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martedì 23 agosto 2016

STRANIERI NEL NUOVO MONDO


Può un calendario di pietra fornire indicazioni utili a risolvere l’enigma di Atlantide? Sì, se si tratta di un reperto mesoamericano; e pur se, oggettivamente, le sue incisioni non offrono soluzioni immediate, certamente aggiungono un tassello a un puzzle che continua a diventare sempre più vasto. Il Museo Nazionale di Antropologia di Città del Messico è, senza dubbio, uno dei musei più grandi nel suo genere. A differenza del British Museum di Londra, del Louvre di Parigi, o del Metropolitan Museum di New York – che hanno raccolto le eredità culturali di numerose terre e popoli – un museo nazionale si occupa, di norma, solo ed esclusivamente della cultura, dell’arte e della storia e dell’archeologia della propria nazione. Tuttavia i tesori archeologici raccolti nel museo di città del Messico includono reperti che – pur se non era questa l’intenzione dei curatori – servono come prova dell’arrivo misterioso di stranieri nel Nuovo Mondo in un’epoca remota, di gran lunga precedente a quella di Colombo, dando così corpo ai miti conosciuti all’altro capo del mondo. Il museo, con una pianta ad U, guida il visitatore in un viaggio etnologico e cronologico, a partire dai tempi più remoti (nell’ala destra) e termina con quelli più recenti nell’ala sinistra. Il centro è dedicato a quello che i messicani considerano loro particolare eredità, nonché legame con la Mesoamerica: il gruppo di tribù Mexica (si pronuncia Meshicka) che arrivarono sulla costa pacifica a bordo di navi e che si insediarono nella valle centrale del paese, dove trovarono, come aveva profetizzato la leggenda, un’aquila appollaiata su di un cactus: in quel luogo edificarono Tenochtitlán (la città di Tenoch), ora Città del Messico. Orgoglio e pezzo forte di questa sezione principale del museo è il grande calendario in pietra che accoglie il visitatore al suo ingresso . Uno simile, ma d’oro puro, era l’oggetto più sacro tenuto nel tempio principale degli Aztechi e il re Montezuma lo donò a Hernán Cortés nel 1519, quando l’arrivo dello spagnolo fu considerato il compimento della profezia del Ritorno del Dio. (Cortés inviò l’oggetto sacro in Spagna, perché venisse fuso; gli Aztechi pagarono a caro prezzo l’accoglienza tributatagli.) Il
calendario di pietra è giunto fino a noi, ed è stato studiato, analizzato, descritto e interpretato senza sosta (anche nel mio libro Gli dei dalle lacrime d’oro). Si ritiene che descriva le Cinque Età in cui le leggende e la tradizione mesoamericana dividono la storia dell’umanità e le sue divinità. Ciascuna delle quattro precedenti epoche termina con una qualche calamità (incluso un Diluvio); la quinta è l’età dei Messicani e degli altri popoli della Terra, vale a dire la nostra epoca. Mi sono recato spesso a Città del Messico e non perdo mai l’occasione di visitare il suo magnifico museo (lo conosco talmente bene, da notare persino lo spostamento di un singolo reperto). Non so dire quante volte mi sono fermato ad osservare questo grande calendario di pietra e quante volte mi sono chiesto: «Perché la figura centrale, quella del dio della Quinta Età, mostra la lingua?». I testi e le guide – quando offrono una spiegazione – sostengono che si tratta della raffigurazione di Xolotl, “il dio che cadde dal cielo”, sempre ritratto con la lingua sporgente . Le leggende mesoamericane riferiscono che, apparendo dal cielo, cadde, o atterrò in un campo, facendovi nascere la varietà di mais che ancora oggi è l’alimento base della Mesoamerica.

