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domenica 3 gennaio 2016

La punizione di Enlil / Yahweh all'essere umano : "dolori, vertigini, brividi, febbre,malattie, morbi e pestilenze",non il diluvio come si è sempre pensato...

Che cosa fu, in realtà, questo Diluvio, che con la furia delle sue acque spazzò tutta la Terra? Secondo alcuni si tratterebbe di una delle consuete inondazioni annuali della piana dove scorrono il Tigri e l'Eufrate, un'inondazione particolarmente violenta che sommerse campi e città, uomini e animali; e i popoli primitivi, vedendo in essa una punizione divina, cominciarono a diffondere la leggenda del Diluvio. In uno dei suoi libri, Excavations at Ur («Scavi di Ur»), Sir Leonard Woolley racconta che, nel 1929, mentre volgevano al termine gli scavi presso il Cimitero Reale di Ur, gli operai videro un piccolo pozzo, nei pressi di una collinetta poco lontana, e cominciarono a scavare in quel punto. A circa un metro di profondità, raggiunsero uno strato di fango indurito, che di solito segna il livello in cui, nella zona interessata, è cominciata la civiltà. Ma era davvero possibile che millenni di vita urbanizzata avessero lasciato solo un metro di strato archeologico? Sir Leonard fece proseguire gli scavi di un altro metro, poi di un metro e mezzo: si trovava ancora "suolo vergine", cioè fango privo di tracce di abitati umani. Ma dopo aver scavato per oltre tre metri, gli operai arrivarono a uno strato che conteneva frammenti di vasellame e utensili di selce: tracce, dunque, di una civiltà antichissima, sepolta sotto più di tre metri di fango! Sir Leonard si precipitò a scendere per esaminare il materiale. Chiamò i suoi assistenti per avere la loro opinione, ma nessuno sapeva avanzare una teoria plausibile. Fu la moglie di Sir Leonard ad affermare, quasi per caso: «Beh, ma è ovvio:sarà il Diluvio». Altre delegazioni archeologiche che operarono in Mesopotamia, però, gettarono dubbi su questa fantastica intuizione. Lo strato di fango privo di tracce di abitati umani indicava sì un'inondazione; ma mentre i depositi di Ur e al- Ubaid collocavano tale alluvione tra il 4000 e il 3500 a.C, un analogo deposito scoperto più tardi a Kish venne datato intorno al 2800 a.C. Sempre al 2800 a.C. vennero datati degli strati di fango trovati a Erech e Shuruppak, la città del Noè sumerico. A Ninive gli archeologi trovarono, a una ventina di metri di profondità, non meno di 13 strati alternati di fango e sabbia di fiume, databili tra il 4000 e il 3000 a.C. Molti studiosi ritengono perciò che quelle che Woolley trovò erano tracce di diverse alluvioni locali, avvenimenti non rari in Mesopotamia, determinati dalle periodiche piogge torrenziali, dalle impressionanti piene dei due grandi fiumi e dai frequenti cambiamenti del loro corso. Tutti questi strati di fango, hanno concluso gli studiosi, non indicavano quella immensa calamità, quel monumentale evento preistorico che il Diluvio dovette essere. L'Antico Testamento è un capolavoro di brevità e precisione letteraria. Ogni parola è scelta per comunicare un significato ben preciso; i versi sono ordinati secondo un piano prestabilito e nessuno è mai più lungo del necessario. L'intera storia dalla Creazione fino all'espulsione di Adamo ed Eva dal Giardino dell'Eden è raccontata in soli 80 versi; 58 ne occorrono per la genealogia completa di Adamo, anche quando viene separata tra la linea di Caino e quella di Seth ed Enosh. Ma alla storia del Diluvio Universale sono dedicati ben 87 versi. In termini giornalistici, si tratta di una storia "che fa notizia": lungi
dall'essere un evento puramente locale, fu una catastrofe che coinvolse tutta la Terra, tutta l'umanità. Nei testi mesopotamici si dice a chiare lettere che l'evento interessò "i quattro angoli della Terra". Si trattò dunque di un momento cruciale, un vero spartiacque nella preistoria della Mesopotamia: vi furono avvenimenti, città e genti prima del Diluvio e altri avvenimenti, città e genti dopo il Diluvio; vi furono le gesta degli dèi e la "sovranità" che essi portarono dal cielo prima del Diluvio, e il corso che gli eventi divini e umani presero a seguire quando la sovranità venne riportata sulla Terra dopo il Diluvio. Riferimenti al Diluvio si ritrovano non soltanto negli elenchi completi dei re, ma anche in testi che parlavano dei singoli sovrani e dei loro antenati. Uno, per esempio, riguardante Ur- Ninurta, parlava del Diluvio come di un avvenimento molto lontano nel tempo:

