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venerdì 26 agosto 2016

L’ELEFANTE E L’ASTRONAUTA


Nel 1869, in Messico, degli agricoltori fecero una scoperta “scomoda”, che ha creato un imbarazzo che a tutt’oggi non si è ancora attenuato. Le rovine e i resti delle civiltà precolombiane del Messico incantano, incuriosiscono e affascinano. Per qualcuno, la civiltà più antica – quella olmeca – è fonte di grande disagio. Infatti le sue opere d’arte sfidano gli studiosi e i nazionalisti a spiegare come migliaia di anni prima di Colombo sono giunti nel Nuovo Mondo popoli africani e come avrebbero creato – a quanto sembra dal nulla – la civiltà mesoamericana. Riconoscere che la civiltà olmeca è la Civiltà Madre della Mesoamerica significa ammettere che è precedente a quella maya e azteca, delle quali, oggi, i messicani vanno oltremodo fieri. Sappiamo che gli Olmechi erano africani perché, grazie alle numerosissime incisioni in pietra e sculture che li ritraggono, ne conosciamo i volti. Alcune – incluse gigantesche teste in pietra – sono i ritratti dei loro capi. La prima di queste colossali teste fu scoperta nel 1869 da contadini nello stato di Veracruz. Una notizia della scoperta parlava di «un’opera d’arte, una scultura stupenda che rappresenta, stranamente, un Etiope». Il testo era accompagnato da disegni che riproducevano fedelmente i caratteri negroidi della testa e uno schizzo evidenziava le dimensioni della testa rispetto a un uomo in piedi accanto ad essa. La scultura – con i suoi tratti scomodi e il mistero che rappresenta – venne ben presto ignorata e dimenticata. Fu solo nel 1925 che una équipe di archeologi dell’Università di Tulane ritrovò nel vicino stato di Tabasco una seconda testa altrettanto grande (misurava circa 25 metri in altezza e pesava all’incirca 24 tonnellate). Il reperto dimostrava che la prima testa in pietra riportata alla luce non era una semplice aberrazione dell’archeologia messicana. Col trascorrere del tempo venne scoperto un numero sempre maggiore di queste colossali sculture. Mettendole a confronto si evidenzia chiaramente che si tratta di individui diversi, tutti africani dalla pelle nera che indossano elmetti di foggia diversa
Col susseguirsi delle scoperte archeologiche, divenne evidente che gli “Olmechi” si erano insediati inizialmente sulla costa del Golfo del Messico . A tutt’oggi sono stati scoperti più di venti siti olmechi, alcuni dei quali sono ormai famosi, come ad esempio La Venta, Tres Zapotes, San Lorenzo, Cerro de la Piedras. Insieme ai miei gruppi ne abbiamo visitato i più significativi. La prima volta che andai da solo (accompagnato da mio nipote Salo) fu per visitare i più importanti reperti olmechi venuti alla luce a La Venta e trasferiti nel Parque Museum della città di Villahermosa per proteggerli dai danni causati dall’estrazione petrolifera. 1 Le colossali teste in pietra erano la principale attrazione del museo e, osservando una delle foto, è possibile farsi un’idea delle loro dimensioni. Devo ammettere, però, che non mi colpirono tanto le dimensioni, quanto la qualità artistica e la finezza della lavorazione. E non mi riferisco soltanto alle teste: in tutto il Parque Museum, infatti, sono esposte grandi lastre di pietra sulle quali i volti sono raffigurati con dovizia di particolari. In alcune incisioni, genitori olmechi tengono amorevolmente fra le braccia i propri figli , oppure sono stati ritratti con elaborati copricapi . Ero quasi certo che in alcuni dei casi – se non nella stragrande maggioranza – il copricapo e gli attrezzi facevano riferimento all’attività mineraria.

