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martedì 6 settembre 2016

GALLERIE PER VIAGGIARE NEL TEMPO


A Gerusalemme, in Israele, si trovano due gallerie molto particolari. Una riporta il visitatore al tempo dei re di Giuda, un migliaio di anni fa. L’altra, che non è una galleria nel vero senso della parola, trasporta il visitatore al passato leggendario, quando a regnare non erano gli uomini, bensì gli dei. Simili, eppure sostanzialmente diverse, queste gallerie rivelano i propri segreti solo a chi (come noi delle Earth Chronicles Expeditions) ha già visitato altri paesi. Parliamo prima del “Tunnel di Ezechia”, una galleria vera a propria, nonché la prova più chiara della veridicità della Bibbia. Collega, nel sottosuolo, la sorgente di Gihon, che si trova alla periferia di Gerusalemme e la piscina di Siloe, all’interno delle mura dell’antica città . È la Bibbia – documento autorevole per eccellenza – a citarla per prima. La visita alla galleria riporta il turista a un periodo di grandi sconvolgimenti nel Vicino Oriente; e pur se queste parole sono tristemente attuali, in realtà stiamo parlando del VII e VI secolo a.C., quando l’Assiria estendeva la propria egemonia su terre e popoli fino all’Egitto, in Africa. Ma, per arrivarvi, gli eserciti imperiali dovevano attraversare lo stretto ponte geografico dove regnavano i successori di Davide e Salomone.


Al tempo di Ezechia (727-686 a.C.) era indipendente solo la Giudea, con la sua capitale, Gerusalemme. La regione settentrionale, conosciuta come regno di Israele, era già stata sconfitta dagli Assiri e la sua popolazione esiliata (conosciuta poi come le Dieci Tribù Perdute). Il re Ezechia – già attaccato in precedenza dal re assiro Sennacherib – prevedendo un nuovo attacco e, forse, un assedio, rinforzò le fortificazioni di Gerusalemme e dette il via a un grandioso progetto per assicurare alla città la fornitura di acqua. Su suo preciso ordine, nella roccia venne scavato un tunnel sotterraneo per collegare quella che noi chiamiamo “piscina di Siloe” – all’interno delle mura della città – a una grande fonte di acqua, la sorgente di Gihon, individuata fuori alle mura della città. Il re sperava che un invasore non si sarebbe accorto che la città continuava ad attingere acqua dalla fonte lontana. La Bibbia cita l’impresa di Ezechia nel Secondo Libro dei Re 20, 20 e nel Secondo Libro delle Cronache 32, 30.

Le altre gesta di Ezechia, tutte le sue prodezze, la costruzione della piscina e del canale, con cui portò l’acqua nella città,
sono descritte nel Libro delle Cronache dei re di Giuda.
Ezechia chiuse l’apertura superiore delle acque del Ghicon, convogliandole in basso attraverso il lato occidentale nella città di
Davide.

Nel XIX secolo, nella regione del Tigri, nella Mesopotamia settentrionale, fecero notevoli scoperte in particolare gli archeologi che scavavano sotto l’egida del British Museum. Vennero riportate alla luce città che, fino a quel momento, erano citate solo nella Bibbia, come ad esempio la capitale assira. Palazzi e templi emersero dalle loro tombe di terra. Vennero riportate alla luce anche intere biblioteche che contenevano decine di migliaia di tavolette redatte con scrittura cuneiforme. Molte facevano parte di biblioteche e di archivi regali, e contenevano gli annali dei re di Assiria. In uno di questi documenti epigrafici, meglio noto come il Prisma di Taylor, in mostra al British Museum a Londra , Sennacherib, re assiro, descriveva l’assedio di Gerusalemme ai tempi di Ezechia di Giuda. La Bibbia (Secondo Libro dei Re 19, 35) racconta che l’assedio messo in atto da Sennacherib fallì perché una notte, l’angelo del Signore, «percosse nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini». Gli annali di Sennacherib non spiegano come o perché l’assedio di Gerusalemme terminò all’improvviso, però le iscrizioni cuneiformi ritrovate a Ninive confermano la storia biblica di Ezechia e dell’assedio di Gerusalemme. Questo basta per confermare anche la storia della galleria?


