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giovedì 18 agosto 2016

IL CAVALLO DI TROIA


La prima volta che ho accompagnato un viaggio archeologico della Earth Chronicles Expeditions in Turchia, ho deciso di cominciare proprio da Troia. Il sito, di per sé, non è né particolarmente interessante, né imponente, e nemmeno si possono vedere i resti del famigerato cavallo, che non è mai stato ritrovato (ma ne è stata creata una riproduzione in base a descrizioni e ipotesi); eppure l’importanza del sito è indiscutibile, perché è proprio lì che è nato il concetto del “cavallo di Troia”: qualcosa di
apparentemente innocuo, addirittura benevolo, che al suo interno racchiude invece una tremenda insidia. Ed è in quest’ottica che ho scelto Troia come prima meta: affinché i miei compagni di viaggio imparassero a non lasciarsi ingannare dalle apparenze. La guerra di Troia è stata resa immortale grazie all’Iliade e all’Odissea, i poemi epici di Omero, pur se esistono anche altre fonti. È stata una delle guerre più romanzate: migliaia di navi salparono dalla Grecia alla volta dell’Asia Minore per liberare e riportare in patria la bella Elena, rapita da un principe troiano. Quando scoppiò la guerra, Troia – su cui regnava il re Priamo – era l’insediamento greco più ricco e più importante dell’Asia Minore e, grazie alla sua posizione privilegiata – al centro di uno stretto – controllava la maggior parte dei commerci fra Asia ed Europa. La dèa Afrodite aveva promesso Elena, figlia di Zeus, a Paride, l’affascinante figlio di Priamo. Quando, però, Paride si recò in Grecia per pretendere la donna che gli era stata promessa, scoprì che Elena era stata già data in sposa a Menelao, re di Sparta. Favorito dall’assenza di quest’ultimo, in visita a Creta, Paride rapì la fanciulla e la portò via, insieme a una consistente parte del tesoro della città. Credendo che fosse giusto sottomettersi alla volontà degli dèi, Elena accettò di sposare Paride. Ma quando Menelao fece ritorno a Sparta e scoprì l’accaduto, radunò tutti i capi greci e chiese loro di aiutarlo a liberare la sua donna. Venne organizzata una spedizione capeggiata da Agamennone, re di Micene, nonché fratello dello stesso Menelao. Fra i più valenti guerrieri greci (chiamati anche Achei) spiccava il nome di Achille; fra quelli troiani (chiamati anche Ilî) spiccava il nome di Ettore, fratello maggiore di Paride. Gli eroi vennero guidati (e di tanto in tanto anche aiutati) dalle divinità che parteggiavano per loro. Dopo alcuni negoziati ebbero inizio le battaglie che durarono parecchi anni, con sorti alterne, culminando poi nell’assedio di Troia. La guerra conobbe momenti di stasi: a volte lottavano fra di loro solo due eroi delle opposte fazioni; a volte Troia, assediata, riusciva a rompere le difese greche e ad attaccare la flotta in rada; a volte venivano dichiarate tregue. Persero la vita i guerrieri più famosi e carismatici di entrambi gli eserciti. I soldati erano stremati, in modo particolare gli Achei, che ricorsero a un espediente per sferrare il colpo finale e decidere, così, le sorti della guerra. Con l’aiuto della dèa Atena costruirono un cavallo in legno e vi nascosero al suo interno i soldati più valorosi (fig.1); poi, fingendo di ritirarsi, bruciarono l’accampamento e, saliti a bordo delle navi, si allontanarono (ma soltanto per raggiungere il porto più vicino). I Troiani, credendo che la guerra fosse finalmente finita – dopo un primo momento in cui si mostrarono sospettosi nei confronti del cavallo di legno lasciato sulla spiaggia come dono votivo agli dei – alla fine, si decisero a introdurlo in città. Viste le sue dimensioni, dovettero addirittura abbattere una parte delle mura difensive. Non appena calò la notte, favoriti dall’oscurità, i Greci nascosti all’interno del cavallo uscirono di soppiatto, attaccarono le guardie troiane e accesero un fuoco, segnale convenuto per far rientrare la flotta. Non venne risparmiato nessuno: nel corso di un feroce combattimento di casa in casa furono trucidati uomini, donne e bambini. Menelao trovò Elena, nella sua camera da letto adorna di trine e il suo ritorno a Sparta con Menelao fu l’unico lieto fine di una storia altrimenti sciagurata.
