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mercoledì 7 settembre 2016

GLI ENIGMI DELLE MURA DEL TEMPIO



Terra Sancta, Terra Santa.
Nel pronunciare queste parole, il pensiero corre immediatamente a quella sottile striscia di terra racchiusa fra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, dove i pellegrini, per oltre due millenni, si sono recati per evocare il passato biblico. Se si parla di Città Santa, il pensiero corre immediatamente a Gerusalemme: per secoli la città è stata considerata il centro del mondo  o, per meglio dire, “l’ombelico del mondo.”


Nell’Antico Testamento – se si escludono i riferimenti al dio degli Ebrei – il nome di Gerusalemme è quello citato più di frequente. La sua esistenza e il suo nome sono registrati negli annali dei re di Assiria e Babilonia, dei faraoni egizi, dei sovrani greci e romani. La prima volta viene citata nella storia della guerra dei re (Genesi, 14), quando il primo patriarca ebreo, Abramo, scacciò gli invasori, liberò i prigionieri e recuperò il bottino; e Melchisedech, re di Shalem, “sacerdote del dio supremo”, in segno di ringraziamento uscì per accogliere con pane e vino Abramo, vittorioso. Questi episodi risalgono a circa 4.000 anni fa. A distanza di meno di un secolo, dopo la distruzione di Sodoma e Gomorra, Abramo fece ritorno a Gerusalemme, ma questa volta sul Monte Moriah, pronto a offrire in sacrificio al Signore il suo amato figlio Isacco. Circa quattro secoli dopo, quando gli Israeliti, alla fine dell’Esodo, entrarono a Canaan, fu Adonizedek, re di Gerusalemme, che chiamò a raccolta i re delle città cananee per fare fronte comune. Pur se l’alleanza venne sconfitta, gli Israeliti non catturarono la città; il compito toccò a David, quattro secoli dopo. Sono ormai estinte le antiche civiltà nei cui documenti si parla di Gerusalemme. Ashur e Ninive, città reali assire, sono solo rovine. Altrettanto dicasi per Babilonia e Menfi, capitale dell’antico Egitto. Hattusha, capitale ittita, è un rinomato sito archeologico. È decisamente lungo l’elenco delle capitali antiche e delle città minori che non esistono più. Solo Gerusalemme è sopravvissuta alle guerre, alle conquiste, alla distruzione ed è ancora abitata. Lo stupore aumenta se pensiamo che tutte le altre antiche città sorgevano sulle rive di un fiume, oppure su di un litorale, oppure erano un avamposto commerciale o di difesa in punti strategici. Gerusalemme non presenta nessuna di queste caratteristiche. Non si trova sulle rive di un fiume, al contrario, la sua storia è una continua lotta per l’approvvigionamento di acqua. È lontana dalla costa. E le due principali strade che si snodano in direzione nord-sud – la Via del Mare (la Via Maris dei Romani) e la Via dei Re – non la toccano: la prima corre lungo la costa mediterranea e la seconda corre ad est del fiume Giordano. Anche le strade che si snodano in direzione est-ovest sono ben distanti da Gerusalemme. Il luogo non ha materie prime: non sono mai stati estratti oro, argento e rame. Si trova nel bel mezzo di colline desolate. Qual è allora il suo fascino? Perché – nel corso dei millenni – gli uomini hanno desiderato viverci? Perché – già 4.000 anni fa – il suo re veniva considerato sacerdote del dio