La costruzione di un siffatto tunnel, tagliato nella roccia viva e dura delle colline di Gerusalemme per una lunghezza notevole (oltre 600 metri), ha indotto non pochi esperti a dubitare della veridicità della narrazione biblica, pur se è certa l’esistenza della Sorgente di Gihon e della Piscina di Siloe. All’inizio del XIX secolo, dei pastorelli trovarono l’ingresso a una galleria nei pressi della fonte e nel 1838 l’esploratore Edward Robinson attraversò la galleria in tutta la sua lunghezza. Nei decenni successivi altri esploratori hanno ripulito ed esaminato il tunnel con tutti i suoi pozzi e le sue diramazioni, stabilendo che, effettivamente, collegava e consentiva all’acqua di fluire dalla sorgente alla piscina all’interno della città, come ai tempi di Ezechia. Come facciamo a sapere che si tratta di un tunnel artificiale, fatto scavare, per giunta, proprio da Ezechia? Nel 1880 venne fatta una scoperta straordinaria: un’iscrizione lasciata dagli antichi costruttori del tunnel. A circa metà percorso, all’interno del tunnel, avevano levigato una sezione del muro e vi avevano inciso un’iscrizione che commemorava un evento importante: l’incontro, in quel punto, delle due squadre che avevano scavato separatamente, partendo dalle due estremità opposte. L’iscrizione, scolpita nei caratteri ebraici dell’epoca diceva, nella sua sezione intatta e non danneggiata:

 … il tunnel. E questo è il racconto dell’apertura. Quando [gli operai sollevarono] l’ascia, ciascuno verso il proprio compagno,
quando mancavano ancora tre cubiti da scavare, si udì la voce di un uomo che chiamava i propri compagni, perché nella
roccia sulla destra c’era una frattura… e il giorno dell’apertura, gli operai colpivano [la roccia] andando ciascuno verso il
proprio compagno. E l’acqua iniziò a fluire dalla sua fonte fino alla piscina, mille e duecento cubiti. E l’altezza della roccia
sopra la testa degli operai era di cento cubiti.


Oggi la sorgente si trova sulla discesa che parte dalla Città Vecchia di Gerusalemme, all’altezza del villaggio di Silwan. Le autorità israeliane hanno costruito un ingresso per accedere comodamente al tunnel di Ezechia


Alcuni turisti si accontentano di ammirare la piccola esposizione, simile a quella di un museo, e di scendere fino all’anfratto roccioso dove ha inizio la galleria . Altri (tra i quali la maggior parte dei componenti il mio gruppo) indossano alti stivaloni impermeabili (forniti dalle guide del tunnel) e attraversano tutto il tunnel, per riemergere all’interno delle mura della città antica. Anche se la passeggiata sotterranea, della durata di circa 40 minuti, è resa più facile dall’installazione di scale, corrimano e illuminazione, resta forte il rispetto reverenziale, perché si ha la sensazione di camminare letteralmente attraverso la storia. Come se si fosse risucchiati da una macchina del tempo, ci si ritrova proiettati all’improvviso 3.000 anni fa, nella Gerusalemme dei re di Giuda. Con la differenza che non ci si trova in un ologramma, né in una ricostruzione in scala: la galleria è vera, è reale. La sua profondità e la sua lunghezza coincidono con le parole della Bibbia.


