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domenica 26 giugno 2016

ANTICHI ASTRONAUTI:SODOMA E GOMORRA DISTRUZIONE PER MEZZO DI "FUOCO E ZOLFO"


L’analogia dei testi mesopotamici e della Genesi in relazione alla distruzione di Sodoma e Gomorra diventa all’improvviso una delle conferme più importanti della veridicità della Bibbia in generale e dello status e del ruolo di Abram in particolare, tuttavia di norma viene tralasciato da teologi e da altri studiosi, poiché narra anche di eventi verificatisi il giorno precedente, allorché tre Esseri Divini (“Angeli” dall’aspetto di uomo) si manifestarono ad Abram: questa parte della storia sa troppo di “Antichi Astronauti”. Coloro che mettono in dubbio la Bibbia o considerano i testi mesopotamici alla stregua di miti hanno cercato di spiegare la distruzione di Sodoma e Gomorra con una qualche calamità naturale; tuttavia la narrazione biblica conferma per ben due volte che la distruzione avvenuta per mezzo di “fuoco e zolfo” non fu una calamità naturale, bensì un evento premeditato, ritardabile e persino annullabile: la prima volta, quando Abram chiese al Signore di risparmiare le città così da non distruggere il giusto insieme all’empio, e la seconda volta quando Lot ottenne più tempo per scappare prima della distruzione. Foto della penisola del Sinai riprese dallo spazio  mostrano ancora l’immensa cavità e la frattura sulla superficie prodotte dall’esplosione nucleare. L’area è disseminata, a tutt’oggi, da rocce frantumate, bruciate e annerite , che contengono una percentuale insolitamente elevata di isotopi di uranio-235: indice, secondo gli esperti, di un’esposizione a un improvviso ed enorme calore di origine nucleare. 

La distruzione delle città nella pianura del Mar Morto causò il crollo della riva meridionale del mare, che inondò così la regione un tempo fertile che, ancora oggi, ha l’aspetto di un’appendice separata dal mare da una barriera, chiamata “El-Lissan” (“la Lingua”). Timide esplorazioni dei fondali del Mar Nero condotte da archeologi israeliani hanno rivelato l’esistenza di enigmatiche rovine sottomarine, ma il regno ascemita di Giordania, nelle cui acque territoriali si trovano dette rovine, ha negato il permesso di svolgere ulteriori ricerche. È interessante notare, però, che i testi mesopotamici confermano il cambiamento topografico e lasciano intuire anche che il mare divenne un Mar Morto a seguito del bombardamento nucleare: Erra, dicono, «scavò nel mare, la sua interezza egli divise; tutto ciò che viveva là dentro – persino i coccodrilli – egli avvizzì». 

