. «L’acqua va e viene, a seconda delle stagioni?», chiesi. «No», replicò la guardia. «L’acqua è sempre lì.» Era una scoperta davvero sensazionale il fatto che la piramide costruita dal faraone che aveva legato la propria fama ad el-Fayum fosse collegata al Canale di Giuseppe. Nessun libro ne parla. Era la prova definitiva che stavo cercando per dimostrare la teoria rivoluzionaria che Giuseppe salvò l’Egitto non immagazzinando scorte di grano (cosa che comunque faceva anno dopo anno), bensì di acqua.
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La storia di Giuseppe in Egitto è solo un capitolo della storia dei patriarchi ebrei narrata dalla Bibbia: è un collegamento fra le generazioni di Abramo, Isacco e Giacobbe (padre di Giuseppe) e gli eventi successivi che riguardano l’Esodo e Mosè. Come racconta la Bibbia, la carestia che seguì i sette anni di abbondanza era diffusa in tutto il Vicino Oriente «e da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare grano.» Fra di loro vi erano anche Giacobbe e i suoi figli, fratelli di Giuseppe. Il drammatico incontro fra Giuseppe, diventato molto potente, sposato alla figlia del sommo sacerdote di Ptah, e i suoi fratelli è riportato nel Libro della Genesi; loro non lo riconobbero, ma lui riconobbe loro. Perdonandoli per il male che gli avevano fatto, Giuseppe disse loro di portare anche il padre. E Giacobbe «e con lui tutti i suoi discendenti; i suoi figli e i nipoti, le sue figlie e i nipoti, tutti i suoi discendenti egli condusse con sé in Egitto». Ecco come gli Israeliti giunsero in Egitto, soggiornandovi per quattro secoli, fino a quando un faraone «che non aveva conosciuto Giuseppe» decretò che gli Israeliti rappresentavano una minaccia, li ridusse in schiavitù e dette il via alla catena di eventi che culminò nell’Esodo, guidato da Mosè. Ecco ora una domanda interessante: Mosè, un ebreo, adottato in fasce dalla figlia del faraone e cresciuto come un principe egizio, fuggì sul Sinai dopo aver ucciso un egizio che maltrattava gli schiavi ebrei. Pascolando un gregge di pecore, si trovava nei pressi del «Monte di Elohim» quando udì la voce del Signore che gli affidò il compito di guidare gli Israeliti fuori dal paese d’Egitto fino alla terra che era stata promessa alla stirpe di Abramo. Nel corso dell’Esodo il Signore dette ai figli d’Israele i Dieci Comandamenti e venne costruita l’Arca dell’Alleanza, che conteneva le Tavole delle Leggi. Dopo questa premessa, ecco dunque la domanda: Tutti questi grandi eventi storici e religiosi si sarebbero verificati ugualmente anche se Giuseppe non fosse stato venduto dai fratelli e condotto in schiavitù in Egitto? Questa domanda mi è stata posta spesso insieme a un’altra domanda: «Come era iniziata la mia passione per i Sumeri, per le antiche civiltà, per Nibiru e gli Anunnaki?». La risposta che davo a volte – pur se lunga – è che tutto ebbe inizio quando – ai tempi della scuola – studiai l’Antico Testamento nella sua lingua originale, l’ebraico. La nostra classe iniziò a studiare il capitolo 6 della Genesi, che racconta di Noè e del Diluvio. Il capitolo inizia con alcuni versetti davvero enigmatici, che affermano che il periodo che precedette il Diluvio era quando «c’erano sulla Terra i giganti». Alzai allora la mano e chiesi all’insegnante: «Perché dice “giganti”, quando la parola ebraica Nefilim, significa “coloro che dai cieli sono scesi sulla terra?”». Anziché ricevere i complimenti per il mio acume linguistico, fui rimproverato aspramente: «Sitchin, stia zitto!», ordinò l’insegnante. «Non metta in dubbio la Bibbia.» Io, a dire il vero, non stavo affatto mettendo in dubbio la Bibbia; al contrario, stavo esprimendo il bisogno di comprenderla accuratamente. Fu così che iniziai a chiedermi chi erano i Nefilim, perché erano citati in quei versi come i figli (plurale) di Elohim (plurale di “dei”). Il passo successivo fu lo studio della mitologia, delle civiltà antiche, di quella sumera e dei loro scritti e, infine, i miei libri. Più di una volta mi è stato chiesto cosa sarebbe successo se l’insegnante, anziché zittirmi, mi avesse incoraggiato? Avrei nutrito lo stesso interesse, avrei compiuto ugualmente quel cammino culminato poi nella stesura dei miei libri? Ovviamente non posso saperlo. Ma posso rispondere alla domanda a proposito di Giuseppe e dei suoi fratelli. Quando lui rivelò loro la sua identità, loro temettero per la propria vita per il male che gli avevano fatto. Ma lui disse: «No, non abbiate paura, perché quanto è accaduto era destinato». Faceva tutto parte del disegno divino: andare in Egitto prima di loro, diventare vicerè d’Egitto, preparare il cibo per l’imminente carestia. In questo modo suo padre Giacobbe e la sua famiglia sarebbero potuti sopravvivere. Quando i fratelli di Giuseppe fecero ritorno a Canaan e raccontarono al proprio padre che Giuseppe era ancora vivo e gli riferirono il suo messaggio, di trasferirsi, cioè, tutti in Egitto, Giacobbe esitò. Ma Elohim «disse a Giacobbe in una visione notturna […] Non temere di scendere in Egitto perché laggiù io farò di te un grande popolo. Io scenderò con te in Egitto e io certo ti farò tornare». Così rassicurato Giacobbe e la sua famiglia si recarono in Egitto e, come promesso, quando giunse il momento, vennero tutti condotti fuori dal paese. Era predestinato anche il mio percorso di studi? Non avrei, dunque, potuto ricevere un elogio al posto di un rimprovero, perché la predestinazione richiedeva un rimprovero da parte del maestro? Forse, inconsciamente, è questo il motivo per cui mi sono recato in Egitto e ho voluto esaminare le opere idrauliche di Giuseppe e il motivo per cui ho proseguito nella mia ricerca del vero Monte Sinai.
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Alcuni poscritti:
Rientrati al Cairo scoprimmo che la polizia egiziana stava scacciando i turisti dalla campagna perché vi era la minaccia concreta di un attentato terroristico. Rientrati a New York studiai il resoconto del grande egittologo Sir Flinders Petrie sulla piramide di
Hawara. Lui faceva notare che la base dell’ingresso era riempita di fango e acqua: il fango non era altro che i mattoni disciolti, ma non si chiese da dove provenisse quell’acqua. Scoprì anche un altro tratto peculiare di questa piramide: le camere interne (probabilmente le camere sepolcrali) si raggiungevano attraverso dei gradini nascosti che non scendevano, bensì salivano all’interno della piramide stessa, sopra il livello dell’ingresso. Ritengo che i costruttori della piramide edificarono deliberatamente queste camere segrete sopra il livello dell’acqua dal che si deduce che furono proprio loro a portare l’acqua. Il legame fra Giuseppe e Amenemhet era perciò tanto antico quanto la piramide stessa.

martedì 30 agosto 2016

I TURBINI DI VENTO DI ELIA


Nel mio primo libro Il pianeta degli dei (1976) ho dedicato un intero capitolo ai veicoli volanti – veicoli spaziali, navicelle spaziali, e aerei – degli Anunnaki (i Nefilim di cui parla la Bibbia) e dei loro nomi, delle loro descrizioni e raffigurazioni nell’antichità. I Sumeri narravano di Uccelli Divini e raffiguravano razzi spaziali. Gli Egizi cantavano inni alla Barca Celeste degli dèi e trovarono diversi modi per raffigurarla. La Bibbia (l’Antico Testamento) parlava dei “Turbini di Vento”. Il profeta Ezechiele, che camminava da solo lungo il fiume Khabur  vide (come ha detto nel primo capitolo del suo libro):
 
E ho visto
un turbine di vento proveniente da nord,
come una grande nuvola con lampi di fuoco
e splendore tutto intorno.
E, all’interno di esso, proprio dentro il fuoco,
vi era una luce, come un alone splendente.