Ma perché questo dio mostra la lingua, tanto da trasformare questa espressione nel suo tratto distintivo? A questa domanda i libri di testo sulla Mesoamerica non danno risposta. Io, però, esaminando le tradizioni dei paesi del Mediterraneo, sono giunto a una conclusione. Quando nel 1996, in preparazione di una Earth Chronicles Expedition in Grecia e a Creta, ero intento a studiare la mitologia greca, mi colpirono per la prima volta le raffigurazioni delle Gorgoni. Le avevo già viste in precedenza, naturalmente, ma non avevo mai notato un dettaglio importante . Erano tre bellissime sorelle di stirpe divina o semidivina, che la dea Atena trasformò poi in esseri mostruosi e ripugnanti. Venivano raffigurate con serpenti al posto dei capelli, con occhi fiammeggianti e la lingua in fuori. E proprio la lingua è diventata il loro emblema, anche quando le raffigurazioni variavano da luogo a luogo e da un periodo all’altro. Secondo quanto narrano i miti greci, le tre Gorgoni erano figlie di una coppia di divinità marine (fratello e sorella), Forcide e Ceto. Si chiamavano Steno (il cui nome significa “forza”), Euriale (il cui nome significa “ampio salto”) e Medusa (“regina che regna”). Tutte e tre erano molto belle, in particolare Medusa. Attratto dalla loro bellezza, il grande dio Poseidone, Signore dei Mari e fratello di Zeus, volle fare l’amore con Medusa. Di tutti i posti che poteva scegliere, scelse un tempio dedicato alla dea Atena.
Furiosa, Atena maledisse le Gorgoni, trasformandole in esseri orripilanti e convinse anche Perseo, un semidio, a uccidere Medusa. Era un compito oltremodo rischioso, perché questa Gorgone aveva acquisito il potere magico di trasformare in pietra chiunque la guardasse negli occhi. Armato da Atena e da altri dei, munito di attrezzi magici, Perseo usò dei Sandali Alati per recarsi alla dimora di Medusa “nel lontano occidente, al di là delle Colonne di Ercole”. Sorvolando l’Africa e raggiungendo il grande oceano, seguì la “Corrente dell’Oceano”. Trovò Medusa e le sue sorelle che giacevano addormentate nella “Foresta Pluviale”. Indossando l’elmo che lo rendeva invisibile riuscì ad avvicinarsi inosservato. Usando lo scudo di bronzo lucente a mò di specchio , tagliò la testa di Medusa con una spada che un dio aveva forgiato per lui, infilò la testa mozzata in un sacco speciale e volò via. Le altre due Gorgoni, risvegliate dall’aggressione, non riuscirono a vederlo perché lui indossava ancora l’elmo. I riferimenti geografici della storia vengono confermati dal resto del mito. Sorvolando il grande oceano in direzione est, Perseo avvertì una forte stanchezza e a malapena riuscì a raggiungere le spiagge del Nord Africa, dimora di Atlante. Ma il titano non volle dargli asilo, così Perseo, mostrandogli la testa mozzata di Medusa, lo trasformò in una montagna di pietra. Proseguì il proprio viaggio, attraversando Libia, Egitto e Philistia, facendo infine ritorno in Grecia, dove fondò la città di Micene, culla della civiltà continentale greca.
I dettagli geografici di questa storia non possono essere liquidati alla stregua di semplici fantasie di un cantasorie. La dimora delle Gorgoni viene definita “Foresta Pluviale”, una zona tropicale o semitropicale, situata nel lontano “occidente”, “al di là delle Colonne d’Ercole”; un luogo che si incontra seguendo la “corrente dell’oceano” – un modo eccellente per descrivere la Corrente del Golfo – che scorre come un fiume attraverso l’oceano, partendo dal Golfo del Messico fino a raggiungere il Canale della Manica. Una volta raffreddatasi nei mari dell’Europa nordoccidentale, assistita dagli Alisei, la corrente ritorna ai Caraibi e nella Mesoamerica seguendo una rotta molto più tortuosa. Secondo la leggenda Perseo, pur se in volo, seguì comunque una rotta complessa che era familiare ai marinai già nell’antichità, una rotta che avrebbe seguito anche Colombo nel corso dei suoi viaggi dal Mediterraneo al Nuovo Mondo, una rotta che passava per i Caraibi. I riferimenti geografici, insieme al dettaglio della lingua sporgente, indicavano un forte legame fra le Gorgoni greche e la divinità raffigurata al centro del calendario azteco. Le Gorgoni, però, erano esseri femminili, mentre la divinità del calendario azteco è maschile. È dunque possibile che in qualche modo, in un determinato momento, la distinzione maschio-femmina si sia dissolta e che solo la lingua sporgente sia rimasta quale tratto distintivo e quale ultima caratteristica identificativa? Fino al 1995 gli studiosi hanno classificato le raffigurazioni delle Gorgoni in nove tipi, alcuni dei quali perdevano i tratti femminili, assumendone di maschili . Ma nel 1995 gli archeologi scoprirono due sculture di grandi dimensioni delle Gorgoni a Tell Dor, un antico porto di mare sulla costa meridionale di Israele, a sud di Haifa.
