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giovedì 1 settembre 2016

I MISTERI DEL MONTE SINAI


Questo certificato, un cartoncino marrone stampato a caratteri d’oro, è rimasto per circa trent’anni in cartelline traboccanti di materiale relativo alle mie ricerche sulla penisola dei Sinai, sulla Via dell’Esodo e sull’ubicazione del vero monte Sinai. Attesta che io e mia moglie siamo saliti sul Sinai, solo che quello che viene comunemente ritenuto tale, non è affatto il monte sul quale Mosé ricevette i Dieci Comandamenti. Nel corso di una lunga ed estenuante ricerca, volta a determinare l’esatta ubicazione del monte sacro, ho compiuto una serie di spedizioni e di ricognizioni aeree. Alcune si sono tramutate in rocambolesche avventure che, in compenso, hanno fruttato foto straordinarie che rasentano l’incredibile e che, fino ad oggi, non ho voluto inserire nei miei libri. Le pubblico, ora, per la prima volta. Queste immagini sono una vera e propria provocazione: chi incontrò Mosè sul Sacro Monte? Nei secoli passati, per raggiungere il Monastero di Santa Caterina e il vicino Monte di Mosè – a sud della penisola del Sinai – i pellegrini dovevano affrontare un viaggio lungo e pericoloso: partivano dall’Egitto e navigavano poi lungo il Golfo di Suez  fino alla vecchia città portuale di el-Tur, affacciata sulla costa occidentale della penisola. Da lì proseguivano a dorso di mulo, inoltrandosi nella parte montuosa e scoscesa della penisola, dove montagne di granito dai pendii accidentati celano l’agognata vetta. Nel XIX secolo alcuni ricercatori biblici (ad esempio Johann Ludwig Burckhardt nel 1816) cercarono di individuare la Via dell’Esodo. Partendo da Suez, all’imboccatura dell’omonimo golfo, si inoltrarono poi all’interno della penisola a dorso di cammello, fino a raggiungere Wadi Firan (wadi era un termine usato per indicare ruscelli o piccoli corsi d’acqua che si riempiono durante la stagione delle piogge e che sono, invece, in secca per il resto dell’anno). In un punto del corso serpeggiante del wadi, la natura ha fornito acqua in quantità sufficiente a dar vita all’oasi più grande della penisola, che rimane verde durante tutto l’anno . Un sentiero in salita, lungo tortuoso e insidioso – che prende avvio dall’oasi – consente di raggiungere a piedi il Monastero  e il Monte. Nei decenni che precedettero la prima guerra mondiale, ricercatori tedeschi e britannici (a volte con il duplice ruolo di spie militari) esplorarono la penisola del Sinai con la scusa di controllare diverse teorie che riguardavano l’ubicazione e l’identificazione del Monte Sinai (e così determinare la Via dell’Esodo) o, al contrario, di individuare la Via dell’Esodo (e così trovare il Monte). La Bibbia fornisce nomi di località e punti di sosta; misura le distanze in giorni di cammino, specifica i luoghi dove era possibile trovare – o no – acqua e cibo, nonché altri utili indizi. Ogni teoria poteva trovare sostegno in questo o in quest’altro dettaglio biblico.
La penisola – che fu sotto il dominio dei Turchi ottomani nel periodo che precedette la prima guerra mondiale, dei britannici negli anni immediatamente successivi e, infine, degli egiziani – era preclusa ai moderni discendenti degli Israeliti. La situazione cambiò quando, nel 1967, nel corso della Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la penisola. In breve tempo dilagò l’interesse fino a quel momento tenuto a freno e, in men che non si dica, la penisola brulicava di ricercatori, pellegrini ed escursionisti. Fu così che nel 1972 io e mia moglie, che desideravamo visitare i luoghi dell’Esodo, potemmo finalmente realizzare il nostro sogno senza rischiare di restare senz’acqua o di dover viaggiare a dorso di
