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sabato 3 settembre 2016

UNA TORRE PER RAGGIUNGERE IL CIELO


Sulla Terra esiste una sola costruzione eretta prima del Diluvio Universale: cinquemila anni fa un re sumero vi si recò in cerca dell’immortalità. Nel 1998 vi accompagnai un gruppo delle Earth Chronicles Expeditions. Le nostre intenzioni erano quelle di scoprire sia perché i Sumeri lo avevano chiamato “il Luogo dell’Atterraggio”, sia l’identità di coloro che lo avevano costruito utilizzando blocchi di pietra talmente grandi che non ne esistono di uguali sulla Terra. Oggi questo luogo si chiama Baalbek, il “luogo che appartiene al Signore della Valle”. Gli antichi Greci lo avevano chiamato Eliopoli, città del dio sole (Helios). I Fenici, prima di loro – nelle leggende dei loro dèi – lo indicavano con l’espressione “roccaforte di Zaphon”, un termine che significava sia nord, sia segreto, un luogo dove il dio Ba’al (che significa semplicemente “il Signore”) aveva un nascondiglio segreto. La Bibbia chiama questo stesso luogo Beth-Shemesh, “Dimora di Shamash”, il dio sole. E il re sumero che vi si era recato per primo, Gilgamesh, lo aveva chiamato semplicemente “il Luogo dell’Atterraggio”, perché questo è esattamente ciò che era. Gilgamesh era il quinto re di una dinastia di re o di sommi sacerdoti che gli dèi avevano scelto per la città sumera di Uruk, che la Bibbia chiama Erech. Era un semidio, proprio come il fondatore della dinastia, un certo Meskiaggasher. Ma, al contrario degli altri che avevano discendenza divina per parte di padre, nel caso di Gilgamesh la discendenza divina era per parte di madre: Ninsun. Artisti sumeri raffigurarono Gilgamesh e sua madre in sculture e su sigilli cilindrici . Poiché la discendenza divina era per parte di madre, (suo padre era il sommo sacerdote di Uruk), Gilgamesh veniva considerato divino per due terzi. Andando avanti negli anni, iniziò a considerare il problema della vita e della morte; interpellò quindi la madre e il nonno divino – Utu/Shamash – chiedendo perché non poteva sfuggire alla mortalità visto che l’elemento divino presente in lui era ben più della metà? Dopo un predicozzo nel quale gli venne ricordato che, quando gli dèi crearono l’Uomo, dettero al genere umano la Conoscenza, ma non l’Immortalità, un veicolo celeste atterrò a Uruk. Gilgamesh lo ritenne un segno celeste: gli era stata data l’opportunità di andare alla ricerca dell’immortalità. Per averla, gli venne detto, doveva entrare nel Luogo dell’Atterraggio e da lì salire verso il cielo, per raggiungere la dimora degli dèi.


La saga della prima ricerca dell’Immortalità di cui ci è giunta notizia si chiama Epica di Gilgamesh, originariamente un documento in sumero scritto dal re in persona e successivamente tradotto in accadico e in altre lingue antiche. La versione che si è conservata meglio è proprio quella accadica (babilonese e assiro) incisa su dodici tavolette di argilla. Descrive non uno, ma ben due viaggi alla ricerca dell’Immortalità; il primo (terminato in un fiasco) condusse Gilgamesh fino al Luogo dell’Atterraggio nelle Montagne del Cedro; l’unica zona nel Vicino Oriente la cui descrizione si adatta perfettamente alla famosa foresta di cedri del Libano. Gilgamesh sapeva che si poteva accedere al “luogo segreto degli dèi” solo attraverso una galleria, il cui ingresso era sorvegliato da un mostro meccanico feroce e sputafuoco. L’accesso era complicato ulteriormente dal fatto che la foresta era la dimora del Toro dei Cieli, l’animale sacro del dio Enlil. Preoccupata per l’incolumità del proprio figlio, Ninsun convinse un androide di nome Enkidu ad accompagnare Gilgamesh per proteggerlo. Il viaggio non fu privo di imprevisti al cardiopalma, di sogni premonitori e dei ripetuti sforzi di Enkidu per distogliere Gilgamesh dal proseguire nella sua ricerca. Ma il re era ben deciso a raggiungere il proprio obiettivo. «Anche se fallisco», disse, «potrò dire di aver tentato». I due giunsero infine alla Foresta di Cedro. «… scrutavano la foresta; osservavano gli alti cedri finché trovarono l’ingresso della foresta […] Essi guardavano la Montagna del Cedro, dimora degli dèi.» Stanchi e spaventati Gilgamesh ed Enkidu si addormentarono, rimandando all’indomani l’ingresso nella foresta. Nel corso della notte Gilgamesh fece diversi sogni e fu svegliato da qualcuno che gli passava accanto. Non era sicuro che fosse un dio. In seguito venne svegliato da una “luce accecante”. Ciò che vide era “davvero spaventoso”:
 
