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lunedì 4 aprile 2016

DA SUMER ALLA VALLE DELL'INDO


Nonostante i molti legami che gli antichi Greci avevano indi-viduato tra la loro teogonia e quella egizia, è molto più lontano - in India - che gli studiosi europei del XIX secolo trovarono corrispondenze ancora più sorprendenti. Non appena, alla fine del XVIII secolo, si arrivò alla compren-sione del sanscrito, la lingua dell'antica India, vennero tradotti e diffusi in Europa moltissimi scritti fino a quel momento sconosciuti. Appannaggio, almeno inizialmente, di studiosi inglesi, gli scritti letterari, filosofici e mitologici in sanscrito divennero ben presto l'interesse principale di intellettuali e poeti tedeschi, poi che il sanscrito si rivelò essere la madre di tutte le lingue indoeuropee (tra cui quella germanica) e in quanto si scoprì che a portarla in India erano stati gli «Ariani», emigranti provenienti dalle coste del Mar Caspio, che i tedeschi consideravano anche loro progenitori. Il fulcro di questa letteratura era rappresentato dai Veda, scritture sacre che la tradizione indù considerava non di origine umana, ma composte dagli dèi in un'epoca precedente, e che furono , portate nel subcontinente indiano da emigranti ariani nel secondo millennio a.C, sotto forma di tradizioni orali. Col tempo, però, gran parte dei 100.000 versi originari andò perduta, e cosi, verso il 200 a.C, un saggio pensò di riportare per iscritto i restanti versi, dividendoli in quattro parti: Rig-Veda (il "Veda dei versi"), composto da dieci libri; Sama-Veda (i "Veda cantati"); Yajur-Veda (per lo più preghiere sacrificali) e Atharva-Veda (formule magiche e incantesimi). Con il passare del tempo, alle diverse componenti dei Veda e agli altri testi che da essi derivavano (Mantra, Brahamana, .Aranyaka, Upanishad) si aggiunsero i non-vedici Purana ("scritti antichi"), i quali, insieme ai grandi racconti epici dei Mahabhara-ta e Ramayana, costituiscono le fonti delle tradizioni ariane e'indù su Cielo e Terra, dèi ed eroi. Non tutti questi testi in sanscrito sono attendibili, precisi e coerenti l'uno con l'altro, sia a causa del lungo tempo trascorso prima che, dalla forma orale, venissero trasposti in forma scritta, sia perché per indicare le varie divinità utilizzano interscambiabilmente una gran quantità di nomi, epiteti e termini generici (alcuni dei quali si sono poi rivelati di origine non ariana). Tuttavia alcuni fatti e avvenimenti narrati in questi scritti emergono come punti fermi della tradizione ariana-indù. Al principio, secondo queste fonti, vi erano soltanto corpi celesti, «gli esseri primordiali che fluiscono». Nei cieli si ebbe poi un rivolgimento, in seguito al quale «il Drago» fu diviso in due parti dai «flussi delle tempeste». A queste due parti il racconto attribuisce nomi di origine non ariana: Rehu, la parte superiore del pianeta distrutto, continua ad attraversare i cieli in cerca di vendetta; la parte inferiore, Ketu ("colui che è stato tagliato"), si unì invece agli «esseri primordiali» e al loro «flusso» (orbita). Molte ere passarono, finché comparve una dinastia di dèi del Cielo e della Terra.A capo della dinastia vi era MarIshi, che ebbe sette (o dieci) figli dalla sua consorte Prit-Hivi ("l'ampia"), personificazione della Terra. Uno di essi, Kas-Yapa ("quello del trono") si proclamò capo dei Deva ("splendenti"), assumendo il titolo di Dyaus-Pitar ("padre del Cielo"): da qui, senza dubbio, derivò il nome greco Zeus ("Dyaus") e il suo corrispondente romano Juppiter ("Dyauspiter"). Alquanto prolifico, Kasyapa generò molti dèi, giganti e altri esseri mostruosi da diverse mogli e concubine, I principali, conosciuti uno per uno e venerati fin dall'epoca dei Veda, erano gli Aditya, alcuni dei quali messi al mondo dalla consorte di Kasyapa, Aditi ("senza legami"). In origine essi erano sette: Vishnu, Varuna, Mitra, Rudra, Pushan, Tvashtri e Indra. A questi si aggiunse poi Agni, un figlio che Kasyapa ebbe o da sua moglie Aditi o (come sostegono alcuni testi) dalla sua stessa madre Prithivi. Come nell'Olimpo dei Greci, anche qui il numero degli Aditya (i figli di Aditi) salì alla fine a dodici. Tra essi vi era Bhaga, che secondo gli studiosi divenne il supremo dio slavo Bogh, L'ultimo figlio di Aditi  ma non è certa, in questo caso, la paternità di Kasyapa  fu Surya. Tvashtri ("colui che modella"), nel suo ruolo di "tuttofare" - artigiano degli dèi  fornì agli altri dèi veicoli volanti e armi magiche. Con un lucente metallo celeste egli costruì un disco per Vishnu, un tridente per Rudra, un'«arma fiammeggiante» per Agni, un «lanciafulmini» per Indra e un «bastone volante» per Surya. . Nelle antiche raffigurazioni indù, tutte queste armi comparivano nelle mani delle divinità sotto forma di missili di forme diverse . Gli dèi vennero riforniti anche di altre armi dagli assistenti di Tvashtri: Indra, per esempio, ottenne una «rete aèrea» con la quale riusciva a intrappolare i nemici durante le battaglie celesti. Questi carri celesti o veicoli aerei erano sempre descritti come luminosi e splendenti, fatti o ricoperti d'oro. Il Vimana (veicolo aereo) di Indra aveva sui lati dei fari che emanavano luce e, muovendosi «più veloce del pensiero», attraversava rapidamente grandi distanze. I suoi cavalli invisibili avevano «occhi di sole», emettevano un bagliore rossastro, ma erano anche in grado di cambiare colore. 