mulo. Prenotammo due posti in un Tour del Sinai organizzato da una piccola compagnia aerea israeliana, l’Arkia. Una limousine ci prelevò all’albergo e ci accompagnò all’aeroporto di Ben-Gurion a Eilat, sull’omonimo golfo, in tempo per il volo delle 8. Lì, in una capanna pomposamente chiamata Terminal Partenze, fra giovani soldati armati di “uzi” e diversi beduini che parlavano ebraico (membri di tribù nomadi locali che lavoravano negli hotel di Eilat) ci mettemmo in coda per i controlli di sicurezza, attraversammo il gate di partenza che, in realtà, era la porta di quello che prima era un hangar e ci avviammo a piedi verso un piccolo aeroplano. «Voleremo su quel coso?», chiese mia moglie incredula. Alcuni minuti dopo ci alzavamo in volo. Sorvolammo la splendida costa occidentale del Golfo di Eilat, lungo la quale si snodava una nuova autostrada che percorreva tutta la penisola fino a Sharm-el-Sheikh. Volavamo a quota bassa e distinguevamo chiaramente piccole baie, spiagge dalla sabbia dorata, montagne che scendevano a lambire il mare, un’isola corallina con i resti di una fortezza dei Crociati e la roccaforte di un califfo. Sulla sinistra, al di là del golfo, si intravedevano le montagne rossastre dell’Arabia Saudita. Poi l’aeroplano prese quota e virò verso l’interno, lottando per mantenersi al di sopra dei picchi di granito sempre più alti e minacciosi. Un uomo con baffi sulla quarantina iniziò a parlare ai turisti da un interfono, identificando per noi i luoghi di interesse turistico e i punti di riferimento. Quasi tutti i passeggeri si alzarono per ammirare il panorama. Poi si accese il segnale di allacciare le cinture e, come in un miraggio, fra i picchi aguzzi comparve una striscia pianeggiante. Quando l’aereo toccò terra, si fermò davanti a un edificio sul quale era scritto a lettere cubitali: Monte Sinai. Era il terminal della minuscola pista di atterraggio, unico edificio di quel singolare aeroporto. Nell’arco di alcuni minuti tutti – eccezion fatta per il nostro gruppo – erano partiti a bordo di jeep o di altri fuoristrada. Il nostro pullman era pronto, vi salimmo e iniziammo il Tour del Sinai. La strada scendeva verso sud. In realtà non si trattava di una strada vera e propria, ma di una pista in terra, battuta dai pneumatici dei pullman che ci avevano preceduto. La zona pianeggiante, dove era atterrato l’aereo, lasciò ben presto il posto a un sentiero che si arrampicava fra i picchi di montagna che sembravano gareggiare in altezza, forma e colore. Il sentiero divenne ancora più scosceso e stretto. Poi il pullman si fermò e fummo invitati a scendere per ammirare il panorama. Nella valle sotto di noi, in lontananza, si scorgeva un’oasi di palme da dattero: l’oasi di Wadi Firan. Riprendendo il viaggio lungo una strada ancora più sconnessa, il panorama continuava ad essere composto da montagne spoglie; non si vedeva un’anima viva. Il pullman cigolava in maniera sinistra mentre avanzava faticosamente lungo una stradina rocciosa che si apriva fra i massi franati dalla montagna. Poi iniziò una discesa molto ripida e, all’improvviso, ai nostri occhi si aprì una bella valle. Lì al centro delle montagne, sorgeva una sorta di castello medievale circondato da mura: il monastero di Santa Caterina. Dopo una discesa traballante, il pullman raggiunse il monastero. Fino a poco tempo prima l’unico modo per accedervi era essere issati all’interno di un canestro. Noi fummo più fortunati: entrammo attraverso una porta che si trovava accanto al frutteto e all’orto del monastero. Un monaco, addetto ad accogliere i visitatori, ci spiegò che la storia del monastero risale all’inizio del cristianesimo, quando i primi a convertirsi in Egitto (sotto il governo di Roma) fuggirono nei deserti di Egitto e Sinai per evitare le persecuzioni. In seguito, dopo l’editto di Costantino che fece assurgere il cristianesimo a religione di stato, numerosi di questi nascondigli si trasformarono in monasteri. Fra i tanti martiri uccisi dai Romani figurava una fanciulla di nome Caterina. Gli angeli ne rubarono il corpo e lo nascosero sulla cima più alta del Sinai. Quattro secoli dopo, un monaco sognò il luogo della sepoltura: ecco spiegato il nome del monte e del monastero. Il monaco ci fece fare poi un giro della chiesa, della biblioteca e del luogo dove è conservato lo scrigno d’oro con le reliquie della santa. Ma – chiedemmo – e il Monte Sinai? Fuori, la guida del tour ci indicò una vetta distante . Non si chiama Monte Sinai, bensì Jebel Mussa, il Monte di Mosè. Si trova a circa due ore di cammino dal monastero e non è affatto isolato, è la cima più meridionale di un massiccio lungo all’incirca tre chilometri. Lo si può raggiungere in due modi. Il primo è salendo 4.000 scalini posati dai monaci lungo i pendii occidentali del massiccio. L’altro, decisamente più facile, ma che richiede più tempo, è percorrere la strada che sale dolcemente lungo il versante orientale del massiccio fino a incrociare gli ultimi 750 gradini del sentiero occidentale.


