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lunedì 30 maggio 2016

DALLA TERRA ALL'UOMO


L'idea, antichissima, che l'uomo sia stato creato dalla terra, è probabilmente il risultato della semplice osservazione che, dopo la morte, il corpo umano si disfà e torna a essere tutt'uno con la terra. Mentre la nascita sembra legata all'acqua, la morte è connaturata alla terra. I nostri antenati dovettero dedurre, e giustamente, che il corpo umano aveva la stessa natura e origine della terra impastata con l'acqua, morbida e malleabile. Ma al contrario di quella, che era solo materia inanimata, l'immagine umana era viva e calda, cosciente e dotata di ragione. C'era dunque, nella terra in cui era stato impresso lo stampo dell'uomo, un misterioso ingrediente che sosteneva la magia della vita e l'enigma della coscienza. Qualunque cosa fosse questo respiro vivente che permeava la materia umana, abbandonava il corpo al momento della morte, e l'uomo tornava a mescolarsi con la terra. Questa concezione sembra connaturata all'idea che gli uomini hanno sempre avuto della loro natura. In ebraico la parola āḏām «uomo» è etimologicamente legata ad ăḏāmāh «terra», e anche in latino le parole homo e humus mostrano una certa correlazione. Creato dagli dèi sulla ruota di un vasaio, quindi come creazione artigianale di una divinità, l'uomo presentava una natura che non poteva essere però ridotta alla pura materia che lo componeva. I miti antropogonici si premurano a spiegare il mistero di questa presenza soprannaturale che tiene insieme la creta altrimenti inanimata dei nostri corpi: siamo insieme materia e spirito, corpo grossolano e anima soprannaturale. I miti cercano di spiegare la natura e il perché di questa scintilla divina e lo fanno mettendo in atto una consustanzialità tra l'uomo e il dio che lo aveva plasmato. Ma rimane il problema più grande: se un dio ci ha creati e ci ha dato il suo sangue, il suo respiro, ci ha reso partecipi della sua natura divina, perché in noi esiste l'imperfezione? Perché, dopo averci creati, gli dèi ci hanno condannato al dolore, alla sofferenza e alla morte?
 Di chi, dunque, la colpa?

(Fonte:Bifrost studi)

domenica 29 maggio 2016

METROPOLI PREISTORICHE. Da Ain Ghazal a Çatal Hüyük

A partire dalla metà del VIII millennio a.C. sorsero nel Medio Oriente le prime metropoli dell’umanità, centri che si estendevano su vaste superfici (13,5 – 15 ettari) e ospitavano migliaia di persone. Alcuni millenni prima della nascita dell’Egitto dinastico e delle città-stato sumere, nel Levante c’erano grandi centri urbani. Genti di culture a noi estranee e pressoché sconosciute vi praticavano riti funerari, cerimonie religiose. Elementi di importanza vitale, necessari all’identificazione del singolo individuo nel contesto sociale e culturale che lo circondava. Ad un certo punto queste “mega città” scomparvero senza lasciare traccia. Un silenzio che durò millenni. Soltanto molto più tardi sarebbe nata la grande cultura mesopotamica di Sumer.

TESTIMONIANZE DALLE TOMBE:
CULTO DEI CRANI
Alle origini delle città orientali gli antropologi collocano piccoli centri, semplici villaggi. Questi erano formati da clan di individui appartenenti a una medesima cultura e caratterizzati dallo stesso sistema di vita, basato sulla caccia e la raccolta, nonché dagli stessi riti funerari. Probabilmente si trattava di gruppi di famiglie consanguinee. Si pensa che gli abitanti di questi primi villaggi potessero raggiungere più o meno la cifra massima di 150 membri. Per un motivo ben preciso: una volta oltrepassato questo numero, risulta piuttosto difficile mantenere il controllo sociale e il rapporto personale di fiducia necessario alla base della comunità.
Centri di questo tipo sorgevano nell’odierna Turchia già nel IX millennio a.C., sul territorio anatolico intorno e non troppo lontano da Göbekli Tepe. Basti ricordare i siti di Cayönü o Nevali cori. Erano abitati da cacciatori-raccoglitori, probabilmente persone che vissero nella medesima tradizione di chi, secoli or sono, aveva edificato i fantastici templi rotondi di Göbekli Tepe. Che tali genti appartenessero a una stessa cultura, si vede dall’uso comune di simboli e arte figurativa. Segni che, partire dai santuari di Göbekli Tepe, appaiono dovunque, sino al confine con l’Iran e alla località di Tell Qaramel, a nord-ovest della Siria.
Tuttavia, fino a prova contraria, questi centri preistorici non erano metropoli. Le prime grandi città si svilupparono altrove, nelle regioni situate fra la Siria meridionale e il Mar Rosso. Nel Levante. In territori e presso culture accomunate dal culto dei crani. Laddove, a partire dalla metà del IX millennio a.C., i crani dei defunti venivano disseppelliti, asportati e ricoperti di argilla che, rimodellata, raffigurava le fattezze dei volti perduti. Diversi crani di questo tipo sono stati trovati in Siria nel sito neolitico di Aswad, presso Damasco. Commoventi volti d’argilla, ognuno dei quali presenta lineamenti differenti, le fattezze del defunto. Alcuni frammenti fanno pensare che i crani, inizialmente, siano stati esposti in posizioni rialzate e siano poi caduti a terra. La tappa finale delle teste modellate aveva luogo nella fossa mortuaria, situata in camere non più abitate oppure negli spezi vuoti fra una casa e l’altra. Durante l’VIII millennio a.C., i villaggi si ampliarono rapidamente raggiungendo superfici di 15 ettari, popolati da migliaia di individui. Il paleopatologo Michael Schulz pensa che il veloce sviluppo fosse dovuto al nuovo tipo di economia, basato principalmente sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Rispetto alla vecchia economia di sola caccia e raccolta, la nuova offriva maggiori vantaggi, in quanto si basava su risorse più sicure e controllabili. Questo portava a una situazione più sicura e quindi a un maggiore numero di nascite e a una maggiore sopravvivenza infantile. Le famiglia potevano espandersi, moltiplicarsi con più facilità. Un fattore di primaria importanza che però, secondo il preistorico berlinese Hans Georg Gebel, non sarebbe bastato, da solo, a provocare la nascita rapida delle metropoli del Levante. L’intervento di un ulteriore fenomeno si era rivelato decisivo in questo senso: le continue ondate migratorie da regioni sovrappopolate situate ad ovest del Giordano. Sia come sia, le metropoli levantine curavano interessanti e proficui contatti con il mondo esterno. Erano centri di commercio per la distribuzione di prodotti regionali e merci straniere. Si importava il turchese proveniente dal Sinai, la malachite del Golfo di Aqaba, l’ossidiana dalla Turchia centrale e forse anche dalla Penisola araba, mentre i coralli e le conchiglie venivano dal Mar Rosso. Una di queste metropoli era Ain Ghazal, situata nell’odierna Giordania, presso Amman. Alla metà dell’VIII millennio, contava da 3000 a 4000 abitanti. Cifre di tutto rispetto, per l’epoca in questione. Ain Ghazal ha fornito agli archeologi numerosi resti di edifici e tombe, reperti e artefatti di tutti i tipi. Fra questi anche dei crani modellati e delle misteriose statue di calcare o argilla di diverse dimensioni, da piccoli formati raggiungono una grandezza quasi naturale. Le figure più antiche rivelano tracce di pittura, ve ne sono anche a più teste, con accenni di copricapi o pettinature. Pupille immobili ci fissano dai millenni polverosi e incerti.

FAMIGLIE DI SANGUE:
Con il passare del tempo questa pratica funeraria dei crani modellati andò perduta. Le teste dei defunti continuavano ad essere rimosse dal resto del corpo e seppellite sotto il pavimento delle case, ma non venivano più sottoposte alla procedura elaborata di un tempo. La situazione, nelle metropoli, doveva essere cambiata in qualche modo. Ma come e perché? Gli archeologi suppongono che le grandi città abbiano iniziato a subire le conseguenze del sovrappopolamento, dello sfruttamento eccessivo delle risorse. Per esempio, la legna da ardere che veniva a mancare. Anche l’allevamento delle capre che divoravano i germogli prima che la vegetazione potesse rigenerarsi portava a un cambiamento decisivo e negativo del territorio.
A ciò si aggiungeva il fatto che la selvaggina si teneva sempre più lontana dalle grandi città, rendendo più difficoltosa la caccia che era sicuramente una risorsa ancora molto importante nell’economia delle mega città preistoriche. Infine, osservano gli studiosi, la coltivazione di cereali e legumi soppiantava la crescita di piante selvatiche, come pistacchi, fichi o mandorle, e questo rendeva gli abitanti dei centri cittadini dipendenti dalle proprie coltivazioni. Nella città di Basta, a sud di Ain Ghazal, fra il 7500 e il 7000 a.C. gli abitanti erano talmente numerosi, che le case venivano edificate l’una addosso all’altra, la costruzione di vie o piazze si faceva sempre più difficile, e la vita sociale si svolgeva principalmente sui tetti delle abitazioni. L’80% della popolazione, così gli esperti, soffriva di malattie causate da mancanze nutrizionali e altre patologie che li colpivano durante l’infanzia o la giovinezza. Un terzo della popolazione soffriva di anemia. Insomma, sembrerebbe che soltanto uno su due abitanti di Basta abbia superato i vent’anni. È ovvio che la causa di morte in gran parte fosse dovuta anche alla mancanza di antibiotici. A volte bastavano un ascesso dentale o un’otite non curati a provocare il decesso. In particolare gli studiosi si sono stupiti del gran numero di morti infantili. Anche nei siti di Gerico e Abu Hureyra, come a Basta, sono state trovate quantità ingenti di scheletri di bambini sepolti sotto gli edifici. Ma questo non deve per forza significare che vi sia stata un’elevata mortalità infantile in genere. Personalmente interpreto questi reperti più come l’uso atavico di seppellire donne e bambini sotto il pavimento dell’abitazione contrariamente ai defunti di sesso maschile, che venivano sepolti in altro luogo. Una tradizione che troviamo anche nella metropoli di Çatal Hüyük e che suggerisce semplicemente l’esistenza di una struttura familiare diversa da quella basata sul nucleo “padre-madre-bambini”. Concordo con gli antropologi che individuano in queste sepolture tracce di una famiglia di tipo matrifocale/matrilocale fondata sulla consanguineità, e in cui l’individuo maschile partner della donna non veniva considerato parte integrante della famiglia. Di conseguenza non veniva sepolto insieme con donne e bambini.
L’antropologo Kurt Alt ha analizzato denti e mandibole portate alla luce nel sito di Basta e confrontato più di 1000 caratteristiche di ogni individuo con quelle di altre popolazioni presenti nella regione. Il risultato del suo studio ha dimostrato che gli abitanti di Basta erano strettamente imparentati fra loro. Dunque, nonostante essi avessero sicuramente contatti di commercio e scambio con genti di altre comunità, le unioni avvenivano prevalentemente fra abitanti della città stessa e delle immediate vicinanze. Se molti membri della comunità erano imparentati fra loro, questo diminuiva il potenziale conflittuale. Si preferiva collaborare, piuttosto che concorrere per appropriarsi delle risorse naturali. I rituali comuni e le comuni credenze non facevano, quindi, che unire gli individui di una stessa comunità diminuendo i conflitti.

