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mercoledì 29 giugno 2016

LAMENTAZIONI DI "UR" E LA CIVILTA' SUMERA PORTATA "VIA COL VENTO"


A Ur, la capitale, Nannar/Sin era talmente incredulo che si rifiutò di credere che fosse stato decretato il fato di Ur. Nelle Lamentazioni di Ur (composto da Ningal, sposo di Nanna) è registrato il suo lungo appello accorato rivolto a Enlil, suo padre, affinché evitasse la calamità; ed ecco l’ammissione franca di Enlil riguardo all’ineluttabilità degli eventi: A Ur è stato concesso il potere sovrano – Non le è stato concesso il regno eterno. Non volendo accettare l’inevitabile, e amando troppo il popolo di Ur per abbandonarlo al proprio destino, Nannar e Ningal scelsero di restare. Era giorno quando il Vento del Male si avvicinò a Ur; «del ricordo di quel giorno tremo ancora», scrisse Ningal, «ma dal putrido odore di quel giorno noi non fuggimmo». La coppia divina trascorse la notte da incubo nella «casa delle termiti», un cunicolo sotterraneo all’interno dello ziggurat. Al mattino, quando la tempesta letale «lasciò finalmente la città», Ningal si rese conto che Nannar stava male. In fretta e furia indossò una veste e fece portare il dio lontano da Ur, la città che tanto avevano amato. Almeno un’altra divinità si ammalò a causa del Vento del Male: era Bau, sposa di Ninurta, che si trovava da sola a Lagash (mentre suo marito era intento a distruggere il porto spaziale). Amata dal suo popolo, che la chiamava “Madre Bau”, era un medico guaritore e non poteva costringersi a partire. Le lamentazioni testimoniano che «Quel giorno, la tempesta raggiunse Bau; come se fosse stata un mortale, la tempesta la raggiunse». Non è chiaro quanto fosse grave, ma i documenti di Sumer lasciano intendere che non sopravvisse a lungo. Eridu, la città di Enki a sud, si trovava apparentemente al margine della traiettoria del Vento del Male. La Lamentazione di Ur ci dice che Ninki, moglie di Enki, fuggì dalla città e si mise in salvo in un porto sicuro nell’Abzu di Enki, in Africa: «Ninki, la Grande Signora, volando come un uccello, lasciò la sua città». Ma lo stesso Enki lasciò la città di quel tanto da sottrarsi alla traiettoria del Vento del Male: «Il Signore di Eridu rimase fuori dalla sua città […] per il destino della sua città pianse amare lacrime». Molti degli abitanti di Eridu lo seguirono, accampandosi in aperta campagna, a distanza di sicurezza, osservando – per una notte e un giorno – la tempesta «allungare la sua mano su Eridu». Sorprendentemente, la città che soffrì le minori conseguenze fu proprio Babilonia, perché si trovava al di là del margine settentrionale della tempesta. Quando venne suonato l’allarme, Marduk si mise in contatto con suo padre per chiedere consiglio: Cosa devono fare gli abitanti di Babilonia?, chiese. Coloro che possono scappare, disse Enki, devono recarsi a nord; e come i due “angeli” che avevano avvisato Lot e la sua famiglia di non voltarsi nel fuggire da Sodoma, anche Enki dette istruzione a Marduk di dire ai suoi seguaci di «non voltarsi, né di guardare indietro». Se non era possibile la fuga, allora le persone avrebbero dovuto cercare rifugio sottoterra: «Portali in unacamera sotto la terra, nel buio», fu il consiglio di Enki. Grazie a questi consigli e alla traiettoria del Vento, Babilonia e i suoi abitanti rimasero illesi. Quando il Vento del Male passò portando morte e distruzione (ciò che ne restava raggiunse i Monti Zagros, più a est), lasciò Sumer desolata e prostrata. «La tempesta ha reso desolate le città e le case.» I morti giacevano laddove erano caduti, non venivano sepolti: «i cadaveri si scioglievano come grasso messo al sole». Nei boschi, «grandi e piccoli animali cominciarono a deperire, tutte le creature viventi perirono». Gli ovili vennero «consegnati al Vento». Nei campi le colture e la vegetazione avvizzirono; «sulle sponde del Tigri e dell’Eufrate crescevano solo piante malate […]. Nelle paludi nascevano canne con la punta malata, che puzzavano di putridume». «Nessuno cammina più per le strade, nessuno si avventura più per i sentieri.» «Oh Tempio di Nannar a Ur, amara è la tua desolazione!» continua il lamento; «Oh Ningal il cui paese è morto, rendi il tuo cuore come acqua!» La città è diventata una città strana, come si può esistere? La casa è diventata una casa di lacrime, il mio cuore è come acqua. Ur e i suoi templi sono stati consegnati al Vento. Dopo duemila anni, la grande civiltà sumera era stata portata “via col vento”. Di recente sono stati creati gruppi di studio multidisciplinari, composti da geologi, climatologi e altri esperti di scienze della terra che hanno affiancato gli archeologi per scoprire l’enigma dell’improvvisa distruzione di Sumer e Akkad alla fine del III millennio a.C. Uno studio pionieristico è stato condotto da un team internazionale, composto da sette scienziati di altrettante discipline diverse, intitolato Climate Change and the Collapse of the Akkadian Empire: Evidence from the Deep Sea [Cambiamento climatico e la caduta dell’impero accadico: prove dai fondali marini], pubblicato nel numero di aprile 2000 della rivista scientifica «Geology». Per questa ricerca sono state eseguite analisi chimiche e radiologiche di antichi strati di polvere risalenti a quel periodo, raccolti in diversi siti del Vicino Oriente, in particolare dai fondali del Golfo di Oman; la conclusione è stata che nelle aree nei pressi del Mar Morto si è verificato un insolito cambiamento climatico che ha dato origine a tempeste di sabbia e che la sabbia, una “sabbia minerale atmosferica” – anch’essainsolita – era stata portata dai venti dominanti fino al Golfo Persico : esattamente la traiettoria seguita dal Vento del Male. La datazione al carbonio 14 di questo singolare “fallout” ha portato alla conclusione che era frutto di un «insolito evento drammatico che si verificò circa 4025 anni fa». 
Quindi nel 2025 a.C. circa o, più esattamente, nel 2024 a.C., data che abbiamo indicato. È interessante notare che gli scienziati coinvolti nello studio hanno osservato che «in quel periodo il livello del Mar Morto è sprofondato all’improvviso di circa 100 metri». Non forniscono ulteriori spiegazioni, ma è chiaro che la rottura dell’argine meridionale del Mar Morto e l’inondazione della pianura, così come le abbiamo descritte, forniscono una spiegazione più che soddisfacente.La rivista scientifica «Science» ha dedicato il numero del 27 aprile 2001 al paleoclima del mondo. In una sezione che descrive gli avvenimenti in Mesopotamia, fa riferimento ad analisi provenienti dall’Iraq, dalla Siria e dal Kuwait, secondo le quali il «diffuso abbandono della pianura alluvionale» fra il Tigri e l’Eufrate fu dovuto a tempeste di sabbia che ebbero inizio nel «4025 prima del presente». Lo studio non spiega le cause dell’improvviso cambiamento climatico, ma risale alla stessa data: 4025 anni prima del 2001. L’anno nefasto, come conferma dunque la scienza, fu proprio il 2024 a.C.

domenica 26 giugno 2016

ANTICHI ASTRONAUTI:SODOMA E GOMORRA DISTRUZIONE PER MEZZO DI "FUOCO E ZOLFO"


L’analogia dei testi mesopotamici e della Genesi in relazione alla distruzione di Sodoma e Gomorra diventa all’improvviso una delle conferme più importanti della veridicità della Bibbia in generale e dello status e del ruolo di Abram in particolare, tuttavia di norma viene tralasciato da teologi e da altri studiosi, poiché narra anche di eventi verificatisi il giorno precedente, allorché tre Esseri Divini (“Angeli” dall’aspetto di uomo) si manifestarono ad Abram: questa parte della storia sa troppo di “Antichi Astronauti”. Coloro che mettono in dubbio la Bibbia o considerano i testi mesopotamici alla stregua di miti hanno cercato di spiegare la distruzione di Sodoma e Gomorra con una qualche calamità naturale; tuttavia la narrazione biblica conferma per ben due volte che la distruzione avvenuta per mezzo di “fuoco e zolfo” non fu una calamità naturale, bensì un evento premeditato, ritardabile e persino annullabile: la prima volta, quando Abram chiese al Signore di risparmiare le città così da non distruggere il giusto insieme all’empio, e la seconda volta quando Lot ottenne più tempo per scappare prima della distruzione. Foto della penisola del Sinai riprese dallo spazio  mostrano ancora l’immensa cavità e la frattura sulla superficie prodotte dall’esplosione nucleare. L’area è disseminata, a tutt’oggi, da rocce frantumate, bruciate e annerite , che contengono una percentuale insolitamente elevata di isotopi di uranio-235: indice, secondo gli esperti, di un’esposizione a un improvviso ed enorme calore di origine nucleare. 

La distruzione delle città nella pianura del Mar Morto causò il crollo della riva meridionale del mare, che inondò così la regione un tempo fertile che, ancora oggi, ha l’aspetto di un’appendice separata dal mare da una barriera, chiamata “El-Lissan” (“la Lingua”). Timide esplorazioni dei fondali del Mar Nero condotte da archeologi israeliani hanno rivelato l’esistenza di enigmatiche rovine sottomarine, ma il regno ascemita di Giordania, nelle cui acque territoriali si trovano dette rovine, ha negato il permesso di svolgere ulteriori ricerche. È interessante notare, però, che i testi mesopotamici confermano il cambiamento topografico e lasciano intuire anche che il mare divenne un Mar Morto a seguito del bombardamento nucleare: Erra, dicono, «scavò nel mare, la sua interezza egli divise; tutto ciò che viveva là dentro – persino i coccodrilli – egli avvizzì». 

