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sabato 30 aprile 2016

ZECHARIA SITCHIN - PASSATO E FUTURO: GLI ANUNNAKI QUANDO TORNERANNO?


PASSATO E FURUTO:
«Quando torneranno?»
Ho smesso di tenere il conto delle volte in cui mi è stata posta questa domanda. Il soggetto sottinteso, “loro”, naturalmente altri non sono che gli Anunnaki – gli abitanti del pianeta Nibiru approdati sulla Terra, che nell’antichità furono venerati come dèi. “Loro” torneranno quando Nibiru, nella sua orbita allungata, si avvicinerà a noi. Cosa accadrà allora? Si oscurerà forse il Sole a mezzogiorno, caleranno le tenebre e tremerà la Terra? Avremo la Pace o sarà l’Armageddon? Avremo un millennio di sofferenze e tribolazioni o sarà la Seconda Venuta messianica? Gli Anunnaki torneranno nel 2012 o successivamente, oppure non torneranno affatto? Queste domande sono frutto delle speranze e delle ansie più radicate di coloro che nutrono credenze e aspettative religiose, domande che si legano anche ad avvenimenti attuali: guerre che hanno come teatro le terre in cui si intrecciò la storia di dèi ed esseri umani, minacce di olocausti nucleari e l’allarmante ripetersi di devastanti calamità. Sono domande alle quali, in tutti questi anni, non ho mai osato dare una risposta: ora, però, è arrivato il momento in cui non possiamo – e non dobbiamo – più tergiversare. Le domande che riguardano il Ritorno sono tutt’altro che una novità; in passato – così come oggi – sono state legate all’inquietudine e all’attesa che si accompagnano al Giorno del Signore, alla Fine dei Giorni, all’Armageddon. Quattromila anni fa, nel Vicino Oriente, un dio e suo figlio promisero il Paradiso in Terra. Più di tremila anni fa, in Egitto, faraoni e sudditi anelavano a un periodo messianico. Duemila anni fa il popolo della Giudea si domandava se era arrivato il Messia; noi siamo ancora alle prese con i misteri legati a quegli eventi. Le profezie si stanno forse per avverare? Esamineremo approfonditamente le risposte sconcertanti che ci sono state date, risolveremo antichi enigmi, decifreremo l’origine e il significato dei simboli: la Croce, i Pesci, il Calice. Analizzeremo il ruolo che i siti legati allo spazio hanno avuto nella storia e mostreremo perché Passato, Presente e Futuro convergono a Gerusalemme, luogo del “Legame Cielo-Terra”. E rifletteremo sul motivo per cui il XXI secolo d.C. – secolo nel quale viviamo – ha così tante analogie con il XXI secolo a.C. La storia si sta forse ripetendo – è forse destinata a ripetersi? È tutto guidato da un Orologio Messianico? È giunta ormai l’ora? Più di duemila anni fa,Daniele, nell’Antico Testamento, chiese ripetutamente agli angeli: Quando? Quando verrà la Fine dei Giorni? La Fine dei Tempi? Più di tre secoli fa Isaac Newton, che aveva spiegato i segreti del moto celeste, compose dei trattati sul Libro di Daniele del Vecchio Testamento e sul Libro dell’Apocalisse del Nuovo Testamento; analizzeremo i suoi calcoli, ritrovati poco tempo fa, che riguardano la Fine dei Giorni, nonché predizioni più recenti che hanno come oggetto la “Fine”. Sia la Bibbia degli Ebrei, sia il Nuovo Testamento hanno affermato che i segreti del Futuro sono racchiusi nel Passato, che il destino della Terra è legato ai Cieli, che gli affari e il destino dell’umanità sono legati a quelli di Dio e delle divinità. Esaminando ciò che deve ancora essere, attraverseremo il confine fra storia e profezia; l’una non si può comprendere senza l’altra, e le riporteremo entrambe. Questa sarà la nostra guida. Rivolgiamo ora lo sguardo a ciò che sarà, sbirciando attraverso le lenti di ciò che è stato. Le risposte non mancheranno di sorprenderci.