In altri casi essi si presentavano «a più piani» e talvolta potevano non solo volare.nell'aria, ma anche sott'acqua. Nell'epopea del Mahabharata, così viene descritto l'arrivo degli dèi, a bordo dei loro veicoli aerei, a un banchetto nuziale (rifac ciamoci alla traduzione inglese di R. Dutt in Mahabharata, The Epic ofAncientIndia): „ 

Gli dèi, sui loro carri portati dalle nuvole, arrivarono tranquillamente sul posto: I luminosi Aditya nel loro splendore, i Marut muovendosi nell'aria; gli alati Suparna, e i Naga coperti di squame, Deva Rishies puro e alto, e i Gandharva, famosi per la loro musica; (e) la bella Apsaras del cielo. ... Splendenti veicoli celesti, tutti insieme, solcavano il cielo limpido e azzurro.

I testi parlano anche degli Ashvins ( " guidatori" ), dèi che si erano specializzati nel pilotare carri aerei. «Veloci come giovani falchi», essi erano «i migliori condottieri di carri nel cielo» e lavoravano sempre in coppia, accompagnati da un navigatore. I loro veicoli, che talvolta apparivano a gruppi, erano fatti d'oro, «luminosi e splendenti... con comodi sedili e ondeggiavano leggermente». Erano costruiti su tre livelli e avevano tre sedili, tre pilastri di sostegno e tre ruote. «Quel vostro carro», si legge nell'inno 22 del Libro Vili dei Rig-Veda «ha un triplo sedile e redini d'oro , quel famoso veicolo che attraversa Cielo e Terra». Le ruote, a quanto sembra, avevano funzioni diverse: 
una sollevava la macchina, un'altra orientava la direzione e la terza regolava la velocità: 
«Una delle ruote del tuo carro si muove rapidamente attorno; un'altra rende veloce il tuo corso». Come gli dèi greci, anche quelli dei Veda dimostravano scarsa moralità e ben pochi scrupoli in fatto di sesso: 
talvolta la facevano franca, altre volte no, come quando gli indignati Aditya scelsero Rudra ("quello dai tre occhi") per uccidere il loro nonno Dyaus che aveva violentato la loro sorella Ushas. (Dyaus, ferito, riuscì a salvarsi fuggendo in un lontano corpo celeste.) E come gli dèi greci, anche questi, secondo il complesso delle tradizioni indù,, in un'epoca successiva si mescolarono, attraverso guerre e amori, ai re e agli eroi mortali. In queste situazioni i veicoli aerei degli dèi si trovavano a svolgere un ruolo ancora più importante delle armi. Così, per esempio, quando un eroe era sul punto di annegare, gli Ashvins arrivavano con una flotta di tre carri aerei, «metteva-no in funzione l'equipaggiamento a prova d'acqua che attraversa il cielo», si tuffavano nell'oceano, prendevano l'eroe dagli abissi marini e «lo riportavano sulla terra, al di là dell'oceano liquido». Vi era poi la storia di Yayati, un re che sposò la figlia di un dio. Quando la coppia mise al mondo dei figli, il nonno, felice, gli regalò «un carro celeste splendente d'oro, che poteva arrivare ovunque senza difficoltà». Senza perdere tempo, «Yayati salì sul carro e, invincibile in battaglia, nel giro di sei notti conquistò tut-ta la