supremo? Perché, poi, negli ultimi 2.000 anni, Gerusalemme è diventata la Città Santa? Nella prima sessione di briefing, quando il mio gruppo e mia moglie mi raggiunsero a Gerusalemme, posi una domanda molto semplice, ma allo stesso tempo provocatoria: Perché Gerusalemme è una città santa, perché è sacra? Le risposte, come mi aspettavo, erano scontate. Era sacra ai cristiani perché Gesù vi aveva predicato, perché vi aveva trascorso i suoi ultimi giorni in compagnia dei discepoli e perché vi era morto in croce. La città era venerata dai musulmani perché la leggenda narra che, una notte, il profeta Maometto venne miracolosamente trasportato dall’Arabia a Gerusalemme, da dove ascese al cielo su di un cavallo bianco per visitare i santi. Ed era sacra agli ebrei perché è lì che si trovava il Tempio di Salomone e perché era lì che era stato ricostruito il Secondo Tempio. Chiesi allora al gruppo, perché Gesù si era trovato a Gerusalemme? Era lì perché il Tempio ebraico era lì. Perché Maometto fu condotto a Gerusalemme per ascendere al cielo? Non sarebbe stato più logico trasportarlo a la Mecca, città sacra dei musulmani? No, perché il Corano, il libro sacro dei musulmani, dice che Maometto doveva ascendere al cielo da es-Shakra, “la Pietra della Fondazione”. Era la pietra sul Monte Moriah dove, secondo la tradizione, Abramo posò Isacco per immolarlo e sulla quale venne deposta l’Arca dell’Alleanza. Era chiaro che le tre fedi venerano Gerusalemme per il suo Tempio. E che il punto focale di tutte e tre è il Monte del Tempio. «Riflettiamo, ora, su questa domanda», dissi al mio gruppo. «Perché il Tempio venne eretto proprio qui, e perché il Monte Moriah è il Monte del Tempio?» Avendo letto i miei libri, i membri del gruppo conoscevano già la risposta: la conclusione è che la grande piattaforma in pietra che ora chiamiamo il Monte del Tempio era già lì quando il Signore mostrò a David il modello in scala per la costruzione del Tempio; e che era lì sin dai tempi degli Anunnaki, quando, dopo il Diluvio, scelsero quel posto come Centro di Controllo Missione , affidandogli il ruolo che aveva avuto Nippur prima del Diluvio : doveva servire da DUR.AN.KI (Luogo del Legame Cielo-Terra). Ciò che era stata Nippur nel periodo antidiluviano, lo sarebbe stata Gerusalemme nel periodo postdiluviano. Gerusalemme, infatti, si trovava al centro dei luoghi adibiti a porti spaziali, disposti concentricamente, ecco perché era l’ombelico del mondo. Oltre ai vari aspetti storici, archeologici e religiosi, la nostra visita a Gerusalemme mirava a trovare una qualsiasi prova che potesse corroborare la mia tesi non ortodossa riguardo al collegamento con lo spazio, e il ruolo di Gerusalemme come Centro di Controllo della Missione postdiluviana. Il secondo tunnel che dovevamo esplorare in questo viaggio, si chiama ufficialmente il “Tunnel del Muro Occidentale” e, più comunemente, “tunnel archeologico”. La prova della mia teoria era lì, sotto gli occhi di tutti. Come apparve chiaro in seguito, ciò che vedemmo all’interno della galleria dette il via a un’altra ricerca – forse sarebbe più esatto dire un’indagine serrata – sull’Arca dell’Alleanza, svanita nel nulla. Ma di questo vi racconterò nell’ultimo capitolo del libro.