Quel giorno, quel lontano giorno, quella notte, quella notte
remota, quell'anno, quell'anno lontano, quando avvenne il
Diluvio.

Il re assiro Assurbanipal, grande amante delle scienze, che fece costruire a Ninive un'enorme biblioteca dove raccolse un'infinità di tavolette d'argilla, dichiarò in una delle sue iscrizioni commemorative di aver trovato e di saper leggere "iscrizioni in pietra dell'epoca precedente al Diluvio". Un testo accadico sui nomi e sulla loro origine precisa che i nomi trattati appartengono a "re vissuti dopo il Diluvio"; uno dei re veniva poi esaltato come appartenente "al seme preservato da prima del Diluvio". Diversi testi scientifici, infine, citavano come fonti "gli antichi saggi di prima del Diluvio". No, il Diluvio non fu un avvenimento strettamente locale o una delle periodiche inondazioni. Fu senza alcun dubbio un evento traumatico che scosse la Terra intera, una catastrofe di tale portata che né gli dèi né gli uomini ne conobbero mai una eguale. I testi biblici e mesopotamici che abbiamo appena esaminato lasciano, tuttavia, alcuni dubbi irrisolti. Qual era la dura prova che il genere umano dovette sopportare, tanto che la nascita di
Noè ("Tregua") fu salutata come la speranza della fine di ogni sofferenza? Qual era il "segreto" che gli dèi giurarono di mantenere, e che Enki fu accusato di aver rivelato? Perché il lancio di un veicolo spaziale da Sippar costituiva il segnale convenuto al quale Utnapishtim doveva entrare e chiudersi nell'arca? Dove erano gli dèi mentre le acque coprivano anche le montagne più alte? E come mai furono tanto lieti del sacrificio di carne offerto da Noè/Utnapishtim? Cercando con ordine le risposte a queste e ad altre domande, scopriremo che il Diluvio non fu una punizione premeditata imposta volontariamente dagli dèi e che, benché prevedibile, esso era un evento inevitabile, una calamità naturale nella quale gli dèi non svolsero un ruolo attivo, ma piuttosto passivo. Dimostreremo che il segreto che gli dèi giurarono di mantenere era una macchinazione contro l'umanità: nascondere ai terrestri le informazioni di cui essi disponevano circa il disastro che stava per abbattersi sul pianeta, affinché i Nefilim potessero salvarsi mentre il genere umano periva. Gran parte di ciò che oggi sappiamo sul Diluvio e sugli avvenimenti che lo precedettero derivano dal testo Quando gli dèi come gli uomini. In quell'opera il protagonista del Diluvio si chiamava Atra-Hasis. Nella parte dell'Epica di Gilgamesh relativa al Diluvio Enki chiamava Utnapishtim "colui che è straordinariamente saggio" - cioè, in accadico, atra-hasis. Gli studiosi hanno avanzato l'ipotesi che i testi che hanno come protagonista Atra-Hasis fossero parti di un precedente racconto sumerico sul Diluvio. Col tempo vennero alla luce tante tavolette babilonesi, assire, canaanite e persino originali sumeriche, che fu possibile ricostruire un quadro generale dell'epica di Atra-Hasis, un'opera assai imponente il cui merito va attribuito anzitutto a WG. Lambert e A.R. Millard (Atra- Hasis: The Babylonian Story of the Flood, «Atra-Hasis: la storia babilonese del Diluvio»). Dopo aver descritto il duro lavoro degli Anunnaki, il loro ammutinamento e la conseguente creazione del "lavoratore primitivo", l'opera racconta che l'uomo (come sappiamo anche dalla versione biblica) cominciò a procreare e a moltiplicarsi, al punto da spaventare Enlil.