Terra». Come l'Ilìade, anche le tradizioni indù raccontano di guerre di uomini e dèi dove la posta in gioco erano eroine di rara bellezza. La più nota di queste tradizioni è contenuta nel Ramayana, il lungo poema epico su Rama, il principe la cui bellissima moglie venne rapita dal re di Lanka (l'isola di Ceylon, l'attuale Sri Lanka, al largo dell'India). Tra gli dèi che corsero ad aiutare Rama vi fu Hanuman, il dio con il volto da scimmia, che combattè in cielo con l'alato Garuda , uno dei mostruosi figli di Kasyapa. 

Un altro racconto riguardava poi Sukra, un dio «reo di immoralità», il quale rapì Tara, la bella moglie del conducente del carro di Indra. «L'illustre Rudra» e altri dèi accorsero in aiuto del marito offeso. Ne seguì «una terribile, distruttiva battaglia tra dèi e demoni per la bella Tara». Malgrado le armi portentose di cui disponevano, gli dèi ebbero la peggio e dovettero ricorrere al-l'aiuto della "Prima Divinità": 
fu quindi il nonno degli dèi in persona a scendere sulla Terra e a mettere fine ai combattimenti restituendo Tara a suo marito. Poco dopo Tara diede alla luce un figlio «la cui bellezza superava quella dei celesti ... Pieni di sospetti, gli dèi le chiesero chi fosse il vero padre del bambino, se il suo legittimo marito o il dio che l'aveva rapita». La dea dichiarò che il bambino era figlio di Soma, «la Celeste Immortalità», e lo chiamò Budah. Tutto questo, però, sarebbe avvenuto in un'epoca successiva; anticamente, infatti, gli dèi combattevano per cause ben più importanti di una donna, quali la supremazia, per esempio, e il dominio sulla Terra e sulle sue risorse. Con tutti i figli che Kasyapa aveva avuto da mogli e concubine, e con tutti i discendenti degli altri dèi, il conflitto divenne ben presto inevitabile. Il ruolo dominante dei figli di Aditi era particolarmente osteg-giato dagli Asma, dèi più anziani anch'essi figli di Kasyapa, messi al mondo dalle loro madri prima che nascessero i figli di Aditi. I loro nomi non avevano un'origine ariana, ma decisamente medio orientale, per la loro affinità ai nomi delle divinità supreme di Assiria, Babilonia ed Egitto, Ashur, Asar, Osiride; a causa di ciò,con l'andar del tempo, finirono per assumere, nella tradizione indù, il ruolo di divinità maligne, i cosiddetti «demoni». Gelosie, rivalità e altre cause di dissidio finirono per provocare una guerra quando la Terra, «che inizialmente produceva cibo senza essere coltivata», fu prostrata da una carestia che la colpì tutta, senza risparmiare alcuna regione. Gli dèi, rivelano i testi, preservarono la loro immortalità bevendo Soma, un nettare proveniente dalla Dimora Celeste che un'aquila aveva portato sulla Terra e che si beveva misto al latte. Le «mucche degli dèi» fornivano poi la carne da arrostire durante i «sacrifici» che gli dèi tan-to amavano. Venne, però, un tempo in cui anche questi beni cominciarono a scarseggiare. Il Satapatha Brahmano, descrive gli avvenimenti che seguirono:

Gli dèi e gli Asura, entrambi progenie del Padre degli dèi e degli uomi-ni, lottavano per la supremazia. Gli dèi sconfissero gli Asura, ma, ugual-mente, costoro continuarono a tormentarli. Gli dèi e gli Asura ... lottarono [di nuovo] per la supremazia. Questa volta furono gli dèi ad avere la peggio. E gli Asura pensavano: "Certo soltanto a noi appartiene questo mondo!" Quindi dissero: «Bene, allora dividiamoci là Terra tra noi; e, dopo la spartizione, stabiliamoci qui». E così si misero a dividerla da ovest a est. A sentire ciò, gli Aditya sconfitti decisero di implorare che anche a lo-ro venisse concessa una parte delle risorse della Terra: All'udire questo, gli dèi dissero: «Gli Asura stanno davvero dividendosi la Terra! Venite, andiamo anche noi là; che ne sarà di noi se non ot-terremo una parte della Terra?» E, dopo aver nominato Visnu loro capo, andarono dagli Asura.

Ostentando una sarcastica arroganza, gli Asura si offrirono di concedere agli Aditya solo la parte della Terra che Vishnu poteva occupare con il proprio corpo... Ma gli dèi usarono un sotterfugio e misero Vishnu in un «luogo chiuso», dal quale poteva «camminare in tre direzioni», e in tal modo ottennero tre delle quattro regioni della Terra.  Clamorosamente umiliati, gli Asura cercarono di attaccare da sud; allora gli dèi chiesero ad Agni «come potevano sconfiggere gli Asura per sempre». Agni suggerì una manovra a tenaglia: 
mentre gli dèi attaccheranno dalle loro regioni «io li aggirerò da nord e così li chiuderemo da ogni parte e li sconfiggeremo».Dopo aver sconfitto gli Asura, affermano i Satapatha Brahmana, «gli dèi erano ansiosi di compiere i sacrifici», e moltissimi brani degli antichi scritti indù hanno appunto a che fare con la cattura degli animali da sacrificare e con il rifornimento della bevanda di Soma. Queste guerre vennero combattute sulla terraferma, in aria e sotto il mare. Gli Asura, secondo il Mahabbarata, costruirono tre roccaforti di metallo nei cieli, dalle quali attaccarono le tre regio-ni della Terra. I loro alleati nella guerra contro gli dèi potevano rendersi invisibili, come invisibili erano le armi che utilizzavano; altri, invece, combattevano da una fortezza sottomarina, che avevano strappato agli dèi. Un dio che si distinse in queste battaglie fu Indra ("tempesta"). Sulla terraferma egli abbattè 99 roccaforti degli Asura, uccidendo un gran numero dei loro seguaci armati. Nei cieli, invece, combatteva gli Asura, nascosti nelle loro «nuvole fortezza», dal suo veicolo aereo. Alcuni inni contenuti nel RigVeda elencano gruppi di dèi, come pure divinità singole, sconfitte da Indra (rifacciamoci alla traduzione inglese di R.T. Griffith, The Hymns ofthe RigVeda):