Le scoperte archeologiche non lasciavano adito a dubbi sul fatto che gli Olmechi eressero centri urbani complessi; alcuni, come quello di La Venta, con grandi strutture piramidali orientate in base a principi astronomici . Gli Olmechi, impegnati nell’attività estrattiva, raggiunsero notevoli espressioni artistiche, introdussero in Mesoamerica la scrittura con geroglifici e furono anche i primi, in quella regione, ad avere un calendario. Furono, in altre parole, la prima civiltà mesoamericana, la madre di quelle successive.
Ma come avevano fatto africani dalla pelle nera ad attraversare l’Oceano Atlantico millenni prima di Colombo? E quando, esattamente? Una prima ipotesi parla del 250 a.C., ma è decisamente poco probabile, perché sarebbero stati fra gli ultimi ad approdare in Mesoamerica e sappiamo che non è così. Man mano che procedevano i lavori di scavo nei vari siti olmechi, la data veniva fatta arretrare inesorabilmente: dal 500 a.C. al 1250 a.C. Poiché la data che io ritenevo plausibile per la loro comparsa in Mesoamerica (che ben si armonizzava con una spiegazione delle circostanze del loro arrivo) era il 3100 a.C., fui piacevolmente sorpreso di leggere, nella guida ufficiale del Parque Museum di La Venta, che si attribuiva al primo insediamento olmeco sulla costa del Golfo del Messico «una data compresa fra il 1350 e il 1250 a.C.» e in altre località anche una data più remota, ammettendo che «la comparsa della prima civiltà in Mesoamerica si poteva far risalire a poco meno di 4.000 anni fa», vale a dire intorno al 2000 a.C. Ma quanto più antica diventava la civiltà olmeca, maggiore era il problema dell’orgoglio nazionale. Poiché non era più possibile continuare a negare l’esistenza degli Olmechi e della loro veneranda età, gli antropologi messicani iniziarono ad affermare l’infondatezza del principio secondo il quale, gli Africani avrebbero attraversato l’Atlantico millenni fa perché – a loro avviso – gli Olmechi erano originari della Mesoamerica e la loro somiglianza fisica con gli Africani, frutto del caso. Questo modo fantasioso di spiegare l’enigma delle origini olmeche è espresso chiaramente nel catalogo ufficiale del Museo di Antropologia dell’Università di Vera Cruz a Jalapa (a volte scritto Xalapa), che è anche il miglior museo del Messico dedicato agli Olmechi. L’introduzione, scritta da un
eminente studioso messicano, afferma che «a dispetto della generale somiglianza dei tratti somatici, naso piatto con narici allargate e labbra spesse (che hanno indotto qualcuno ad ipotizzare un’origine africana)», le persone raffigurate nelle sculture olmeche erano, in realtà, originarie di quelle terre e non stranieri provenienti dal mare.
Queste affermazioni, che smentiscono l’ipotesi delle origini africane degli Olmechi, mi riportano al caso dell’elefantino scomparso. Jalapa, un gioiellino di città arroccata fra le fredde montagne a circa due ore di guida da Veracruz, calda e umida (dove giunse Hernán Cortés nel 1519), fa ora sfoggio di un nuovo museo che è secondo solo a quello di Antropologia di Città del Messico. A differenza di quest’ultimo, però, che espone reperti che provengono da tutto il paese, quello di Jalapa raccoglie solo reperti venuti alla luce nei dintorni, prevalentemente olmechi. Il museo espone – in modo innovativo e di grande effetto – un tesoro di manufatti olmechi, incluse alcune teste in pietra di dimensioni colossali. Una è situata proprio all’ingresso, scenario ideale per una foto ricordo. Altre teste in pietra sono disposte fra gli alberi e la vegetazione nei cortili a cielo aperto, così che l’ambientazione risulti più simile a quella d’origine. Sono esposti anche oggetti più piccoli, di uso quotidiano. In vetrinette speciali sono conservati dei giocattoli, fra i quali spiccano animali su ruote; sì, avete letto bene, proprio ruote che, secondo le nozioni scientifiche comunemente accettate, a quei tempi non erano né in uso nelle Americhe, né tanto meno conosciute. E fra i giocattoli c’è (o meglio c’era) un elefantino di terracotta. Insieme al mio gruppo della Earth Chronicles Expeditions nell’aprile 1995 visitammo per la prima volta il Museo di Jalapa. L’importanza dell’elefantino giocattolo ci colpì immediatamente: infatti in Mesoamerica non ci sono elefanti; anzi, per essere più precisi: gli elefanti non vivono in nessuna regione del Nuovo