I due, come è emerso, fecero ben più che distruggere il porto spaziale e le città peccatrici: a seguito dell’esplosione nucleare, una tempesta, il Vento del Male, attraversò i cieli. Ebbe così inizio la reazione a catena delle conseguenze non intenzionali. I documenti storici ci raccontano che la civiltà sumera ebbe fine nel sesto anno del regno di Ibbi-Sin a Ur – nel 2024 a.C. Era, come ricorderà il lettore, proprio l’anno in cui Abramo aveva novantanove anni... In un primo momento gli studiosi pensarono che la capitale di Sumer, Ur, fosse stata devastata da “invasori barbari”; ma non è stata trovata prova di un’invasione così distruttiva. Venne poi scoperto un testo intitolato Lamentazione per la Distruzione di Ur. Suscitò notevole perplessità negli studiosi perché non piangeva la distruzione fisica della città, bensì il suo “abbandono”. Gli dèi che vi avevano dimorato l’avevano abbandonata, le persone che vi avevano abitato erano andate via, le sue stalle erano vuote; i templi, le case, gli ovili erano rimasti intatti: in piedi, ma vuoti. Vennero scoperti altri testi di lamentazione. Piangevano non soltanto la sorte di Ur, bensì quella dell’intera Sumer. Parlavano anch’essi di “abbandono”: Enlil “il toro selvaggio” aveva abbandonato il suo amato tempio a Nippur; era andata via anche la sua adorata sposa Ninlil. Ninmah aveva abbandonato la propria città di Kesh; Inanna, “regina di Erech”, aveva abbandonato Erech; Ninurta aveva disertato il proprio Eninnu. Anche la sua sposa Bau aveva lasciato Lagash. Veniva elencata una città sumera dopo l’altra perché “abbandonata”, senza più le sue divinità, la gente o gli animali. Gli studiosi si lambiccavano il cervello alla ricerca di una “oscura catastrofe”, di una calamità misteriosa che aveva colpito tutta Sumer. Cosa avrebbe mai potuto essere? La risposta a questo enigma la troviamo proprio in questi testi: Via col vento. No, non è un gioco di parole con il titolo del famoso libro e dell’altrettanto famoso film. Queste parole sono proprio l’intercalare nei testi della Lamentazione: Enlil aveva abbandonato il suo tempio, era andato “via col vento”. Ninlil aveva lasciato il tempio “via col vento”. Nannar aveva abbandonato Ur – i suoi ovili erano stati spazzati “via col vento”, e così via. Gli studiosi erano partiti dal presupposto che questa ripetizione di parole avesse motivazioni metriche, un intercalare che gli autori della lamentazione ripetevano di continuo per enfatizzare il proprio dolore. Ma si sbagliavano: non si trattava di un espediente di metrica, era la pura verità. Sumer e le sue città si erano letteralmente svuotate a seguito di un vento. Soffiò un «Vento del Male», riportava la Lamentazione (e poi altri testi) e causò «una calamità, sconosciuta agli uomini e colpì il paese». Fu un Vento del Male per colpa del quale «le città sono rimaste deserte e deserte sono anche le case, vuote sono le stalle, e abbandonati gli ovili». C’era desolazione ma non distruzione; vuoto, ma non rovine: le città erano ancora lì, intatte, le case erano ancora lì, in piedi, le stalle e gli ovili erano ancora lì – ma non vi era più vita; anche «i fiumi di Sumer scorrono con acqua amara, i campi un tempo coltivati si riempiono di erbe infestanti, nei prati le piante sono avvizzite». Tutta la vita è scomparsa. Era una calamità che non si era mai verificata in precedenza. Su quella terra [Sumer] si abbatté una calamità, una tragedia sconosciuta all’uomo: una che non si era mai vista prima, alla quale nessuno avrebbe potuto resistere. Portata dal Vento del Male, era una morte alla quale non c’era scampo: era una morte «che spazza la strada, soffia nella via […]. Come un’inarrestabile flusso d’acqua superò le mura più alte, attraversò le mura più spesse; nessuna porta poteva arrestarla, niente poteva deviarla!». «Coloro che nelle loro case si erano nascosti dietro porte chiuse, come mosche furono abbattuti. Coloro che si rifugiarono sui tetti, sui tetti morirono.» Era una morte invisibile: «Raggiunge le persone, ma nessuno riesce a vederla». Ed era una morte orribile: «Tosse e muco riempiono il petto, le bocche traboccano di saliva e schiuma, ottusità e stordimento si impadronivano degli uomini […] un silenzio schiacciante […] un dolore alla testa». Quando il Vento del Male avviluppava le sue vittime, le «loro bocche si riempivano di sangue». Ovunque morte e agonia. I testi spiegano chiaramente che il Vento del Male «che portava le tenebre di città in città» non era una calamitànaturale; era il frutto di una decisione deliberata dai grandi dèi. Era causata da «una grande tempesta ordinata da Anu, una [decisione] del cuore di Enlil». E fu il risultato di un unico evento – «generato da un unico atto, in un bagliore accecante»! – un evento che si era verificato lontano, a occidente: «Era giunto dalle montagne, dalla Pianura di Senza Pietà era arrivato […] come un veleno amaro degli dèi, era arrivato dall’occidente». Che la causa del Vento del Male fosse l’olocausto nucleare nella vicina penisola del Sinai si capisce dal fatto che i testi ribadiscono che gli dèi ne conoscevano fonte e causa: un colpo, un’esplosione. Un’esplosione malefica annunciava la sinistra tempesta. Un vento malefico veniva e percorreva la sinistra tempesta. Possente progenie, valorosi figli erano gli araldi della pestilenza. Gli autori dei testi di lamentazione, gli stessi dèi, ci hanno lasciato un ricordo vivido di quanto era accaduto. Non appena dai cieli Ninurta e Nergal scagliarono le Armi del Terrore, «diffusero i raggi del terrore, bruciando ogni cosa come fuoco». La tempesta che seguì «venne creata nel bagliore di un lampo». Una «nube densa che porta morte» – un “fungo” nucleare – si levò allora fino al cielo seguita da «folate di vento […] una tempesta che brucia i cieli». Fu un giorno da non dimenticare: Quel giorno, quando il cielo precipitò e colpì la Terra, cancellandone la superficie con il suo maestrale […] Quando i cieli si oscurarono e la coprirono come un’ombra […] Quel giorno era nato il Vento del Male. I diversi testi continuano ad attribuire questo vento malefico all’esplosione che si era verificata nel «luogo dove gli dèi ascendono e discendono», alla distruzione del porto spaziale più che alla distruzione delle “città peccatrici”. Fu lì, «nel mezzo delle montagne» che il fungo atomico si levò in un lampo brillante – e fu da lì che i venti dominanti, che provenivano dal Mar Mediterraneo, portarono la nube letale verso est, verso Sumer, e vi causarono non devastazione, bensì una silente distruzione che avvelenò attraverso l’aria ogni forma di vita. È chiaro da tutti i testi che – a eccezione di Enki che aveva protestato e ammonito contro l’uso delle Armi del Terrore – nessuno degli dèi coinvolti si era aspettato una calamità di così vasta portata. La maggior parte di loro era nata sulla Terra e, per loro, le storie delle guerre nucleari su Nibiru erano storie degli anziani. Anu, che in teoria avrebbe dovuto averne maggiore conoscenza, pensava forse che le armi, nascoste così tanto tempo prima, non avrebbero funzionato, o che avrebbero funzionato solo in parte? Enlil e Ninurta (che erano discesi da Nibiru) non avevano riflettuto sull’eventualità che i venti avrebbero potuto spingere la nube atomica verso i deserti che sono ora l’Arabia? Non lo sappiamo. I testi riferiscono solo che «i grandi dèi impallidirono all’immensità della tempesta». Ma è chiaro che, non appena si resero conto della direzione del vento e dell’intensità del veleno nucleare, lanciarono l’allarme a tutti coloro – uomini e dèi – che si trovavano lungo la traiettoria del vento, affinché si mettessero in salvo. Il panico, la paura e la confusione che attanagliarono Sumer e le sue città sono descritti in maniera vivida in una serie di lamentazioni, come laLamentazione di Ur, laLamentazione per la Desolazione di Ur e Sumer, la Lamentazione di Nippur, la Lamentazione di Uruk, e altre. Per quanto riguardava gli dèi, appare chiaro che era un “si salvi chi può”; usando i diversi veicoli a loro disposizione, decollarono o salparono per sottrarsi alla traiettoria del vento. Per quanto riguarda il popolo, gli dèi lanciarono l’allarme prima di fuggire. Come è descritto nella Lamentazione di Uruk, l’esortazione rivolta alla gente nel cuore della notte fu: «Alzatevi Fuggite! Nascondetevi nella steppa!». «Colti dal terrore, i fedeli cittadini di Uruk» cercarono di mettersi in salvo, ma vennero comunque sterminati dal Vento del Male.

venerdì 24 giugno 2016

NERGAL,L'EPOPEA DI ERRA E ABRAMO E I MALACHIM







Dopo la calamità che causò la morte di un numero infinito di persone e la desolazione di Sumer, Nergal dettò a uno scriba fidato la propria versione degli eventi, cercando di uscirne “pulito”. Questo lungo testo è conosciuto con il nome di Epopea di Erra, perché fa riferimento a Nergal con l’epiteto di Erra (l’Annientatore) e a Ninurta come Ishum (“Colui che fa bruciare”). Possiamo mettere insieme la storia aggiungendo a questo testo ulteriori informazioni che reperiamo da altre fonti sumere, accadiche e bibliche. Scopriamo così che non appena venne presa la decisione, Nergal si precipitò al dominio africano di Gibil per trovare e recuperare le armi, senza attendere Ninurta. Per sua sfortuna Ninurta aveva saputo che Nergal non aveva tenuto fede al patto che riguardava i limiti all’uso delle armi, e che le avrebbe usate in maniera indiscriminata per sistemare faccende personali. «Distruggerò il figlio e lascerò che il padre lo seppellisca; poi ucciderò il padre e farò in modo che nessuno lo seppellisca», aveva detto Nergal. Mentre i due discutevano, vennero a sapere che Nabu si stava preparando all’attacco: «Partì dal suo tempio per schierare tutte le sue città; si diresse verso il Grande Mare; entrò nel Grande Mare e sedette su di un trono che non era il suo». Nabu non soltanto stava convertendo le città orientali, ma stava conquistando anche le isole del Mediterraneo imponendosi come loro sovrano. Negal/Erra sostenne allora che non bastava distruggere il porto spaziale: bisognava distruggere anche Nabu e le città che si raccoglievano intorno a lui. Con questi due obiettivi Nergal e Ninurta presero in considerazione un altro problema: la distruzione del porto spaziale avrebbe messo in allarme Nabu e i suoi seguaci, inducendoli alla fuga. Riesaminando i propri obiettivi trovarono una soluzione: si sarebbero divisi. Ninurta avrebbe attaccato il porto spaziale; Nergal avrebbe attaccato le vicine “città peccatrici”. Ma subito dopo aver raggiunto questo accordo Ninurta ci ripensò; insistette sulla necessità di avvisare non solo gli Anunnaki che si trovavano nelle infrastrutture spaziali, ma anche alcuni popoli: «Valoroso Erra,» disse rivolgendosi a Nergal, «vuoi tu distruggere il giusto insieme all’ingiusto? Vuoi tu distruggere coloro che hanno peccato contro di te insieme a coloro che non ti hanno fatto niente?». Nergal/Erra, così affermano i testi antichi, si convinse: «La parola di Ishum piacque a Erra come olio pregiato». E fu così, che una mattina i due, spartendosi le sette armi nucleari, partirono per la missione estrema: Allora l’eroe Erra incalzò Ishum Ricordandogli le sue parole. E anche Ishum si mise in azione, in ossequio alla parola data, ma col cuore oppresso dall’angoscia. I testi che abbiamo a disposizione ci riferiscono persino l’identità di coloro che colpirono i diversi bersagli: «Ishtum diresse i suoi passi al Monte più Alto» (grazie all’epica di Gilgamesh sappiamo che il porto spaziale si trovava dietro questo monte). «Ishum alzò la sua mano: ed ecco il monte crollò […]. Ciò che si innalzava verso Anu per essere lanciato avvizzì, la sua faccia svanì, il luogo fu desolato». In un’unica esplosione nucleare, la mano di Ninurta annientò il porto spaziale e le sue infrastrutture. Il testo antico descrive anche ciò che fece Nergal: «Desiderando emulare Ishtum, Erra seguì la Strada dei Re e distrusse le città della valle, le città si tramutarono in desolazione». I suoi obiettivi erano stati le “città peccatrici” i cui sovrani avevano formato l’alleanza contro i Re dell’Est, la pianura a sud del Mar Morto. E fu così che nel 2024 a.C. vennero fatte esplodere armi nucleari nella penisola del Sinai e nella vicina pianura del Mar Morto, radendo al suolo il porto spaziale e le Cinque Città. Sorprendentemente (ma solo fino a un certo punto se Abram e la sua missione a Canaan vengono considerati sotto quest’ottica), è in questo evento apocalittico che si fondono le narrazioni bibliche e i testi mesopotamici. Grazie ai testi mesopotamici che fanno riferimento a questi tristi fatti sappiamo che, come richiesto, gli Anunnaki di guardia al porto spaziale erano stati preavvisati: «I due [Nergal e Ninurta] istigati a commettere il male, gettarono da parte i suoi guardiani; gli dèi di quel luogo lo abbandonarono – i suoi custodi salirono alla cupola del cielo». Ma mentre i testi mesopotamici sostengono che i due «insieme fecero fuggire gli dèi, che si misero in salvo dalla distruzione», non fanno capire se anche i popoli delle città maledette erano stati avvisati in anticipo. In questo caso, però, è la Bibbia a fornire i dettagli mancanti: leggiamo infatti nella Genesi che sia Abram che suo nipote Lot erano stati davvero avvisati in anticipo – non altrettanto gli altri residenti delle “città peccatrici”. La storia della Bibbia, oltre a gettare luce sugli aspetti “distruttori” di questi eventi, contiene dettagli che chiariscono alcuni aspetti in merito agli dèi e alle loro relazioni, in particolare con Abram. La storia ha inizio nel capitolo 18 della Genesi, quando Abram, ormai novantanovenne, seduto all’ingresso della sua tenda, nell’ora più calda del giorno, «alzò gli occhi» e vide che «tre uomini stavano in piedi presso di lui». Pur se vengono descritti come Anashim, ossia “uomini”, avevano tuttavia qualcosa di insolito, perché Abram si precipitò fuori dalla tenda e si prostrò al suolo – definendosi loro servo – lavò loro i piedi e offrì loro del cibo. I tre uomini, si evince in seguito, erano esseri divini. Quando partirono, il loro capo – identificato come il Signore Dio – decise di rivelare ad Abram qual era la loro missione: stabilire se Sodoma e Gomorra erano davvero città peccatrici, al punto tale da giustificarne la distruzione. Mentre due dei tre proseguirono verso Sodoma, Abram si avvicinò e si rivolse al Signore con parole identiche a quelle del testo mesopotamico: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio?» (Genesi 18, 23). Ciò che segue è una incredibile contrattazione fra Dio e l’uomo. «Forse ci sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?», chiese Abram a Dio. Ricevuta risposta positiva proseguì poi imperterrito: «Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». E proseguì poi scendendo a quaranta, trenta… fino a dieci. «Poi il Signore, come ebbe finito di parlare con Abram se ne andò e Abram ritornò alla sua abitazione.» Gli altri due esseri divini (la continuazione della storia nel capitolo 19 li chiama Malachim, letteralmente “emissari”, ma in genere tradotti come “angeli”) giunsero a Sodoma in serata. Gli eventi di quella notte, purtroppo, confermarono senza ombra di dubbio la scelleratezza e il peccato di quella città; fu così che all’alba i due esortarono Lot, nipote di Abram, a fuggire insieme alla sua famiglia, perché «il Signore sta per distruggere la città». La famiglia esitava e chiese ancora un po’ di tempo; uno degli “angeli” accordò loro il permesso di ritardare la distruzione fino a quando Lot e la sua famiglia non si fossero messi al sicuro nelle montagne. «E Abram andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodoma e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace.» Abram aveva novantanove anni; poiché era nato nel 2123 a.C., quell’episodio si colloca nel 2024 a.C.