lontanamente paragonabile ed altrettanto antico nel Vicino Oriente, eccezion fatta per la piattaforma di Baalbek, in Libano, che è ancora più grande. Nel punto più alto, nell’angolo sud-ovest, il muro di contenimento – attribuito allo stesso periodo del Secondo Tempio – si innalza per circa 40 metri dal fondo roccioso fino alla cima più antica, vale a dire senza contare i corsi superiori, aggiunti in tempi relativamente recenti.


Il riempimento del pendio – calcolando un’altezza media di 20 metri – è di oltre 2.520.000 metri cubi. Ammesso e non concesso che una parte dello spazio che si trova al di sotto della spianata non è un riempimento solido, o terra, bensì è composto da voltoni, cavità e cisterne, la Spianata del Tempio rappresenta pur sempre un’impresa edile di notevoli proporzioni per un’era così antica. Non tutta l’intera costruzione risale allo stesso periodo; è certo che re Erode (I secolo a.C.) ingrandì la spianata originaria sia a sud, sia a nord, che divenne una massa di terreno riportato da contenere. All’epoca della costruzione del Secondo Tempio, la spianata aveva questa forma e queste dimensioni.


A questo servivano le mura di contenimento che fasciano come una guaina il Monte del Tempio. Nel corso dei millenni le mura sono state riparate, ricostruite ed ampliate. Ma nei corsi inferiori sono nate insieme alla spianata stessa. Il Muro Occidentale (al quale gli ebrei conservarono l’accesso anche dopo la distruzione del Secondo Tempio, avvenuta per mano dei Romani nel 70 d.C.) è quanto resta delle strutture più antiche del Monte del Tempio. Il mio gruppo – e ora anche i lettori di questo libro – sanno che sono convinto che abbiano all’incirca 12.000 anni… Fu re David a dare il via all’opera e fu suo figlio Salomone che continuò a riempire lo spazio naturale che esisteva fra la Città di David e la spianata a nord. La Bibbia chiama questa area il Milloh, “il riempimento”, o l’Ophel, “l’arrampicata” . La fase successiva, sotto il regno di Salomone, prevedeva la costruzione del Tempio. La Bibbia ne afferma chiaramente la finalità: creare una casa permanente per il simbolo della presenza divina: l’Arca dell’Alleanza; e rinforza il legame con l’Esodo, affermando che la costruzione del Tempio ebbe inizio esattamente 480 anni dopo l’inizio dell’Esodo (Primo Libro dei Re 6, 1). La costruzione durò sette anni; e nell’anno in cui fu completato (presumibilmente il 953 a.C.) – il primo giorno dell’anno secondo il calendario ebraico – davanti al popolo raccolto, i sacerdoti portarono l’Arca dell’Alleanza «e la introdussero nel Dvir [cella] del tempio, nel Santo dei Santi, sotto le ali dei cherubini». E, aggiunge la Bibbia «Nell’Arca non c’era nulla se non le due tavole di pietra che Mosè vi pose sull’Oreb, le tavole dell’Alleanza conclusa dal Signore con gli Israeliti quando uscirono dall’Egitto». Nella Bibbia non esiste alcuna illustrazione del Tempio di Salomone (a volte chiamato anche “Primo Tempio”), ma le specifiche dettagliate sono servite agli artisti, in epoca moderna, per le ricostruzioni in scala (nel 2002 persino per simulazioni al computer). L’illustrazione di seguito riportata ne mostra una . È certo che il Tempio fu disposto lungo un’asse est-ovest, con i cortili esterni e l’altare principale a est e il Sancta Sanctorum a ovest. Era quindi un tempio equinoziale, che lasciava entrare i raggi del sole in corrispondenza degli equinozi. Sir Norman Lockyer, padre dell’archeoastronomia, chiamò questi templi “Templi Eterni” perché – a differenza di quelli egizi – erano orientati in base ai solstizi e non richiedevano aggiustamenti periodici dovuti allo spostamento dell’asse terrestre (precessione degli equinozi). Dov’era il Sancta Sanctorum? Dov’era l’Arca dell’Alleanza? Tutti gli scritti dei saggi ebraici successivi alla Bibbia e degli storici, come ad esempio Giuseppe Flavio, suggeriscono – senza eccezione alcuna – che si trovava sopra la Pietra della Fondazione (Even Shatit in ebraico), la roccia, secondo la tradizione ebraica, sulla quale Abramo stava per immolare Isacco.


