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giovedì 15 settembre 2016

GLI DEI CHE VENNERO SUL PIANETA TERRA (Terza e Ultima Parte 3/3)


Quando Marduk invase il nostro sistema solare, portò con sé il seme della vita. Nella collisione con Tiamat, una parte di questo seme si trasferì sulla porzione che ne restò, cioè il pianeta Terra. L'evoluzione della vita sulla Terra seguì dunque quella di Marduk, e perciò quando sulla Terra le specie umane cominciavano appena ad apparire, su Marduk degli esseri intelligenti avevano già raggiunto alti livelli di civiltà e tecnologia.Fu proprio da questo dodicesimo membro del sistema solare, dicevano i Sumeri, che erano venuti sulla Terra degli astronauti, i cosiddetti "Dèi del Cielo e della Terra"; e fu da queste convinzioni sumeriche che ebbero origine le religioni di tutti i popoli dell'antichità. Questi dèi, dicevano i Sumeri, crearono il genere umano e poi lo civilizzarono, comunicandogli ogni tipo di conoscenza anche scientifica, compreso un altissimo livello di sofisticazione astronomica. I Sumeri, infatti, riconoscevano il Sole come corpo centrale del sistema solare, e avevano cognizione di tutti i pianeti la cui esistenza è oggi nota  compresi i pianeti esterni Urano, Nettuno e Plutone, che sono stati scoperti relativamente di recente  pianeti che quindi non avrebbero potuto essere osservati e identificati a occhio nudo. Inoltre, dai testi come dalle raffigurazioni pittoriche, è evidente che i Sumeri credevano nell'esistenza di un altro pianeta  NIBIRU, Marduk  il quale, quando era più vicino alla Terra, passava tra Marte e Giove, come si vede da questo sigillo cilindrico databile a circa 4.500 anni fa.

Questa sofisticata conoscenza astronomica  che i Sumeri attribuivano agli astronauti venuti da Marduk- non era limitata al sistema solare, ma investiva anche l'universo infinito e le sue stelle. Fu infatti a Sumer  e non nella Grecia di molti secoli dopo, come si credeva  che le stelle furono identificate, raggnippate in costellazioni, denominate e localizzate nei cieli. Tutte le costellazioni che oggi noi riconosciamo nei cieli dell'emisfero settentrionale e la maggior parte di quelle dell'emisfero meridionale figurano già elencate nelle tavolette astronomiche sumeriche, nell'esatto ordine e con i nomi che noi utilizziamo ancora oggi! Di grande importanza erano le costellazioni che sembrano disposte attorno alla striscia in cui vi sono i pianeti che ruotano attorno al Sole. Chiamate dai Sumeri UL.HE ("il gregge luminoso") - che divenne presso i Greci zodiakos kyklos ("cerchio animale") e che ancora oggi noi chiamiamo "zodiaco"  esse erano suddivise in dodici gruppi, che formavano le dodici case dello zodiaco. Non soltanto i nomi che i Sumeri davano a questi gruppi di stelle  Toro, Gemelli, Cancro, Leone, ecc.  ma anche le loro figure pittoriche sono rimaste immutate attraverso i millenni.

Le raffigurazioni, molto posteriori, dello zodiaco egizio sono pressoché identiche a quelle sumeriche.

Oltre ai concetti di astronomia sferica che utilizziamo ancora oggi (comprese le nozioni di asse celeste, poli, eclittica, equinozi, ecc.) e che erano già in uso al tempo dei Sumeri, questi ultimi erano perfettamente al corrente - e ciò è davvero sorprendente anche del fenomeno della precessione. Come oggi sappiamo, vi è un apparente ritardo nell'orbita terrestre per un osservatore che dalla Terra fissa il Sole in una data precisa (per esempio il primo giorno di primavera) rispetto alle costellazioni zodiacali che fanno da sfondo nello spazio. Tale ritardo  o precessione  che è dovuto all'inclinazione dell'asse terrestre rispetto al piano della sua orbita attorno al Sole, è infinitesimale se rapportato all'arco di vita umana: in 72 anni, lo slittamento nello zodiaco è di un solo grado dei 360° del cerchio celeste. Poiché il cerchio dello zodiaco che circonda la banda in cui la Terra (e altri pianeti) ruota attorno al Sole è stato arbitraria-mente diviso in dodici case, ciascuna di esse occupa un dodicesimo dell'intero cerchio, ovvero uno spazio celeste di 30°. Se dunque l'orbita terrestre slitta di un grado ogni 72 anni, occorreranno 2.160 anni (72 x 30) per accumulare un ritardo tale da passare da una casa zodiacale a un'altra. In altre parole, se un astronomo che ai giorni nostri osservi dalla Terra il Sole, lo vede sorgere, nel giorno dell'equinozio di primavera, nella costellazione o casa dei Pesci, i suoi discendenti, 2.160 anni dopo, lo vedranno sorgere, sempre all'equinozio di primavera, nella costellazione adiacente, quella dell'Acquario. È evidente che nessun uomo, forse addirittura nessun popolo, può aver osservato direttamente, registrato e compreso questo fenomeno nell'antichità. Eppure vi sono prove irrefutabili: i Sumeri, che cominciarono a calcolare il tempo e il calendario nell'era del Toro (che ebbe inizio intorno al 4400 a.C), erano al corrente e registrarono nei loro elenchi astronomici i precedenti slittamenti precessionali nei Gemelli (circa 6500 a.C), Cancro (8700 a.C.) e Leone (10900 a.C.)! È inutile dire che in seguito, intorno al 2200 a.C, riconobbero senza difficoltà l'ulteriore slittamento per cui il primo giorno di primavera  che per i popoli mesopotamici corrispondeva al Capodanno  aveva ormai accumulato un ritardo di 30° e cadeva nella costellazione o "era" dell'Ariete (KU.MAL in sumerico). I primi studiosi che combinarono le loro conoscenze di egittologia e assiriologia con l'astronomia si accorsero subito che tanto  i testi quanto le raffigurazioni pittoriche utilizzavano le ere zodiacali come un grande calendario celeste, per il quale gli avvenimenti che accadevano sulla Terra erano collegati, su scala più grande, al Cielo. In tempi più recenti, studiosi come G. de Santillana e H. von Dechend  Hamlet's MilD hanno utilizzato questo concetto per avere un'idea della successione cronologica di eventi storici e preistorici: non c'è dubbio, per esempio, che la Sfinge a forma di leone che si trova a sud di Eliopoli, o quelle a forma di ariete messe a guardia dei templi di Karnak rappresentavano le ere zodiacali in cui erano avvenuti gli avvenimenti che esse celebravano, o in cui gli dèi o re rappresentati avevano rivestito una posizione dominante. Al centro di questa concezione astronomica, e quindi di tutte le religioni, credenze, avvenimenti e rappresentazioni del mondo antico, stava dunque la convinzione che nel nostro sistema solare vi fosse un pianeta in più, un pianeta che aveva un'orbita più estesa di tutti gli altri, un pianeta supremo o "Signore Celeste", quello che gli Egizi chiamavano Stella Imperitura, o "pianeta di milioni di anni": insomma, la dimora celeste degli dèi. Tutti i popoli antichi, senza alcuna eccezione, rendevano omaggio a tale pianeta, quello con l'orbita più ampia, più maestosa. In Egitto, in Mesopotamia come in ogni altro posto, si trovava ovunque il suo emblema, il Globo Alato.