Con il tuo colpo ferale abbattesti il Sasyu ... . 
Lontano dal suolo del Cielo in ogni direzione gli antichi e immondi esseri andarono incontro alla distruzione ... I Dasyu scacciasti dai cieli. Essi affrontarono in combattimento la schiera dei senza macchia, poi i Navagvas sfoggiarono tutta la loro forza. Come eunuchi che si trovano a combattere contro uomini veri; essi fuggirono, per mille strade furono1 dispersi da Indra. Indra distrusse i possenti castelli di Ilibsa e mandò in pezzi .Sushna con il suo corno. Tu abbattesti il nemico con il tuo tuono ... Fiera sul nemico cadde l'arma di Indra, con il suo tuono veloce cadde in pezzi la città. Te ne vai intrepido di battaglia in battaglia, distruggendo con la tua forza castello dopo castello. Tu, Indra, con il tuo amico che abbatte l'avversario, sconfiggesti da lontano l'astuto Namuchi. Tu colpisti nella morte Karanja, Parnaya ... Tu hai distrutto le cento città di Vangrida. Le creste dell'alto cielo facesti tremare  quando, audace, colpisti da solo Sambara.

Dopo aver dunque sconfitto e annientato i nemici in combat-timenti individuali o collettivi, Indra rivolse i suoi sforzi a liberare il bestiame. I «demoni» lo avevano nascosto all'interno di una montagna e vi avevano messo a guardia Vaia ("colui che circon-da"); Indra, con l'aiuto degli Angirase, giovani dèi che erano in grado di emettere fiamme divine, irruppe nel nascondiglio fortificato e liberò le mucche. (Alcuni studiosi, come J. Herbert in Hindu Mythology, sostennero che ciò che Indra aveva liberato o recuperato era invece un «raggio divino», non delle mucche, perché in sanscrito la parola go ha entrambi i significati.) Inizialmente, quando queste guerre erano appena cominciate, gli Aditya avevano dato ad Agni ("agile") il titolo di Hotri, cioè "capo della missione". Con il passare del tempo  secondo alcuni testi le guerre sarebbero durate oltre mille anni  il ruolo di comando passò a Vishnu ("attivo"). Tuttavia, una volta terminati i combattimenti, Indra, che tanto aveva contribuito alla vittoria, rivendicò per sé il diritto alla supremazia. Come nella Teogonia greca, uno dei suoi primi atti in questo senso fu l'assassinio di suo padre. Il RigVeda (Libro VI 18, 12) pone a Indra la domanda retorica: «Indra, chi ha reso vedova tua madre?» La risposta si presenta anch'essa sotto forma di domanda: «Quale dio era presente nella mischia, quando tu uccidesti tuo padre, prendendolo per i piedi?». A causa di questo crimine gli dèi proibirono a Indra di bere il Soma, mettendo così in serio pericolo la sua immortalità. Quindi «salirono al cielo», lasciando Indra con le mucche che aveva recuperato. Egli, però, «li seguì, sollevandosi con la sua arma tuono»; si levò in volo partendo dall'insediamento degli dèi posto più a nord. Impauriti dalla sua arma, gli dèi gridarono: «Non lanciarla!» e acconsentirono a riammettere Indra nella cerchia di coloro che avevano il privilegio di attingere al nutrimento divino. La presa del potere da parte di Indra, però, non fu affatto tranquilla e incontrastata: a ostacolarla ci pensò Tvashtri, del quale alcuni inni parlano indirettamente come del «Primogenito»  un fatto che può dunque spiegare le sue pretese alla suc-cessione. Indra lo sconfisse rapidamente con la sua arma-tuono, proprio quella stessa arma che Tvashtri aveva fabbricato per lui.Fu poi la volta di Vritra ("l'ostruttore") che tentò di insidiare la supremazia di Indra. Alcuni testi parlano di lui come del primogenito di Tvashtri, ma secondo alcuni studiosi doveva trattarsi piuttosto di una specie di "mostro" meccanico, dal momento che aveva la capacità di crescere a dismisura in pochissimo tempo. Inizialmente Indra uscì sconfitto dalla lotta e, abbandonato da tutti, dovette fuggire in un angolo remoto della Terra. Solo i 21 Marut rimasero al suo fianco: costoro erano gli dèi che stavano a bordo dei veicoli aerei, che «tuonavano rumorosamente quando i venti facevano dondolare le monta-gne» nel momento in cui essi «si levavano in alto»:

Questi esseri davvero portentosi, rossi di colore, correvano vorticosamente, con un forte rimbombo, sulle creste del cielo ... E si diffondevano con scie di luce ... Lucenti, celestiali, con fulmini nelle mani ed elmi d'oro in testa.