È su quella roccia sacra che un califfo musulmano, nel VII secolo d.C., costruì la Cupola del Duomo, la cui cupola, interamente ricoperta d’oro, è la struttura più caratteristica in cima al Monte del Tempio, che domina il profilo della città di Gerusalemme. Non è una moschea; la moschea sul Monte del Tempio, chiamata al-Askam, si trova sulla parte meridionale della spianata e fu costruita dal califfo Al-Walid nell’VIII secolo d.C. (pur se oggi si ritiene che sia una ricostruzione del 1943). Nel 1951 estremisti palestinesi vi assassinarono Abdallah, re di Giordania. Il regno di Giuda di Davide e di Salomone abbracciava le terre israeliane delle tribù e si estendeva ben oltre, fino a Baalbek in Libano e a Damasco in Siria. Con un palazzo riccamente costruito e decorato e il Tempio dorato, la fama di Gerusalemme e la saggezza del suo re si diffusero in terre lontane. I faraoni davano in moglie a Salomone le proprie figlie, e la regina di Saba (nell’Arabia meridionale, oggi lo Yemen, e non in Etiopia, in Africa) gli tributò visite ufficiali. La topografia, soprattutto la profonda valle sul versante orientale del Monte del Tempio, costrinse la popolazione in crescita e le sue case a concentrarsi prevalentemente sul versante occidentale e nordoccidentale del Monte del Tempio. Quando Nabucodonosor, re di Babilonia, attaccò e saccheggiò l’abitato nel VII secolo a.C., la città di Gerusalemme, cresciuta per superficie, era già protetta da mura a ovest e dal Monte del Tempio a nord. Gli esiliati che vi fecero ritorno ricostruirono e fortificarono nuovamente il Tempio e la città, dando vita a quello che viene chiamato comunemente “Secondo Tempio”. Il tempio e le mura vennero restaurate nel II secolo a.C. dopo la rivolta degli Asmonei contro i Greci. Il loro successore, re Erode, dette il via a grandiose opere di costruzione e di ampliamento del Monte del Tempio. La città che i Romani distrussero e bruciarono nel 70 d.C. – la città e il Tempio dell’epoca di Gesù di Nazareth – era già quella che oggi chiamiamo la Città Vecchia. Bizantini, musulmani, crociati e, ancora i musulmani (che costruirono le ultime mura) lasciarono il segno prevalentemente nella costruzione di edifici religiosi, come la Chiesa del Santo Sepolcro (che – secondo la tradizione cristiana – sorge sul luogo esatto dove il Cristo fu sepolto e resuscitato) e la Via Dolorosa, la strada che percorse Gesù, portando la croce, dalla Fortezza Antonia (dove era stato processato e condannato a morte dal governatore romano) fino al Golgota, luogo della crocifissione. Nel corso dei secoli gli ebrei, i musulmani e i cristiani che abitavano nella Città Vecchia si raccolsero, ciascuno, attorno ai propri luoghi sacri e di importanza storica, creando così, di fatto, la divisione nei quattro quartieri : ebreo, musulmano, armeno (ortodosso orientale, originari di Bisanzio) e cristiano (cattolico e di altre confessioni cristiane). L’unico modo per vedere tutto ciò e il Monte del Tempio, è di percorrere a piedi le vie di Gerusalemme.



Poiché la gente voleva vivere (e morire) vicino ai luoghi sacri, nel corso dei secoli, la Città Vecchia di Gerusalemme ha finito col diventare un’orgia di livelli sopraelevati. Ricordo che la prima volta che io e mia moglie facemmo uno degli otto tour guidati, iniziammo a camminare a un certo livello e poi, a furia di camminare, ci rendemmo conto di calpestare i tetti di altre case abitate. Un’altra volta, passeggiando fra le botteghe dei venditori, in una stradina piccola e tortuosa, finimmo sotto terra, in una strada commerciale scavata nel periodo del Secondo Tempio. Sembrava che nei pressi dei luoghi sacri non esistesse più spazio per nuovi edifici che, dunque, venivano costruiti sopra o sotto altri preesistenti, fondendo e mescolando diversi periodi. La più significativa di queste passeggiate fu, senza dubbio, quella della seconda galleria di cui vi ho già parlato. Il fenomeno della sovrapposizione di case ha raggiunto il suo apice quando le costruzioni si sono avvicinate ancora di più al Muro Occidentale. In epoca antica – nessuno sa esattamente quando – una strada pavimentata correva per tutta la lunghezza del Muro Occidentale. Col passare del tempo, quando le case si sono abbarbicate sul Muro, la strada è scomparsa sotto le case ed è diventata una sorta di tunnel.


È rimasta sgombra solo una porzione molto piccola del Muro Occidentale, lasciando una sottile striscia lastricata di fronte ad esso per le preghiere degli ebrei che vennero qui a piangere la distruzione del Tempio, da qui l’espressione “il Muro del Pianto” . Nel corso di una visita nel XIX secolo, l’esploratore Charles Wilson scoprì che dietro il muro e l’ingresso alla residenza della famiglia musulmana che ha l’incarico di custodire il Muro Occidentale, c’erano i resti di un arco antico  che sosteneva una strada rialzata che dalla Città superiore conduceva all’area del Tempio e che fu teatro di uno degli episodi di resistenza contro i Romani, così come ce la racconta Giuseppe Flavio.