A Çatal Hüyük IL CANTO DEL CIGNO:
Ma se le famiglie si moltiplicavano da una generazione all’altra, gli spazi invece restavano sempre gli stessi. I campi da coltivare, gli spazi abitativi, i terreni da pascolo non aumentavano, e dunque le situazioni difficili erano inevitabili. Al contrario dei gruppi di cacciatori-raccoglitori che potevano spostarsi liberamente da un luogo all’altro e costruire i loro accampamenti stagionali inseguendo i movimenti della selvaggina, i cittadini del Levante erano “incatenati” al loro terreno, al loro spazio vitale. All’inizio del VII millennio a.C. le condizioni di vita nel Levante erano talmente peggiorate, che le grandi città venivano abbandonate a se stesse. È probabile che il clima abbia avuto la sua parte in questo sviluppo, poiché intorno al 7000 a.C. le piogge si erano fatte rare e non si poteva più fare affidamento sul raccolto dei campi. Ain Ghazal perse il 90% della popolazione nel giro di un secolo. E stranamente la vita si spostò di nuovo verso la Turchia. È possibile che le migrazioni delle genti del Levante abbiano raggiunto l’Anatolia e siano andate a incrementare la crescita del centro cittadino di Çatal Hüyük, la fioritura di una nuova metropoli. Qui su una superficie di circa 13,5 ettari vivevano 8000 persone. Ovviamente non possiamo affermare con sicurezza che il rapido ed enorme sviluppo di Çatal Hüyük fosse dovuto alle migrazioni dei levantini. Potrebbe essere stato semplicemente il risultato dell’afflusso di popolazioni anatoliche giunte dai villaggi vicini. Tuttavia un indizio che parla per la tesi migratoria del Levante è che in questa nuova metropoli turca sembra aver avuto luogo una fusione di elementi tradizionali del Levante con la tradizione anatolica locale e quella della Mesopotamia settentrionale. Motivi degli affreschi parietali scoperti nelle abitazioni della mega città rivelano motivi cari ai cacciatori-raccoglitori anatolici di Göbekli Tepe, mentre il tipo di costruzione delle case e la sepoltura dei morti fa pensare ai rituali del Levante. Anche a Çatal Hüyük non c’erano strade e piazze, anche lì la vita pubblica della comunità si svolgeva sui tetti a terrazza delle case costruite l’una contro l’altra, come un alveare di api industriose. I morti continuavano ad essere sepolti sotto il pavimento delle abitazioni, donne e bambini. In una sola casa gli archeologi hanno portato alla luce ben 60 scheletri, ed è un caso isolato il recupero di un cranio modellato come quelli di Ain Ghazal: giaceva fra le mani di una giovane donna.
Nel corso del VII millennio, tuttavia, le metropoli preistoriche orientali continuavano ad essere abbandonate. Una dopo l’altra si trasformavano in deserti di pietre, resti silenziosi di una cultura perduta, oppure sopravvivevano ma tornavano a rimpicciolirsi e a rivestire il ruolo di semplici villaggi. Questa situazione perdurò per migliaia di anni. Soltanto nel IV millennio a.C. sorsero di nuovo grandi centri abitati nella Mezzaluna fertile, ma questa volta la struttura sociale alla loro base sarebbe stata un’altra. Resti di tombe reali, di luoghi monumentali di culto ed abitazioni molto differenziate dimostrano che la società pacifica di tipo ecumenico ed egalitario fu soppiantata da una struttura dominante, gerarchica e guerriera. Era l’epoca in cui in Mesopotamia, fra il Tigri e l’Eufrate, nascevano le città-stato sumere.

(Fonte: storia e controstoria)

venerdì 27 maggio 2016

CRONISTORIA DELLA RAZZA UMANA

Secondo Sitchin, circa 450.000 anni fa il primo gruppo di Anunnaki, capeggiati da Ea, arrivò sulla terra (Ki nei testi sumeri),dove si era esiliato Alalu,precedente governatore di Nibiru deposto da Anu.
 

 
Alalu aveva 'ricattato' Anu chiedendo il riconoscimento della sua regalita in cambio dell' oro che aveva scoperto nelle acque mesopotamiche al suo atterraggio (oro che doveva essere usato per
risanare l' atmosfera di Nibiru che si andava rarefacendo).

Ea fu dunque mandato sulla Terra per verificare la presenza di tale oro.

Una volta confermata la presenza del prezioso metallo, la prima squadra di 50 Anunnaki inizio le opere di incanalamento delle acque, e di estrazone dell' oro dall' acqua.
Quest'oro veniva mandato in orbita ad ogni passaggio di Nibiru vicino alla terra.
L'oro estratto dall' acqua pero non era sufficiente, ma se ne trovarono grosse quantita nelle miniere del sudest africano (approssimativamente la zona della Tanzania giu fino al Sudafrica).



Riguardo alle miniere d'oro più antiche, esse sono nello Zimbabwe del Sud: le leggende Zulù affermano che erano utilizzate da "schiavi di carne e sangue prodotti artificialmente e creati dalla Prima Gente"! Questi schiavi, raccontano le leggende Zulù, "scesero in battaglia con l'Uomo-Scimmia" quando "la grande guerra stellare apparve nel cielo". Uno storico sudafricano e uomo di medicina Zulù, tale Credo Mutwa di Vusamazulu, ha pubblicato vari libri sull’argomento tra cui “Indaba figli miei, racconti popolari africani” (Vusamazulu Credo Mutawa, Indaba my children: african folk tales, Paperback, 1999). Inoltre è proprio in Zimbawe che ci sono gli unici siti archeologici in pietra (granito Matopan) dell’Africa nera: parliamo dei monumenti nazionali del Gran Zimbawe e delle rovine Khami. Questi siti sono beni appartenenti al Patrimonio dell'Umanità UNESCO (inseriti nel 1986). Gran Zimbabwe è nella provincia di Masvingo, a 29 Km dalla città di Masvingo (già Fort Victoria) a 20°17’S 30°57’E. Le rovine si estendono in un'area di 7 km² a un'altitudine di 1.100 m slm, nell'altopiano di Harare.



Enlil, erede legittimo di Anu e fratellastro di Ea,ottenne da Anu di presiedere alla intera missione.
Ad Ea fu dato l’ appellattivo di Enki (signore della terra) in qualita di padrone delle terre in cui giacevano le miniere, venne messo a capo delle operazioni di scavo, gli venne assegnato l'Absu (la Tanzania) mentre Enlil organizzo i primi insediamenti intorno a Eridu.

La scienza ufficiale conferma che gia in questo periodo (all’incirca 400.000 anni fa) il sudafrica era popolato da ominidi del tipo Homo Erectus.

Nel 300.000 a.C. circa, gli Anunnaki che estraevano l' oro nell'Absu si amuttinarono, e durante una visita di Enlil dal fratello Enki, si ammassarono davanti alla sua porta per protestare.

Si convoco il consiglio dei 7 Anunnaki reali durante il quale Enlil voleva usare la linea dura contro
gli ammutinati, mentre Enki, che conduceva esperimenti assieme al figlio Ningishzidda,propose la creazione di un Lulu, uno schiavo che portasse il giogo del lavoro di estrazione.
Alla obiezione del consiglio secondo cui “nessuno mai fu creato dal nulla, Enki rispose con quella frase che e arrivata a noi fino tramite la bibbia,seppur modificata:
 
“L’ essere che vogliamo esiste già qui nell Absu, dobbiamo solo imprimergli la nostra immagine, che sia lui a portare il fardello degli Anunnaki ".

Fu convocata Ninhursag / Ninmah, ufficiale medico degli Anunnaki, (nonche sorellastra sia di Enlil che di Enki) ed Enki dopo vari tentativi di manipolazione genetica (usando lo sperma degli Anunnaki e l'ovulo di una ominide, impiantandolo nel grembo di Ninmah), riusci a creare il primo Lulu. Questo termine, Lu.Lu,in sumero significa ‘Il mescolato’.



Il sigillo sumero che raffigura la "creazione" dell'uomo dentro un laboratorio

L' esperimento venne ripetuto tramite le 'dee della nascita',cioè  Sud (futura moglie di enlil) e altre 'infermiere' assistenti di Ninmah. Vennero creati 7 maschi e sette femmine.

Inquanto 'ibridi' essi erano sterili e non potevano procreare.
Furono questi primi uomini a intraprendere le operazoni di scavo e di estrazione.
Successivamente Enlil con un raid nell' Abzu prese alcuni dei LULU creati e li portò a Eridu
(nell'eden a oriente) cioè la zona circostante il Tigri e l'Eufrate.
Quando la bibbia dice che Dio sistemò Adamo nell' Eden a oriente, parla proprio di questa azione di Enlil.

La zona intorno ai due fiumi veniva chiamata E.Din (casa dei giusti) dai sumeri.
Tramite successivi esperimenti, Enki con l’aiuto di suo figlio Ningishzidda, rese gli uomini e le donne capaci di procreare.

Facciamo un salto temporale in avanti fino a Caino e Abele.
In seguito all' omicidio di Abele da parte di Caino, questi venne scacciato dall' Eden.
La Bibbia dice che Dio maledisse Caino e lo espulse condannandolo a vagare senza meta, e da quel momento non si sa più niente di Caino se non in un libro che ne elenca la genealogia fino al pronipote
Enoch.
La Bibbia dice anche che Dio pose un marchio su Caino, in modo che i popoli potessero riconoscerlo e che non fosse ucciso.
Si è sempre pensato, come appare in varie raffigurazioni, che questo marchio fosse una croce sulla fronte, ma ciò e in contrasto con il fatto che la figura di Caino appare in 'miti' ben precedenti
quello cristiano.
In miti in cui la croce non aveva lo stesso significato che ha per i cristiani o gli ebrei.



Caino e Abele
 

Sitchin avanza una ipotesi, e cioè che questo 'marchio' fu una modifica al suo genoma, che si riflette nella mancanza di peli sul viso.
Questa e una caratteristica accertata delle popolazioni mesoamericane e di quelle dell’ estremo oriente.
Gli aztechi, gli incas, i maya, ma anche gli Ainu giapponesi, in origine non avevano barba ne baffi.