Mondo. Quindi, chiunque abbia creato un elefantino giocattolo per il proprio figlio (in questo caso gli Olmechi), doveva necessariamente averne visto uno da qualche altra parte. L’artigiano avrebbe potuto vederne in Africa o in Asia. E vista e considerata la somiglianza dei tratti somatici, propenderei per l’Africa. Rientrato in albergo quella sera, nel corso del mio briefing quotidiano, paragonai il ritrovamento dell’elefantino alla scena clou del film Il pianeta delle scimmie, che racconta la storia di astronauti provenienti dalla Terra che, dopo un lungo viaggio nello spazio, atterrano su di un pianeta abitato e governato da scimmie intelligenti. I loro sospetti che quel luogo fosse, in realtà, proprio la Terra e che la razza umana era stata in qualche modo sostituita dalle scimmie vengono confermati solo alla fine, quando viene trovata in una grotta sulla spiaggia, una bambola di pezza che raffigura una bambina. «Questo elefantino giocattolo è l’equivalente della bambola di pezza», dissi. «Questa è la prova inequivocabile che gli Olmechi non solo sembravano africani dalla pelle nera, ma che provenivano realmente dall’Africa, dove vivono gli elefanti.» Nel dicembre 1999 ero nuovamente a Jalapa, con il preciso intento di visitare il museo. Condussi direttamente il gruppo che accompagnavo alla sezione dove erano esposti i reperti di piccole dimensioni, inclusi i giocattoli. Raccontai dell’elefantino che avevamo visto lì l’ultima volta, e tutti erano pronti a filmarlo. Ma l’elefantino non c’era più. Era scomparso, svanito nel nulla. In un primo momento gli impiegati del museo, ai quali chiesi spiegazioni, fecero finta di non saperne nulla. Ma quando indicai loro il posto vuoto, qualcuno ipotizzò che il reperto fosse stato “prestato” a qualche altro museo. Francamente questa spiegazione non mi convinceva affatto, anche perché il giocattolo non era l’unico oggetto mancante del museo.
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Potrei intitolare questo altro spiacevole episodio La scomparsa della colonna con le date. Le date sono quelle dell’arrivo degli Olmechi in Mesoamerica. Mentre gli archeologi dell’establishment hanno concesso un margine di tolleranza che – in base all’esame dei livelli scavati – fa arretrare la data del loro arrivo al 1500 a.C., io affrontai il problema da una prospettiva del tutto diversa. Gli Olmechi introdussero in Mesoamerica il più antico dei suoi tre tradizionali calendari, il Calendario di Conto Lungo. I Mesoamericani utilizzavano un Calendario Sacro (o Rituale) di 260 giorni, Tzolkin; un calendario civile, Haab, di 365 giorni e il Calendario di Conto Lungo che prendeva il via da un enigmatico Giorno Uno e che datava eventi o monumenti calcolando quanti giorni erano trascorsi dal Giorno Uno . Gli studiosi sono riusciti a stabilire che il Giorno Uno coincideva con il 13 agosto 3113 a.C. Era logico che il calendario partisse da una data di grande significato per gli Olmechi, proprio come i calendari occidentali usano la dicitura a.C. (avanti Cristo) e d.C. (dopo Cristo), utilizzando come punto di riferimento la data di nascita di Gesù di Nazareth. Qual’era dunque questo evento di grande importanza per gli Olmechi? Era forse, mi chiesi, la data del loro arrivo in Mesoamerica, o l’arrivo del grande dio Quetzalcoatl (il Serpente Alato?) I Mesoamericani credevano che Quetzalcoatl avesse promesso di ritornare al completamento del ciclo dei due calendari: il rituale e il civile, il che avveniva ogni 52 anni Haab oppure ogni 73 cicli dello Tzolkin (il 1519 d.C., coincideva con una di queste date ed ecco perché gli Aztechi accolsero Cortés credendo che fosse il dio). Il numero mi sembrava stranamente familiare: era, infatti, il numero sacro del dio egizio Thoth, il depositario dei segreti divini, un architetto divino, colui che donò i calendari agli esseri umani.