Gli avvenimenti della guerra e quelli che li precedettero furono descritti e romanzati – oltre che da Omero – anche da altri autori e poeti greci; singoli episodi vennero immortalati su vasi o piatti, per lo più nel periodo classico (fig. 2 e 3). Gli antichi Greci non hanno mai messo in dubbio l’esistenza stessa della città e l’autenticità degli avvenimenti della guerra di Troia. Erano parte integrante della loro storia. Ne confermò la veridicità lo stesso Alessandro Magno, che nel IV secolo a.C. partì dalla Grecia alla testa di un esercito composto da 15.000 uomini per combattere i Persiani e conquistare le terre dell’Asia, fino all’India, e in Africa, fino all’Egitto. Dalle sue cronache trapela chiaramente il grande interesse che nutriva per la città; interesse che lo aveva guidato sia nella fase di programmazione della campagna, sia in quella della sua esecuzione.
Si dice che Alessandro custodisse gelosamente una copia dell’Iliade di Omero, donatagli da Aristotele, suo maestro. Scelse di approdare in Asia attraversando lo stretto dell’Ellesponto, ora chiamato dei Dardanelli (fig. 4), fino a un porto dove, un millennio prima, sorgeva Troia. Gli storici greci affermano che Alessandro affidò a uno dei suoi generali il compito di traghettare le truppe, mentre egli stesso prese il timone di un galeone, salpando alla volta di Troia. Ivi giunto, fece – non a caso – prima tappa al tempio di Atena, la divinità protettrice di Achille, eroe idolatrato da Alessandro. Gli eserciti persiani, però, lo attendevano al varco; il primo scontro si svolse, infatti, proprio sulle rive del fiume Granico, a nord-est di Troia (nel 334 a.C.). Ma come facevano i Persiani a sapere che
Alessandro sarebbe sbarcato proprio lì? Lo storico greco Erodoto ci svela il mistero: Serse, il re persiano, che aveva precedentemente invaso la Grecia, si era fermato a Troia. Lì aveva scalato i resti della cittadella, aveva reso omaggio al leggendario re Priamo e aveva sacrificato 1.000 tori al tempio di Atena.
Poiché era ben nota la passione che Alessandro nutriva per la città di Troia, per l’Iliade e per Achille, i Persiani non ci avevano messo molto a intuire l’itinerario che avrebbe seguito. Nell’immortalare Troia e la sua guerra, gli storici e gli artisti di Roma seguirono le tradizioni dei loro predecessori greci. Lentamente, poi, col trascorrere del tempo, il ricordo della città e della sua guerra svanirono dalla memoria collettiva, dalla letteratura e dall’arte. E quando, nel Medio Evo, le ballate ripresero la storia di Troia e gli avvenimenti di cui fu protagonista, era trascorso ormai tanto di quel tempo che nessuno era più in grado di dire se si trattava di un episodio vero o del frutto di una fervida fantasia. Era stata dimenticata persino l’ubicazione della città. Così, dunque, quando i pittori medievali ripresero il soggetto e dipinsero Troia e i suoi eroi, raffigurandoli come soldati all’interno di una città dell’Europa occidentale del XV secolo d.C., si rafforzò l’idea di un avvenimento leggendario. All’inizio dell’era moderna, dunque, Troia, sottratta alla storia, era stata relegata nel passato mitologico, alla stregua delle avventure di Ulisse, di Giasone alla ricerca del Vello d’Oro e delle Dodici Fatiche di Ercole. Di certo non aiutava il fatto che, quando la si leggeva attentamente, la storia della guerra di Troia narrava – oltre alla guerra combattuta fra uomini – di un conflitto iniziato, controllato e manipolato dagli dèi, che vi avevano anche preso parte attiva. Secondo i Canti Cipri (successivi all’Iliade):
 
Infinite schiere d’uomini calcavan la Terra col loro peso: Zeus d’essa ebbe pietà e in cuor suo decise di suscitare una terribile guerra. Provocò dunque la grande battaglia della guerra di Ilion (Troia) proprio a quello scopo, affinchè, attraverso la morte di molti, si potesse creare un vuoto nella stirpe degli uomini.