E non incute minor soggezione l’impresa ingegneristica in sé. Il tunnel, scavato orizzontalmente, presenta solo una leggera inclinazione che consente all’acqua di fluire lungo il corso serpeggiante, che segue la formazione della roccia. A tutt’oggi, nessuno è riuscito a immaginare come abbiano fatto gli operai – che procedevano dai due opposti estremi – a incontrarsi a una tale profondità. Il nostro gruppo avanzava in silenzio lungo la galleria, ciascuno immerso nei propri pensieri, assaporando le emozioni. Ma il silenzio venne bruscamente interrotto quando, raggiunta e superata la metà della galleria, non trovammo l’iscrizione. «Dov’è?», chiedemmo tutti alla guida. «Era qui», rispose l’uomo indicando un punto sulla parete. Ma ci spiegò che era stata tolta. Al tempo in cui l’iscrizione venne scoperta, Gerusalemme si trovava sotto l’impero ottomano e le autorità turche staccarono la lastra di roccia incisa e la portarono a Istanbul. Questo fu l’unico aspetto deludente di un’esperienza altrimenti memorabile. Ma, nel corso di una successiva Earth Chronicles Expedition in Turchia, mi recai a vedere l’iscrizione. Il complesso del museo archeologico a Istanbul consiste di numerose parti: il palazzo Topkapi, il vecchio Museo dell’Antico Oriente e il Museo Archeologico, ristrutturato di recente. Il Museo dell’antico Oriente, nel quale sono contenute le scoperte più antiche – fra cui anche le tavolette d’argilla la cui decifrazione rese famoso il grande sumerologo Samuel N. Kramer – è rimasto chiuso per alcuni periodi a causa della mancanza di fondi (ma grazie a un accordo speciale fu aperto per me e per il mio gruppo). Venni a sapere che l’iscrizione di Ezechia era esposta nel Museo Archeologico moderno e, visto che il museo era regolarmente aperto, non credevamo avremmo avuto problemi. Mentre stavamo salendo all’ultimo piano, dove era esposta l’iscrizione, ci trovammo la strada sbarrata. Le guardie ci riferirono che gli ultimi due piani erano chiusi al pubblico. Persino le luci erano spente. Dovetti tornare allora negli uffici dell’amministrazione per convincerli ad aprire i due piani “oscurati”. Alla fine, eccoci davanti alla vetrina che conteneva quell’incredibile lastra di roccia proveniente dall’antica Gerusalemme. Affinché le spiegazioni fossero chiare, distribuii al gruppo un foglio di carta sul quale erano riportati sia l’alfabeto ebraico antico, sia quello moderno e guidai il gruppo nella lettura e nella traduzione dell’iscrizione di Ezechia. Trascorremmo lì più di un’ora: il sogno, senza dubbio, di qualsiasi appassionato della Bibbia. Davanti ai nostri occhi c’era la prova inconfutabile della veridicità delle affermazioni di due libri dell’Antico Testamento (Secondo Libro dei Re e Secondo Libro delle Cronache). Non potei fare a meno di notare il lato ironico di tutta la faccenda, vale a dire che, nel corso del tempo, per confutare i detrattori della Bibbia e raccogliere le prove, gli archeologi hanno dovuto scavare in Mesopotamia, gli esploratori e i geologi hanno dovuto effettuare ricerche in Israele e una spedizione come quella da me organizzata e guidata aveva dovuto visitare musei in Gran Bretagna e in Turchia e recarsi fino in Israele.
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La galleria che collega Gihon e Siloe racchiude anche gli indizi relativi ad altre narrazioni bibliche, nonché quelli per comprendere il passato di Gerusalemme. Per raggiungere l’ingresso della galleria di Ezechia, che si trova nella Kidron Valley, a est di Gerusalemme, si può prendere un taxi oppure si possono usare i pullman turistici, oppure si può camminare dal versante sud-orientale della Città Vecchia fortificata. Io e il mio gruppo, naturalmente, avevamo optato per la passeggiata lungo il sentiero a gradini costruito dalle autorità israeliane che, pur se non rischioso, era comunque impegnativo. Per apprezzare pienamente la passeggiata è opportuno osservare in dettaglio la zona. In cima, la parte meridionale delle mura circonda la Città Vecchia di Gerusalemme (punto A): è quindi chiaro che la sorgente di Gihon si trovava fuori della Città Vecchia. Fu uno shock tanto fugace quanto profondo rendersi conto che a sud della Città Vecchia esisteva una città più antica… A dire il vero quanto più si procede in direzione sud-sudest, tanto più antichi diventano i resti. Al di sotto del (punto A) – inizio della nostra discesa – si passa davanti ai resti di un muro (punto B) che si ritiene faccia parte della fortificazione di Gerusalemme eretta nel VI secolo a.C. dagli esiliati di ritorno da Babilonia. Quel muro incorpora un’insolita struttura a gradini, alta circa cinque piani (punto C). Quando, nel 1980, fu riportata alla luce, suscitò scalpore: qualcuno, infatti, parlò della scoperta in Israele di una piramide o di uno ziqqurat (ma non è esatto). Mentre la parte superiore di questa struttura a gradini viene fatta risalire a un periodo immediatamente precedente alla distruzione di Gerusalemme, che avvenne nel 586 a.C. per mano di Nabucodonosor, la sezione inferiore, con i suoi ingressi ad arco, è stata attribuita al XIII secolo a.C., quindi al periodo cananeo. Queste datazioni, però, se esatte, non supportano un’altra ipotesi sensazionale fatta all’epoca della scoperta: che si trattava dei resti del palazzo di re David. In ogni caso la struttura è decisamente insolita ed enigmatica. A tutt’oggi nessuno riesce a chiarire il mistero. Proseguendo nella nostra discesa, il turista passa accanto a recenti terrazzamenti (punto D) che si trovano proprio sopra i resti (punto E) di un antico muro israelita, che si ritiene risalga al X secolo a.C., il periodo, in questo caso, di David e di Salomone. I gradini poi conducono fin giù, fino in fondo alla Valle di Kidon (punto F) e all’edificio che ospita l’ingresso alla galleria.