Pur se il cosiddetto arco di Wilson attirò l’attenzione di archeologi, fu solo nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni (quando le forze israeliane catturarono la Città Vecchia sottraendola alla Legione Straniera giordana), che se ne comprese a fondo l’importanza. Oltre a ripulire le strutture a sud, riportando alla luce la lunghezza completa del Muro Occidentale in quella direzione, e creando la piazza di fronte ad esso, le autorità israeliane iniziarono a ripulire dai detriti il tunnel in direzione nord. Fu così chiaro che lo spazio lungo il Muro proseguiva verso nord e che, in precedenza, era stato una strada a cielo aperto. Pur se procedendo lentamente, si videro (però, non vennero riportati alla luce) i corsi di pietre e di pietre da rivestimento che appartenevano a tutta l’estensione del Muro Occidentale, nonché le stanze adiacenti, le sale, le scale e i passaggi; un labirinto nascosto che costituiva una vera a propria macchina del tempo archeologica. Nel 1992, quando finalmente mia moglie ed io percorremmo il tunnel del Muro Occidentale, questo era stato ripulito e illuminato, nonché dotato di ringhiere e di altre attrezzature di sicurezza così da consentire l’ingresso di piccoli gruppi. Il tunnel non era percorribile nella sua intera lunghezza, e i visitatori erano costretti, a un certo punto, a tornare indietro sui propri passi fino all’ingresso. Questo limitava sia la composizione dei gruppi, sia la loro frequenza. Quando nel 1997 mi ci recai guidando una Earth Chronicles Expedition, il tunnel era stato aperto ed erano dunque ammessi gruppi più numerosi e con maggiore frequenza (pur se era necessaria la prenotazione). L’uscita era nell’estremità a nord, nella Via Dolorosa. Il giorno previsto per la nostra visita il gruppo entrò nella Città Vecchia attraverso la porta di Jaffa e l’adiacente Torre di David, e percorse a piedi la breve distanza che la separava dalla piazza del Muro Occidentale. L’animata conversazione si smorzò non appena giungemmo in vista dei resti antichi del Tempio, con i suoi numerosi corsi che si distinguevano chiaramente; pietre da rivestimento più grandi, tagliate meglio nei corsi inferiori, mentre quelli superiori erano formati da blocchi più piccoli e meno curati. Ebrei in preghiera, con indosso i tradizionali scialli, affollavano la piazza. Ci avvicinammo al Muro, ciascuno immerso nei propri pensieri. Io, come ho già fatto in numerose occasioni, ho toccato le pietre sacre con le mani, poi con la fronte, recitando in silenzio una preghiera. Mia moglie, seguendo un’usanza alla quale aderì anche Giovanni Paolo II quando visitò il sito , chiese una grazia e la affidò a un foglio di carta che poi infilò fra le pietre. Altri, nel gruppo, seguirono il suo esempio. Nessuno chiese all’altro ciò che desiderava. Era un’esperienza individuale, un momento dedicato alla contemplazione personale e alla venerazione. Ci spostammo poi verso il lato meridionale della piazza, dove gli scavi archeologici proseguivano a ritmo serrato. Lavori precedenti avevano riportato alla luce l’angolo sud-occidentale delle mura di contenimento del Monte del Tempio, rivelandone la profondità e il numero di opere murarie al di sotto di quello che si presumeva essere il livello del terreno . Gli acheologi ritengono che ci siano sedici corsi di opere murarie al di sotto del livello della piazza dove il Muro occidentale è visibile al pubblico (alcuni ritengono che siano addirittura diciannove). Ciò che si intravede all’angolo sudoccidentale indica sia l’imponenza delle mura di contenimento, sia l’immenso sforzo ingegneristico per riempire il pendio e creare la spianata orizzontale in cima. In confronto, il riempimento che risale al tempo di David e di Salomone che collegava la Città di David al Monte del Tempio sembra rozzo e primitivo.