L'OROLOGIO MESSIANICO:
Ovunque spazi lo sguardo, l’umanità è preda di trepidazione apocalittica, fervore messianico e timori legati alla Fine dei Tempi. Il fanatismo religioso si manifesta in guerre, ribellioni e nel massacro degli “infedeli”. Gli eserciti dei re d’Occidente sono in guerra contro gli eserciti dei re d’Oriente. Uno “scontro di civiltà” scuote le fondamenta della vita quotidiana. Le carneficine insanguinano villaggi e città; i potenti cercano rifugio dietro i bastioni. Le calamità naturali e le catastrofi, che si susseguono a ritmo sempre più incalzante, sono forse segno dell’ira divina? L’umanità ha peccato, è oggetto della collera divina, sta per essere cancellata da un altro Diluvio? È questa l’Apocalisse? Ci può essere – ci sarà – la Salvezza? Sta arrivando l’era messianica? Ma di quale secolo stiamo parlando? Del nostro – il XXI secolo d.C. – oppure del XXI secolo a.C.? In realtà stiamo parlando di entrambi. È la condizione del tempo presente, ma anche quella di un periodo che risale a più di quattromila anni fa; la sorprendente analogia è frutto di eventi verificatisi nel lasso di tempo compreso fra questi due diversi momenti storici: mi riferisco al periodo pregno di fervore messianico legato alla nascita e alla predicazione di Gesù di Nazareth. Quei tre periodi cataclismici per l’umanità e per il suo pianeta – due nel passato storico (nel 2100 a.C. circa e nell’Anno Domini), uno nel futuro prossimo – sono strettamente interconnessi; uno è conseguenza dell’altro, uno può essere compreso solo comprendendo l’altro. Il Presente deriva dal Passato, il Passato è il Futuro. Per tutti e tre è fondamentale l’attesa messianica; la Profezia li lega tutti. Per capire in che modo terminerà il periodo attuale, fatto di sofferenze e tribolazioni – ossia ciò che preannuncia il Futuro – dobbiamo entrare nel regno della Profezia. Non ci occuperemo di predizioni recenti, che solleticano con maggiore o minore morbosità le paure legate al Giudizio Universale e alla Fine del Mondo; esamineremo invece testi antichi che documentavano il Passato, predicevano il Futuro e riferivano delle precedenti attese messianiche: questi documenti profetizzavano il Futuro nei tempi antichi e, crediamo, il Futuro che deve ancora venire. In tutti e tre i casi di Apocalisse – i due già verificatisi e il prossimo – erano e restano di fondamentale importanza le relazioni di natura fisica e spirituale fra Cielo e Terra. Gli aspetti fisici si sono espressi nell’esistenza dei siti che legavano la Terra ai cieli – siti che venivano considerati cruciali, che erano il fulcro degli eventi; gli aspetti spirituali si sono espressi in ciò che noi chiamiamo “religione”. In tutti e tre i casi, il punto centrale era la mutazione di relazioni fra l’uomo e Dio. L’unica differenza è che, quando nel 2100 a.C. circa, l’uomo si ritrovò ad affrontare il primo di questi tre sconvolgimenti epocali, la relazione era fra gli esseri umani e gli dèi, al plurale. Tra breve il lettore scoprirà se quella relazione è davvero mutata. La storia degli dèi, degli Anunnaki (“Coloro che dal cielo scesero sulla Terra”), come li chiamavano i Sumeri, inizia con la loro venuta sulla Terra dal pianeta Nibiru in cerca di oro. La storia del loro pianeta è stata narrata nell’antichità nell’Epica della Creazione, un lungo testo redatto su sette tavolette; è opinione comune che si tratti di un mito allegorico, il prodotto di menti primitive che parlavano di pianeti come se fossero stati dèi viventi in lotta l’uno contro l’altro. Ma, come ho dimostrato nel mio libro Il pianeta degli dèi, questo antico testo è, in realtà, una sofisticata cosmogonia che narra di come un pianeta vagante, transitando nel nostro sistema solare, entrò in collisione con un pianeta chiamato Tiamat, dando vita alla Terra e alla sua Luna, alla Fascia degli Asteroidi e alle comete, e alla cattura dello stesso “invasore” in una grande orbita ellittica, orbita che ha una durata di circa 3600 anni terrestri.
Come riferiscono i testi sumeri, gli Anunnaki giunsero sulla Terra 120 orbite prima del Diluvio Universale – 432.000 anni terrestri. Il motivo per cui giunsero, il loro sbarco, le prime città nell’E.DIN (l’Eden di cui parla la Bibbia), la creazione dell’Adamo e lo scopo per cui venne forgiato, nonché gli eventi del catastrofico Diluvio: tutto ciò è narrato nei miei libri delle Cronache Terrestri e non lo ripeterò in questa sede. Ma, prima di intraprendere il viaggio a ritroso nel tempo fino al famigerato XXI secolo a.C., è necessario ricordare alcuni momenti epocali che precedettero e seguirono il Diluvio. La narrazione biblica del Diluvio, che ha inizio nel capitolo 6 della Genesi, imputa i suoi aspetti conflittuali a una sola divinità, Yahweh, che in un primo momento è ben deciso a cancellare l’umanità dalla faccia della Terra e che poi cambia idea e decide di salvarla, affidando il compito a Noè e alla sua Arca. Le prime fonti sumere della narrazione attribuiscono al dio Enlil la disaffezione nei confronti dell’umanità e al dio Enki gli sforzi per salvarla. Ciò che la Bibbia ha trascurato di narrare per rispetto del monoteismo non è stato solo il disaccordo fra Enlil ed Enki, bensì anche la rivalità e il conflitto fra i due clan di Anunnaki che determinarono il corso degli eventi sulla Terra. Dobbiamo tenere ben presente quel conflitto esistente fra le due divinità e i loro discendenti, nonché le regioni assegnate a loro dopo il Diluvio: solo così è possibile comprendere appieno gli eventi che seguironoI due dèi in conflitto erano fratellastri, figli di Anu, sovrano di Nibiru; la loro rivalità sulla Terra affondava in realtà le radici in un conflitto sul loro pianeta natale, Nibiru. Enki – ai tempi chiamato E.A. (“Colui la cui casa è l’acqua”) era il primogenito di Anu, ma non era figlio della sua sposa ufficiale, Antu. Quando da Anu e Antu (sorellastra di Anu) nacque Enlil, questi divenne l’Erede Legittimo al trono di Nibiru, pur se non era il primogenito. L’inevitabile risentimento da parte di Enki e della famiglia di sua madre venne esacerbato dal fatto che la stessa ascesa al trono di Anu era stata poco corretta. Questi, infatti, aveva perso il trono nel corso di una battaglia contro un rivale chiamato Alalu, ma con un colpo di stato usurpò il trono, costringendo Alalu alla fuga da Nibiru per aver salva la vita. Questo episodio non solo faceva affondare nel passato le radici del risentimento di Ea, ma fomentò anche altre sfide alla leadership di Enlil, come si racconta nell’Epica di Anzu. (Per comprendere le complesse relazioni delle famiglie regali di Nibiru e gli antenati di Anu e Antu, Enlil ed Ea, rimando a Il libro perduto del dio Enki). Ho compreso il mistero legato alla successione delle divinità (e dei loro matrimoni) nel momento stesso in cui mi sono reso conto che le regole di successione erano le stesse che venivano applicate alle persone che gli dèi sceglievano quali loro rappresentanti sulla Terra. Era la storia del Patriarca Abramo, il quale sosteneva di non mentire nel presentare come “sorella” sua moglie Sara: «Inoltre essa è veramente mia sorella, figlia di mio padre, ma non figlia di mia madre, ed è divenuta mia moglie», (Genesi 20, 12). A quei tempi non solo era consentito sposare una sorellastra, purché nata da madre diversa, ma il figlio avuto da lei – in questo caso Isacco – diventava l’Erede Legittimo e il successore dinastico, sottraendo di fatto il titolo al primogenito – qui Ismaele, figlio della schiava Agar. (Nel mio libro Guerre atomiche al tempo degli dèi spiego come queste regole di successione furono causa di aspre faide fra i discendenti divini di Ra in Egitto: i fratellastri Osiride e Seth, che sposarono le sorellastre Iside e Nephtys.) Pur se queste regole di successione appaiono complesse, si fondavano su ciò che gli scribi definivano “discendenze”, quelle che noi oggi riconosceremmo come sofisticate geneaologie basate sul DNA, genealogie che operavano anche una distinzione fra il DNA ereditato da entrambi i genitori e il DNA  mitocondriale, trasmesso di madre in figlia. La regola, per quanto complessa, era questa: la linea dinastica si tramandava attraverso i maschi; il primogenito maschio era il primo nella successione; poteva sposare una sorellastra, ma solo se aveva madre diversa; se da questa unione nasceva un figlio maschio era lui l’Erede Legittimo, nonché il successore dinastico, scalzando, di fatto, l’eventuale primogenito. La rivalità dinastica fra i due fratellastri, Enlil ed Ea/Enki, venne complicata ulteriormente da una rivalità personale in faccende di cuore. Entrambi, infatti, erano innamorati della sorellastra Ninmah, figlia di un’altra concubina di Anu. Pur se Ea era profondamente innamorato di Ninmah, non gli venne concesso il permesso di sposarla. Enlil, invece, ebbe un figlio da lei, Ninurta. Questi, sia pure nato al di fuori del matrimonio, diventava di fatto l’erede incontestato di Enlil, in quanto era sia il figlio primogenito, sia il figlio nato da una sorellastra regale. Ea, come racconto nella serie delle Cronache Terrestri, era alla testa del primo gruppo di cinquanta Anunnaki che scese sulla Terra per estrarre l’oro necessario a proteggere l’atmosfera di Nibiru, atmosfera che si andava assottigliando sempre più. Quando il piano non dette i risultati sperati, il fratellastro Enlil venne inviato alla testa di altri Anunnaki per portare rinforzi alla Missione Terra. E, come se ciò non fosse stato sufficiente a creare un’atmosfera ostile, giunse sulla Terra anche Ninmah in qualità di ufficiale medico… Un lungo testo, meglio noto come l’Epica di Atrahasis, si apre narrando la storia di uomini e dèi con la visita sulla Terra di Anu, visita che aveva il compito di porre fine – una volta e per tutte – alla rivalità fra i due suoi figli e che stava rovinando la vitale missione (almeno, ciò era quanto lui sperava). Anu si offrì persino di restare sulla Terra e di affidare la reggenza su Nibiru a uno dei due fratellastri. A tale scopo, così ci racconta l’antico testo, venne tirato a sorte chi sarebbe rimasto sulla Terra e chi, invece, sarebbe salito sul trono di Nibiru: Gli dèi si strinsero le mani. Tirarono a sorte, tirando a sorte si divisero i compiti: Anu avrebbe fatto ritorno a Nibiru, sul suo trono sarebbe rimasto. L’Eden [la Terra] fu destinato a Enlil,affinché fosse il Signore del Comando, così come indicava il suo nome. I mari e gli oceani furono concessi a Ea come suo dominio. Anu, dunque, fece ritorno su Nibiru come re. Ea, una volta ottenuto il dominio sui mari e sulle acque per placare il suo risentimento (è il “Poseidone” dei Greci e il “Nettuno” dei Romani), assunse l’epiteto di EN.KI (“Signore della Terra”); ma fu EN.LIL (“Signore del Comando”) ad assumere il comando supremo: «L’Eden fu destinato a Enlil, affinché fosse il Signore del Comando». Volente o nolente, Ea/Enki dovette fare buon viso a cattivo gioco perché non poteva contestare né le regole di successione, né ciò che la sorte aveva deciso per loro; e quindi, il risentimento, la rabbia per la giustizia negata e la determinazione logorante di vendicare i torti subiti dal padre e dagli antenati – di conseguenza anche da lui stesso – avrebbero in seguito indotto Marduk, figlio di Enki, a ricorrere alle armi. Numerosi testi descrivono come gli Anunnaki crearono il proprio insediamento nell’E.DIN (Sumer postdiluviana), ciascuno con una funzione specifica, seguendo fedelmente un piano prestabilito. La connessione con lo spazio (capacità di stare costantemente in comunicazione con il pianeta natale, con le navette e le astronavi) veniva mantenuta dal posto di comando di Enlil che si trovava a Nippur, il cui cuore era il DUR.AN.KI (“Legame Cielo-Terra”), una camera avvolta nella semioscurità. Un’altra importante struttura era il porto spaziale situato a Sippar (“Città degli Uccelli”). Nippur si trovava al centro di cerchi concentrici lungo i quali sorgevano le altre “città degli dèi”; tutte insieme creavano un corridoio di atterraggio per una navicella spaziale, il cui punto focale era la caratteristica topografica più visibile del Medio Oriente: le vette gemelle del Monte Ararat. Quando il Diluvio «spazzò la Terra», cancellò tutte le città degli dèi con il Centro di controllo della missione e il porto spaziale, e seppellì l’Edin sotto milioni di tonnellate di fango e melma.


Bisognava ricominciare tutto daccapo – ma molte cose non avrebbero più potuto essere le stesse. Innanzitutto era necessario creare un nuovo porto spaziale, con un nuovo Centro di controllo della missione e nuovi punti di riferimento per il corridoio di volo. Questo venne nuovamente ancorato alle vette gemelle dell’Ararat; ma dovettero essere creati ex novo gli altri riferimenti: il porto spaziale nella penisola del Sinai, sul 30° parallelo nord; vette gemelle artificiali, le piramidi di Giza, come fari di segnalazione per l’atterraggio; e un nuovo Centro di controllo della missione in un luogo chiamato Gerusalemme. Questa progettazione avrebbe svolto un ruolo cruciale negli eventi postdiluviani.