Una volta al di là delle mura della Città Vecchia, la passeggiata passa sopra le rovine di ciò che gli archeologi chiamano la Città di David. Come si evince dalla cartina , la cittadella occupava uno sperone di roccia che si erge fra due valli profonde. Secondo la Bibbia si trattava di una città fortificata dei Cananei, abitata dai Gebusei, che – come indicano i resti della parte inferiore del muro al punto C – risale al XIII secolo a.C. Quando David succedette sul trono a Saul, la capitale del regno era Ebron, a sud di Gerusalemme, ma i Gebusei, al sicuro dietro le mura difensive, non ebbero problemi a respingerlo. Nell’ottavo anno del suo regno, poiché si erano intensificate le guerre con i vicini Filistei, David cercò un’ubicazione più sicura per la capitale. La scelta cadde su Gerusalemme. La cattura della roccaforte dei Gebusei – la Bibbia la chiama la rocca di Sion (Secondo Libro di Samuele 5, 7) – è un’altra storia dell’Antico Testamento che viene spesso messa in dubbio e della quale, invece, l’archeologia moderna ha dimostrato l’autenticità. Ci è stato raccontato che David, che non riusciva a rompere le fortificazioni, dichiarò che chiunque fosse riuscito a catturare la fortezza dei Cananei, sarebbe diventato comandante dell’esercito del re. Ci riuscì il suo capitano Joab, utilizzando lo tzinor, una parola ebraica rara nella Bibbia, ma usata oggi per indicare condotte o condutture. Quale fu lo tzinor che consentì a Joab di catturare la fortezza cananea è rimasto un enigma biblico fino alla scoperta del pozzo di Warren nel 1867, così chiamato in onore di un ingegnere ed esploratore britannico che lavorava per la Palestine Exploration Fund di Londra. Esaminando il tunnel di Ezechia, Warren scoprì un pozzo verticale, profondo più di sei metri che, dal livello dell’acqua della Fonte di Gihon portava a un’uscita al livello del suolo, all’interno dei confini della precedente città cananea. Si ipotizzò allora che il pozzo fosse stato scavato dai Cananei per attingere l’acqua senza dover uscire al di fuori delle mura della città. Si ipotizzò anche che fu proprio questo lo tzinor, il pozzo, la condotta, attraverso la quale Joab si arrampicò insieme ai suoi uomini per catturare la città fortificata. Esplorazioni all’interno delle rocce che ricoprono la sorgente e della zona circostante hanno rivelato che esistono altri pozzi e spaccature, nonché resti di scavi ancora più antichi di quelli di Ezechia: alcuni risalgono addirittura al XVI secolo a.C.. Nessuno può dire con certezza se fu il Pozzo di Warren o se fu un altro (se fu un condotto naturale o uno creato dall’uomo) a consentire a Joab di penetrare nella fortezza. Ma tutti ora concordano che fu attraverso uno di questi passaggi che l’esercito di Davide riuscì a penetrare nella fortezza, provando la veridicità della narrazione biblica. Inoltre viene definita anche la precisa ubicazione della “Città di David”.


