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giovedì 8 settembre 2016

I SEGRETI DELLA PIETRA SACRA


Dopo aver visitato le gallerie e le altre meraviglie sotterranee dell’antica Gerusalemme (avevamo visto molte più cose di quelle sin qui descritte), il gruppo delle Earth Chronicles Expeditions non vedeva l’ora di visitare la Spianata del Tempio alla luce sfavillante del sole, sulle orme della storia e alla ricerca delle origini spirituali. Stavamo per vedere con i nostri occhi e vivere con ogni fibra del nostro essere la reliquia più sacra del Tempio, la Pietra Sacra: punto di incontro di storia, religione, nazionalismo – e a mio avviso – anche della presenza degli Anunnaki. Il mio gruppo non sapeva che avevo in mente anche un altro obiettivo: esplorare la parte inferiore della Pietra Sacra per trovare un indizio in grado di aiutarci a risolvere il mistero della sparizione dell’Arca dell’Alleanza. L’impresa, però, comportava alcuni rischi e non mi sembrava giusto coinvolgere tutti i componenti del gruppo… Salire sul Monte del Tempio fu relativamente semplice. Dopo aver assunto il controllo della Città Vecchia nel 1967 – al termine della Guerra dei Sei Giorni – Israele lasciò al Waft musulmano (Fondazione dei Siti Religiosi) notevole autonomia per amministrare la Spianata del Tempio e le strutture musulmane che vi si trovano. Il venerdì (giorno che i musulmani dedicano alla preghiera) e in occasione di altre festività, i musulmani hanno accesso illimitato al Monte del Tempio attraverso le porte settentrionali, dove la spianata raggiunge il livello del quartiere musulmano della Città Vecchia. Tutti gli altri – in primo luogo ebrei e cristiani – possono accedervi attraverso una rampa che corre lungo il Muro Occidentale. Di tanto in tanto gli scontri che si verificano sul Monte del Tempio fra arabi o fra arabi e israeliani, ne blocca l’accesso ai non musulmani per periodi che possono essere più o meno lunghi. Quindi, per non correre il rischio di trovarmi di fronte all’impossibilità di salire sul Monte del Tempio, feci in modo di programmare la Earth Chronicles Expedition in Terra Santa in un periodo di relativa tranquillità. Per comprendere cosa significa l’accesso o l’ascesa al Monte del Tempio, e per comprendere ciò che si vede o ciò che ci si può aspettare di vedere, è necessaria una breve lezione di storia. Ogni partecipante alla Earth Chronicles Expedition ricevette una cartellina con degli appunti sull’argomento, che approfondimmo nelle sessioni quotidiane di briefing. Per raggiungere la spianata è necessario salire sul Monte del Tempio, accessibile solo su tre lati. Grazie al Libro dell’Esodo siamo a conoscenza del fatto che il Signore ordinava ai figli maschi di Israele di ascendere a Gerusalemme tre volte all’anno, in occasione delle festività del Tabernacolo, della Pentecoste e della Pasqua ebraica. L’ubicazione della Città di Davide e l’ampliamento di Gerusalemme sotto i re di Giudea  non lasciano adito a dubbi sul fatto che i pellegrini vi dovevano accedere da sud. A dire il vero, lavori di riempimento che la Bibbia chiama “Milloh” (riempimento) e “Ophel” (arrampicata) avrebbero potuto servire proprio per consentire alle moltitudini di raggiungere il tempio costruito da Salomone. L’accesso da sud fu ampliato e reso più monumentale all’epoca del Secondo Tempio . Il Primo Tempio fu distrutto da Nabucodonosor, re di Babilonia nel 587 a.C. Settanta anni dopo Ciro, re dei Persiani, che catturò Babilonia e pose fine al suo potente impero, consentì ai Giudei in esilio di tornare e di ricostruire il Tempio. Non sappiamo se fu ricostruito esattamente come il precedente, o in base al progetto rivelato al profeta Ezechiele in una visione olografica. Il Secondo Tempio fu ampliato, profanato e purificato più volte quando i Greci succedettero ai Persiani nel governo del Vicino Oriente.



La purificazione del Tempio e il ritorno del potere sovrano degli ebrei con gli Asmonei nel 164 a.C. rappresentò il preludio per le grandiose opere di ricostruzione che furono realizzate da re Erode (37 a.C.-4 d.C.). La città  e il glorioso Secondo Tempio, così come vennero descritti dagli storici dell’epoca (quella di Gesù di Nazareth e del governo di Roma)  furono meta di decine di migliaia di pellegrini nel corso delle tre festività in cui vi si poteva avere accesso, in particolare in occasione della Pasqua ebraica.


Documenti che risalgono a quel periodo e gli scavi archeologici confermano che il principale accesso pubblico alla Spianata del Tempio si trovava a sud, dove scale monumentali conducevano a cinque porte; passaggi – a cielo aperto e sotterranei – conducevano i pellegrini ai vari cortili del tempio vero e proprio. Era in quell’area che i cambiavalute (e non gli usurai, come comunemente si crede) avevano le proprie botteghe; infatti le monete straniere che recavano le effigi degli imperatori romani dovevano essere cambiate con le monete locali, prive di effigie.