Il Diluvio fu un punto di svolta nelle relazioni fra uomini e dèi: a partire da quel momento i Terrestri, creati per servire e lavorare al servizio delle divinità, vennero considerati alla stregua di giovani partner su un pianeta devastato. La nuova relazione fra uomini e dèi venne formulata, sancita e codificata allorché, nel 3800 a.C. circa, in Mesopotamia venne data all’umanità la prima civiltà evoluta. Quell’evento, di portata epocale, fu conseguenza di una visita di stato compiuta da Anu, non soltanto in qualità di sovrano di Nibiru, ma anche in qualità di capo del pantheon, sulla Terra, degli antichi dèi. Un’altra ragione per la sua visita (probabilmente la principale) fu la necessità di sancire la pace fra gli stessi dèi – e di creare un accordo bonario dividendo le terre del Vecchio Mondo fra i due principali clan di Anunnaki: gli Enliliti e gli Enkiti. Infatti la situazione che si era venuta a creare dopo il Diluvio e la nuova ubicazione delle infrastrutture spaziali richiedevano una nuova divisione territoriale fra gli dèi. Questa divisione venne riportata nella Tavola dei Popoli (Genesi, capitolo 10), dove venne registrata per nazionalità e geografia la diffusione dei discendenti dei tre figli di Noè: l’Asia a Sem, l’Europa ai discendenti di Iafet, l’Africa a Cam. I documenti storici mostrano che la divisione fra gli dèi attribuì i primi due continenti agli Enliliti, il terzo a Enki e ai suoi figli. La penisola del Sinai, che fungeva da collegamento – dove era ubicato il porto spaziale postdiluviano – venne considerata una Regione Sacra e, perciò, neutrale. Mentre la Bibbia elenca semplicemente le terre e le nazioni in base alla divisione fra i figli di Noè, i primi testi sumeri riportano che la divisione fu un atto deliberato, il risultato di una scelta operata dai leader degli Anunnaki. L’Epica di Etana ci racconta che: I grandi Anunnaki che decretano i fati si scambiarono consigli a proposito delle terre. Gli Anunnaki decisero di creare le quattro regioni, di creare le città. Nella Prima Regione, la terra fra il Tigri e l’Eufrate (Mesopotamia), fiorì la prima civiltà del genere umano a noi nota, Sumer. Laddove prima del Diluvio sorgevano le città degli dèi sorsero ora le Città dell’Uomo, ciascuna con il proprio recinto sacro, nel cui ziggurat risiedeva una divinità: Enlil a Nippur, Ninmah a Shuruppak, Ninurta a Lagash, Nannar/Sin a Ur, Inanna/Ishtar a Uruk, Utu/Shamash a Sippar, eccetera. In ciascuno di questi centri urbani veniva scelto un EN.SI, “Giusto Pastore” – inizialmente un semidio – affinché governasse per conto degli dèi; suo principale compito era promulgare i codici di morale e di giustizia. Nel recinto sacro un sacerdote supervisionava le celebrazioni festive e si occupava dei riti delle offerte, dei sacrifici e delle preghiere agli dèi. L’arte e la scultura, la musica e la danza, la poesia e gli inni e, in particolare, la scrittura e la tenuta dei documenti, fiorivano nei templi e da lì giungevano poi al palazzo reale. A rotazione, una di queste città veniva scelta quale capitale del paese; in quel caso il sovrano diventava re, LU.GAL (“Grande Uomo”). Inizialmente, e per lungo tempo, questa persona, la più potente del paese, fungeva sia da re che da sommo sacerdote. Veniva scelta con grande cura perché si riteneva che il suo ruolo, la sua autorità e tutti i simboli fisici del potere sovrano provenissero direttamente dal cielo: da Anu che viveva su Nibiru. Un testo sumero che trattava l’argomento affermava che prima che i simboli del potere sovrano (tiara/corona e scettro) e della giustizia (il bastone del pastore) venissero dati a un re terrestre, venivano «depositati ai piedi di Anu in cielo». A riprova di ciò, il vocabolo sumero per indicare il potere sovrano era Anuship. Questo aspetto del “potere sovrano”, quale essenza stessa di civiltà, giusto comportamento e codice morale per il genere umano, era espresso esplicitamente nell’affermazione riportata nella Lista sumera dei Re secondo la quale dopo il Diluvio, «il potere sovrano venne fatto discendere dal cielo sulla Terra». Si tratta di un’affermazione molto profonda, da tenere bene a mente man mano che proseguiamo nella lettura di questo libro fino ad arrivare alle attese messianiche – secondo le parole del Nuovo Testamento, per il Ritorno del Regno del Cielo sulla Terra. Nel 3100 a.C. una civiltà molto simile a quella sumera – pur se non identica – si insediò nella Seconda Regione, in Africa, lungo il fiume Nilo (Nubia ed Egitto). La sua storia non fu armoniosa quanto quella degli Enliliti, perché rivalità e litigi continuarono fra i sei figli di Enki, ai quali non vennero assegnate città, bensì intere regioni. Di grande rilevanza fu un conflitto di lunga durata fra il primogenito di Enki, Marduk (Ra in Egitto) e Ningishzidda (Thoth in Egitto), un conflitto che portò all’esilio di Thoth e di un gruppo di suoi seguaci africani nel Nuovo Mondo (dove Thoth venne conosciuto con il nome di Quetzalcóatl, il Serpente Alato). Lo stesso Marduk/Ra venne punito ed esiliato allorché, opponendosi al matrimonio fra Dumuzi (suo fratello minore) e Inanna/Ishtar (nipote di Enlil), causò la morte dello stesso Dumuzi. In una sorta di “risarcimento”, nel 2900 a.C. circa, a Inanna/Ishtar venne garantito il dominio sulla Terza Regione civilizzata, quella della Valle dell’Indo. Vi era un motivo ben preciso per cui le tre civiltà – e il porto spaziale nella regione sacra – erano poste sul 30° parallelo nord .Stando ai testi sumeri, gli Anunnaki stabilirono il potere sovrano – la civiltà e le sue istituzioni (ne è un chiaro esempio la Mesopotamia) – quale nuovo ordine nelle loro relazioni con il genere umano, in cui i re/sacerdoti fungevano sia da legame, sia da barriera fra uomini e dèi. Ma se si guarda a quella che sembra un’età “aurea” nelle relazioni fra uomini e divinità si nota chiaramente che le vicende degli dèi dominavano e determinavano costantemente le vicende degli uomini e il destino dell’umanità stessa. Su tutto predominava la ferrea volontà di Marduk/Ra di porre riparo ai torti subiti da suo padre Ea/Enki allorché, a causa delle regole di successione degli Anunnaki, gli era stato soffiato il titolo di Erede Legittimo di Anu, attribuito invece a Enlil.
In base al sistema sessagesimale (ossia su base sessanta) che gli dèi trasmisero ai Sumeri, ai dodici Grandi Dèi del pantheon sumero vennero assegnati ranghi numerici: ad Anu venne assegnato il rango supremo di 60; il rango di 50 venne dato a Enlil, il rango di 40 a Enki, e così a decrescere, alternando fra divinità maschili e femminili. Secondo le regole di successione, a Ninurta, figlio di Enlil, spettava il rango di 50 sulla Terra, mentre Marduk, aveva un rango nominale di 10; inizialmente questi due aspiranti successori non facevano nemmeno parte delle dodici “divinità dell’Olimpo”. Ed ecco la lunga, devastante e implacabile lotta iniziata da Marduk, che cominciò con la lite fra Enlil ed Enki, che si focalizzò poi sul contenzioso con Ninurta, figlio di Enlil, per la successione al rango di 50 e che, infine, coinvolse anche Inanna/Ishtar, nipote di Enlil. Infatti, il suo matrimonio con Dumuzi, figlio minore di Enki, suscitò un’opposizione talmente forte da parte di Marduk da sfociare nella morte dello stesso Dumuzi. Nel corso del tempo Marduk/Ra si scontrò anche con gli altri fratelli e fratellastri, per non parlare del già citato conflitto con Thoth – in particolare ricordiamo la sua lotta con Nergal, figlio di Enki, che sposò Ereshkigal, nipote di Enlil.
A volte, nel corso di queste schermaglie, i conflitti si trasformarono in vere e proprie guerre fra i due clan divini; nel mio libro Guerre atomiche al tempo degli dèi ho chiamato alcune di queste “Guerre della Piramide”. Nel corso di una, in particolare, Marduk venne seppellito vivo all’interno della Grande Piramide; in un’altra, fu catturato da Ninurta. In un caso Marduk venne esiliato per punizione, in un altro si allontanò per scelta. Tra i suoi continui sforzi per ottenere lo status che riteneva gli spettasse di diritto, ricordiamo anche l’episodio della Torre di Babele narrato nella Bibbia; ma alla fine, dopo numerosi fallimenti, il successo gli arrise allorché Terra e Cielo si allinearono con l’Orologio Messianico. A dire il vero, la prima serie di eventi catastrofici del XXI secolo a.C. e l’attesa messianica che li accompagnò sono, in sostanza, la storia stessa di Marduk, ponendo anche al centro della scena suo figlio Nabu – semidivino, perché figlio di un dio e di una terrestre. Lungo tutta la storia di Sumer, durata circa duemila anni, la capitale reale si è spostata da Kish (prima città di Ninurta), a Uruk (la città che Anu aveva garantito a Inanna/Ishtar) e a Ur (sede di Sin e centro sacro); poi ad altre e poi nuovamente a queste; alla fine la capitale tornò a Ur. Ma in tutto questo lasso di tempo Nippur, la città di Enlil, “il suo centro di culto” – come la definiscono gli studiosi – rimase il centro religioso di Sumer e dei Sumeri; era lì che veniva determinato il ciclo annuale di venerazione degli dèi. I dodici “dèi dell’Olimpo” del pantheon sumero, ciascuno con il proprio omologo celeste fra i dodici membri del sistema solare (Sole, Luna e dieci pianeti, incluso Nibiru), vennero onorati con un mese ciascuno nel ciclo di un anno, composto da dodici mesi. Il vocabolo sumero per indicare “mese”, EZEN, significava in realtà “vacanza, celebrazione”; ciascuno di questi mesi celebrava l’adorazione di una delle dodici divinità supreme. Fu il bisogno di determinare il momento esatto in cui ciascuno di questi mesi iniziava e terminava (e non per consentire ai contadini di sapere quando seminare o fare il raccolto, come ci raccontano i testi scolastici) che, nel 3760 a.C., portò all’introduzione del primo calendario dell’umanità, meglio noto come Calendario di Nippur. Era infatti compito dei suoi sacerdoti determinare le complesse scadenze del calendario e annunciare, a tutto il paese, le date delle festività religiose. Quel calendario religioso è usato ancora oggi dagli Ebrei, per i quali, infatti, il 2006 corrisponde al 5766. Prima del Diluvio, Nippur era il Centro di controllo della missione, il posto di comando di Enlil dove pose il DUR.AN.KI, il “Legame Cielo-Terra” per le comunicazioni con il pianeta natale Nibiru e con le navicelle spaziali che fungevano da collegamento. (Dopo il Diluvio, queste stesse funzioni vennero spostate in una località che sarebbe stata chiamata Gerusalemme.) La sua posizione centrale, equidistante dagli altri centri funzionali nell’E.DIN  era anche equidistante dai “quattro angoli del mondo”, conferendole così l’attributo di “Ombelico del Mondo”. Un inno dedicato a Enlil parlava di Nippur e delle sue funzioni in questi termini: Enlil, quando segnasti i confini degli insediamenti divini sulla Terra, erigesti Nippur come tua città …
Tu fondasti il DUR.AN.KI al centro dei quattro angoli del mondo. Anche nella Bibbia troviamo l’espressione “Quattro angoli del mondo”; e quando, dopo il Diluvio, Gerusalemme sostituì Nippur quale Centro di controllo della missione, anch’essa venne ribattezzata Ombelico del Mondo. In sumero, l’espressione per indicare le quattro regioni della Terra era UB, ma a volte la troviamo anche come AN.UB – i quattro “angoli” celesti – in questo caso specifico un termine astronomico legato al calendario. Fa riferimento ai quattro punti del ciclo annuale Terra-Sole che oggi chiamiamo solstizio d’estate, solstizio d’inverno, equinozio di primavera ed equinozio d’autunno. Nel calendario di Nippur, l’anno aveva inizio nel giorno dell’equinozio di primavera ed è rimasto invariato nei calendari successivi del Vicino Oriente. Stabiliva il momento della festività più importante dell’anno: la festa del Nuovo Anno, un evento che durava ben dieci giorni, durante i quali dovevano essere seguiti rituali molto precisi. Per determinare il momento calendarico in base alla Levata Eliaca era necessario osservare i cieli all’alba, quando il Sole inizia a sorgere a est, tuttavia la volta celeste è ancora sufficientemente scura da mostrare le stelle. Una volta stabilito il giorno dell’equinozio – in cui notte e giorno hanno pari durata – veniva marcata la posizione del Sole alla levata eliaca, ergendo una colonna di pietra per guidare le future osservazioni – una procedura che venne seguita in epoca successiva, a Stonehenge, in Gran Bretagna; e, come nel caso di Stonehenge, le osservazioni a lungo termine rivelarono che il gruppo di stelle (“costellazione”) sullo sfondo era cambiato, non era più lo stesso . Lì, infatti, la pietra di allineamento chiamata “Pietra del Tallone” – che, ancora oggi, indica il sorgere del Sole al solstizio – nel 2000 a.C. circa puntava proprio al levar del Sole.
Il fenomeno, chiamato precessione degli equinozi, o semplicemente precessione, deriva dal fatto che quando la Terra completa un’orbita annuale attorno al Sole, non ritorna nello stesso identico punto celeste. Vi è un lieve ritardo orbitale di un grado ogni 72 anni (1 su 360°). Fu Enki che, per primo, raggruppò in “costellazioni” le stelle osservabili dalla Terra e divise in dodici parti i cieli in cui la Terra orbitava attorno al Sole (da allora è stato chiamato circolo zodiacale delle costellazioni) . Poiché ciascuna dodicesima parte del circolo occupava 30 gradi dell’arco celeste, il passaggio da una casa zodiacale all’altra durava (matematicamente) 2.160 anni (72 × 30), e un ciclo completo dello zodiaco durava 25.920 anni (2.160 × 12). Qui, per aiutare il lettore, ho inserito le date approssimative delle Ere Zodiacali – che seguivano la divisione in dodici parti uguali e non le osservazioni astronomiche vere e proprie, che hanno un leggero scarto. Che queste nozioni risalgono a un periodo antecedente la civiltà stessa dell’umanità è attestato dal fatto che il calendario zodiacale venne applicato al primo soggiorno di Enki sulla Terra (quando le prime due case zodiacali vennero chiamate in suo onore); e che non si tratti affatto della scoperta di un astronomo greco (Ipparco) vissuto nel III secolo a.C. (come suggeriscono ancora oggi la maggior parte dei testi scolastici) è attestato dal fatto che, millenni prima, i Sumeri conoscevano già le dodici case zodiacali, con i loro nomi  e con le loro raffigurazioni , raffigurazioni che noi usiamo ancora oggi.