Quella sera, di ritorno in albergo, dedicai la prima parte del consueto briefing serale al Tunnel di Ezechia e a ciò che esso implicava: non tanto in merito agli eventi che fecero da corollario alla sua costruzione, quanto alle possibilità che offriva per localizzare la Città di David. Tutti noi siamo scesi dalla collina – dissi – dal punto esatto in cui le mura circondano la Città Vecchia fino alla Sorgente di Gihon. Abbiamo appreso che David, per la capitale del suo regno, cercò un sito migliore – o forse solo meno vulnerabile – rispetto a Ebron. Quindi, perché mai combattere per catturare la cittadella cananea quando a solo pochi chilometri di distanza a nord, si trovava una posizione più elevata, che guardava la città cananea? E perché i Cananaei non l’avevano scelta per sé? A dire il vero queste mie domande erano solo retoriche, perché dopo aver ascoltato alcune opinioni dei membri del gruppo, proseguii con una lezione di Bibbia. Per comprendere il problema del sito, dissi, è necessario riconoscere il ruolo svolto dall’Arca dell’Alleanza nella storia degli Israeliti e la sua centralità in relazione agli aspetti religiosi e nazionali dei discendenti delle Dodici Tribù che uscirono dall’Egitto per raggiungere la Terra Promessa. Pur se erano trascorsi quasi quattro secoli dal loro ingresso e insediamento in Canaan (su entrambe le rive del fiume Giordano), vi erano ancora scaramucce con vicini rancorosi, adoratori di altre divinità a nord (Armeni a Damasco), a est (Ammoniti), e a sud (Edomiti). Ma la minaccia peggiore proveniva da un avversario costante e formidabile che viveva nella parte meridionale della pianura costiera: i Filistei, (i “Popoli del Mare” nei documenti di guerra egizi). David fece la propria comparsa sulle pagine della storia quando, da giovane, si fece avanti per sfidare e uccidere Golia, il gigante a capo dei Filistei. Nel corso di tutte le loro peregrinazioni nel Sinai, gli Israeliti portarono con sé l’Arca dell’Alleanza, una cassa ricoperta da una lastra d’oro e sormontata da due cherubini anch’essi d’oro (fig. l’Arca in una ricostruzione). Quando nel deserto era all’interno della Tenda del Convegno fungeva da Dvir (letteralmente “colui che parla”): attraverso di esso Dio parlava a Mosè. Quando arrivò il momento di attraversare il Giordano per entrare nella terra di Canaan, i sacerdoti (che trasportavano l’Arca grazie a bastoni appositamente progettati) entrarono nel fiume per guadarlo e l’Arca fece aprire le acque, così che gli Israeliti poterono attraversare il fiume in tutta sicurezza (Giosuè, capitoli 3 e 4).


Poi, durante le battaglie cruciali – in linea di massima contro i Filistei – l’Arca veniva portata sul campo di battaglia per scagliare i suoi meravigliosi poteri contro i nemici degli Israeliti. Già allora l’Arca non veniva più trasportata da semplici portantini, ma era collocata su di un carro, raffigurato su di un fregio inciso su di una pietra che si trova nella sinagoga di Cafarnao dove, secondo la tradizione cristiana, aveva insegnato Gesù . Nel corso di una delle battaglie i Filistei riuscirono a impossessarsene, ma per questo loro affronto il Signore sterminò sia loro, sia gli abitanti di quel luogo, tanto che, alla fine, i superstiti decisero di restituirla agli Israeliti. Quando uno di loro, nel tentativo di fissarla sul carro, la toccò, cadde a terra stecchito. L’Arca dell’Alleanza, dissi al mio gruppo, viene citata anche negli eventi biblici successivi alla cattura della roccaforte da parte di David. Essendo salito al trono in aperto conflitto con il re Saul e suo figlio, alienandosi le tribù settentrionali, David cercò di istituire una nuova capitale nazionale (Ebron era una capitale tribale) dove accentrare il potere regale e quello religioso. Uno dei suoi primi atti fu quello di trasferire l’Arca dell’Alleanza – che non aveva ancora una collocazione fissa – in una vera e propria casa di Dio.