 
Zeus invitò le divinità dell’Olimpo a un banchetto, nel corso del quale innescò una lite fra Era, Atena e Afrodite, su chi – delle tre – fosse la più bella. Per risolvere la disputa, Zeus suggerì che le dee si recassero in Asia Minore dove, nei pressi del Monte Ida, Paride di Troia teneva le sue greggi. Paride, dunque, sarebbe stato il giudice. Ciascuna dea cercò di corromperlo promettendogli una ricompensa. Paride scelse Afrodite, che gli promise in cambio l’amore della donna più bella di tutta la Grecia: Elena, la moglie di Menelao di Sparta; ebbe così inizio la sequenza di eventi che culminò nella guerra di Troia. Quando scoppiò il conflitto, le divinità parteggiarono per questa o quella fazione, provocarono battaglie, illuminarono i cieli per far proseguire la lotta, oppure strapparono alla morte un eroe a loro caro. Col trascorrere del tempo le stesse divinità presero parte attiva alla guerra fino a quando Zeus non intimò loro di fermarsi. Che i protagonisti di questa storia fossero dèi e non uomini contribuì non poco nel relegare questo evento al regno della mitologia. E il fatto che nessuna delle nuove scoperte archeologiche riguardasse la favoleggiata città, non fece altro che confermare l’ipotesi. Gli studiosi erano profondamente convinti che Troia fosse soltanto una leggenda.
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Fu Heinrich Schliemann (fig. 5), ricco mercante con la passione dell’archeologia, a strappare Troia al mondo dei miti e a dimostrarne l’esistenza. Nato in Germania nel 1822, Schliemann iniziò a lavorare ad Amsterdam; parlava diverse lingue, si trasferì in Russia dove si sposò e fece fortuna. Ma fu solo a Parigi che iniziò a dedicarsi seriamente al suo hobby: l’archeologia. Divorziò dalla prima moglie, sposò una ragazza greca e si trasferì ad Atene: le leggende locali e i miti guidavano i suoi interessi archeologici. Viaggiando in lungo e in largo nell’Ellade, venne a conoscenza di un luogo, chiamato Hissarlik, in Asia Minore, sulle sponde orientali dello Stretto dei Dardanelli, dove si diceva che, un tempo, sorgesse l’antica Troia. Finanziando gli scavi di tasca propria, diresse i lavori sul posto per quasi vent’anni: iniziò nel 1870 e proseguì fino al 1890, anno della sua morte. Gli succedette il suo assistente, Wilhelm Dorpfeld. Gli scavi di Schliemann riportarono alla luce i diversi livelli dell’occupazione di Troia, che confermavano la caduta della città in corrispondenza del periodo storico narrato da Omero. I reperti testimoniavano l’opulenza della città. Schliemann riportò alla luce, fra l’altro, una collana, una tiara ed altri gioielli regali, che chiamò – forse avventatamente – il Tesoro di Priamo e che donò alla moglie affinché li portasse in pubblico (fig. 6). Le scoperte che Schliemann documentò minuziosamente e pubblicizzò ad arte, non gli tributarono, però, gli onori che sperava di ricevere. L’establishment archeologico gli rimproverava tacitamente l’intrusione in quello che era il “suo” regno. Inoltre pochi erano pronti ad accettare l’autenticità della storia di Omero. Schliemann fu fatto oggetto di una vasta campagna denigratoria: lo accusarono di aver
