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martedì 19 luglio 2016

L'ERA DELL'ARIETE:IL TEMPO DEL DIO MARDUK


Alla fine del XXI secolo a.C. il ricorso alle armi nucleari segnò bruscamente l’inizio dell’era di Marduk. Sotto tutti i punti di vista fu una vera e propria New Age, anche nell’accezione odierna del termine. Il suo maggiore paradosso è che, mentre costrinse l’uomo a rivolgere la propria attenzione verso il cielo, riportò sulla Terra proprio gli dèi del cielo. I cambiamenti di quella New Age hanno ancora oggi ripercussioni su di noi. Per Marduk si trattò di riparare a un torto, di soddisfare un’ambizione, di realizzare le profezie. Il prezzo pagato – la desolazione di Sumer, la fuga dei suoi dèi, la decimazione del suo popolo – non era opera sua. Semmai, coloro che erano morti avevano subito la giusta punizione per aver ostacolato il Destino. L’imprevista tempesta nucleare, il Vento del Male e la sua rotta, che sembravano guidati in maniera selettiva da una mano invisibile, non fecero altro che confermare ciò che proclamavano i Cieli: era giunta l’era di Marduk, dell’Ariete. Il passaggio dall’Era del Toro all’Era dell’Ariete venne festeggiata e celebrata, in particolare, nella patria di Marduk, l’Egitto. Raffigurazioni astronomiche dei cieli (come quella del tempio di Dendera) mostravano la costellazione dell’Ariete quale punto focale del ciclo zodiacale. Elenchi di costellazioni zodiacali non cominciavano con il Toro, come a Sumer, bensì con l’Ariete . Le espressioni più imponenti erano le fila di sfingi dalla testa di Ariete che fiancheggiavano il viale della processione che conduceva ai grandi templi di Karnak , la cui costruzione, per mano di faraoni del neonato Medio Regno, ebbe inizio subito dopo l’ascesa di Ra/Marduk alla supremazia. Erano faraoni che portavano nomi teoforici che onoravano Amon/Amen, così che entrambi i templi e i re erano dedicati a Marduk/Ra come Amon, l’Invisibile, perché Marduk, dopo essersi assentato dall’Egitto, scelse quale sua Città Eterna Babilonia, in Mesopotamia. 
Sia Marduk che Nabu sopravvissero all’olocausto nucleare. Pur se Nabu venne preso di mira da Nergal/Erra, a quanto pare riuscì a nascondersi in una delle isole del Mediterraneo, restando illeso. Testi successivi indicano che gli venne concesso un proprio centro di culto a Borsippa, in Mesopotamia, una nuova città situata accanto a Babilonia, città del padre; tuttavia continuò a vagare e ad essere venerato nelle sue Terre favoritedell’Occidente.  Il suo culto lì e nel resto della Mesopotamia è attestato da alcuni luoghi sacri che a lui devono il proprio nome: ad esempio il monte Nebo nei pressi del fiume Giordano (dove morì in seguito Mosè) e i nomi reali teoforiciattribuiti a famosi re di  Babilonia (ad esempio Nabo-pol-assar, Nabucod- onosor e tanti altri). E, come abbiamo avuto modo di notare, nell’antichità, in tutto il Vicino Oriente il suo nome è diventato sinonimo di “profeta” e “profezia”.  Lo stesso Marduk, si ricorderà, dal suo posto di comando ad Haran, chiedeva “Fino a quando?” allorché accadde l’irreparabile. 

Nel suo testo autobiografico, Profezia di Marduk, previde la venuta di un Tempo Messianico: quando uomini e dèi avrebbero riconosciuto la sua supremazia, quando la pace avrebbe sostituito la guerra e l’abbondanza avrebbe sostituito la sofferenza, quando un re scelto da lui «avrebbe reso Babilonia la Suprema», con l’Esagil, il tempio (questo significava il termine) che levava alto la sua cima verso il cielo: Un re in Babilonia, per fare elevare in mezzo ad essa il mio tempio-montagna rivolto al Cielo; egli rinnoverà l’Esagil, simile alla montagna; la pianta del Cielo e della Terra egli disegnerà per l’Esagil simile alla montagna;le Porte del Cielo saranno aperte. Nella mia città nascerà un re; egli abiterà nell’abbondanza;la mia mano afferrerà,  mi condurrà nelle processioni […] nella mia città e nel mio tempio Esagil; io entrerò per l’eternità Quella nuova Torre di Babele, tuttavia, non era una rampa di lancio (come la prima). La sua supremazia, riconobbe Marduk, derivava non solo dal possesso di un’infrastruttura spaziale vera e propria, ma anche dai Segni del Cielo: dal Tempo Celeste zodiacale, dalla posizione e dal movimento dei corpi celesti, dal Kakkabu (stelle/pianeti) del cielo. Di conseguenza progettò il futuro Esagil come osservatorio astronomico “del regno”, rendendo obsoleti eridonanti l’Eninnu di  Ninurta e le diverse Stonehenge erette da Thoth. Quando l’Esagil venne infine costruito, fu uno ziggurat eretto secondo progetti precisi e dettagliati : la sua altezza, le dimensioni dei suoi sette livelli e il suo orientamento erano tali che nel 1960 a.C. circa la sua cima puntava direttamente alla stella Iku, la stella principaledell’Ariete. 
L’apocalisse nucleare e le sue conseguenze involontarie interruppero bruscamente il dibattito su quale fosse l’esatta era zodiacale; il Tempo Celeste era ora il Tempo di Marduk. Ma il pianeta degli dèi, Nibiru, stava ancora orbitando e scandiva il Tempo Divino: l’attenzione di Marduk si spostò dunque su questo fatto. Come mise in chiaro il suo testo sulla Profezia, lui si auspicava un sacerdote-astronomo che scrutasse i cieli dai gradoni dello ziggurat alla ricerca del “giusto pianeta dell’Esagil”: I conoscitori dei segni premonitori, messi in servizio, ascenderanno poi in mezzo ad esso; a sinistra e a destra, su parti opposte, essi staranno separatamente. Il re poi si avvicinerà; il giusto Kakkabu [la stella legittima] dell’Esagil sopra la terra [egli osserverà]. Era nata una Religione delle Stelle. Il dio – Marduk – divenne egli stesso una stella. Una stella (noi la chiamiamo “pianeta”) divenne “Marduk”. La religione divenne astronomia, l’astronomia divenne religione. In conformità con la nuova Religione delle Stelle, l’Epica della Creazione, l’Enuma Elish, venne revisionata nella versione babilonese, così da garantire a Marduk una dimensione celeste: lui non proveniva soltanto da Nibiru – lui era Nibiru. Redatta in “babilonese”, un dialetto accadico (la lingua madre semitica), uguagliava Marduk a Nibiru, il pianeta natale degli Anunnaki, e dette il nome “Marduk” alla Grande Stella/Pianeta che era venuta dai recessi dello spazio per vendicare sia l’omologo celeste di Ea, sia quello sulla Terra . Fece di “Marduk” il “Signore” nel Cielo e sulla Terra. Il suo Destino – nei cieli, la sua orbita – era il più grande di quello di tutti gli dèi celesti (gli altri pianeti) ; per analogia, dunque, era destinato a essere il più grande degli dèi anunnaki sulla Terra. 