Di una delle teste sono stati ritrovati solo frammenti, mentre l’altra era quasi intatta e sembrava proprio la rappresentazione maschile di una “Gorgone” . Altri reperti, venuti alla luce in quel sito, suggerivano che, nella tarda età del bronzo (dal 1500 a 1200 a.C.), Tell Dor aveva un fitto commercio e forti legami culturali con Micene e che, in seguito, venne occupata dai Fenici e dai Popoli del Mare che provenivano da Cipro, Creta e da altre isole o località del Mediterraneo orientale. Si ritiene che la testa di Gorgone di Tell Dor – in mostra insieme ad altri affascinanti reperti presenti nel Museo Marittimo di Haifa – risalga al VI o al V secolo a.C. Offre, inoltre, una conferma della transizione verso le rappresentazioni maschili delle Gorgoni, nonché la conferma dei riferimenti leggendari dei contatti diretti, in un’epoca remota, fra il Mediterraneo e la Mesoamerica.
Ma, come ha dimostrato un esame più accurato dei reperti esposti nei musei, vi erano anche altri indizi  atti a suffragare questa tesi.
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Il grande calendario azteco in pietra è ricco di dettagli, ciascuno dei quali, senza dubbio, ha una sua funzione particolare. Molte persone hanno cercato di comprendere le raffigurazioni delle varie età e i significati calendarici; alcuni sono riusciti persino a trovare indicazioni profetiche. Io, accettando la raffigurazione di base delle quattro età precedenti (perché ne parlano anche i testi antichi e le tradizioni) e di quella attuale, ho volutamente evitato di concentrarmi su questi aspetti: il dettaglio della lingua sporgente e dei conseguenti legami con il Mediterraneo erano già affascinanti di per sé. Ma, come avrei scoperto in seguito, nei disegni del calendario erano contenuti numerosi altri indizi che attestavano il legame con il Vecchio Mondo. A un rapido esame, il particolare di un’incisione in pietra sul fondo dell’anello esterno, sembra null’altro che una decorazione. Devo ammettere che anch’io – pur avendo osservato innumerevoli volte il calendario – non avevo notato che questa incisione raffigura in maniera speculare i volti identici di due uomini, che si fissano, guardando uno verso destra e l’altro verso sinistra. L’aspetto più importante, però, è che entrambi posseggono una barba fluente . In Gli dei dalle lacrime d’oro ho sviscerato a fondo l’enigma degli “uomini barbuti” raffigurati in tutto il Messico nei siti toltechi, maya e olmechi
Infatti questi personaggi non solo non sono né olmechi, né maya, né ancora di qualsiasi altra razza  amerinda ma hanno, appunto, la barba, mentre gli amerindi hanno notoriamente il volto glabro. Così gli “uomini barbuti”, come li ho scherzosamente soprannominati, devono essere necessariamente giunti da un qualche altro angolo della Terra. A giudicare dai tratti somatici, quell’altro angolo è il Mediterraneo. Esaminando volti mediterranei, mi sembrava significativo che avessero la barba anche le principali divinità dei Greci: Zeus e suo fratello Poseidone.  La loro barba, inoltre, sembrava molto simile a quella degli uomini ritratti in Mesoamerica   Era dunque possibile, mi chiesi, che gli uomini barbuti raffigurati sul calendario in pietra non fossero uomini, bensì dei? Questo ragionamento mi ha riportato alla mitologia greca, prestando particolare attenzione alle divinità principali, Zeus e Poseidone: entrambi hanno la barba. Zeus era a capo del pantheon delle dodici divinità dell’Olimpo, aveva il controllo della Terra e riconosceva al fratello Poseidone il controllo dei mari. Da questo punto di vista il pantheon greco emulava in maniera molto eloquente quello sumero: Zeus era l’omologo di Enlil, il dio sumero “Signore del Comando”; Poseidone era, invece, l’omologo di Ea (“Lui il cui nome è Acqua”, in seguito chiamato Enki).