Fu proprio in quel luogo che Gesù di Nazareth buttò all’aria i tavolini dei cambiavalute, così come ci racconta il Nuovo Testamento. A ovest – dove si trovavano le sezioni più recenti – il re, i nobili e i sacerdoti avevano però, un ingresso riservato alla Spianata. Fu costruita una grande scalinata che andava da nord a sud e che poi, supportata da un massiccio voltone, aveva – da est a ovest – scalinate che consentivano di entrare nel Monte del Tempio attraverso una porta monumentale con colonne . Oggi è sopravvissuta solo la parte superiore di questo voltone, ancora attaccato al muro occidentale: si chiama Arco di Robinson, in onore di colui che lo scoprì nel XIX secolo. Un po’ più a nord, sempre nel Muro Occidentale, esisteva una porta meno monumentale e probabilmente molto più antica, raggiunta da una serie di scale, che ora si chiama Porta di Barclay, anch’essa in onore di colui che la scoprì, sempre nel XIX secolo.  Questa porta è bloccata ed è quasi completamente ostruita dalla strada attuale che sale alla Spianata del Tempio, seguendo il piano architettonico della scalinata che risale al periodo del Secondo Tempio. In realtà si tratta di una semplice rampa di terra provvista di gradini (fig. 149), che, dal livello della piazza del Muro Occidentale, porta fino al livello della Spianata del Tempio, attraverso quella che è prosaicamente chiamata la Porta Verde.
Vi racconto ora della nostra escursione al Monte del Tempio. Il nostro itinerario partiva dalla parte sud del Muro Occidentale, dove forma un angolo a 90° con il muro di contenimento meridionale. Gli archeologi israeliani hanno riportato alla luce grandiose parti delle mura di contenimento, nascoste per millenni. Gli scavi confermarono ciò che era stato ipotizzato e, cioè, che sotto l’attuale livello del suolo ci sono tanti corsi quanti ce ne sono sopra . Gli addetti agli scavi scoprirono un miscuglio di pietre da rivestimento crollate l’una sull’altra; piccoli reperti (ad es. monete) confermarono la teoria che queste pietre erano state ammucchiate dai soldati romani nel corso della sistematica distruzione del Tempio e delle sue mura nel I secolo d.C. Collegando quell’angolo con l’area riportata alla luce lungo il muro meridionale – dove sono state scoperte la scalinata monumentale e le porte ad arco – gli israeliani hanno creato un parco archeologico con il suo piccolo museo. Ci fermammo il tempo necessario per scattare alcune foto e per riflettere sulla monumentalità delle mura di contenimento del Monte del Tempio. La nostra guida, purtroppo, continuava a metterci fretta e a esortarci a iniziare la salita alla Spianata del Tempio, ragion per cui non approfondimmo questo aspetto. Alla fine della rampa, accanto alla Porta Verde c’era una piccola garitta di poliziotti israeliani. Quando ci avvicinammo, due dei poliziotti uscirono per porci alcune domande: chi eravamo, da dove venivamo, e perché stavamo salendo. Chiesero ad alcuni di noi di mostrare i passaporti. A loro sembrava strano che, in mezzo a una comitiva di turisti americani, ci fossero due canadesi e un giapponese. Indossavano tutti i cappellini bianchi, distintivi delle Earth Chronicles Tours, mentre il mio era blu. Anche questo dettaglio li insospettì. Nel corso di quella che sembrava una conversazione quasi amichevole, ci studiavano attentamente. In realtà volevano scoprire se fra di noi c’erano potenziali piantagrane. Ma superare il test israeliano non fu tutto. Non appena attraversammo la porta e ci trovammo sulla spianata, ci vennero incontro dei musulmani abbigliati in modo casual, che si presentarono come guide turistiche ma che, di fatto, ci impedivano di allontanarci dalla porta e ci bombardavano di domande. Ci rendemmo conto che erano infastiditi dalla consistenza del nostro gruppo, composto da più di trenta persone, e dalla massiccia presenza di donne. La Porta Verde conduce il visitatore a un passaggio a cielo aperto, molto vicino alla moschea Al- Aqsa, che si trova sulla destra (a sud); a nord, sulla sinistra, su di una piattaforma sopraelevata, si erge la Cupola della Roccia. Non appena qualcuno di noi tentò di spostarsi verso destra, le guide arabe – in realtà guardie del Warf – sbarrarono il passo. «No moschea! No moschea!», urlarono. Era chiaro che non ci avrebbero consentito di girare liberamente su quella spianata maestosa, così insistemmo per vedere la Cupola della Roccia. «Dovete aspettare», dissero le guide/guardie. «È l’ora della preghiera.» Era un’affermazione strana, dal momento che la Cupola della Roccia non è una moschea, ma non c’era da discutere. Ci fermammo in attesa sotto degli alberi che offrivano una gradevole ombra. Sembrava strano, o per meglio dire inatteso, vedere degli alberi lì, così in alto rispetto al livello del suolo. Quando iniziammo a girovagare, ci sembrò ancora più strano che gli alberi – in alcuni punti numerosi – crescessero tutto intorno alla Spianata, eccezion fatta per la piattaforma sulla quale poggia la Cupola della Roccia .