La terra si estese, la gente si moltiplicò;
in quella terra essi vivevano come bestie selvatiche.
I loro accoppiamenti disturbavano il dio;
il dio Enlil udì le loro parole
e disse ai grandi dèi:
«Le parole dell'umanità sono diventate oppressive;
i loro accoppiamenti mi tolgono il sonno».

Enlil - ancora una volta rappresentato come il persecutore del genere umano - ordinò allora una punizione. A questo punto ci aspetteremmo il sopraggiungere del Diluvio. E invece no. A sorpresa, Enlil non nomina nemmeno un diluvio o qualche altro disastro creato dall'acqua, e invoca invece la decimazione dell'umanità attraverso pestilenze e malattie. Le versioni accadiche e assire parlano di "dolori, vertigini, brividi, febbre", e poi di "malattie, morbi e pestilenze" che colpirono uomini e animali da quando Enlil aveva messo in atto la sua punizione. Ma qualcosa non funzionò. «Colui che era straordinariamente saggio» - Atra-Hasis - era infatti molto legato al dio Enki, tanto che in alcune versioni, parlando di sé, dice: «Io sono Atra-Hasis e abito nel tempio di Ea, il mio signore». Con «la mente rivolta al suo signore Enki», Atra- Hasis lo pregò e lo scongiurò di sventare il piano di suo fratello Enlil:
 
«Ea, o Signore, l'umanità geme;
la collera degli dèi consuma la terra.
Eppure sei stato tu a crearci!
Fa' che cessino i dolori, le vertigini,
i brividi, la febbre!».

Fin quando non verranno ritrovati altri frammenti di tavolette, non conosceremo per intero la risposta di Enki; per ora sappiamo soltanto che parlò di qualcosa «...che appaia su quella terra». Qualunque cosa fosse, quello che è certo è che funzionò: poco dopo, infatti, Enlil si lamentava con gli altri dèi del fatto che «gli umani non sono affatto diminuiti, anzi sono più numerosi di prima!». Passò allora a progettare lo sterminio per fame del genere umano. «Togliamo loro ogni provvista; che il loro ventre rimanga privo di ogni genere di frutta e verdura. A provocare la carestia dovevano essere cause naturali, come la mancanza di pioggia e di irrigazione».

Che le piogge del dio della pioggia siano trattenute nell'alto;
e, laggiù, non sgorghi acqua dalle sorgenti.
Che il vento soffi e inaridisca il suolo;
si addensino in cielo le nubi, ma non scenda da esse una
goccia d'acqua.

Nemmeno il mare doveva più dare cibo: Enki ricevette l'ordine di «tirare la sbarra, chiudere il mare», e impedire agli uomini di prendere i suoi frutti. Ben presto la siccità si fece più aspra e cominciò a diffondere il seme della devastazione.

Dall'alto, il caldo non era...
In basso, le acque non sgorgavano dalle sorgenti.
Il ventre della Terra non partoriva alcun frutto;
Gli alberi non mettevano gemme...
I campi neri divennero bianchi;
l'ampia pianura fu soffocata dal sale.

La carestia provocò immani sofferenze e tormenti, che si facevano sempre più insostenibili con il passare del tempo. I testi mesopotamici parlano di sei sha-at-tam sempre più devastanti, un termine che alcuni traducono come "anni", ma che letteralmente significa "passaggi" e che sembrano corrispondere, come si capisce dalla versione assira, a "anni di Anu":

Per uno sha-at-tam mangiarono l'erba della terra.
Per il secondo sha-at-tam subirono la vendetta.
Giunse il terzo sha-at-tam;
i loro lineamenti si alterarono per la fame,
i volti si coprirono di croste...
vivevano ormai sulla soglia della morte.
Quando arrivò il quarto sha-at-tam,
i visi sembravano verdi;
camminavano ingobbiti per le strade;
le ampie [spalle?] ormai divenute strette.