Il cielo strideva, la terra tuonava.
Anche se ormai era quasi l’alba, scese una profonda oscurità.
Improvvisamente, si vide un lampo, una fiamma potente.
Le nuvole si gonfiarono, pioveva morte!
Poi la luce svanì, il fuoco si spense.
E di tutto ciò che era caduto restò solo cenere.

In quest’epica, vecchia di millenni, Gilgamesh afferma di aver visto ciò che io – e tutti voi – avete visto più di una volta alla televisione: il lancio di una navicella spaziale della NASA. La tremenda visione confermò a Gilgamesh di essere arrivato davvero al Luogo dell’Atterraggio, il luogo dove poteva unirsi agli dèi in un viaggio nella loro dimora celeste. Nel resto dell’epica (e nel mio libro Le astronavi del Sinai) vengono spiegati i motivi per cui i due fallirono nel raggiungere il proprio obiettivo. Leggendo quelle righe, sono convinto che Gilgamesh abbia visto con i propri occhi il lancio notturno di una navicella spaziale. Una raffigurazione su di una moneta fenicia, che mostrava il tempio di Ba’al con un oggetto simile a razzo nel recinto protetto , mi ha convinto del fatto che Baalbek, in Libano, era proprio il Luogo dell’Atterraggio, meta di Gilgamesh. Ecco perché, nel 1998, il “Plus” del viaggio “Syria Plus” della Earth Chronicles Expeditions fu proprio una tappa in Libano. Arrivare fin lì richiese una serie complessa di attraversamenti di confine; il coordinamento di pullman turistici e di guide di due paesi diversi (il pullman e la guida siriani non potevano entrare in Libano e vice versa); una complessa documentazione burocratica, visti e permessi; soste per controlli lungo la strada e al confine, effettuati sia da uomini in uniforme, sia da uomini in borghese, che ci guardavano in cagnesco. Il viaggio non era esente da rischi, in quanto l’area di Baalbek era diventata il covo di addestramento di alcuni dei più temibili terroristi del Medio Oriente, saliti agli onori delle cronache per gli attacchi kamikaze e l’esecuzione di cittadini israeliani e occidentali (americani in particolare). Ma, intuendo che le circostanze militari e politiche aprivano una finestra di relativa sicurezza, organizzammo in fretta questo viaggio che avevo sognato e progettato da tempo.