giovedì 23 giugno 2016

VIA COL VENTO..."LE 7 ARMI DEL TERRORE DEGLI ANUNNAKI"


Liberare le “armi di distruzione in massa” in Medio Oriente si identifica con il timore dell’avverarsi delle profezie di  Armageddon. Rattrista il fatto che quattromila anni fa l’escalation del conflitto fra divinità – non fra uomini – portò all’uso di armi nucleari proprio in quella regione. E se c’è mai stato un atto più deplorevole con conseguenze del tutto imprevedibili, fu proprio quello. Ormai è assodato che la prima volta che vennero usate le armi nucleari sulla Terra non fu nel 1945 d.C. a Hiroshima e a Nagasaki, bensì nel 2024 a.C. L’evento è stato descritto in una serie di testi antichi dai quali è possibile ricostruirne dettagli e retroscena, inquadrando il tutto nel giusto contesto. Quelle fonti antiche includono la Bibbia ebraica: infatti Abram, primo patriarca ebreo, fu testimone oculare di quella terribile calamità. La Guerra dei Re, fallendo di sottomettere le “terre ribelli”, demoralizzò gli Enliliti e imbaldanzì i Mardukiti, ma poi, seguendo le istruzioni degli Enliliti, Ninurta iniziò a cercare un’infrastruttura spaziale alternativa all’altro lato del mondo: nell’odierno Perù, in Sud America. I testi indicano che lo stesso Enlil era solito allontanarsi da Sumer per lunghi periodi di tempo. I movimenti di questi dèi fecero sì che gli ultimi due re di Sumer, Shu-Sin e Ibbi-Sin, mutassero le proprie alleanze e iniziassero a rendere omaggio a Enki a Eridu, sua roccaforte sumera. Le assenze degli dèi allentarono anche il controllo sulla “Legione Straniera” di Elamiti e i documenti parlano di "sacrilegi” da parte di questi mercenari. Uomini e dèi erano sempre più disgustati da ciò che vedevano. Marduk, in particolare, era furioso. Gli erano giunte voci di saccheggi, di distruzioni e di profanazioni della sua amata Babilonia. Ricorderemo che l’ultima volta che vi era stato, era stato convinto dal fratellastro Nergal ad andare via in pace fino al  momento in cui il Tempo Celeste non avesse raggiunto l’Era dell’Ariete. Acconsentì ad andarsene solo dopo aver ricevuto la solenne parola di Nergal che nulla sarebbe stato distrutto o dissacrato a Babilonia, eppure accadde esattamente il contrario. Marduk si infuriò per la profanazione del proprio tempio per mano degli “indegni” Elamiti: «Del tempio [fecero] una tana per orde di cani, un nido per stridule cornacchie, che volando, lasciavano cadere il loro fetido sterco». Da Haran Marduk levò un grido ai grandi dèi: «Fino a quando?». Non è ancora giunto il Tempo, si domandava nella sua autobiografia profetica: O grandi dèi, ascoltate i miei segreti Mentre mi allaccio la cintura, ricordo le mie memorie. Sono il divino Marduk, un grande dio. Fui mandato via per i miei peccati, tra le montagne andai. Per molte terre ho vagabondato, da dove sorge il sole fino a dove tramonta. Fino alle cime della terra di Hatti sono andato. Nella terra di Hatti ho domandato a un oracolo, volevo sapere del mio trono e della mia signoria; Lì [ho domandato]: «Fino a quando?». «Ventiquattro anni là ho dimorato», proseguiva Marduk; «i miei giorni di esilio sono finiti!» Il tempo è giunto, disse, per fare rotta verso la sua città (Babilonia), «ricostruire il mio tempio, la mia dimora eterna». Iniziando a vaneggiare, parlò di vedere il suo tempio, l’E.SAG.IL (“Casa la cui cima è alta”) levarsi come una montagna su di una piattaforma a Babilonia, chiamandolo “La casa della mia alleanza”. Lui già vedeva Babilonia nel suo pieno splendore, con un re scelto da lui, una città piena di gioia, una città benedetta da Anu. I tempi messianici, profetizzava Marduk, «scacceranno il male e la sorte malvagia, portando l’amore di una madre a tutta l’umanità». L’anno in cui si completò il soggiorno di ventiquattro anni ad Haran fu il 2024 a.C.; coincideva con i settantadue anni trascorsi dal momento in cui Marduk aveva accettato di lasciare Babilonia e di aspettare il tempo celeste dell’oracolo. L’invocazione “Fino a quando?” di Marduk, rivolta ai Grandi Dèi, non era fine a se stessa, perché la leadership degli Anunnaki era costantemente impegnata in consultazioni, di natura sia formale che informale. Allarmato dal deteriorarsi della situazione, Enlil fece ritorno in fretta e furia a Sumer e fu scioccato nell’apprendere che le cose non andavano bene nemmeno a Nippur. Ninurta venne convocato per rendere conto della mala condotta degli Elamiti, ma questi addossò ogni colpa a Marduk e a Nabu. Nabu venne convocato e «il figlio del padre si presentò al cospetto degli dèi». Il suo principale accusatore era Utu/Shamash che, descrivendo la fosca situazione disse, «di tutto ciò Nabu è stata la causa». Parlando in nome di suo padre, Nabu attribuì la colpa a Ninurta, e ritirò fuori le vecchie accuse contro Nergal che riguardavano la scomparsa degli strumenti di monitoraggio in uso prima del Diluvio, oltre all’incapacità di impedire i sacrilegi a Babilonia. Nel suo alterco con Nergal  iniziò a levare la voce «mostrando mancanza di rispetto», si rivolse in malo modo a Enlil: «Non vi fu giustizia, si concepì la distruzione, Enlil ordinò che si progettasse la rovina di Babilonia». Si trattava di un’accusa inconcepibile nei confronti del Signore del Comando. Enki parlò, ma in difesa di suo figlio, certo non di Enlil. «Di cosa sono accusati esattamente Marduk e Nabu?», chiese. La sua ira era rivolta in particolare contro suo figlio Nergal. «Perché continui l’opposizione?» gli chiese. I due litigarono al punto che Enki finì per urlare a Nergal di scomparire dalla sua vista. Il consiglio degli dèi si sciolse nello scompiglio generale. Tutti questi dibattiti, accuse e contraccuse si verificarono sia pure a dispetto del fatto che stava giungendo al termine l’Era del Toro, l’era zodiacale di Enlil, e si stava annunciando l’Era dell’Ariete, ossia di Marduk. Ninurta la osservava avvicinarsi dal suo Eninnu a Lasgash (quello che aveva costruito Gudea); Ningishzidda/Thoth lo poteva confermare da tutti i circoli di pietra che aveva eretto sulla Terra; anche il popolo lo sapeva. Fu allora che Nergal, umiliato da Marduk e Nabu, rimproverato da suo padre Enki, «consultandosi con se stesso» concepì l’idea di fare ricorso alle “Armi del Terrore”. Non sapeva dove fossero nascoste, ma sapeva che esistevano da qualche parte sulla Terra, rinchiuse in un luogo sotterraneo e segreto (secondo un testo catalogato come CT-xvi, righe 44-46) in Africa, nel dominio di suo fratello Gibil: Quelle sette, in una montagna dimorano; sono celate in una caverna all’interno del suolo. In base al nostro attuale livello di tecnologia, le possiamo descrvere come sette armi nucleari: «Rivestite di terrore, avanzano con grande bagliore». Erano state portate erroneamente sulla Terra da Nibiru, nascoste in un luogo segreto e sicuro molto tempo prima; Enki conosceva quel luogo; anche Enlil lo conosceva. Un Consiglio di Guerra degli dèi votò contro il parere di Enki a favore del suggerimento di Nergal di dare a Marduk una punizione esemplare. Erano in costante comunicazione con Anu: «Anu parlava alla Terra; la Terra per Anu pronunciava parole». Lui fece capire in maniera ben chiara che questo passo – che non aveva precedenti – mirava solo a privare Marduk del porto spaziale del Sinai e che né dèi, né persone avrebbero dovuto essere danneggiate da queste armi. «Anu, Signore degli dèi ebbe pietà della Terra», affermano gli antichi documenti. Scegliendo Nergal e Ninurta per portare a termine la missione, gli dèi misero bene in chiaro che lo scopo era limitato e vincolato alle condizioni. Ma le cose non andarono così. La legge delle “Conseguenze Involontarie” si dimostrò vera e di una portata  catastrofica.

LE 7 ARMI DEL TERRORE (tratto dal mito sumero "L'EPICA DI ERRA ED ISHM")
(segui il link)

1- Chiamò il primo a inviare le sue istruzioni,
"Ovunque tu vada e diffondere il terrore, non hanno eguali."
 
2- Ha detto che al secondo, "Brucia come il fuoco, bruciatura come una fiamma".
 
3- Ha comandato il terzo, "Guarda come un leone,
Chi di voi vede essere paralizzato dalla paura ".
 
