Cerca nel blog

domenica 15 maggio 2016

ZECHARIA SITCHIN : PROFEZIE EGIZIE - DESTINI DELL'UOMO


Negli annali del genere umano, il XXI secolo a.C. ha visto nel Vicino Oriente uno dei capitoli più gloriosi della civiltà, meglio noto come il periodo di Ur III. Fu allo stesso tempo un periodo devastante e di grandi difficoltà, perché vide la fine di Sumer, avvolta da una letale nube nucleare. Dopo quell’evento tutto cambiò. Questi eventi gravissimi, come vedremo, rappresentavano anche il fulcro delle manifestazioni messianiche che circa ventun secoli dopo, alla nascita di Cristo, ebbero come centro Gerusalemme. Gli eventi di quel secolo memorabile – come tutti gli avvenimenti della storia – affondavano le proprie radici in avvenimenti precedenti. La data del 2160 a.C., perciò, è una data da ricordare. Gli annali di quel periodo di Sumer e Akkad raccontano di un cambiamento politico importante fra gli dèi enliliti. In Egitto quella stessa data segnò l’inizio di cambiamenti politici e religiosi, e ciò che accadde in entrambi i paesi coincise con una nuova fase delle campagne di Marduk, volte a ottenere la supremazia. A dire il vero, furono proprio le acute strategie di Marduk e i movimenti geografici da un luogo all’altro a esercitare un controllo su questa “partita a scacchi degli dèi”. Le mosse di Marduk e i suoi movimenti ebbero inizio quando partì  dall’Egitto per diventare (agli occhi degli Egizi) Amon (scritto anche Amun o Amen), “l’Invisibile” o “il Nascosto”. Secondo gli egittologi il 2160 a.C. rappresenta l’inizio di ciò che viene designato come Primo Periodo Intermedio – un intervallo caotico compreso fra la fine dell’Antico Regno e l’inizio dinastico del Medio Regno. Nelle migliaia di anni dell’Antico Regno, quando la capitale politicoreligiosa era Menfi, nel Medio Egitto, gli Egizi veneravano il pantheon di Ptah, ergendo templi monumentali in onor suo, in onore di suo figlio Ra e dei loro successori divini. Le famose iscrizioni dei faraoni di Menfi glorificavano gli dèi e promettevano un Aldilà per i sovrani. Regnando in quanto surrogati degli dèi, questi faraoni portavano la doppia corona dell’Egitto Superiore (meridionale) e Inferiore (settentrionale), che stava a significare non solo l’unificazione amministrativa dei due paesi, ma anche quella religiosa. Un’unificazione raggiunta quando Horus sconfisse Seth nella battaglia per l’eredità di Ptah/Ra. E poi, nel 2160 a.C., quell’unità e quella certezza religiosa si frantumarono. I disordini videro la frattura dell’unione, l’abbandono della capitale, attacchi dal sud da parte dei principi tebani per ottenere il controllo, incursioni di eserciti stranieri, dissacrazione dei  templi, il collasso di legge e ordine, siccità, carestie e rivolte del popolo affamato. Questi eventi sono riportati in un papiro conosciuto come le Lamentazioni di Ipu-Wer, un lungo testo redatto in geroglifico, composto da diverse sezioni nelle quali viene fornito un resoconto delle calamità e delle tribolazioni; inoltre viene attribuita a un nemico scellerato la colpa per le offese alla religione e per i mali sociali, e viene esortato il popolo a pentirsi e a ripristinare i riti religiosi. Vi è poi una sezione profetica, che descrive la venuta di un Redentore, e un’altra che esalta i tempi idilliaci che sarebbero venuti. All’inizio il testo descrive le infrazioni alla legge e all’ordine e il collasso di una società ben strutturata – una situazione in cui «i guardiani vanno a saccheggiare, il lavandaio rifiuta di portare il proprio carico… i furti sono ognidove… un uomo guarda suo figlio come se fosse un nemico». Pur se il Nilo straripava e irrigava la terra, «nessuno ara… il grano è morto… i magazzini sono vuoti… la sabbia ricopre tutto il paese… il deserto avanza… le donne sono sterili, nessuna riesce a concepire… i morti vengono gettati nel fiume… il fiume è di sangue». Le strade non sono sicure, il commercio è finito, le province dell’Egitto Superiore non sono più tassate; «vi è una guerra civile… sono giunti in Egitto barbari da ogni dove… tutto è in rovina». Alcuni egittologi ritengono che all’origine di questi eventi ci fosse una semplice lotta per ricchezza e potere, un tentativo (alla fine riuscito) dei principi tebani del Sud di controllare e