La storia di Thoth nella mitologia egizia – citata nei miei libri Le astronavi del Sinai e Gli dei dalle lacrime d’oro – è dominata dalla sua rivalità con suo fratello Ra.Manetone,sacerdote e storiografo egizio, che fu il primo a elencare i sovrani per dinastie, parla di un tempo in cui Thoth regnava sull’Egitto, un tempo in cui regnavano i semidei a lui fedeli e di un tempo in cui Ra lo esiliò dall’Egitto. Fu allora che ebbe inizio il regno dei faraoni, la civiltà egizia. Questa data viene fatta risalire al 3100 a.C. circa. È possibile, allora, che la data precisa sia il 3113 a.C., quando cioè Thoth, esiliato dall’Egitto, giunse in Mesoamerica con un gruppo di fedelissimi africani? (L’Egitto, non dimentichiamolo, è in Africa.) Questa soluzione dell’enigma del Giorno Uno spiegava l’importanza attribuita al numero 52 nei calendari mesoamericani. Se, dunque, ho ragione, allora il 3100 a.C. circa è la data di nascita della civiltà olmeca. Immaginate il mio stupore quando, entrando per la prima volta nel museo di Jalapa, vidi che un intero muro a sinistra dell’ingresso era ricoperto da uno schema cronologico delle varie culture messicane. La colonna più lunga era la prima, quella degli Olmechi, e toccava quasi il pavimento. Esaminandola, stentavo a credere ai miei occhi: indicava il 3000 a.C. quale data di inizio della civiltà olmeca! Chiamai a raccolta il gruppo: «Guardate! Guardate!», esclamai senza riuscire a contenere la gioia: «Il 3000 a.C.!». «Scattate una foto! Scattate una foto!», ordinai ai membri del gruppo. E loro scattarono. Era la prova che avevo ragione! Ma torniamo al 1999. Marciando a passo spedito condussi il gruppo direttamente al muro delle cronologie, senza dar loro nemmeno tempo di scattare una foto alla testa olmeca all’ingresso. Anche questa volta ebbi una sorpresa, però sgradita: la colonna olmeca, la prima nella cronologia delle culture, era scomparsa, svanita, cancellata. Fortunatamente all’interno del gruppo c’era qualcuno che aveva già visitato con me il museo e ricordava perfettamente la colonna olmeca con la sua datazione. Per essere certo che i miei compagni di viaggio continuassero a credere nella mia serietà, promisi loro di inviare la foto della colonna. Cosa che feci, naturalmente. A questo punto ho il sospetto, del tutto legittimo, che non sia affatto vera la storia dell’elefantino in prestito a un altro museo: forse è stato fatto sparire intenzionalmente. Ho scritto numerose lettere alla direzione del museo chiedendo spiegazioni, ma non ho avuto risposta.
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A riprova della storia di Jalapa e dell’inizio della civiltà olmeca è rimasta allora soltanto quella foto che mi ritrae nell’atto di indicare la data del 3000 a.C.? Temevo di sì fino a quando, un anno dopo, l’astronauta Gordon Cooper pubblicò il suo libro intitolato Leap of Faith. Il sottotitolo dell’editore recitava «Il viaggio di un’astronauta nell’ignoto» e affermava sulla sopraccoperta che nel libro, Cooper (uno degli astronauti della Mercury Sette) «parla dello sviluppo nel prossimo millennio dei viaggi spaziali e della sua convinzione dell’esistenza di intelligenze extraterrestri, nonché della possibilità che abbiamo già avuto contatti». Allettato da queste parole acquistai una copia del libro con la certezza che vi avrei trovato le rivelazioni su ciò che lui e gli altri astronauti avevano visto nello spazio, oppure di quel che sa la NASA: rivelazioni che potevano avere un diretto collegamento con gli Anunnaki e con i contatti del genere umano con gli extraterrestri. In un primo momento rimasi deluso, ma poi, con mia somma gioia, scoprii che Gordon Cooper era rimasto folgorato dal suo incontro ravvicinato con le rovine olmeche. «Durante gli ultimi anni in cui ho lavorato per la NASA», scriveva, «venni coinvolto in un tipo di avventura completamente diversa: la caccia ai tesori sommersi in Messico». Un giorno, mentre si trovava in compagnia di un fotografo della National Geographic, il suo piccolo aereo fu costretto ad atterrare su di un’isoletta nel Golfo del Messico. Non appena li videro, gli abitanti del posto li condussero a visitare dei tumuli antichi, a forma piramidale, perché pensavano che fosse quello il motivo della loro visita. I due americani vi trovarono rovine, manufatti e ossa che, sottoposti a sofisticate analisi di datazione, rivelarono la loro veneranda età: 5.000 anni. «Quando ci comunicarono la data dei reperti», scrive Cooper, «ci rendemmo conto che ciò che avevamo trovato non aveva proprio nulla a che vedere con la Spagna del XVII secolo… Mi misi in contatto con il governo messicano che, a sua volta, mi mise in contatto con il capo del dipartimento nazionale di archeologia, Pablo Bush Romero».
Ritornarono sul sito insieme agli archeologi messicani. Ed ecco ciò che riferiscono (pag. 188 del libro di Cooper):