Al quinto "passaggio" la vita degli uomini era ormai compromessa: le madri chiudevano la porta in faccia alle figlie affamate che venivano a chiedere aiuto; le figlie spiavano le madri per vedere se nascondevano cibo. Al sesto "passaggio", il cannibalismo era ormai una pratica diffusa.

Quando arrivò il sesto sha-at-tam
si preparavano ormai le figlie per pasto;
il figlio era considerato un cibo...
Una casa divorava l'altra.

Il testo dice che spesso Atra-Hasis cercava di parlare al suo dio Enki. «Nella casa del suo dio... egli mise piede;... ogni giorno piangeva, portando oblazioni al mattino... invocava il nome del suo dio», implorando che Enki ponesse fine alla carestia. Enki, però, doveva sentirsi vincolato dalla decisione delle altre divinità, perché in un primo tempo non rispose alle suppliche del suo fedele adoratore; anzi, è possibile che abbia addirittura cercato di evitarlo, andando via dal tempio e rifugiandosi tra le sue amate paludi. «Quando il popolo viveva ormai sulla soglia della morte», Atra-Hasis «pose il suo letto di fronte al fiume». Ma non vi fu alcuna risposta. Alla fine, la vista di un'umanità affamata, stremata, di genitori che mangiavano i loro stessi figli, portò all'inevitabile: un nuovo conflitto tra Enki ed Enlil. Durante il settimo "passaggio", quando ormai gli esseri umani che ancora restavano in vita non erano che "spettri dei morti", arrivò un messaggio da Enki. «Fate un grande rumore in tutta la terra», disse. «Non adorate gli dèi, non pregate»: disobbedienza totale, insomma! Dietro questo tumulto Enki progettava un'azione più concreta. I testi, alquanto danneggiati in questo punto, rivelano però che vi fu una segreta assemblea degli "anziani" nel suo tempio. «Essi entrarono... tennero consiglio nella casa di Enki». Dopo aver negato ogni responsabilità, affermando che fin dall'inizio si era opposto con ogni mezzo a ciò che gli altri dèi facevano, Enki delineò un piano d'azione, che in qualche modo doveva coinvolgere la sua supremazia sui mari e sul Mondo Inferiore. I versi, per quanto frammentari, ci danno un'idea dei dettagli clandestini del piano: «Nella notte...». Qualcuno doveva stare «sulla riva del fiume» a una certa ora, forse per aspettare il ritorno di Enki dal Mondo Inferiore. Da là Enki «portò i guerrieri dell'acqua», che forse erano anche alcuni dèi terrestri che fungevano da "lavoratori primitivi" nelle miniere. All'ora fissata, venne gridato il comando: «Via!... l'ordine...». Malgrado le lacune del testo, possiamo arrivare a capire ciò che accadde dalla reazione di Enlil. «Egli era pieno di rabbia». Convocò l'assemblea degli dèi e mandò il suo luogotenente a prendere Enki. Quindi si alzò e accusò suo fratello di aver violato i piani di sorveglianza e contenimento:

Noi tutti, Grandi Anunnaki,
avevamo preso insieme una decisione...
Io ordinai che nell'Uccello del Cielo
Adad sorvegliasse le regioni superiori;
che Sin e Nergal stessero a guardia
delle regioni centrali della Terra;
che il chiavistello, la sbarra del mare,
la tenessi tu [Enki], con i tuoi razzi.
Ma tu hai liberato le provviste per il popolo!

Enlil accusò il fratello di aver rotto il "chiavistello del mare"; ma Enki disse che tutto era avvenuto senza che egli lo volesse:

Il chiavistello, la sbarra del mare,
io ho sì sorvegliato con i miei razzi.
[Ma] quando... mi sono scappati...
una miriade di pesci... scomparve;
essi hanno rotto il chiavistello...
hanno ucciso le guardie del mare.