Le analogie fra Poseidone ed Ea/Enki andavano ben al di là della geneaologia e delle divisioni gerarchiche. Stando ai miti greci, Poseidone era molto promiscuo e, facendo l’amore con Medusa, si unì a una donna della sua stessa famiglia.
Leggende sumere raccontano che Ea/Enki era solito a simili relazioni incestuose. Oltre ad essere il dio dei mari e delle acque , Ea/Enki era considerato un grande scienziato, colui che sperimentò la manipolazione genetica per creare l’Homo sapiens. Di conseguenza, il suo simbolo è quello dei Serpenti Intrecciati, che rappresentano la doppia elica del DNA. Lo stesso simbolo era il geroglifico che indicava il suo nome, Ptah, in egizio . Ciò potrebbe spiegare il fatto davvero sconcertante che, a volte, le Gorgoni venivano raffigurate con serpenti intrecciati .
Dalla storia delle Gorgoni emerge il ruolo chiave che ebbe Poseidone negli avvenimenti che si verificarono al di là delle Colonne d’Ercole. Dobbiamo ricordare inoltre, che lui è anche la divinità principale di Atlantide. La raffigurazione di due entità barbute, in basso nel calendario azteco, significava forse una sua immagine speculare, oppure ritraeva lui e suo fratello Zeus?
I Popoli del Mare – che compivano frequenti viaggi ad Atlantide, dimora delle Gorgoni – portavano forse la barba in segno di gratitudine nei confronti del dio dei mari? Il calendario in pietra azteco – un documento storico, più che un semplice calendario – sembra attestare antichi legami fra il Nuovo e il Vecchio Mondo. Tutto ciò sembra suggerire che “Atlantide” – sia essa leggenda o realtà – si trovasse nelle Americhe; per essere più precisi, in Mesoamerica. Camminando nella sala della sezione dedicata ai Mexica, non si può fare a meno di notare una raffigurazione dall’alto della capitale Azteca Tenochtitlán, così come doveva essere quando arrivarono gli Spagnoli . Si trattava di una sorta di Venezia mesoamericana, un’isola circondata da un lago, sulla quale sorgeva una città circondata da una serie di canali che si intersecavano fra di loro, con un recinto sacro e un grande tempio al centro. Quando gli Spagnoli vi arrivarono, furono colpiti dal fiorente commercio della città, dal traffico delle barche, dagli abiti ricchi e variopinti e dall’opulenza che si esprimeva attraverso la profusione di oggetti in oro.
Mentre ero lì in piedi, davanti al reperto, la mia mente iniziò a galoppare: gli Spagnoli che osservavano attoniti Tenochtitlán, si trovavano forse di fronte a una replica dell’Atlantide di Platone? Ancora oggi continuo a pormi la stessa domanda.
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I collegamenti fra il Vecchio e il Nuovo Mondo, fra gli uomini e gli dèi, vanno ben al di là di quanto detto fino ad ora. Nel corso della mia prima visita alla penisola dello Yucatán, accompagnato da mio nipote Salo, mi imbattei in alcuni reperti sorprendenti. In seguito avrei condiviso queste scoperte con i miei gruppi delle Earth Chronicles Expeditions. La prima scoperta riguarda un museo che, all’epoca, era decisamente sconosciuto, a Merida, la principale città dello Yucatán. Questa scoperta è legata ad Enki, nel periodo in cui veniva ancora chiamato Ea e giunse sulla Terra a bordo di un’astronave alla testa di cinquanta astronauti. La fonte principale della storia è l’autobiografia di Ea/Enki, un lungo testo di cui, sfortunatamente, sono stati ritrovati solo frammenti (che ho utilizzato per ricostruire Il libro perduto del dio Enki). Il testo descrive come gli astronauti, capeggiati da Ea – pionieri del pianeta Nibiru – ammararono nelle acque del Golfo Persico, giunsero a riva ed eressero dei rifugi: il primo insediamento alieno sulla Terra, che chiamarono Eridu (“Casa Lontano da Casa”). Nel III secolo a.C., dopo la morte di Alessandro Magno, i Seleucidi (i suoi successori nel Levante, le terre del Mediterraneo orientale), affidarono a un sacerdote Babilonese, Beròso, l’incarico di scrivere la storia e la preistoria del mondo, degli uomini e degli dei, così come era stata annotata in Mesopotamia (Caldea per i Greci). I suoi scritti, giunti fino a noi solo in frammenti ricopiati da storici vissuti in epoche successive, iniziano con l’arrivo di Ea sulla Terra, segue poi la creazione dell’Uomo e della civiltà. Quando, poi, gli storici greci ripeterono ciò che Beròso aveva scritto, Ea divenne Oannes, un dio vestito come un pesce che emerse dalle