1. GU.AN. NA (“Toro celeste”), Toro
2. MASH.TAB.BA (“Gemelli”), Gemelli
3. DUB (“Tenaglie”, “Molle”), Cancro
4. UR.GULA (“Leone”), Leone
5. AB.SIN (“Il cui padre era Sin”), (“la Fanciulla”), Vergine
6. ZI.BA.AN.NA (“Fato Celeste”), “la Scala”, Bilancia
7. GIR.TAB (“Ciò che Afferra e Taglia”), Scorpione
8. PA.BIL (“il Difensore”), l’Arciere, Sagittario
9. SUHUR.MASH – (“Pesce-capra”), Capricorno
10. GU (“Signore delle Acque”), il Portatore d’Acqua, Acquario
11. SIM.MAH (“Pesci”), Pesci
12. KU.MAL (“Abitatore del Campo”), Ariete


In Gli architetti del tempo ho discusso a lungo dei calendari degli dèi e degli uomini. Poiché gli dèi provenivano da Nibiru, il cui periodo orbitale, SAR, era di 3600 anni terrestri, quell’unità fu naturalmente la prima unità di misura degli Anunnaki anche sulla Terra, pur se il nostro pianeta orbitava più velocemente. I testi che narrano dei loro primi giorni sul nostro pianeta, come la Lista sumera dei Re, definivano i periodi di regno di questo o quel re in sars. Io l’ho chiamato Tempo Divino. Si chiama invece Tempo Terrestre il calendario dato al genere umano, che si basava sugli aspetti orbitali della Terra (e della sua Luna). Tra il Tempo Divino e quello Terrestre vi è il Tempo Celeste, o tempo zodiacale: infatti, la precessione zodiacale di 2.160 anni (meno di un anno per gli Anunnaki) offriva una migliore proporzione fra questi due estremi: la “proporzione aurea” (10 : 6). Come aveva scoperto Marduk, quel Tempo Celeste era “l’orologio” con il quale sarebbe stato determinato il suo destino. Ma quale era l’Orologio Messianico dell’umanità, che ne determinava fato e destino – il Tempo Terrestre, come il conto di un giubileo ogni cinquanta anni, un conto in secoli o il millennio? Era il Tempo Divino, legato all’orbita di Nibiru? Oppure era – ed è – il Tempo Celeste che segue la lenta rotazione dell’orologio zodiacale? Il dilemma, come vedremo, ha tormentato gli uomini sin dall’antichità; ed è ancora il fulcro attorno al quale ruota l’argomento del “Ritorno”. Questa domanda è stata già posta nel passato: dai sacerdoti-astronomi babilonesi o assiri, dai profeti biblici; è stata affrontata nel Libro di Daniele, nell’Apocalisse di Giovanni; è stata affrontata da personaggi del calibro di Sir Isaac Newton, nonché da tutti noi, oggi. La risposta ci sorprenderà. Partiamo ora alla volta di questa approfondita ricerca.

domenica 10 aprile 2016

SULL' ORIGINE MEDIORIENTALE DELLA CULTURA E DELLA SCRITTURA CINESI

SULL' ORIGINE MEDIORIENTALE DELLA CULTURA E DELLA SCRITTURA CINESI
                                           di ALESSANDRO DEMONTIS

Ritengo che le prove genetiche, archeologiche e linguistiche, lascino ormai pochissimi dubbi (se non nessuno) riguardo al fatto che la scrittura cinese sia derivata (o abbia subito influenze formative alle sue origini) da quella sumera o da una più recente comunque legata a quella sumera, probabilmente quella elamita.La dispersione genetica [Fig.1] 

che dall' aplogruppo mtDna M1, originario del nord-est africano e mossosi oltre 40.000 anni fa verso il medioriente (penisola Araba e Mesopotamia), ha portato agli aplogruppi M7 ed M9 tipici della Cina, é un forte indicatore di questa origine, e l' intervallo di tempo intercorso tra la formazione della cultura sumera (4000-3000 a.C.) e quella cinese (2000-1800 a.C.) non può essere negato in favore di una assurda teoria di una influenza 'in senso inverso' secondo la quale sarebbe stata la cultura cinese ad influenzare quella mediorientale, basandosi unicamente su 2 assunti: la presenza di presunte forme di scrittura oracolare su ossa precedenti alla nascita della cultura sumera, e il mercato di ceramiche e terracotte di origine asiatica rinvenute in medioriente. Per di più, forme di scrittura pittografica precedenti quella sumera in fase formativa sono state trovate nel sud-est europeo (vedasi: tavole di Tartaria, civiltà Vinca), rafforzando la teoria di una origine della scrittura pitografica nella zona sud-est europea / mediorientale e il suo movimento successivo verso est, attraverso Iran ed Indukush, fino alla Cina. Si ribatte spesso a questa teoria di origine sumera-mediorientale della scrittura cinese, che la lingua sumera é un 'isolato linguistico senza parentela con altre lingue antiche', obiezione questa basata su materiale datato e su opinioni personali di studiosi arretrati. Basterà ricordare che Jules Oppert segnalò, durante i suoi studi, delle affinità tra il sumero, il turco, l' ungherese ed il finnico. Samuel N. Kramer ne parla nel suo libro del 1963: “The Sumerians: Their History, Culture, and Character”. Già all' epoca in cui questi studiosi ritenevano il sumero un' entità linguistica isolata, eminenti studiosi della materia avevano notato ed evidenziato il legame tra la scrittura pittografica / cuneiforme sumera (o più genericamente mediorietale – spesso ricorre il termine 'Caldea') e la scrittura cinese, nonchè tra le loro rispettive filologie e fonologie. Il quadro in cui questo legame si dipana é il seguente: popolazioni mediorientali di lingua sumera o sua derivata portarono nelle loro migrazioni la loro scrittura e la loro lingua verso est, stanziandosi nell' ovest dell' attuale Cina, ed interagendo / unendosi con le popolazioni locali. Nel corso delle generazioni, questa unione diede origine al sistema civile cinese ed al suo sistema linguistico.Nei decenni finali del XIX secolo e nei primi del XX secolo diversi autori trattarono questo tema, identificando questa popolazione migrante in un gruppo proveniente probabilmente da Elam, e ricordati nelal storia cinese come le tribù Bak (menzionate come Bak Sing nella letteratura cantonese). Il legame linguistico tra il medioriente e la Cina, in questo verso di diffusione, fu sostenuto nel corso dei decenni fino ad oggi da vari autori che spaziavano nel loro capo di studi dalla linguistica alla storia all' etnologia. Tra questi troviamo almeno i seguenti nomi: 
-    C.J.Ball
-    Terriene DeLacouperie,
-    Edward T.C. Werner
-    John Thomas Painter
-    Eden Naby  

I lavori più famosi in questo ambito sono senza dubbio quelli di Ball e di DeLacouperie, studiosi la cui formazione accademica classica e la cui esperienza come docenti é riconosciuta. Ball fu professore di lingue semitiche, fu istruttore di lingue semitiche alla Mechant Taylor School, e i suoi libri furono pubblicati dalla British Academy. DeLacouperie fu professore di filologia indo-cinese alla University College di Londra, e fu uno dei maggiori sinologisti del suo tempo. Ball in particolare fu veramente prolifico di opere ringuardanti la comparazione linguistica: fu autore di un libro sul 'nuovo accadico', fu autore del lessico sumero-cinese, di un lessico ebraico con grammatica, e fu analista e revisore di alcuni libri sulla Genesi ebraica. DeLacouperie fu autore di due libri molto importanti: "The languages of china before chinese" nel 1887 e “The old babylonian characters and their chinese derivates" nel1888. Nel primo [fig.2]
egli identifica la popolazione cinese originale come un mix nato dall' unione delle popolazioni autoctone cone quelle che venivano chiamate Tribu Bak, entrate in Cina e stanziatesi nel sud-est attraverso il 'corridoio nordoccidentale' che attraversava l' Indukush e si originava nell' Iran. Nel secondo libro egli dichiara di ritenere che il sistema di scrittura cinese nasce da quello babilonese attraverso l' elamita.