Quindi assicurò di aver catturato e punito i colpevoli, ma ciò non bastò a Enlil. Questi chiese a Enki di «smetterla di nutrire il suo popolo» e di non dargli più «razioni di grano per farlo crescere florido». A queste parole Enki reagì in maniera davvero sorprendente:

Il dio si stancò di quella riunione,
e nel mezzo dell'assemblea divina
scoppiò in una crassa risata.

Si può immaginare il pandemonio che ne seguì: Enlil era furioso e investì Enki con grida e insulti, accusandolo di mentire spudoratamente. Quando finalmente tornò l'ordine nell'assemblea, Enlil prese di nuovo la parola. Ricordò a colleghi e subordinati che la decisione era stata presa all'unanimità; rievocò gli avvenimenti che avevano condotto alla creazione del "lavoratore primitivo" e ricordò le innumerevoli volte in cui Enki aveva "infranto le regole". Tuttavia, aggiunse, c'era ancora un modo per eliminare l'umanità: stava infatti per arrivare un'"inondazione mortale". Il popolo non doveva sapere assolutamente nulla della catastrofe imminente. Enlil invitò tutti i presenti a giurare che avrebbero mantenuto il segreto e, soprattutto, propose di «vincolare il principe Enki con un giuramento solenne».

Enlil aprì la bocca e parlò
rivolto all'assemblea di tutti gli dèi:
«Coraggio, pronunciamo tutti un giuramento
riguardo alla Mortale Inondazione!».
Anu giurò per primo;
poi giurò Enlil, e con lui i suoi figli.

All'inizio, Enki rifiutò di giurare. «Perché volete legarmi con un giuramento solenne?» domandò. «Dovrei forse alzare le mani contro le mie stesse creature?». Alla fine, però, fu costretto anch'egli a giurare. Uno dei testi afferma specificamente: «Anu, Enlil, Enki e Nihursag, gli dèi del Cielo e della Terra, avevano prestato giuramento». Il dado era tratto.Qual era, dunque, il giuramento al quale era legato? Enki lo interpretò come l'impegno a non rivelare al popolo il segreto dell'imminente Diluvio. Tuttavia nessun giuramento gli impediva di rivelarlo a una parete: chiamò dunque Atra-Hasis al tempio, lo fece mettere dietro un paravento e poi, facendo finta di parlare non al suo devoto terrestre ma al muro, disse:

«Schermo di canne,
fa' attenzione alle mie istruzioni.
Su tutti i luoghi abitati, sulle città,
infurierà una tempesta.
Sarà la distruzione del seme di tutta l'umanità...
Questo è il verdetto finale,
la parola dell'Assemblea degli dèi,
la parola pronunciata da Anu, Enlil e Ninhursag».