 
Il Turbine di Vento che aveva una fila di “occhi”, sembrava posare su quattro estensioni che, munite di ruote, gli consentivano di muoversi in tutte le direzioni. Questa descrizione mi ha spinto a paragonare i Turbini di Vento di Ezechiele agli oggetti a forma di bulbo, con gambe e “occhi” raffigurati sulle pareti del sito archeologico di Tell-Ghassul in Giordania


Il profeta Elia, tre secoli prima di Ezechiele, non solo aveva visto questo carro divino, ma vi salì addirittura a bordo, così come racconta nel Secondo Libro dei Re, 2:
 
Apparve un carro di fuoco
e cavalli di fuoco…
Elia salì al Cielo
portato da un Turbine di Vento

 
Nel caso di Elia non abbiamo nessun dettaglio in merito alla forma del Turbine di Vento, sappiamo solo che apparve dal cielo, che si abbassò per farlo salire e che poi si sollevò nuovamente e scomparve alla vista. Eliseo, suo discepolo e successore, fu testimone oculare. Tuttavia questo episodio ha dei precisi riferimenti geografici. Elia, Eliseo e altri discepoli, partiti dalla Giudea, erano in viaggio verso est, diretti verso il Giordano: tutti sapevano che Elia aveva un appuntamento, che sarebbe stato portato in alto. Raggiungendo Gerico, Elia chiese agli altri di restare indietro, ma nessuno ubbidì. Quando raggiunse il fiume Giordano disse chiaramente che doveva attraversarlo da solo, e se gli altri non osarono disubbidire, Eliseo lo seguì. Una volta attraversato il fiume, mentre i due camminavano, il Turbine di Vento apparve e portò via Elia. L’incontro con il Turbine ebbe dunque luogo sul versante orientale del Giordano, di fronte a Gerico, non lontano dal fiume stesso, infatti Eliseo lo riattraversò, nello stesso punto, subito dopo la scomparsa di Elia. La somiglianza fra i veicoli divini raffigurati a Tell-Ghassul e i Turbini di Vento della Bibbia mi indussero a compiere una ricerca completa su quel sito archeologico. I risultati sono raccolti nel libro Guerre atomiche al tempo degli dei (1985). Gli scavi del sito, scoprii, erano iniziati nel 1929, da una spedizione archeologica organizzata dal Biblico Istituto Pontificio del Vaticano. Gli archeologi, guidati da Alexis Mallon, scoprirono che il tumulo era composto da abitazioni su tre collinette, due delle quali erano adibite a zona residenziale, mentre una era un’area riservata al lavoro. L’équipe di archeologi fu sorpresa dall’elevato livello di civiltà raggiunto in quel luogo: persino le abitazioni più antiche, in un periodo che andava dalla fine dell’età della pietra all’età del bronzo, avevano il pavimento in mattoni. Le case avevano pianta rettangolare ed erano raggruppate come in un quartiere moderno  e le pareti interne erano decorate con affreschi dai colori vivaci.


Una casa aveva addirittura un divano scavato nel muro, così che, chi vi si stendeva, poteva ammirare tranquillamente l’affresco. La scena riproduceva due persone sedute, di fronte a una fila di servi o di fedeli, e una persona che scendeva da un oggetto che emanava raggi. In un altro affresco era stata disegnata, con accurata precisione geometrica , una stella colorata a otto raggi appuntiti.


E in un altro vi erano i “Turbini di Vento” neri e a forma di bulbo con le estensioni, le “gambe” che fungevano da supporto e gli “occhi”. Tell-Ghassul, scoprii, si trovava a poca distanza dal Giordano, sulla sponda orientale , proprio di fronte a Gerico che è, invece, sulla riva occidentale. Ecco la relazione degli archeologi che proseguirono negli scavi fino al 1933:
 
Dalla cima del tumulo, la vista spazia a 360°. Il Giordano a ovest, è una linea nera; a nord-ovest la collina dell’antica Gerico e, dietro di essa, le montagne della Giudea.
 
Sembrava proprio il luogo dove si era recato Elia per essere condotto in alto. Dovevo assolutamente recarmi sul posto, per verificare di persona. La prima opportunità mi si presentò nell’inverno del 1995, quando inclusi la Giordania in una delle Earth Chronicles Expeditions. Facendo scalo al Cairo, giungemmo poi ad Amman, la capitale della Giordania, dalla quale ci spostavamo per visitare diversi siti in Giordania.