I due, come è emerso, fecero ben più che distruggere il porto spaziale e le città peccatrici: a seguito dell’esplosione nucleare, una tempesta, il Vento del Male, attraversò i cieli. Ebbe così inizio la reazione a catena delle conseguenze non intenzionali. I documenti storici ci raccontano che la civiltà sumera ebbe fine nel sesto anno del regno di Ibbi-Sin a Ur – nel 2024 a.C. Era, come ricorderà il lettore, proprio l’anno in cui Abramo aveva novantanove anni... In un primo momento gli studiosi pensarono che la capitale di Sumer, Ur, fosse stata devastata da “invasori barbari”; ma non è stata trovata prova di un’invasione così distruttiva. Venne poi scoperto un testo intitolato Lamentazione per la Distruzione di Ur. Suscitò notevole perplessità negli studiosi perché non piangeva la distruzione fisica della città, bensì il suo “abbandono”. Gli dèi che vi avevano dimorato l’avevano abbandonata, le persone che vi avevano abitato erano andate via, le sue stalle erano vuote; i templi, le case, gli ovili erano rimasti intatti: in piedi, ma vuoti. Vennero scoperti altri testi di lamentazione. Piangevano non soltanto la sorte di Ur, bensì quella dell’intera Sumer. Parlavano anch’essi di “abbandono”: Enlil “il toro selvaggio” aveva abbandonato il suo amato tempio a Nippur; era andata via anche la sua adorata sposa Ninlil. Ninmah aveva abbandonato la propria città di Kesh; Inanna, “regina di Erech”, aveva abbandonato Erech; Ninurta aveva disertato il proprio Eninnu. Anche la sua sposa Bau aveva lasciato Lagash. Veniva elencata una città sumera dopo l’altra perché “abbandonata”, senza più le sue divinità, la gente o gli animali. Gli studiosi si lambiccavano il cervello alla ricerca di una “oscura catastrofe”, di una calamità misteriosa che aveva colpito tutta Sumer. Cosa avrebbe mai potuto essere? La risposta a questo enigma la troviamo proprio in questi testi: Via col vento. No, non è un gioco di parole con il titolo del famoso libro e dell’altrettanto famoso film. Queste parole sono proprio l’intercalare nei testi della Lamentazione: Enlil aveva abbandonato il suo tempio, era andato “via col vento”. Ninlil aveva lasciato il tempio “via col vento”. Nannar aveva abbandonato Ur – i suoi ovili erano stati spazzati “via col vento”, e così via. Gli studiosi erano partiti dal presupposto che questa ripetizione di parole avesse motivazioni metriche, un intercalare che gli autori della lamentazione ripetevano di continuo per enfatizzare il proprio dolore. Ma si sbagliavano: non si trattava di un espediente di metrica, era la pura verità. Sumer e le sue città si erano letteralmente svuotate a seguito di un vento. Soffiò un «Vento del Male», riportava la Lamentazione (e poi altri testi) e causò «una calamità, sconosciuta agli uomini e colpì il paese». Fu un Vento del Male per colpa del quale «le città sono rimaste deserte e deserte sono anche le case, vuote sono le stalle, e abbandonati gli ovili». C’era desolazione ma non distruzione; vuoto, ma non rovine: le città erano ancora lì, intatte, le case erano ancora lì, in piedi, le stalle e gli ovili erano ancora lì – ma non vi era più vita; anche «i fiumi di Sumer scorrono con acqua amara, i campi un tempo coltivati si riempiono di erbe infestanti, nei prati le piante sono avvizzite». Tutta la vita è scomparsa. Era una calamità che non si era mai verificata in precedenza. Su quella terra [Sumer] si abbatté una calamità, una tragedia sconosciuta all’uomo: una che non si era mai vista prima, alla quale nessuno avrebbe potuto resistere. Portata dal Vento del Male, era una morte alla quale non c’era scampo: era una morte «che spazza la strada, soffia nella via […]. Come un’inarrestabile flusso d’acqua superò le mura più alte, attraversò le mura più spesse; nessuna porta poteva arrestarla, niente poteva deviarla!». «Coloro che nelle loro case si erano nascosti dietro porte chiuse, come mosche furono abbattuti. Coloro che si rifugiarono sui tetti, sui tetti morirono.» Era una morte invisibile: «Raggiunge le persone, ma nessuno riesce a vederla». Ed era una morte orribile: «Tosse e muco riempiono il petto, le bocche traboccano di saliva e schiuma, ottusità e stordimento si impadronivano degli uomini […] un silenzio schiacciante […] un dolore alla testa». Quando