Si avvicinava il momento della visita al Tunnel e ci spostammo verso l’ingresso. L’accesso non era, come ci si sarebbe aspettati, attraverso l’Arco di Wilson, bensì attraverso un’apertura a ovest, che si raggiungeva salendo alcuni gradini. La strada passa poi attraverso camere con soffitti alti, stretti passaggi che vanno verso est: svolta poi bruscamente a sinistra e ci si trova proiettati in un altro mondo. Deboli segnali luminosi corrono lungo una scalinata ampia che scende per diverse rampe, passando attraverso un antico voltone, fino a raggiungere un muro costituito da blocchi di pietra immensi. Prima di scendere nel vero “tunnel”, il gruppo aveva preso posto su delle panche in una sorta di anfratto, di fronte a un modello tridimensionale del Monte del Tempio, che mostrava le case arroccate sul Muro Occidentale. La guida ci spiegò diverse caratteristiche del posto e le sue strutture, poi premette un pulsante e la parte anteriore del modello e le case arroccate scomparvero in una cavità nascosta, così che rimase in bella mostra tutta la lunghezza del Muro, che ora sappiamo essere stato così. Fu il mio turno di prendere in mano il microfono e preparai il gruppo alla vista incredibile che si stava per presentare ai loro occhi. Nel muro di fronte a noi lungo le scale, ci sono quattro blocchi di pietra colossali – intendo proprio colossali – che non esistono in nessun posto nel Vicino Oriente (nemmeno in Egitto e nelle piramidi), se non a Baalbek in Libano. Il gruppo a questo punto si alzò e scese le scale. Il passaggio di fronte alla sezione del Muro Occidentale era troppo angusto per consentire di scattare delle foto che rendessero giustizia all’immensità dei blocchi di pietra esposti, tutti dalla forma perfetta e perfettamente levigati (nel corso di una mia visita precedente avevo fatto mettere mia moglie in posa alla fine di un blocco di pietra e la nostra guida all’altra estremità, per far risaltare la lunghezza del blocco). I blocchi formano una sezione del muro lunga circa 39 metri. Sono alti circa 3,5 metri, il doppio dell’altezza dei blocchi di pietra che si trovano nel corso inferiore e che sono già notevolmente alti . Uno dei quattro blocchi di pietra – che appartengono a quello che è considerato il corso maestro del Muro Occidentale – è lungo 14 metri, che equivale a ben dodici persone allineate, con un peso stimato di 600 tonnellate. Un georadar ne ha determinato la profondità: 4 metri. Il blocco di pietra adiacente è quasi identico ed è solo un po’ più corto: 12 metri. Il terzo è ancora più corto, misura 10,6 metri, ma ha la stessa altezza e profondità. Il quarto blocco di pietra che completa questa sezione è di 1,80 metri, e pesa all’incirca 90 tonnellate, il che equivale comunque a cinque volte il blocco di calcare più grande che si trova nelle piramidi di Giza (dove i blocchi di pietra pesano “appena 2,5 tonnellate”) e a più del doppio del monolito più grande che si trova a Stonehenge, in Inghilterra.


Il corso maestro, che ovviamente è molto pesante, non poggia su terreno solido, bensì su di un altro  corso di pietre più larghe del consueto, poste al livello del selciato del tunnel. Ma anche quello non è il primo livello; scavi e carotaggi hanno fatto ipotizzare che esistono ancora altri corsi, forse addirittura tredici; il che significa che il Muro scende ancora per 21 metri (o più). Il primo livello, dove il Muro poggia sulla roccia, corre lungo il pendio da nord (più in alto) a sud (più in basso). Gli archeologi hanno determinato che sotto la strada sfruttata dal tunnel esisteva un’altra strada, più antica, che seguiva la pendenza naturale e che i resti di questa strada incontrano il pavimento attuale in un punto più a nord. Ci rendemmo conto di non camminare sul primo livello non appena lasciammo i colossali blocchi di pietra e proseguimmo. Lungo la galleria, infatti, si scorgevano delle aperture, a volte ricoperte con una pavimentazione di legno o con lastre di acciaio, oppure con lastre di plexiglas, così da consentire di vedere quanto c’era sotto. Mentre sulla destra continuava il tracciato del Muro con le sue pietre di rivestimento, sulla sinistra si aprivano delle cavità, simili a grotte, resti di strutture, colonne decorate, parti di scalinate o di trombe delle scale. Segnali illuminati identificavano i resti, spiegando che stavamo vedendo le testimonianze del passato, una sorta di galleria di Gerusalemme-attraverso-le-varie-epoche, che iniziava con l’era dei re giudei, e seguiva poi con quella dei vari conquistatori e distruttori: babilonesi, romani, bizantini; un periodo ellenistico, uno asmoneo e uno erodiano; resti del periodo delle Crociate; resti del periodo musulmano. Vedere tutto nell’oscurità o nella semioscurità – con i resti dei vari periodi non sovrapposti, bensì mescolati gli uni agli altri – era come camminare su di un altro pianeta e vedere i resti della sua civiltà. Era come assistere a un film storico, ma trovandosi all’interno del film stesso. Era, per dirla in breve, viaggiare in una macchina del tempo. In un punto proprio dietro i quattro monoliti colossali, ci fermammo di botto. Lì, nella parete, si trovava una porta ad arco murata e dei cartelli affermavano che in quel preciso punto vi era un’ingresso perfettamente allineato con il Sancta Sanctorum del Tempio . Ci trovavamo nel cuore dei misteri del Tempio. Poiché eravamo a molti metri al di sotto del livello della Spianata del Tempio, doveva necessariamente esserci una scalinata che partiva da questo ingresso ad arco (conosciuto anche come Porta di Warren, in onore dell’esploratore del XIX secolo che esplorò e mappò le varie cisterne e le grotte al di sotto della Spianata del Tempio).