governare l’intero paese. In seguito gli studi hanno associato il crollo dell’Antico Regno a un “cambiamento climatico” che aveva minato inesorabilmente una società che si fondava sull’agricoltura, aveva causato carestie e rivolte della popolazione ridotta allo stremo, stravolgimenti sociali, nonché il crollo stesso dell’autorità. Ma questi stessi egittologi hanno prestato poca attenzione a un cambiamento di grande portata che, forse, è anche il più importante: nei testi, negli inni, nei nomi onorifici dei templi: non veniva adorato più semplicemente Ra, bensì, Ra-Amon, o semplicemente Amon. Ra divenne Amon – Ra l’Invisibile, “invisibile” perché aveva lasciato l’Egitto. Si trattò davvero di un cambiamento religioso che causò una rottura politica e sociale, scrisse Ipu-Wer, un personaggio la cui identità è rimasta oscura. Noi riteniamo che ilcambiamento fu nella trasformazione di Ra in Amon. Le rivolte iniziarono con un crollo delle pratiche religiose e si manifestò nell’abbandono dei templi, dove «il Luogo dei Segreti era stato messo a nudo, gli scritti del recinto augusto erano stati disseminati e uomini comuni li stracciano nelle strade… la magia è divulgata, è alla vista di chi non la conosce». «Ci si ribella contro… il simbolo sacro del re, portato sulla corona del re, l’Ureo (il Serpente Divino)… le ricorrenze religiose vengono modificate… i sacerdoti vengono portati via con la forza.» Dopo aver esortato il popolo a pentirsi, «a offrire incenso nei templi… a fare le offerte agli dèi», il papiro esorta i pentiti a lasciarsi battezzare – a «ricordarsi di immergersi». A questo punto le parole del papiro diventano profetiche. Le Lamentazioni – che gli egittologi definiscono “messianiche” – parlano di “un periodo che verrà” in concomitanza con l’arrivo di un non meglio identificato Salvatore – “un dio-re”. Cominciando con un piccolo gruppo di seguaci, di lui gli uomini diranno: Porta pace sulla terra, è pastore di uomini. Anche se le sue greggi sono piccole, trascorrerà i giorni ad accudirle […] Poi sconfiggerà il male, contro di esso protenderà il braccio. «Le persone chiederanno: “Dov’è oggi? Dorme forse? Perché il suo potere non si vede?”. Ipu- Wer rispondeva: “La sua gloria non la si può vedere, [ma] Autorità, Percezione e Giustizia sono con lui”.» Quei tempi idilliaci, affermava Ipu-Wer nella sua profezia, saranno preceduti dal travaglio messianico della loro nascita: «“La confusione regnerà in tutto il paese, in tumulto e rumore uno ucciderà l’altro, i molti uccideranno i pochi”. Le persone chiederanno: “Il Pastore desidera forse la morte?”. “No,” rispondeva, “è la terra che ordina la morte, ma dopo anni di sofferenza, prevarranno giustizia e un’adorazione giusta.”» Questo – concludeva il papiro – era «quanto disse Ipu-Wer quando rispose alla maestà del Signore onnipotente». Se vi sembrano sorprendenti non solo la descrizione degli avvenimenti e delle profezie messianiche, ma anche la scelta delle parole  di quell’antico papiro egizio, tenetevi forte: il meglio deve ancora venire. Gli studiosi sono a conoscenza dell’esistenza di un altro testo profetico/messianico che ci è giunto dall’antico Egitto, ma ritengono che sia stato composto a posteriori e che finga soltanto una profezia  attribuendosi una data antecedente. Per essere più specifici, mentre il testo afferma di rivelare profezie fatte al tempo di Sneferu, un faraone della Quarta Dinastia (ca. 2600 a.C.), gli egittologi ritengono invece che venne scritto ai tempi di Amenemhet I della Dodicesima Dinastia (ca. 2000 a.C.) – , quindi dopo gli eventi che pretende di profetizzare. Anche così, “le presunte profezie” servono a confermare la veridicità di quei fatti avvenuti nel passato. E molti dettagli e la scelta delle parole stesse della predizione possono essere considerati  agghiaccianti. Si dice che le profezie furono riferite al re Sneferu da un “sommo sacerdoteoracolo” chiamato Nefer- Rohu «un uomo di rango, uno scriba bravo con le dita». Convocato dal re per predire il futuro, Nefer- Rohu «stese la mano per prendere il necessario per scrivere, afferrò un rotolo di papiro» e poi iniziò a scrivere ciò che vedeva, con toni che ricordano molto da vicino le profezie di Nostradamus: Ascolta, gli uomini parlano di qualcosa; È terribile […] Ciò che sarà fatto non è mai stato fatto prima. La Terra è morta. I terreni sono rovinati, nulla più resta. Non vi è più il sole: la gente non lo vede, le nubi lo celano: nessuno può più vivere, il vento del sud si scontra con il vento del nord. I fiumi dell’Egitto sono vuoti […] Ra deve ricominciare dalle fondamenta della Terra. Prima che Ra potesse ripristinare le «fondamenta della Terra» ci sarebbero state invasioni, guerre, spargimenti di sangue. Poi sarebbe seguita una nuova era fatta di pace, tranquillità e giustizia. Sarebbe stata portata da ciò che abbiamo chiamato un Salvatore, un Messia: Giungerà poi un sovrano – Ameni (“Lo Sconosciuto”), lo chiameranno il Trionfante. Figlio dell’Uomo sarà il suo nome in eterno […] Il male verrà scacciato; la giustizia regnerà in sua vece; della sua venuta esulterà il popolo. È sorprendente scoprire queste profezie messianiche apocalittiche e la fine del Male, seguito dalla venuta – dal ritorno – di pace e giustizia – in papiri scritti circa 4200 anni fa; è agghiacciante scoprire in essi una terminologia familiare, come quella del Nuovo Testamento, che parla di uno “Sconosciuto”, di un Salvatore Trionfante, del “Figlio dell’Uomo”. Si tratta, come vedremo, di un filo conduttore che lega gli avvenimenti nel corso dei millenni. Nel 2260 a.C. alla fine dell’Era di Sargon voluta da Ishtar, Sumer visse un periodo di caos, di occupazione da parte di eserciti stranieri, di profanazione dei templi e di confusione sull’ubicazione della capitale e sulla scelta del re.  Per un certo periodo, l’unico porto sicuro nel paese fu Lagash, “centro di culto” di Ninurta, dal quale vennero tenuti fuori gli eserciti dei Gutiani. Ricordando le ambizioni mai sopite di Marduk, Ninurta decise di ribadire il proprio rango di 50 dando istruzioni all’allora re di Lagash, Gudea, di erigere per lui un tempio nuovo nel Girsu, ossia nel recinto sacro della città. Ninurta, qui chiamato NIN.GIRSU, “Signore del Girsu”, aveva già un proprio tempio, nonché un recinto speciale per il suo “Divino Uccello Nero” o macchina volante. Tuttavia la costruzione del nuovo tempio doveva avere delle peculiarità, dei tratti particolari che lo legavano al cielo, consentendo alcune osservazioni astronomiche. Per questo motivo Ninurta invitò a Sumer il dio Ningishzidda (“Thoth” in Egitto), Architetto Divino, nonché Custode dei Segreti delle piramidi di Giza. Non dimentichiamo che Ningishzidda/Thoth era anche il fratello che Marduk aveva costretto all’esilio nel 3100 a.C. ... Queste singolari circostanze che riguardano l’annuncio, la progettazione, la costruzione e la consacrazione dell’E.NINNU (“Casa dei Cinquanta”) sono narrate  con dovizia di particolari nelle iscrizioni di Gudea; questi documenti vennero alla luce nelle rovine di Lagash (un sito ora chiamato Tello) e sono citate abbondantemente nei vari libri delle Cronache Terrestri. Ciò che emerge da quei documenti così dettagliati (incisi su due cilindri di argilla in cuneiforme sumero, è il fatto che dall’annuncio alla consacrazione, ogni fase e ogni dettaglio del nuovo tempio erano condizionati da aspetti celesti legati alla scelta dei tempi per la costruzione stessa dell’edificio: doveva essere il periodo in cui “nei cieli” si sarebbero determinati “i destini della Terra”. Nel giorno in cui fu decretato il destino del Cielo e della Terra, quando Lagash alzò la testa verso il Cielo in accordo con le Grandi Tavole dei Destini Enlil gettò un occhio favorevole sopra Ninurta. Quel periodo speciale, quando nei cieli vennero determinati i destini sullaTerra, era ciò che abbiamo chiamato Tempo Celeste, Orologio Zodiacale. E dal resto della narrazione di Gudea diventa evidente che l’elemento determinante era legato al Giorno dell’Equinozio e al nome egizio di Thoth, Tehuti, l’Equilibratore (di giorno e notte) che “Tende la Corda” per orientare un nuovo tempio. Queste considerazioni di natura celeste continuarono a dominare il progetto dell’Eninnu dall’inizio fino alla fine. La storia di Gudea ebbe inizio con un sogno profetico che sembra un episodio tratto dalla serie Ai confini della realtà; infatti, pur se gli dèi erano svaniti, al suo risveglio Gudea vide poggiati accanto al letto i diversi oggetti che gli erano stati mostrati in sogno. 
