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sabato 20 agosto 2016

IL CASO DELL'ASTRONAUTA SENZA TESTA



Questa storia ha un fine lieto, ma non troppo. Su mia serrata insistenza è stato esposto al pubblico un reperto davvero unico e sconcertante, lasciato deliberatamente, per un quarto di secolo, al riparo da occhi indiscreti. Ero sinceramente contento all’idea che – chiunque fosse stato sufficientemente curioso da tentare di risolvere l’enigma che esso rappresenta – avrebbe avuto finalmente l’opportunità di osservarlo e valutarlo. La soluzione del mistero avrebbe potuto avere grandi ripercussioni: 
questo reperto era forse la prova tangibile della presenza sulla Terra, millenni fa, di antichi astronauti e di antiche navicelle spaziali? Oppure si trattava di un’abile falso, di fattura recente e, dunque, di nessun valore storico o scientifico?
Ero davvero soddisfatto di essere riuscito a salvare il reperto dall’oblio e di averlo portato a disposizione del pubblico. Ma il lettore si renderà ben presto conto del motivo per cui la mia vittoria fu, solo in parte, un lieto fine. Per prima cosa osserviamo questo reperto. Si tratta del modello in scala di ciò che – agli occhi moderni – sembra una navicella spaziale a forma di cono
È lungo 23 cm, alto 9,5 cm e largo 8 cm. Nella parte posteriore sembra essere azionato da un gruppo di quattro motori a scappamento che circondano un motore più grande (anch’esso a scappamento). La navicella ha posto per un solo pilota che, infatti, è raffigurato seduto, al centro della scultura, con le gambe ripiegate al petto. L’astronauta indossa una tuta intera, pressurizzata, con nervature (forse camere d’aria?). All’altezza dei polpacci e dei piedi sembra avere una sorta di stivali, mentre all’altezza delle mani, sembra avere dei guanti. Anche le braccia sono ripiegate. La tuta, presumibilmente flessibile, avvolge l’intero torace del pilota, fino al collo. Ma in che modo terminava la tuta? Diventava una sorta di copricapo o si fermava all’altezza del collo, lasciando libera la testa, oppure il pilota indossava un casco o qualche altro tipo di protezione? Nessuno può saperlo, perché manca la testa del pilota, spezzata. Qualcuno, forse, sapeva come si era rotta la statuina e perché le mancava la testa? Anzi, per essere precisi, c’era qualcuno in grado di dare una qualsiasi informazione sul reperto? Mi ricordai di averne visto un disegno in precedenza. Qualcuno, in Turchia, che aveva letto i miei libri, mi aveva scritto, raccontandomi che questo reperto era stato scoperto nella regione del Lago Van (la regione del Monte Ararat, con il suo legame con l’Arca di Noè). Se mai mi fossi recato in Turchia – diceva la lettera – avrei potuto vedere il reperto esposto nel Museo Nazionale Archeologico di Ankara. Nel 1990, su invito del governo turco, mia moglie ed io facemmo un tour dei siti e dei musei archeologici in Turchia (la moglie dell’ambasciatore turco a Washington aveva letto i miei libri). Afferrai al volo l’opportunità di svolgere alcune ricerche sul reperto la cui importanza per i miei scritti era davvero notevole. Quando raggiungemmo Ankara, la capitale della Turchia, venimmo accolti con grande cordialità e disponibilità e mi fu concesso il permesso di visitare tutto ciò che desideravo. Ma il reperto non era esposto al Museo Nazionale e il direttore del museo affermò di non averlo mai visto, né tanto meno, di averlo mai avuto in custodia. «Se questo oggetto esiste», disse, «probabilmente si trova al Museo dell’Antico Oriente a Istanbul». Quando tornammo a Istanbul io e la mia ospite-guida ci recammo al museo. Ma il reperto non era nemmeno lì e, in assenza del direttore, nessuno sembrava saperne nulla. Io, dal canto mio, potevo descrivere solo in maniera approssimativa il misterioso oggetto, poiché non ero in possesso né di una sua foto, né di un suo disegno. Trascorsero gli anni. Poi, all’improvviso, trovai un articolo che lo riguardava nell’edizione di ottobre/novembre 1993 di Fortean Times, un periodico britannico. Sotto il titolo “An Ancient Space Module?”, (Un antico modulo spaziale?) c’era una foto che mi sembrava familiare, corredata dal seguente trafiletto:

Questo oggetto è stato riportato alla luce nella città di Toprakkale (conosciuta nell’antichità come Tuspa). È lungo 22 cm, largo 7,5 cm e alto 8 cm e si ritiene che abbia 3.000 anni. All’occhio moderno sembra rappresentare un veicolo spaziale monoposto. Manca la testa del pilota.