Gli esperti delle ricostruzioni del Secondo Tempio ritengono che, nella sezione settentrionale del Muro occidentale, doveva esserci un ingresso, omologo della porta di Barclay, a sud. A dire il vero Warren indicava l’esistenza di una cavità collegata all’ingresso attraverso un passaggio segreto . Se replicava la Porta di Barclay, sarebbe stato un passaggio segreto al Tempio!




Cosa si trova al di là di questo ingresso, proprio dietro il colossale corso maestro? Per motivi politici e religiosi la Porta di Warren non è mai stata aperta, ma i radar, gli ultrasuoni e altre sofisticate apparecchiature indicano che, alle sue spalle, si trova una cavità di grandi dimensioni. Se si tratta dell’omologo settentrionale della Porta di Barclay, allora potrebbe avere un passaggio segreto a forma di L che corre in direzione est, che poi piega con un angolo a 90° e che risale fino ai cortili del Tempio. L’ingresso conduceva forse a un passaggio che curvava all’improvviso a sud, così da collegare la cavità posta dietro i colossali monoliti, anziché correre prima in direzione est (come il passaggio Barclay per 26 metri) e poi piegare a “L”? Questa domanda, pur essendo molto affascinante, resterà senza risposta fintanto che persisteranno le attuali circostanze politiche e religiose. Quanto è antico questo ingresso che conduce alla parte più antica del Monte del Tempio? La maggior parte degli archeologi ritiene che appartenga all’epoca di Erode, insieme agli altri quattro ingressi posti nel muro occidentale . Ma in alcuni casi, come ad esempio in quello dell’Arco di Wilson, l’evidenza suggerisce che gli architetti e i costruttori di Erode usarono componenti di ingressi precedenti. È possibile che l’ingresso ora murato del tunnel sia contemporaneo al primo Tempio? Una tradizione ebraica, che gli studiosi ritengono alla stregua di leggenda, racconta che questa porta, nel muro occidentale, era un passaggio segreto che utilizzava re David per recarsi al Monte del Tempio. Poiché, però, all’epoca di David il Tempio non era stato ancora costruito, se la leggenda ha un fondamento di verità, allora il sovrano avrebbe dovuto avere altri motivi per utilizzare quella porta. Forse per recarsi fino all’enigmatica “aia”? A dispetto dello spazio angusto del tunnel e degli altri gruppi che si erano mescolati al nostro, riuscii comunque a mostrare qua e là delle caratteristiche interessanti. Sottolineai la sorprendente vicinanza di questo ingresso ai monoliti colossali. È stato stabilito che alle loro spalle si trova una grande cavità: era forse il Sancta Sanctorum? Questo misterioso passaggio con porta, situato proprio accanto al corso maestro, può rispondere alla domanda: a cosa servivano queste pietre colossali? Nel frattempo, però, non fa altro che infittire il mistero… Qui, nella semioscurità della galleria sotterranea «vediamo resti del periodo più antico, quando gli Anunnaki – e non i re – crearono la spianata e vi installarono il Centro di Controllo della Missione», dissi al gruppo. Ipotizzai che avremmo potuto trovare maggiori prove una volta risaliti sul Monte. Il tunnel è lungo all’incirca 300 metri e il suo percorso è ricco di testimonianze del passato. Eravamo affascinati, incantati. Ma gli altri gruppi incalzavano e dovevamo assolutamente andare avanti. All’estremità nord del tunnel una scala di metallo, nuova di zecca, porta a un’uscita che conduce alla Via Dolorosa. L’uscita ha una porta di metallo che, dall’esterno, non si distingue da quelle delle abitazioni adiacenti. Se non fosse stato per la presenza di una guardia israeliana all’esterno, non ci sarebbero stati
altri modi per individuare l’uscita del tunnel. Tuttavia ci sono voluti anni affinché le autorità musulmane concedessero il permesso di usare quell’uscita; ciononostante, la sua apertura fu seguita da sanguinose rivolte. Come previsto, il gruppo seguì la “Via Dolorosa”, ora diventata una strada commerciale, tranne che per le Stazioni della Via Crucis poste nelle mura .