Con l'aiuto dei Marut, Indra tornò dunque per sconfiggere Vritra. Gli inni altisonanti che descrivono questa battaglia sono stati tradotti da J. Muir {Originai Sanskìrt Texts):

Con il suo veicolo, il dio possente sale verso il cielo a grande velocità, come un eroe attraversa il cielo da parte a parte. La schiera dei Marut, impetuosi spiriti della tempesta, è la sua scorta, Essi corrono su macchine luminose, e brillano di guerresca, superba fierezza.. La loro voce è come un ruggito di leone; con la forza del ferro consumano i loro denti. Essi scuotono le colline e la terra stessa; tutte le creature tremano al loro arrivo.

Mentre la terra tremava e tutte le creature si lanciavano in cerca di un riparo, soltanto Vritra, il nemico, con calma li osservava arrivare:

Sul cocuzzolo di una montagna, in alto nel cielo, risplendeva la fulgida fortezza di Vritra. Sulle sue mura, in posa marziale, se ne stava il gigantesco demone, confidando nelle sue arti magiche, armato con una messe di dardi fiammeggianti.
«Impavido, senza paura del potente braccio di Indra», e del «terribile volo mortale» che stava per abbattersi su di lui, Vritra aspettava.
Ed ecco, infine, l'orrendo spettacolo di dèi e demoni in battaglia tra loro. Vritra sparò i suoi missili appuntiti tuoni e lampi scagliò, fitti come pioggia. Ma il dio fronteggiò l'impeto della sua ira e scansava ogni volta le armi che invano Vritra gli scagliava contro.

Quando Vritra finì la scorta di missili, Indra potè passare all'attacco:

Allora i lampi illuminarono il cielo e i tuoni che Indra fieramente scagliava caddero con un boato Persino gli dèi se ne stavano là, impietriti dalla paura; e il terrore riempì il mondo intero....

I fulmini scagliati da Indra, «fabbricati dalla mano esperta di Tvashtri», con ferro divino, erano missili complessi che emettevano fuoco:

Chi può sopportare la pioggia di frecce scagliata dalla rossa mano destra di Indra, i fulmini a cento punte, i dardi di ferro a mille punte, che, ardenti, attraversano il cielo e percorrono impavidi il loro cammino, e abbattono anche il più fiero dei nemici, con un colpo improvviso e ineluttabile, il cui solo rumore mette le ali a colui che, folle, osa sfidare la potenza del Tonante.

Senza mai sbagliare, tutti i missili, guidati, colpivano sempre l'obiettivo:

E così la pioggia di ferro di Indra suonava rintocchi di morte per Vritra; ferito a morte, tra orride grida, il demone morente precipitò dalla sua torre di nuvole.

Caduto a terra «come un tronco d'albero abbattuto da un'ascia», Vritra se ne stava là, disteso; ma, sebbene «privo ormai di mani e piedi, seguitava a sfidare Indra», Questi, allora, gli diede il colpo di grazia e «lo colpì con forza tra le spalle». La vittoria di Indra era dunqua completa; ma Destino ci mise mano, facendo sì che i frutti di questa vittoria non fossero soltanto suoi. Quando infatti egli cominciò a rivendicare il trono di Kasyapa, suo padre, si riaffacciarono i vecchi dubbi sulla vera paternità di Indra. Era un dato di fatto che, subito dopo la sua nascita, sua madre l'aveva dovuto nascondere dall'ira di Kasyapa. Perché? Vi era forse qualche fondo di verità nelle dicerie che circolavano circa il fatto che il suo vero padre fosse in realtà il suo fratello maggiore, Tvashtri? I Veda alzano solo in parte il velo su questo mistero. Ci dicono, tuttavia, che, per quanto grande e potente egli fosse, Indra non regnò da solo, ma dovette dividere il potere con i suoi fratelli Agni e Surya  proprio come Zeus dovette spartire i domini con i suoi fratelli Ade e Poseidone.



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