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lunedì 11 gennaio 2016

LA COSMOGONIA DEI SUMERI: IL TEMPO E LA FORMAZIONE DEL SISTEMA SOLARE

Si dice che Agostino di Ippona, vescovo romano di Cartagine (354-430 d.C.), il più grande pensatore del cristianesimo dei primi secoli, colui che seppe fondere la religione del Nuovo Testamento con la tradizione platonica della filosofia greca, si sentì chiedere un giorno: “Che cos’è il tempo?”. Ed egli rispose: “Se nessuno me lo chiede, io so che cos’è; ma se voglio spiegarlo a colui che me lo chiede, allora non lo so più”. Il tempo è una misura fondamentale per la Terra e per tutto ciò che vi sta sopra, e per ciascuno di noi in quanto individuo; infatti, come sappiamo dalla nostra stessa esperienza, ciò che ci separa dal momento in cui veniamo al mondo e da quello in cui cesseremo di vivere è il TEMPO. Anche se non sappiamo dare una definizione precisa del concetto di tempo., abbiamo scoperto come misurarlo: prendiamo come unità di misura l’anno, che - a pensarci bene - è un altro modo di definire l’“orbita», ovvero il tempo che impiega la l’erra, il nostro pianeta, a completare un’orbita attorno al la nostra stella, il Sole. Non sappiamo che cosa sia il tempo, ma il modo stesso di misurarlo ci deve far riflettere: vivremmo di più, sarebbe diverso il nostro ciclo di vita, se vivessimo su un altro pianeta, un pianeta il cui «anno» è più lungo? Saremmo forse «immortali» se ci trovassimo a vivere su un «Pianeta di milioni di anni», proprio come immaginavano i faraoni egizi, che credevano di arrivare in un Al - dilà eterno, e di raggiungere gli altri dèi che già si trovavano su quel «Pianeta di milioni di anni»? In effetti, l’uomo non smette mai di chiedersi se esistono altri pianeti “là fuori», pianeti in cui magari abbia potuto evolversi qualche forma di vita; oppure il nostro sistema di pianeti è unico, e la Terra è l’unico pianeta abitato, e noi - il genere umano - siamo soli? E i faraoni, sapevano ciò di cui parlavano nei loro Testi delle Piramidi? “Guarda in alto e conta le stelle”, disse Yahweh ad Abramo quando strinse con lui l’alleanza. E l’uomo guarda in alto da tempo immemorabile, chiedendosi se vi sono altri esseri come lui da qualche parte, su altri pianeti. La logica, e anche le probabilità matematiche, ci suggeriscono una risposta affermativa; ma fu solo nel 1991 che gli astronomi, per la prima volta - si disse allora - scoprirono effettivamente altri pianeti che giravano attorno ad altri soli in altre parti dell’universo. La prima scoperta, fatta nel luglio 1991, si rivelò non del tutto corretta. Un’équipe di astronomi britannici annuncio, sulla base di osservazioni protrattesi per un periodo di cinque anni, di aver scoperto una stella - chiamata Pulsar 1829-10 - che ruotava rapidissimamente insieme a un “compagno dalla forma di pianeta” grande circa dieci volte la Terra. Si ritiene che le pulsar siano nuclei di stelle particolarmente densi che, per una qualche ragione, sono collassati. Ruotando a folle velocità, emettono impulsi radio a ondate regolari, diverse volte al secondo. Tali impulsi possono essere monitorati mediante telescopi radio: gli astronomi scoprirono così l’esistenza di una fluttuazione ciclica, e conclusero che un pianeta che ruotasse attorno a Pulsar 1829-10 ogni sei mesi poteva spiegare tale fluttuazione. Diversi mesi dopo gli astronomi britannici dovettero ammettere che i loro calcoli non erano stati troppo precisi e che, perciò, era da rivedere la conclusione che il pulsar, lontano circa 30.000 anni luce, avesse un pianeta satellite. Ma a quel tempo un’équipe americana aveva già compiuto una scoperta analoga, che riguardava un pulsar molto più vicino, identificato con la sigla PSR 1257+12, un sole collassato a una distanza di soli 1.300 anni luce da noi. Esso