Coloro che desideravano salire dovevano prenotare il pernottamento al monastero per iniziare l’ascesa all’alba. Gli altri (me e mia moglie inclusi) furono riportati indietro alla pista di atterraggio per una breve tappa a Sharm-el-Sheikh, sulla punta della penisola; lì gli israeliani avevano creato una località balneare chiamata Ophirah (verso Ophir) indicando la strada per il leggendario luogo dove – secondo la Bibbia – Salomone ricevette l’oro per costruire il Tempio di Gerusalemme. La visita al monastero aveva chiarito – una volta e per tutte – che il Mosè (Mussa in arabo) che aveva dato il nome al monte non era affatto il Mosè dell’Esodo, bensì un monaco che aveva preso parte al
ritrovamento del corpo di Santa Caterina. Era emerso anche che il Monte Mussa non è affatto un monte, bensì l’ultima cima di un massiccio lungo all’incirca tre chilometri, circondato da vette più alte (incluso lo stesso Monte Caterina, come attestava un cartello del monastero). Dio non avrebbe scelto quel luogo per manifestarsi. Inoltre, non essendo un monte isolato, contraddiceva in pieno la descrizione biblica, secondo la quale gli Israeliti si erano accampati «intorno al monte». In inverno, le alte vette di granito sono ricoperte di neve, eppure, in tutta la storia dell’Esodo non si fa alcun cenno alle nevicate. Anzi, per essere precisi, la Bibbia chiama Monte Horeb (Monte della Terra Arida) il monte dove Mosè assistette al primo miracolo, quello del Roveto che, pur bruciando, non si consumava.
Se partiamo dal presupposto che gli Israeliti (600.000 persone) si approvvigionavano d’acqua all’oasi di Firan, non possiamo fare a meno di notare che questa si trova a diversi chilometri di distanza dal Monte di Mosè “ufficiale”. Se gli Israeliti si fossero accampati all’oasi, non avrebbero potuto essere testimoni della grande teofania «Il Signore scese dunque sul Monte Sinai» (Esodo 19, 20). Un altro particolare che non quadrava è la storia delle quaglie. Quando gli Israeliti terminarono il cibo, migliaia e migliaia di quaglie giunsero all’accampamento. Gli uccelli erano talmente esausti che bastava allungare la mano per prenderli. Ancora oggi – nel corso della migrazione invernale dalla Romania e dai paesi del Mar Nero fino all’Africa, al Sudan – le quaglie volano sopra il Monte Sinai e ritornano poi in primavera. Ma non volano sulla regione meridionale del Sinai, perché le cime sono troppo alte. Attraversano invece la zona centro-settentrionale della penisola e, sulla strada del ritorno, si fermano a riposare proprio lì, prima di intraprendere il lungo volo – senza soste – che le porta ad attraversare il Mediterraneo. Compiono questo viaggio proprio nel periodo indicato dall’Esodo, alla Pasqua ebraica, quando inizia la primavera. Di certo non volano a sud, fra gli alti picchi di granito. A dispetto di quanto affermava il certificato in mio possesso, dunque il Monte di Mosè, accanto al monastero, non era e non poteva essere lo stesso monte sul quale Mosè aveva ricevuto i Dieci Comandamenti.
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All’epoca di quel viaggio stavo scrivendo il mio primo libro, Il Pianeta degli Dei, e ogni qualvolta un aspetto del libro richiedeva ulteriori verifiche, mi interrompevo per compiere le necessarie ricerche. Era importate determinare l’esatta ubicazione del vero Monte Sinai perché, nella Bibbia, viene chiamato Har Ha-Elohim, che è tradotto come Monte di Dio, ma che in realtà significa “Monte degli dèi”, al plurale. Nella Genesi il termine Elohim viene usato per descrivere coloro che dissero «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza». Contrariamente a ciò che viene universalmente accettato, giunsi alla conclusione che i testi mesopotamici paralleli (e più antichi) indicavano che Elohim, letteralmente “I Supremi”, erano gli Anunnaki – coloro che dal cielo scesero sulla terra – gli dèi dei Sumeri e dei Babilonesi, degli Assiri e degli Egizi e di tutti gli altri popoli che vennero dopo di loro nell’antichità. Fra i testi letterari sumeri giunti fino a noi annoveriamo l’Epica di Gilgamesh, il re di Uruk che la Bibbia chiama Erech che, essendo per due terzi di sangue Anunnaki, partì alla ricerca dell’immortalità. La sua prima meta fu il Luogo dell’Atterraggio nelle Montagne del Cedro (più avanti dedicherò un intero capitolo a questo argomento). Avendo fallito, la cercò ancora nel luogo dove gli Anunnaki avevano il loro porto spaziale. Ero convinto che quel luogo si trovasse nella penisola del Sinai, accanto alla montagna che i sumeri chiamano Monte Mashu (la cui pronuncia è così simile al Monte di Moshe, termine ebraico per Mosè). Vi erano buone probabilità che fosse il Monte di Elohim. Ecco perché, localizzare il vero Monte Sinai poteva aiutarmi a collegare fra di loro numerose prove relative agli Anunnaki. Il porto spaziale dove si recò Gilgamesh era quello che gli Anunnaki crearono dopo il Diluvio (uno precedente, che si trovava nella Terra tra i Fiumi, era andato distrutto ed era sepolto sotto milioni di tonnellate di fango). In cuor mio avevo sperato che il tour del Sinai potesse fornirmi l’anello mancante. Ma se era stato relativamente semplice giungere alla conclusione che era errata la comune identificazione del Monte Sinai; individuare quello vero era decisamente più difficoltoso. E così conclusi Il Pianeta degli dèi con la storia del Diluvio, ripromettendomi di riprendere nel libro successivo la storia di Gilgamesh e del