Insieme tornammo alle rovine, della cui esistenza il governo era completamente ignaro. Il governo messicano stanziò alcuni fondi per gli scavi. Venne confermata l’età delle rovine: il 3000 a.C.

La civiltà cui appartenevano le rovine – gli dissero gli archeologi – era quella olmeca, di cui si sa relativamente poco. Cooper spiega (a p. 189 e seg.) che la cultura olmeca – considerata la cultura madre della civiltà mesoamericana – abbia inventato la scrittura e che abbia introdotto il concetto di “zero” e dei numeri posizionali, nonché un’agricoltura intensiva e che abbiano eretto grandiosi edifici pubblici. Gli Olmechi, esperti ingegneri, riuscirono a trasportare da cave distanti più di ottanta chilometri enormi blocchi di basalto e di altre pietre. «Sul sito trovammo anche numerosi geroglifici», scrive Cooper, «e le sculture trovate sul sito rappresentavano esseri sovrannaturali e umanoidi». Prosegue poi dicendo:

Fra i reperti che mi incuriosivano di più vi erano i simboli di navigazione celeste e le formule che, una volta tradotte, si rivelarono essere formule matematiche in uso ancora oggi per la navigazione, nonché riproduzioni accurate di costellazioni, alcune delle quali sarebbero state scoperte solo con i moderni telescopi. Questa constatazione mi fece riflettere: perché avevano simboli per la navigazione celeste se non viaggiavano nei cieli? Questa conoscenza avanzata si sviluppò indipendentemente e contemporaneamente in ben tre luoghi diversi del mondo antico? E se non fu così, come si diffuse questa conoscenza dall’Egitto a Creta e fino al Messico? In questo caso la ragione suggerisce che siano stati aiutati. Da chi?

Io stesso non sarei riuscito a esprimermi meglio. Scrissi a Gordon Cooper per ringraziarlo di aver corroborato la mia datazione della cultura olmeca al 3000 a.C.
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Poscritto:
Il 23 gennaio 2001 Gordon Cooper ed io eravamo stati invitati a partecipare telefonicamente al famoso programma radiofonico serale “Coast-to-Coast AM.” Il conduttore, Mike Siegel, chiese all’astronauta di raccontare al pubblico delle scoperte al largo della costa messicana. Io intervenni per spiegare il significato della datazione a 5000 anni fa e chiesi a Cooper di confermare la datazione, cosa che lui fece. «Cosa ne è stato dei reperti?», gli domandai. «Sono stati portati a Città del Messico», rispose. La storia aveva avuto un seguito? Aveva notizie di ulteriori novità? «No», rispose. Gli chiesi allora di informarsi e di comunicarmi eventuali aggiornamenti. Lui accettò di buon grado. Alcuni miei appassionati lettori registrarono la trasmissione, della quale ho una copia. Chiunque visiti il museo di Jalapa e veda esposto un elefantino giocattolo, oppure la colonna della cronologia olmeca, oppure ancora vedesse i reperti di Cooper esposti in un qualche museo di Città del Messico, è pregato di farmelo sapere. Nel frattempo, trepidante, continuo a sperare…

1 Il sito sorge, infatti, su di un giacimento e le perforazioni lo hanno già notevolmente danneggiato (N.d.T.).
 
2 Matthew Stirling è l’archeologo che tra il 1941 e il 1943 compì numerosi scavi a La Venta e fu il primo a studiare e a comporre il complicato enigma rappresentato dagli Olmechi. Il gruppo di Stirling è composto da 600 colonne, alte tre metri, situate accanto alla piramide centrale. Sono così vicine le une alle altre da costituire una recinzione invalicabile. Al loro interno, una stele alta 4,20 metri, ritrae due figure imponenti che si fronteggiano. Una dai tratti europodi, ha una lunga barba fluente (N.d.T.).

2 commenti:

  1. Buongiorno, volevo dirvi che digitando su google "elefantino xalapa museo" l undicesimo risultato della sezione immagini appare essere un manufatto che in effetti ricorda un pachiderma e che viene attribuito alla cultura Olmeca (è forse l elefantino di Sitchin?).

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  2. si,secondo Z.S ,era una prova che gli olmechi non solo sembravano africani per via delle pelle nera,ma che provenivano dall'africa dove vivono gli elefanti.

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