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martedì 30 agosto 2016

I TURBINI DI VENTO DI ELIA


Nel mio primo libro Il pianeta degli dei (1976) ho dedicato un intero capitolo ai veicoli volanti – veicoli spaziali, navicelle spaziali, e aerei – degli Anunnaki (i Nefilim di cui parla la Bibbia) e dei loro nomi, delle loro descrizioni e raffigurazioni nell’antichità. I Sumeri narravano di Uccelli Divini e raffiguravano razzi spaziali. Gli Egizi cantavano inni alla Barca Celeste degli dèi e trovarono diversi modi per raffigurarla. La Bibbia (l’Antico Testamento) parlava dei “Turbini di Vento”. Il profeta Ezechiele, che camminava da solo lungo il fiume Khabur  vide (come ha detto nel primo capitolo del suo libro):
 
E ho visto
un turbine di vento proveniente da nord,
come una grande nuvola con lampi di fuoco
e splendore tutto intorno.
E, all’interno di esso, proprio dentro il fuoco,
vi era una luce, come un alone splendente.

 
Il Turbine di Vento che aveva una fila di “occhi”, sembrava posare su quattro estensioni che, munite di ruote, gli consentivano di muoversi in tutte le direzioni. Questa descrizione mi ha spinto a paragonare i Turbini di Vento di Ezechiele agli oggetti a forma di bulbo, con gambe e “occhi” raffigurati sulle pareti del sito archeologico di Tell-Ghassul in Giordania


Il profeta Elia, tre secoli prima di Ezechiele, non solo aveva visto questo carro divino, ma vi salì addirittura a bordo, così come racconta nel Secondo Libro dei Re, 2:
 
Apparve un carro di fuoco
e cavalli di fuoco…
Elia salì al Cielo
portato da un Turbine di Vento

 
Nel caso di Elia non abbiamo nessun dettaglio in merito alla forma del Turbine di Vento, sappiamo solo che apparve dal cielo, che si abbassò per farlo salire e che poi si sollevò nuovamente e scomparve alla vista. Eliseo, suo discepolo e successore, fu testimone oculare. Tuttavia questo episodio ha dei precisi riferimenti geografici. Elia, Eliseo e altri discepoli, partiti dalla Giudea, erano in viaggio verso est, diretti verso il Giordano: tutti sapevano che Elia aveva un appuntamento, che sarebbe stato portato in alto. Raggiungendo Gerico, Elia chiese agli altri di restare indietro, ma nessuno ubbidì. Quando raggiunse il fiume Giordano disse chiaramente che doveva attraversarlo da solo, e se gli altri non osarono disubbidire, Eliseo lo seguì. Una volta attraversato il fiume, mentre i due camminavano, il Turbine di Vento apparve e portò via Elia. L’incontro con il Turbine ebbe dunque luogo sul versante orientale del Giordano, di fronte a Gerico, non lontano dal fiume stesso, infatti Eliseo lo riattraversò, nello stesso punto, subito dopo la scomparsa di Elia. La somiglianza fra i veicoli divini raffigurati a Tell-Ghassul e i Turbini di Vento della Bibbia mi indussero a compiere una ricerca completa su quel sito archeologico. I risultati sono raccolti nel libro Guerre atomiche al tempo degli dei (1985). Gli scavi del sito, scoprii, erano iniziati nel 1929, da una spedizione archeologica organizzata dal Biblico Istituto Pontificio del Vaticano. Gli archeologi, guidati da Alexis Mallon, scoprirono che il tumulo era composto da abitazioni su tre collinette, due delle quali erano adibite a zona residenziale, mentre una era un’area riservata al lavoro. L’équipe di archeologi fu sorpresa dall’elevato livello di civiltà raggiunto in quel luogo: persino le abitazioni più antiche, in un periodo che andava dalla fine dell’età della pietra all’età del bronzo, avevano il pavimento in mattoni. Le case avevano pianta rettangolare ed erano raggruppate come in un quartiere moderno  e le pareti interne erano decorate con affreschi dai colori vivaci.


Una casa aveva addirittura un divano scavato nel muro, così che, chi vi si stendeva, poteva ammirare tranquillamente l’affresco. La scena riproduceva due persone sedute, di fronte a una fila di servi o di fedeli, e una persona che scendeva da un oggetto che emanava raggi. In un altro affresco era stata disegnata, con accurata precisione geometrica , una stella colorata a otto raggi appuntiti.


E in un altro vi erano i “Turbini di Vento” neri e a forma di bulbo con le estensioni, le “gambe” che fungevano da supporto e gli “occhi”. Tell-Ghassul, scoprii, si trovava a poca distanza dal Giordano, sulla sponda orientale , proprio di fronte a Gerico che è, invece, sulla riva occidentale. Ecco la relazione degli archeologi che proseguirono negli scavi fino al 1933:
 
Dalla cima del tumulo, la vista spazia a 360°. Il Giordano a ovest, è una linea nera; a nord-ovest la collina dell’antica Gerico e, dietro di essa, le montagne della Giudea.
 