L’articolo proseguiva poi affermando che «Alcuni scienziati hanno sollevato dubbi sulla sua età. È conservato al Museo di Archeologia di Istanbul, ma non è esposto al pubblico». La fonte di questa interessante notizia era Bilinmeyen, vol. 3, pag. 622. Nonostante la rivista britannica mi avesse messo in contatto con il suo corrispondente turco, la traccia in breve tempo si esaurì. A quanto sembra la storia era già stata pubblicata una decina di anni prima, in una rivista turca che non era più in circolazione. Per quanto succinto, l’articolo conteneva diversi dettagli che solleticarono la mia curiosità. Innanzitutto c’era una foto del reperto a riprova del fatto che, enigmatico o no, esisteva davvero. Era stata determinata la sua età: 3.000 anni, quindi risaliva all’incirca al 1000 a.C. Ed era citato anche il luogo del ritrovamento: il sito dell’antica Tuspa. Mi resi conto che, per il lettore medio del periodico britannico, il nome del sito evocava ben poco. Io, però, ricordavo (e in seguito verificai) che Tuspa era il nome antico della capitale del regno di Urartu, che la Bibbia chiama Ararat, posta sulle sponde del Lago Van, dove si ergono maestose le vette gemelle del Monte Ararat. Nel I millennio a.C. Urartu era un grande regno, rivale dell’Assiria a sud. A quel tempo i documenti urartiani utilizzavano la scrittura cuneiforme sumera, mentre i documenti ufficiali erano scritti in accadico. Ma la lingua originale dei primi colonizzatori non era né semitica (come l’accadico), né indoeuropea (come quelle dei loro vicini a ovest). Si trattava forse di un precursore della lingua sumera? La regione dell’Ararat era forse il luogo d’origine dei Sumeri che, stando alla Bibbia, erano un popolo «che proveniva dall’est e si insediò in Shine’ar». Questa affermazione coincideva perfettamente con le leggende e le tradizioni degli Urarti (o Urartei), che li identificavano come i diretti discendenti dei sopravvissuti dell’Arca di Noè. Per quanto interessanti questi aspetti, la mia curiosità si focalizzava sulla relazione con “l’astronauta senza testa”, come avevo battezzato il reperto, in particolare sul suo legame con lo spazio. Come sanno tutti coloro che hanno letto il mio libro Il pianeta degli dei, i testi sumeri che parlano del Diluvio (sul quale si basa la storia della Genesi), descrivono l’atterraggio sulle vette dell’Ararat degli Anunnaki, gli “dei” che avevano orbitato attorno alla Terra a bordo delle loro navicelle spaziali, mentre sulla Terra si riversavano valanghe d’acqua. Secondo i testi mesopotamici, il dio Enlil fu allettato dal profumo di carne arrostita che si sprigionò dal sacrificio che Noè offrì agli dèi.

Per me, dunque, aveva una sua logica trovare un’antica raffigurazione di un astronauta e di una navicella spaziale, in un luogo che ha uno stretto legame con le storie del Diluvio. Ma il dettaglio più significativo dell’articolo era l’affermazione che il reperto si trovava davvero al Museo di Istanbul. Nel marzo 1994 venni a sapere che il direttore di Magazin 2000, Michael Hesemann di Düsseldorf (Germania) era in procinto di recarsi in Turchia; gli chiesi, perciò, di utilizzare le sue credenziali per rintracciare il reperto e ricostruirne la storia. Cosa che lui fece; pubblicò il resoconto della visita sul n. 94 della rivista. Quando chiese informazioni al Museo di Istanbul, mostrando una copia dell’articolo britannico che gli avevo fornito, gli venne risposto che il reperto si trovava davvero lì e, in meno di cinque minuti, ebbe tra le mani il misterioso manufatto senza, però, avere il permesso di fotografarlo. Hesemann chiese allora quando, e in quali circostanze il museo ne era entrato in possesso. Nel suo articolo (tradotto dal tedesco) riferisce:

Il reperto è stato confiscato un paio di anni fa a un turista in partenza. Lo aveva acquistato e stava per portarlo, all’estero, pur se l’esportazione di pezzi antichi è illegale in Turchia.