In quel sogno-visione (il primo di una serie) comparve all’alba il dio Ninurta e il Sole era allineato con il pianeta  Giove. Il dio informò Gudea che era stato prescelto per erigere un nuovo tempio. Gli apparve poi la dea Nisaba che portava sulla testa, a mo’ di copricapo, una sorta di “plastico” del tempio; in mano teneva una tavoletta sulla quale erano raffigurate le stelle del cielo e con uno stilo sacro indicava il “pianeta a lei propizio”. Un terzo dio, Ningishzidda (ossia Thoth), teneva una tavoletta di lapislazzuli sulla quale era inciso il progetto strutturale del tempio; teneva anche un mattone di argilla, uno stampo per fare i mattoni e un cesto da manovale.  Quando Gudea si risvegliò, le tre divinità erano scomparse, ma sul suo grembo c’era ancora la tavoletta con il progetto , mentre il mattone e il suo stampo erano ai suoi piedi. Sebbene saggio, Gudea non poteva capire queste istruzioni architettoniche, ebbe perciò bisogno dell’aiuto di una dea in grado di interpretare il messaggio divino e di due altri sogni-visioni per comprendere ciò che gli veniva chiesto. Nel terzo sogno-visione gli venne mostrato una sorta di ologramma della costruzione del tempio, cominciando dall’iniziale allineamento con i punti celesti indicati, la posa delle fondamenta, la fattura dei mattoni, – insomma, tutta la costruzione, fase dopo fase, fino al suo completamento. 

Sia l’inizio della costruzione sia la cerimonia della consacrazione finale avrebbero dovuto aver luogo in giorni speciali, indicati dalle divinità; entrambi sarebbero caduti il primo giorno del Nuovo Anno, il che significava il giorno dell’equinozio di primavera. Il tempio “alzò la testa” negli abituali sette gradoni, ma – a differenza dei normali ziggurat sumeri, dalla cima piatta – la sua cima avrebbe dovuto essere appuntita, «della forma di un corno»: Gudea, insomma, doveva mettere sulla cima del tempio un piramidione, come quello delle piramidi egizie . Inoltre, anziché lasciare a vista i mattoni – come era consuetudine – dovette ricoprire la struttura con pietre rossastre, rendendola ancora più simile a una piramide egizia. «Dall’esterno il tempio sembrava proprio una montagna.» 