Sitchin propone due teorie sugli spostamenti di Caino:

- una versione dice che Caino fu esiliato nelle terre ad ovest oltre il grande mare (a ovest della mesopotamia, l' unico grande mare puo essere l' oceano, e le terre oltre l' oceano sono quelle
del sudamerica).
- una altra versione dice che Caino ando a est, nella 'terra di Nod',passando la valle dell'Indo,e le
sue discendenze si stanziarono in India, al sud della Russia, in Cina, in Giappone,fino ad arrivare poi al nord e centro America fino alle ande.

Anche se reputiamo valida la seconda versione, non si puo non notare delle numerose affinità genetiche che gli ultimi studi di Spencer Welles hanno evidenziato tra le popolazione andine, gli
ainu giapponesi, e i mesopotamici.

A questo punto, riassumendo abbiamo:

- uno stanziamento principale in mesopotamia/turchia/africa;

- un piccolo stanziamento di Anunnaki e di discendenti di Caino in mesoamerica (secondo la
prima versione)
 
-uno stanziamento di discendenti di Caino in India e nei d'intorni,in Cina,Giappone,nord-America e giù fino alle Ande.


Questo tragitto come legame tra Africa / Mesopotamia, estremo oriente e americhe, sembra confermato dalla massiva presenza di piramidi a gradoni nella provincia cinese dello Xianyang.
Va da se, che col passare dei millenni, non essendo ancora nate le prime comunità umane organizzate in citta, si ebbero numerosi spostamenti lungo un arco di varie generazioni.
Questi spostamenti via terra coinvolsero i territori dell' asia minore, l'europa balcanica, e dal lato africano anche la Spagna.
Si stavano differenziando inoltre vari tipi di 'Homo' che spesso coesistevano pacificamente (come confermano le ultime analisi evoluzionistiche).

Intorno al 60.000 a.C. successe qualcosa: si era in piena glaciazione, e nelle regioni africane, seppur non invase dai ghiacci, vi furono immani cambiamenti climatici.
Il risultato fu che la stragrande maggioranza degli uomini / ominidi perirono e rimasero in vita solo quei nuclei più evoluti (in sostanza i discendenti dell' Adama, il primo gruppo di Lulu) mentre gli altri ominidi morirono.

E' a questo periodo, e sempre nelle regioni tanzaniche, che le ultime investigazioni genetiche assegnano la nascita del nostro piu vicino diretto discendente.
 
National Geographic 38 - Alla ricerca di Adamo - dvd
Un bel DVD del National Geographic (Alla ricerca di Adamo, aprile 2006) che espone le analisi del
genetista Spencer Wells mostra come le popolazioni sparse per il mondo abbiano in comune alcune mutazioni genetiche del cromosoma Y, e risalendo indietro nel tempo, si e scoperto che il nostro
Adamo (non quello di cui parla la bibbia ovviamente) risale proprio a circa 60.000 anni fa e viveva nella zona della Tanzania. Intorno a 50.000 e 40.000 anni fa ci furono altri grossi spostamenti di popoli via terra, attraverso i ghiacci, che interessarono anche zone più periferiche come l' India e il
centro/nord Europa.

Facendo un salto ancora piu avanti, intorno al 4000 a.C. iniziano a fiorire le prime civiltà nel nordafrica e nell' asia minore: sumeri, accadi, egiziani, ittiti, babilonesi, assiri,ebrei etc.
 
 
 
Fermiamoci al 3500 a.C. circa. In questo periodo Marduk, figlio di Enki, avanzò pretese di regalità in medioriente, raggruppando i suoi seguaci e cercando di fondare una citta con una 'torre' che
raggiungesse il cielo, la famosa Babilonia. Per questo fu punito ed esiliato.
I suoi domini in Egitto allora furono lasciati a suo fratello Thot / Ningishzidda.
Secondo Sitchin, Marduk, che in Egitto era adorato in quel periodo come Amon-Ra (Ra nascosto – epiteto dovuto al suo esilio),reclamo il possesso dell' Egitto intorno al 3200 a.C. esiliando
suo fratello Ningishzidda / Thot.
In 'Architetti del tempo' e in ‘Gli dei dalle lacrime d oro' Sitchin spiega come intorno al 3200 a.C.
vi furono improvvisi stanziamenti e spostamenti di popoli nel sudamerica,e allo stesso tempo
nell' europa del nord.
Gran parte delle costruzioni megalitiche della seconda ondata (la prima fu tra il 12.000 a.C. e l' 8.000 a.C.) vengono inquadrate proprio nell' arco di tempo che intercorre tra il 3200 a.C. e il 2100 a.C.

Ne cito solo alcuni: Stonehenge, Avesbury, Teotihuacan (anche se per questa si sa solo che nel 1400 a.C. circa aveva raggiunto la configurazione attuale), l' Esagila, il secondo strato di Baalbek.

Sitchin propone che intorno al 3150 a.C. Ningishzidda si trasferi nel centroamerica, venendo adorato come Quetzalcoatl.
Intanto e utile ricordare come il nome 'Tenochtitlan', uno dei piu antichi stanziamenti nel centroamerica, significhi 'citta di Enoch' (T + Enoch + Ti = genitivo + Tlan = citta), che sia il
famoso Enoch discendente di Caino?

Viracocha e Quetzalcoatl, le divinita a cui si deve la nascita delle civilta meso e sudamericane, venivano descritti come uomini altissimi,dai capelli e dalla pelle chiara,e con una lunga barba.
 
Quetzalcoatl as depicted in the Codex Magliabechiano
 
 
Quetzalcoatl veniva chiamato 'il serpente alato'.
Il serpente era il simbolo della dinastia enkita,e quindi di Ningishzidda.
Il calendario maya, che parte dal 3113 a.C., e secondo Sitchin un calendario istituito da Ningishzidda /Quetzalcoatl all'epoca del suo arrivo presso le popolazioni mesoamericane.
I maya lo avrebbero semplicemente ereditato come divinità.
Stonehenge nella sua prima fase composta da 7 pietre disposte a cerchio rispecchia la disposizione delle pietre del Girsu di Lagash, in mesopotamia, progettato da Ningishzidda, e il sito di
Teotihuacan rispecchia la disposizione del sito di Giza: in base a questa ed altre considerazioni possiamo concludereche il fattore comune a queste opere fu proprio la presenza di Thot /
Ningishzidda.
Interessante notare come in effetti nelle prime forme di religione nordica sia evidenziata la figura del serpente (associato a Ningishzidda).
 
Arrivati al 2000 a.C. circa, ormai i discendenti dei primi Lulu si erano spostati in pressochè tutte le
regioni del globo.
Alcune riflessioni sul fenomeno aborigeni.
E' facile ipotizzare che, dopo la nuova ondata di evoluzione dall' ADAMO del 60.000 a.C., alcune popolazioni africane (i sumeri li chiamavano 'gli uomini dalla testa nera') che erano migrate
verso est sulla rotta che porta verso l' Asia orientale, arrivarono fino alla Nuova Zelanda via mare, e da li all'Australia.
Vissuti poi in costante isolamento a causa del ritirarsi dei ghiacci, e lontani dall' evolversi delle missioni e delle civilta aiutate dagli Anunnaki, ebbero uno sviluppo quasi nullo, il che fece si che arrivassero ai tempi d' oggi pressoché senza evoluzioni ne genetiche ne di altro tipo.
 
 
(estratto dal libro "Mille cose nascoste),di A.Demontis)

giovedì 26 maggio 2016

LA CANZONE SUMERA PIU' ANTICA DEL MONDO


Nei primi anni 1950, gli archeologi hanno portato alla luce numerose tavolette di argilla del 14 ° secolo aC.Nella antica città siriana di Ugarit, tra l’altri contenuti e trovata questa scritta con segni cuneiformi in lingua hurrita”, che si è rivelato di essere il pezzo più antico conosciuto di musica, mai scoperto, un inno sumerico di 3400 anni fa.Anne Draffkorn Kilmer, docente di Assiriologia presso l’Università della California, ha prodotto l’interpretazione  nel 1972.Il pezzo, scrive Richard Fink in un articolo di 1988 in Archeologia Musicalis  , conferma una teoria che “la scala diatonica di 7 note, così come l’armonia esisteva 3400 anni fa.Kilmer Richard Crocker sostiene che la scoperta” ha rivoluzionato l’intero concetto di origine della musica occidentale. “Allora, dibattiti accademici a parte, come suona  la più antica canzone del mondo?
Ascoltate una versione midi qui sotto e ascoltare di persona. anche se il ritmo del pezzo è solo una supposizione.Kilmer e Crocker  l’ha pubblicato un libro audio su vinile (ora in CD) chiamato Suoni dal silenzio in cui si narrano le informazioni relative a musica antica del Vicino Oriente, e, in un libretto di accompagnamento,ci sono le fotografie e traduzioni delle tavolette da cui il brano sopra proviene . Danno anche agli ascoltatori una interpretazione della canzone, dal titolo “A Hurrian Cult Song from Ancient Ugarit”, eseguita su una lira. Purtroppo, per quella versione, dovrete effettuare un acquisto , ma si può sentire una diversa interpretazione lira della canzone di Michael Levy  seguito, come trascritto dal suo scopritore originale Dr. Richard Dumbrill .