«C’è forse qualcosa lì che impedisce agli alberi di crescere?», chiesi ad alta voce al gruppo, facendo notare questo strano fenomeno. A dispetto della tensione venutasi a creare per le domande e i ritardi, quel luogo era straordinariamente tranquillo. Sulla Spianata non c’era quasi nessuno, oltre a noi e ai nostri “ospiti”; il luogo era avvolto da un’atmosfera di serenità. Nonostante fossero le ore più calde del giorno, eravamo accarezzati da una fresca brezza. Sapevamo molto bene che, vi erano stati giorni durante i quali, questo stesso luogo era diventato teatro di violente rivolte e che i rivoltosi lanciavano pietre contro i poliziotti israeliani e contro i fedeli che si trovavano in basso, al Muro Occidentale; quel giorno, tuttavia, incontrastata, regnava la pace. Sia la città antica, sia quella moderna, brulicante di vita, sono raccolte attorno al Monte del Tempio; tuttavia il frastuono della città non giungeva fino a noi. Campanili ed edifici alti si stagliavano contro il cielo a ovest, e a nord; a est si scorgeva il Monte degli Ulivi, con le sue pietre tombali. Sotto di noi c’erano strade, il traffico, le folle in preghiera e mercanti intenti a contrattare. Ma lì, quel giorno, nulla veniva a turbare il silenzio e la pace. Non riuscivo a ricordare in quale punto la Bibbia afferma che il Signore fa sentire la propria presenza con un silenzio carico di serenità. Quel giorno, in quel momento, sul Monte del Tempio, l’avvertivo. Tornai bruscamente alla realtà quando, seguendo il filo dei miei pensieri, mi chiesi cosa ci impediva di visitare la Cupola della Roccia. Altri gruppi, mi era stato detto in precedenza, non avevano incontrato difficoltà. C’era qualcosa di diverso nel nostro gruppo o, forse, come aveva insegnato l’esperienza degli israeliani, i musulmani stavano conducendo degli scavi o una qualsiasi altra attività che non doveva avere testimoni? Era arrivato il momento di fare ricorso alla mia «arma segreta», pensai fra me e me. Mi avvicinai a una delle guide/guardie. «Dov’è l’ufficio del dr. Khader Salameh?», gli chiesi. «Voglio vedere il dottor Salameh!» «Conosce il dottor Salameh?», rispose l’uomo sorpreso. «Sì, sì!», risposi tradendo l’impazienza. «Lui mi conosce, ci siamo scritti, gli ho telefonato! Voglio vederlo!» Pur se esagerata, la mia affermazione era vera nella sostanza. Uno dei miei lettori, Joseph Peeples del Texas, era il presidente della Jerusalem Historical Society, un ente creato a bella posta per facilitare le ricerche della storia e della preistoria di Gerusalemme. Era anche il fondatore della Christian Origins Library, che stava pubblicando delle ricerche nei settori della teologia e dell’archeologia. Era venuto parecchie volte a New York per incontrarmi, per avere un aiuto nella stesura del suo libro, The Destruction of Jerusalem. Nel corso dei suoi frequenti soggiorni in Israele, aveva stretto amicizia con Dan Bahat, l’archeologo israeliano impegnato nel progetto del Tunnel del Muro Occidentale, proprio lì, sul Monte del Tempio. Impossibilitato a unirsi a noi in questo viaggio, Peeples aveva avvisato sia Bahat, sia Salameh della mia imminente visita e aveva chiesto che mi venisse fornita tutta l’assistenza necessaria; mi aveva dato anche copia di questa corrispondenza, gli indirizzi e i numeri di telefono. Il dottor Bahat era all’estero, ma il dottor Salameh era in città e avevo lasciato alcuni messaggi alla segreteria telefonica nei quali gli comunicavo il mio arrivo e il nome dell’hotel nel quale alloggiavo. Nonostante non mi avesse richiamato non esisteva alcun buon motivo per non sbandierare il suo nome davanti alle guide/guardie… Una volta dato il mio nome, l’uomo al quale mi ero rivolto corse all’edificio a un piano che abbracciava la circonferenza della Spianata, ma tornò quasi subito, portandomi la notizia che il dottor Salameh non era in ufficio e che sarebbe arrivato molto più tardi. Tuttavia la mia presunta conoscenza del dottor Salameh aveva comunque rotto il ghiaccio. Iniziai a rimuginare su come riuscire ad ottenere ciò che realmente volevo: trovare un modo per scendere al di sotto della Pietra Sacra, dove esiste una sorta di grotta. Quasi tutti i viaggiatori e gli esploratori, nei secoli scorsi, hanno descritto questa cavità . Qualcuno è arrivato persino a suggerire che di sotto di essa era nascosta ancora un’altra grotta. Il conte Melchior de Vogüé, che esplorò il sito nel XIX secolo, riferì persino di una seconda cavità collegata ad altre per mezzo di una galleria . Durante le precedenti Earth Chronicles Expeditions, quando entravamo in un museo dove era proibito scattare foto, avevamo adottato una tattica per aggirare il divieto: il gruppo si accalcava e si stringeva in un certo punto, così che uno di noi, al riparo degli occhi delle guardie, poteva scattare la foto. Mi chiesi se avremmo potuto ricreare questa sorta di copertura per dare una sbirciatina veloce all’interno della Cupola della Roccia…


Ma questi piani fallirono miseramente prima ancora di essere messi in atto. Dopo ulteriori consultazioni, i nostri “ospiti” ci dissero che potevamo proseguire la visita, ma solo a piccoli gruppi e senza macchine fotografiche. Era la loro migliore offerta, quindi ci avviammo alla Cupola, scattando quante più foto potevamo del suo esterno. La Cupola della Roccia, un edificio ottagonale, sormontato dalla famosa cupola d’oro, poggia su di una spianata di pietre, rialzata rispetto alla spianata più grande del Monte del Tempio, e si raggiunge salendo una qualsiasi delle numerose scalinate che terminano con archi che simulano delle porte.