manipolato i ritrovamenti, di avere messo oggetti non autentici e persino di averli sottratti da altri luoghi e poi messi lì a bella posta. Continuò a essere ignorato anche quando riportò alla luce l’antica Micene e una tomba reale che lui sosteneva essere quella di Agamennone dimostrando – ancora una volta – la veridicità dei racconti di Omero. Una maschera d’oro che lui affermava essere la maschera funeraria di Agamennone venne frettolosamente dichiarata come falso di epoca moderna. Persino quando il suo successore Dorpfeld (assistito e seguito da altri archeologi) stabilì che la città venuta alla luce ad Hissarlik era realmente Troia, che era stata fondata nel III millennio a.C. e che aveva vissuto nove successivi livelli di occupazione, i reperti di Schliemann continuarono ad essere dileggiati perché lui sosteneva che la Troia di Omero e di Priamo fosse quella del Livello II, mentre gli archeologi erano convinti che fosse quella del Livello VII, di epoca successiva.
Ciononostante molti, oggi, considerano Schliemann il padre dell’archeologia moderna. Gli archeologi ormai non nutrono più alcun dubbio sull’identità della città ritrovata ad Hissarlik e, di conseguenza, sono convinti che la storia di Omero sia reale e non un mito. È altrettanto certo che Troia venne distrutta nel XIII secolo a.C., nel corso di un assedio, pur se nessuno è in grado di dirci se la causa scatenante del conflitto fu realmente la bella Elena oppure il desiderio di Zeus di alleviare il peso della Terra, distruggendo alcune stirpi di uomini. Questo è proprio il motivo per cui avevo scelto di dare il via ai viaggi della Earth Chronicles Expeditions dalla Turchia, visitando Troia: se Omero aveva detto il vero riguardo all’esistenza della città chiamata Troia, distrutta nel corso di una guerra, e se i suoi tesori appartenevano davvero all’età del bronzo, perché mai dovremmo dubitare del resto della sua narrazione, e cioè che nella guerra furono coinvolti non solo gli uomini, ma anche gli dèi? Quando in Turchia visitammo altri siti di grande interesse, come ad esempio quelli degli Ittiti o delle colonie commerciali degli Assiri, oppure i musei che espongono i reperti di queste antiche civiltà, il riferimento agli “dei” era onnipresente sia nelle iscrizioni, sia nelle raffigurazioni di innumerevoli monumenti. Sovente mostravano gli dèi che sovrastano il re, loro protetto. Gli dèi si riconoscono grazie ad alcuni tratti distintivi: elmetti adorni di corna, o indumenti o scarpe di foggia particolare (fig. 7), oppure grazie al geroglifico indice di “divino”, oppure, infine, grazie al titolo di “dio” che ne precede il nome nell’iscrizione. Per i popoli antichi, gli “dei” erano una realtà, erano una presenza fisica. Se non avessimo accettato questo presupposto, allora sarebbe stato del tutto inutile questo viaggio da un sito archeologico all’altro, da un museo all’altro. Il gruppo che accompagnavo – composto da miei fedeli lettori – già sapeva che tutte le storie degli dèi hanno un’origine comune: le antichissime narrazioni sumere, vecchie di millenni, che parlano degli Anunnaki, «Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra». 
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Partendo da Istanbul si può raggiungere Troia compiendo buona parte del tragitto (circa 320 chilometri) sul versante asiatico della Turchia, attraversando diverse città, più o meno grandi, in una parte densamente popolata del paese. In alternativa si può seguire la strada panoramica sul versante europeo, per attraversare poi i Dardanelli in traghetto, proprio come aveva fatto Alessandro Magno.