La prima mattina ci recammo al Museo Archeologico Nazionale per vedere gli affreschi di Tell- Ghassul, perché immaginavo che fossero conservati là. Ma mi sbagliavo. La cosa assurda è che nessuno sembrava sapere di cosa stessi parlando. Quella sera eravamo invitati a un ricevimento all’ACOR (American Center of Oriental Research) ad Amman e feci alcune indagini anche lì. Nessuno sapeva darmi indicazioni riguardo agli affreschi, ma qualcuno conosceva un posto che si chiamava Tell-Ghassul. Mi dissero che ci stavano lavorando archeologi dell’Università di Sydney, Australia. Ci dettero le informazioni necessarie per raggiungere il sito e al mattino seguente il nostro autobus ci portò lì. Il posto era leggermente rialzato rispetto al resto del paesaggio, ma più che quella caratteristica, fu la presenza di alcune persone a farci intuire che il posto fosse proprio quello. Mi presentai e presentai il gruppo al responsabile degli scavi, un archeologo australiano. «Cosa vi ha portati fin qui?», gli chiesi. Non aveva le idee molto chiare. Mi rispose che era stata una decisione presa da altri. «Cosa state cercando?», gli chiesi allora. Mi spiegò che qualcuno aveva l’impressione che, sessant’anni prima, gli addetti agli scavi avessero appena intaccato il terreno e che, con i metodi moderni, vi erano maggiori probabilità di fare scoperte interessanti. Le poche persone della sua équipe stavano scavando delle fosse molto più profonde, alla ricerca di resti di strutture in pietra. «Potete dare un’occhiata, se volete», ci disse. Tutti i frammenti ceramici che vedete hanno migliaia di anni; potete prendere ciò che volete.
I membri del gruppo non se lo fecero ripetere due volte, prelevarono numerosi frammenti e li riportarono ad Amman (e negli Stati Uniti). Io cercai il posto più alto sul tumulo, dal quale mi voltai verso ovest. Il panorama era proprio quello che, sessant’anni prima avevano descritto gli archeologi: nella luce abbagliante del sole, si scorgeva ciò che poteva solo essere Gerico. Tell-Ghassul, dunque, poteva essere davvero il luogo nel quale Elia era stato prelevato dal Turbine di Vento. Prima di andar via, andai a salutare e a ringraziare l’archeologo di Sydney. «A proposito», gli dissi, «sa mica cosa ne è stato degli affreschi trovati qui negli anni ’30?». «Penso che siano stati trasferiti al Museo Rockefeller di Gerusalemme», rispose.
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Il Museo Archeologico Rockefeller si trova appena fuori le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, accanto alla Porta di Erode. Nel corso del mandato britannico in Palestina, avevo visitato il museo due o tre volte per ammirare quella che, un tempo, era la migliore collezione di reperti antichi della Terra Santa. Quando quella parte di Gerusalemme si trovava sotto il governo giordano (1948-1967), ospitava la maggior parte dei rotoli del Mar Morto, scoperti da poco. Nel 1967, dopo la guerra dei Sei Giorni, il museo serviva anche come quartier generale dell’Autorità per le Antichità Israeliane. Quando tornai dal viaggio in Giordania contattai subito il Museo Rockfeller di Gerusalemme, ora parte di Israele, per chiedere notizie degli affreschi di Tell-Ghassul. Mi sentii rispondere: «Quali affreschi?». In assenza del curatore capo, nessuno aveva la più pallida idea di cosa cercassi. «Chieda all’Istituto Albright», mi dissero. Contattai naturalmente l’Istituto W.F. Albright per la Ricerca Archeologica a Gerusalemme, chiamato così in onore del più grande archeologo biblico. Armati di buona volontà, compirono alcune ricerche in questo o quell’istituto e, alla fine, mi dettero un’indicazione: «Si rivolga al Pontificio Istituto Biblico a Gerusalemme; in fin dei conti il Vaticano affidò a loro il compito di organizzare gli scavi». Sentendo di essere finalmente sulla pista giusta, chiesi alla Vision Travel & Tours di Los Angeles, tour operator delle Earth Chronicles Expeditions, di organizzare un viaggio in Israele. Quando finalmente riuscii a mettermi in contatto con il responsabile del Pontificio Istituto, mi riferì che l’Istituto ospitava, sì, alcuni dei murali di Tell-Ghassul, ma che erano in un tale stato di degrado, che erano stati imballati e inviati per il restauro al Museo di Israele, a Gerusalemme. Mi dettero il nome del restauratore capo, la signora Osnat Brandl, alla quale scrissi immediatamente. Mi rispose – di ritorno dalle vacanze – che si era, sì, parlato di trasferire i reperti, ma che non erano stati ancora spediti. Visto che il viaggio in Israele stava prendendo corpo, lasciai perdere le lettere e iniziai a telefonare a Gerusalemme con una certa insistenza. Al Pontificio Istituto mi riferirono che l’Istituto era chiuso per ferie e che la persona che avrebbe potuto aiutarmi, padre Fulco, si era trasferita per un anno in un collegio gesuita in California. Riuscii a rintracciare padre Fulco presso la Jesuit Community della Loyola Marymount University di Los Angeles. In un lungo fax, datato venerdì 29 agosto 1997, mi informò che «gli affreschi provenienti da TG si trovano al Pontificio Istituto, nel deposito del mezzanino, in scatole di legno con coperchio in vetro; frammenti più piccoli sono nella vetrina». Si era già messo in contatto con Gerusalemme e mi assicurò che padre Crocker ci avrebbe mostrato gli affreschi e che ci avrebbe accolti con piacere. Arrivai a Gerusalemme con mia moglie prima del gruppo e chiamai l’Istituto per organizzare la visita. Il fax che inviai quel giorno a padre Fulco, in preda alla disperazione, spiega bene cosa era successo:  «Ho telefonato all’Istituto per organizzare la visita per lunedì 15 settembre, e sono venuto a sapere che padre Crocker non c’è. Padre Juan Moreno, che ne fa le veci, non sa nulla degli affreschi, né tanto meno sa come aprire il deposito». Dalla California Padre Fulco mi inviò via fax il nome e il numero di telefono di Sandra Scham, una ricercatrice volontaria che lo aveva assistito. E così, quando il 15 settembre 1997 l’intero gruppo arrivò all’Istituto c’era anche lei, che ci aprì il deposito! Era stipato di scatole ammonticchiate sul tavolo e per terra: avevamo a malapena lo spazio per muoverci. Vetrinette allineate lungo i muri esponevano diversi reperti di argilla di piccole dimensioni. Sul lungo tavolo, ricoperto da una lastra di vetro, erano poggiati cartoni e scatole da imballaggio; evidentemente dopo essere stati svuotati del loro contenuto originario, infatti qualcuno recava la scritta “Lipton’s Tea” o quella di biscotti o di frutta in scatola. Erano, mi resi conto, le scatole utilizzate in origine dagli archeologi per spedire via nave i reperti a Gerusalemme. Lo strato di polvere che le ricopriva faceva pensare che da decenni nessuno si fosse mai preso la briga di muoverle da lì. Quando sollevammo dal tavolo alcune delle scatole, vedemmo dei frammenti dipinti disposti in piccoli scomparti sotto la lastra di vetro… e all’improvviso ci trovammo a fissare gli «idoli dall’occhio nero», come li chiamò Sandra Scham: oggetti neri a forma ovale con gambe sporgenti e “occhi”. La ricerca era terminata! I “Turbini di Vento” che, migliaia di anni fa, qualcuno aveva dipinto sulle pareti di Tell-Ghassul, al di là del Giordano, erano qui, davanti ai miei occhi. Sollevai il coperchio in vetro e ne toccai un frammento, ma mi fermai subito perché erano troppo fragili. A turno scattammo foto dei frammenti, delle scatole e della riproduzione della “stella raggiata” dipinta sulla parete della stanza, sopra una vetrinetta. Possiamo ben dire di aver visto e fotografato la storia. Il giorno seguente, grazie a un appuntamento autorizzato dal curatore capo del Museo Rockfeller, mi recai lì e mi condussero in una stanza col soffitto a volta per vedere la “stella raggiata” autentica (che il Museo, davanti a una copia del fax di padre Fulco dovette ammettere di avere). Su di un tavolo speciale si trovava una grande scatola quadrata in legno. «Niente foto!», mi ingiunse il curatore del museo, mentre due assistenti la aprivano. Ma quando venne rimosso il coperchio, mi ritrovai a fissare solo dei frammenti di stucco: il dipinto murale di squisita fattura si era completamente disintegrato. Non ci sarebbe stato comunque nulla da fotografare, anche se me lo avessero permesso. Di ritorno all’hotel quel pomeriggio, guardando dalla finestra la Città Vecchia, pensai alla lunga ed estenuante ricerca degli affreschi e mi chiesi se era valsa davvero la pena di darsi tanto da fare. Dopo un attimo di sconforto pensai che sì, ne era valsa la pena. Io e i miei lettori abbiamo avuto la possibilità di verificare che quanto avevo scritto e descritto, corrispondeva al vero. Chi era l’artista che, migliaia di anni fa, aveva dipinto quegli affreschi? A tutt’oggi non lo sappiamo. Chi si distendeva sul divano per ammirarli in tutta tranquillità? A tutt’oggi non lo sappiamo, anche se in Guerre atomiche al tempo degli dèi ho avanzato un’ipotesi. Gli oggetti neri sferici erano i Turbini di Vento che rapirono Elia e lo portarono in alto? E se non lo sono, allora cosa rappresentano? Tell-Ghassul è proprio il luogo dove Elia venne condotto in cielo? Sono convinto di sì.

lunedì 29 agosto 2016

L’UFO NELLA SINAGOGA SEPOLTA


Trovarsi all’interno di una sinagoga che è stata sepolta circa 2.000 anni fa è un’esperienza, a dir poco, insolita e inquietante. Trovare al suo interno la raffigurazione di un angelo che si libra nei cieli a bordo di una camera celeste – un UFO – lascia di stucco. E che tutto ciò si sia verificato a Damasco, la capitale di un paese che è nemico giurato di Israele è, a dir poco, bizzarro. Questo episodio risale alla fine dell’estate del 1998, quando visitai la Siria insieme a un gruppo delle Earth Chronicles Expeditions. La storia inizia non a Damasco, bensì a circa 450 chilometri più a est, sulle rive del Fiume Eufrate, in un sito antico chiamato Dura (“La città fortificata”). Sin dalla notte dei tempi Dura era una città carovaniera e un porto fluviale, crocevia di persone e merci provenienti dalla Mesopotamia e da altri paesi orientali, dirette al Mediterraneo e agli altri paesi a occidente. I primi documenti storici che la riguardano risalgono al 300 a.C. e la collocano nel regno di Seleuco Nicanore, il diadoco di Alessandro che assunse il controllo delle regioni asiatiche alla morte di quest’ultimo. A partire da quel momento la città venne ribattezzata Dura-Europos, forse in onore del luogo di nascita di Seleuco, Europos, in Macedonia. Un secolo dopo, quando Roma aveva ormai assunto il ruolo di potenza imperiale, Dura-Europos divenne il suo avamposto più orientale. Fiorente centro commerciale, era una preda ambita da molti, ma tutt’altro che facile da catturare: a est era protetta dal Fiume Eufrate, molto ampio in quel punto; a nord e a sud era protetta da gole profonde ed estese; ad ovest da massicce mura difensive . Poiché i Parti e poi i Sassanidi provenienti dalla Persia/Iran continuavano a minacciare le legioni romane, i difensori di Dura-Europos rafforzarono i bastioni della città utilizzando una tecnica davvero insolita: riempirono tutti gli edifici lungo le mura occidentali della città con sabbia del deserto, creando una difesa massiccia che avrebbe dovuto rendere inespugnabile la fortificazione. Tuttavia, nel 256 d.C. orde di Sassanidi riuscirono a catturare la città e la rasero al suolo. Le sue rovine giacquero abbandonate e dimenticate fino alla fine della prima guerra mondiale, quando una compagnia di soldati britannici giunse in quel luogo. Scavando per creare una posizione fortificata fra le rovine che spuntavano dal terreno, scoprirono (come riferisce la notizia dell’epoca) «alcuni antichi affreschi parietali in ottimo stato di conservazione.» La notizia raggiunse l’archeologo James Henry Breasted, che stava ispezionando dei siti antichi in Iraq, selezionando quelli che meritavano uno scavo approfondito. Col trascorrere del tempo, la French Academy e la Yale University unirono le proprie forze per condurre campagne di scavi negli anni ’20 e ’30. Scoprirono una città paragonabile a Pompei: antichissime abitazioni ed edifici pubblici sepolti, in questo caso non dall’eruzione vulcanica, bensì dalla sabbia del deserto.