4- Ha detto che per il quarto, "Lascia un crollo di montagna
quando si presenti la feroce braccia ".
 
5- Ha detto che al quinto, "Blast come il vento,
scandire la circonferenza della terra ".
 
6- Ha detto che per il sesto. "Andate in tutto il mondo
(Come il diluvio) e risparmierà nessuno ".
 
7- Il settimo è affidato il veleno viperous,
"Slay qualunque vive".

Analizziamo cosa viene detto delle sette armi:
· della prima: Ovunque vai, che tu non abbia pari nello spargere terrore;
· della seconda: Brucia come il fuoco, ustiona come le fiamme;
· della terza: Chiunque ti veda resti paralizzato dal terrore;
· della quarta: Le montagne collassino sotto la tua ferocia;
· della quinta: Spazza come il vento in ogni direzione
· della sesta: Arriva dappertutto come il diluvio e che nessuno si salvi;
· della settima: Distruggi (o lacera) tutto ciò che vive

VIA COL VENTO..."LE 7 ARMI DEL TERRORE DEGLI ANUNNAKI"


Liberare le “armi di distruzione in massa” in Medio Oriente si identifica con il timore dell’avverarsi delle profezie di  Armageddon. Rattrista il fatto che quattromila anni fa l’escalation del conflitto fra divinità – non fra uomini – portò all’uso di armi nucleari proprio in quella regione. E se c’è mai stato un atto più deplorevole con conseguenze del tutto imprevedibili, fu proprio quello. Ormai è assodato che la prima volta che vennero usate le armi nucleari sulla Terra non fu nel 1945 d.C. a Hiroshima e a Nagasaki, bensì nel 2024 a.C. L’evento è stato descritto in una serie di testi antichi dai quali è possibile ricostruirne dettagli e retroscena, inquadrando il tutto nel giusto contesto. Quelle fonti antiche includono la Bibbia ebraica: infatti Abram, primo patriarca ebreo, fu testimone oculare di quella terribile calamità. La Guerra dei Re, fallendo di sottomettere le “terre ribelli”, demoralizzò gli Enliliti e imbaldanzì i Mardukiti, ma poi, seguendo le istruzioni degli Enliliti, Ninurta iniziò a cercare un’infrastruttura spaziale alternativa all’altro lato del mondo: nell’odierno Perù, in Sud America. I testi indicano che lo stesso Enlil era solito allontanarsi da Sumer per lunghi periodi di tempo. I movimenti di questi dèi fecero sì che gli ultimi due re di Sumer, Shu-Sin e Ibbi-Sin, mutassero le proprie alleanze e iniziassero a rendere omaggio a Enki a Eridu, sua roccaforte sumera. Le assenze degli dèi allentarono anche il controllo sulla “Legione Straniera” di Elamiti e i documenti parlano di "sacrilegi” da parte di questi mercenari. Uomini e dèi erano sempre più disgustati da ciò che vedevano. Marduk, in particolare, era furioso. Gli erano giunte voci di saccheggi, di distruzioni e di profanazioni della sua amata Babilonia. Ricorderemo che l’ultima volta che vi era stato, era stato convinto dal fratellastro Nergal ad andare via in pace fino al  momento in cui il Tempo Celeste non avesse raggiunto l’Era dell’Ariete. Acconsentì ad andarsene solo dopo aver ricevuto la solenne parola di Nergal che nulla sarebbe stato distrutto o dissacrato a Babilonia, eppure accadde esattamente il contrario. Marduk si infuriò per la profanazione del proprio tempio per mano degli “indegni” Elamiti: «Del tempio [fecero] una tana per orde di cani, un nido per stridule cornacchie, che volando, lasciavano cadere il loro fetido sterco». Da Haran Marduk levò un grido ai grandi dèi: «Fino a quando?». Non è ancora giunto il Tempo, si domandava nella sua autobiografia profetica: O grandi dèi, ascoltate i miei segreti Mentre mi allaccio la cintura, ricordo le mie memorie. Sono il divino Marduk, un grande dio. Fui mandato via per i miei peccati, tra le montagne andai. Per molte terre ho vagabondato, da dove sorge il sole fino a dove tramonta. Fino alle cime della terra di Hatti sono andato. Nella terra di Hatti ho domandato a un oracolo, volevo sapere del mio trono e della mia signoria; Lì [ho domandato]: «Fino a quando?». «Ventiquattro anni là ho dimorato», proseguiva Marduk; «i miei giorni di esilio sono finiti!» Il tempo è giunto, disse, per fare rotta verso la sua città (Babilonia), «ricostruire il mio tempio, la mia dimora eterna». Iniziando a vaneggiare, parlò di vedere il suo tempio, l’E.SAG.IL (“Casa la cui cima è alta”) levarsi come una montagna su di una piattaforma a Babilonia, chiamandolo “La casa della mia alleanza”. Lui già vedeva Babilonia nel suo pieno splendore, con un re scelto da lui, una città piena di gioia, una città benedetta da Anu. I tempi messianici, profetizzava Marduk, «scacceranno il male e la sorte malvagia, portando l’amore di una madre a tutta l’umanità». L’anno in cui si completò il soggiorno di ventiquattro anni ad Haran fu il 2024 a.C.; coincideva con i
settantadue anni trascorsi dal momento in cui Marduk aveva accettato di lasciare Babilonia e di aspettare il tempo celeste dell’oracolo. L’invocazione “Fino a quando?” di Marduk, rivolta ai Grandi Dèi, non era fine a se stessa, perché la leadership degli Anunnaki era costantemente impegnata in consultazioni, di natura sia formale che informale. Allarmato dal deteriorarsi della situazione, Enlil fece ritorno in fretta e furia a Sumer e fu scioccato nell’apprendere che le cose non andavano bene nemmeno a Nippur. Ninurta venne convocato per rendere conto della mala condotta degli Elamiti, ma questi addossò ogni colpa a Marduk e a Nabu. Nabu venne convocato e «il figlio del padre si presentò al cospetto degli dèi». Il suo principale accusatore era Utu/Shamash che, descrivendo la fosca situazione disse, «di tutto ciò Nabu è stata la causa». Parlando in nome di suo padre, Nabu attribuì la colpa a Ninurta, e ritirò fuori le vecchie accuse contro Nergal che riguardavano la scomparsa degli strumenti di monitoraggio in uso prima del Diluvio, oltre all’incapacità di impedire i sacrilegi a Babilonia. Nel suo alterco con Nergal  iniziò a levare la voce «mostrando mancanza di rispetto», si rivolse in malo modo a Enlil: «Non vi fu giustizia, si concepì la distruzione, Enlil ordinò che si progettasse la rovina di Babilonia». Si trattava di un’accusa inconcepibile nei confronti del Signore del Comando. Enki parlò, ma in difesa di suo figlio, certo non di Enlil. «Di cosa sono accusati esattamente Marduk e Nabu?», chiese. La sua ira era rivolta in particolare contro suo figlio Nergal. «Perché continui l’opposizione?» gli chiese. I due litigarono al punto che Enki finì per urlare a Nergal di scomparire dalla sua vista. Il consiglio degli dèi si sciolse nello scompiglio generale. Tutti questi dibattiti, accuse e contraccuse si verificarono sia pure a dispetto del fatto che stava giungendo al termine l’Era del Toro, l’era zodiacale di Enlil, e si stava annunciando l’Era dell’Ariete, ossia di Marduk. Ninurta la osservava avvicinarsi dal suo Eninnu a Lasgash (quello che aveva costruito Gudea); Ningishzidda/Thoth lo poteva confermare da tutti i circoli di pietra che aveva eretto sulla Terra; anche il popolo lo sapeva. Fu allora che Nergal, umiliato da Marduk e Nabu, rimproverato da suo padre Enki, «consultandosi con se stesso» concepì l’idea di fare ricorso alle “Armi del Terrore”. Non sapeva dove fossero nascoste, ma sapeva che esistevano da qualche parte sulla Terra, rinchiuse in un luogo sotterraneo e segreto (secondo un testo catalogato come CT-xvi, righe 44-46) in Africa, nel dominio di suo fratello Gibil: Quelle sette, in una montagna dimorano; sono celate in una caverna all’interno del suolo. In base al nostro attuale livello di tecnologia, le possiamo descrvere come sette armi nucleari: «Rivestite di terrore, avanzano con grande bagliore». Erano state portate erroneamente sulla Terra da Nibiru, nascoste in un luogo segreto e sicuro molto tempo prima; Enki conosceva quel luogo; anche Enlil lo conosceva. Un Consiglio di Guerra degli dèi votò contro il parere di Enki a favore del suggerimento di Nergal di dare a Marduk una punizione esemplare. Erano in costante comunicazione con Anu: «Anu parlava alla Terra; la Terra per Anu pronunciava parole». Lui fece capire in maniera ben chiara che questo passo – che non aveva precedenti – mirava solo a privare Marduk del porto spaziale del Sinai e che né dèi, né persone avrebbero dovuto essere danneggiate da queste armi. «Anu, Signore degli dèi ebbe pietà della Terra», affermano gli antichi documenti. Scegliendo Nergal e Ninurta per portare a termine la missione, gli dèi misero bene in chiaro che lo scopo era limitato e vincolato alle condizioni. Ma le cose non andarono così. La legge delle “Conseguenze Involontarie” si dimostrò vera e di una portata  catastrofica.

LE 7 ARMI DEL TERRORE (tratto dal mito sumero "L'EPICA DI ERRA ED ISHM")
(segui il link)

1- Chiamò il primo a inviare le sue istruzioni,
"Ovunque tu vada e diffondere il terrore, non hanno eguali."
 
2- Ha detto che al secondo, "Brucia come il fuoco, bruciatura come una fiamma".
 
3- Ha comandato il terzo, "Guarda come un leone,
Chi di voi vede essere paralizzato dalla paura ".
 
4- Ha detto che per il quarto, "Lascia un crollo di montagna
quando si presenti la feroce braccia ".
 
5- Ha detto che al quinto, "Blast come il vento,
scandire la circonferenza della terra ".
 
6- Ha detto che per il sesto. "Andate in tutto il mondo
(Come il diluvio) e risparmierà nessuno ".
 
7- Il settimo è affidato il veleno viperous,
"Slay qualunque vive".