Archeologi e studiosi della Bibbia hanno a lungo dibattuto se la seconda spianata appartiene al periodo del Primo o del Secondo Tempio. Quasi tutti concordano sul fatto che questa seconda spianata rialzata è contemporanea al Primo Tempio. Uno dei motivi che corroborano questa conclusione è il fatto (di cui abbiamo testimonianza storica) che il Secondo Tempio si raggiungeva salendo dodici gradini che partivano proprio dalla Spianata. Un altro è che un edificio rotondo adiacente, chiamato “la Cupola della Catena”  sembra sorgere nel punto esatto in cui sorgeva il Grande Altare del Tempio. La spiegazione più plausibile per la seconda spianata rialzata è che portava il livello del suolo del Tempio a un’altezza pari alla parte superiore della Pietra Sacra, consentendo così di posizionare lì, al livello del pavimento, l’Arca dell’Alleanza. Le mura della Cupola della Roccia – all’interno e all’esterno – sono ricoperte da versi calligrafici del Corano, il libro sacro dei musulmani. Alcuni ricercatori hanno notato che, stranamente, nessuno dei numerosi versi parla dell’ascesa notturna di Maometto al cielo, avvenuta proprio da questa Pietra Sacra. Alcuni sostengono, dunque, che la vera ragione per la costruzione della Cupola – iniziata nel VII secolo d.C. – sia stata l’associazione della Pietra con il Sancta Sanctorum del Tempio. Come avevo indicato negli appunti che avevo preparato per il mio gruppo, non avevo alcun dubbio che, entrando nella Cupola della Roccia saremmo entrati nel Sancta Sanctorum, e che la Pietra è il luogo dove, un tempo, riposava l’Arca dell’Alleanza. A mio avviso la sacralità del luogo risaliva a un periodo ancora più antico, a quando il sito era l’Ombelico del Mondo, il Centro di Controllo della Missione postdiluviano degli Anunnaki. I colossali monoliti del corso maestro, scoperti nel Tunnel del Muro Occidentale, simili al Triliton di Baalbek, rafforzarono quella convinzione e la presenza dell’ingresso segreto (Porta di Warren) con il suo tunnel che portava fino all’interno del Sancta Sanctorum schiuse una serie di stuzzicanti ipotesi sulle sorti dell’Arca dell’Alleanza. Con queste convinzioni il gruppo raggiunse l’ingresso riservato ai visitatori. Dopo esserci tolti le scarpe e aver lasciato le macchine fotografiche, in gruppetti di sei o sette fummo finalmente ammessi all’interno. Entrai con il primo gruppo e vi rimasi fino a che tutti gli altri ebbero la possibilità di entrare e di ascoltare le mie spiegazioni bisbigliate.


L’interno della Cupola della Roccia è una struttura a colonne imponente, ricca di colori, che racchiude la Pietra Sacra (in arabo as-Sakhra, “Pietra della Fondazione”). Il muro esterno ottagonale racchiude due porticati concentrici che sostengono il soffitto inclinato all’interno della Cupola. Una luce colorata brilla attraverso le vetrate che circondano un anello strutturale, decorato, sotto la cupola stessa. La luce, filtrata dalle vetrate colorate, rafforza l’effetto cromatico e del gioco di luci e ombre all’interno della Cupola della Roccia. Il primo anello interno di colonne  segue il contorno ottagonale esterno; il colonnato interno, circolare, forma sedici archi portanti fra due pilastri e tre colonne su ciascuno dei quattro segmenti. Il bianco del marmo, il blu delle piastrelle, l’oro delle iscrizioni e il rosso dei tappeti sono i colori dominanti. I raggi di luce colorata e la profusione di dettagli artistici non fanno altro che polarizzare l’attenzione sulla straordinaria roccia naturale che si trova al centro della costruzione. Tappeti sul pavimento attutiscono il rumore dei passi; e pur se non ci sono cartelli che costringono al silenzio, tutti noi parlavamo sottovoce o bisbigliavamo, perché un tono di voce alto sarebbe sembrato del tutto fuori luogo. La Pietra è circondata da una ringhiera di legno e da balaustre; è stato creato persino un piccolo punto di osservazione per i turisti, una sorta di balconcino. La Pietra Sacra è un affioramento di roccia di dimensioni notevoli: misura all’incirca 15 metri x 12. La sua superficie porta i segni di diversi interventi e di tagli che hanno creato sia delle aree lisce e piatte, sia piccole cavità.