Che innalzare una struttura simile a una piramide egizia fosse un intento ben preciso, emerge chiaramente dalle parole di Ninurta. Il nuovo tempio, disse a Gudea, si dovrà scorgere da lontano; il suo aspetto imponente raggiungerà i cieli; l’adorazione del mio tempio si estenderà a tutti i paesi, il suo nome celeste verrà proclamato nei paesi ai margini della Terra. A Magan e Meluhha il popolo [esclamerà]: Ningirsu [il “Signore del Girsu”], il Grande Eroe delle Terre di Enlil, è un dio che non ha eguali; è il Signore di tutta la Terra. Magan e Meluhha erano i nomi che in sumero indicavano l’Egitto e la Nubia, i due paesi degli dèi d’Egitto. Lo scopo dell’Eninnu era di stabilire, anche lì, nelle terre di Marduk, la signoria incontrastata di Ninurta: «un dio che non ha eguali, il Signore di tutta la Terra». Proclamare la supremazia di Ninurta (e non quella di Marduk) richiedeva caratteristiche speciali per l’Eninnu. L’ingresso dello ziggurat doveva essere rivolto al Sole – a est – e non, come era consuetudine, a nordest. Nel livello più alto del tempio, Gudea avrebbe dovuto erigere uno SHU.GA.LAM «dove si annuncia il fulgore, il luogo dell’apertura, il luogo della determinazione» dal quale Ninurta/Ningirsu riusciva a vedere «la Ripetizione sopra le sue terre», ossia l’annuale ciclo. Si trattava di una camera circolare con dodici posizioni, ciascuna delle quali era contrassegnata da un simbolo zodiacale, con un’apertura per osservare i cieli: un antico planetario allineato alle costellazioni zodiacali! Nel cortile del tempio, collegato a un viale rivolto alla Levata Eliaca, Gudea doveva erigere due circoli di pietra, uno con sei e uno con sette colonne di pietra, per osservare i cieli. Poiché viene citato un solo viale, si presume che i circoli fossero concentrici. Studiando ciascuna frase, ciascun termine e ciascun dettaglio, diventa chiaro che con l’aiuto di Ningishzidda/Thoth a Lagash era in costruzione un complesso osservatorio in pietra, tuttavia molto funzionale, una parte del quale – completamente dedicata allo zodiaco – ricorda uno di quelli ritrovati a Dendera in Egitto  e l’altra – attrezzata per osservare alba e tramonto, era una vera e propri  Stonehenge sulle rive del fiume Eufrate! 

Come Stonehenge in Gran Bretagna , anche la struttura di Lagash aveva alcune pietre-posizione per osservare solstizi ed equinozi, ma la principale caratteristica esterna era la creazione di una linea di mira che partiva da una pietra centrale, passava attraverso due colonne di pietra e poi, seguendo un viale, arrivava a un’altra pietra. Questa linea di mira, orientata con estrema precisione in fase di progettazione, consentiva di determinare, al momento della Levata Eliaca, in quale costellazione dello zodiaco avrebbe fatto la sua comparsa il Sole. E determinare l’era zodiacale attraverso una precisa osservazione era l’obiettivo principale di tutto il complesso. A Stonehenge la linea di mira correva (e corre ancora) dalla colonna in pietra chiamata Pietra Altare al centro, attraverso due colonne di pietra identificate come sarsen numero 1 e 30, poi lungo il Viale fino alla cosiddetta Pietra del Tallone . È opinione comune che Stonehenge con il doppio cerchio di bluestone e la Pietra del Tallone (chiamato Stonehenge II) risalga a un periodo compreso fra il 2200 e il 2100 a.C. Questo era lo stesso periodo in cui venne costruita anche la Stonehenge sull’Eufrate (per essere precisi, nel 2160 a.C.). 

Non si trattò affatto di una coincidenza. Nello stesso periodo, infatti, proliferarono in altre regioni della Terra numerosi osservatori in pietra, in particolare in diverse località in Europa, in Sud America, sulle Alture del Golan a nordest di Israele e persino nella remota Cina (dove gli archeologi hanno scoperto, nella provincia di Shanzi, un cerchio di pietra con tredici colonne allineato allo zodiaco che risale al 2100 a.C. circa). Si trattava di contromosse ben meditate da parte di Ninurta e di Ningishzidda in risposta alle mosse di Marduk in questa partita a scacchi tra dèi: dimostravano così all’umanità che era ancora l’era zodiacale del Toro. Diversi testi di quel periodo, inclusi un testo autobiografico dello stesso Marduk e un testo più lungo, l’Epopea di Erra, gettano luce sulle peregrinazioni di Marduk al di fuori dell’Egitto, quando era diventato l’Invisibile. Rivelano