Riconoscendo che il Disco Celeste, nell'iconografia egizia, rap-presentava la dimora celeste di Ra, gli studiosi hanno continuato a considerare Ra un "dio del Sole" e il Disco Alato un "disco del Sole". Ora, invece, dovrebbe ormai essere chiaro che quella non era una rappresentazione del Sole, ma del Dodicesimo Pianeta; gli Egizi, anzi, distinguevano nettamente tra il Disco Celeste, che rappresentava appunto quel pianeta, e il Sole. Come si può vedere , l'iconografia li mostrava entrambi nei cieli (rappresentati dalla figura arcuata della dea Nut): chiaramente si trattava dunque di due distinti corpi celesti, e non di uno solo.

Inoltre, il Dodicesimo Pianeta è raffigurato come globo o disco celeste  un pianeta, quindi  mentre il Sole è rappresentato nell'atto di emettere i suoi raggi benefici (in questo caso, sulla dea Hat-Hor, "Signora delle miniere" della penisola del Sinai). È possibile che, migliaia di anni fa, gli Egizi sapessero che il Sole era il centro del nostro sistema solare, e che questo constava di dodici membri? Sembra davvero così, come testimoniano vere e proprie mappe celesti dipinte su alcune tombe di mummie.Una di queste, ben conservata e scoperta da H.K. Brugsch nel 1857 presso Tebe , mostra la dea Nut ("i cieli") nel pannello centrale (che corrisponde al coperchio della tomba), circondata dalle dodici costellazioni dello zodiaco.

Sui lati della tomba figurano le dodici ore della notte e del giorno, e poi i pianeti  gli dèi celesti  che viaggiano nelle loro orbite prestabilite, le "barche celesti" (i Sumeri chiamavano queste orbite i "destini" dei pianeti). In posizione centrale, vediamo il globo del Sole, che emette raggi. Vicino a esso, in prossimità della mano sinistra di Nut, si trovano due pianeti: Mercurio e Venere (quest'ultima è raffigurata come una donna: è infatti l'unico pianeta considerato femminile da tutti i popoli dell'antichità). Nel pannello di destra vediamo invece la Terra (accompagnata dall'emblema di Horus), la Luna, Marte e Giove come divinità celesti che viaggiano sulle loro barche celesti. Al di là di Giove, sempre nel pannello di destra, vediamo altri quattro dèi celesti, senza barca perché gli Egizi non ne conoscevano le rispettive orbite: si tratta di Saturno, Urano, Nettuno e Plutone. L'epoca della mummificazione è indicata dall'uomo con la lancia, che punta l'arma nel mezzo del Toro. Abbiamo dunque incontrato tutti i pianeti nel loro ordine esatto, compresi i pianeti esterni che gli astronomi moderni hanno scoperto solo in epoca relativamente recente (Brugsch, come altri del suo tempo, non sapeva dell'esistenza di Plutone). Gli studiosi sono sempre partiti dal presupposto che i popoli dell'antichità credessero nell'esistenza di cinque pianeti  tra cui il Sole  che ruotavano attorno alla Terra; qualunque elenco o rappresentazione pittorica che ne contenesse di più era immancabilmente considerato frutto di una qualche "confusione". Ebbene, oggi possiamo dire che non vi era alcuna confusione, invece, nelle conoscenze astronomiche dell'antichità, ma solo un'impressionante precisione: il Sole stava al centro del sistema, la Terra era un pianeta, e oltre alla Terra, alla Luna e agli altri otto pianeti che oggi conosciamo, ve ne era uno più grande, che veniva dipinto sopra tutti gli altri, sopra la testa di Nut, come un grande Signore Celeste dotato di una propria, enorme, orbita ("barca") celeste. Secondo le fonti sumeriche di cui disponiamo, 450.000 anni fa degli astronauti provenienti da questo Signore Celeste atterra-rono sul pianeta Terra.

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