Nessuno è in grado di dire quando sono state fatte, pur se alcune sono state attribuite ai Crociati, che ne asportarono alcuni pezzi per rivenderli ai pellegrini cristiani. Se questo è il Sancta Sanctorum del Tempio – il luogo dove era conservata l’Arca dell’Alleanza – allora, è più facile spiegare la presenza di alcuni segni, alcuni dei quali formano un angolo retto. Gli studiosi della Bibbia sono incuriositi dal lato occidentale della Pietra, che è diritto o che è stato comunque raddrizzato. Questa sua caratteristica viene accentuata dalla ringhiera che lo delimita e che forma angoli perfetti con le ringhiere laterali, più corte. La faccia rivolta a sud della Pietra fa ipotizzare che il lato diritto sia frutto di una lavorazione. Un eminente ricercatore del Tempio di Salomone, l’archeologo olandese Leen Ritmeyer, è giunto alla conclusione che questo lato diritto combaci perfettamente con il lato occidentale del Sancta Sanctorum. Sulla destra del punto di osservazione del visitatore si può vedere una foro perfettamente rotondo, del diametro di 60 centimetri, tagliato con estrema precisione in uno strato di roccia spesso poco meno di due metri. È una notevole impresa tecnologica di cui ignoriamo finalità, il periodo in cui è stata creata e persino l’artefice. «Non si trova al centro della Pietra e nemmeno vicino al centro. A cosa serve?», mi chiese qualcuno. Risposi che non lo sapevo e che non ero nemmeno a conoscenza di teorie di altri studiosi. Fra il punto di osservazione e il buco ci sono dei gradini che portano giù, sotto la Pietra, in quella cavità o grotta che ero così curioso di vedere. Era lì che volevo andare, ma non avevo modo di arrivarci. Poiché le guardie che ci stavano osservando (pur se non sempre ne eravamo consapevoli) non facevano obiezioni, girammo intorno alla Pietra per guardarla da ogni possibile angolazione. In questo modo ci è stato possibile notare delle caratteristiche della sua superficie che non si notavano magari da un’altra prospettiva, provocando una serie di esclamazioni soffocate: «Guarda qua! Guarda qua!». Passando accanto ai gradini che portavano alla grotta rallentammo l’andatura. Era troppo buio perché potessimo scorgere qualcosa. Mi chiesi se potevo sgattaiolare all’interno mentre camminavo con un gruppo e risalire confondendomi con il gruppo seguente, ma la sorveglianza era troppo serrata e non osai mettere in atto il mio piano. Senza macchine fotografiche e con altri membri del gruppo in attesa fuori, mi resi conto che la visita alla Cupola della Roccia aveva tradito le mie aspettative. Ma gli altri erano entusiasti, persino intimiditi dalla vicinanza a questa reliquia così venerata e consacrata. Stando alle tradizioni e alle credenze delle tre fedi, ci trovavamo davanti all’Ombelico del Mondo e vedevamo con i nostri occhi la Pietra della Fondazione, il luogo dove Abramo era stato messo alla prova, dove si trovava il Sancta Sanctorum del Tempio di Salomone, il luogo dove era stata collocata l’Arca dell’Alleanza e al quale aveva accesso solo il Sommo Sacerdote. Tutto questo – a dispetto dell’attesa, delle guardie e della fretta – fu causa di euforia, di gioia e di devozione.
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Stavamo lasciando il Monte del Tempio e avevamo quasi raggiunto la Porta Verde quando la guardia con la quale avevo parlato, ci raggiunse. «Il dottor Salameh è rientrato in ufficio, e la può ricevere», disse. Dopo una rapida consultazione, decidemmo che mentre io sarei andato dal dottor Salameh, il gruppo avrebbe proseguito con il programma del giorno. Io e mia moglie fummo quindi condotti agli uffici del Wakf. Il dottor Salameh ci accolse sulla soglia del suo ufficio con una calorosa stretta di mano. «Prego, prego, entrate, accomodatevi!». Il piccolo ufficio straripava di libri. «Il suo ufficio mi ricorda il mio», gli dissi. «Libri, libri, libri ovunque…» Ci chiesero se avremmo gradito del tè e, quando accettammo, un addetto portò un vassoio di rame lucidato con tre tazze e versò il tè dolce da una teiera con un lungo becco, anch’essa di rame. Elogiammo il tè e trascorremmo un po’ di tempo a parlare del nostro comune amico, Joseph Peeples. La stima mostrata nei confronti suoi e della sua Jerusalem Historical Society mi fece intuire che doveva aver dato un notevole contributo agli sforzi del dottor Salameh o alla sua biblioteca, ragion per cui mi sentii obbligato a mostrare una grande curiosità nei confronti dei libri allineati lungo il muro e accatastati sulla sua scrivania. Confesso che alcuni di quei libri mi facevano invidia. Dopo questi convenevoli, il direttore educatamente affrontò lo scopo della mia visita al Monte. Gli descrissi il mio lavoro e i miei scritti, sottolineando il fatto che si occupavano di antiche civiltà e delle origini delle religioni. «Un soggetto», dissi, «che – come Lei converrà – deve includere il luogo venerato da Islam, cristianesimo ed ebraismo» (in quell’ordine). «Sono affascinato dalla Pietra Sacra», dissi. «È stato un peccato che il mio gruppo non abbia potuto guardarla bene, e nemmeno scattare delle foto. Potrei tornare indietro e farne qualcuna?» Parlò per un po’ girando intorno all’argomento e infine disse che sicuramente capivo che “in quei giorni” era necessario muoversi con grande cautela nel concedere permessi “delicati”. Avrebbe davvero desiderato aiutarmi, ma l’unica cosa che avrebbe potuto fare era sottoporre una mia richiesta scritta alle autorità del Wafk, “in alto”. «Quanto tempo ci vorrà?», chiesi. «Oh, cercherò di ottenerla nell’arco di due settimane.» «Sarò già partito», risposi. «Non sarebbe possibile averla nell’arco di una settimana? Potrei tornare al Monte alla fine del viaggio.» Fece un gesto, come per dire “Chi lo sa?”. Gli dissi che avrei verificato la possibilità di prolungare il soggiorno e che lo avrei richiamato in caso avessi deciso di presentare domanda. Ci lasciammo cordialmente, pur se mi ritrovavo esattamente al punto di partenza. «Non ha funzionato», dissi sconsolato a mia moglie. «Beh, se non altro il tè era buono», rispose. Fuori all’edificio ci aspettava la solita guida/guardia. «Com’è andata?», mi chiese. Gli dissi ciò che avevo chiesto e la risposta che avevo ricevuto. Mi fissò, come cercando di penetrare i miei pensieri più remoti. «Può tornare qui domani alle dieci?», domandò. Lo fissai. «Certo», risposi. «Allora torni domani, da solo.» E aggiunse. «L’aspetto a questo ingresso.» Chiesi il suo nome. «Mahmoud, mi chiamano Mahmoud!», rispose. Ci stringemmo la mano. Mi voltai per andare via, ma lui mi tenne ancora la mano. «Porti del contante», sussurrò. «Niente traveler’s checks.» Mentre scendevamo le scale, mia moglie mi fece una domanda che sembrava piuttosto un’affermazione. «Non avrai mica intenzione di andarci, domani?» «Certo che ci andrò», risposi. Al mattino successivo, a colazione – i buffet della prima colazione negli alberghi israeliani sono sempre sontuosi – discussi il programma del giorno con il tour leader e con la guida e vi apportammo alcune modifiche, così da tenere occupato il resto del gruppo tra le dieci e mezzogiorno. Decisi di confidare i miei piani a Wally M., un veterano di alcune delle precedenti Expeditions, molto bravo nello
scattare foto in luoghi altrimenti proibiti. Acconsentì prontamente di rinunciare al giro del mattino per tornare con me al Monte. «Ma la guardia non aveva detto che dovevi tornare da solo?», chiese mia moglie. «Certo, ma quello che intendeva realmente era non-accompagnato-da-una-donna!» Wally ed io arrivammo alla Porta Verde alle 10 in punto e Mahmoud era lì ad aspettarci. Ci guidò velocemente all’ingresso della Cupola della Roccia e, mentre ce ne stavamo un po’ in disparte, confabulò con un uomo dalla corporatura robusta all’ingresso. Poi Mahmoud tornò da noi. «ok due persone», disse. «Ma solo una macchina fotografica.» Disse poi una cifra, indicando gli sheqel da versargli. «Sta scherzando?», ribattei, abituato all’uso della contrattazione del Medio Oriente. «Devo dividerlo con lui», mi spiegò, indicando l’uomo all’ingresso. Gli detti il denaro. Wally consegnò la macchina fotografica (avremmo usato entrambi la mia). Ci togliemmo le scarpe ed entrammo. Non c’era nessuno all’interno, o – almeno – noi non notammo nessuno. Girammo attorno alla Pietra Sacra e le scattammo numerose foto da diverse angolazioni, cercando di cogliere – attraverso il gioco di luci e ombre del flash – le asperità (naturali o artificiali) e gli angoli sulla superficie della roccia. Sembrava che fossimo ancora soli. «Ora!», dissi a Wally quando, girando intorno, raggiungemmo gli scalini che scendono alla grotta sotto la roccia. Mentre Wally restava di guardia, scesi di corsa le scale, con il cuore che batteva all’impazzata. Vi erano vecchi resoconti sul destino di coloro che osavano violare la santità della Pietra. I pensieri si affollavano nella mente. Sto forse violando un tabù, faccio bene a entrare in quello che un tempo era il Sancta Sanctorum, il luogo al quale aveva accesso solo il Sommo Sacerdote? Ma io sono un Levita, appartengo alla tribù sacerdotale, pensai fra me e me, quasi mormorando. Tutti questi pensieri svanirono all’improvviso perché, in men che non si dica, avevo finito i gradini ed ero entrato nella grotta. Incredibilmente la parte inferiore della Pietra Sacra mi faceva da soffitto! Il luogo era illuminato da una luce fioca, che entrava attraverso il foro perfettamente circolare che si trova sulla pietra, ma non sono sicuro (e non riesco a ricordare) se c’era anche un’altra fonte di luce nella grotta. Guardai attraverso l’apertura circolare, perfetta e dalle pareti lisce. Chi l’aveva fatta? Quando? Perché? Il mistero resta. La superficie della pietra (o il suo fondo) sembrava lavorata, infatti riuscivo a scorgere zone piatte e incavi. Lo stesso dicasi per le pareti che mi circondavano. Mi chiesi allora se anche questa cavità era naturale oppure artificiale. Il pavimento sotto i miei piedi era ricoperto da tappeti, impedendomi di controllare se c’erano altre aperture. Su di un lato della grotta, comunque, sembrava che ci fosse una porta, ricoperta da una tenda di stoffa. Ecco! Pensai fra me e me, ricordandomi di una xilografia su legno, vecchia di secoli, che ritraeva proprio quel luogo . Ma non appena mossi un passo, quasi inciampai su delle donne sedute, tutte vestite di nero e nascoste da veli. Erano sedute, perfettamente immobili, mimetizzate nell’oscurità. Di fatto mi bloccavano l’accesso all’apertura nella roccia.