Io optai per la seconda soluzione, non soltanto per i suoi legami con l’antichità, ma anche perché questo itinerario attraversa la penisola di Gallipoli dove, nel corso della prima guerra mondiale, le truppe alleate avevano riportato decine di migliaia di perdite nel fallito tentativo di porre rapidamente fine alla guerra raggiungendo Costantinopoli, la capitale turco-ottomana (oggi Istanbul) passando dietro alle linee di combattimento. Alla fine della guerra, il generale turco che respinse l’attacco degli Alleati adottò il nome di Ataturk (“Padre dei Turchi”) e, deponendo il sultano, guidò la Turchia nel XX secolo facendosi chiamare Kemal Ataturk, primo presidente e fondatore della moderna Turchia. Dopo una piacevole traversata di mezz’ora in battello approdammo in una piccola città portuale sul versante asiatico dove, dopo un ottimo pasto a base di pesce fresco, salimmo sull’autobus che, in un’ora, ci avrebbe portati a Troia. Iniziammo a visitare le rovine camminando fra le mura erette a difesa della città, i cui corsi più antichi e più bassi – come accade in numerosi altri siti antichi – sono più massicci e di migliore fattura rispetto ai blocchi in pietra di quelli più recenti. Ben presto il visitatore si ritrova in mezzo a scavi compiuti senza apparente criterio logico e disseminati su di un’area piuttosto vasta. In effetti, nella letteratura archeologica, quello di Troia è stato definito «il sito antico fatto oggetto di più scavi», scavi che hanno riportato alla luce ben sette livelli abitativi (di “occupazione” direbbero gli archeologi), il primo dei quali risale al 3000 a.C. circa. È solo con l’aiuto dei cartelli affissi (“Livello II”, “Livello Va”, ecc) che il visitatore riesce a comprendere ciò che resta delle mura e degli edifici. Ma è solo quando ci si trova sul punto più alto della collinetta (dalla quale si gode uno splendido panorama della pianura circostante) che si comincia a percepire la storia. Mi arrampicai fino al punto più alto dell’antica città ed invitai gli altri a raccogliersi intorno a me. Nel corso dei millenni il mare si è ritirato, dunque non è possibile veder scintillare il mare laddove Priamo e i suoi figli osservavano le navi in rada (ci piaceva pensare che fosse proprio da quello stesso punto in cui eravamo noi: il palazzo della città antica superiore). Oggi a causa dell’accumulo dei detriti fluviali dello Scamandro (Kara Menders in turco) che vi scorre in ampi meandri, la costa si è allontanata di circa
4,5 chilometri. Fu proprio qui che gli dèi, infuriati, cercarono di uccidere Achille perché i corpi dei Troiani che aveva fatto affogare ne ostruivano il corso… Ruotando a 360° vedemmo poi il Monte Ida, dal quale Zeus osservava e dileggiava i mortali in combattimento. Aiutandoci con dei binocoli riuscivamo a scorgere – al largo della costa turca – l’isola di Bozcaada (Tenedos in greco), dalla quale il dio Apollo giunse in aiuto dei Troiani. È forse proprio lì, sulla cima dell’antica cittadella – e non camminando fra le rovine – che la storia di Troia, così come ci è stata raccontata, prende vita. Forse il merito è anche del cavallo di legno, che riesce a dare credibilità al luogo. Si trova nell’area di ristoro posta alla fine del giro archeologico. Pur essendo chiaramente di fattura moderna, il cavallo emana un fascino irresistibile, che cattura il visitatore e gli ricorda: «Sì, questa è proprio Troia». Ero certo che Schliemann – commerciante prima e archeologo poi – che aveva creduto ciecamente alle parole di Omero, (tanto da dimostrare l’esistenza di Troia e della sua guerra) era altresì convinto della presenza fisica degli dèi. La visita a Troia aveva come scopo proprio quello di inculcare ai miei compagni di viaggio questa logica sequenziale.

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