Invitammo a unirsi a noi solo veterani delle precedenti Expeditions. E fu così che il primo settembre 1998 – un giorno memorabile – attraversammo il confine tra la Siria e il Libano e facemmo ritorno in Siria dopo aver trascorso un’intera giornata nel luogo più antico della Terra. Ciò che vedemmo, ci ripagò di tutte le fatiche, della pianificazione, dei rischi, dell’ansia…
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Era ancora buio quando lasciammo l’albergo, il Damasco Sheraton, per raggiungere “all’apertura” il confine libanese. Quando arrivammo, però, una lunga coda di camion e automobili era già in attesa. Le procedure doganali furono lunghe e complesse perché noi (un gruppo di turisti americani) eravamo una rarità e suscitammo una reazione ambigua: sospetti da un lato, e il desiderio di mostrare ospitalità dall’altro. Ma, alla fine, a bordo di un nuovo autobus e con una nuova guida, iniziammo il nostro viaggio in Libano. Il percorso si rivelò ben più lungo di quanto avessimo immaginato. Giungemmo infine a un incrocio dove un segnale indicava “Resti romani”. L’abitato di Baalbek, con case costruite l’una a ridosso dell’altra, soffocava anche le rovine, ma man mano che ci avvicinavamo alla nostra destinazione, vedemmo stagliarsi in lontananza l’inconfondibile profilo delle rovine, immortalato in disegni e foto : le sei colonne, imponenti e ancora in piedi, del tempio di Giove. Il pullman si fermò in una piccola piazza; dopo un brevissimo tratto a piedi ci ritrovammo in un posto estremamente affascinante e intrigante.


Furono i viaggiatori provenienti dall’Europa e diretti a Levante (i paesi del Mediterraneo orientale) che, negli ultimi due secoli, iniziarono a raccontare delle rovine, chiamandole “resti romani”. A dire il vero quelle che si stagliano contro il cielo e attraggono i turisti sono davvero le rovine dei templi che i Romani eressero in onore di quattro delle loro divinità. Il più grande era dedicato a Giove (Zeus, per i Greci) e le sue dimensioni sono tali da far sembrare piccolo il Partenone di Atene. Le sue colonne sono ben più alte di quelle del tempio di Amon a Karnak, in Egitto. Inoltre, per dimensioni e splendore, offusca persino il tempio di Giove a Roma, o qualsiasi altro tempio eretto in una qualsiasi altra località dell’impero. Accanto ad esso i Romani vi eressero ancora tre templi più piccoli – ma non per questo meno imponenti – dedicati a Venere, Mercurio e (forse) a Bacco (una scoperta del XIX secolo, opera di ricercatori tedeschi).


I Romani cominciarono a edificare questi templi nel I secolo a.C., dopo l’annessione delle terre poste sulla costa del Mediterraneo orientale. L’opera di costruzione – per erigere templi, cortili, gradini, altari, tempietti e altre caratteristiche monumentali ed elaborate del recinto sacro – proseguirono fino al III secolo d.C. Molti imperatori romani sudarono sette camicie per glorificare questo luogo remoto e strano. Imperatori e generali vi giunsero in cerca di oracoli; era meta ambita dei legionari romani. Perché mai i Romani eressero qui, e non a Roma, il tempio più grande e maestoso dedicato a Giove, come sarebbe stato logico? Cosa li aveva spinti, nel corso di quattro secoli, a investire in questo luogo enormi somme di denaro e a impegnare intere schiere di operai? E perché questo luogo era ritenuto sacro? L’unica spiegazione possibile è che i Romani veneravano questo luogo perché era un luogo già sacro ai Greci, che lo consideravano l’omologo di Eliopoli in Egitto, la città che gli Egizi chiamavano Annu (On, nella Bibbia). I Romani venerarono Giove in questo luogo chiamandolo Jupiter Heliopolitanus; statue, altari e anche monete che lo onorano portano il tetragramma IOHM, Iupiter Optimus Maximus Heliopolitano, vale a dire “Giove di Eliopoli, il migliore e il più grande ”. Gli omologhi greci delle divinità che i Romani veneravano a Eliopoli (alcuni sostengono che fu Alessandro Magno a suggerire questo nome) erano: Zeus, Afrodite, Ermes e, naturalmente, Elio, il dio del Sole. Non ci è dato sapere quali templi greci furono effettivamente eretti in questo luogo, perché i Romani fecero piazza pulita per costruire i propri. E coloro che seguirono, i bizantini, i musulmani e i crociati rasero al suolo gli edifici religiosi precedenti per erigere al loro posto chiese o moschee. Tutte queste attività, tuttavia, non hanno minimamente intaccato la piattaforma in pietra sulla quale poggiavano e poggiano tutt’ora gli altri edifici, né il suo dedalo di strutture sotterranee, né i blocchi di pietra massicci che la sostenevano. La zona che si è conservata meglio è l’angolo nord-occidentale, dove le mura di contenimento – così come si vedono dall’esterno – sono composte da alcuni blocchi di pietra di incredibile misura, tagliati e messi in opera con precisione millimetrica, incluso il famoso Triliton, tre colossali blocchi di pietra, ritenuti essere i più lunghi al mondo. L’attribuzione del sito all’epoca romana deriva dal fatto che quanto resta sulla piattaforma fu costruito in buona parte dai Romani, mentre sono crollate le successive costruzioni cristiane o musulmane, vittime degli agenti atmosferici e del clima, per non parlare dei terremoti, decisamente frequenti nella zona. Ma tutte queste strutture, di qualsiasi èra siano e qualunque fede onorino, furono erette sulla piattaforma di pietra edificata nella notte dei tempi. Dalle descrizioni dei viaggiatori del XVII, XVIII e XIX secolo e dai rapporti degli archeologi dei primi del XX secolo (tedeschi prima della prima guerra mondiale e francesi nei decenni successivi) sappiamo che l’area sacra era particolarmente estesa. Alcuni lati superavano i 760 metri, e la superficie totale superava 1,5 km2.