esplose, secondo gli astronomi, solo un miliardo di anni fa, e certamente possiede due, forse tre, satelliti. I due sicuri ruotano attorno al loro sole a una distanza pressoché pari a quella di Mercurio rispetto al nostro Sole; il possibile terzo pianeta, invece, ruota attorno al suo sole a una distanza analoga a quella della Terra ri spetto al nostro Sole. “La scoperta dimostrò che sistemi planetari non soltanto erano abbastanza comuni, ma si trovavano anche in circostanze diverse”, scrisse John Noble Wilford in “The New York Times” del 9 gennaio 1992; “gli scienziati hanno detto che era molto improbabile che pianeti che orbitavano attorno alle pulsar potessero ospitare forme di vita; ma gli astronomi, incoraggiati dalle loro scoperte, cominceranno il prossimo autunno un control lo sistematico dei cieli, alla ricerca di segni di vita intelligente al di fuori della Terra”. Avevano dunque ragione i faraoni? Molto tempo prima dei faraoni e dei Testi delle Piramidi, un’antica civiltà - la prima civiltà umana che si conosca - era già depositaria di un’avanzata cosmogonia. Seimila anni fa, nell’antica Sumer, ciò che gli astronomi hanno scoperto negli anni Novanta era già noto: non solo la vera natura e composizione del nostro sistema solare (compresi i pianeti più lontani), ma anche il concetto che vi sono altri sistemi solari nell’universo, che le loro stelle («soli») possono collassare o esplodere, che i loro pianeti possono essere gettati fuori rotta, e che la vita può passare da un sistema stellare a un altro. Era una cosmogonia molto precisa e dettagliata, di cui si trova traccia nelle fonti scritte. Un lungo testo, scritto su sette tavolette, ci è giunto anzitutto nella sua versione babilonese. Si tratta dell’“Epopea della Creazione», noto anche come “Enuma elish” (dalle prime parole del poema): esso veniva letto pubblicamente durante le festività del Nuovo Anno, che cominciava il primo giorno del mese Nissan, in coincidenza con il primo giorno di primavera. Raccontando in pratica il processo che portò alla formazione del nostro sistema solare, il lungo testo descrive come il Sole (“Apsu») e il suo messaggero Mercurio («Mummu») vennero dapprima raggiunti da un antico pianeta chiamato Tiamat, quindi da altri due pianeti, Venere e Marte («Lahamu» e «Lahmu»), che si collocarono tra il Sole e Tiamat, e infine da altre due coppie di pianeti al di là di Tiamat, Giove e Saturno (“Kishar» e «Anshar») e Urano e Nettuno («Anu » e «Nudimmud»); questi ultimi due pianeti rimasero sconosciuti agli astronomi moderni fino, rispettivamente, al 1781 e al 1846, eppure erano ben conosciuti dai Sumeri, che li descrissero diversi millenni prima.Da alcuni di questi nuovi «dèi celesti», che si spingevano e si attraevano l’uno verso l’altro, si formarono dei satelliti. Tiamat, che stava nel mezzo di questa instabile famiglia di pianeti, ne formò undici, e uno di essi, «Kingu», si ingrossò al punto da assumere l’aspetto di un «dio celeste»: un pianeta autonomo, insomma. Gli astronomi dell’era moderna ignorarono totalmente la possibilità che un pianeta avesse più lune finché Galileo scopri le quattro più grandi lune di Giove nel 1609, con l’aiuto di un telescopio; ma i Sumeri erano a conoscenza di questo fenomeno già millenni prima. Nell’instabile sistema solare, secondo questa millenaria “Epopea della Creazione”, comparve a un certo punto un invasore proveniente dallo spazio esterno, un altro pianeta, dunque; un pianeta che non apparteneva alla famiglia di Apsu, ma a quella di qualche altra stella, e che era stato gettato lontano a vagare nello spazio. Millenni prima che la moderna astronomia apprendesse delle pulsar e delle stelle che collassano, la cosmogonia sumerica aveva già individuato altri sistemi di pianeti e stelle che collassano o esplodono, gettando lontano i loro satelliti.