The Oldest Song in the World:
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Hurrian Hymn No. 6 (c.1400 B.C.E.) Ancient Mesopotamian Music Fragment:
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(Fonte: kricio.com / risvegliodiunadea.altervista.org)

sabato 21 maggio 2016

ZECHARIA SITCHIN:DEI E SEMIDEI


La decisione di Marduk di soggiornare all’interno delle terre oggetto di contenzioso (o nei loro pressi) e di coinvolgere anche il proprio figlio nella lotta per l’alleanza con il genere umano, convinse gli Enliliti a riportare la capitale centrale di Sumer a Ur, centro di culto di Nannar (SU-en o Sin in accadico). Fu la terza volta che Ur venne scelta a tale scopo: da qui la definizione di “Ur III” per indicare quel periodo. Questa mossa legò gli affari degli dèi in lotta alla narrazione biblica – e al ruolo – di Abramo, e quella relazione ha cambiato la religione fino a oggi. Fra le numerose ragioni per far cadere la scelta su Nannar/Sin come rappresentante degli Enliliti fu la consapevolezza che la lotta con Marduk non riguardava più solo ed esclusivamente gli dèi, ma che era diventata una controversia che coinvolgeva anche le menti e i cuori della gente – proprio quei terrestri, creature degli dèi, che ora formavano gli eserciti che si scontravano sui campi di battaglia in nome dei loro creatori… A differenza degli altri Enliliti, Nannar/Sin non era un combattente nella Guerra degli Dèi; era stato scelto proprio per dare un segnale forte a tutti i popoli, ovunque, persino nelle terre “ribelli”, che sotto il suo comando sarebbe iniziata un’era di pace e di prosperità. Lui e la sua sposa Ningal (vedi figura) erano molto amati dal popolo di Sumer, e la stessa Ur evocava prosperità e benessere; il suo stesso nome, che significava “luogo urbano, domesticato”, arrivò a significare non solo “città”, bensì “La Città”: il gioiello urbano dell’antichità. 
Il tempio di Nannar/Sin, uno ziggurat altissimo, si ergeva in gradoni all’interno di un recinto sacro dove diverse strutture fungevano da dimora degli dèi, da residenza ed edifici per una legione di sacerdoti, funzionari e camerieri al servizio della coppia divina e dove venivano organizzati i riti religiosi per i re e per il popolo. Oltre quelle mura si estendeva una meravigliosa città con due porti serviti da alcuni canali che la collegavano al fiume Eufrate , una grande città che vantava una reggia, edifici amministrativi (inclusi quelli per gli scribi e per la tenuta dei documenti, nonché per l’esazione delle tasse), edifici privati a più livelli, laboratori, scuole, magazzini per i mercanti e stalle. La città era divisa da ampie strade dove, agli incroci, erano stati eretti tempietti per la preghiera destinati a tutti i viaggiatori. Il maestoso ziggurat con la sua scalinata monumentale (ricostruzione vedi figure), pur se in rovina, domina ancora oggi il paesaggio, a distanza di ben 4000 anni. Ma c’era anche un’altra ragione, fondamentale. A differenza di Ninurta e Marduk, entrambi “immigrati” da Nibiru, Nannar/Sin era nato sulla Terra. Era non solo il Primogenito di Enlil sulla Terra, ma era anche il primo della prima generazione di dèi a essere nato sulla Terra. E anche i suoi figli, i gemelli Utu/Shamash e Inanna/Ishtar, insieme alla sorella Ereshkigal, che appartenevano alla terza generazione di dèi, erano nati sulla Terra. Erano sì dèi, ma anche terrestri. Senza dubbio, tutti questi elementi vennero presi in considerazione nell’imminente lotta per assicurarsi la lealtà del popolo. 
Fu certamente ben ponderata la scelta di un nuovo re, di riportare il potere sovrano a Sumer e da lì farlo ripartire. Era finita la libertà concessa a Inanna/Ishtar (o da lei presa arbitrariamente) di scegliere Sargon il Grande per dare il via a una nuova dinastia, solo perché le piaceva come amante. Il nuovo re, chiamato Ur- Nammu (“La gioia di Ur”), venne scelto accuratamente da Enlil e approvato da Anu, e non era un semplice terrestre: era un figlio – “il figlio amato” della dea Ninsun; il lettore ricorderà che era anche la madre di Gilgamesh. Poiché questageneaologia divina venne ribadita in diverse iscrizioni nel corso del regno di Ur-Nammu, in presenza di Nannar e di altri dèi, si deve presumere che questa affermazione fosse vera. Ciò faceva di Ur- Nammu non solo un semidio ma – proprio come Gilgamesh – un “essere divino per due terzi”. A dire il vero, l’affermazione che la madre del re fosse la dea Ninsun conferiva a Ur- Nammu lo stesso status di Gilgamesh, del quale si ricordavano le imprese e di cui si onorava il nome. La scelta, perciò, era un segnale ben preciso – rivolto ad amici e a nemici – che erano tornati i giorni gloriosi sotto l’autorità incontestata di Enlil e del suo clan. Questo era importante – forse addirittura cruciale – perché gli attributi di Marduk facevano presa sull’umanità. Forse l’elemento più significativo era che il rappresentante di Marduk, nonché capo condottiero, era suo figlio Nabu, il quale non solo era nato sulla Terra, ma era anche nato da una madre terrestre; infatti, molto tempo prima – nei giorni che precedettero il Diluvio – Marduk aveva infranto tradizioni e tabù e aveva preso come sua sposa ufficiale una donna della Terra. Il fatto che i giovani Anunnaki prendessero in moglie femmine della Terra non deve sorprendere più di tanto: questo episodio, infatti, è stato riportato anche nella Bibbia. Ciò che anche gli studiosi non sanno o trascurano – perché l’informazione si trova in testi ignorati e deve essere verificata esaminando complesse liste di divinità – è il fatto che fu Marduk a creare il precedente, precedente che seguirono poi i “Figli di Dio”: Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla Terra e nacquero loro figlie, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. (Genesi 6, 1-2) Nei primi otto enigmatici versetti del capitolo 6 della Genesi, la Bibbia spiega che proprio i matrimoni misti e i figli nati da quelle unioni erano stati causa dell’ira divina sfociata poi nella decisione di punire l’umanità con il Diluvio: C’erano i Nefilim [i giganti] a quei tempi sulla Terra – e anche dopo – quando i figli di Elohim si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli. (I miei lettori probabilmente ricorderanno che da bambino feci infuriare il mio insegnante allorché chiesi ingenuamente perché mai la parola Nefilim – che letteralmente significa “Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra” – veniva comunemente tradotta come “giganti”. Fu solo molto tempo dopo che mi resi conto che il vocabolo ebraico che sta a indicare i giganti, “Anakim”, derivava dal sumero Anunnaki.) La Bibbia cita espressamente questi matrimoni misti («presero per mogli») tra i Nefilim, ossia i giovani «figli di Elohim» * e le «figlie degli uomini» quale causa dell’ira che aveva indotto Dio a porre fine all’umanità scatenando il Diluvio Universale: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla Terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: “Sterminerò dalla Terra l’Adamo [uomo] che ho creato”». I testi sumeri e accadici che narrano la storia del Diluvio spiegano che nel dramma erano coinvolti due dèi: Enlil, che ordinò la distruzione dell’umanità per mezzo del Diluvio, ed Enki, che tramò alle sue spalle per evitarla, dando a “Noè” le istruzioni per costruire l’Arca. Se esaminiamo da vicino i dettagli, scopriamo che la rabbia di Enlil da un lato e gli sforzi di Enki, dall’altro non erano soltanto un problema di principio. Infatti era stato proprio Enki il primo in assoluto ad accoppiarsi a femmine terrestri e ad avere figli da loro, e fu Marduk, figlio di Enki, a creare il precedente per i matrimoni misti… Quando la Missione Terra era al suo apice, sulla Terra c’erano ben 600 Anunnaki, più 300 IGI.GI (“Coloro che osservano e vedono”) che stazionavano su Marte – Stazione di Passaggio – e che controllavano le navette che facevano da spola fra i due pianeti. Sappiamo che Ninmah – capo ufficiale medico – giunse sulla Terra alla testa di un gruppo di infermiere . Non ci è dato sapere il loro numero, né se erano presenti altre femmine fra gli Anunnaki, ma da ciò che trapela da altri contesti è chiaro che il numero di femmine era esiguo. La situazione richiedeva rigide regole sessuali e una supervisione da parte degli anziani, tanto che (stando a quanto afferma un testo) Enki e Ninmah dovettero assumersi il compito di decidere i matrimoni. 