porto spaziale. Nel corso delle lunghe ricerche e della stesura del mio secondo libro, Le astronavi del Sinai, ho accantonato la ricerca biblica e ho focalizzato, invece, la mia attenzione sulle cronologie sumere ed egizie. Gilgamesh, che veniva da est, e i faraoni egizi – nella loro ricerca della Vita eterna nell’Aldilà – che provenivano da occidente, sembravano convergere nello stesso punto geografico. Il loro obiettivo era la penisola del Sinai, ma dove, esattamente? Come ho spiegato in maniera più esauriente in Le astronavi del Sinai, la destinazione del secondo viaggio di Gilgamesh era il porto spaziale sorto dopo il Diluvio, il cui Corridoio di Atteraggio, Centro di Controllo Missione e altre linee di congiunzione convergevano nella pianura centrale della penisola . I faraoni, nel loro viaggio nell’Aldilà, seguivano una traiettoria che avevo chiamato “lo sguardo della Sfinge”, una linea che correva lungo il 30° parallelo nord (la linea tratteggiata della cartina). Il porto spaziale (il punto indicato con SP sulla cartina) doveva trovarsi nel punto esatto di intersezione fra la linea dell’atterraggio e il 30° parallelo. E sia i testi egizi, sia quelli sumeri parlavano di un monte con attrezzature sotterranee che si trovava accanto al Luogo dell’Atterraggio. Era ovvio che, nella Bibbia, quel monte venisse chiamato il Monte Elohim.
Studiando praticamente ogni resoconto in inglese, tedesco e francese degli archeologi e dei militari che parlavano del Monte Sinai e della Via dell’Esodo, mi fu chiaro che, da quando il rapporto Burckhardt aveva gettato dubbi sull’identità del monte accanto al monastero, praticamente tutti avevano scartato il tragitto e l’ubicazione a sud della penisola e avevano optato per un itinerario a nord (più vicino al Mediterraneo, la strada che i Romani chiamavano Via Maris) oppure al centro, meglio noto come la Via dei Patriarchi o la Via di Shur. La maggioranza optò per l’itinerario che attraversava il centro del Sinai. Ma la pianura centrale è circondata da una catena di montagne solcata da gole piccole e grandi. Quale di queste montagne, dunque, era la vera? Su questo punto le opinioni degli esperti divergevano. I miei file testimoniano la fitta corrispondenza che ebbi fra il 1973 e il 1975 con i ricercatori israeliani, con la Israel Exploration Society (di cui sono stato membro), con la Hebrew University a Gerusalemme e con l’Università di Tel-Aviv. Alla fine giunsi alla conclusione di aver individuato il vero Monte Sinai: non solo corrispondeva alle indicazioni degli altri studiosi (stilate in base alle narrazioni bibliche, alla geografia e alla topografia, al clima, alle risorse di acqua, ecc.), ma corrispondeva anche alle mie cartine che riportavano il porto spaziale e il Corridoio di Atterraggio degli Anunnaki. Quando ormai, sicuro della mia scoperta, la stavo trascrivendo nel manoscritto del secondo libro, un bel giorno fui colto da panico. La navicella spaziale degli Anunnaki avrebbe dovuto scendere lungo la linea centrale del Corridoio di Atterraggio – segnalato dalle vette gemelle dell’Ararat – sorvolando il centro di Controllo Missione (Gerusalemme) e atterrare al porto spaziale. Ma, all’improvviso, mi resi conto che, data l’asperità del paesaggio, avrei dovuto controllare la veridicità di quanto affermavo: era in gioco la mia credibilità. Così, nel 1976, dopo la pubblicazione del Pianeta degli dèi, cercai di procurarmi tutti gli appoggi e le raccomandazioni possibili e, insieme a mia moglie, feci ritorno in Israele. Volevo organizzare un volo che potesse simulare la discesa di una navicella degli Anunnaki e controllare di persona l’esattezza della mia teoria e dei miei diagrammi. Mi resi conto che per portare a termine la missione avrei dovuto noleggiare un aeroplano privato, pur se il costo era elevato. Ma questa fu solo la prima difficoltà che incontrai. Per sorvolare quella zona dovevo presentare un piano di volo alle autorità militari che controllavano lo spazio aereo e ricevere le necessarie autorizzazioni. Quanto mi volevo addentrare all’interno