«Perché mai allora questo peculiare reperto non è esposto?», chiese ancora Hesemann. «Perché si tratta di un falso!», ed ecco la risposta completa, riportata dal giornale:

Non rispecchia lo stile dell’epoca alla quale, presumibilmente, appartiene. Sembra una navicella spaziale, ma naturalmente non esistevano cose del genere a quei tempi. Quindi qualcuno si è divertito a fare uno scherzo…

In altre parole: il reperto non può essere autentico perché confermerebbe l’esistenza di cose (astronauti e navicelle spaziali) che non potevano esistere… Ma fu solo mentre scriveva l’articolo che al giornalista saltò all’occhio l’incongruenza della risposta: se l’oggetto era un falso, se era di fattura recente, perché mai, allora, avrebbe dovuto essere confiscato? E perché non venne restituito al “turista”? L’articolo su Magazin 2000 spinse i redattori di GRAL, una rivista concorrente tedesca, a dare il via a una ricerca indipendente. Dopo numerosi scambi epistolari, nel giugno 1994 ricevettero una lettera del museo, firmata dal dottor Esin Eren, nella quale si affermava che “l’oggetto” era un falso forgiato con «gesso di Parigi e polvere di marmo». Tuttavia la lettera dava una versione completamente diversa delle circostanze in cui il reperto era
approdato al museo:

L’oggetto in questione era stato portato al Museo Archeologico di Istanbul nel 1973 da un antiquario, che affermava di volerlo vendere. Quando si rese conto che si trattava di un falso, non chiese di riaverlo indietro. Nel frattempo, l’enciclopedia chiamata The Unknowns lo aveva incluso nelle sue pagine, diffondendo la notizia. Questa è la fonte delle informazioni pubblicate nel marzo 1994 su Magazin 2000. L’oggetto in questione è molto leggero, proprio perché si tratta di un pezzo colato.

Questa versione smentiva la storia del turista e dell’oggetto confiscato e venne propinata anche ai due giornalisti di GRAL quando, qualche mese più tardi, si recarono in visita al museo. Partendo dal presupposto che il pezzo non poteva essere autentico perché solo gli stupidi credono all’esistenza di antichi astronauti, la conclusione degli esperti del museo fu, allora, che si trattava di un pezzo colato in gesso di Parigi, una sorta di giocattolo. Eppure non esisteva nessun giocattolo simile da usare quale modello. Le diverse versioni e le evidenti contraddizioni, unite all’iniziale affermazione che il museo non era a conoscenza dell’esistenza del reperto, non fecero altro che solleticare la mia curiosità, anche perché avevo tutte le ragioni per ritenerlo, invece, autentico. Sguinzagliai i miei lettori in Turchia che, alla fine, riuscirono a reperire una copia della rivista Bilinmeyen, n. 3. Non aveva data, ma probabilmente era stata pubblicata agli inizi degli anni ’80, l’articolo riportava una voce dell’Encyclopedia of the Unknown, pubblicata settimanalmente in Turchia negli anni ’70. Con il titolo “Sculpture of Spaceship Hidden in Istanbul Archaeological Museum” (Scultura di una navicella spaziale nascosta al Museo Archeologico di Istanbul), l’articolo affermava che il reperto, di cui mostrava la foto, era stato ritrovato «… nel 1973, nel corso di regolari scavi archeologici nell’antica città di Tuspa (ora nota con il nome di Toprakkale), a sudest del Lago Van, dove fra l’830 e il 612 a.C. fiorì il regno di Urartu. Questo oggetto straordinario si trova ora al Museo Archeologico di Istanbul, ma
non è esposto al pubblico. Apparentemente senza ragione: non vi è, infatti, nessuna affermazione ufficiale in proposito». Determinato a perseguire l’enigma e a scoprire il mistero che circondava il reperto, nella primavera del 1997 organizzai un viaggio delle Earth Chronicles Expeditions proprio in Turchia. Armato di una lettera dell’Ambasciata Turca a Washington, mi recai al museo di Istanbul, dove incontrai il direttore, il dottor Alapy Pasinli e i suoi colleghi. Estrassi dalla valigetta i diversi articoli di giornale e li misi sul tavolo: questa volta il direttore avrebbe dovuto necessariamente ammettere che il reperto era conservato da qualche parte, all’interno del museo.
«Perché non è esposto?», chiesi.
«Non esponiamo falsi», fu la sua risposta. Ma su quali basi si riteneva che fosse un falso? Addusse due motivi: 
primo perché nell’antichità non esistevano né navicelle spaziali, né astronauti; e secondo perché nessun reperto è un oggetto unico. 
Esiste sempre un altro reperto con caratteristiche analoghe: la stessa rappresentazione, lo stesso stile, immagini simili. «È sospetto perché è unico», mi disse. Non ero d’accordo su nessuna delle due motivazioni, ma concentrai la mia attenzione sulla seconda. Gli ricordai, ad esempio, il famoso Disco di Festo, scoperto a Creta nel 1908 da archeologi degni di tutto rispetto. È iscritto con caratteri pittografici che ancora oggi non sono stati decifrati perché né su Creta, né altrove, sono stati trovati altri oggetti simili o con simili iscrizioni; tuttavia il reperto è considerato autentico al di là di ogni ragionevole dubbio 