Lo stesso Enlil, però, sia pur di rigidi principi, cadde vittima della penuria di femmine e abusò di una giovane infermiera al loro primo appuntamento. Per questa deplorevole azione Enlil venne severamente punito, pur essendo il Comandante Supremo della Missione Terra: venne infatti esiliato. La punizione venne commutata allorché accettò di sposare Sud e di renderla moglie ufficiale con il nome di Ninlil. Ninlil restò la sua unica sposa fino alla fine. Enki, invece, viene descritto in numerosi testi come un libertino, succube del fascino delle dee di ogni età. Inoltre, una volta che «le figlie degli uomini» proliferarono, non disdegnò nemmeno di avere rapporti sessuali con loro… I testi sumeri celebrano Adapa quale «il più saggio fra gli uomini», che crebbe nella casa di Enki e al quale Enki in persona insegnò scrittura e matematica. Adapa fu il primo terrestre a essere condotto in cielo per visitare Anu su Nibiru; i testi rivelano anche che Adapa era il figlio segreto di Enki, frutto di una sua relazione con una femmina terrestre. I testi apocrifi ci narrano che quando nacque Noè, il protagonista del Diluvio citato nella Bibbia, l’aspetto stesso del bambino fece insorgere numerosi dubbi sulla  paternità a Lamech, suo padre, che temeva che il vero padre fosse, in realtà, uno dei Nefilim. La Bibbia afferma solo che Noè era un uomo genealogicamente “perfetto” che «camminò con gli Elohim»; i testi sumeri, in cui il protagonista del Diluvio viene chiamato Ziusudra, lasciano invece intendere che era un semidio, figlio di Enki. Marduk, dal canto suo, si lamentò con sua madre che, mentre ai suoi compagni erano state assegnate delle mogli, a lui non ne era stata assegnata alcuna: «Non ho moglie, non ho figli». E proseguì narrandole di essersi invaghito della figlia di un «sommo sacerdote, un esperto musicista» (vi è motivo di credere che l’uomo fosse Enmeduranki, il prescelto citato nei testi sumeri, l’omologo di Enoch nella Bibbia). Una volta verificato che la fanciulla terrestre – il suo nome era Tsarpanit – era favorevole, i genitori di Marduk dettero il proprio consenso. Da questo matrimonio nacque un figlio, EN.SAG, “Signore supremo”. Ma a differenza di Adapa, che era un semidio della Terra, il figlio di Marduk venne inserito nella Lista degli Dèi sumera, dove venne chiamato anche “il MESH divino”, un suffisso usato per indicare un semidio (come nel caso di GilgaMESH). EN.SAG, dunque, fu il primo semidio ad assurgere allo status di dio. In seguito, quando fu alla guida delle masse di umani in nome e per conto di suo padre, gli venne dato il nome di Nabu, il Portavoce, il Profeta – perché questo è esattamente ciò che significa la parola, proprio come la parola ebraica usata nella Bibbia – Nabih – tradotta, appunto, come “profeta”. Nabu era perciò il figlio di dio e un figlio di Adamo delle Antiche Scritture, l’unico il cui nome significava realmente “Profeta”. Come nelle profezie egizie citate nelle pagine precedenti, il suo nome e il suo ruolo si legarono alle attese messianiche. E fu così, che nei giorni che precedettero il Diluvio, Marduk creò un precedente per gli altri dèi ancora celibi: scegliete e sposate una femmina terrestre… L’idea di infrangere il tabù risultò particolarmente allettante agli Igigi, che vivevano per la maggior parte del tempo su Marte, mentre la loro stazione sulla Terra era il Luogo dell’Atterraggio nelle Montagne dei Cedri. Trovando un’opportunità – forse un invito in occasione del matrimonio stesso di Marduk – rapirono delle femmine terrestri e le sposarono. Numerosi testi apocrifi, come il Libro dei Giubilei, il Libro di Enoch e il Libro di Noè, riportano con dovizia di particolari l’episodio del matrimonio misto dei Nefilim. Circa duecento “Osservatori” (“Coloro che osservano e vedono”) si organizzarono in venti gruppi, ciascuno dei quali aveva eletto un capo. Fra questi, Shamyaza era il comandante supremo. L’istigatore della trasgressione «colui che traviò i figli di Dio e li portò sulla Terra e li traviò con le Figlie dell’Uomo» si chiamava Yeqon… Ciò accadde – confermano le fonti – ai tempi di Enoch. A dispetto degli sforzi di inquadrare le fonti sumere (che narravano dei contrasti e delle rivalità fra Enki ed Enlil ) in una cornice monoteistica, i compilatori della Bibbia ebraica terminavano quella sezione del capitolo 6 della Genesi con due ammissioni. Parlando dei figli nati da quei matrimoni misti, la Bibbia conferma che questi matrimoni avvennero nei giorni prima del Diluvio «e anche dopo»; e che da quelle unioni nacquero «gli eroi dell’antichità, uomini famosi». I testi sumeri indicano che i re postdiluviani erano proprio questi semidèi. Ma non erano più solo i figli di Enki e del suo clan; a volte i re nella region enlilita erano figli di dèi enliliti. Ad esempio, la Lista dei re sumera afferma chiaramente che, quando il potere sovrano ebbe inizio a Uruk (un dominio enlilita), il sovrano prescelto era un MESH, un semidio: Meskiaggasher, un figlio di Utu, divenne sommo sacerdote e re. Utu era naturalmente il dio Utu/Shamash, nipote di Enlil. Più in basso nella linea dinastica c’era il famoso Gilgamesh, “per due terzi divino”, figlio della dea enlilita Ninsun e del sommo sacerdote di Uruk, un terrestre. (Vi erano diversi sovrani lungo la linea dinastica, sia a Uruk, sia a Ur, che si fregiavano dell’appellativo di “Mesh” o “Mes”.) Anche in Egitto alcuni faraoni affermavano di avere origini divine. Molti di quelli delle dinastie XVIII e XIX adottarono nomi teoforici con prefisso o suffisso MS (reso Mes, Mose, Meses), che significa “figlio di” questo o quel dio – come i nomi Ah-mesi o Ra-mese (RA-MeSeS – “figlio” del dio Ra). La famosa regina Hatshepsut, che – pur se donna – assunse il titolo e i privilegi di un faraone, nelle iscrizioni e nei dipinti nel suo immenso tempio a Deir el Bahri affermava il proprio diritto in quanto semidea, sostenendo che il grande dio Amon “assunse le sembianze di sua maestà il re”, il marito della regina madre, e che questi “ebbe un rapporto sessuale con lei”, facendo sì che Hatshepsut nascesse semidivina. I testi cananei includevano anche la storia del re Keret, figlio del dio El. Un’interessante variante di queste usanze di un “semidio che diventa re” era la storia di Eannatum, un re sumero che regnò nella Lagash di Ninurta durante i primi tempi degli “eroi”. Un’iscrizione del re su di un famoso monumento a lui dedicato (la Stele degli Avvoltoi) attribuisce il suo status di semidio all’inseminazione artificiale da parte di Ninurta(Signore del Girsu, il recinto sacro) e di un aiuto da parte di Inanna/Ishtar e Ninmah (qui chiamata con il suo epiteto di Ninharsag): Il Signore Ningirsu, guerriero di Enlil, impiantò il seme di Enlil per Eannatum nel ventre di […]. Inanna accompagnò la sua [nascita], lo chiamò “degno nel tempio di Eanna”,  lo depose sul sacro grembo di Ninharsag. Ninharsag gli offrì il suo sacro seno. Ningirsu fu felice per Eannatum - seme che Ningirsu aveva impiantato nel ventre. Ma il riferimento al «seme di Enlil» non chiarisce se il seme di Ninurta/Ningirsu viene considerato “seme di Enlil” in quanto suo primogenito, o se venne usato realmente il seme di Enlil per l’inseminazione (pur se alquanto improbabile); tuttavia l’iscrizione afferma chiaramente che la madre di Eannatum (il cui nome è illeggibile sulla stele) venne inseminata artificialmente, così da far sì che un semidio potesse essere concepito senza un rapporto sessuale: un’immacolata concezione a Sumer nel III millennio a.C.! Che gli dèi avessero una buona familiarità con l’inseminazione artificiale è un dato di fatto che viene corroborato dai testi egizi, secondo i quali, dopo che Seth ebbe ucciso e smembrato Osiride, il dio Thoth estrasse il seme dal fallo di Osiride e ingravidò con esso Iside, moglie dello stesso Osiride, che dette poi alla luce il dio Horus. Una raffigurazione di questa impresa mostra Thoth, la dea della nascita, che tiene in mano i due filamenti del DNA, mentre Iside allatta il neonato Horus .
Dopo il Diluvio anche gli Enliliti accettarono gli accoppiamenti con le femmine terrestri e considerarono i figli nati da quelle unioni “eroi, uomini famosi”. Questa fu l’origine delle “stirpi” di semidei. Uno dei primi compiti di Ur-Nammu fu quello di dare nuovo vigore alla morale e alla religione. E anche per quello, venne emulato un precedente sovrano. Venne promulgato un nuovo Codice delle Leggi, leggi di comportamento morale, leggi di giustizia – di osservanza – diceva il Codice – alle leggi che Enlil, Nannar e Shamash avevano voluto che il re applicasse e che il popolo seguisse. Si può giudicare la natura e la qualità delle leggi – un elenco di cose da fare e da non fare – in base all’affermazione di Ur- Nammu: «l’orfano non cadde vittima del ricco, la vedova non cadde vittima del potente, l’uomo con una sola pecora non venne consegnato all’uomo con un solo bue … la giustizia venne stabilita nel paese». In quello emulò – a volte usando le stesse frasi – un precedente re sumero, Urukagina di Lagash, che trecento anni prima aveva promulgato un codice di leggi che sancì una serie di riforme religiose, sociali e giuridiche (fra cui la creazione di “case di accoglienza” sotto l’egida della dea Bau, sposa di Ninurta). Questi, bisogna sottolineare, erano gli stessi principi di giustizia e morale che avrebbero predicato i profeti biblici nel millennio successivo. Quando ebbe inizio l’era di Ur III vi fu naturalmente un tentativo deliberato di far tornare Sumer (ora Sumer e Akkad) agli antichi splendori: tempi di prosperità, morale e pace – sue peculiarità prima dell’ultimo scontro con Marduk. Le iscrizioni, i monumenti e le prove archeologiche dimostrano che il regno di Ur- Nammu, che ebbe inizio nel 2113 a.C., vide la costruzione di grandi opere pubbliche, la ripresa della navigazione fluviale, la ricostruzione e la protezione delle strade del paese: «Lui fece strade che correvano dalle terre inferiori alle terre superiori» recitava un’iscrizione. Seguì un fiorire di commerci e scambi, di arti, mestieri, scuole e altre migliorie nella vita sociale ed economica (inclusa l’introduzione di un sistema di pesi e misure più accurato). Alcuni trattati stipulati con sovrani confinanti a est e a nord-est diffusero prosperità e benessere. I grandi dèi – in particolare Enlil e Ninlil – furono onorati con opere di restauro e di ampliamento dei templi a loro dedicati; e, per la prima volta nella storia di Sumer, il sacerdozio di Ur venne unito a quello di Nippur, portando a un revival di natura religiosa. Tutti gli studiosi concordano sul fatto che il periodo di Ur III, che ebbe inizio con Ur-Nammu, coincise con il periodo di massimo splendore della civiltà sumera. Tuttavia questa conclusione è stata causa di una certa perplessità, legata a una scatola magistralmente cesellata scoperta dagli archeologi: i suoi pannelli – fronte e retro – raffiguravano due scene contrastanti di Ur. Mentre uno dei pannelli (conosciuto come il “Pannello della Pace”) raffigurava banchetti, commercio e altre scene di vita quotidiana, l’altro (il “Pannello della Guerra”) ritraeva una colonna militare di soldati armati di tutto punto, con elmetto e carri trainati da cavalli, in marcia verso il campo di battaglia .