del Sinai? Cosa volevo vedere, e perchè? Quando dissi che il mio interesse era di natura “archeologica”, mi venne detto che avrei dovuto avere l’approvazione dell’archeologo militare responsabile del Sinai settentrionale. Il suo nome è ancora annotato nei miei appunti dell’epoca: Dov Meron. Ci incontrammo a casa sua, ad Ashkelon, sulla costa mediterranea a nord di Gaza. Conosceva bene tutti gli aspetti della penisola del Sinai: topografia, clima, risorse d’acqua, storia. Gli esposi la mia idea della Via dell’Esodo  e la mia conclusione che gli Israeliti erano entrati nella pianura centrale attraverso quello che ora si chiama il Mitla Pass, teatro, nel 1967, di cruente battaglie fra Israele ed Egitto; gli dissi che mi sarebbe piaciuto sorvolare sia il Mitla Pass, sia il Giddi Pass, che rappresentava una valida alternativa. Poi iniziammo a parlare del vero Monte Sinai e della sua possibile ubicazione. Riesaminai per lui i pro e i contro degli altri ricercatori, ripetendo le argomentazioni che facevano propendere per la pianura centrale. E, a quel punto, decisi di mettere le carte in tavola. Estrassi dalla valigetta una copia de Il pianeta degli dèi, fresco di stampa e gli spiegai la “Anunnaki connection”. Era più affascinato che scioccato. «C’è una sola montagna che ha tutti i requisiti necessari», mi disse indicandola sulla grande cartina del Sinai aperta davanti a noi. Era la stessa montagna che avevo individuato io. In mia presenza preparò l’approvazione scritta e la raccomandazione che mi venisse concesso il permesso di sorvolare il Monte e i passi. Potete immaginare la mia gioia che fu, purtroppo, di breve durata. Infatti, seguendo tutto l’iter dei permessi militari, emerse ben presto che il nome della montagna rappresentava un problema. Poiché si trovava a sud-sudovest della città di el-Arish , la rotta approvata mi costringeva a volare verso sud, sorvolando il Mediterraneo e a virare verso l’interno – verso il Sinai vero e proprio – solo in corrispondenza di el-Arish. Ma questa rotta non andava bene per verificare l’esistenza del Corridoio di Atterraggio degli Anunnaki. Insistetti sul fatto che dovevamo volare verso Gerusalemme e virare a sud da Gerusalemme. Alla fine ottenni il permesso di seguire quella rotta, purché iniziasse un po’ più a sud di Gerusalemme.
Risolto un problema ne sorsero altri, fra cui il mio desiderio di scattare foto. Mi fu concesso un permesso parziale, vale a dire che non potevo scattare più di due rullini che avrei dovuto comunque affidare all’ufficiale dell’esercito che mi avrebbe accompagnato nel volo, affinché potesse censurare le eventuali foto di interesse strategico. Non avevo scelta, dovetti fare buon viso a cattivo gioco. Era un bel giorno d’autunno, quel novembre del 1977 in cui ci alzammo in volo da Sdeh Dov, un piccolo aeroporto civile a nord di Tel-Aviv. Chiesi all’ufficiale di collegamento, prima di imbarcarci, di scattarmi una foto accanto all’aeroplano. Eravamo gli unici passeggeri nell’aereo a diciassette posti. Persino il pilota ci era stato assegnato dall’aeronautica militare israeliana. A sud di Gerusalemme virammo ancora a sud, per seguire la Via degli Anunnaki. Anche da quella modesta altitudine si vedeva bene quanto fosse stretto il territorio di Israele; sembrava quasi che, stendendo una mano, si potesse toccare il Mediterraneo, mentre stendendo l’altra, si potessero toccare il Giordano e il Mar Morto. Ci dirigemmo direttamente a sud, riducendo gradatamente l’altitudine. I monti della Giudea cominciavano a cedere il passo a colline dalla forma arrotondata. Poi, proprio davanti a noi, le colline si trasformarono in montagne dall’aspetto minaccioso. «Continui a volare basso! Continui a volare basso!», urlai al pilota, palesemente preoccupato. Io stesso ero incerto sul da farsi: avremmo dovuto rinunciare, virando o salendo di quota? Ma poi, all’improvviso, come per magia, le montagne si aprirono lasciando il posto a un ampio valico che divideva la catena montuosa. Lo attraversammo come se la mano di un gigante avesse aperto le montagne per noi, spingendole a destra e a sinistra. Di fronte a noi si stagliava chiaramente la pianura centrale del Sinai. Volavamo a un’altitudine di circa 6.000 metri. Sentii il pilota sospirare di sollievo (o almeno così mi sembrò). «Ok! Ok!», gli dissi. «Può riprendere a volare alla normale altitudine.» «Ce l’ho fatta!», pensai, sopraffatto dalla gioia. Presi una bottiglia di vino (che avevo prudentemente portato con me), dei biscotti e invitai i miei compagni a condividere la mia gioia: avevo seguito il Corridoio dell’Atterraggio degli Anunnaki, ne avevo verificato l’esistenza. L’ufficiale di collegamento bevve il vino e mangiò i biscotti. Il pilota rifiutò il vino e mangiò solo i biscotti.