E così, ci riferisce l’Enuma elish, uno di questi pianeti lanciati lontano, arrivando ai margini del nostro sistema solare, cominciò a essere attirato all’interno di esso. Via via che si avvicinava ai pianeti più esterni, provocava modificazioni che possono spiegare molti dei misteri che ancora affliggono gli astronomi moderni: per esempio l’inclinazione di Urano sul suo lato, o l’orbita retrograda della luna maggiore di Nettuno, Tritone, o ancora ciò che portò Nettuno a lasciare il suo posto di satellite e a diventare un pianeta con una propria, strana orbita. Più l’invasore veniva attirato verso il centro del sistema solare, più era spinto a una collisione con l’antico pianeta Tiamat, che sfociò nella «Battaglia celeste», ovvero in una serie di scontri in cui i satelli ti dell’invasore colpirono ripetutamente Tiamat, fino a dividerlo in due parti. Una metà fu divisa in pezzi piccoli e grandi che formarono la Fascia degli Asteroidi (tra Marte e Giove) e diverse comete; l’altra metà, ferita ma intatta, fu gettata in una nuova orbita e divenne il pianeta che chiamiamo Terra (Ki in lingua sumerica); insieme a lui si mosse anche il satellite più grande di Tiamat, che sarebbe diventato la Luna della Terra. Anche l’invasore fu attratto in un un’orbita permanente attorno al Sole, e divenne il dodicesimo membro del nostro sistema solare (Sole, Luna e dieci pianeti). I Sumeri lo chiamarono Nibiru, «Pianeta dell’attraversamento». I Babilonesi gli diedero invece il nome di Marduk in onore della loro divinità nazionale. Fu durante la Battaglia Celeste, racconta l’antico testo epico, che il «seme della vita», che Nibiru portava in sé, venne trasmesso alla Terra. Filosofi e scienziati, contemplando l’universo e presentando moderne teorie cosmogoniche, finiscono invariabilmente per discutere del concetto di Tempo. Il Tempo è una dimensione chiusa in se stessa, magari l’unica vera dimensione dell’universo? Scorre solo in avanti, o può anche scorrere all’indietro? Il presente è una parte del passato o l’inizio del futuro? E, non ultimo, il quesito forse p iù importante: il Tempo ha avuto un inizio? E se fosse così, dobbiamo aspettarci anche una fine? Se l’universo esiste da sempre, senza un inizio e una fine, allora anche il Tempo è senza inizio e senza fine - oppure, invece, l’universo ha avuto un inizio preciso, forse quel Big Bang di cui parlano tanti astrofisici, nel qual caso il Tempo sarebbe cominciato quando cominciò l’universo? Coloro che hanno concepito con tanta accuratezza e precisione la cosmogonia sumerica credevano anche in un Inizio (e perciò, inesorabilmente, in una Fine). È chiaro che per essi il Tempo era una sorta di unità di misura che scandiva una saga celeste; infatti la prima parola dell’antica “Epopea della Creazione”, “Enuma”, significa “Quando”:

Enuma elish la nabu shamamu - Quando per le altezze dei cieli non esisteva ancora un nome
Shaplitu ammatum shuma la zakrat - E in basso, il duro suolo (la Terra) non aveva ancora un nome

Non possono che essere state menti di grandi scienziati a concepire una fase primordiale in cui «nulla esisteva eccetto il primordiale Apsu, l’iniziatore; Mummu e Tiamat”, quando la Terra non c’era ancora; e a capire che per la Terra e per tutto quanto vi stava sopra il «big bang» non era stato il momento in cui l’universo, e nemmeno il sistema solare, erano stati creati, ma l’evento della Battaglia Celeste. Fu allora, proprio in quel momento, che per la Terra cominciò il Tempo; il momento in cui, separata da Tiamat i cui frammenti andarono a formare la Fascia degli Asteroidi (“cielo»), la Terra fu gettata nella sua nuova orbita e poté cominciare a contare gli anni, i mesi, i giorni, le notti, insomma a misurare il tempo.

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