Un esame accurato dei documenti dell’epoca rivela che, pur se sotto il regno di Ur-Nammu, Sumer raggiunse il suo massimo splendore, era certamente aumentata l’ostilità delle “terre ribelli” nei confronti degli Enliliti. Era giunto il momento di prendere in mano la situazione; infatti, secondo le iscrizioni di Ur-Nammu, Enlil gli affidò «un’arma divina che fa dei nemici dei cumuli» con la quale attaccare «le terre ostili, distrarre le città maligne e ripulirle dall’opposizione». Quelle «terre ostili» e «città maligne» si trovavano a ovest di Sumer, ed erano abitate dai seguaci amorriti di Marduk. Lì, il “male” – l’ostilità contro Enlil – era fomentato da Nabu, che si spostava di città in città, facendo proseliti per il proprio padre. I documenti enliliti lo definiscono «l’Oppressore» dalla cui influenza si dovevano ripulire le «città maligne». Vi è motivo di credere che i pannelli della Pace e della Guerra ritraevano lo stesso Ur-Nammu: il primo lo mostrava mentre banchettava e celebrava pace e prosperità, l’altro lo mostrava nel carro regale, mentre guidava l’esercito alla guerra. Le sue campagne militari lo condussero a Occidente ben oltre i confini di Sumer. Ma Ur-Nammu, il grande riformatore, costruttore e “pastore” dell’economia, fallì come  leader militare. Nel bel mezzo della battaglia il suo carro si rovesciò nel fango. Ur-Nammu cadde, ma «il carro come una tempesta continuò a correre», lasciandosi dietro il re, «abbandonato, sul campo di battaglia come una brocca in frantumi». La tragedia non poté avere epilogo peggiore allorché la nave che trasportava il corpo di Ur-Nammu a Sumer «affondò in un luogo sconosciuto; le onde la fecero rovesciare, mentre aveva a bordo il suo corpo». Quando a Ur giunse notizia della sconfitta e della tragica morte di Ur- Nammu si levò un grande lamento. La gente non riusciva a comprendere come potesse fare una fine tanto atroce un sovrano così religioso, un giusto pastore che aveva eseguito gli ordini degli dèi con le armi che loro gli avevano dato. «Perché il Signore Nannar non lo ha tenuto per mano?», chiedevano. «Perché mai Inanna, Signora del Cielo, non gli ha messo il suo nobile braccio attorno alla testa? Perché il valoroso Utu non lo ha assistito?» I Sumeri, che credevano che gli eventi fossero sempre decretati dal fato, si chiesero allora: «Perché queste divinità si sono fatte da parte quando è stato deciso l’amaro fato di Ur- Nammu?». Sicuramente, quegli dèi, Nannar e i suoi gemelli, erano a conoscenza di ciò che stavano decidendo Anu ed Enlil; tuttavia non avevano aperto bocca per proteggere Ur-Nammu. Vi poteva essere solo una spiegazione plausibile, concluse il popolo di Ur e Sumer, gemendo e piangendo: i grandi dèi erano venuti meno alla loro parola. Come è stato cambiato il destino di quell’eroe! Anu ha mutato la parola sacra. Enlil non è stato di parola e ha cambiato il destino già decretato per lui. Sono parole forti, che accusavano i grandi dèienliliti di inganno e falsità. Le antiche parole ci fanno intuire la profonda delusione del popolo. E se ciò è quanto accadde a Sumer e Akkad, possiamo ben immaginare quale fu la reazione nelle terre ribelli occidentali. Gli Enliliti stavano perdendo la lotta per guadagnarsi il cuore e le menti degli uomini. Nabu, il portavoce, intensificò la battaglia per conto di suo padre Marduk. Il suo status venne cambiato: la sua divinità venne glorificata da una serie di epiteti che lo veneravano. Ispirate da Nabu – il Nabih, il Profeta – nei territori contesi iniziarono a diffondersi profezie del Futuro, di ciò che stava per accadere. Siamo a conoscenza di ciò che hanno detto perché sono venute alla luce numerose tavolette di argilla che recavano incise queste stesse profezie; furono redatte in antico babilonese cuneiforme e gli studiosi le hanno raggruppate sotto il nome di Profezie accadiche o Apocalissi accadiche. Hanno un elemento che le accomuna tutte: il concetto che Passato, Presente e Futuro siano parte di un flusso continuo di eventi; che all’interno di un Destino preordinato vi è un margine per il libero arbitrio e, quindi, la possibilità di un Fato diverso; che per l’umanità entrambi sono stati decretati e determinati dagli dèi del cielo e della Terra. E perciò gli avvenimenti sulla Terra riflettono gli avvenimenti nei cieli. A volte i testi, per garantire la credibilità delle profezie hanno legato la predizione di avvenimentifuturi a un ben  determinato avvenimento storico o a un personaggio. Raccontano poi ciò che è sbagliato nel presente e il motivo per cui è necessario il cambiamento. Gli avvenimenti che si verificano vengono allora attribuiti a decisioni da parte di uno o più dei grandi dèi. Apparirà un emissario divino, un araldo; il testo profetico potrebbe essere suo, redatto dallo scriba, oppure potrebbe trattarsi di una dichiarazione di attesa; spesso e volentieri: «un figlio parlerà per conto di suo padre». Gli avvenimenti predetti saranno legati a segni: la morte di un re, segni celesti; oppure farà la sua comparsa un corpo celeste e produrrà un suono spaventoso; «un fuoco che brucia» arriverà dal cielo; «una stella brillerà dal cielo all’orizzonte, come una torcia»; e, più importante di tutti «un pianeta comparirà prima del suo tempo». Eventi negativi, l’Apocalisse, precederanno l’avvenimento finale. Colpiranno calamità: piogge torrenziali, maremoti devastanti, siccità, interramento di canali, locuste e carestie. Le madri si ribelleranno contro le proprie figlie, i vicini contro i vicini. Rivolte, caos e calamità si abbatteranno sui paesi. Le città verranno attaccate e spopolate; i re moriranno, saranno rovesciati e catturati: «un trono spodesterà l’altro». Verranno uccisi funzionari e sacerdoti; verranno abbandonati i templi; cesseranno i riti e le offerte. E, infine, si verificherà l’evento predetto: un grande cambiamento, una nuova era, l’avvento di un nuovo  leader, di un Redentore. Il Bene prevarrà sul Male. La prosperità sostituirà la sofferenza; le città abbandonate verranno nuovamente ripopolate, i superstiti faranno ritorno alle proprie case. I templi verranno restaurati e la gente riprenderà i riti religiosi. Non c’è da meravigliarsi se queste profezie babilonesi o pro-Marduk puntavano un dito accusatore contro i mali di Sumer e Akkad (e anche dei loro alleati Elam, gli Hatti, e i Paesi del mare) e definivano gli occidentali Amurru, ossia “strumenti della punizione divina”. Vengono citati i “centri di culto” enliliti: Nippur, Ur, Uruk, Larsa, Lagash, Sippar e Adad, che sarebbero stati attaccati, saccheggiati, i loro templi abbandonati. Gli dèi enliliti vengono descritti come “confusi” («incapaci di dormire»). Enlil invoca Anu, ma ignora il suo consiglio (alcuni traduttori interpretano la parola come “ordine”) di emettere un editto misharu – un ordine “per rimettere a posto le cose”. Enlil, Ishtar e Adad saranno costretti a cambiare il potere sovrano a Sumer e Akkad. I “riti sacri” verranno trasferiti al di fuori di Nippur. Nei cieli, “il grande pianeta” farà la sua comparsa nella costellazione dell’Ariete. Prevarrà la parola di Marduk. «Sottometterà le Quattro Regioni, tutta la Terra tremerà nell’udire il suo nome […]. Dopo di lui suo figlio sarà re e diventerà il padrone di tutta la Terra.» In certe profezie, alcune divinità sono oggetto di predizioni specifiche: «nascerà un re», racconta ad esempio un testo facendo riferimento a Inanna/Ishtar, «rimuoverà la dea protettrice di Uruk da Uruk stesso e la faràdimorare in Babilonia […]. Lui decreterà i riti di Anu a Uruk». Vengono menzionati in maniera esplicita gli Igigi: «Verranno riprese le offerte regolari per gli Igigi, che erano cessate», afferma ad esempio una profezia. Come nel caso delle profezie egizie, la maggior parte degli studiosi è convinta anche che le “profezie accadiche” siano “pseudoprofezie” o testi post aventum – ossia scritte molto tempo dopo gli eventi “predetti”; ma, come abbiamo avuto occasione di notare in riferimento ai testi egizi, dire che gli avvenimenti non erano stati profetizzati solo perché si erano già avverati, serve solo a confermare che gli avvenimenti si verificarono (che fossero o meno previsti), e questo è ciò che ci interessa di più. Per noi che crediamo alle profezie, significa solo che queste si avverarono. Quindi, ci fa correre un brivido lungo la schiena questa predizione (presente in un testoconosciuto con il nome di Profezia “B”):La terribile arma di Erra verrà a giudicarele nazioni e i popoli.Una profezia agghiacciante, ma prima che giungesse al termine il XXI secolo a.C. il dio Erra,“l’Annientatore” (unepiteto di Nergal), venne effettivamente a «giudicarele nazioni e i popoli»,scagliò le armi atomiche ecausò un cataclisma che tramutò le profezie in triste realtà. Per essere esatti, figli degli Elohim; Elohim, infatti, è plurale, indica più divinità, non un unico Dio.