Gli scavi estensivi rivelarono che Dura-Europos era una città cosmopolita, dove i residenti locali e i soldati di guarnigione si mescolavano a commercianti e a viaggiatori di diverse religioni che provenivano da paesi diversi. A giudicare dalle raffigurazioni e dalle iscrizioni in greco, aramaico, latino, palmireno, iraniano e in altre lingue, la città aveva templi o luoghi dove venerava un gran numero di divinità: i templi erano dedicati a Zeus e ad Artemide; a Bel e al dio della Luna; alla triade cosmica di Palmyra; ad Aphlad, dio dei Parti e al dio iraniano Mithra (nel cui tempio si trovava un bassorilievo che raffigurava la leggenda dell’uccisione del toro celeste; . Vi erano persino una sinagoga ebraica e un luogo di culto cristiano.


Ma la sezione della città che si era conservata meglio era quella in cui i suoi difensori, circa 1.800 anni prima, avevano sepolto con la sabbia del deserto gli edifici situati lungo le mura occidentali. Una volta riportati alla luce e ripuliti fu possibile ammirare in tutto il loro splendore gli affreschi che ne decoravano le pareti. La sinagoga della città, che era stata ampliata , si trovava ad appena un isolato dalla porta principale della città e fu, perciò, uno degli edifici completamente sepolto dalla sabbia . Di conseguenza, quando gli archeologi la rimossero, risultò quasi completamente intatta la parete della sinagoga dove erano conservati i Rotoli della Legge (la Torah), mentre la parte superiore dei due muri laterali era crollata diagonalmente. Le pareti, come scoprirono gli addetti agli scavi, erano state utilizzate come tele per affreschi in colori brillanti che illustravano gli avvenimenti principali e ritraevano i personaggi più famosi dell’Antico Testamento: le storie dei Patriarchi, dell’Esodo; scene dei Libri dei Giudici e dei Re, nonché del Libro di Ester nelle sue versioni meno antiche. Influenzati dallo stile grecoromano, gli artisti ignorarono il divieto di riprodurre immagini antropomorfe e ritrassero i personaggi, abbigliati secondo la foggia dell’epoca.
Prendendo tutte le possibili precauzioni gli affreschi furono rimossi – sia per conservarli, sia per metterli a disposizione degli studiosi – e trasferiti al Museo Nazionale di Damasco. Purtroppo, però, come avemmo modo di scoprire io e il mio gruppo, non vennero esposti in nessuna delle gallerie del museo. Solo dopo una certa insistenza da parte nostra, fummo condotti in un’ala remota dove, all’angolo di un cortile aperto, vi era una vecchia casa non meglio identificata, con due porte d’ingresso di altezza ridotta. «È lì», disse la guida. Quando entrammo nella casa, restammo letteralmente di stucco. Ci trovammo ad osservare gli antichi dipinti all’interno della ricostruzione della sinagoga: le pareti e i relativi affreschi erano stati rimessi al loro posto; erano stati rimessi al loro posto anche i pavimenti e i sedili di pietra alla base delle pareti
stesse. Fu un’esperienza davvero suggestiva; per un po’ restammo tutti lì, impietriti e ammutoliti, come se fossimo diventati noi stessi parte integrante di quelle pareti. Ci volle un po’ di tempo (probabilmente non più di una manciata di minuti, che pure ci sembrarono un’eternità) perché ci scuotessimo e potessimo fare ritorno alla realtà. Iniziammo a muoverci all’interno della sinagoga: ci avvicinavamo alle pareti per osservare più da vicino gli affreschi, oppure ci allontanavamo per cogliere la visione d’insieme di quest’antica opera d’arte. Passato il primo momento di rispetto reverenziale, iniziammo a riconoscere i vari personaggi: Mosè davanti al roveto, dove la Presenza Divina si intuiva solo dalla Mano di Dio . Suo fratello Aronne, identificabile grazie al nome, redatto in greco. Scene tratte dall’Esodo mostravano gli Israeliti e gli Egizi, ciascun gruppo riconoscibile grazie alla diversa foggia degli abiti. Il re David era raffigurato in diversi pannelli; la storia della Bibbia che narra dei Filistei che avevano portato al loro tempio l’Arca dell’Alleanza appena catturata, solo per vedere le statue dei loro dei cadere davanti ad essa . Altri pannelli raffiguravano i miracoli compiuti dal profeta Elia. Gli episodi collegati al profeta Ezechiele erano raffigurati su pannelli posti l’uno accanto all’altro, come strisce di fumetti; anche lì, come in altri dipinti, l’intervento divino era stato raffigurato mostrando solo la Mano Divina che sovrasta la scena.
Il muro occidentale, quasi completamente intatto, conteneva una serie di pannelli che raffiguravano gli episodi biblici più salienti. Al centro, su di una piattaforma rialzata, alla quale si accedeva salendo alcuni gradini, si trovava una nicchia ad arco incassata nel muro per contenere la Torah. La nicchia era affiancata da due colonne e gli affreschi che la circondavano dovevano conferire l’illusione della tridimensionalità. Sulle colonne e la nicchia ad arco, i dipinti raffiguravano quella che si presume sia la facciata del Tempio a Gerusalemme. Lì accanto si potevano vedere la Menorah, i candelabri del Tempio e altri simboli dei rituali ebraici. La scena che si trova a sinistra della riproduzione della facciata del Tempio (a destra dell’osservatore posto di fronte al muro) raffigurava la storia della prova di Abramo. Dio, infatti, gli ordinò di condurre suo figlio Isacco al Monte Moriah e lì di sacrificarlo come prova della fede cieca in un unico dio. Ma, mentre Abramo era in procinto di sgozzare il figlio, un angelo del Signore apparve all’improvviso dai cieli e gli ingiunse di fermarsi. Ma leggiamo direttamente le parole della Bibbia:

Poi Abramo stese la mano
e prese il coltello per immolare suo figlio.
Ma l’angelo del Signore
lo chiamò dal cielo e gli disse:
«Abramo, Abramo!».
Rispose: «Eccomi!».
L’angelo disse:
«Non stendere la mano contro il ragazzo
e non fargli alcun male!
Ora so che tu temi Dio
e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio».
Allora Abramo alzò gli occhi
e vide un ariete impigliato con le corna in un cespuglio
Abramo andò a prendere l’ariete
e lo offrì in olocausto invece del figlio. (Genesi 22)