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Proseguimmo verso ovest, sorvolando la pianura centrale del Sinai. Sotto di noi si profilavano ancora le carcasse di carri armati e di altri veicoli militari, usati durante la guerra del 1973 del Sinai fra Egitto e Israele. Gli analisti militari avevano definito il terreno duro della pianura «perfetto per i carri armati». Veicoli bruciati contrassegnavano il tracciato di vecchie strade; quelle nuove solcavano il terreno come nastri di nero asfalto. Volammo in direzione dei passi Mitla e Giddi solo fino al punto in cui ci era consentito dalla linea dell’armistizio, poi tornammo indietro. Il nostro punto di riferimento era l’abitato di Nakhl (dire “città” sarebbe stata un’esagerazione), un punto di traghettamento sul Wadi el-Arish, il maggiore tributario del Sinai. La notte precedente aveva piovuto e la portata del Wadi era cresciuta tanto che, che in alcuni punti, si erano formati dei piccoli laghi. Oltre alle piogge della stagione invernale, in primavera il Wadi è alimentato anche dalle acque di fusione che scorrono dai versanti meridionali. Ma vi è acqua – anche se poca – persino durante la stagione estiva, notoriamente secca. Se gli Israeliti si erano accampati lì – come credo – ecco perché, una volta arrivati, avevano acqua per sé e per le greggi. Ecco spiegato anche l’episodio del vitello d’oro che Mosè «frantumò fino a ridurlo in polvere, ne sparse la polvere nell’acqua e la fece trangugiare agli Israeliti» (Esodo 32, 20). Poiché il Monte dell’Esodo – il Monte Mashu dell’epica di Gilgamesh – era una cima molto alta, doveva necessariamente trovarsi sul perimetro del porto spaziale, non al suo centro (altrimenti il veicolo spaziale avrebbe rischiato di schiantarcisi contro). Avvicinandoci a Nakhl, vedendo la catena di montagne di calcare bianco che circonda la pianura, indicai al pilota sulla cartina la montagna che volevo vedere. Era isolata. Gli Israeliti, accampati attorno ad essa – così come dice la Bibbia – non avrebbero avuto difficoltà a vedere quanto vi accadeva sulla sua cima: l’atterraggio del Signore nel suo Kavod. Pur se normalmente si traduce con “gloria”, nella lingua semita il termine significa letteralmente “cosa pesante” (e, in sumero, “ciò che si libra”). Gli Israeliti l’avevano visto quando erano entrati nel deserto che conduce al Monte ed era stato detto loro che l’avrebbero visto ancora quando il Signore avrebbe parlato a Mosè dal Monte, così che tutti avrebbero saputo che il patriarca portava loro le parole del Signore. Appena tre giorni dopo il popolo sperimentò la più grande teofania, quando il Signore scese sul monte avvolto in una fitta nube. «Allora Mosè fece uscire il popolo dell’accampamento incontro a Dio […] Il monte del Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace»… Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul Monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti (Esodo 19, 18; 24, 18). Questi avvenimenti si verificarono circa 3.400 anni fa. E ora, io, che appartengo alla medesima tribù ebraica di Mosè e di Aronne – i Leviti – avrei avuto l’onore di vedere quel luogo sacro e temuto da una prospettiva privilegiata rispetto a quella degli Israeliti: dalla sua stessa cima. La logica mi suggeriva di non aspettarmi nulla da questa ricerca, meno che mai di trovare resti antichi, testimoni di un evento memorabile nella storia dell’umanità: di quando il popolo vide il Signore e lo udì parlare a Mosé. Speravo, però, di trovare almeno una caverna o qualcosa di simile. L’unica volta che la Bibbia parla del Monte Sinai in un periodo successivo all’Esodo è in riferimento alla storia del profeta Elia che, dopo aver causato l’assassinio del sacerdote di Ba’al, fuggì per salvarsi la vita e raggiunse il Sinai. Lì un angelo lo condusse a una grotta dove avrebbe potuto trovare rifugio. La grotta avrebbe potuto essere ancora lì, anche a distanza di migliaia di anni. Sarei forse riuscito a scorgerla? Girammo attorno alla montagna diverse volte, ma non vidi nulla di particolarmente interessante. Chiesi quindi al pilota di sorvolarla ripetutamente. Scattai alcune foto della cima, tanto per avere una documentazione