domenica 15 maggio 2016

ZECHARIA SITCHIN : PROFEZIE EGIZIE - DESTINI DELL'UOMO


Negli annali del genere umano, il XXI secolo a.C. ha visto nel Vicino Oriente uno dei capitoli più gloriosi della civiltà, meglio noto come il periodo di Ur III. Fu allo stesso tempo un periodo devastante e di grandi difficoltà, perché vide la fine di Sumer, avvolta da una letale nube nucleare. Dopo quell’evento tutto cambiò. Questi eventi gravissimi, come vedremo, rappresentavano anche il fulcro delle manifestazioni messianiche che circa ventun secoli dopo, alla nascita di Cristo, ebbero come centro Gerusalemme. Gli eventi di quel secolo memorabile – come tutti gli avvenimenti della storia – affondavano le proprie radici in avvenimenti precedenti. La data del 2160 a.C., perciò, è una data da ricordare. Gli annali di quel periodo di Sumer e Akkad raccontano di un cambiamento politico importante fra gli dèi enliliti. In Egitto quella stessa data segnò l’inizio di cambiamenti politici e religiosi, e ciò che accadde in entrambi i paesi coincise con una nuova fase delle campagne di Marduk, volte a ottenere la supremazia. A dire il vero, furono proprio le acute strategie di Marduk e i movimenti geografici da un luogo all’altro a esercitare un controllo su questa “partita a scacchi degli dèi”. Le mosse di Marduk e i suoi movimenti ebbero inizio quando partì  dall’Egitto per diventare (agli occhi degli Egizi) Amon (scritto anche Amun o Amen), “l’Invisibile” o “il Nascosto”. Secondo gli egittologi il 2160 a.C. rappresenta l’inizio di ciò che viene designato come Primo Periodo Intermedio – un intervallo caotico compreso fra la fine dell’Antico Regno e l’inizio dinastico del Medio Regno. Nelle migliaia di anni dell’Antico Regno, quando la capitale politicoreligiosa era Menfi, nel Medio Egitto, gli Egizi veneravano il pantheon di Ptah, ergendo templi monumentali in onor suo, in onore di suo figlio Ra e dei loro successori divini. Le famose iscrizioni dei faraoni di Menfi glorificavano gli dèi e promettevano un Aldilà per i sovrani. Regnando in quanto surrogati degli dèi, questi faraoni portavano la doppia corona dell’Egitto Superiore (meridionale) e Inferiore (settentrionale), che stava a significare non solo l’unificazione amministrativa dei due paesi, ma anche quella religiosa. Un’unificazione raggiunta quando Horus sconfisse Seth nella battaglia per l’eredità di Ptah/Ra. E poi, nel 2160 a.C., quell’unità e quella certezza religiosa si frantumarono. I disordini videro la frattura dell’unione, l’abbandono della capitale, attacchi dal sud da parte dei principi tebani per ottenere il controllo, incursioni di eserciti stranieri, dissacrazione dei  templi, il collasso di legge e ordine, siccità, carestie e rivolte del popolo affamato. Questi eventi sono riportati in un papiro conosciuto come le Lamentazioni di Ipu-Wer, un lungo testo redatto in geroglifico, composto da diverse sezioni nelle quali viene fornito un resoconto delle calamità e delle tribolazioni; inoltre viene attribuita a un nemico scellerato la colpa per le offese alla religione e per i mali sociali, e viene esortato il popolo a pentirsi e a ripristinare i riti religiosi. Vi è poi una sezione profetica, che descrive la venuta di un Redentore, e un’altra che esalta i tempi idilliaci che sarebbero venuti. All’inizio il testo descrive le infrazioni alla legge e all’ordine e il collasso di una società ben strutturata – una situazione in cui «i guardiani vanno a saccheggiare, il lavandaio rifiuta di portare il proprio carico… i furti sono ognidove… un uomo guarda suo figlio come se fosse un nemico». Pur se il Nilo straripava e irrigava la terra, «nessuno ara… il grano è morto… i magazzini sono vuoti… la sabbia ricopre tutto il paese… il deserto avanza… le donne sono sterili, nessuna riesce a concepire… i morti vengono gettati nel fiume… il fiume è di sangue». Le strade non sono sicure, il commercio è finito, le province dell’Egitto Superiore non sono più tassate; «vi è una guerra civile… sono giunti in Egitto barbari da ogni dove… tutto è in rovina». Alcuni egittologi ritengono che all’origine di questi eventi ci fosse una semplice lotta per ricchezza e potere, un tentativo (alla fine riuscito) dei principi tebani del Sud di controllare e governare l’intero paese. In seguito gli studi hanno associato il crollo dell’Antico Regno a un “cambiamento climatico” che aveva minato inesorabilmente una società che si fondava sull’agricoltura, aveva causato carestie e rivolte della popolazione ridotta allo stremo, stravolgimenti sociali, nonché il crollo stesso dell’autorità. Ma questi stessi egittologi hanno prestato poca attenzione a un cambiamento di grande portata che, forse, è anche il più importante: nei testi, negli inni, nei nomi onorifici dei templi: non veniva adorato più semplicemente Ra, bensì, Ra-Amon, o semplicemente Amon. Ra divenne Amon – Ra l’Invisibile, “invisibile” perché aveva lasciato l’Egitto. Si trattò davvero di un cambiamento religioso che causò una rottura politica e sociale, scrisse Ipu-Wer, un personaggio la cui identità è rimasta oscura. Noi riteniamo che ilcambiamento fu nella trasformazione di Ra in Amon. Le rivolte iniziarono con un crollo delle pratiche religiose e si manifestò nell’abbandono dei templi, dove «il Luogo dei Segreti era stato messo a nudo, gli scritti del recinto augusto erano stati disseminati e uomini comuni li stracciano nelle strade… la magia è divulgata, è alla vista di chi non la conosce». «Ci si ribella contro… il simbolo sacro del re, portato sulla corona del re, l’Ureo (il Serpente Divino)… le ricorrenze religiose vengono modificate… i sacerdoti vengono portati via con la forza.» Dopo aver esortato il popolo a pentirsi, «a offrire incenso nei templi… a fare le offerte agli dèi», il papiro esorta i pentiti a lasciarsi battezzare – a «ricordarsi di immergersi». A questo punto le parole del papiro diventano profetiche. Le Lamentazioni – che gli egittologi definiscono “messianiche” – parlano di “un periodo che verrà” in concomitanza con l’arrivo di un non meglio identificato Salvatore – “un dio-re”. Cominciando con un piccolo gruppo di seguaci, di lui gli uomini diranno: Porta pace sulla terra, è pastore di uomini. Anche se le sue greggi sono piccole, trascorrerà i giorni ad accudirle […] Poi sconfiggerà il male, contro di esso protenderà il braccio. «Le persone chiederanno: “Dov’è oggi? Dorme forse? Perché il suo potere non si vede?”. Ipu- Wer rispondeva: “La sua gloria non la si può vedere, [ma] Autorità, Percezione e Giustizia sono con lui”.» Quei tempi idilliaci, affermava Ipu-Wer nella sua profezia, saranno preceduti dal travaglio messianico della loro nascita: «“La confusione regnerà in tutto il paese, in tumulto e rumore uno ucciderà l’altro, i molti uccideranno i pochi”. Le persone chiederanno: “Il Pastore desidera forse la morte?”. “No,” rispondeva, “è la terra che ordina la morte, ma dopo anni di sofferenza, prevarranno giustizia e un’adorazione giusta.”» Questo – concludeva il papiro – era «quanto disse Ipu-Wer quando rispose alla maestà del Signore onnipotente». Se vi sembrano sorprendenti non solo la descrizione degli avvenimenti e delle profezie messianiche, ma anche la scelta delle parole  di quell’antico papiro egizio, tenetevi forte: il meglio deve ancora venire. Gli studiosi sono a conoscenza dell’esistenza di un altro testo profetico/messianico che ci è giunto dall’antico Egitto, ma ritengono che sia stato composto a posteriori e che finga soltanto una profezia  attribuendosi una data antecedente. Per essere più specifici, mentre il testo afferma di rivelare profezie fatte al tempo di Sneferu, un faraone della Quarta Dinastia (ca. 2600 a.C.), gli egittologi ritengono invece che venne scritto ai tempi di Amenemhet I della Dodicesima Dinastia (ca. 2000 a.C.) – , quindi dopo gli eventi che pretende di profetizzare. Anche così, “le presunte profezie” servono a confermare la veridicità di quei fatti avvenuti nel passato. E molti dettagli e la scelta delle parole stesse della predizione possono essere considerati  agghiaccianti. Si dice che le profezie furono riferite al re Sneferu da un “sommo sacerdoteoracolo” chiamato Nefer- Rohu «un uomo di rango, uno scriba bravo con le dita». Convocato dal re per predire il futuro, Nefer- Rohu «stese la mano per prendere il necessario per scrivere, afferrò un rotolo di papiro» e poi iniziò a scrivere ciò che vedeva, con toni che ricordano molto da vicino le profezie di Nostradamus: Ascolta, gli uomini parlano di qualcosa; È terribile […] Ciò che sarà fatto non è mai stato fatto prima. La Terra è morta. I terreni sono rovinati, nulla più resta. Non vi è più il sole: la gente non lo vede, le nubi lo celano: nessuno può più vivere, il vento del sud si scontra con il vento del nord. I fiumi dell’Egitto sono vuoti […] Ra deve ricominciare dalle fondamenta della Terra. Prima che Ra potesse ripristinare le «fondamenta della Terra» ci sarebbero state invasioni, guerre, spargimenti di sangue. Poi sarebbe seguita una nuova era fatta di pace, tranquillità e giustizia. Sarebbe stata portata da ciò che abbiamo chiamato un Salvatore, un Messia: Giungerà poi un sovrano – Ameni (“Lo Sconosciuto”), lo chiameranno il Trionfante. Figlio dell’Uomo sarà il suo nome in eterno […] Il male verrà scacciato; la giustizia regnerà in sua vece; della sua venuta esulterà il popolo. È sorprendente scoprire queste profezie messianiche apocalittiche e la fine del Male, seguito dalla venuta – dal ritorno – di pace e giustizia – in papiri scritti circa 4200 anni fa; è agghiacciante scoprire in essi una terminologia familiare, come quella del Nuovo Testamento, che parla di uno “Sconosciuto”, di un Salvatore Trionfante, del “Figlio dell’Uomo”. Si tratta, come vedremo, di un filo conduttore che lega gli avvenimenti nel corso dei millenni. Nel 2260 a.C. alla fine dell’Era di Sargon voluta da Ishtar, Sumer visse un periodo di caos, di occupazione da parte di eserciti stranieri, di profanazione dei templi e di confusione sull’ubicazione della capitale e sulla scelta del re.  Per un certo periodo, l’unico porto sicuro nel paese fu Lagash, “centro di culto” di Ninurta, dal quale vennero tenuti fuori gli eserciti dei Gutiani. Ricordando le ambizioni mai sopite di Marduk, Ninurta decise di ribadire il proprio rango di 50 dando istruzioni all’allora re di Lagash, Gudea, di erigere per lui un tempio nuovo nel Girsu, ossia nel recinto sacro della città. Ninurta, qui chiamato NIN.GIRSU, “Signore del Girsu”, aveva già un proprio tempio, nonché un recinto speciale per il suo “Divino Uccello Nero” o macchina volante. Tuttavia la costruzione del nuovo tempio doveva avere delle peculiarità, dei tratti particolari che lo legavano al cielo, consentendo alcune osservazioni astronomiche. Per questo motivo Ninurta invitò a Sumer il dio Ningishzidda (“Thoth” in Egitto), Architetto Divino, nonché Custode dei Segreti delle piramidi di Giza. Non dimentichiamo che Ningishzidda/Thoth era anche il fratello che Marduk aveva costretto all’esilio nel 3100 a.C. ... Queste singolari circostanze che riguardano l’annuncio, la progettazione, la costruzione e la consacrazione dell’E.NINNU (“Casa dei Cinquanta”) sono narrate  con dovizia di particolari nelle iscrizioni di Gudea; questi documenti vennero alla luce nelle rovine di Lagash (un sito ora chiamato Tello) e sono citate abbondantemente nei vari libri delle Cronache Terrestri. Ciò che emerge da quei documenti così dettagliati (incisi su due cilindri di argilla in cuneiforme sumero, è il fatto che dall’annuncio alla consacrazione, ogni fase e ogni dettaglio del nuovo tempio erano condizionati da aspetti celesti legati alla scelta dei tempi per la costruzione stessa dell’edificio: doveva essere il periodo in cui “nei cieli” si sarebbero determinati “i destini della Terra”. Nel giorno in cui fu decretato il destino del Cielo e della Terra, quando Lagash alzò la testa verso il Cielo in accordo con le Grandi Tavole dei Destini Enlil gettò un occhio favorevole sopra Ninurta. Quel periodo speciale, quando nei cieli vennero determinati i destini sullaTerra, era ciò che abbiamo chiamato Tempo Celeste, Orologio Zodiacale. E dal resto della narrazione di Gudea diventa evidente che l’elemento determinante era legato al Giorno dell’Equinozio e al nome egizio di Thoth, Tehuti, l’Equilibratore (di giorno e notte) che “Tende la Corda” per orientare un nuovo tempio. Queste considerazioni di natura celeste continuarono a dominare il progetto dell’Eninnu dall’inizio fino alla fine. La storia di Gudea ebbe inizio con un sogno profetico che sembra un episodio tratto dalla serie Ai confini della realtà; infatti, pur se gli dèi erano svaniti, al suo risveglio Gudea vide poggiati accanto al letto i diversi oggetti che gli erano stati mostrati in sogno. 
In quel sogno-visione (il primo di una serie) comparve all’alba il dio Ninurta e il Sole era allineato con il pianeta  Giove. Il dio informò Gudea che era stato prescelto per erigere un nuovo tempio. Gli apparve poi la dea Nisaba che portava sulla testa, a mo’ di copricapo, una sorta di “plastico” del tempio; in mano teneva una tavoletta sulla quale erano raffigurate le stelle del cielo e con uno stilo sacro indicava il “pianeta a lei propizio”. Un terzo dio, Ningishzidda (ossia Thoth), teneva una tavoletta di lapislazzuli sulla quale era inciso il progetto strutturale del tempio; teneva anche un mattone di argilla, uno stampo per fare i mattoni e un cesto da manovale.  Quando Gudea si risvegliò, le tre divinità erano scomparse, ma sul suo grembo c’era ancora la tavoletta con il progetto , mentre il mattone e il suo stampo erano ai suoi piedi. Sebbene saggio, Gudea non poteva capire queste istruzioni architettoniche, ebbe perciò bisogno dell’aiuto di una dea in grado di interpretare il messaggio divino e di due altri sogni-visioni per comprendere ciò che gli veniva chiesto. Nel terzo sogno-visione gli venne mostrato una sorta di ologramma della costruzione del tempio, cominciando dall’iniziale allineamento con i punti celesti indicati, la posa delle fondamenta, la fattura dei mattoni, – insomma, tutta la costruzione, fase dopo fase, fino al suo completamento. 