Sembrava proprio il luogo dove si era recato Elia per essere condotto in alto. Dovevo assolutamente recarmi sul posto, per verificare di persona. La prima opportunità mi si presentò nell’inverno del 1995, quando inclusi la Giordania in una delle Earth Chronicles Expeditions. Facendo scalo al Cairo, giungemmo poi ad Amman, la capitale della Giordania, dalla quale ci spostavamo per visitare diversi siti in Giordania.


La prima mattina ci recammo al Museo Archeologico Nazionale per vedere gli affreschi di Tell- Ghassul, perché immaginavo che fossero conservati là. Ma mi sbagliavo. La cosa assurda è che nessuno sembrava sapere di cosa stessi parlando. Quella sera eravamo invitati a un ricevimento all’ACOR (American Center of Oriental Research) ad Amman e feci alcune indagini anche lì. Nessuno sapeva darmi indicazioni riguardo agli affreschi, ma qualcuno conosceva un posto che si chiamava Tell-Ghassul. Mi dissero che ci stavano lavorando archeologi dell’Università di Sydney, Australia. Ci dettero le informazioni necessarie per raggiungere il sito e al mattino seguente il nostro autobus ci portò lì. Il posto era leggermente rialzato rispetto al resto del paesaggio, ma più che quella caratteristica, fu la presenza di alcune persone a farci intuire che il posto fosse proprio quello. Mi presentai e presentai il gruppo al responsabile degli scavi, un archeologo australiano. «Cosa vi ha portati fin qui?», gli chiesi. Non aveva le idee molto chiare. Mi rispose che era stata una decisione presa da altri. «Cosa state cercando?», gli chiesi allora. Mi spiegò che qualcuno aveva l’impressione che, sessant’anni prima, gli addetti agli scavi avessero appena intaccato il terreno e che, con i metodi moderni, vi erano maggiori probabilità di fare scoperte interessanti. Le poche persone della sua équipe stavano scavando delle fosse molto più profonde, alla ricerca di resti di strutture in pietra. «Potete dare un’occhiata, se volete», ci disse. Tutti i frammenti ceramici che vedete hanno migliaia di anni; potete prendere ciò che volete.
I membri del gruppo non se lo fecero ripetere due volte, prelevarono numerosi frammenti e li riportarono ad Amman (e negli Stati Uniti). Io cercai il posto più alto sul tumulo, dal quale mi voltai verso ovest. Il panorama era proprio quello che, sessant’anni prima avevano descritto gli archeologi: nella luce abbagliante del sole, si scorgeva ciò che poteva solo essere Gerico. Tell-Ghassul, dunque, poteva essere davvero il luogo nel quale Elia era stato prelevato dal Turbine di Vento. Prima di andar via, andai a salutare e a ringraziare l’archeologo di Sydney. «A proposito», gli dissi, «sa mica cosa ne è stato degli affreschi trovati qui negli anni ’30?». «Penso che siano stati trasferiti al Museo Rockefeller di Gerusalemme», rispose.
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Il Museo Archeologico Rockefeller si trova appena fuori le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, accanto alla Porta di Erode. Nel corso del mandato britannico in Palestina, avevo visitato il museo due o tre volte per ammirare quella che, un tempo, era la migliore collezione di reperti antichi della Terra Santa. Quando quella parte di Gerusalemme si trovava sotto il governo giordano (1948-1967), ospitava la maggior parte dei rotoli del Mar Morto, scoperti da poco. Nel 1967, dopo la guerra dei Sei Giorni, il museo serviva anche come quartier generale dell’Autorità per le Antichità Israeliane. Quando tornai dal viaggio in Giordania contattai subito il Museo Rockfeller di Gerusalemme, ora parte di Israele, per chiedere notizie degli affreschi di Tell-Ghassul. Mi sentii rispondere: «Quali affreschi?». In assenza del curatore capo, nessuno aveva la più pallida idea di cosa cercassi. «Chieda all’Istituto Albright», mi dissero. Contattai naturalmente l’Istituto W.F. Albright per la Ricerca Archeologica a Gerusalemme, chiamato così in onore del più grande archeologo biblico. Armati di buona volontà, compirono alcune ricerche in questo o quell’istituto e, alla fine, mi dettero un’indicazione: «Si rivolga al Pontificio Istituto Biblico a Gerusalemme; in fin dei conti il Vaticano affidò a loro il compito di organizzare gli scavi». Sentendo di essere finalmente sulla pista giusta, chiesi alla Vision Travel & Tours di Los Angeles, tour operator delle Earth Chronicles Expeditions, di organizzare un viaggio in Israele. Quando finalmente riuscii a mettermi in contatto con il responsabile del Pontificio Istituto, mi riferì che l’Istituto ospitava, sì, alcuni dei murali di Tell-Ghassul, ma che erano in un tale stato di degrado, che erano stati imballati e inviati per il restauro al Museo di Israele, a Gerusalemme. Mi dettero il nome del restauratore capo, la signora Osnat Brandl, alla quale scrissi immediatamente. Mi rispose – di