Man mano che il gruppo si spostava per osservare i dipinti più significativi o migliori da fotografare, mi spostai verso il muro settentrionale, danneggiato. Uno dei suoi affreschi, che si era mantenuto intatto solo in parte a causa del crollo diagonale del muro stesso, mostrava la visione notturna di Giacobbe, di angeli che salivano e scendevano lungo una scala che collegava la terra al cielo. (Genesi, 28) Questa descrizione estremamente semplice, che risale a 2.000 anni fa, mi ha ricordato di come, da bambini, eravamo soliti disegnare la scena durante l’ora di religione. Sorrisi, divertito: qui, nella capitale della Siria, atavico nemico dello stato di Israele, era conservata una raffigurazione di Giacobbe, nipote di Abramo, il cui nome venne trasformato in Israe-El, dopo aver lottato con un angelo, dando così origine al nome di Israele. (Genesi, 32) A volte, nel corso di conferenze, ho usato proprio la storia del sogno di Giacobbe per rispondere a chi mi chiedeva se credevo negli UFO. Rispondevo allora: «Immaginate che la porta di questa sala si spalanchi e all’improvviso vi faccia irruzione un giovane che grida: “Ascoltate! Devo raccontarvi quello che mi è appena capitato!”. Eccitato e senza fiato ci racconta che era partito a piedi dalla sua città natale ed era diretto a un’altra distante, per trovare una sposa. Al calar della sera, stanco, si era coricato in un campo. Nel bel mezzo della notte era stato risvegliato da rumori e da luci abbaglianti. Ancora mezzo addormentato, mezzo accecato dalle luci, aveva visto un UFO sospeso a mezz’aria; aveva visto una scala che toccava terra, lungo la quale salivano e scendevano alcuni dei suoi occupanti. Aveva visto una sagoma, in piedi all’ingresso, o al portello, stagliarsi contro la luce che proveniva dall’interno: forse era il comandante dell’equipaggio. In preda al terrore il giovane svenne. Quando tornò in sé l’UFO era scomparso, il comandante era scomparso, la scaletta era scomparsa ed erano scomparsi anche tutti i membri dell’equipaggio, come se si fosse trattato solo di un sogno. Tuttavia il giovane insiste: “L’ho visto anche dopo essermi svegliato; ho persino udito il comandante che mi parlava. È tutto vero!”». «A questo punto», chiedo di solito al pubblico, «dobbiamo credere alle parole del giovane? Ci sta prendendo in giro, si è trattato di un sogno, oppure ancora ha visto davvero un UFO e i suoi occupanti?». La mia risposta, invariabilmente, è: «Io non ho dubbi: si è trattato di un incontro ravvicinato con un UFO, così come ce lo racconta la Bibbia. È la storia della visione di Giacobbe; solo che Giacobbe è sicuro di aver incontrato Dio, perché gli era ben nota l’identità di coloro che aveva incontrato: si trattava dei Malachim, tradotti come “angeli”, ma che letteralmente significano “emissari” di Elohim. Elohim, a sua volta, viene tradotto come “dio”, al singolare, ma in realtà, è un nome collettivo che significa “esseri divini”».

Mentre mi trovavo all’interno della sinagoga riportata alla luce a Dura-Europos, mi chiesi come era stato dipinto il veicolo divino nella parte dell’affresco andata distrutta. Fu in quel preciso momento che qualcuno esclamò: «Venite a vedere qui!», indicando una sezione sulla parete occidentale, che raffigurava la Prova di Abramo. La scena  mostrava la successione degli eventi: l’altare di pietra, la legna per l’olocausto, Isacco sull’altare, Abramo che brandisce il coltello sacrificale, l’ariete impigliatosi nel cespuglio e la mano di Dio che indica l’intervento divino. Ma c’era anche un ulteriore elemento nella raffigurazione, quello che aveva fatto prorompere in esclamazioni il nostro compagno di viaggio: l’altro protagonista della storia, l’Angelo del Signore, era ritratto come una figura antropomorfa, in piedi davanti all’ingresso di una struttura ovale . Non è una tenda e non è una casa (perché noi sappiamo come erano fatte le case dell’epoca). Nel dipinto l’Angelo è raffigurato in alto, nel cielo, da dove chiamò Abramo: è proprio accanto alla Mano di Dio. Tutti noi, contemporaneamente, pensammo la stessa cosa: questo affresco, vecchio di millenni, raffigurava forse ciò che a quei tempi veniva identificato come un Carro Divino, e che noi, oggi, chiamiamo un UFO, vale a dire un oggetto volante non identificato?

Nelle rappresentazioni artistiche ebraiche l’angelo di questo episodio biblico è antropomorfo, con ali. Ma in questo caso, in una raffigurazione più antica di circa 2000 anni e, dunque, più vicina all’evento stesso, l’angelo è all’interno di una “camera celeste”.

Quella sera, dopo essere rientrati in albergo, suggerii al gruppo di esaminare alcune delle illustrazioni del mio libro Le astronavi del Sinai, dove sono ritratte le camere celesti degli antichi dèi. La più pertinente era quella del Ben-Ben, la Barca Celeste a bordo della quale giunse sulla Terra Ra, il grande dio egizio. Il modello in scala, in pietra , mostrava chiaramente il comandante dell’equipaggio in piedi davanti all’apertura o al portello ed è straordinariamente simile a quello di Dura-Europos. Nel mio libro era presentato accanto all’immagine di un vecchio modello del modulo di comando usato dalla NASA.


Questa, e altre illustrazioni presenti all’interno del libro, evidenziano una straordinaria somiglianza con il dipinto di Dura-Europos; eravamo tutti convinti di aver visto, sulla parete della sinagoga, la raffigurazione di un UFO.
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La storia di Dura-Europos e dei suoi affreschi non sarebbe completa se non raccontassi anche della successiva visita al sito stesso e ai suoi dintorni. Poiché sono sempre stato fermamente deciso a visitare con i miei occhi gli antichi siti e i reperti dei quali parlavo nei miei libri, insistetti sul fatto che l’itinerario in Siria includesse anche Mari e Dura- Europos, che raramente fanno parte dei tour, perché decisamente fuori mano.


Partimmo da Aleppo e ci dirigemmo verso est, disegnando un grande semicerchio; raggiungemmo l’Eufrate e proseguimmo in direzione sud-est seguendo il corso del fiume, attraversandolo più volte fino a raggiungere Deir-ez-Zur, una zona commerciale che si vanta di essere il centro dell’industria petrolifera della Siria. Alloggiammo al Furat Cham Palace Hotel, un albergo davvero sontuoso che faceva un gran sfoggio di marmi. Situato nella periferia della città, veniva pubblicizzato come l’hotel dove soggiornano tutti i dirigenti delle maggiori compagnie petrolifere. (Mi ricordo che ai tempi mi chiedevo che necessità avessero i dirigenti delle compagnie petrolifere internazionali di venire qui, visto che i pochi pozzi petroliferi del paese – a est dell’Eufrate – non riescono a essere competitivi sul mercato internazionale. Ebbi la risposta nel corso della guerra in Iraq del 2003: un oleodotto che correva lungo il fiume faceva arrivare petrolio iracheno di contrabbando, che poi la Siria esportava come se lo avesse estratto dai propri pozzi). Pur se Dura-Europos è più vicina a Deir-er-Zur, ci dirigemmo prima verso Mari; e solo dopo quella memorabile visita tornammo verso nord, fino alle rovine di Dura-Europos che, svuotate della sabbia e delle pitture parietali, erano ben misere: restavano solo le rovine della fortificazione della città, di alcune mura e colonne, il tutto in pessimo stato di conservazione. Le pavimentazioni c’erano ancora. Una guardia in moto spuntò dal nulla, armata di un fucile, sparando a casaccio come per esercitarsi (ma, in realtà, per convincerci della necessità di dargli una sostanziosa mancia, cosa che facemmo senza farci pregare). Con il suo aiuto trovammo l’esatta ubicazione della sinagoga. Non era rimasto molto da vedere. Nemmeno la più fervida fantasia e gli schizzi che avevo con me furono di aiuto. Ma almeno mi fu chiaro il significato delle Lamentazioni della Bibbia, quando si piangeva una città che, un tempo, era stata piena di vita e che era stata poi abbandonata. Eppure è proprio in luoghi come Mari e Dura-Europos – e non negli scavi che si trovano nel bel mezzo di una città brulicante di vita – che si toccano con mano le alterne sorti della fortuna. Il mattino seguente mi alzai di buon’ora; i miei compagni dormivano ancora tutti. Uscii sulla grande terrazza dell’albergo che sovrasta il fiume. Presi una sedia e mi sedetti in un punto dal quale potevo osservare bene l’ansa del fiume: era un panorama tale da mozzare il fiato. Riflettevo sulle immagini dell’UFO e di Abramo presenti nella sinagoga di Dura-Europos. Quando la famiglia di Abramo lasciò Ur, nella Mesopotamia meridionale, per spostarsi ad Aran, (ora nella Turchia sud-orientale nei pressi del confine con la Siria), dovette necessariamente attraversare il fiume Eufrate in un qualche punto… Nel XXI secolo a.C. Mari era un porto fluviale; poi lo divenne Dura-Europos; ora lo è Deir-ez-Zur. Fu forse qui, allora, in questo dimenticato tratto del fiume che passò il mio antenato nel corso del suo viaggio verso l’unico Dio? E lì, da solo sulla terrazza sull’Eufrate, riuscii a percepire la storia e l’antichità con una intensità tale che non scorderò mai.
 