fotografica. Il tempo stava cambiando: grosse nuvole ci venivano incontro minacciose e si era levato il vento. Il pilota suggerì di rientrare. Mi era rimasta un po’ di pellicola e gli chiesi, perciò, di sorvolare un’ultima volta la cima della montagna. Alcune caratteristiche topografiche sembravano in qualche modo “ritoccate”. Acconsentendo alla mia richiesta il pilota compì una virata completa e iniziò a sorvolare nuovamente la cima della montagna. Gli indicai una sorta di promontorio – o di rilievo – dalla forma strana, che non sembrava naturale. Quando ci avvicinammo scorgemmo sul fianco quella che sembrava essere un’apertura circolare. Le mie pulsazioni subirono un’impennata: avevo forse trovato la grotta? Scattai un paio di foto e chiesi al pilota di virare, così da poter osservare la struttura da un’altra angolazione. Non se lo fece ripetere e fu allora che notai una struttura brillante, rotonda e bianca stagliarsi contro il grigio-marrone del paesaggio circostante. Riuscii a scattare ancora un paio di istantanee e, mentre mi chiedevo cosa mai potesse essere, mi resi conto di aver completato anche il secondo dei rollini che mi erano stati concessi. «Dobbiamo rientrare», disse il pilota. «Per forza», gli risposi. «Non ho più pellicola.» Come d’accordo, consegnai all’ufficiale i rollini in bianco e nero. Mi promise che i militari li avrebbero sviluppati ed esaminati immediatamente. Dovetti aspettare invece un bel po’ di giorni, anzi, per essere esatti, me li restituirono al momento di recarmi in aeroporto per tornare a New York. Aprii la busta sigillata sull’aereo e vidi che numerose foto erano state annerite, pur se avevo fatto attenzione a non fotografare nulla che potesse avere l’aspetto di un’installazione militare. Rientrato a New York, mi recai per prima cosa dal fotografo per fare stampare e ingrandire i negativi. L’oggetto bianco era esattamente come lo avevo visto io dall’aria: perfettamente circolare, identico alle descrizioni dei dischi volanti. Aveva in cima una punta rialzata. Se avessi dovuto disegnare un UFO, lo avrei disegnato proprio così! E, come se questa scoperta non fosse già straordinaria di per sé, i particolari della “grotta”, del terreno “lavorato” e dell’apertura perfettamente circolare della “grotta” si rivelarono altrettanto sorprendenti. Il promontorio che aveva catturato la mia attenzione, ripreso lateralmente dall’alto, era diviso in due parti: una che si estendeva come una lunga lingua e l’altra che era un’area oblunga attorno alla quale il terreno sembrava terrazzato, così che la parte centrale risultasse rialzata. Visto dall’altro lato, dove la “grotta” aveva attratto la mia attenzione, mostrava una cavità perfettamente circolare nel fianco del promontorio. Ma la cosa più sorprendente è che la parte soprelevata presentava, sulla sommità, una serie di aperture perfettamente distanziate l’una dall’altra. Oltre a queste aperture, sulla parte più alta di questa soprelevazione, la parte oblunga che sembrava “terrazzata” era di notevoli dimensioni, più scura (nelle foto in bianco e nero) rispetto al paesaggio circostante. Esaminai queste foto minuziosamente migliaia di volte. Purtroppo, però, gli ingrandimenti dei dettagli risultavano talmente sfocati da essere del tutto inutilizzabili. Era tutto troppo incredibile, eppure era lì. Mi posi una serie di domande, scuotendo la testa, incredulo. Nessuna delle risposte sembrava plausibile.Avevo forse sorvolato la montagna quando un UFO – un UFO moderno – ci si era posato? O si trattava di un oggetto che era lì da tempo? E – soluzione più improbabile – avevo forse visto e fotografato il divino Kavod, rimasto lì dai tempi dell’Esodo o da un successivo ritorno di Yahweh? O, seguendo la logica, si trattava semplicemente di una formazione naturale, frutto dell’erosione di vento e pioggia, il cui colore bianco rivelava la parte esposta della montagna calcarea? E cosa dire delle altre formazioni strane: il promontorio sopraelevato “terrazzato” o arato, l’ingresso della grotta perfettamente circolare e le aperture equidistanti? Di sicuro non tutto poteva essere frutto dell’erosione. Era certamente opera di qualcuno: se non degli uomini, allora degli