ritorno dalle vacanze – che si era, sì, parlato di trasferire i reperti, ma che non erano stati ancora spediti. Visto che il viaggio in Israele stava prendendo corpo, lasciai perdere le lettere e iniziai a telefonare a Gerusalemme con una certa insistenza. Al Pontificio Istituto mi riferirono che l’Istituto era chiuso per ferie e che la persona che avrebbe potuto aiutarmi, padre Fulco, si era trasferita per un anno in un collegio gesuita in California. Riuscii a rintracciare padre Fulco presso la Jesuit Community della Loyola Marymount University di Los Angeles. In un lungo fax, datato venerdì 29 agosto 1997, mi informò che «gli affreschi provenienti da TG si trovano al Pontificio Istituto, nel deposito del mezzanino, in scatole di legno con coperchio in vetro; frammenti più piccoli sono nella vetrina». Si era già messo in contatto con Gerusalemme e mi assicurò che padre Crocker ci avrebbe mostrato gli affreschi e che ci avrebbe accolti con piacere. Arrivai a Gerusalemme con mia moglie prima del gruppo e chiamai l’Istituto per organizzare la visita. Il fax che inviai quel giorno a padre Fulco, in preda alla disperazione, spiega bene cosa era successo:  «Ho telefonato all’Istituto per organizzare la visita per lunedì 15 settembre, e sono venuto a sapere che padre Crocker non c’è. Padre Juan Moreno, che ne fa le veci, non sa nulla degli affreschi, né tanto meno sa come aprire il deposito». Dalla California Padre Fulco mi inviò via fax il nome e il numero di telefono di Sandra Scham, una ricercatrice volontaria che lo aveva assistito. E così, quando il 15 settembre 1997 l’intero gruppo arrivò all’Istituto c’era anche lei, che ci aprì il deposito! Era stipato di scatole ammonticchiate sul tavolo e per terra: avevamo a malapena lo spazio per muoverci. Vetrinette allineate lungo i muri esponevano diversi reperti di argilla di piccole dimensioni. Sul lungo tavolo, ricoperto da una lastra di vetro, erano poggiati cartoni e scatole da imballaggio; evidentemente dopo essere stati svuotati del loro contenuto originario, infatti qualcuno recava la scritta “Lipton’s Tea” o quella di biscotti o di frutta in scatola. Erano, mi resi conto, le scatole utilizzate in origine dagli archeologi per spedire via nave i reperti a Gerusalemme. Lo strato di polvere che le ricopriva faceva pensare che da decenni nessuno si fosse mai preso la briga di muoverle da lì. Quando sollevammo dal tavolo alcune delle scatole, vedemmo dei frammenti dipinti disposti in piccoli scomparti sotto la lastra di vetro… e all’improvviso ci trovammo a fissare gli «idoli dall’occhio nero», come li chiamò Sandra Scham: oggetti neri a forma ovale con gambe sporgenti e “occhi”. La ricerca era terminata! I “Turbini di Vento” che, migliaia di anni fa, qualcuno aveva dipinto sulle pareti di Tell-Ghassul, al di là del Giordano, erano qui, davanti ai miei occhi. Sollevai il coperchio in vetro e ne toccai un frammento, ma mi fermai subito perché erano troppo fragili. A turno scattammo foto dei frammenti, delle scatole e della riproduzione della “stella raggiata” dipinta sulla parete della stanza, sopra una vetrinetta. Possiamo ben dire di aver visto e fotografato la storia. Il giorno seguente, grazie a un appuntamento autorizzato dal curatore capo del Museo Rockfeller, mi recai lì e mi condussero in una stanza col soffitto a volta per vedere la “stella raggiata” autentica (che il Museo, davanti a una copia del fax di padre Fulco dovette ammettere di avere). Su di un tavolo speciale si trovava una grande scatola quadrata in legno. «Niente foto!», mi ingiunse il curatore del museo, mentre due assistenti la aprivano. Ma quando venne rimosso il coperchio, mi ritrovai a fissare solo dei frammenti di stucco: il dipinto murale di squisita fattura si era completamente disintegrato. Non ci sarebbe stato comunque nulla da fotografare, anche se me lo avessero permesso. Di ritorno all’hotel quel pomeriggio, guardando dalla finestra la Città Vecchia, pensai alla lunga ed estenuante ricerca degli affreschi e mi chiesi se era valsa davvero la pena di darsi tanto da fare. Dopo un attimo di sconforto pensai che sì, ne era valsa la pena. Io e i miei lettori abbiamo avuto la possibilità di verificare che quanto avevo scritto e descritto, corrispondeva al vero. Chi era l’artista che, migliaia di anni fa, aveva dipinto quegli affreschi? A tutt’oggi non lo sappiamo. Chi si distendeva sul divano per ammirarli in tutta tranquillità? A tutt’oggi non lo sappiamo, anche se in Guerre atomiche al tempo degli dèi ho avanzato un’ipotesi. Gli oggetti neri sferici erano i Turbini di Vento che rapirono Elia e lo portarono in alto? E se non lo sono, allora cosa rappresentano? Tell-Ghassul è proprio il luogo dove Elia venne condotto in cielo? Sono convinto di sì.

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