domenica 28 agosto 2016

LA DEA CHE SCORRAZZAVA NEI CIELI


Il desiderio di visitare Mari era nato nel momento stesso in cui avevo posato per la prima volta gli occhi sulla statua della dèa ritrovata fra le sue rovine. Ne avevo vista una foto quando conobbi un gruppo di archeologi francesi che, negli anni ’30, erano impegnati nello scavo dell’antico sito di Mari sul fiume Eufrate. Grazie ai loro resoconti sapevo che la squadra era composta da soli uomini; rimasi quindi sorpreso nel vederli raggruppati intorno a una bella donna, con lo stesso atteggiamento deferenziale che si mostra nei confronti di un importante personaggio . Strano, pensai. Fu solo quando osservai una seconda volta la foto che mi resi conto che la donna era, in realtà, una statua a grandezza naturale e di tale squisita fattura da sembrare vera.


Grazie alle liste dei re sumeri sappiamo che Mari era la decima capitale a rotazione dell’entità politica-religiosa meglio nota come Sumer e Accadia, che fiorì in Mesopotamia . Gli archivi reali di tavolette di argilla indicano che questa città – che alla fine del IV millennio a.C. era soltanto un centro per la costruzione di barche e un punto di traghettamento del fiume – nel III millennio a.C. si trasformò in un grande centro di commercio internazionale, e tale rimase fino al 1761 a.C., quando fu attaccata e distrutta dal re babilonese Hammurabi. La sua fama e la sua gloria caddero allora nell’oblio, i suoi resti ricoperti dalla sabbia sospinta dal vento. Come spesso accade, fu per puro caso che alcuni nomadi di passaggio notarono delle rovine spuntare dalla sabbia. Questa notizia richiamò degli archeologi. Scavando per sei anni, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939, gli archeologi francesi, sotto la guida di André Parrot, riportarono alla luce i resti di una capitale di notevoli dimensioni, il cui palazzo principale era il più grande mai ritrovato nell’antico Vicino Oriente. Statue di re e di governatori – di qualità artistica pari a quella dell’antica Grecia, ma che erano più antiche di oltre mille anni – ne recavano incisi i nomi in una scrittura cuneiforme molto chiara . Più di 20.000 tavolette d’argilla con iscrizioni ritrovate negli archivi reali indicavano che si trattava della perduta città di Mari e ne testimoniavano l’importanza economica, politica e militare che si spingeva ben oltre le terre lungo il fiume Eufrate. La corrispondenza reale con la potente Assiria, a nordest, con i capi beduini a sud, e con città stato come Ebla a nord-ovest (un luogo i cui resti e archivi furono riportati alla luce a decenni di distanza dalla scoperta di Mari), erano la prova tangibile dell’importanza della città nel XIX e XVIII secolo a.C.



L’opulenza che traspariva dai resti confermava i rapporti con i sovrani di altri paesi. Il palazzo principale era composto da più di trecento stanze, che coprivano un’area di quasi due ettari . Vi era un tempio a gradoni (uno ziqqurat) e templi a più sale; tutto il recinto sacro era circondato da mura nelle quali erano stati montati cancelli che si aprivano e chiudevano con un meccanismo ingegnoso, molto simile a quello odierno.


I registri erano tenuti nel palazzo, nei templi e in speciali sale riservate agli scribi. Ovunque statue, statuine, sigilli cilindrici e altre raffigurazioni artistiche delle divinità di Mari, nonché dei suoi dignitari, dei soldati, dei cittadini, dei mercanti e dei contadini.


Tutti questi reperti confermavano l’elevato livello di sviluppo e di ricchezza di una città che era in grado di finanziare l’arte e che apprezzava l’eleganza . Di particolare importanza, sia storica, sia culturale, sono i magnifici affreschi colorati, dipinti su di uno strato di intonaco bianco passato con maestria sulle pareti di mattoni di argilla, che si trovano, in particolare, nel palazzo principale.


Incorniciati da immagini di acque correnti e di alberi di palma, gli affreschi raffiguravano scene in cui erano presenti divinità e re , nonché il leggendario Toro dei Cieli, e una raffigurazione enigmatica di ciò che gli archeologi hanno chiamato “Il Guardiano Celeste”: l’immagine di un uomo che si staglia contro il cielo stellato.


Le iscrizioni, le statue e gli affreschi principali nel palazzo reale e nei resti dei templi mostrano, senza ombra di dubbio che, nella seconda fase della grandezza di Mari, la principale divinità era la dea che i Sumeri chiamavano Inanna e i popoli semiti-accadici chiamavano Ishtar. Ma questa dea non era una figura remota, da venerare a distanza: prendeva parte attiva alle vicende di Mari. Squisiti dipinti parietali all’interno del palazzo la mostrano intenta a guidare una cerimonia nella quale era lei a investire i nuovi re, uno dei quali si chiamava Zimri-Lim, “un cantore degli dèi” , donandogli i simboli del potere regale. Gli scavi, ripresi negli anni ’50 e ’70, hanno confermato che i palazzi e i cortili erano vere e proprie gallerie d’arte, ragion per cui vennero estesi anche alle parti sacre e residenziali della città. Non vi erano dubbi sul fatto che la statua che aveva catturato la mia attenzione era quella di Inanna/Ishtar. Ma, in mancanza di un’iscrizione che la identificasse al di là di ogni ragionevole dubbio, venne chiamata «la dèa con un vaso». Fotografie della statua vennero inserite in alcuni libri di testo sulla storia dell’arte del Vicino Oriente. Le foto la riprendevano sempre, invariabilmente, di fronte, con il vaso fra le mani, da qui l’origine del nome. Le foto mostrano il suo abito trasparente e un elmetto (un copricapo, direbbero gli archeologi) adornato da un paio di corna, caratteristica distintiva delle divinità nelle raffigurazioni del Vicino Oriente.


Al di là dell’eccezionale qualità artistica della statua, realizzata in un’epoca così remota, e della bellezza della dèa che da essa traspare, sembrava che non celasse altri misteri o enigmi. Ma se si riesce a trovare una delle rare fotografie che ne riprendono il retro, si notano dei particolari davvero sconcertanti. Da questa prospettiva, infatti, il copricapo si rivela essere un elaborato casco; le “corna” divine, che si curvano ai lati della testa si trasformano in auricolari, o almeno vi somigliano. Sopra la blusa di tessuto trasparente, il torace della dea è attraversato da due cinghie parallele che si uniscono dietro e reggono, dietro il collo, una strana scatola di forma rettangolare, strettamente legata all’elmetto per mezzo di un laccio orizzontale. La scatola doveva contenere qualcosa di molto pesante, perché sulle spalle della dea vi sono due grandi spalline che fungono da sostegno. Ad accrescere ulteriormente il peso della scatola vi è anche un tubo legato alla base da un morsetto circolare che corre quasi lungo tutta l’altezza della statua.