Sia l’inizio della costruzione sia la cerimonia della consacrazione finale avrebbero dovuto aver luogo in giorni speciali, indicati dalle divinità; entrambi sarebbero caduti il primo giorno del Nuovo Anno, il che significava il giorno dell’equinozio di primavera. Il tempio “alzò la testa” negli abituali sette gradoni, ma – a differenza dei normali ziggurat sumeri, dalla cima piatta – la sua cima avrebbe dovuto essere appuntita, «della forma di un corno»: Gudea, insomma, doveva mettere sulla cima del tempio un piramidione, come quello delle piramidi egizie . Inoltre, anziché lasciare a vista i mattoni – come era consuetudine – dovette ricoprire la struttura con pietre rossastre, rendendola ancora più simile a una piramide egizia. «Dall’esterno il tempio sembrava proprio una montagna.» 


Che innalzare una struttura simile a una piramide egizia fosse un intento ben preciso, emerge chiaramente dalle parole di Ninurta. Il nuovo tempio, disse a Gudea, si dovrà scorgere da lontano; il suo aspetto imponente raggiungerà i cieli; l’adorazione del mio tempio si estenderà a tutti i paesi, il suo nome celeste verrà proclamato nei paesi ai margini della Terra. A Magan e Meluhha il popolo [esclamerà]: Ningirsu [il “Signore del Girsu”], il Grande Eroe delle Terre di Enlil, è un dio che non ha eguali; è il Signore di tutta la Terra. Magan e Meluhha erano i nomi che in sumero indicavano l’Egitto e la Nubia, i due paesi degli dèi d’Egitto. Lo scopo dell’Eninnu era di stabilire, anche lì, nelle terre di Marduk, la signoria incontrastata di Ninurta: «un dio che non ha eguali, il Signore di tutta la Terra». Proclamare la supremazia di Ninurta (e non quella di Marduk) richiedeva caratteristiche speciali per l’Eninnu. L’ingresso dello ziggurat doveva essere rivolto al Sole – a est – e non, come era consuetudine, a nordest. Nel livello più alto del tempio, Gudea avrebbe dovuto erigere uno SHU.GA.LAM «dove si annuncia il fulgore, il luogo dell’apertura, il luogo della determinazione» dal quale Ninurta/Ningirsu riusciva a vedere «la Ripetizione sopra le sue terre», ossia l’annuale ciclo. Si trattava di una camera circolare con dodici posizioni, ciascuna delle quali era contrassegnata da un simbolo zodiacale, con un’apertura per osservare i cieli: un antico planetario allineato alle costellazioni zodiacali! Nel cortile del tempio, collegato a un viale rivolto alla Levata Eliaca, Gudea doveva erigere due circoli di pietra, uno con sei e uno con sette colonne di pietra, per osservare i cieli. Poiché viene citato un solo viale, si presume che i circoli fossero concentrici. Studiando ciascuna frase, ciascun termine e ciascun dettaglio, diventa chiaro che con l’aiuto di Ningishzidda/Thoth a Lagash era in costruzione un complesso osservatorio in pietra, tuttavia molto funzionale, una parte del quale – completamente dedicata allo zodiaco – ricorda uno di quelli ritrovati a Dendera in Egitto  e l’altra – attrezzata per osservare alba e tramonto, era una vera e propri  Stonehenge sulle rive del fiume Eufrate! 

Come Stonehenge in Gran Bretagna , anche la struttura di Lagash aveva alcune pietre-posizione per osservare solstizi ed equinozi, ma la principale caratteristica esterna era la creazione di una linea di mira che partiva da una pietra centrale, passava attraverso due colonne di pietra e poi, seguendo un viale, arrivava a un’altra pietra. Questa linea di mira, orientata con estrema precisione in fase di progettazione, consentiva di determinare, al momento della Levata Eliaca, in quale costellazione dello zodiaco avrebbe fatto la sua comparsa il Sole. E determinare l’era zodiacale attraverso una precisa osservazione era l’obiettivo principale di tutto il complesso. A Stonehenge la linea di mira correva (e corre ancora) dalla colonna in pietra chiamata Pietra Altare al centro, attraverso due colonne di pietra identificate come sarsen numero 1 e 30, poi lungo il Viale fino alla cosiddetta Pietra del Tallone . È opinione comune che Stonehenge con il doppio cerchio di bluestone e la Pietra del Tallone (chiamato Stonehenge II) risalga a un periodo compreso fra il 2200 e il 2100 a.C. Questo era lo stesso periodo in cui venne costruita anche la Stonehenge sull’Eufrate (per essere precisi, nel 2160 a.C.). 

Non si trattò affatto di una coincidenza. Nello stesso periodo, infatti, proliferarono in altre regioni della Terra numerosi osservatori in pietra, in particolare in diverse località in Europa, in Sud America, sulle Alture del Golan a nordest di Israele e persino nella remota Cina (dove gli archeologi hanno scoperto, nella provincia di Shanzi, un cerchio di pietra con tredici colonne allineato allo zodiaco che risale al 2100 a.C. circa). Si trattava di contromosse ben meditate da parte di Ninurta e di Ningishzidda in risposta alle mosse di Marduk in questa partita a scacchi tra dèi: dimostravano così all’umanità che era ancora l’era zodiacale del Toro. Diversi testi di quel periodo, inclusi un testo autobiografico dello stesso Marduk e un testo più lungo, l’Epopea di Erra, gettano luce sulle peregrinazioni di Marduk al di fuori dell’Egitto, quando era diventato l’Invisibile. Rivelano anche che le sue pretese e le sue azioni furono caratterizzate da fretta e da ferocia perché convinto che fosse giunta la sua era di supremazia. I Cieli annunciano la mia gloria come Signore, affermava. Perché? Perché credeva che fosse terminata l’Era del Toro, l’era di Enlil, ecco perché. Era arrivata l’Era dell’Ariete, l’era zodiacale di Marduk. Proprio come Ninurta aveva detto a Gudea, era il momento in cui in cielo si determinavano i destini sulla Terra. Le ere zodiacali, ricordiamo, erano causate dal fenomeno della precessione, il ritardo dell’orbita terrestre attorno al Sole. Questo ritardo è di un grado (su 360°) in 72 anni; una divisione arbitraria del grande circolo in 12 segmenti di 30 gradi ciascuno significa che, matematicamente, il calendario zodiacale passa da un’era all’altra ogni 2160 anni. E poiché il Diluvio si era verificato, secondo i testi sumeri, nell’Era del Leone, il nostro orologio zodiacale può iniziare nel 10860 a.C. circa. Se in questo calendario zodiacale determinato matematicamente con cambio ogni 2160 anni si pone l’inizio nel 10800 a.C. anziché nel 10860 a.C., otteniamo una tabella davvero interessante: da 10800 a 8640 – Era del Leone (Leone) da 8640 a 6480 – Era del Granchio (Cancro) da 6480 a 4320 – Era dei Gemelli (Gemelli) da 4320 a 2160 – Era del Toro (Toro) da 2160 a 0 – Era dell’Ariete (Ariete) Accantonando il risultato finale, che è sincrono con l’inizio dell’era cristiana, ci si deve chiedere se fu una semplice coincidenza che l’era di Ishtar-Ninurta si esaurì nel 2160 a.C. circa, proprio quando, secondo il calendario zodiacale succitato, stava finendo anche l’Era del Toro, l’era di Enlil? Forse non si trattò di una coincidenza. Di sicuro Marduk non credeva alle coincidenze. Le prove che abbiamo a disposizione suggeriscono che era certo che, secondo il Tempo Celeste, fosse giunta l’ora della sua supremazia, la sua era. (Studi moderni dell’astronomia mesopotamica confermano che il cerchio zodiacale era davvero diviso in dodici case di 30 gradi ciascuna – una divisione più matematica che non legata a osservazioni.) I diversi testi che abbiamo citato indicano che nei suoi spostamenti Marduk fece un’altra incursione nel cuore delle terre degli Enliliti, giungendo a Babilonia con una schiera di seguaci. Anziché far ricorso al conflitto armato, gli Enliliti chiamarono Nergal, fratello di Marduk (la cui sposa era la nipote di Enlil) affinché dall’Africa meridionale si recasse a Babilonia per convincerlo a lasciare quelle terre. Nelle sue memorie, conosciute con il nome di Epopea di Erra, Nergal raccontò che Marduk continuava a insistere sul fatto che era giunta la sua era, l’Era dell’Ariete. Ma Nergal gli ribatté che non era vero: la Levata Eliaca, disse a Marduk, è ancora nella costellazione del Toro! Infuriato, Marduk mise in dubbio l’accuratezza delle osservazioni. Chiese a Nergal cosa ne era stato degli strumenti precisi e affidabili che avevano in dotazione prima del Diluvio, installati nel suo dominio del Mondo Inferiore. Nergal gli spiegò che quegli strumenti erano andati distrutti nel Diluvio e lo esortò ad andare a verificare quale costellazione si vedeva nel giorno stabilito al sorger del Sole. Non sappiamo se Marduk si recò a Lagash per compiere quell’osservazione, ma sappiamo che comprese il motivo della discrepanza: mentre matematicamente le ere cambiavano ogni 2160 anni, in realtà, in base alle osservazioni, il cambio non avveniva con tale regolarità. Le costellazioni zodiacali, nelle quali le stelle erano raggruppate in modo arbitrario, non erano tutte di uguale misura. Alcune, infatti, occupavano un arco più grande dei cieli, alcune uno più piccolo. E, come accadde, la costellazione dell’Ariete era una delle più piccole, stretta fra quella del Toro e dei Pesci . Nel cielo, la costellazione del Toro, che occupa più di 30 gradi dell’arco celeste, perdura ancora due secoli oltre il suo limite matematico. 


Nel XXI secolo a.C., dunque, il Tempo Celeste e il Tempo Messianico non coincisero. «Va’ via in pace e ritorna quando i cieli dichiareranno che è giunta la tua era», disse Nergal a Marduk. Rassegnandosi al proprio fato Marduk se ne andò, ma senza allontanarsi troppo. E con lui, come emissario, portavoce e araldo c’era suo figlio, la cui madre era una donna terrestre.