Avevo lasciato la macchina fotografica a Wally perché, per quanto fossi curioso, percepivo che era un sacrilegio scattare foto con un flash nella grotta sotto la Pietra Sacra; non avevo una torcia per illuminare le donne, sempre che fossero davvero donne. Per alcuni minuti che sembrarono un’eternità rimasi lì, immobile. Poi sentii Wally che mi chiamava: «Presto, arriva qualcuno!». Salii di corsa i gradini, appena in tempo prima che arrivassero Mahmoud e la guardia grande e grossa. «Dovete andarvene!», dissero. Non ce lo facemmo ripetere due volte. Mahmoud ci condusse a un’altra uscita dal Monte, che viene usata esclusivamente dai musulmani e che portava al quartiere musulmano. «È meglio se passate da qui.» Quando lo ringraziai, trattenne di nuovo la mia mano. «Niente per me?», domandò. Gli diedi una banconota da cento shequel. Fece una smorfia, come se non bastasse, ma la prese e mi ringraziò. As-Sallam – arrivederci e che la pace sia con te – gli dissi, dopodiché io e Wally ce ne andammo.
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Quella sera, durante il briefing, raccontai al gruppo quanto era successo all’interno della Cupola della Roccia e nella grotta sottostante. «Perché era così importante ritornarci?», mi chiese qualcuno. «Perché bisognava controllare che ci fosse una caverna al di sotto della grotta, sotto la Pietra?» Spiegai che la grotta poteva essere la chiave della sparizione dell’Arca dell’Alleanza. Sappiamo che il Tempio costruito da Salomone doveva ospitare l’Arca dell’Alleanza, sia come simbolo della presenza di Dio, sia per tenere al sicuro le Tavole della Legge che sancivano l’alleanza fra Dio e il Popolo Eletto. Oltre a servire come una sorta di altoparlante attraverso la quale il Signore dette le istruzioni a Mosé durante l’Esodo, fu proprio l’Arca a far aprire le acque del fiume Giordano e a far cadere le mura di Gerico. Era l’oggetto più importante, più venerato e sacro all’interno del Tempio, di gran lunga più importante di tutti gli altri utensili, vasellame e oggetti per i rituali... ed è svanito nel nulla. I resoconti della Bibbia e quelli egizi narrano che Gerusalemme fu attaccata e saccheggiata dal faraone Sheisak (o Sheshonk) subito dopo la morte di Salomone. Ma nessuno dei documenti (quello egizio è inciso sulle mura del Grande Tempio di Karnak) cita la presenza dell’Arca fra il bottino di guerra. Circa quattro secoli più tardi, Gerusalemme fu attaccata e saccheggiata da Nabucodonosor di Babilonia, ma anche in questo caso – fra la lista particolareggiata degli oggetti presi – non viene fatta alcuna menzione dell’Arca. Non era lì neppure quando i Romani distrussero il Secondo Tempio: a quei tempi l’oggetto più importante trafugato fu il candelabro a sette braccia, raffigurato sull’Arco di Tito a Roma . Ma allora, quando e come è sparita l’Arca dell’Alleanza? Nel porre questa stessa domanda al gruppo, la mia voleva essere, in realtà, una domanda retorica, ma qualcuno rispose: «Dicono che sia stata portata in Etiopia, so di un libro che ne parla». Dovetti ammettere di esserne a conoscenza anch’io. Secondo questa versione la regina di Saba – quando fece ritorno in Etiopia – dette alla luce un figlio di re Salomone. Questo figlio, Menelik, si recò in visita al padre a Gerusalemme, dove avrebbe sottratto l’Arca dell’Alleanza, portandola con sé in Etiopia. La tradizione cristiana etiope sostiene che da allora l’Arca si trova in una città chiamata Aksum, in una chiesa alla quale possono avere accesso solo il custode della chiesa e il sommo sacerdote. La storia sostiene l’esistenza di un figlio di Salomone e di un nascondiglio segreto dell’Arca, tanto segreto che non è mai stato visto né, tanto meno, mostrato ai ricercatori.