Oggi ci è impossibile determinare la superficie totale della piattaforma, perché le case, costruite sempre più a ridosso del sito sacro, si fermano all’angolo nord-occidentale, mall’altezza delle restanti rovine. È lì che si possono vedere le massicce mura di contenimento


Baalbek si trova sul versante occidentale dei Monti Antilibano, separati dai Monti del Libano dalla Valle della Bekaa, che significa “fenditura” o “valle” (da qui il nome Ba’al-Bek, il Luogo del Signore mdella Fenditura/Valle). Questa valle si sviluppa in direzione nordest-sudovest. L’angolo appositamente creato dai suoi costruttori, costituiva un accesso senza ostacoli e offriva una panoramica sugli altri tre lati, persino sul versante della montagna che si affaccia sulla valle e sulla vicina catena montuosa. Fu proprio in questo angolo privilegiato, sopra la base più antica, che vennero eretti i templi



Il tempio di Giove vero e proprio occupa la parte occidentale di questa struttura imponente. A est il complesso del tempio ha uno scalone che conduce a un ingresso monumentale, costituito da un’area rettangolare, chiamata propileo, delimitata da due torri inserite in un colonnato che conduceva a un cortile esagonale circondato da strutture minori; attraverso di esso si accedeva poi a un grande cortile quadrato con altari, colonne, tempietti laterali e altre strutture. Si arrivava poi al grande tempio di Giove, che occupava una superficie di circa 300 metri . Gli attuali resti nella sezione del cortile sono quelli della Basilica di Teodosio, eretta dai Bizantini quando trasformarono il cortile in chiesa.


Non appena il turista varca la porta di ingresso a sud-est, ecco che davanti ai suoi occhi si erge una montagna di pietra, formata da una serie di gradini e piattaforme. Una volta salita la prima rampa di scale e raggiunto il tempio di Giove, scopre che c’è un altro livello. Il tempio, infatti, poggia su di un alto basamento eretto con accuratezza sopra la piattaforma nell’angolo nordoccidentale. Il basamento veniva chiamato “il Podio” e si innalzava per circa 5 metri sulla fondazione; come si evince osservandolo da sud era costruito su file di blocchi in pietra perfettamente tagliati e politi del peso di svariate tonnellate ciascuno, posati, a loro volta, su di una base di immensi blocchi di pietra, squadrati perfettamente, del peso di oltre 500 tonnellate ciascuno. Il tutto poggia, a sua volta, su di un’altra piattaforma eretta sulla piattaforma più larga che funge da base. Dopo esserci arrampicati fino in cima, e dopo aver ripreso fiato all’ombra delle colonne, ne avevamo abbastanza delle spiegazioni della guida: era arrivato il momento di dare il via alle nostre ricerche.