Eravamo diretti alla Chiesa del Santo Sepolcro nel quartiere cristiano ; la visita a questo tempio unico nel suo genere durò circa un’ora. Da lì iniziammo a camminare lungo viuzze strette e affollate per raggiungere il cardo, la strada fiancheggiata da colonne e ora all’aperto che, all’epoca del Secondo Tempio, all’epoca di Gesù di Nazareth e del governo romano, era la strada principale che correva in direzione nord-sud. Ci fermammo per riposare e per consumare un veloce spuntino. Era tempo, disse la guida, di tornare alla Piazza del Muro Occidentale e di salire sulla spianata del Monte.
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Prima di descrivere l’esperienza che seguì, lasciate che vi racconti in breve gli aspetti principali che esaminammo quella sera, in merito al tunnel. A parte le osservazioni personali e le sensazioni che i membri del gruppo avevano provato al Muro occidentale e all’interno del Tunnel, l’interesse di tutti si era focalizzato sul corso maestro e sui suoi colossali blocchi di pietra. Come erano stati portati fino alla galleria, in che modo erano stati messi in posa, da chi, e per quale motivo?


Gli archeologi israeliani hanno suggerito che i blocchi di pietra erano stati tagliati prima in forma cilindrica, così da farli rotolare sul terreno partendo dal luogo di estrazione (che, secondo alcuni, si trova a circa 3 chilometri di distanza e, secondo altri, invece, a circa 7-8 chilometri). In un secondo momento le pietre sarebbero state squadrate eliminando le curvature. In questo caso, però, i monoliti avrebbero dovuto pesare almeno il doppio, e non sembrava per niente logica l’idea di far rotolare pietre gigantesche per valli e colline; inoltre, tagliare le pietre al Tempio avrebbe contraddetto in pieno ciò che afferma la Bibbia, e cioè che in quel luogo non si potevano tagliare le pietre con utensili in ferro. La Bibbia dice chiaramente che tutti i blocchi destinati al Tempio di Salomone erano già stati tagliati. Un’altra idea avanzata dagli archeologi era che i blocchi di pietra, tagliati nel luogo di estrazione, furono poi sollevati e posti su tronchi di legno che fungevano da rulli, spinti poi (da uomini o da buoi) fino al sito del Muro. Feci notare al gruppo che 600 tonnellate equivalgono al peso di trenta Cadillac. Immaginatevi, dissi, trenta Cadillac sistemate su rulli fatti di tronchi di legno con gli operai che cercano di avanzare facendoli rotolare… Per quanto poco realistiche queste soluzioni, lasciavano comunque irrisolta la questione sull’identità di colui che, nell’antichità, era capace di sollevare questi possenti monoliti e di posarli esattamente su di un altro corso di blocchi di pietra. E, ovviamente, il mistero ancora maggiore riguardava il motivo per cui queste pietre erano state messe lì. Per quanto ci sforzassimo di fare gli avvocati degli archeologi, gli unici indizi sembravano venire dalle analogie fra questo sito e Baalbek. Entrambi hanno, nelle mura di contenimento occidentali, tre monoliti colossali (il Triliton a Baalbek), posati su di un altro corso di blocchi di pietra di dimensioni notevoli, tenuti in posa senza l’uso di malta o cemento, e trasportati per alcuni chilometri dai luoghi di estrazione, dove erano stati, ovviamente, tagliati e sollevati. Giungemmo infine alla conclusione che doveva essere opera degli Anunnaki. Se era esatta la mia teoria, era allora plausibile che Gerusalemme, Centro di Controllo della Missione, legata a Baalbek (“Luogo dell’Atterraggio”), facesse parte del Corridoio di Atterraggio postdiluviano. Quando oramai avevamo terminato e il gruppo stava per ritirarsi per la notte, aggiunsi ancora un indizio importante: il califfo che costruì la Cupola della Roccia trasportò da Baalbek, la cupola d’oro della locale moschea…

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