Analizziamo cosa viene detto delle sette armi:
· della prima: Ovunque vai, che tu non abbia pari nello spargere terrore;
· della seconda: Brucia come il fuoco, ustiona come le fiamme;
· della terza: Chiunque ti veda resti paralizzato dal terrore;
· della quarta: Le montagne collassino sotto la tua ferocia;
· della quinta: Spazza come il vento in ogni direzione
· della sesta: Arriva dappertutto come il diluvio e che nessuno si salvi;
· della settima: Distruggi (o lacera) tutto ciò che vive

martedì 21 giugno 2016

TAVOLETTE CHIAMATE "I TESTI DI KHEDORLA'OMER"


Nel 1897, durante una conferenza al Victoria Institute, a Londra, l’assirologo Theophilus Pinches portò per la prima volta all’attenzione degli studiosi il gruppo di tavolette chiamate i Testi di Khedorla’omer. Descrivono chiaramente gli stessi eventi narrati nel capitolo 14 della Genesi, pur se con maggior dovizia di particolari. È probabile, perciò, che quelle stesse tavolette furono la fonte degli autori della Bibbia. Quelle tavolette identificano «Khedorla’omer, re dell’Elam» come il re elamita Kudur-laghmar, di cui parlano anche altre fonti storiche. Arioch è stato identificato come ERI.AKU (“Servo del dio Luna”), che regnava nella città di Larsa (la Ellasar citata dalla Bibbia) e Tideal è stato identificato come Tud-ghula, vassallo del re di Elam. Nel corso degli anni è seguito un dibattito sull’identità di «Amraphel re di Sennaar»; le ipotesi puntavano tutte su Hammurabi, il famoso re di Babilonia vissuto secoli dopo. Ma Sennaar è il nome che la Bibbia usa per indicare Sumer, non Babilonia. Quindi, chi ne era il re ai tempi di Abramo? In Guerre atomiche al tempo degli dèi Zecharia Sitchin sostiene la tesi secondo la quale il termine ebraico non debba essere letto come Amra-Phel, bensì come Amar-Phel, dal sumero AMAR.PAL – una variante di AMAR.SIN – i cui formulari di data confermano che fu proprio lui, nel 2041 a.C., a dare il via alla Guerra dei Re. La coalizione che la Bibbia identifica con certezza era guidata dagli Elamiti – dettaglio questo corroborato dai dati mesopotamici che indicano il ruolo riemergente di Ninurta nella battaglia. La Bibbia data l’invasione di Khedorla’omer osservando che avvenne a quattordici anni di distanza dalla precedente incursione degli Elamiti in Canaan – un ulteriore dettaglio che si conforma ai dati del periodo di Shulgi. Questa volta, tuttavia, la rotta dell’invasione fu diversa: affrontando un passaggio rischioso attraverso il deserto, gli invasori evitarono la costa mediterranea, densamente popolata, marciando sulla riva orientale del fiume Giordano. La Bibbia elenca i luoghi dove queste battaglie ebbero luogo e contro chi si scontrarono gli eserciti enliliti; sappiamo perciò che venne fatto un tentativo di regolare le controversie con vecchi nemici – discendenti degli Igigi che avevano contratto  matrimoni misti, anche di ZU, l’Usurpatore – che evidentemente supportavano le rivolte contro gli Enliliti. In questo frangente, tuttavia, non si perse di vista l’obiettivo principale: il porto spaziale. Gli eserciti invasori seguirono ciò che dai tempi biblici è stata conosciuta come la Via dei Re, che correva su di un’asse nord-sud lungo la riva orientale del Giordano. Ma quando si rivolsero a ovest verso l’accesso alla penisola del Sinai, incontrarono un blocco: Abram e i suoi cavalieri . Facendo riferimento alla città di ingresso alla penisola, Dur-Mah-Ilani (“il grande luogo fortificato degli dèi”) – che la Bibbia chiamava Kadesh-Barnea – i Testi di Khedorla’omer affermano chiaramente che la strada era bloccata: Il figlio del sacerdote, che gli dèi avevano in consiglio benedetto, aveva evitato il saccheggio. A mio avviso il «figlio del sacerdote» benedetto dagli dèi, era nient’altri che Abram, figlio di Terach.

Una tavoletta dei formulari di data che appartiene ad Amar-Sin, iscritta su entrambi i lati si vanta della distruzione di NEIB.RU.UM, “il pascolo di Ibru’um”. In realtà, all’ingresso del porto spaziale non ci fu alcuna battaglia. La sola presenza di Abramo e dei suoi uomini aveva convinto gli invasori a battere in ritirata verso obiettivi più ricchi e più lucrativi. Ma se il riferimento è davvero ad Abramo, ci offre un’ulteriore e straordinaria conferma – al di fuori della Bibbia – dei documenti dei Patriarchi, indipendentemente da chi sosteneva di essere il vincitore. 

Non potendo entrare nella penisola del Sinai, l’esercito dell’Est marciò verso nord. All’epoca il Mar Morto era più piccolo; la sua odierna appendice meridionale non era ancora stata sommersa dalle acque ed era una pianura fertile, ricca di terreni coltivati, frutteti e centri di commercio. Gli insediamenti di quella zona erano cinque, fra cui le tristemente famose Sodoma e Gomorra. Andando verso nord gli invasori si trovarono di fronte alle forze combinate di ciò che la Bibbia chiamava le «cinque città peccatrici». Fu lì – dice la Bibbia – che i quattro re combatterono e sconfissero i cinque re. Dopo aver saccheggiato le città e catturato prigionieri, gli invasori si ritirarono, ma questa volta lungo la riva occidentale del Giordano.  A questo punto la Bibbia avrebbe potuto distogliere l’attenzione da queste battaglie, se non fosse stato che fra i prigionieri c’era anche Lot, nipote di Abramo, che viveva a Sodoma. Quando un fuggiasco da Sodoma riferì ad Abramo quanto era accaduto, «organizzò i suoi uomini esperti nelle armi […] e si diede all’inseguimento». I suoi uomini raggiunsero gli  invasori a nord, nei pressi di Damasco (vedi foto), liberarono Lot e recuperarono tutte le loro cose. La Bibbia ricorda questo successo come «la sconfitta di Khedorla’omer e dei re che erano con lui» per mano di Abram. I documenti storici suggeriscono che, per quanto audace ed estesa sia stata questa guerra, non riuscì comunque a schiacciare la ribellione di Marduk-Nabu. Come sappiamo Amar- Sin morì nel 2039 a.C., ucciso non dalla lancia di un nemico, bensì dal veleno di uno scorpione. Nel 2038 a.C. salì al trono suo fratello Shu-Sin. I dati relativi ai suoi nove anni di regno registrano due imprese militari a nord, nessuna a occidente e, in generale, parlano di strategie di difesa. Questo sovrano fece costruire nuove sezioni del Grande Muro Occidentale per proteggersi dagli attacchi degli Amorriti. Le difese, comunque, venivano portate sempre più vicine al cuore stesso di Sumer, impicciolendo di fatto il territorio controllato da Ur. Quando ascese al trono il successivo (e ultimo) re della dinastia di Ur III, Ibbi-Sin, i predoni provenienti da ovest erano penetrati attraverso il Muro e si stavano scontrando contro la “Legione Straniera” di Ur, i mercenari elamiti in territorio sumero. A guidare e incitare gli occidentali verso l’obiettivo c’era Nabu. Marduk, suo padre divino, lo attendeva ad Haran per riconquistare Babilonia. I grandi dèi indissero un consiglio di emergenza e approvarono poi quelle misure straordinarie che avrebbero cambiato per sempre il futuro.

lunedì 20 giugno 2016

AB.RAM IL SUMERO


Come abbiamo detto precedentemente nel post ( segui link :  conto alla rovescia fino al giorno del giudizio ) tutti quei Patriarchi erano vissuti molto a lungo: Sem 600 anni, suo figlio Arpacsad 438 anni; gli altri figli maschi rispettivamente 433, 460, 239 e 230 anni. Nacor, padre di Terach, visse 148 anni; e lo stesso Terach, che generò Abram a settanta anni, visse fino a 205 anni. Il capitolo 11 della Genesi spiega che Arpacsad e i suoi discendenti vissero in seguito nel paese conosciuto come Sumer ed Elam e nelle zone circostanti. Abram, quindi, era un sumero a tutti gli effetti. Questa informazione genealogica, da sola, ci fa capire che Abram aveva antenati non comuni. Il suo nome sumero, AB.RAM, significa “Amato dal Padre”, un nome decisamente appropriato per un figlio nato a un uomo di settanta anni. Il nome stesso del padre, Terach, derivava dall’epiteto sumero TIR.HU; designava un sacerdote oracolo – un sacerdote che osservava i segni celesti o riceveva gli oracoli da un dio e li riportava o li spiegava al re. Il nome della moglie di Abram, SARAI (successivamente Sarah in ebraico) significava “principessa”; il nome della moglie di Nacor, Milca, significava “simile a una regina”; entrambi questi nomi suggeriscono una geneaologia reale. Poiché in seguito veniamo a sapere che la moglie di Abramo era, in realtà, la sua sorellastra «la figlia di mio padre ma non di mia madre», ne consegue che la madre di Sarai/Sarah era di stirpe reale. La famiglia apparteneva dunque ai ceti più alti di Sumer, annoverando fra i propri antenati sovrani e sommi sacerdoti. Un altro indizio importante per identificare la storia della famiglia è il riferimento che ripete lo stesso Abramo al suo incontro con i sovrani a Canaan e in Egitto: lui è un Ibri – un “Ebreo”. La parola deriva dalla radice ABoR, “attraversare”, quindi gli studiosi della Bibbia hanno ipotizzato che significasse che lui proveniva dall’altra sponda del fiume Eufrate, vale a dire dalla Mesopotamia. Personalmente ritengo che il termine avesse un significato ben più specifico. Il termine usato per la città sacra dei Sumeri, Nippur, è la traduzione accadica del termine sumero NI.IBRU, “Splendido Luogo dell’Attraversamento”. Abram e i suoi discendenti, che nella Bibbia sono chiamati Ebrei, appartenevano a una famiglia che si identificava come “Ibru” – Nippuriani. Questo ci suggerisce che Terach era prima un sacerdote a Nippur, poi si trasferì a Ur e infine ad Haran, portando con sé la propria famiglia. Sincronizzando le cronologie biblica, sumera ed egizia (come dettagliato in Guerre atomiche al tempo degli dèi), siamo giunti a stabilire che Abramo nacque nel 2123 a.C. Nel 2113 a.C. gli dèi decisero di far diventare capitale di Sumer Ur, centro di culto di Nannar/Sin, e di far salire sul trono Ur-Nammu. Poco dopo vennero uniti per la prima volta il sacerdozio di Nippur e di Ur; è molto probabile che fu allora che il sacerdote di Nippur, Tirhu, si trasferì con la propria famiglia, incluso Abram – a quei tempi un ragazzino di dieci anni – per servire nel tempio di Nannar a Ur. Nel 2095 a.C., quando Abram aveva ventotto anni ed era già sposato, Terach venne trasferito ad Haran, portando con sé la propria famiglia. Non poteva trattarsi di una semplice coincidenza il fatto che fu lo stesso anno in cui Shulgi succedette a Ur-Nammu. Lo scenario che emerge è che i movimenti di questa famiglia erano legati, in qualche modo, agli avvenimenti geopolitici dell’epoca. A dire il vero, quando lo stesso Abramo venne scelto per eseguire gli ordini divini di lasciare Haran e di recarsi a Canaan, il grande dio Marduk compì il passo cruciale di spostarsi ad Haran. Fu nel 2048 a.C. che vennero fatte le due mosse: Marduk si trasferì ad Haran e Abramo lasciava Haran per recarsi nella lontana Canaan. Dalla Genesi sappiamo che Abramo aveva settantacinque anni, e fu quindi nel 2048 a.C. che il Signore gli disse: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre» – lascia cioè Sumer, Nippur e Carran [Haran] – «verso il paese che io ti indicherò». Per quanto riguarda Marduk, un lungo testo conosciuto come Profezia di Marduk – rivolta al popolo di Hara (tavolette di argilla, ) – fornisce l’indizio che conferma sia il fatto, sia il periodo di questo suo spostamento: il 2048 a.C. Questi due trasferimenti devono essere per forza correlati. 