dèi. I testi egizi descrivono il viaggio del faraone nell’aldilà, dal suo luogo di sepoltura al Duat, dove si trovava la Montagna di Luce. Il viaggio durava dodici ore. Viaggiando a mezz’aria per le prime tre ore, il re entrava in un’apertura che conduceva a una serie di tunnel inclinati, che raggiungevano il punto più profondo alla Quinta Ora. Nella Sesta Ora veniva giudicato se era degno di unirsi agli dèi sul loro Pianeta di Milioni di Anni; e, se lo era, proseguiva il viaggio lungo dei tunnel che risalivano  attraverso una porta sormontata dall’emblema del Disco Alato. Nella Dodicesima Ora raggiungeva «il limite massimo dell’oscurità completa », dove, in una grande grotta, lo attendeva «l’oggetto per ascendere al cielo»; a quel punto, equipaggiato per il viaggio, gli si apriva «la Porta della Terra, la Porta per il Cielo» e veniva condotto via. Osservando ancora le mie foto, mi chiesi se la strana formazione, con le sue aperture equidistanti, rappresentavano le aperture di ventilazione per locali sotterranei situati all’interno della montagna, come descritto nei testi egizi e nelle raffigurazioni del Libro dei Morti. L’ingresso circolare, simile a una grotta, era forse la fenditura dove a Mosé fu ordinato di nascondersi quando il Signore gli passò accanto sul monte, oppure era la grotta dove si nascose Elia; un’apertura collegata ad alcuni passaggi all’interno del monte? Con questi pensieri che turbinavano nella mente non potei fare a meno di domandarmi se queste formazioni erano il prodotto di forze della natura, oppure illusioni ottiche, dovute al gioco di luci e ombre. Parlando di illusioni, non riuscivo a distogliere gli occhi (e la lente d’ingrandimento) da ciò che sembrava un gigante con indosso un’armatura a fianco dell’ingresso della grotta. Per quanto possa sembrare assurdo, sembrava proprio un gigante con un’armatura. Era incredibile, inconcepibile, impossibile, troppo bello per essere vero. E se era vero, allora mi ero imbattuto e avevo fotografato la prova fisica della presenza degli Anunnaki sulla cima del monte, la conferma dell’esistenza del porto spaziale, un porto spaziale distrutto nel corso di una guerra nucleare, che la Bibbia ricorda come la distruzione di Sodoma e Gomorra. Se, invece, questa ipotesi non era vera, la natura allora aveva cospirato per creare una serie di caratteristiche fisiche enigmatiche; il che era già sufficientemente sorprendente di per sé. Qual era, dunque, la verità?



Mi resi conto che dovevo assolutamente approfondire le ricerche. Dovevo assolutamente ritornare sul Monte e atterrarci, per verificare di persona. E poiché scalare le montagne non era decisamente il mio forte, avrei dovuto tornarci in elicottero. Gli avvenimenti mi costrinsero ad agire più velocemente di quanto avrei voluto. Nel marzo 1979, infatti, vennero rivelati i termini di un accordo di pace fra Egitto e Israele, che prevedeva il ritiro graduale di Israele dal Sinai: l’area dove si trovava il “mio” monte sarebbe stata lasciata nel dicembre di quello stesso anno.


Mi affrettai a fare ritorno in Israele per affittare un elicottero e ottenere il permesso di atterrare sul Monte. Ma mi scontrai con un muro impenetrabile: tutti gli aeroplani e gli elicotteri, anche quelli per spargere gli antiparassitari, erano mobilitati per portare via attrezzature dal Sinai. Erano tassativamente sospesi tutti i voli non necessari, i tour, qualsiasi attività di volo che non fosse collegata allo smantellamento delle basi dell’esercito e dell’aeronautica. Passò, invano, più di una settimana, dopo di che dovetti arrendermi. Una volta rientrato a casa, mentre stavo finendo la stesura e le illustrazioni di Le astronavi del Sinai (1980), mi resi conto che non potevo includere quei ritrovamenti incredibili e mostrare le foto senza avere prima eseguito una verifica. E fu così che il libro andò in stampa senza le foto e senza nemmeno la storia del mio volo del 1977. Ho evitato di pubblicare queste foto per ben un quarto di secolo. Ma non ho mai smesso di tentare di tornare sul Monte a bordo di un elicottero: la saga dei Misteri del Monte Sinai è andata avanti per anni.

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