Nei rari casi in cui viene fornita una spiegazione, si ipotizza che il tubo venisse utilizzato dai sacerdoti per produrre una sorta di effetto magico: versando l’acqua alle spalle della statua, l’acqua sarebbe poi sgorgata dal vaso, creando l’illusione che la dea rispondesse alle preghiere di lunga vita con un getto delle acque della vita. Ai miei occhi, tutta questa attrezzatura – casco, cuffie auricolari, scatola di strumentazioni, tubo – sembrava piuttosto l’equipaggiamento di un pilota o di un astronauta. Numerosi testi parlano della passione di Inanna/Ishtar per il volo. L’Epica di Gilgamesh, il famoso re di Uruk, narra di come, a bordo della camera celeste, lei osservava i suoi sforzi per raggiungere il Luogo dell’Atterraggio degli dei. Fu lei che volle Sargon come re di Accadia, dopo essere atterrata con la sua camera celeste nel suo campo (e averne apprezzato le prestazioni amorose). Un testo sumero racconta di come Inanna si prese gioco del prozio Enki e gli rubò i ME – tavolette in miniatura che contenevano le formule divine della civiltà – e poi fuggì a bordo della sua barca del cielo. Inni a lei dedicati narrano di come «scorrazzasse felice nei cieli come un uccello con le ali.» Una sua raffigurazione in Assiria la ritrae come pilota con il casco; spesso era raffigurata come Dea Alata . Una lista contenuta in un famoso testo sumero, che descrive i sette oggetti che la dea indossava in preparazione di un lungo volo è particolarmente importante al fine di interpretare nella giusta ottica il corredo della statua: lo shugarra che lei metteva sulla testa; i «pendenti misuratori» alle orecchie; catene di pietre blu attorno al collo; «pietre gemelle» sulle spalle; «cinghie che le stringevano il petto e la pala», un abito che le avvolgeva il corpo. Fra le mani reggeva un cilindro d’oro. Sembrava che il testo descrivesse esattamente gli oggetti presenti sulla statua di Mari; ma per esserne certo, avevo bisogno di fotografie più precise e dettagliate. La statua era conservata al Museo Archeologico di Aleppo, in Siria. Così scrissi al museo chiedendo di inviarmi delle foto che, ovviamente, ero pronto a pagare, insieme ad altri, eventuali costi aggiuntivi. A dire il vero non mi aspettavo una risposta; invece, con mia grande sorpresa, nel giugno del 1975 ricevetti una lettera molto cortese, firmata dal direttore, Nazem Djabri. (Djabri si premurò di affrancare la busta con una serie di francobolli che ritraevano la statua, e io ho conservato la busta). Nella lettera mi informava che il museo aveva in consegna la statua della «Dea con un Vaso», che avrebbe fatto scattare delle foto e che me le avrebbe inviate a un costo x per foto. Vi era qualche altro reperto che mi interessava, al museo? Dopo alcuni scambi epistolari, nei mesi che seguirono ricevetti non solo le foto della dèa, ma anche di numerosi altri reperti. Ne restituii una parte e pagai le foto che mi interessavano. Ingrandimenti delle foto e dei disegni mi convinsero del fatto che la statua raffigurava Inanna/Ishtar come dèa volante, che il tubo era parte integrante dell’attrezzatura di volo e che non serviva affatto per far sgorgare l’acqua. Avrei preferito poter osservare di persona la statua, ma nel periodo immediatamente successivo alla guerra in Medio Oriente ciò era impossibile. Così, in base alle foto che avevo fra le mani, inclusi una dissertazione sulla statua nel mio primo libro, Il pianeta degli dei (1976). Ebbi poi una splendida idea: se non potevo andare io dalla statua, sarebbe stato possibile far venire la statua da me? L’editore del libro, Sol Stein, della Stein & Day, convenne con me che sarebbe stata un’ottima pubblicità fare il tour degli Stati Uniti con la statua al mio fianco. Scrissi perciò al direttore del museo. Mi rispose che la statua non poteva lasciare la Siria, ma che lui – guarda caso – ne aveva una riproduzione esatta, che avrebbe potuto spedire negli Stati Uniti se fosse stato lui ad accompagnarla. Inviò anche delle foto, dalle quali emerse che la copia era di pessima qualità; inoltre il concetto di fondo della campagna pubblicitaria era “l’autenticità”: una dèa di 4.000 anni fa, così come è stata scoperta dagli archeologi con tanto di casco, cuffie auricolari, scatola nera, tubo eccetera, eccetera. La statua non è mai venuta da me. Ho dovuto aspettare più di venti anni per avere l’opportunità di vederla, ma, alla fine, ci sono riuscito.


Nel 1998, dopo grandi preparativi e grazie alle notizie dalle quali trapelava una rara situazione di calma politica e militare, mi resi conto che si era creata una sorta di “finestra” e che mi si presentava l’opportunità di recarmi in Siria. Perciò, con l’aiuto di Abbas Nadim e del suo Travel & Tours, la Earth Chronicles Expedition organizzò un viaggio unico e irripetibile, chiamato «Siria Plus». Il tour era il più completo del paese che si potesse programmare e il “Plus” era una destinazione da sogno: le rovine colossali di Baalbek, in Libano. Nella tarda serata del settimo giorno giungemmo ad Aleppo, seconda città della Siria; il suo centro commerciale cosmopolita si chiama Halab in arabo, e così viene chiamato anche nelle iscrizioni cuneiformi che risalgono al II millennio a.C. Le principali divinità adorate nell’antichità erano Adad (Ishkur in sumero, figlio minore di Enlil) e Ishtar (Inanna in sumero, nipote di Adad). Il tumulo dove si trovavano i templi a loro dedicati era stato utilizzato dai successivi conquistatori per erigere i propri templi, chiese e moschee. Sull’altura dove sorge la cittadella i resti risalgono prevalentemente al XII secolo d.C. Il mattino successivo ci recammo di buon ora al museo di Aleppo. Chiesi del dottor Nazem Djabri, ma né le guardie, né gli impiegati all’ingresso lo conoscevano. Lo ricordavano solo gli impiegati più anziani, infatti era stato sostituito da un nuovo direttore. Chiesi di poterlo incontrare, ma mi dissero che quel giorno «non c’era». Se si esclude una scolaresca, eravamo l’unico gruppo di turisti all’interno del disordinato museo. Ci mettemmo in fila per osservare la statua. Il cuore batteva forte quando ci avvicinammo alla magnifica pietra calcarea bianca della statua. Io e tutti gli altri la osservammo, ne fissammo a lungo il volto, le girammo intorno per esaminarla da tutti i lati, salimmo sulle sedie per sbirciare in cima al tubo, dove si presumeva venisse versata l’acqua e scattammo un gran numero di foto. Alle guardie che protestavano, mostrai il permesso avuto a Damasco che ci autorizzava a esaminare e a fotografare qualsiasi museo o sito in Siria. La guida ufficiale del museo descriveva la statua come «dèa della fertilità», spiegando che «fra le mani teneva un vaso inclinato dal quale, grazie a un sistema di condutture all’interno della statua stessa, si poteva far defluire l’acqua lungo la sua gonna decorata con “scaglie di pesce”.» Noi, però, non riuscimmo a trovare l’apertura attraverso la quale versare l’acqua. Senza dubbio l’idea che l’acqua potesse sgorgare dal vaso che la dèa teneva in mano era stata originata dalle raffigurazioni che si trovano su alcuni degli affreschi di Mari, dove alcune dee tengono fra le mani vasi dai quali sgorgano effettivamente le acque della vita . Ma quelle dee non erano equipaggiate di tutto punto come lo era, invece, la statua. Inoltre, la dea di Mari, scolpita in una pietra calcarea (quindi tenera) non mostrava segni di erosione laddove avrebbe dovuto scorrere l’acqua. Persino le prime relazioni archeologiche notavano questo particolare. Per quanto esaminammo la statua, nulla del suo equipaggiamento (casco, cuffie auricolari, scatola…) poteva far pensare a una «dèa della fertilità». Per me e per coloro che erano con me, lei era ed è La dèa che scorrazzava nei cieli, un essere in carne ed ossa, la divinità di cui ci narrano le storie degli Anunnaki. Trascorremmo ancora alcune ore al museo, ammirando le collezioni di civiltà estinte. I reperti più belli provenivano proprio da Mari: vi erano statue dei suoi amministratori e dei suoi re; dei nobili e delle donne squisitamente abbigliati e acconciati; incisioni su avorio che mostravano soldati, contadini, mercanti; e gli stessi temi venivano ripetuti in ciò che restava delle squisite pitture parietali. In un successivo briefing avrei parlato di alcune delle sculture, delle informazioni contenute nelle tavolette di argilla e del significato dei sigilli cilindrici. Il passo successivo era la visita del sito di Mari.
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Per raggiungere Mari viaggiammo seguendo una rotta a semicerchio, partendo dalla Siria nordoccidentale in direzione sudest. Il sito, infatti, si trova proprio in quella zona. La strada segue per la maggior parte del tempo il corso tortuoso della riva occidentale del fiume Eufrate, ma a volte – a causa delle condizioni della strada o a soste necessarie – lo attraversava e ne seguiva la riva orientale per poi tornare sulla riva occidentale. Raggiungendo la moderna città di Deir-er-Zur, prendemmo alloggio nel lussuoso Cham Palace Hotel. Nella sessione serale di briefing parlai nuovamente di ciò che avevamo visto sia nei musei di Damasco, sia di Aleppo, che era importante per quanto avremmo visto il giorno seguente. Feci notare al gruppo che la regione nella quale ci trovavamo, sulla riva orientale dell’Eufrate, era quella dove scorreva il fiume Khabur, suo affluente. Fu lì che il profeta Ezechiele, esiliato dai Babilonesi insieme ad altri nobili, ebbe la visione del Cocchio Divino. Il mattino seguente, proseguendo nel nostro itinerario verso sud, continuavamo ad essere gli unici turisti. Sulla sinistra, all’imboccatura di una strada sporca, un cartello tutto arrugginito, sul quale era raffigurata la dèa, ci annunciava che eravamo arrivati a Mari. Filmammo a lungo l’evento. Raggiungemmo le rovine dopo un breve tragitto che ci portava nel punto dove, un tempo, scorreva il fiume (nel corso dei millenni il suo alveo si è spostato a est). La parola “rovine”, in questo caso è usato in maniera impropria. In altri siti archeologici – non soltanto in Siria, ma anche in Turchia al nord, in Giordania ed Israele a sud, nel Libano a est e in Egitto, Grecia e Creta (per quanto distanti) – i palazzi e i templi erano stati eretti utilizzando pietre. Qui, invece, in questa capitale (la più occidentale del regno di Sumer), vennero utilizzati mattoni di fango, così come era consuetudine anche nelle altre grandi città di Sumer: Ur, Uruk, Nippur, ecc. Le costruzioni, esposte alle intemperie, erano quasi tutte crollate. Qui, a Mari, i resti dei palazzi reali e dei templi sacri sorsero a nuova vita quando gli archeologi li scoprirono, come dimostrano le foto scattate all’epoca, conservate fra i rapporti di scavo . Ma una volta esposti agli agenti atmosferici, inesorabile era ripresa l’erosione. Per salvare almeno una parte di quello che era stato riportato alla luce, le autorità siriane avevano costruito una sorta di tetto di protezione sulla sezione principale del grande palazzo di Mari. Un sentiero portava dal piano terra fino all’area scavata sotto il tetto in plexiglas. Seguendo questo o quel corridoio, come in un labirinto, ci ritrovammo in alcune delle 300 e più stanze, sale, e cantine del palazzo. Le pareti intonacate, che un tempo erano superbamente affrescate, erano ormai spoglie. Spezzava il cuore rendersi conto che bastava semplicemente toccare una di quelle pareti per far polverizzare i mattoni di fango.