Ma il 2048 a.C. fu anche l’anno in cui gli dèi enliliti decisero di sbarazzarsi di Shulgi, ordinando per lui la “morte di un peccatore” – una mossa, questa, che segnalava la fine dell’era del “cerchiamo dei mezzi pacifici” e il ritorno a un conflitto aggressivo; e non è possibile che si trattasse di una coincidenza. No, le tre mosse – Marduk ad Haran, Abram che lasciava quella città e si recava a Canaan e, infine, l’eliminazione di Shulgi, il decadente – dovevano essere collegate: tre mosse contemporanee e legate fra di loro nello Scacchiere Divino. Erano, come vedremo, fasi nel conto alla rovescia fino al Giorno del Giudizio. I successivi ventiquattro anni, dal 2048 a.C. fino al 2024 a.C., furono un periodo di fervore e fermento religiosi, di diplomazia e di intrighi internazionali, di alleanze militari e di scontri fra eserciti, di lotta per la superiorità strategica. Il porto spaziale nella penisola del Sinai e gli altri siti legati allo spazio erano costantemente al centro degli avvenimenti. Sorprendentemente, diversi documenti dell’antichità sono sopravvissuti alla prova del tempo fornendoci non soltanto una panoramica degli eventi, ma anche numerosi particolari relativi alle battaglie, alle strategie, alle discussioni,alle controversie, ai protagonisti e alle loro mosse e, infine, alle decisioni cruciali che sfociarono nel più profondo sconvolgimento sulla Terra dai tempi del Diluvio. Corroborate dai formulari di data e da altre diverse referenze, le fonti principali per ricostruire questi eventi drammatici sono proprio i capitoli della Genesi; l’autobiografia di Marduk, meglio nota come Profezia di Marduk; un gruppo di tavolette nella “Collezione Spartoli” conservate nel British Museum di Londra, conosciute come i Testi Khedorla’omer; e un lungo testo storico/autobiografico dettato dal dio Nergal a uno scriba fidato, meglio noto come Epopea di Erra. Come in un film – in genere un thriller – in cui i diversi testimoni oculari e protagonisti descrivono lo stesso evento con leggere differenze, pur lasciando comunque intuire il quadro d’insieme, anche noi siamo in grado di ricostruire gli avvenimenti, sia pure con alcune discrepanze. Nel 2048 a.C. la mossa principale di Marduk fu di stabilire il suo posto di comando ad Haran. Così facendo, sottrasse a Nannar/Sin il controllo di questo vitale crocevia settentrionale, isolando di fatto Sumer dalle terre settentrionali degli Ittiti. Al di là del significato puramente militare, questa mossa privò Sumer dei suoi vitali legami commerciali ed economici. Consentì anche a Nabu «di schierare le sue città, di fare rotta verso il Grande Mare». I nomi dei luoghi citati in questi testi ci fanno capire che le principali città a occidente del fiume Eufrate erano già – o stavano per essere poste – sotto il controllo totale o parziale di padre e figlio, compreso anche il Luogo dell’Atterraggio, di cruciale importanza. Ad Abram/Abramo venne ordinato di recarsi a Canaan, la regione più popolata delle Terre dell’Occidente. Lasciò quindi Haran, portando con sé sua moglie e suo nipote Lot. Viaggiò tranquillamente verso sud, fermandosi solo per rendere omaggio al suo Dio in determinati siti sacri. La sua destinazione era il Negev, la regione arida che confina con la penisola del Sinai. Non vi rimase a lungo. Non appena il successore di Shulgi, Amar-Sin, salì sul trono nel 2047 a.C., Abram ricevette istruzione di recarsi in Egitto. Venne subito condotto alla casa del faraone e lì «ricevette greggi e armenti e asini, e schiavi e schiave, asini e cammelli». La Bibbia è piuttosto vaga sul perché di questi doni, tranne per il fatto che il faraone – sapendo che Sarai era la sorella di Abram – partiva dal presupposto che gli venisse offerta in moglie, il che suggerisce una sorta di trattato. Appare del tutto plausibile che questi negoziati internazionali – di livello così elevato – avessero luogo fra Abram e i sovrani egizi se notiamo che Abramo fece ritorno nel Negev, dopo un soggiorno di sette anni in Egitto, nel 2040 a.C.: lo stesso anno in cui i principi tebani dell’Egitto Superiore sconfissero la precedente dinastia dell’Egitto Inferiore, dando vita al Medio Regno unificato dell’Egitto. Un’altra coincidenza geopolitica! Abram, rifornito di uomini e cammelli, fece ritorno nel Negev appena in tempo per assolvere alla sua missione, ora ben chiara: difendere la Quarta Regione e il suo porto spaziale. Come rivela la narrazione biblica, poteva disporre di una forza di élite di Ne’arim – un termine tradotto di solito come “Giovani Uomini” – ma i testi mesopotamici usavano l’omologo LU.NAR (“Uomini-NAR”) per indicare coloro che cavalcano i cammelli. Ritengo che Abram, dopo aver appreso ad Haran della superiorità militare degli Ittiti, ottenne in Egitto un notevole esercito di cavalieri a cammello. La sua base a Canaan fu ancora nel Negev, l’area che confinava con la penisola del Sinai. Appena in tempo: un esercito potente – legioni di un’alleanza dei re enliliti – si mise in marcia non solo per schiacciare e punire le “città peccatrici” che avevano stretto alleanze con “altri dèi”, ma anche per catturare il porto spaziale. I testi sumeri che si occupano del regno di Amar-Sin, figlio e successore di Shulgi, ci informano che nel 2041 a.C. questi lanciò la sua maggiore (e ultima) campagna militare contro le Terre dell’Occidente cadute sotto l’influsso di Marduk/Nabu. Grazie a un’alleanza internazionale compì un’invasione unica nella storia, in cui vennero attaccate non solo le città degli uomini, ma anche le roccaforti degli dèi e dei loro figli. Fu davvero un evento di portata eccezionale, senza precedenti, al quale la Bibbia ha dedicato un intero capitolo della Genesi, il 14. Gli studiosi lo chiamano “la Guerra dei Re” perché il suo apice fu una grande battaglia che vide contrapposti un esercito composto da quattro “Re dell’Oriente” e le forze combinate di cinque “Re dell’Occidente”. Culminò poi in un’impresa militare notevole, a opera dei cavalieri di Abram. La Bibbia inizia il resoconto di quella grande guerra internazionale elencando i re e i regni dell’Oriente che «vennero e fecero guerra» all’Occidente: Al tempo di Amraphel re di Sennaar, di Arioch re di Ellasar, di Khedorla’omer re dell’Elam e di Tideal re di Goim.