Inoltre, sottolineai, descrizioni di «navicelle spaziali» simili o dei loro occupanti sono state trovate, se non in Turchia, di certo nelle Americhe! «Nelle Americhe?», rispose. «Può mostrarmele?» «Certo, le spedirò delle foto non appena rientrerò a New York », gli promisi. «Nel frattempo, posso vedere il reperto?» Esitò. «Ho un appuntamento per il pranzo», disse. «Ritorni alle due.» Detto questo se ne andò. Io restai. «Noi non ce ne andiamo», dissi alla guida. «Ci siederemo alla reception e aspetteremo là.» E così facemmo… Dopo una lunga attesa, comparve il vicedirettore del museo, Sefer Arapoglu. «Il dottor Pasinli ha telefonato», disse. «È stato trattenuto, ma mi ha chiesto di mostravi il reperto.» Ci portò nel suo ufficio, che era lì accanto. Non appena entrammo, andò diritto a un armadio e aprì un cassetto, dal quale estrasse un vassoio ricoperto da un drappo di velluto blu, sul quale era adagiato unoggetto di colore giallastro, con sfumature che variavano dal giallo scuro al marroncino. «Eccolo», disse, tendendoci il vassoio. «Potete esaminarlo, ma non potete fotografarlo!», aggiunse. Restammo tutti e tre in piedi. Finalmente riuscii a dare una prima occhiata al reperto: sembrava proprio identico alle illustrazioni. E ora? «Posso sedermi?», chiesi al signor Arapoglu. Imbarazzato, disse: «Certo, prego, sieda pure». Accanto alle finestre c’erano un tavolino da caffè e un piccolo divano. Mi accomodai. «Posso dargli un’occhiata più da vicino?», chiesi. «Può mettere il vassoio sul tavolo?» Esitò, ma fece come gli avevo chiesto. Sia pure con riluttanza, permise anche alla guida di scattare una foto con il mio apparecchio amatoriale, a patto, però, che io non comparissi nella foto. Mentre continuava questo tira e molla nel quale cercavo di superare questo o quel divieto, ritornò il dottor Pasinli, e – dopo aver rimesso velocemente il reperto a posto sul vassoio – fummo tutti convocati nel suo ufficio. «Beh, cosa ne pensa?», mi chiese. «In base all’aspetto e alla consistenza sembra fatto di un materiale poroso, di una pietra leggera, ma di certo non è gesso di Parigi», risposi. Controllai attentamente se vi erano punzoni o timbri, o la giunzione che si forma quando due metà vengono unite: non c’era. I solchi presenti sull’oggetto sono parte integrante della navicella stessa. Se fosse stato gesso di Parigi, una sostanza bianca dipinta esternamente, il bianco allora sarebbe stato visibile nel punto in cui si era staccata la testa; invece il colore giallo-marroncino è distribuito in maniera uniforme: è proprio il colore naturale della pietra. Il dottor Pasinli chiese al suo vice di portare il reperto e lo esaminò per verificare le mie osservazioni. «Qualcos’altro?», chiese. «Beh», aggiunsi, «Non nota una cosa strana? È un veicolo volante, ma senza ali… se fosse un giocattolo – e se un giocattolo è la riproduzione in scala di un oggetto del mondo degli adulti – avrebbe dovuto ricordare un aeroplano; persino lo Space Shuttle ha delle ali, per quanto piccole. Questo, invece, non ne ha. Mi chiedo, quindi, a quale modello ci si è rifatti per