Quando lasciammo la zona coperta e riemergemmo alla luce del sole, le rovine si stendevano a perdita d’occhio. La città antica ricopriva un’area molto più vasta di quanto si potrebbe immaginare. Qua e là dei gradini conducevano a un edificio che ormai non esisteva più. Qua e là dei gradini conducevano a una struttura non ancora riportata alla luce o a una che era stata nuovamente sepolta da terreno e sabbia. Qua e là spuntavano cocci di vasellame; alcuni li raccolsero, una sorta di cimelio. Eccezion fatta per il suono delle nostre voci, nemmeno un alito di vento disturbava il profondo silenzio che regnava in quel posto. All’ingresso del sito vi era una sorta di capannone piuttosto grande, con un tavolo e alcune panche. La guardia ci disse che potevamo sederci lì, all’ombra. E lì ci fermammo a mangiare il pranzo al sacco che ci avevano preparato in albergo. Alcuni tornarono indietro per scattare altre foto; la maggior parte di noi non riusciva a contenere l’emozione di essere davvero a Mari. Avevamo fatto bene, pensai, a visitare il museo prima ancora del sito, altrimenti avremmo associato a quel luogo solo il ricordo di rovine polverose. Colsi l’opportunità per fare una precisazione. Chi era già stato con me a Troia? Alcuni alzarono la mano. Lì, dissi, la lezione era che la scoperta della città e dei suoi reperti provava la veridicità dei racconti di Omero: era esistita la città, era esistito il re Priamo, vi erano eroi e semidei; perché, dunque, non avremmo potuto accettare anche che gli dèi erano personaggi reali e non personaggi mitologici? Noi siamo qui, a Mari. E possiamo dunque essere certi che questa città sia esistita. Le tavolette d’argilla nell’archivio reale ne elencano i re, e ne abbiamo visto alcune statue al museo. Abbiamo visto raffigurazioni degli abitanti della città e gli archeologi sono convinti che siano effettivamente esistiti. E abbiamo visto anche la statua di una dèa. Ma quando si arriva a questo punto, gli studiosi si fermano e dicono: gli dèi erano un mito, erano solo il frutto dell’immaginazione… Vi racconterò ora – proseguii – di ciò che è scritto su alcune delle tavolette. Durante la prima fase della grandezza di Mari, prima della decadenza di Sumer e Accadia, la principale divinità venerata in questo luogo era chiamata Dagan; un epiteto nel locale dialetto che la maggior parte degli studiosi attribuisce a Enlil, mentre alcuni credono che sia un altro nome per Adad. Nella seconda fase, che inizia più di un secolo dopo il declino di Sumer, la divinità principale era Ishtar; Dagan – che si era ritirato (sì, proprio ritirato) in una città adiacente chiamata Terqa, vi fece erigere una casa-tempio. Intorno al 1790 a.C. Hammurabi ascese al trono di Babilonia, dove la principale divinità era Marduk. Le tavolette conservate negli archivi reali rivelano che, in un primo momento, Babilonia mantenne rapporti amichevoli con Mari, traendo benefici dalla sua ricchezza e dalla sua abilità commerciale. Ma poi iniziò a minacciare sia la città, sia le sue rotte commerciali. Le schermaglie si trasformarono in una guerra che culminò nel 1760 a.C. con il sacco della città. I documenti in argilla giunti fino a noi rivelano che, all’inizio, il dio Dagan veniva consultato dai sovrani di Mari per intercessione di una sacerdotessa-oracolo che viveva nel suo tempio. Ma verso la fine, quando i re di Mari cercarono di pacificare Babilonia, anziché di combatterla, come aveva consigliato Dagan, i re iniziarono a trascurare il dio. Un giorno, quando un viaggiatore si fermò al tempio di Dagan a Terqa, il dio parlò e disse: 

«Perché hanno smesso di consultarmi? Perché non sono più informato delle battaglie?». Il viaggiatore riferì le parole del dio al governante di Terqa, che, a sua volta, le riferì al re di Mari. La tavoletta in questione è stata riportata alla luce fra le rovine dell’archivio reale di Mari.
 
«Non ci stai prendendo in giro, vero?». Chiese qualcuno. «No», risposi. «Trovare nei libri il testo delle tavolette con la corrispondenza che riguarda il dio Dagan.» E, dopo un attimo di silenzio, aggiunsi: «Nessuno scrittore di fantamitologia, penso, sarebbe riuscito ad inventarsi l’episodio di un dio che, ritiratosi dalla vita pubblica, si lamenta di non essere più consultato». Mari, ancora più di Troia, forniva la prova concreta dell’esistenza degli antichi dèi.