La nuova versione dell’Epica della Creazione veniva letta in pubblico nella quarta notte dei festeggiamenti per il Nuovo Anno. Attribuiva a Marduk la sconfitta del “mostro” Tiamat nel corso della Battaglia Celeste, la creazione della Terra  e il nuovo assetto del sistema solare – tutti risultati che, nella versione originale sumera, erano attribuiti al pianeta Nibiru quale parte di una sofisticata cosmogonia scientifica. 

La nuova versione attribuiva a Marduk anche la “creazione” dell’uomo, l’invenzione del calendario e la scelta di Babilonia quale “ombelico del mondo”. Il festeggiamento per il Nuovo Anno – l’evento religioso più importante dell’anno – iniziava il primo giorno del mese di Nissan, che coincideva con l’equinozio di primavera. In babilonese si chiamava Akiti e si trasformò in una celebrazione di ben dodici giorni, mentre a Sumer ne durava solo dieci. La festa A.KI.TI (“Sulla Terra porta Vita”) era celebrata seguendo cerimonie complesse e rituali prescritti che (a Sumer) rimettevano in scena la storia di Nibiru e l’arrivo degli Anunnaki sulla Terra, nonché (a Babilonia) la storia di Marduk. Includeva episodi tratti dalla Guerra della Piramide, come la sua condanna a morire in una tomba sigillata e la sua “risurrezione” quando ne uscì vivo; il suo esilio per diventare l’Invisibile; e il suo Ritorno vittorioso. Le processioni, l’andirivieni, le apparizioni e le sparizioni, nonché tragedie teatrali presentavano in maniera vivida e visiva al popolo Marduk come un dio sofferente – sofferente sulla Terra ma, alla fine, vittorioso dopo aver ottenuto la supremazia grazie a un omologo celeste. (La storia di Gesù di Nazareth nel Nuovo Testamento è talmente simile che un secolo fa studiosi e teologi in Europa hanno discusso se Marduk era il “prototipo di Gesù”.) La cerimonia si componeva di due parti. La prima aveva per protagonista un solitario viaggio in barca di Marduk lungo il fiume, fino a una struttura chiamata Bit Akiti (“Casa di Akiti”); l’altra aveva come teatro la stessa città. È evidente che la parte solitaria simboleggiava il viaggio celeste di Marduk dalla collocazione più esterna del pianeta natale nello spazio fino all’interno del sistema solare – un viaggio in una barca su acque, in conformità con il concetto che lo spazio interplanetario era un primevo “oceano profondo” da attraversare con “barche celesti” (navicelle spaziali) – un concetto rappresentato graficamente nell’arte egizia, dove gli dèi celesti erano raffigurati a scorrazzare nei cieli a bordo di “barche celesti”.
Era al vittorioso ritorno di Marduk dal lontano e isolato Bit Akiti che prendevano il via i festeggiamenti popolari. Quelle cerimonie pubbliche e gioiose iniziavano con il saluto a Marduk, sulla banchina, da parte degli altri dèi; il re e i sacerdoti lo accompagnavano in una processione sacra, seguita da folle sempre più numerose. Le descrizioni della processione e la sua rotta erano così dettagliate che guidarono gli archeologi negli scavi nell’antica Babilonia. Dai testi redatti sulle tavolette d’argilla e dalla topografia emersa dagli scavi è stato possibile ricostruire l’esistenza di sette stazioni, alle quali la processione sacra faceva altrettante soste per compiere i rituali prescritti. Le stazioni avevano nomi sia sumeri che accadici e simboleggiavano (a Sumer) i viaggi degli Anunnaki all’interno del sistema solare (da Plutone alla Terra, il settimo pianeta) e (a Babilonia) le “stazioni” nella vita di Marduk : la sua nascita divina nel “Luogo Puro”; come gli erano stati negati il diritto di nascita, il titolo alla supremazia; come era stato condannato a morte; come venne sepolto (vivo nella Grande Piramide); come venne salvato e risorse; come venne bandito e andò in esilio; e come alla fine, anche i grandi dèi, Anu ed Enlil, si inchinarono di fronte al destino e lo proclamarono supremo.

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