riprodurre questa navicella monoposto?». «Lei ritiene, dunque, che si tratti di un reperto autentico?» «Entrambi sappiamo», replicai, «che senza sapere né quando, né dove, né chi ha riportato alla luce un manufatto – questo o qualsiasi altro reperto archeologico – è impossibile garantirne l’autenticità. Potrebbe essere un falso, ma chi si prenderebbe la briga di creare un falso riproducendo un veicolo volante come questo, che nessuno ha mai visto in era moderna, sia nella realtà, sia come giocattolo? Questo reperto ha fatto la sua comparsa intorno agli anni ’70; a quei tempi chi aveva un giocattolo che potesse fungere da modello?». In quel preciso istante entrarono nell’ufficio del direttore due signori, vestiti in giacca e cravatta, e pensai che fosse un segnale per farci capire che il colloquio era giunto al termine. «Aspettate», disse il dottor Pasinli. «Questi signori sono del Ministero delle Antichità. La prego dottor Sitchin, continui pure…» Ripetei le argomentazioni che avevo appena esposte. Poi aggiunsi: «A differenza dell’ultima volta che sono stato qua, la sezione più antica del museo, il Museo dell’Antico Oriente, è stata chiusa per mancanza di fondi (era stata aperta solo per me e per il mio gruppo). Lasciate che vi dica una cosa: se questo reperto non è un falso, avete fra le mani un oggetto addirittura più importante delle piramidi di Giza. Se si può mettere in dubbio l’identità dei costruttori delle piramidi (io ed altri sosteniamo che furono abitanti di altri mondi, mentre altri affermano che furono i faraoni) voi avete la prova inconfutabile che, nell’antichità, esistevano navicelle spaziali ed astronauti. Avete qualcosa di unico! Migliaia, decine di migliaia di persone verrebbero a Istanbul, al Museo, solo per vederlo. Pensate che sia un falso? Ditelo, ma esponete comunque il pezzo. Lasciate che le persone giudichino per conto proprio. Il prezzo del biglietto coprirebbe abbondantemente le spese per la riapertura del Museo dell’Antico Oriente». Il direttore, il suo vice e i due funzionari del Ministero delle Antichità si scambiarono delle occhiate. «Mi invii le foto dei reperti trovati in America e prenderemo in considerazione la faccenda», disse il dottor Pasinli. «Ci conti», risposi andando via. Prendemmo un taxi per tornare al ristorante dove il gruppo si era fermato a mangiare. L’ora di pranzo era trascorsa da un pezzo, ma erano ancora tutti lì. Quando io e la guida facemmo il nostro ingresso, tutti ammutolirono, poi qualcuno esclamò: «Zecharia sorride!». Era vero. Sorridevo. Dopo averli messi al corrente degli ultimi avvenimenti, concordammo tutti che l’aspetto più strano della faccenda era che un oggetto – considerato falso, e quindi, senza il minimo valore – fosse rimasto comunque per ben vent’anni su di un vassoio di velluto nell’armadio del vicedirettore…
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Appena feci ritorno a New York, spedii per posta aerea al dottor Pasinli le foto che gli avevo promesso, tutte illustrazioni tratte dai miei libri. Alcune, come quella che mostrano un razzo in un silo sotterrano nel Sinai , erano adatte a dimostrargli che, nell’antichità, il volo con equipaggio non era poi una nozione così campata in aria. Altre raffigurazioni mostravano analogie con il reperto: prime fra tutte due tavolette in pietra provenienti da Tula, in Messico , esposte nel piccolo museo locale, che mostrano una sorta di razzo spaziale, straordinariamente simile a quella di Istanbul.