Qui di seguito i liks ai suoi due libri:

- Terrien de Lacouperie, "The languages of China before the Chinese, researches on the languages spoken by the pre-Chinese races of China proper previously to the Chinese occupation" https://archive.org/details/languagesofchina00terr
 

- Terrien de Lacouperie, "The Old Babylonian Characters and Their Chinese Derivates" https://archive.org/details/oldbabylonianch00lacogoog  

Le idee proposte da Ball e da DeLacouperie furono in genere avversate da coloro che non credevano nella linguistica comparativa, tra essi troviamo senza dubbio come principali critici gli autori James Legge e Gustaaf Schlegel. Nessuno di questi critici però andò mai a fondo, nelle sue critiche, fino ad una analisi dei contenuti linguistici analizzati da Ball e da DeLacouperie, le critiche si limitavano sempre a offese ed accuse di 'cattiva scolarità', rimarcando come “gli studiosi seri non condividessero queste strane teorie”. Un esempio di critica al lavoro di DeLacouperie - il quale col tempo invece ha avuto giustizia proprio dalle successive scoperte archeologiche e linguistiche - fu quella di Schlegel secondo il quale “Il suo metodo [di deLacouperie, nda] di dissezionare ogni carattere cinese e dagli un valore fonetico” era un errore. Inoltre secondo Schlegel un altro errore consisteva nel fatto che DeLacouperie vedesse il verso di influenza da Elam e dalla Caldea verso la Cina, perchè non era nemmeno certo che queste civiltà fossero precedenti a quella cinese. Col tempo si é appunto scoperto che i caratteri ideografici cinesi hanno DI FATTO valore fonetico, e che le civiltà di Caldea ed Elam sono state DI FATTO precedenti a quella cinese. Per chi volesse leggere le critiche di Schlegel, a titolo puramente documentale, riportiamo che queste sono state riportate da Girardot nel suo libro: "The Victorian Translation of China: James Legge's Oriental Pilgrimage". Ciò che va chiarito, riguardo alla teoria di una origine mediorientale della cultura cinese, é che questa non fu ipotizata da questi 'strani' autori, ma era una nozione che nella seconda metà del XIX secolo appariva già consolidata; ne scriveva già John Thomas Painter nel suo libro "Ethnology: or The History & genealogy of the human race" (1879), dedicando a questa ozione vari capitoli. Del resto i due personaggi critici che abbiamo citato non avevano nessun background affidabile per poter effettare critiche linguistiche: James Legge era un missionario inglese che apprese la lingua cinese 'per strada' ed insegnava letteratura classica cinese, non linguistica, né aveva la minima conoscenza della storia dell' evoluzione della lingua e della grafia cinesi. Gustaaf Schlegel era un praticante apparentemente molto dotato nella conoscenza parlata di vari dialetti cinesi, ma che non aveva nessuna formazione. La sua opera principale fu un dizionario olandese-cinese, e fu inoltre autore di alcuni saggi letterari, di un saggio sulle usanze cinesi, ma mai di saggi linguistici. Eppure Schlegel pretese di poter criticare il lavoro di DeLacouperie, il quale oltre ad aver imparato il cinese ad HongKong, studiò lingue orientali a scuola, e pubblicò come primo lavoro un trattato di fonologia cinese in ben 8 volumi!! DeLacouperie fu anche docente di fonologia cinese, e ricevette ben due premi per i suoi contributi allo studio della fonologia orientale. E che dire di Ball? Il suo lavoro più importante é stato senz' altro il libro “Chinese and Sumerian” pubblicato nel 1913 dalla Oxford University Press mentre era lecturer alla Università di Oxford, dove si era laureato con il grado di Master of Art. In questo libro egli offre un lessico comparativo di ben 116 pagine, con una media di 10 termini per pagina, oltre a una sezione comparativa dei segni cinesi arcaici (Ku-Wen) e dei prototipi sumeri lunga ben 14 pagine. Abbiamo menzionato Eden Naby. Si tratta di una storica iraniana di origine assira, considerata una delle maggiori esperte di storia delle culture del medioriente. Citiamo le sue parole: “Brevemente, come la cultura cinese è gestita, evidenzia chiaramente una adozione ed assimilazione. Necessiteremmo di un attento studio delle fonti di cultura assira nei periodi antico e moderno, e dei record cinesi, per capire l' ampiezza e i mezzi con cui certi aspetti benefici del contatto culturale siano stati incorporati nella cultura cinese.” In un suo articolo la Naby cita il Cumino, 'Ziran' in iraniano, sostenendo però che gli iraniani lo introdussero in Cina nel VI secolo... attualmente sappiamo invece che il cumino originò in Siria ed era già abbondantemente conosciuto ed usato in età Sargonica, quando era chiamato KUMUNU (usando i segni sumeri: U2.GAMUN) e che arrivò in India nel II millennio a.C. Attraverso la rotta Iranica. A confermare quanto già ipotizzato dagli autori di fine XIX secolo ed inizio del XX secolo, Ball e DeLacouperie in primis), nel 1922 fu Edward T.C. Werner, con il suo lavoro “Myths and legends of China”, da quale citiamo:

“Mettendo da parte varie teorie (tra le quali quella che i cinesi siano autoctoni e la loro civiltà indigena) ormai considerate dalle migliori autorità come insostenibili, le ricerche dei sinologi sembrano indicare una origine 1) in Accadia, o 2) nel Khotan, la valle del Tarim (l' attuale Turkestan orientale), o nelle montagne del K'un-lun. La seconda ipotesi potrebbe essere relativa solo ad un corto o lungo soggiorno nel traggito dall' Accadia verso l' ultimo stabilirsi in Cina, specialmente perchè la civiltà Khotan é ormai dimostrata essere stata importata nel III secolo a.C. Dal Punjab. Il fatto che seri errori siano stati fatti nell' identificazione dei primi reggenti cinesi con i re babilonesi, e dei cinesi po-hsing (cantonesi bak-sing) con i Bak Sing o con le Tribu Bak, non esclude la possibilità di uan origine accadica. Ma in ogni caso l' immigrazione in Cina fu probabilmente graduale, e potrebbe aver seguito la rotta dall' Asia centrale od occidentale verso le rive del Fiume Giallo, o potrebbe aver seguito quella verso sud-est attraberso il Burma e poi a nord-est attraverso ciò che oggi é la Cina.”


ALESSANDRO DEMONTIS  2016

sabato 9 aprile 2016

CONSIDERAZIONE SULL' ORO, I METALLI E IL SUDAFRICA

E' doverosa una premessa sull' argomento 'oro' in relazione alla teoria di Sitchin.
La sua é una 'intuizione' che si basa prevalentemente su 2 testi accadici catalogati come VR30-49/50 e III.R57 in cui viene usato il termine NIMIKI/NIMIKU.
La traduzione ufficiale di questi testi nei loro passaggi riporta "Shala dea di Nimiki" = 'signora che tiene il bronzo splendente' e 'é da Bit Nimiku che provvengono oro e argento'.
Un altro testo dichiara che 'Abzu é Nikbu' dove secondo Sitchin il termine Nikbu dà origine alla radice semitica Nekba = scavo o trivellamento nel terreno.
Il termine Bit Nimiku é stato tradotto generalmente con 'casa della sapienza' perchè Enki viene descritto in alcuni testi come 'Bel Nimiki' ed essendo Enki il dio della sapienza sumero a Nimiki é stato dato quel termine.
In una sua analisi però P. Jensen (autore di: la cosmologia dei babilonesi) dichiarava che la radice da cui deriva Nimiku ha a che fare con i metalli e con le miniere.

L' intuizione di Sitchin va a legare:

-il fatto che Enki fosse il signore dell' Abzu dove gli anunnaki lavoravano;

-il legame di Nimiku con i metalli;

-l' epiteto Bel Nimiki che a quel punto significherebbe Signore dei metalli;

 il fatto che nei testi riferiti al dio Gibil(colui che brucia) si parla di lui come aiutante di Enki nelle operazione del terreno dell' Abzu e come Signore della Forgia.