Questo sotterfugio spiega come mai Enki, quando poi si scoprì che Noè/Utnapishtim era sopravvissuto, protestò che non era stato lui a rompere il giuramento, ma che era stato il terrestre, "straordinariamente saggio" [atra-hasis] a scoprire da sé il segreto del Diluvio, interpretandone i segni nel modo giusto. Alcuni sigilli recano incisa la raffigurazione di un attendente che tiene fermo il paravento mentre Ea - sotto forma di dio-serpente - rivela il segreto ad Atra-Hasis.
Enki consigliò al suo fedele servitore di costruire un'imbarcazione, ma quando questi obiettò di non averne «mai costruito una... tracciami un disegno sul terreno affinché io possa vederlo», Enki gli fornì istruzioni precise e dettagliate sulle misure e sulla tecnica di costruzione. Influenzati dal racconto biblico, noi di solito immaginiamo l'"arca" come un vascello molto grande, con tanto di ponti e sovrastrutture. Ma il termine biblico - teba -deriva dalla radice della parola che significa "sommerso": se ne deve concludere che Enki insegnò a Noè a costruire un sommergibile, una sorta di sottomarino. Secondo il testo accadico Enki parlava di una barca «munita di tetto sopra e sotto», ermeticamente sigillata con "pece dura". Non dovevano esservi ponti né aperture, «in modo che il sole non ne veda l'interno». Doveva essere "come una barca di Apsu", un sulili; ed è proprio il termine usato oggi in ebraico (soleleth) per indicare un sottomarino. «Che sia», continuò Enki, «una barca MA.GUR.GUR», «una barca in grado di girarsi e capovolgersi»: solo così, infatti, avrebbe potuto reggere l'urto della valanga d'acqua e tenersi a galla. Sebbene mancassero solo sette giorni alla catastrofe, la gente non ne sapeva niente. Atra-Hasis inventò la scusa che era necessario costruire il "vascello dell'Apsu" affinché egli potesse andare nella dimora di Enki e cercare di placare la collera di Enlil. Il popolo ci credette, perché le cose in effetti andavano davvero male. Il padre di Noè sperava che la nascita del figlio segnasse la fine del lungo periodo di sofferenza. La terra era afflitta da una terribile siccità: in assenza di pioggia, scarseggiava persino l'acqua per bere. Quale individuo sano di mente avrebbe potuto immaginare che di lì a poco sarebbero tutti morti travolti da una valanga d'acqua? E tuttavia, se gli uomini non erano in grado di comprendere i segnali, i Nefilim sapevano farlo perfettamente. Il Diluvio, per loro, non fu un evento improvviso, ma largamente previsto, anche se inevitabile. Nel progetto di distruzione dell'umanità essi svolsero un ruolo non attivo, ma passivo: non furono loro, cioè, a causare il disastro; semplicemente, pur avendone riconosciuto i segni, non avvisarono i terrestri dell'imminente catastrofe. Consapevoli, loro sì, della calamità in arrivo e di ciò che essa avrebbe significato per la Terra, i Nefilim fecero il possibile per mettere in salvo la pelle; e poiché tutta la Terra sarebbe stata inghiottita dall'acqua, essi non potevano andare che in un'unica direzione: verso il cielo. Perciò, ai primi segni della tempesta di vento che precedette il Diluvio, si precipitarono nella loro navetta spaziale e rimasero in orbita attorno alla Terra fino a quando le acque cominciarono a calare. Il giorno del Diluvio, come vedremo, fu quello in cui gli dèi fuggirono dalla Terra. Il segnale al quale Utnapishtim doveva stare attento, radunare tutti nell'arca e chiudersi dentro, era questo: 

Quando, all'imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] 
e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni,
sali sulla nave e sbarra l'entrata!

 
Shamash, come già sappiamo, era il responsabile del porto spaziale di Sippar. Non vi è dubbio, a nostro avviso, che ciò che Enki voleva dire a Utnapishtim era di fare attenzione ai primi segni di un lancio spaziale a Sippar. Shuruppak, dove abitava Utnapishtim, si trovava solo 18 beru (circa 180 km) a sud di Sippar. Poiché il lancio doveva aver luogo all'imbrunire, la "pioggia di eruzioni" che la partenza del razzo avrebbe provocato sarebbe stata certo ben visibile. Anche se i Nefilim erano preparati al Diluvio, il suo arrivo fu comunque un'esperienza spaventosa: «Il rumore del Diluvio... fece tremare gli dèi». Quando arrivò il momento di lasciare la Terra, gli dèi, «battendo in ritirata, salirono ai cieli di Anu». La versione assira afferma che per scappare gli dèi usarono rukub ilani ("carro degli dèi"). «Gli Anunnaki si sollevarono» e i loro razzi, come torce, «illuminarono con il loro fulgore la terra circostante».

3 commenti:

  1. forse Enlil venne rappresentato anche come il demone Pazuzu,il quale portava con il vento del nord, malattie,febbri,ecc, era raffigurato dai mesopotamici con viso mostruoso,con 4 ali, artigli ai piedi e mani, ecc........è possibile che i batteri -virus siano stati trasmessi tramite due velivoli (4 ali) in quelle zone....

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  2. Però che stronzo questo Enlil!

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  3. pazuzu ed enlil sono 2 cose diverse,anche perché il demone poteva essere tranquillamente un altro Anunnaki (avversario del dio locale) quindi non mi spingerei troppo in identificazioni varie

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