Cominciammo innanzitutto dal tempio di Giove, lo superammo ed esaminammo la zona adiacente le rovine, fino alle mura di contenimento occidentali con gli immensi blocchi di pietra, incluso il famoso Triliton . I blocchi di pietra che compongono il Triliton pesano più di 1.100 tonnellate ciascuno, e non sono semplicemente adagiati sul terreno; sono posizionati, con precisione millimetrica, su altri blocchi di pietra che, seppure immensi, sono di dimensioni più piccole. Questi blocchi che pesano “solo” 500 tonnellate ciascuno, presentano una faccia tagliata diagonalmente. (Tanto per fare un paragone, i blocchi di pietra della piramide di Giza pesano in media “solo” 2,5 tonnellate.) Persino oggi, a dispetto della nostra tecnologia avanzata, non esiste un macchinario in grado di sollevare tali pesi. Tuttavia, nell’antichità, qualcuno – i “giganti”, secondo la tradizione locale – non solo sollevarono e posarono questi blocchi di pietra colossali, ma li trasportarono anche dai luoghi di estrazione, che si trovavano a un paio di chilometri di distanza. E, infatti, è stata scoperta la cava di provenienza, dove possiamo ammirare un monolito intagliato, tutt’ora attaccato alla vena madre, a testimonianza che la costruzione venne bruscamente interrotta.


Il monolito nella cava, chiamato “Pietra del Sud”, ha dimensioni ancora maggiori rispetto ai blocchi del Triliton, e lo si evince bene dalle nostre foto. Mentre trascorrevamo ore ed ore a esaminare le rovine, scoprimmo che il Triliton e le altre pietre colossali che si trovano nel muro occidentale non erano le uniche di grosse dimensioni all’interno della costruzione. Infatti le pietre angolari delle mura di contenimento non erano composte da due pietre che, incastrandosi, formavano l’angolo, bensì da un unico grande blocco tagliato e polito, così da ottenere un angolo a 90°. Laddove, in epoca successiva, erano state fatte “riparazioni” i blocchi di pietra erano decisamente più piccoli. Possiamo solo fare ipotesi sulla funzione di questa immensa piattaforma: l’unico punto in cui abbiamo un’indicazione precisa è l’angolo nord-occidentale. È chiaro, tuttavia che chiunque progettò, costruì, estrasse e trasportò il materiale da costruzione – gli enormi monoliti – e poi li mise in posa l’uno sull’altro, aveva uno scopo ben preciso: doveva creare una struttura massiccia e solida, che doveva innalzarsi in piattaforme e gradini altrettanto massicci. Arrampicandoci lungo l’angolo nord-occidentale ruscimmo a scoprire – con nostra enorme sorpresa – che, in alcuni punti, i blocchi del Triliton erano “esposti”, cioè che non vi poggiava nulla sopra. In quei punti potevamo vedere chiaramente dei solchi tagliati diagonalmente nella pietra. Con le bussole ne controllammo l’orientamento, ma non ci sembrava che avessero alcun significato astronomico (solstizio, equinozio). Molto probabilmente avevano solo scopi architettonici o strutturali: quali, non ci è dato saperlo. Avevo con me degli schizzi eseguiti da ricercatori tedeschi negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale, eseguiti in preparazione di una visita dell’imperatore. I disegni evidenziavano la struttura massiccia del podio sul quale stava il tempio di Giove, visto dall’esterno, e la sua altezza rispetto al suolo . Ma i disegni della sezione rivelavano che l’area sulla quale sorgeva il tempio era un riempimento, con passaggi sotterranei, passaggi ad arco e altre cavità. Questo interramento, a sua volta, poggiava su di un pavimento in pietra posto a una certa profondità, che gli ingegneri tedeschi non riuscirono a determinare . Sembra che questa cavità riempita di terra arrivasse fino alla base delle mura di contenimento. Ma queste mura continuavano con più corsi fino al substrato roccioso? E questo substrato, a quale profondità si trovava? E la cavità continuava anche all’interno del substrato? Non possiamo saperlo. Alla fine della giornata eravamo davvero felici, soddisfatti di aver trovato alcune risposte agli enigmi del luogo, ma allo stesso tempo eravamo assillati da una nuova serie di domande. Per tutto il viaggio di ritorno discutemmo entrambi gli aspetti della visita e continuammo una volta rientrati in albergo, fino a notte fonda. Nessuno aveva sonno dopo aver visitato il luogo dove era stato Gilgamesh, dove erano stati gli Anunnaki, il luogo eretto prima del Diluvio Universale. Nel corso di queste conversazioni le parole più usate erano “massiccio”, “colossale”, “gigantesco” e via dicendo; infatti era l’imponenza del luogo che aveva colpito tutti: pietre gigantesche poste l’una sull’altra, tenute insieme senza l’uso di alcun tipo di malta, che si innalzano livello dopo livello fino a raggiungere altezze incredibili; il tutto posato su di una immensa piattaforma in pietra.