In altra sede ho segnalato che l' Abzu é identificato da Sitchin come la porzione d' Africa che sta tra la Tanzania e la Repubblica Sudafricana, per tutta la costa sud-orientale. Secondo Sitchin, nei testi riferiti a Gibil si specifica che i lavoratori trasportavano i prodotti con le MA.GUR.UR.NU.ABZU (navi per i minerali dell abzu).
Uno degli articoli a cui son pervenuto indagando la lavorazione dei metalli in Africa si intitola PHOENICIAN GOLD MINES IN ZIMBABWE (http://phoenicia.org/zimbabwe.html) ed esamina alcuni reperti e testi riguardanti l' estrazione di oro in Rhodesia e nel sud-est africano. Lo studio si basa molto su annali giudaici e su scritti del periodo salomonico in cui si nomina la provincia di Ophir come fonte dell' oro.
L articolo fa una analisi di tutti gli studi fatti per identificare l' Ophir stabilendo che la maggior parte degli studiosi concordano che queste regione corrispondesse appunto alla Rhodesia.
L' articolo fa poi una analisi della possibilità della presenza continuativa di canaaniti fenici(che ricordiamo secondo Sitchin erano i seguaci di Marduk e quindi di Enki nel II millennio a.C.) paragonando alcuni ritrovamenti e sopratutto lo stile architettonico di costruzioni in Zimbabwe con il modello fenicio 'a nuraghe' ed esaminando quindi la somiglianza con i nuraghi sardi, che appunto derivano dal modello fenicio-lidio.

Un estratto per chi fosse interessato:
The theory is, and it appears well founded so far as it can be proved, that the Phoenician Canaanites, who had then become the premier explorers, merchants, navigators, miners, and metallurgists of the world, occupied among other former Himyaritic colonies, the country of South-East Africa, which included Monomotapa, or Rhodesia. In occupying Monomotapa, they introduced fresh features in building, as shown not only by new Zimbabwes, which they themselves are believed to have erected in Monomotapa, but by the extensions and reconstructions of the original Zimbabwes. In the Great Zimbabwe, the peculiarity of building in terraces rising in tiers is altogether absent, and the original portions of Zimbabwe itself are held to have been built in the earliest period of ancient architecture extant in Rhodesia. Of course, at Zimbabwe there are reconstructions and extensions of the original building, and these reconstructions and d extensions are of various periods, with the features of such periods prominent. But in several parts of Rhodesia and other portions of Monomotapa there have been erected on the slopes or summits of the kopjes massive structures which, while following generally the first Zimbabwe type, have been built in three or more high-terraced tiers rising to the summit of the hills, surrounding them, and sometimes completely covering them. This "wedding-cake" feature, as it has been termed, is absent in all Zimbabwes built in the first period. Yet all these later Zimbabwes present all the evidence of having been erected by nature-worshippers, and contain the orientated temple "open to heaven," the sacred circle, the conical towers "the high places", the monoliths, and every evidence of Phallic worship. This class of Zimbabwe is represented, among many others, by Dhlo-dhlo, Regina, Meteme, and Khami.
There exists a marvellous similarity between these later Zimbabwes and many of the three thousand nauraghes, or terraced fortresses, which cover the island of Sardinia. In both the Rhodesian and Sardinian erections evidences of nature-worship are abundant. "The age," writes Mr. Wilmot, "of the Sardinian nauraghes goes back to a remote antiquity — to the Bronze Age — to a time when the Romans were not known on the Tiber!' Geyard (p. 6) writes: "I have no hesitation in considering the numerous round edifices of Sardinia, which are known under the name of nauraghes, as monuments of the worship of Baal." Moreover, by some of the authorities on this question, it is believed that these ruins were erected…for Phoenician worship are to be found in the Sardinian nauraghe ruins, both monoliths and stones, with the most unmistakable emblems representing a religion so vicious and debasing that in Palestine it incurred the righteous denunciations such as were hurled against Tyre and Sidon and the "high places" of Samaria where Baal was worshipped.

Altri tre documenti parlano approfonditamente delle estrazioni d' oro nella preistoria del sud-africa, in particolare della rodesia:
- Prehistoric metal-working in South West Africa (Sandelowsky)
- Ancient Mining (Thain)
- 'Ancient' mining near Great Zimbabwe (Phimister)

Articolo di Alessandro Demontis

mercoledì 6 aprile 2016

Asherah, la moglie di Dio (Yahweh)

Pensare ad un culto della dea madre all’interno della religione ebraica potrebbe a prima vista sembrare completamente insensato: in fondo stiamo parlando della religione monoteistica per eccellenza, che non ammette altra divinità all’infuori di Jahweh e che condanna senza remissione ogni pur velata forma di deviazione politeistica.
Le cose stanno certamente così, ma solo se ci riferiamo all’Ebraismo post-mosaico, mentre, in realtà, poco o nulla si può sapere con certezza sulla natura di culto ebraico prima della migrazione dall’Egitto e quel poco che riusciamo a ipotizzare su basi razionali sembra andare decisamente contro la visione classica dell’Israelitismo.
Nella storia ebraica, Abramo adora una divinità chiamata “Elohim” (e vedremo che questo termine ha una enorme importanza, essendo il plurale di “El”), che viene anche chiamato “El Shaddai” (“l’onnipotente”) o con un paio di altre varianti, mentre l’uso del “tetragrammon” si sviluppa solo dopo l’incontro di Mosé con Dio sul Monte Sinai. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è, per altro, un Dio che vuole sacrifici di animali ed espiazioni regolari, che si intromette sulla vita umana con repentinità sorprendente e che richiede atti spesso assurdi ai suoi fedeli. Il corretto rapporto umano verso questo Dio è l’obbedienza e addirittura la prima storia dell’umanità è una storia di persone oscillanti tra autonomia e obbedienza incondizionata a questo Dio antropomorfico, in cui abbondano le qualità umane e che spesso si mostra adirato verso il suo popolo. Il Dio della Genesi è, inoltre, chiaramente bisessuale, venendo alternativamente indicato con termini sia femminili che maschili: ad esempio si parla di una sua maternità (e non, come erroneamente tradotto in seguito, paternità), di un suo “parto con doglie” dell’umanità, mentre viene indicato come “padre”  solo due volte in tutto il primo libro della Torah .
Sulla base delle discrepanze tra visione divina pre-mosaica e post-mosaica, alcuni studiosi hanno concluso che un vero e proprio rigido monoteismo sia iniziato solo dopo l’Esodo, tra il 1300 e il 1200 a.C., mentre in precedenza, non diversamente dagli altri culti semiti, la religione ebraica era animista, cioè basata sul culto delle forze della natura, magistica, cioè sviluppata su pratiche di magia imitativa, e sostanzialmente antropomorfica, con un culto del trascendente che apparirà solo in un secondo tempo.
Soprattutto (e qui sta certamente l’elemento più stupefacente) era una religione politeistica, in cui singole tribù probabilmente adoravano divinità diverse. E’ soprattutto questa ipotesi che ha mosso le ire di letteralisti sia ebrei che cristiani, che hanno accusato i suoi sostenitori di trarre conclusioni fondate sul nulla e relative ad epoche su cui nessuna fonte ci può informare correttamente.
Lasciando da parte il fatto che la stessa obiezione può essere rivoltata proprio contro i letteralisti, dal momento che non un solo versetto della Genesi ci conferma che un Dio nazionale esistesse già al tempo dei patriarchi, in effetti qualche prova a sostegno di una teoria politeista esiste e deriva da una lettura attenta della Bibbia.
Cancelliamo per un istante tutta la costruzione teologica che è diventata parte del nostro substrato culturale e poniamo, anche solo per assurdo, come mera ipotesi, l’assunto che la religione ebraica non si sia sviluppata singolarmente ma derivi da un più ampio nucleo religioso-mitologico mediorientale, da cui derivano tutte le religioni del Mediterraneo orientale, incluse quelle sumeriche e greco-arcaiche. Sarebbe possibile trovare elementi a sostegno di questa idea?
Effettivamente sì. Solo per fare qualche esempio e senza scendere nei particolari, è impossibile non notare la quasi perfetta sovrapponibilità del racconto di Noè e del diluvio universale con quello del diluvio di Gilgamesh o di quello di Deucalione e Pirra; la somiglianza delle vicende di Eva con quelle di Pandora; la sovrapponibilità del racconto di Sodoma e Gomorra con il mito di Enki ed Enlil.
Ma, soprattutto, una teoria di questo genere renderebbe ragione di alcuni elementi davvero oscuri della Tanakh:
 