il Vento del Male avviluppava le sue vittime, le «loro bocche si riempivano di sangue». Ovunque morte e agonia. I testi spiegano chiaramente che il Vento del Male «che portava le tenebre di città in città» non era una calamitànaturale; era il frutto di una decisione deliberata dai grandi dèi. Era causata da «una grande tempesta ordinata da Anu, una [decisione] del cuore di Enlil». E fu il risultato di un unico evento – «generato da un unico atto, in un bagliore accecante»! – un evento che si era verificato lontano, a occidente: «Era giunto dalle montagne, dalla Pianura di Senza Pietà era arrivato […] come un veleno amaro degli dèi, era arrivato dall’occidente». Che la causa del Vento del Male fosse l’olocausto nucleare nella vicina penisola del Sinai si capisce dal fatto che i testi ribadiscono che gli dèi ne conoscevano fonte e causa: un colpo, un’esplosione. Un’esplosione malefica annunciava la sinistra tempesta. Un vento malefico veniva e percorreva la sinistra tempesta. Possente progenie, valorosi figli erano gli araldi della pestilenza. Gli autori dei testi di lamentazione, gli stessi dèi, ci hanno lasciato un ricordo vivido di quanto era accaduto. Non appena dai cieli Ninurta e Nergal scagliarono le Armi del Terrore, «diffusero i raggi del terrore, bruciando ogni cosa come fuoco». La tempesta che seguì «venne creata nel bagliore di un lampo». Una «nube densa che porta morte» – un “fungo” nucleare – si levò allora fino al cielo seguita da «folate di vento […] una tempesta che brucia i cieli». Fu un giorno da non dimenticare: Quel giorno, quando il cielo precipitò e colpì la Terra, cancellandone la superficie con il suo maestrale […] Quando i cieli si oscurarono e la coprirono come un’ombra […] Quel giorno era nato il Vento del Male. I diversi testi continuano ad attribuire questo vento malefico all’esplosione che si era verificata nel «luogo dove gli dèi ascendono e discendono», alla distruzione del porto spaziale più che alla distruzione delle “città peccatrici”. Fu lì, «nel mezzo delle montagne» che il fungo atomico si levò in un lampo brillante – e fu da lì che i venti dominanti, che provenivano dal Mar Mediterraneo, portarono la nube letale verso est, verso Sumer, e vi causarono non devastazione, bensì una silente distruzione che avvelenò attraverso l’aria ogni forma di vita. È chiaro da tutti i testi che – a eccezione di Enki che aveva protestato e ammonito contro l’uso delle Armi del Terrore – nessuno degli dèi coinvolti si era aspettato una calamità di così vasta portata. La maggior parte di loro era nata sulla Terra e, per loro, le storie delle guerre nucleari su Nibiru erano storie degli anziani. Anu, che in teoria avrebbe dovuto averne maggiore conoscenza, pensava forse che le armi, nascoste così tanto tempo prima, non avrebbero funzionato, o che avrebbero funzionato solo in parte? Enlil e Ninurta (che erano discesi da Nibiru) non avevano riflettuto sull’eventualità che i venti avrebbero potuto spingere la nube atomica verso i deserti che sono ora l’Arabia? Non lo sappiamo. I testi riferiscono solo che «i grandi dèi impallidirono all’immensità della tempesta». Ma è chiaro che, non appena si resero conto della direzione del vento e dell’intensità del veleno nucleare, lanciarono l’allarme a tutti coloro – uomini e dèi – che si trovavano lungo la traiettoria del vento, affinché si mettessero in salvo. Il panico, la paura e la confusione che attanagliarono Sumer e le sue città sono descritti in maniera vivida in una serie di lamentazioni, come laLamentazione di Ur, laLamentazione per la Desolazione di Ur e Sumer, la Lamentazione di Nippur, la Lamentazione di Uruk, e altre. Per quanto riguardava gli dèi, appare chiaro che era un “si salvi chi può”; usando i diversi veicoli a loro disposizione, decollarono o salparono per sottrarsi alla traiettoria del vento. Per quanto riguarda il popolo, gli dèi lanciarono l’allarme prima di fuggire. Come è descritto nella Lamentazione di Uruk, l’esortazione rivolta alla gente nel cuore della notte fu: «Alzatevi Fuggite! Nascondetevi nella steppa!». «Colti dal terrore, i fedeli cittadini di Uruk» cercarono di mettersi in salvo, ma vennero comunque sterminati dal Vento del Male.

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