Per quanto sembri improbabile questa storia, ci sono altri due problemi di non lieve entità. Uno è che Saba, il paese della Regina, si trova nell’Arabia meridionale e non nell’Africa orientale. L’altra è che il Talmud, il documento che riporta le antiche discussioni dei rabbini afferma – senza possibilità di equivoci – che l’Arca venne nascosta per precauzione dal re Josiah (641-610 a.C.) in previsione dell’attacco dei Babilonesi. A quei tempi il presunto figlio di Salomone avrebbe avuto ben più di quattrocento anni. C’è una famosa storia di Sherlock Homes, nella quale l’indizio per scoprire l’assassino era la domanda: «Perché il cane non ha abbaiato?». E una domanda analoga ci può aiutare a risolvere il mistero della scomparsa dell’Arca, la reliquia più venerata, legata all’Esodo e ai Dieci Comandamenti. Perché è passato sotto silenzio il fatto che il Sancta Sanctorum non conteneva più l’Arca? Quando gli Ebrei esiliati fecero ritorno da Babilonia per costruire il Secondo Tempio, l’assenza dell’Arca venne data per scontata. Era come se tutti sapessero che era normale che non ci fosse, che si trovava al sicuro, da qualche altra parte. E questo, dissi, ci porta a un’altra versione, secondo la quale l’Arca venne trasferita – con il consenso dei sacerdoti – in un tempio identico a quello di Gerusalemme che si trovava in un insediamento ebraico sull’isola di Elefantina, nell’Egitto Superiore. Nelle Scritture alcuni indizi fanno intuire che il profeta Geremia era coinvolto nel trasferimento dell’Arca a un luogo sicuro e all’estero. Qualcuno ha notato che il riferimento del profeta Isaia in merito a un altare dedicato a Yahweh nel bel mezzo dell’Egitto, sembra
fare riferimento al tempio sull’isola di Elefantina. Questa interpretazione solletica la mia curiosità perché nell’antico Egitto quell’isola era legata al dio creatore Khnum, alias Ptah, alias Enki in sumero. Mettendo da parte tutte queste versioni e questi ipotesi, non possiamo ignorare l’affermazione più chiara delle Scritture a questo proposito, che riguarda Josiah, il re giudeo. Nel Talmud viene detto chiaramente che lui nascose l’Arca «nel suo posto», «sotto i legni». Il che fa pensare che l’Arca non sia mai stata rimossa dal Tempio, bensì nascosta al suo interno, «nel suo posto», «sotto il legno», nella grotta sotto la Pietra, celata da un pavimento in legno! Perciò, conclusi, per scoprire il mistero della scomparsa dell’Arca era necessario esaminare la grotta e qualsiasi altro possibile anfratto che si trovi sotto la Pietra nel Sancta Sanctorum. «Non ti aspettavi mica di scendere là sotto e di trovare l’Arca?», mi chiese qualcuno tra il serio e il faceto. «No», risposi, ma la Bibbia riporta le misure dell’Arca senza la sovrastruttura dei cherubini alati. L’Arca vera e propria misurava 122 cm x 72 cm x 72 cm. Quindi, per essere portata via, c’era bisogno di un’apertura poco più grande di un metro e ventidue centimetri o, se la si faceva passare lateralmente, di poco meno di 90 centimetri. Ed era esattamente questo che volevo controllare: le dimensioni della scala
che portava di sotto e dell’apertura nascosta dalla tenda. «E?» molti chiesero all’unisono. «Per quel po’ che ho potuto vedere», dissi, «l’Arca sarebbe potuta passare da entrambe le aperture». Stavo forse ipotizzando, chiese qualcuno, che in qualche posto, nella grotta adiacente, oppure in un terzo anfratto è ancora nascosta l’Arca dell’Alleanza? «La risposta», dissi, «potrebbe trovarsi nell’ingresso segreto del Tunnel del Muro Occidentale e nella grande cavità che si trova alle sue spalle. Conduce forse alle grotte o alle caverne che si trovano sotto la Pietra Sacra? Se la risposta è sì, l’Arca avrebbe potuto essere portata via di nascosto dal Monte del Tempio; se la risposta è no, l’Arca potrebbe essere ancora lì, nascosta nella seconda grotta». «Quindi l’ubicazione dell’Arca rimane ancora un mistero?», chiesero alcuni. «Sì», confermai. «Ma non è l’unico. Vi è ancora l’altro mistero, quello dei blocchi colossali. Per me non c’è alcun dubbio su chi li ha estratti e posati: gli Anunnaki. E non ho nemmeno alcun dubbio sul quando: quando il Monte venne scelto come sito del Nuovo Centro di Controllo della Missione, il nuovo DUR.AN.KI. Per me l’unica domanda che resta è: perché? La Spianata del Monte del Tempio era forse un Luogo dell’Atterraggio, più piccolo rispetto a Baalbek, ma che aveva comunque bisogno di quei sostegni massicci nel Muro Occidentale? Il suo scopo era solo quello di proteggere una grotta, uno spazio vuoto? O (il muro) era stato costruito per proteggere quello che avrebbe dovuto essere riposto dietro i blocchi, forse gli strumenti che collegavano il Cielo e la Terra?» «Lo scopriremo mai?» Esitai un attimo, non sapevo come rispondere a questa domanda così semplice. Alla fine dissi: «Quel giorno verrà».