sabato 18 giugno 2016

CONTO ALLA ROVESCIA FINO AL GIORNO DEL GIUDIZIO


Il disastroso XXI secolo a.C. si aprì con la morte tragica e prematura di UrNammu, avvenuta nel 2096 a.C. Culminò con una calamità senza precedenti voluta dagli stessi dèi nel 2024 a.C. L’intervallo era di  settantadue anni: esattamente il ritardo precessionale di un grado; e se si trattò di semplici coincidenze, allora le possiamo ritenere una serie di “coincidenze” decisamente ben coordinate… A seguito della morte tragica di Ur-Nammu, sul trono di Ur salì suo figlio, Shulgi. Poiché non fu in grado di proclamare lo status di semidio, nelle iscrizioni affermò di essere nato comunque sotto auspici divini: lo stesso dio Nannar aveva fatto sì che venisse concepito nel tempio di Enlil a Nippur attraverso l’unione di Ur- Nammu e della somma sacerdotessa di Enlil, così «da concepire un “piccolo Enlil”, un bambino idoneo al potere sovrano e al trono». Questa era un’affermazione da non sottovalutare dal punto di vista genealogico. Lo stesso Ur-Nammu, come detto in precedenza, era “divino per due terzi”, poiché sua madre era una dea. Anche se non viene citato il nome della somma sacerdotessa, il suo status fa intuire che anche lei era di stirpe divina, perché veniva scelta come EN.TU la figlia di un re; e i re di Ur, a cominciare dalla prima dinastia, discendevano da semidèi. È importante anche che lo stesso Nannar facesse sì che l’unione avvenisse nel tempio di Enlil a Nippur; come detto in precedenza, fu sotto il regno di Ur- Nammu che, per la prima volta, il sacerdozio di Nippur venne associato al sacerdozio di un’altra città – in questo caso a quello di Ur. Buona parte degli avvenimenti di quel tempo che ebbero come teatro Sumer e zone limitrofe è stata raccolta dai “formulari di data”, iscrizioni annuali, per scopi commemorativi ma anche commerciali, in cui ogni singolo anno del regno di un re veniva contrassegnato dall’avvenimento principale di quell’anno. Abbiamo maggiori informazioni nel caso di Shulgi perché ha lasciato ai posteri iscrizioni sia brevi che lunghe, nonché poesie e canzoni d’amore. Queste iscrizioni indicano che Shulgi, subito dopo essere asceso al trono – forse sperando di evitare lo stesso fato del padre sul campo di battaglia – ne cambiò le politiche militari. Lanciò una spedizione nelle province più esterne (inclusi anche i “paesi ribelli”) armato di proposte di commercio, offerte di pace e di matrimonio con le sue figlie. Ritenendosi successore di Gilgamesh, le sue rotte seguirono le due mete del famoso eroe: la penisola del Sinai (dove si trovava il porto spaziale) a sud e il Corridoio dell’Atterraggio a nord. Rispettando la sacralità della Quarta Regione, Shulgi costeggiò la penisola e rese omaggio agli dèi ai suoi confini, in un luogo descritto come il «luogo grande e fortificato degli dèi». Spostandosi a nord-ovest del Mar Morto, si fermò per adorare il «Luogo degli Oracoli Brillanti» – Gerusalemme – e lì eresse un altare agli «dèi che giudicano» (un epiteto di solito attribuito a Utu/Shamash). Giunto al «Luogo coperto di neve» a nord, eresse un altare e offrì dei sacrifici. Dopo aver visitato i siti legati allo spazio, percorse la Mezzaluna Fertile – la rotta per il commercio e la migrazione, che si estendeva formando un arco in direzione est-ovest, determinata dalla morfologia del terreno e dalle fonti di acqua; proseguì quindi verso sud, nella pianura del Tigri e dell’Eufrate, fino alle terre meridionali di Sumer. Quando Shulgi fece ritorno a Ur, aveva ogni motivo per pensare di aver portato agli dèi e alla gente “Pace nel nostro tempo” (per usare un’analogia moderna). Gli dèi gli garantirono il titolo di “Sommo sacerdote di Anu, Sacerdote di Nannar”. Divenne amico di Utu/Shamash e ottenne le attenzioni personali di Inanna/Ishtar (vantandosi nelle canzoni d’amore che lei, nel suo tempio, gli concedeva la sua vulva). Ma, mentre Shulgi abbandonava gli affari di stato per i piaceri personali, i disordini nelle “terre ribelli” continuavano. Impreparato per affrontare azioni militari, Shulgi chiese le truppe ai suoi alleati elamiti, offrendo in sposa al re una delle sue figlie e come dote la città sumera di Larsa. A ovest venne lanciata una grande spedizione militare contro le “città peccatrici”, che impiegava queste truppe elamite; gli eserciti raggiunsero il Luogo Fortificato degli dèi al confine della Quarta Regione. Shulgi, nelle sue iscrizioni, si vantava delle vittorie ma, in realtà, subito dopo iniziò a costruire un muro fortificato per proteggere Sumer dalle incursioni straniere che provenivano da occidente e da nordovest. I formulari di data lo chiamavano il Grande Muro Occidentale, e gli studiosi ritengono che corresse dall’Eufrate al Tigri, a nord dell’attuale ubicazione di Baghdad, bloccando di fatto agli invasori la strada alla fertile pianura racchiusa fra i due fiumi. Fu una misura difensiva che precedette di circa 2000 anni la costruzione della Grande Muraglia cinese – eretta con la stessa finalità. Nel 2048 a.C. gli dèi, guidati da Enlil, ne avevano abbastanza dei fallimenti di Shulgi e della sua dolce vita. Stabilendo che «non aveva eseguito gli ordini divini» decretarono per lui la morte di un peccatore. Non sappiamo di che morte si trattò, ma è un fatto storicamente assodato che quello stesso anno venne rimpiazzato sul trono di Ur da suo figlio Amar-Sin, del quale sappiamo – grazie alle iscrizioni – che lanciò una spedizione militare dopo l’altra – per sedare una rivolta a nord, per combattere un’alleanza di cinque re a occidente. Come in tanti altri casi, ciò che stava accadendo aveva cause che affondavano le proprie radici in tempi e avvenimenti di un passato remoto. Le “terre ribelli”, pur se in Asia e, quindi, nei domini delle terre enlilite di Sem, figlio di Noè, erano abitate da diversi “cananei”, figli della Canaan descritta nella Bibbia che, pur se discendevano da Cam (e quindi appartenendo all’Africa), occuparonouna fascia delle terre di Sem (Genesi, capitolo 10). Che le “Terre dell’Occidente” lungo la costa del Mediterraneo fossero un territorio più o meno disputato è messo in evidenza da antichi testi egizi che parlavano dell’amaro litigio che vedeva contrapposti Horus e Seth e che terminò in battaglie aeree fra di loro sul Sinai e sulle stesse terre contese. Vale la pena di notare che nelle loro spedizioni militari per sottomettere e punire le “terre ribelli” a occidente, sia Ur-Nammu, sia Shulgi raggiunsero la penisola del Sinai, ma si astennero dall’entrare nella Quarta Regione. Il luogo al quale tutti anelavano era TIL-MUN, “la Terra dei Missili” – il sito del porto spaziale postdiluviano degli Anunnaki. Quandoterminarono le Guerre della Piramide, la Quarta Regione, sacra, venne affidata alle mani neutrali di Ninmah (ribattezzata NIN.HAR.SAG – “Signora delle Cime montuose”), ma il comando vero e proprio del porto spaziale venne messo nelle mani di Utu/Shamash (qui mostrato nella suauniforme alata, che comanda gli Uomini Aquila del porto spaziale.
Questo, comunque, cambiò con l’intensificarsi della lotta per la supremazia. Inesplicabilmente, diversi testi sumeri e “Liste di dèi” iniziarono ad associare Tilmun al figlio di Marduk: il dio Ensag/Nabu. Enki, apparentemente era coinvolto in questo cambiamento, perché un testo che tratta del rapporto fra Enki e Ninharsag afferma che i due decisero di attribuire il luogo al figlio di Marduk: «Che Ensag sia il Signore di Tilmun» dissero. Le fonti antiche indicano che dalla regione sacra – e pertanto sicura – Nabu si avventurò fino alle terre e alle città sul Mediterraneo, giungendo persino ad alcune isole del Mediterraneo, diffondendo ovunque il messaggio dell’imminente supremazia di Marduk. Era, perciò, l’enigmatico “Figlio dell’Uomo” delle profezie egizie e accadiche: il Figlio Divino che era anche il Figlio dell’Uomo, il figlio di un dio e di una donna terrestre. Gli Enliliti, come è facile comprendere, non potevano accettare questa situazione. E fu così che quando Amar-Sin ascese al trono di Ur dopo Shulgi, vennero modificati sia gli obiettivi, sia la strategia delle spedizioni militari di Ur III, così da riaffermare il controllo degli Enliliti su Tilmun, isolare la regione sacra dalle “terre ribelli” e, infine, liberare con le armi quelle terre dall’influenza di Nabu e Marduk. A cominciare dal 2047 a.C. la Quarta Regione sacra divenne un obiettivo – nonché una pedina – nella lotta degli Enliliti contro Marduk e Nabu; e come rivelano sia la Bibbia, sia i testi mesopotamici il conflitto sfociò nella più grande “guerra mondiale” dell’antichità. Quella “Guerra dei Re”, che coinvolgeva anche l’ebreo Abram, ponendolo al centro di eventi internazionali. Nel 2048 a.C. il destino del fondatore del monoteismo, Abram, e il fato del dio degli Anunnaki, Marduk, confluirono in un luogo chiamato Haran.Haran ( Haran, è Carran nella Bibbia [N.d.T.]) la città carovaniera”, era sempre  stata un importante centro di commercio ad Hatti (terra degli Ittiti). Si trovava alla confluenza di importanti rotte di commercio internazionale e militari. Situata alle sorgenti del fiume Eufrate, era anche il centro di trasporto fluviale fino alla stessa Ur. Circondata da terre fertili, irrigate dagli affluenti del fiume – il Balikh e il Khabur – era anche un centro di pastorizia. I famosi “mercanti di Ur” vi si recavano per la lana e portavano in cambio i rinomati abiti di lana di Ur, quindi dei “prodotti finiti”, per così dire. Ma vi era anche un fiorente commercio di metallo, pellami, cuoio, legno, terrecotte e spezie. (Il profeta Ezechiele, che venne deportato da Gerusalemme nella regione del Khabur ai tempi di Babilonia, citava i mercanti di Haran: «cambiavano con te vesti di lusso, mantelli di porpora e di broccato e tappeti tessuti a vari colori».) Nell’antichità Haran era conosciuta anche come la “Ur lontana da Ur” (la città, che porta ancora questo nome esiste a tutt’oggi in Turchia, nei pressi del confine con la Siria; l’ho visitata nel 1977); al suo centro si ergeva un grande tempio dedicato a Nannar/Sin. Nel 2095 a.C, anno in cui Shulgi salì al trono di Ur, un sacerdote di nome Terach venne inviato da Ur ad Haran per servire nel tempio di quella città. Portò con sé la propria famiglia, incluso anche il proprio figlio Abramo. Sappiamo di Terach, della sua famiglia, e del suo trasferimento da Ur ad Haran, grazie alle parole della Bibbia: Questa è la posterità di Terach: Terach generò Abram, Nacor e Aran: Aran generò Lot. Aran morì poi alla presenza di suo padre Terach nella sua terra natale, in Ur dei Caldei. Abram e Nacor si presero delle mogli; la moglie di Abram si chiamava Sarai, e la moglie di Nacor Milca […] Poi Terach prese Abram, suo figlio, e Lot, figlio di Aran, figlio cioè del suo figlio, e Sarai sua nuora, moglie di Abram suo figlio, e uscì con loro da Ur dei Caldei per andare nel paese di Canaan. Arrivarono fino a Carran e vi si stabilirono. (Genesi 11, 27-31) È con questi versi che la Bibbia ebraica inizia la storia cruciale di Abramo – all’inizio chiamato con il suo nome sumero Abram. Suo padre, ci è stato detto in precedenza, apparteneva a una dinastia patriarcale che risaliva fino a Sem, figlio maggiore di Noè (protagonista del Diluvio).

giovedì 16 giugno 2016

I ROBOT DEGLI ANTICHI DEI


Gli automi di Leonardo da Vinci e le conoscenze meccaniche degli antichi. I robot intelligenti delle civiltà scomparse di Creta e dell’antica Cina. Il dio Fetonte della tradizione druidica e i suoi due aiutanti di metallo dorato.

I ROBOT DEL MITO
La scienza moderna sta lavorando alla realizzazione di robot che affiancheranno l’umanità nei suoi bisogni quotidiani e nell’esplorazione dello spazio. Sono già stati messi a punto numerosi prototipi dalle sembianze antropomorfe che sono in grado di eseguire le movenze umane. Ma l’obiettivo più affascinante è quello rappresentato dal progetto di ricerca sull’A.I., Intelligenza Artificiale, che dovrebbe consentire ai robot piena autonomia di movimento e di decisionalità. Un progetto ambizioso che rivoluzionerà la società umana portandola a convivere con creature senzienti totalmente artificiali e pronte a condividere ruoli e attività sinora propri della specie umana. Ma tutto questo sforzo tecnologico e scientifico sembra costituire una ripetizione di quanto può essere già accaduto nel passato della storia del pianeta. I miti di molte civiltà antiche tramandano infatti il ricordo di creature di metallo in grado di muoversi autonomamente e di possedere intelligenza e decisionalità. Creature dichiaratamente artificiali che erano messe al servizio degli uomini e degli dèi Potrebbe solamente trattarsi di vere e proprie marionette costruite da abili artigiani che sono riusciti a suggestionare le genti sino a divenire una leggenda. Del resto ancora alle soglie dello scorso secolo ci furono intraprendenti ricercatori che riuscirono a realizzare automi semoventi di indubbio fascino. Alla luce delle conoscenze del nostro tempo, valutando le proprietà possedute dai robot del mito, viene comunque da cedere alla suggestione di considerarli come dei veri e propri dispositivi intelligenti, precursori di quelli della tecnologia moderna. Suggestione non scevra da implicazioni storiche di ogni genere. Se questa ipotesi fosse attendibile porterebbe inevitabilmente a rivalutare e a rivedere la storia fin qui conosciuta e porrebbe l'umanità attuale del pianeta nella posizione di essere probabilmente l'erede inconsapevole di una evoluta civiltà scomparsa e dimenticata.Ipotesi del resto non del tutto da rigettare poiché, a seguito dell’azione disastrosa della Discovery Doctrine promulgata dalla Chiesa, che ha cancellato durante il periodo delle colonizzazioni ogni traccia storica che non coincidesse con quella della nuova religione, abbiamo perso ogni ricordo del passato.
           
GLI "AUTOMI" DELLA STORIA
Al di là della narrazione dei miti, anche la storia neI secoli più recenti, attraverso cronache documentate, ci riporta la notizia di dispositivi meccanici realizzati da occasionali abili artigiani, conoscitori dei metalli e delle leggi della meccanica. Veri e propri geni del loro tempo. Dalle cronache storiche possiamo avere la testimonianza di singolari macchine paragonabili a robot. Lo scrittore e critico latino Aulo Gellio (Notti Attiche, lib. X, c. 12) riporta la notizia che nel IV secolo a.C. Archita da Taranto, filosofo e matematico della scuola pitagorica, aveva costruito una colomba volante di legno con vari dispositivi meccanici interni. La colomba, dopo essere stata posata su un albero, era in grado di volare di ramo in ramo. Secondo le antiche cronache riportate dal presbitero francese Jacques Paul Migne, noto per aver redatto una raccolta degli scritti dei Padri della Chiesa cattolica, il papa Silvestro II, al secolo Gerberto d’Aurillac, salito al rango papale il 2 aprile 999, possedeva una testa di bronzo intelligente che era in grado di colloquiare con gli astanti. La testa di bronzo rispondeva soprattutto con dei "sì" e dei "no" alle domande che le si rivolgevano sulla politica e sulla situazione della cristianità. Secondo lo stesso Silvestro II questo procedimento era molto semplice e corrispondeva al calcolo con due cifre. Un automa precursore del calcolo binario moderno? Leonardo da Vinci si dedicò a realizzare automi di ogni genere. Nel 1500 realizzò una sorta di androide meccanico dall'apparenza di un cavaliere rivestito da una corazza. I commentatori dell’epoca dissero che al suo interno un misterioso meccanismo lo faceva muovere come se si trattasse di un vero essere umano. Ma la più straordinaria opera di Leonardo relativa agli automi fu quella del leone meccanico semovente in metallo dorato che fu presentato in segno di omaggio al nuovo re Francesco I, in occasione del suo solenne ingresso a Lione nel 1515, calorosamente accolto in particolare dalla cospicua comunità fiorentina di banchieri e mercanti.