acque, giunse a terra e trasmise la propria conoscenza all’Umanità. Nel corso della mia prima visita nello Yucatán e ai siti maya, io e mio nipote ci fermammo a Merida, una città coloniale spagnola di scarsissima rilevanza archeologica. Fu solo per puro caso che venni a conoscenza dell’esistenza di una serie di reperti esposti in una villa privata trasformata in un museo. Pur se era solo parzialmente aperta al pubblico, vi fummo comunque ammessi. L’esposizione occupava il primo piano (ma mi venne detto che numerosi reperti si trovavano ancora nello scantinato). Ci fece da guida il direttore del museo, che avevo convinto a farci entrare. Era particolarmente orgoglioso di una collezione di reperti che dimostravano l’avanzata abilità dei maya nelle cure dentarie. La mia attenzione, tuttavia, fu attratta da un’incisione su di una pietra che raffigurava una stella, accompagnata dal simbolo otto dei Maya . «Proviene da un tempio di Chichén Itzá», mi disse il direttore. «È associata al pianeta Venere.» Non potevo credere ai miei occhi: la stella raggiata era la stessa con cui i Sumeri rappresentavano i pianeti . Loro, inoltre, consideravano Venere, il pianeta della dea Ishtar, l’ottavo pianeta del sistema solare; spesso, infatti, raffiguravano Ishtar con una stella ad otto punte , oppure accompagnata dal simbolo di otto sfere . Incredibilmente, in tutti questi dettagli, le raffigurazioni maya collimavano con quelle sumere.
Attraverso un ingresso senza porta scorsi una scultura: un blocco di pietra piuttosto grande sulla cui parte anteriore era scolpita una figura maschile . Sotto il braccio destro dell’uomo si intravedeva una stella raggiata!
A rapidi passi mi avvicinai a questa singolare statua, ricavata da un unico blocco di pietra. Era stata lavorata solo la parte anteriore, mentre quella posteriore era ancora grezza. Il volto dell’uomo aveva tratti marcati, di sicuro non maya. Un elmetto gli proteggeva la testa, ma non ne nascondeva il volto. Indossava una tuta con nervature, che sembrava fatta di scaglie di pesce e che lo avvolgeva dal collo ai piedi, ma i piedi o non erano stati scolpiti oppure erano stati lasciati intenzionalmente con una forma vaga, così da non delinearne le scarpe. Uno strano strumento circolare era attaccato allo stomaco ed era tenuto in posizione da due cinghie: mi ricordava una lampada, simile a quella sul casco dei minatori, ma più grande. «Cos’è quello?», chiesi al direttore del museo. «È un dio delle acque», rispose. « È Oannes!», esclamai a mio nipote e all’attonito direttore. Dovetti allora profondermi in spiegazioni, raccontando della storia dell’arrivo di Ea, del suo ammaraggio, di come giunse a terra, di ciò che scrisse Beròso eccetera, eccetera. Ma cosa ci faceva quella raffigurazione lì, nello Yucatán? Avrebbe dovuto trovarsi in Mesopotamia! Il direttore del museo mi raccontò che la statua era stata portata alla luce nella parte nordoccidentale della penisola. In un luogo chiamato Oxkintok erano state inoltre scoperte altre sculture di grandi dimensioni: gli archeologi sospettavano che si trattasse di cariatidi, colonne erette per sostenere il soffitto di un tempio. Con un sorriso aggiunse che, nella regione nordoccidentale dello Yucatán e nelle isole vicine, era stato trovato un gran numero di strane statue; uno di questi siti, il tempio di Dzibilchaltun, è proprio il luogo dove furono trovate le famose Sette Bambole. Scattai numerose foto della scultura enigmatica e le studiai con calma a casa. Sarebbe stato interessante determinare quanti raggi della stella nascondeva il braccio dell’uomo. Avrebbero potuto essere cinque, oppure sei. Se fossero stati sei, allora la stella avrebbe potuto indicare Marte, il sesto pianeta che gli Anunnaki incontrarono entrando nel nostro sistema solare, partendo da Plutone, Nettuno e Urano, Saturno e Giove. Marte, dunque, era il sesto, la Terra il settimo e Venere l’ottavo. Se le punte della stella erano sei, allora poteva trattarsi davvero di una rappresentazione di Marte, e la statua di Merida avrebbe potuto avere un legame con una raffigurazione di un sigillo cilindrico ritrovato in Mesopotamia, datato intorno al 2500 a.C., e ora conservato al Museo Hermitage di San Pietroburgo, in Russia. Il sigillo mostra un astronauta che indossa un abito a scaglie di pesce su Marte e uno sulla Terra vestito da aquila. Fra di loro, nei cieli, una navicella spaziale.