Voleva costruire una città con un tempio, vicino al suo palazzo reale; nel corso di una cerimonia festosa l’Arca dell’Alleanza venne portata fino alla Citta di David. Ma i progetti vennero fermati quando il profeta Natan riferì a David un messaggio divino: poiché aveva sparso così tanto sangue nel corso delle guerre, sarebbe stato suo figlio e non lui a erigere la Casa del Signore. E poi, la Casa del Signore, il Tempio di Yahweh, sarebbe dovuta sorgere in un altro luogo: sul Monte Moriah, a nord della Città di David. Cosa aveva impedito ai Cananei di stabilire in quel luogo la loro roccaforte? E perché, invece, era idoneo all’edificazione del futuro tempio? Stando ai documenti reali davidici, quel luogo era l’aia di Arauna, il Gebuseo. Per essere sicuro che David comprendesse la scelta e ponesse fine al suo indugiare, un angelo del Signore gli apparve un giorno «sull’aia di Arauna, il Gebuseo». L’angelo fluttuava fra cielo e terra, la sua spada indicava Gerusalemme; l’angelo disse al profeta Gad di riferire a David che era proprio lì, su quell’aia, che bisognava erigere un altare a Yahweh. E David si rese conto che «questo è il luogo della Casa di Yahweh, il luogo dell’Altare del Sacrificio per Israele». Spiegai che si riferiva al Monte Moriah, il luogo in cui Abramo aveva eretto l’altare per sacrificare Isacco. David salì, come gli aveva ordinato il Signore (e come riferisce il Libro di Samuele), seguito dai nobili ebrei e disse ad Arauna che desiderava comprare la sua aia. Il Gebuseo, udendo la proposta, si offrì di regalargli il luogo, ma David insistette sulla necessità di acquistarlo e pagarlo. Secondo il Libro di Samuele, pagò cinquanta sicli d’argento; secondo le Cronache, il prezzo pagato fu di «seicento sicli d’oro», una cifra spropositata per una semplice aia. Pur se la costruzione del tempio sarebbe stata opera del figlio Salomone, David fece tagliare le pietre e preparare tutto il materiale necessario, perché Salomone era ancora troppo giovane. In punto di morte David spiegò al figlio quanto era accaduto e gli consegnò il Tavnit – modello in scala – che gli era apparso in una visione divina e indicò al figlio il luogo prescelto. Salomone ascese al trono di Gerusalemme – la Città di David – nel 963 a.C. Il Libro dei Re afferma chiaramente che iniziò la costruzione del Tempio nel quarto anno del suo regno, e che lo completò nell’undicesimo anno, quindi nel 953 a.C. L’inaugurazione del Tempio ebbe luogo solo quando l’Arca dell’Alleanza fu collocata nel Sancta Sanctorum; secondo la tradizione ebraica il luogo più sacro era la roccia sulla quale Abramo era stato pronto a sacrificare Isacco. La costruzione del Tempio è minuziosamente descritta in numerosi capitoli della Bibbia. Vengono citate le misure del Tempio, il luogo dove era collocato l’altare, il vestibolo, nonché le sacre suppellettili. Eppure non si parla mai (e sottolineo mai) della costruzione della grande spianata sulla quale poggiava il Tempio, con i suoi cortili e le sue aree esterne. L’unica spiegazione possibile, dissi, è che la Spianata – la cosiddetta “aia” – era già lì. Si tratta di una piattaforma di notevoli proporzioni, artificiale, sostenuta da mura di contenimento di sorprendente complessità e dimensioni. E, se esisteva già da prima dei Gebusei, eccoci al punto: chi l’aveva costruita e perché? Per cercare di far luce su questo punto cruciale, il giorno seguente ci saremmo recati a visitare il Monte del Tempio e l’incredibile galleria che corre sul fianco occidentale: il secondo tunnel di cui parla questo capitolo.
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Poscritto:
“Scienziati sostengono l’autenticità del tunnel della Bibbia”: così titolava un articolo stampato e divulgato in tutto il mondo nel settembre 2003. La notizia faceva riferimento a uno studio, pubblicato nella rivista scientifica Nature, dove tre scienziati riportavano che la datazione radiometrica del Tunnel di Siloe a Gerusalemme confermava che era stata scavata intorno al 700 a.C. o “poco prima”: per essere più precisi sotto il regno di re Ezechia. I redattori di Nature avevano divulgato la notizia (degli scienziati Amos Frunkin e Aryeh Shimron di Gerusalemme e di Jeff Rosenbaum di Reading, UK) osservando che «la credibilità storica dei testi della Bibbia spesso viene messa in discussione quando si fa un paragone con i reperti archeologici dell’età del ferro… Di seguito riportiamo la datazione al radiocarbonio e col metodo U-Th del Tunnel di Siloe, dimostrando la sua appartenenza all’età del ferro II». Che gioia quando viene confermata l’attendibilità del racconto della Bibbia.

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