Poscritto:
Dopo essere ritornato a New York, ripensai alla serenità che mi aveva avvolto in cima al Monte del Tempio e a quella tranquillità che avvicinava a Dio. Aprii la Bibbia e cercai il versetto che mi era venuto in mente quel memorabile giorno, quello che raccontava di come Dio facesse sentire la propria presenza in un silenzio carico di serenità. Era narrato nella storia del profeta Elia, che doveva sottrarsi alla collera della Regina Jezebel, a seguito dell’uccisione del sacerdote del dio Ba’al. Fuggendo verso sud, Elia raggiunse Beersheba; poi proseguì per un giorno di viaggio nel deserto del Negev. Stanco e affamato, si addormentò sotto un ginepro. «Allora, ecco un Angelo lo toccò e gli disse: Alzati e mangia.» Al suo fianco, miracolosamente, erano comparsi cibo e acqua. Riprese le forze, Elia, seguendo le istruzioni dell’Angelo, continuò a viaggiare per quaranta giorni e quaranta notti «fino al Monte di Elohim, l’Oreb. Lì entrò in una caverna per passarvi la notte.» E il Signore andò da lui e gli disse: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore!». Mentre Elia era in attesa del suo Dio, venne un vento impetuoso che spaccò le montagne e spezzò le rocce. «Ma il Signore non era nel vento.» Dopo il vento ci fu un terremoto, «ma il Signore non era nel terremoto». Seguì un fuoco, «Ma il Signore non era nel fuoco.» Poi, dopo il fuoco, ci fu il mormorio di un vento leggero. «Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.» Aveva riconosciuto la voce del Signore. Rimasi sorpreso nel leggere questi versi nel Primo Libro dei Re, capitolo 19. In cima al Monte del Tempio, quando fui avvolto dalla serenità, non ricordavo che il passaggio della Bibbia legato alla storia di Elia che si era rifugiato sul Monte Sinai. Venti anni prima, nel novembre del 1977, avevo affittato un aereo per scoprire il vero Monte Sinai e mi ero messo proprio sulle tracce della sua grotta. Scopo di quel volo era accertare l’esistenza del Corridoio di Atterraggio in epoca postdiluviana, ragion per cui il volo aveva avuto inizio passando sopra Gerusalemme, sopra il Monte del Tempio. A quasi venti anni esatti di distanza (settembre 1997), sul Monte del Tempio ero stato avvolto da una strana pace, colma di serenità. Non poteva trattarsi di una semplice coincidenza.

*( Le offerte al Tempio potevano essere fatte solo nella moneta di Gerusalemme (N.d.T.)

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