–       in Geremia 10:11 troviamo: “«Così direte loro: ‘Gli dèi che non hanno fatto i cieli e la terra scompariranno dalla terra e da sotto il cielo’»“, che, evidentemente, implica l’esistenza di più dei anche se con ruoli diversi;
–       in Genesi 1:2 abbiamo “In principio Dio creò il cielo e la terra“, che a prima vista potrebbe effettivamente sembrare un’affermazione molto monoteista, ma in cui, come accennato, se si legge l’originale ebraico, Dio è designato con la parola “Elohim” che è plurale (dei) di “El” o “Eloha” (dio), risultando come “il principio gli dei crearono…”, né vale riferirsi al verbo al singolare, visto che esso può tranquillamente indicare un collettivo (l’insieme degli dei) o pensare ad una variazione linguistica intervenuta nel corso del tempo, perché fino almeno a Genesi 2:4 “Elohim” viene usato per indicare dei (stranieri) al plurale;
–       in Esodo 22:28 leggiamo, nell’originale ebraico, “non bestemmierai contro gli dei e non maledirai il principe del tuo popolo“, che, ancora una volta, implica l’esistenza di più dei, né è fondata l’obiezione di alcuni che qui ci si riferisca a dei stranieri e falsi, perché non avrebbe alcun senso una proibizione di bestemmiare contro di loro;
–       in Salmi 136:1, infine, si recita “Lodate il Dio degli dei: perché la sua misericordia dura per sempre“, che ha poco senso se non pensando ad un pantheon di divinità di cui uno degli dei è a capo (un po’ come Zeus in Grecia ).
Insomma, l’eventualità che in epoca mosaica si sia passati, attraverso canali usuali di inglobamento di divinità tribali minori da parte di divinità di tribù vincenti, da un politeismo di radice indo-europea al classico monoteismo ebraico e che tracce sparse del culto precedente siano rimaste all’interno della Tanakh esiste e appare non così remota.
E’ all’interno di questo quadro che va inserita la possibilità, in fondo piuttosto ovvia se si parte dal presupposto di un origine comune per le varie religioni mediterranee, di esistenza di una dea madre all’interno dell’antica religione israelita.
In questo senso, qualche anno fa, ha fatto piuttosto scalpore un testo scritto dal celebre storico e antropologo ebreo Raphael Patai in cui l’autore ha sostenuto che la religione ebraica non solo storicamente avrebbe avuto elementi di politeismo, ma che tali elementi si sono concentrati specialmente sull’adorazione di dee e, in primo luogo, su un culto della dea madre. Il libro sostiene tale teoria attraverso l’interpretazione di numerosissime e difficilmente oppugnabili fonti archeologiche e testuali che non è qui il caso di ripercorrere e, in effetti, risulta assolutamente evidente che numerosi esseri divini femminili siano da tempi immemorabili presenti nel folklore ebraico e nelle rappresentazioni artistiche semitiche, da Astarte ad Anath, da Ashima o Asherah ai cherubini (che nell’originale ebraico sono “le cherubine”) nel Tempio di Salomone, da Matronit (Shekhinà), alla Sposa dello Shabbat, con, tra l’altro, ben precisi rituali ad esse legati, quali quelli di unione (“Yichudim”) di Dio con la sua Shekinah.
Proviamo a dare una rapida scorsa ad alcune di tali poco conosciute presenze femminili nella cultura ebraica.
Ashima (in ebraico אֲשִׁימָא) era una delle divinità protettrici delle singole città della Samaria menzionate espressamente  nella Bibbia ebraica, in un passo di 2 Re 17:30 in cui il processo di assorbimento delle divinità locali da parte della divinità nazionale Yahweh risulta piuttosto chiaro. In origine Ashima era una dea semitica occidentale della sorte legata alla dea accadica Shimti (“destino”), ma appare come “Ashim-Yahu” e “Ashim-Beth-El” nel tempio ebraico a Elefantina in Egitto.
Nel ciclo ugaritico di Baal / Hadad Anath, invece, è una violenta dea della guerra, una vergine guerriera che, in riferimenti più tardi, diventa amante di Baal, figlio di El, oppure una delle sue mogli dal momento che nella cultura semitica nord-occidentale era permesso avere più mogli e legami al di fuori del matrimonio erano normali per le divinità in tutti i pantheon.
Nella nord-cananea “Leggenda di Aqhat”, all’appena nato Aqhat, figlio del giudice Daniel, viene dato un meraviglioso arco con frecce creato per Anath dal dio artigiano Kothar-wa-Khasis. Quando Aqhat cresce la dea Anath cerca di ottenere l’arco da lui, offrendogli in cambio anche l’immortalità, ma Aqhat rifiuta. Come Inanna nell’Epopea di Gilgamesh (i richiami tra i due racconti sono piuttosto palesi), Anath si lamenta con El che le concede di riprendersi l’arco con la forza ma quando Anath invia contro Aqhat il suo aiutante Yatpan, il figlio di Daniel rimane ucciso (innescando una sorta di faida tra la sorella di Aqhat e Yatpan) e l’arco viene perduto in mare. Lo studioso Gibson, in una ipotesi a lungo osteggiata da altri antropologi culturali, ha riconosciuto in Atath una delle mogli di El, non a caso spesso definita nei poemi ugarici semplicemente “Elat” (“la dea” per eccellenza, in quanto moglie del dio per eccellenza). Di fatto, sebbene Anath non venga  mai menzionata nelle Scritture ebraiche come dea, il suo nome è apparentemente conservato nei nomi delle città Beth Anat e Anathoth, che fanno pensare ad una antica presenza di templi a lei dedicati e, tra l’altro, l’eroe Shamgar, figlio di Anath, è menzionato in Giudici 3:31 e in Giudici 5:06, facendo pensare alla possibilità di una sua interpretazione come semidio, sebbene John Day abbia pensato piuttosto ad un uomo posto sotto la protezione della dea. Infine, è attestato che, verso il 410 a.C., i mercenari ebrei di Elefantina (l’odierna Assuan) adorassero una dea chiamata Anat-Yahu (Anath-Jahvè), venerata nel tempio originariamente costruito dai profughi della conquista babilonese della Giuda.
Se per Ashima e Anath possiamo parlare, comunque, di divinità in qualche modo straniere, retaggi periferici (samaritani e cananei) di culti precedenti, pienamente appartenente alla tradizione giudaica è la figura sacra della Shekhinah.
Il termine Shekhinah deriva dal verbo ebraico “שכן”, con il significato letterale di “stabilirsi, abitare” (ed è in questo senso molto presente nella Tanakh, ad esempio in Esodo 40:35, Genesi 09:27 e 14:13, Salmi 37:3, Geremia 33:16) e può  significare anche “regalità” o “residenza regale” (come nel Salmo 132:5): conseguentemente, nel classico pensiero ebraico, la Shekhinah si riferisce ad una abitazione o a una dimora della presenza divina, nel senso che, mentre in prossimità della Shekhinah, la connessione a Dio è più facilmente percepibile.
Ciò che risulta più interessante è la personificazione della Shekhinah con attributi femminili presente nel Talmud, che ha fatto pensare ad un retaggio culturale riferito ad una divinità arcaica, una sorta di “sposa di Dio”, la cui antropomorfizzazione sembra riemergere in ambito cabbalistico, in particolare negli scritti di Isaac Luria, nel cui celebre “Inno dello Shabbat” troviamo:
Io canto inni
per entrare nel cancello
del Campo
di mele santo.
Una nuova tavola
ci prepariamo per Lei,
un candelabro getta
la sua bella luce su di noi.
Ondeggiando a destra e sinistra
la sposa si avvicina,
in gioielli sacri
e vestimenti per festa …
Allo stesso modo, un paragrafo nello Zohar inizia così: Si deve preparare un comodo sedile con cuscini ricamati […] come uno che prepara un baldacchino per una sposa, perché essa è regina e  sposa per lo Shabbat […] È per questo che i maestri della Mishna erano soliti uscire alla vigilia di Shabbat per riceverla sulla strada, e dicevano: ‘Vieni sposa, vieni sposa’. E si deve cantare e gioire a tavola in suo onore […] si deve ricevere la Dama con molte candele accese, tanta gioia, bei vestiti, e una casa abbellita …
 
Proprio su queste basi Patai e molti altri dopo di lui hanno visto in questa figura, chiaramente simbolica, il riassorbimento post-mosaico di un culto tribale riferito ad una dea della conoscenza, a sua volta, come accennato, antropomorfizzazione di un sentire comune probabilmente simile all’eggregoro.
Tra le divinità del pantheon semitico e dell’Israelitismo pre-mosaico, comunque, la più importante doveva essere quella che più da vicino riguarda il nostro discorso sul femminino sacro: Asherah (in ebraico אֲשֵׁרָה), la dea madre semitica per eccellenza, il cui culto doveva essere diffusissimo in tutta l’area del Mediterraneo orientale se, pur con nomi leggermente diversi, la ritroviamo anche area accadica (Ashratum / Ashratu), ittita (Asherdu, Ashertu) e ugarica (Athirat). In a dea ugaritico (più esattamente trascritto come Aṯirat).
Nella letteratura ebraica la troviamo in particolare nel “Libro di Geremia” scritto intorno al 628 a.C. (Ger. 7:18 e Ger. 44:17-19, 25), in cui ci si riferisce a Asherah come “regina del cielo”(לִמְלֶכֶת הַשָּׁמַיִם).
In precedenza, nei testi di Ugarit (prima del 1200 a.C.) Athirat è quasi sempre definita come “Colei che cammina sul mare” ma, soprattutto, come “la creatrice degli dei (Elohim)”, essendo la consorte del dio El (e, infatti, tra i suoi appellativi figura anche “Elat”, forma femminile di El), caratteristica che mantiene anche in ambito ittita (Asherdu è sposa di Elkunirsa, “El il Creatore della Terra”).
Ciò che stupisce è come figurine identificata con Asherah siano sorprendentemente comuni nella documentazione archeologica dell’area palestinese, ad indicare la popolarità del suo culto fin dai primi tempi dell’esilio babilonese e come siano state trovate numerose iscrizione che collegano Yahweh e Asherah: un ostracon dell’VIII secolo a.C., rinvenuto dagli archeologi israeliani a Kuntillet Ajrud nel 1975, ad esempio, recita “io ho pregato su di voi la benedizione di YHVH nostro custode e della sua Asherah“, mentre una iscrizione di Khirbet el-Kom vicino a Hebron, reca impresso “Sia benedetto il Signore e la sua Ashera, che dai suoi nemici che lo hanno salvato!”. Allo stesso modo, tenendo presente che il simbolo di Ashera era normalmente una stele liscia, una colonna o un albero”, è impossibile non notare la quantità di raffigurazioni di questo tipo trovare in Israele e come “pali sacri” siano citati in Esodo, Deuteronomio, Giudici, 2Cronache, Isaia, Geremia e Michea.
Sia le prove archeologiche che i documento dei testi biblici dimostrano, dunque,  tensioni in periodo monarchico tra gruppi che supportavano adorazione del Signore accanto a divinità locali come Ashera e quelli che imponevano il culto del solo Yahweh: la ​​fonte deuteronomista dà certamente prova di una forte partito monoteiste durante il regno di re Giosia, alla fine del VII secolo a.C., ma la forza e la prevalenza del culto monoteistico in periodi precedenti è ampiamente dibattuta, sulla base delle interpretazioni di come gran parte della storia del Deuteronomio sia basata su fonti anteriori e di quanto tali fonti possano essere state rielaborate da redattori deuteronomistici per sostenere il loro punto di vista teologico.
E’ in questo quadro che un certo numero di studiosi, tra cui gli archeologi William G. Dever[ e Judith Hadley sostengono che, in un quadro di diffuso politeismo arcaico, Asherah, vista come dea madre creatrice e, conseguentemente, come trasposizione religiosa della fertilità e della fecondità, rappresentasse una dea consorte del Signore nella religione israelita popolare del periodo monarchico e fosse venerata come la Regina del Cielo. Altri (da Mark S. Smith a John Day e Andre Lemaire) pur non obiettando sull’esistenza di un culto politeista e sulla presenza di divinità femminili nell’Israelitismo arcaico, negano che nell’Età del Ferro si potesse parlare di determinazioni sessuali femminili paritarie in campo teologico e ritengono che, piuttosto, in un progressivo passaggio verso il monoteismo, il culto di Asherah rappresentasse una forma di mediazione subordinata al Signore.
Recentemente, infine, in un documentario della BBC, la Dott.ssa Francesca Stavrakopoulou, Senior Lecturer presso l’Università di Exeter ha dichiarato: La maggioranza dei biblisti di tutto il mondo ormai accetta come prova convincente che Dio una volta avesse una consorte  e, intervistato nel medesimo documentario riguardo alla possibilità che gli Ebrei fossero monoteisti, avendo quindi una religione distinta dalla religione cananea, il Prof. Herbert Niehr dell’Università di Tubinga ha dichiarato: Tra il X secolo e l’inizio del loro esilio nel 586 a.C. il politeismo era la religione normale in tutta Israele; solo in seguito le cose cominciarono a cambiare e molto lentamente. Direi che è corretto parlare di monoteismo solo per gli ultimi secoli, forse solo dal periodo dei Maccabei, cioè solo a partire dal II secolo a.C.“.
Ecco, allora, che l’ipotesi di un culto primario atavico mediorientale della dea madre associato ad un culto maschile e proveniente da un nucleo primario diffuso in tutto bacino mediterraneo comincia a prendere sempre più corpo e con esso l’ipotesi che, ancora una volta, in Israele come in molte altre civiltà antiche, solo l’impulso di una società progressivamente sempre più androcratica abbia portato allo schiacciamento di tale culto primario e naturale, sviluppando un monoteismo maschile capace di assorbire completamente le istanze religiose precedenti ma, a quanto pare, non di cancellarne completamente le tracce.
 