Attribuii particolare importanza a un’altra raffigurazione ritrovata sempre a Tula che mostrava una persona vestita quasi esattamente come l’astronauta senza testa, ma che, a differenza di quest’ultima aveva, intatti, la testa e l’elmetto . Si trattava del particolare di un bassorilievo di una colonna in pietra che, pur essendo alla vista di tutti, svelava la propria peculiarità solo a pochi, attenti osservatori. Tula era la capitale dei Toltechi, che vissero nell’America centrale prima degli Aztechi. Nell’antichità il suo nome era Tollan e, con tutta probabilità, risale al 200 a.C.
Gli scavi hanno riportato alla luce un centro per le cerimonie religiose che si estendeva in maniera alquanto disordinata, una piramide piccola e due più piccole
I pochi visitatori (incluso un mio gruppo delle Earth Chronicles Expeditions) erano soprattutto attratti dagli Atlanti – gigantesche statue alte 4,5 metri, scolpite nella pietra  – forse guerrieri di un altro tempo (perché avevano fra le mani degli oggetti molto simili a delle armi), tutti vestiti allo stesso modo, ma ciascuno con un viso diverso, con i tratti di una razza sconosciuta.
I giganti di pietra, che vengono chiamati Atlanti in riferimento alla leggendaria Atlantide, furono rinvenuti “smontati”: i singoli pezzi erano seppelliti dentro un fossato molto profondo all’interno piramide “B”. Gli archeologi li restaurarono e li collocarono sulla cima piana della piramide, perché ritenevano che fungessero da cariatidi, statue utilizzate come pilastri per sorreggere il tetto. In cima alla piramide erano state trovate colonne in pietra a base quadrata che, presumibilmente, avevano la stessa funzione, il che aveva confermato l’ipotesi delle cariatidi. Le colonne erano ricoperte di bassorilievi che raffiguravano – senza ombra di dubbio – capi toltechi . Nel 1985 mi trovavo in Messico con mia moglie. Incontrammo Gerardo Levet, un ingegnere che aveva descritto una sua scoperta fatta proprio a Tula/Tollan in un libricino intitolato “Mision Fatal” (Missione Fatale): su di una delle colonne a base quadrata è incisa la raffigurazione di una persona che indossa un vestito protettivo e uno zaino, che tiene in mano uno strumento somigliante alla “pistola” degli Atlanti e la usa a mò di lanciafiamme. Levet ci condusse al sito per mostrarci i bassorilievi.
La sua teoria era che l’arma rappresentasse una pistola ad alta energia, una sorta di arma letale degli dèi. Ma, avendo visto nel museo le raffigurazioni delle tavolette di pietra ritrovate nel sito, ero incline a pensare che si trattasse davvero di lanciafiamme per modellare le pietre: attrezzi, dunque, non armi. L’immagine di Tollan riaffiorò alla mente non appena vidi gli articoli che parlavano dell’astronauta turco. Le analogie con la raffigurazione messicana erano eclatanti, soprattutto se si aggiunge la testa e il casco laddove manca . Tutte queste raffigurazioni provenienti dal Messico non fecero altro che accrescere la mia convinzione riguardo all’autenticità del reperto di Istanbul. Quando inviai le foto al dottor Pasinli, sperai ardentemente che se ne convincesse anche lui.
Seguì un fitto scambio epistolare. Poi, nell’ottobre 1997, ricevetti una lettera di Pasinli su carta intestata del Museo Archeologico di Istanbul. «È mio gradito compito informarLa che il reperto non autentico, che rappresenta una navicella spaziale, è esposto nelle nostre gallerie. Immagino che ne sarà lieto.» Sì, ne ero davvero lieto, pur se la direzione del Museo aveva deciso di sminuire l’importanza del presunto “falso” esponendolo insieme ad altri reperti archeologici di dubbia autenticità, come mostrava la foto che mi era stata inviata. Perché, quindi, ho iniziato questa storia dicendo che aveva un fine lieto, ma non troppo? Perché qualche tempo dopo, quando Pasinli venne sostituito da un nuovo direttore, il reperto venne tolto dalla vetrinetta ... Dove sarà ora? Temo proprio che sia tornato sul vassoio di velluto blu, nell’armadio buio del vicedirettore.

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