Marte è raffigurato come una stella a sei punte; la Terra con sette piccole sfere e, accanto ad essa, si scorge la falce della Luna, sua compagna. Tutto ciò è affascinante e misterioso. Chi fu lo scultore? Chi o cosa funse da modello? La domanda non ha risposta, ma è indubbio il collegamento di questo individuo, scolpito nella colonna, a Sumer e alle sue leggende.
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Come potrà facilmente intuire il lettore, non potevamo lasciare lo Yucatán senza aver visitato Dzibilchaltun, il sito menzionato dal direttore del museo a Merida. A quei tempi era un posto che visitavano solo pochissime persone e, forse, neppure quelle. Da allora vi ho condotto alcuni gruppi; le autorità hanno ampliato la strada per arrivarci e hanno apportato delle migliorie al piccolo museo. Sia per le persone del posto, sia per i turisti, Dzibilchaltun è meglio noto come il luogo del Tempio delle Sette Bambole. Il sito è uno dei più grandi – o più precisamente, il più allungato – dei siti maya nello Yucatán. Un marciapiede rialzato, lungo circa un chilometro e mezzo, lo attraversa da una parte all’altra; diverse strutture si ergono lungo il cammino. Il tempio principale nel versante nord, eretto come una piramide a gradoni con una torre, possiede due finestre opposte così che, quando il giorno dell’equinozio, al sorgere del sole, qualcuno (ad esempio un astronomo, o un sacerdote) si trova sulla piattaforma posta a una certa distanza dal tempio stesso, vede i raggi filtrare attraverso le finestre della torre. E fu proprio lì, nella torre, che furono rinvenute le sette bambole che danno il nome al tempio. mChiesi alla guida locale di indicarmi le sette bambole, immaginando statue di una certa dimensione. Mi condusse al museo. «Eccole», mi disse. mIn un espositore erano disposte in circolo sette statuine. Rimasi perplesso. «Tutto qua?», chiesi. «Tutto qua», fu la laconica risposta. Cosa avevano di tanto speciale queste sette bambole? Esaminandole più da vicino, parevano proprio minuscoli astronauti con una sorta di zaino sulle spalle, simile, ricordai, alle foto che mostravano un astronauta americano che scendeva dal modulo lunare e posava il piede sulla Luna.
Chi aveva forgiato queste “bambole”? A quali modelli si era ispirato? Perché proprio sette? Se solo le bambole potessero parlare…

Poscritto:
Incuriosito dalle sette bambole di Dzibilchaltun, chiesi ai partecipanti di successive Expeditions in Messico di prestare attenzione a eventuali raffigurazioni di questi esseri con zaini simili a quelli degli astronauti. Fra le “scoperte memorabili” posso citare una piccola scultura di un “angelo” con tanto di ali piumate e zaino, che è in mostra all’ingresso del museo di Chichén Itzá e un petroglifo che è in mostra nella sezione dedicata alle prime civiltà messicane del grande Museo di Città del Messico, che raffigura un essere simile a un gigante con quello che è – senza ombra di dubbio – uno zaino sulle spalle. Questi sono reperti straordinari, che suggeriscono una diffusa consapevolezza nell’antica Mesoamerica dell’esistenza di esseri in grado di scorrazzare nei cieli.

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