Nel corso dei millenni, Yahweh ha oscurato un'altra divinità che nei tempi antichi veniva messa alla pari del Creatore: Asherah, una divinità femminile della fertilità che godeva delle stesse attenzioni da parte dei suoi adoratori.
Francesca Stavrakopoulou, ricercatrice del dipartimento di Teologia e Religione all'università di Exeter, ha indagato la connessione tra Yahweh e Asherah, cercando di svelare i motivi per cui la divinità femminile sia scomparsa quasi completamente dalla narrazione biblica.

http://2.bp.blogspot.com/_gWQaU40PH24/TFpxQkqGj_I/AAAAAAAAIpo/LerfvJtVA_8/s1600/YHWH-InClouds.gif"Forse lo conoscete come Yahweh, Allah o Dio. Ma su un solo punto concordano ebrei, musulmani e cristiani, i popoli delle tre grandi religioni abramitiche: c'è un solo Dio" dice Stavrakopoulou. "E' una figura solitaria, unica, creatore universale, non un Dio tra tanti...o forse è quello che ci piace credere. Dopo anni di ricerca specializzata nella storia e nella religione di Israele, sono giunta alla conclusione, che alcuni potrebbero giudicare scomoda, che Dio avesse una moglie".

Stavrakopoulou basa la sua teoria su testi antichi, amuleti e statuette scoperte prevalentemente nella città costiera di Ugarit, elementi che mostrerebbero che il culto di Asherah sia stato parecchio diffuso tra le popolazioni israelite del tempo.

http://2.bp.blogspot.com/-wCN2KWUSVOI/TYPKWrK6VqI/AAAAAAAAG6k/_46UZETztnk/s1600/asherah.jpgLa teoria di una divinità femminile adorata parallelamente a Yahweh non è nuova: già nel 1967 Raphael Patai, orientalista e antropologo propose l'idea di un "doppio culto" di Yahweh e Asherah. Patai, ricercatore di fama internazionale che lavorò per le Nazioni Unite come direttore di progetti di ricerca antropologica in Siria, Libano e Giordania, Asherah sarebbe stata la "regina dei cieli", come viene chiamata nel Libro di Geremia.

L'ipotesi che Dio potesse avere una moglie fu avanzata in passato da Patai e da altri ricercatori sulla base di un'iscrizione risalente all' VIII° secolo a.C., e di riferimenti all'interno della Bibbia stessa. "L'iscrizione era una richiesta di benedizione" dice Stavrakopoulou. "L'iscrizione chiede una benedizione da 'Yahweh e Asherah'. Era la prova che presentava Yahweh e asherah come una coppia divina. E ora è stata ritrovata una manciata di altre iscrizioni, e tutte ci aiutano a rafforzare l'idea che il Dio della Bibbia avesse una moglie".

http://assets.followtherabbi.com/bg06dopi/thumb/t_TheGoddessAsherah.jpgLa Bibbia sembrerebbe confermare il culto di Ashera nel Libro dei Re, in cui si cita una statua di Asherah nel Tempio di Yahweh a Gerusalemme. A questa statua venivano offerti oggetti di tessuto prodotti dal personale femminile del Tempio. Il testo usa anche il termine "asherah" in due sensi, per riferirsi ad un oggetto religioso, o per definire il nome della divinità. "Molte traduzioni in inglese preferiscono tradurre 'Asherah' con 'Albero Consacrato'" dice Wright. "Questo sembra essere parzialmente dovuto ad un desiderio moderno, ispirato chiaramente dalla narrativa biblica, di nascondere Asherah dietro ad un velo ancora una volta".

http://1.bp.blogspot.com/_bylpWL4yZwo/SwwjlD5-v_I/AAAAAAAABGQ/7COFeoKr8VE/s1600/asherah-pole.jpg"Asherah non è stata completamente cancellata dalla Bibbia dai suoi editori maschili" dice J. Edward Wright, presidente del The Arizona Center for Judaic Studies e del The Albright Institute for Archaeological Research. "Alcune sue tracce rimangono, e basandosi su queste tracce, sulle prove archeologiche e sui riferimenti a questa dea nei testi provenienti dai territori confinanti con Israele e il Regno di Giuda, possiamo ricostruire il suo ruolo nelle religioni del Levante meridionale".

Asherah non è una divinità che appartiene alle sole religioni abramitiche: nota anche come Ishtar e Astarte, era una divinità potente e celebrata in molte culture, dai Fenici ai Babilonesi, e le cui origini risalirebbero a ben oltre un millennio prima di Cristo. Le sue tracce si possono trovare in testi ugaritici risalenti a un periodo precedente al 1200 a.C., testi che la definiscono con il suo nome completo "Colei che cammina sul mare". Ricorda qualcosa, non vi pare?

"I riferimenti alla dea Asherah nel Vecchio Testamento sono rari, e sono stati pesantemente modificati dagli antichi autori che hanno messo raccolto i testi sacri" aggiunge Aaron Brody, direttore del Bade Museum e professore associato alla Pacific School of Religion.

Brody è convinto del fatto che gli antichi israeliti fossero politeisti, "con solo una piccola minoranza che venerava solo Yahweh prima degli eventi storici del 586 a.C.". Anno in cui venne distrutto il Tempio di Gerusalemme, cosa che secondo Brody "portò ad una visione più universale del monoteismo: un solo dio non solo per il Regno di Giuda, ma anche per le altre nazioni d'Israele".
Particolarmente affascinante è Asherah, la moglie di El, che i redattori e i traduttori dell’Antico Testamento hanno lentamente fatto scomparire. Nonostante le numerose statuine della dèa ritrovate e risalenti al Regno di Israele e a quello di Giuda. A testimonianza, proprio, della popolarità di Asherah tra gli israeliti con il loro presunto monoteismo.
http://www.piney.com/Phal4fold102.jpegEl (אל, אלהים) è uno dei tanti nomi di Dio nell’Antico Testamento. Gli autori si riferiscono a lui sia con El che con Yahweh (יהוה, oppure אדני). Pur di non citare Asherah (אשרה) nelle traduzioni,
ovvero la moglie della maggiore divinità israelita del nascente monoteismo, i traduttori si sono arrampicati sugli specchi.
Nella Bibbia ci sono circa 40 citazione del sostantivo Asherah (‘SHRH, אשרה). Ma sono state mascherate:
 
Non pianterai alcun palo sacro di qualunque specie di legno, accanto all'altare del Signore tuo Dio.
 
In realtà, il testo ebraico dice:
לֹא-תִטַּע לְךָ אֲשֵׁרָה, כָּל-עֵץ:  אֵצֶל, מִזְבַּח יְהוָה אֱלֹהֶיךָ
Che così si può tradurre: Non pianterai Asherah (אֲשֵׁרָה, la nostra אשרהappunto) di qualunque specie di legno, nei pressi dell’altare del Signore Yahweh. Questo testimonia, come in quasi tutti
gli altri versetti, che gli israeliti erano soliti piantare Asherah al fianco di Yahweh. Ma soprattutto testimonia l’imbarazzo nella traduzione che la versione cattolica ha mascherato con “palo sacro”.
E ancora: re Ezechia per estirpare il culto di questa dèa la fece abbattere. Ma, nella traduzione, si legge:
  1. Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbatté il palo sacro
  2. (2 Re 18,4)
Non fu abbattuto un “palo sacro”, bensì Asherah come dice chiaramente il testo originale:
הוּא הֵסִיר אֶת-הַבָּמוֹת, וְשִׁבַּר אֶת-הַמַּצֵּבֹת, וְכָרַת, אֶת-הָאֲשֵׁרָה
Geremia (44,17) ricorda proprio che veniva bruciato incenso per la sposa di El-Yahweh:
  1. Anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libazioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme.
E la לִמְלֶכֶת הַשָּׁמַיִם (la regina del cielo) del testo ebraico è la nostra Asherah. E ancora: un
altro passaggio dell’Antico Testamento ricorda addirittura come ci fosse 400 profeti di Asherah (1Re 18,19).
In breve, l’invenzione del monotesimo ebraico dalle divinità cananee ha portato con sé anche Asherah: la consorte di El. La moglie di Yahweh.
 
(Fonti Web)