anche che le sue pretese e le sue azioni furono caratterizzate da fretta e da ferocia perché convinto che fosse giunta la sua era di supremazia. I Cieli annunciano la mia gloria come Signore, affermava. Perché? Perché credeva che fosse terminata l’Era del Toro, l’era di Enlil, ecco perché. Era arrivata l’Era dell’Ariete, l’era zodiacale di Marduk. Proprio come Ninurta aveva detto a Gudea, era il momento in cui in cielo si determinavano i destini sulla Terra. Le ere zodiacali, ricordiamo, erano causate dal fenomeno della precessione, il ritardo dell’orbita terrestre attorno al Sole. Questo ritardo è di un grado (su 360°) in 72 anni; una divisione arbitraria del grande circolo in 12 segmenti di 30 gradi ciascuno significa che, matematicamente, il calendario zodiacale passa da un’era all’altra ogni 2160 anni. E poiché il Diluvio si era verificato, secondo i testi sumeri, nell’Era del Leone, il nostro orologio zodiacale può iniziare nel 10860 a.C. circa. Se in questo calendario zodiacale determinato matematicamente con cambio ogni 2160 anni si pone l’inizio nel 10800 a.C. anziché nel 10860 a.C., otteniamo una tabella davvero interessante: da 10800 a 8640 – Era del Leone (Leone) da 8640 a 6480 – Era del Granchio (Cancro) da 6480 a 4320 – Era dei Gemelli (Gemelli) da 4320 a 2160 – Era del Toro (Toro) da 2160 a 0 – Era dell’Ariete (Ariete) Accantonando il risultato finale, che è sincrono con l’inizio dell’era cristiana, ci si deve chiedere se fu una semplice coincidenza che l’era di Ishtar-Ninurta si esaurì nel 2160 a.C. circa, proprio quando, secondo il calendario zodiacale succitato, stava finendo anche l’Era del Toro, l’era di Enlil? Forse non si trattò di una coincidenza. Di sicuro Marduk non credeva alle coincidenze. Le prove che abbiamo a disposizione suggeriscono che era certo che, secondo il Tempo Celeste, fosse giunta l’ora della sua supremazia, la sua era. (Studi moderni dell’astronomia mesopotamica confermano che il cerchio zodiacale era davvero diviso in dodici case di 30 gradi ciascuna – una divisione più matematica che non legata a osservazioni.) I diversi testi che abbiamo citato indicano che nei suoi spostamenti Marduk fece un’altra incursione nel cuore delle terre degli Enliliti, giungendo a Babilonia con una schiera di seguaci. Anziché far ricorso al conflitto armato, gli Enliliti chiamarono Nergal, fratello di Marduk (la cui sposa era la nipote di Enlil) affinché dall’Africa meridionale si recasse a Babilonia per convincerlo a lasciare quelle terre. Nelle sue memorie, conosciute con il nome di Epopea di Erra, Nergal raccontò che Marduk continuava a insistere sul fatto che era giunta la sua era, l’Era dell’Ariete. Ma Nergal gli ribatté che non era vero: la Levata Eliaca, disse a Marduk, è ancora nella costellazione del Toro! Infuriato, Marduk mise in dubbio l’accuratezza delle osservazioni. Chiese a Nergal cosa ne era stato degli strumenti precisi e affidabili che avevano in dotazione prima del Diluvio, installati nel suo dominio del Mondo Inferiore. Nergal gli spiegò che quegli strumenti erano andati distrutti nel Diluvio e lo esortò ad andare a verificare quale costellazione si vedeva nel giorno stabilito al sorger del Sole. Non sappiamo se Marduk si recò a Lagash per compiere quell’osservazione, ma sappiamo che comprese il motivo della discrepanza: mentre matematicamente le ere cambiavano ogni 2160 anni, in realtà, in base alle osservazioni, il cambio non avveniva con tale regolarità. Le costellazioni zodiacali, nelle quali le stelle erano raggruppate in modo arbitrario, non erano tutte di uguale misura. Alcune, infatti, occupavano un arco più grande dei cieli, alcune uno più piccolo. E, come accadde, la costellazione dell’Ariete era una delle più piccole, stretta fra quella del Toro e dei Pesci . Nel cielo, la costellazione del Toro, che occupa più di 30 gradi dell’arco celeste, perdura ancora due secoli oltre il suo limite matematico. 


Nel XXI secolo a.C., dunque, il Tempo Celeste e il Tempo Messianico non coincisero. «Va’ via in pace e ritorna quando i cieli dichiareranno che è giunta la tua era», disse Nergal a Marduk. Rassegnandosi al proprio fato Marduk se ne andò, ma senza allontanarsi troppo. E con lui, come emissario, portavoce e araldo c’era suo figlio, la cui madre era una donna terrestre.

Nessun commento:

Posta un commento