In Le Astronavi del Sinai ho dimostrato che, nell’epoca successiva al Diluvio, gli Anunnaki mentre erano intenti a progettare un porto spaziale nel Sinai (per sostituire quello in Mesopotamia, spazzato via dal Diluvio) avevano incluso Baalbek nel Corridoio di Atterraggio. Dalle cime dell’Ararat avevano tirato una linea che attraversava Baalbek e raggiungeva Giza, dove sarebbero state costruite le piramidi. Una conferma chiave di questa conclusione fu il fatto che la Valle della Bekaa correva lungo questa linea, da nordest a sudovest. Sia la Grande Piramide , sia l’altra àncora nella penisola del Sinai  che delineavano il Corridoio di Atterraggio erano equidistanti da Baalbek, confermando che questo luogo esisteva già al tempo in cui venne progettato il porto spaziale; poiché la necessità di un nuovo porto spaziale sorse solo dopo il Diluvio, ne consegue che Baalbek esisteva già da prima.


Baalbek si trova nel punto dove, secondo tutti gli studi più recenti, ebbe inizio la “domesticazione” di cereali e altre colture. Secondo le storie sumere che narrano di Enlil e di Enki, furono proprio loro che dettero il via alle manipolazioni genetiche sul “Monte Sacro”, un luogo che il Diluvio aveva risparmiato. Noi eravamo convinti che fu proprio questa la piattaforma immensa ad aver retto al Diluvio. Eravamo soddisfatti che la localizzazione della Foresta di Cedro (non ve ne sono altre), delle varie gallerie e di altre strutture sotterranee di Baalbek corrispondono alle descrizioni dell’Epica di Gilgamesh, confermandone così l’identità come “Luogo dell’Atterraggio”. Ma ci ha messo in difficoltà la raffigurazione trovata sulla moneta fenicia, che mostrava l’oggetto simile a un razzo su di una piattaforma, recintato solo su tre lati. A cosa servivano, dunque, quelle mura di contenimento così massicce e perché si innalzavano sempre più? Un altro enigma era il fatto che la maggior parte del tempio di Giove, situato sulla parte più occidentale della serie di livelli, cortili, ecc, non poggiava sul terreno, ma su di un podio artificiale posizionato su di una serie di livelli inferiori; l’area del podio era, in realtà, un riempimento, una cavità ricoperta che scendeva fino a una profondità impossibile da determinare. A cosa serviva? Dovemmo ammettere che l’angolo nord-occidentale con i suoi blocchi colossali di pietra e la sua imponenza sfuggivano alla nostra comprensione.
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Fu solo un anno dopo, negli Stati Uniti, che trovai la soluzione al problema che continuava ad assillarmi: se l’imponenza della costruzione indicava che l’angolo nord-occidentale era riservato ai lanci, a cosa mai serviva una profonda cavità circondata da mura massicce? Mi trovavo a Cocoa Beach, in Florida, per una conferenza e colsi l’opportunità di visitare gli impianti della NASA a Cape Canaveral, dove vengono lanciati gli Shuttle e le altre navicelle spaziali. Il giro ufficiale prevedeva anche la visita ad alcuni degli enormi hangar che ospitano le navicelle spaziali e i razzi propulsori, la piattaforma gigantesca semovente che trasporta questi mostri fino alle rampe di lancio, nonché alcune delle stesse rampe di lancio. Queste ultime, scoprii, non sono affatto “rampe”, bensì strutture in acciaio torreggianti, a più livelli, al centro delle quali vengono inseriti i missili su ruote; poi, queste strutture “abbracciano” il missile e il suo carico. I diversi livelli di questa torre in acciaio consentono l’accesso alle diverse parti del veicolo, permettendo ai tecnici di effettuare la manutenzione, di rifornirlo di carburante e di scortare gli astronauti fino al modulo o allo Shuttle. E fu solo allora che mi resi conto di ciò che avevo visto a Baalbek: una rampa di lancio, non di acciaio, bensì di pietra. Le pietre massicce formavano un recinto che circondava una cavità, uno spazio vuoto, all’interno del quale si trovava il razzo da lanciare. Le mura che lo circondavano erano a più livelli, proprio come le moderne torri di lancio in acciaio, così da consentire la manutenzione del razzo e del suo carico. A Baalbek le navicelle atterravano, con tutta probabilità, sulla vasta piattaforma di pietra che si trova
accanto a quella che ritengo essere la torre di lancio. In un secondo momento venivano sollevate, portate e messe al sicuro – proprio come avevano fatto con gli enormi blocchi di pietra – all’interno della struttura di pietra, pronte a ripartire. Fu da quel punto, l’angolo nord-occidentale, che partì il razzo che spaventò Gilgamesh. E io e il mio gruppo eravamo stati proprio sopra e all’interno di quella torre di lancio. E quando l’Umanità cercò di costruire una torre in mattoni, nel luogo che la Bibbia chiama Babele, in realtà stava solo cercando di emulare la torre di lancio che gli dèi in persona avevano costruito sulla Montagna di Cedro:

Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo
popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro
impossibile. Scendiamo, dunque, e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro». Il
Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.
Genesi 11, 5-8

A Baalbek vi è ancora la possibilità di arrampicarsi sulle rovine di quello che fu il prototipo della “Torre di Babele”, la rampa di lancio costruita dagli dèi per raggiungere i cieli.
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Poscritto
Nell’ottobre 2003 la Cina ha lanciato un astronauta nello spazio, entrando ufficialmente a far parte del ristretto gruppo di nazioni (USA e Russia) in grado di avere un programma spaziale. La segretezza che circondò l’avvenimento fu parzialmente infranta dalla pubblicazione di alcune scarne informazioni e foto divulgate dal governo cinese, ma anche queste poche notizie mi sono state di grande aiuto. Primo fra tutti il nome scelto per il modulo di comando – la capsula in cima al razzo – all’interno della quale viaggiavano i tre astronauti: Shenzou. Il comunicato ufficiale spiegava che in cinese significava “vascello divino”, un nome che evocava il termine usato nell’antichità per i veicoli volanti degli dèi. E questa, per me, era una ragione più che sufficiente per esultare. Poi c’era la forma del modulo di comando, la “barca divina” vera e propria utilizzata dai cinesi. La sua forma, così come è apparsa nel materiale divulgato  era straordinariamente simile a quella del “modulo di comando” in cui l’angelo del Signore apparve ad Abramo sul Monte Moriah .


E, last but not least, attirò la mia attenzione la rampa di lancio dei cinesi. Come mostravano le foto, la struttura in acciaio racchiudeva la navicella spaziale solo su tre lati; il quarto era aperto verso l’immensa piattaforma pavimentata che si estende nella direzione dalla quale la navicella spaziale veniva trasportata (su ruote?) fin dentro la rampa di lancio. E, all’improvviso, ho capito perché la rampa di lancio in pietra a Baalbek circondava il missile solo su tre lati, mentre il quarto guarda verso una grande piattaforma di pietra: era attraverso quel quarto lato, aperto, che le navicelle venivano inserite nella rampa di lancio.


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