LE CONOSCENZE DELLE CIVILTA' ANTICHE
Nella prospettiva di una tecnologia meccanica di evidente fattibile realizzazione, perchè non pensare che anche civiltà più antiche di quelle che si affacciano sul nostro ultimo secolo possano essere state in grado di costruire dei robot meccanici? Se guardiamo alle civiltà del mondo classico possiamo valutare, ad esempio, come intorno al 150 a.C. sia stato realizzato il meccanismo a ruote dentate che oggi è conosciuto con il nome di "Calcolatore meccanico di Antikythera". Il meccanismo, rinvenuto casualmente in una nave affondata lungo le coste della Grecia, è stato oggetto di analisi da parte dei più accreditati studiosi del pianeta e le conclusioni ottenute sono risultate inspiegabili e sorprendenti. Secondo i ricercatori inglesi che hanno ricostruito il meccanismo, questo oggetto era in grado di calcolare con assoluta precisione il moto dei pianeti e la posizione del Sole e della Luna. I ricercatori ritengono che il suo utilizzo fosse destinato a stabilire le rotte navali dei vascelli che si spingevano oltre le Colonne d’Ercole, verso l’Oceano Atlantico. Se poi si pensa che Erone, matematico e fisico di Alessandria del 1° secolo a.C., conosceva la forza del vapore e la utilizzava per far muovere le sue "macchine" e che gli antichi Egizi utilizzavano meccanismi basati sulla forza idraulica, in grado di aprire le grandi porte dei templi, potrebbe non risultare poi tanto difficile ritenere che nell'antichità ci possa essere stato qualcuno in grado di giocare con la meccanica e realizzare dispositivi semoventi paragonabili a robot.
Erone rientra a tutti i diritti in una storia degli automi. Una delle sue opere si intitola proprio Automata, e tratta la meccanica dei corpi solidi. Ha conosciuto vivissimo successo, e le copie manoscritte devono essere state ben numerose, se la Biblioteca Nazionale, a Parigi, ne conta addirittura sette molto antiche. Erone, nella sua opera, distingue gli automi a base mobile da quelli a base fissa. Nel primo caso i dispositivi si muovevano su delle specie di rotaie e il motore, che utilizzava principalmente un gioco di contrappesi, produceva il movimento di personaggi e di oggetti in una precisa scenografia. Da quanto si scopre oggi, l'Impero romano da parte sua avrebbe potuto benissimo impiegare l’energia meccanica per le sue imprese. Lo si evince ad esempio dai prodigiosi meccanismi scoperti nei resti della “Domus Aurea” dell’imperatore Lucio Domizio Enobarbo Nerone, ancora visibili a Roma. Ma evidentemente era stata fatta una precisa scelta di utilizzo della tecnologia allora conosciuta per mantenere circoscritto il potere dell'oligarchia che dominava l’Impero. Veniva inoltre preferito l'utilizzo della forza lavoro degli schiavi che serviva ad esempio perenne della gloria delle conquiste imperiali, piuttosto che l’energia delle macchine che sicuramente l’Impero romano era in grado di costruire. La tecnologia relativa alle macchine era in ogni caso un segreto militare di un Impero sempre teso alla conquista di altri popoli.

I ROBOT NEI MITI DEI POPOLI DELLA TERRA
Si potrebbe affermare che i miti dell'antichità rappresentino i libri di testo con cui ci è stata tramandata la storia più antica, facendola sopravvivere al tempo e soprattutto all’azione della Discovery Doctrine. Molte volte i miti sono stati misconosciuti dalla società maggioritaria relegandoli nella presunta infantilità dei sopravvissuti Popoli naturali, o addirittura interpretandoli come metafore di natura psicoanalitica. I fatti dimostrano il contrario. Ad esempio possiamo citare il caso di Schliemann e la scoperta della città di Troia, nel 1872, basata solamente sulla sua interpretazione dei poemi omerici. Oppure la scoperta, nel 2007, delle mura ciclopiche della città di Rama nella Valle di Susa in Piemonte, una città megalitica il cui ricordo è rimasto solo nel mito, edificata in occasione della venuta di Fetonte. A fronte delle citazioni che ci provengono dai miti di tutto il pianeta, se li interpretiamo con gli occhi di chi è abituato alle meraviglie della tecnologia, non possiamo non interrogarci su una effettiva presenza di robot, già costruiti e operanti nel passato della storia.
L'Iliade di Omero narra che Efesto, l'antico dio greco del fuoco, della metallurgia e dell'artigianato, "forgiò" due dozzine di trespoli di rame che potevano spostarsi dal loro posto "su ruote di oro" ed erano in grado di muoversi a comando e anche in maniera autonoma. La leggenda dice che questi apparecchi erano stati costruiti allo scopo di essere utilizzati per rendere servizi agli dèi che andavano in visita nell'antro di Efesto. Volendo fantasticare, e ci sono tutti i termini per poterlo fare, ci si potrebbe chiedere se questi oggetti così curiosamente descritti e deputati a un inequivocabile servizio del dio, potessero essere robot, forse addirittura telecomandati, o mezzi automatici di trasporto. L'antica leggenda greca narra anche che Efesto era zoppicante e che per essere aiutato nelle sue necessità domestiche aveva "forgiato" anche due assistenti in forma femminile, realizzate interamente in oro. Esse vengono descritte con dovizia di sorprendenti particolari da cui possiamo sapere che erano "brave, sensibili e sapevano esprimersi a parole" e che “hanno dato appoggio a Efesto accompagnandolo per mano durante le sue passeggiate, si sono occupate di lui e l'hanno divertito col loro canto". Esse, inoltre, "erano in possesso di ogni forma di conoscenza appresa dagli dèi immortali". Androidi precursori dell’Intelligenza Artificiale? Può essere fantasioso porci questa domanda. Ma comunque è legittimo porsela. Un altro antico mito greco tramanda la notizia del gigante “Talos”, una creatura di rame realizzata ancora da Efesto, che Zeus aveva regalato a Minosse, il re di Creta, per difendere la città dai nemici che potevano giungere dal mare. Le descrizioni che ci sono giunte del gigante descrivono Talos con un corpo interamente di metallo sormontato da una testa cornuta. C'era una sola arteria che correva dalla sommità del suo corpo sino ai suoi piedi, bloccata con un "chiodo di rame". Il "gigante di rame" pattugliava incessantemente l'isola e teneva le navi nemiche a distanza gettando loro addosso delle enormi pietre. Quando poi le forze nemiche riuscivano a raggiungere il suolo dell'isola, Talos le affrontava eruttando una "rossa fiamma" di intenso calore che si sviluppava intorno a lui uccidendo ogni cosa e facendo fuggire i superstiti nuovamente in mare. I racconti narrano che questo gigante costituiva anche una sorta di comunicatore attraverso cui Minosse parlava ai suoi sudditi con voce tonante raggiungendo tutte le parti dell’isola. Secondo la leggenda, fu la maga Medea a superare in astuzia il gigante di metallo con l'aiuto di "false visioni”, riuscendo a strappare via il tappo che sosteneva l'arteria del gigante, da cui fuoriuscì un sangue nero e oleoso che si allargò in terra. Da allora la forza di Talos diminuì. E Creta divenne estremamente vulnerabile agli attacchi dei suoi nemici.
Il "sangue nero e oleoso" poteva essere il liquido di un sistema idraulico che muoveva il "gigante di metallo"? La "testa con le due corna" poteva alludere a un apparato di antenne con cui veniva guidato? E le "false visioni" potevano riferirsi a disturbi radio in grado di perturbare l'attività dell'apparato elettronico del possibile "robot" ante litteram? Pure fantasticherie? Chissà. Troviamo altre descrizioni di precursori dei robot moderni dall’altra parte della Terra, nella storia dell’antica Cina. Una leggenda ricorda “Chi Yu”, una creatura di metallo con quattro occhi, sei braccia, una sorta di tridente al posto delle orecchie. Chi Yu era capace di avanzare agilmente sul terreno accidentato. Poteva scavare in terra, ma solo per un breve lasso di tempo. La leggenda dice che si nutriva di pietre, di sabbia e qualche volta anche di minuti pezzi di ferro. Dopo che Chi Yu all’improvviso cessò di muoversi venne creduto morto, e la gente del posto dove aveva dato prova delle sue capacità pensò di togliergli la testa seppellendola in una caverna che divenne luogo di culto per molto tempo. Poi un giorno, una nuvola di vapore rossastro cominciò a uscire dalla testa riempiendo progressivamente la caverna. La nube negli anni aumentò sempre di più e il santuario non fu più accessibile. Tra le leggende dell'antica Cina emerge anche quella relativa a un drago appartenuto a Huang Ti, il leggendario primo imperatore della stessa Cina. La leggenda riporta che il il drago aveva un paio di ali e il suo corpo sembrava brillare come se fosse fatto di metallo. Sempre secondo l'antica leggenda cinese, il drago poteva sollevarsi nel cielo portando con sé fino a settanta persone. Queste salivano a mezzo di una sorta di scaletta che dava accesso al suo interno. Risulta bizzarro che il suo volo dipendesse dalle condizioni del tempo. Un giorno Huang Ti, salito a bordo della creatura non potè alzarsi in volo a causa di un improvviso uragano. Una circostanza singolare per una narrazione mitica, se si trattava solamente di un mito, visto che il "drago" era considerato il protettore della pioggia e del vento e avrebbe potuto alzarsi in volo senza problemi.

I ROBOT DEI MITI CELESTI
Per finire la carrellata sulla mitologia che riporta la presenza di robot nell'antichità possiamo ricordare due esempi ancora più emblematici per il fascino che possono suscitare. Nella mitologia cinese ci sono altri testi in cui si parla di Huang Ti come il “figlio del cielo”, che sarebbe sceso sulla Terra intorno al 2500 a.C., prendendo dimora nel bacino del fiume Houang-ho. Secondo gli antichi testi che riportano la vicenda, questa divinità celeste aveva a sua disposizione complessi carri di metallo che funzionavano senza essere trainati e ottanta servitori di metallo con quattro occhi e sei braccia, che si nutrivano di pietre e di sabbia.
Dopo aver vissuto sul nostro mondo per tre secoli, Huang Ti ritornò alla stella da cui era venuto, che si trovava, secondo la leggenda, nella costellazione del Leone. Riecheggia in questo mito quello di Fetonte. Una antica tradizione trasmessa dallo sciamanesimo druidico europeo narra che nei tempi all’alba della storia, in quella che poi sarebbe stata identificata come la Valle di Susa, Piemonte, sarebbe disceso dal cielo il dio conosciuto a posteriori con il nome di Fetonte, un mito che si sovrappone a quello del Graal. Fetonte si avvaleva dell'aiuto di due assistenti di metallo dorato dai quali fece costruire un grande cromlech di pietre erette in cui riceveva l’umanità del tempo. Durante la sua permanenza sulla terra insegnò l'arte della fusione dei metalli, delle scienze del Cielo e della Terra e dell’Alchimia. Quando il dio ritornò in cielo da dove era venuto, donò all’umanità una grande ruota d’oro forata, che ancora oggi ispira le “medicine wheel” indossate dai Popoli naturali di tutto il pianeta. Quindi lasciò uno dei suoi due aiutanti dorati al fine che assistesse gli uomini che avevano raccolto i suoi insegnamenti. Le leggende riportano che una delle proprietà delle creature di metallo dorato era quella di poter assumere varie forme a loro piacimento, da quella di animali a quella umana. Una citazione di questa proprietà è ravvisabile anche in tempi relativamente recenti, nella leggenda medievale che riporta di una grande caverna, posta all'interno del monte Musinè, sempre in Val di Susa, in cui questa creatura "mutaforma", questa volta con l'aspetto di un grande drago d'oro, proteggeva una luminosa gemma verde dagli immensi poteri. La cosa che più sollecita l’immaginazione è rappresentata dal fatto che Fetonte, come già il dio greco del fuoco, veniva visto conversare con questi suoi due aiutanti di metallo dorato e che costoro erano in grado di eseguire complicati compiti in completa autonomia, anche quando si allontanavano per interi giorni. Siamo di fronte alla descrizione delle proprietà di un antico esempio di Intelligenza Artificiale? Una antica conoscenza che, insieme a quella contenuta dalla ruota d’oro, potrebbe essersi perpetuata attraverso i secoli come bagaglio di sapere e che avrebbe alimentato lo splendore delle antiche civiltà sorte a posteriori della venuta di Fetonte?


(Fonte:shan-newspaper.com /Articolo