Cerca nel blog

mercoledì 13 gennaio 2016

IL RUOLO DEL NUMERO 12 NELLA VITA DEI SUMERI

La visione scientifica, nell’antichità per la cosmogonia, la religione, la matematica, venne espressa in molti altri testi sumerici oltre che nell’Epopea della Creazione. Un testo che gli studiosi hanno definito il “mito” di «En ki e dell’ordine del mondo», ma che letteralmente è il racconto della vita di Enki, il dio sumerico della scienza, descrive il momento in cui il tempo cominciò a battere sulla Terra:

In giorni remoti,
quando il cielo fu separato dalla Terra,
In notti remote,
quando il cielo fu separato dalla Terra...

Un altro testo, utilizzando parole che compaiono spesso sulle tavolette sumeriche, esprimeva il concetto di Inizio elencando i molti aspetti dell’evoluzione e della civiltà che non esistevano ancora prima di quell’evento cruciale. Prima di allora, affermava il testo, “il nome dell’Uomo non era stato mai chiamato” e “le cose necessarie non erano
state ancora poste in essere”. Tutto questo cominciò a svilupparsi solo “dopo che i cieli si allontanarono dalla Terra, e dopo che la Terra si fu separata dal cielo”. Non sorprende affatto scoprire che gli stessi concetti di Inizi del Tempo stavano anche alla base delle credenze egizie, che si svilupparono dopo quelle dei Sumeri. Nei Testi delle Piramidi (para. 1466) si legge la seguente descrizione degli Inizi di tutte le cose:

Quando il cielo non era ancora giunto all’esistenza,
quando gli uomini non erano ancora giunti all’esistenza,
quando gli dèi non erano ancora nati,
quando la morte non esisteva ancora...

Questo tipo di conoscenza, derivante dalla cosmogonia sumerica e poi diffusosi in tutta l’antichità, si ritrova anche nel primissimo verso della Genesi, il primo libro della Bibbia ebraica:

In principio
Elohim creò il cielo e la terra.
E la terra era senza forma e vuota
E l’oscurità si stendeva sopra la faccia di Tehom,
e il vento del Signore soffiò sulle sue acque.

Oggi sappiamo che questo racconto biblico della creazione era basato su testi mesopotamici come l’Enuma elish, dove Tehom sta a indicare Tiamat, il “vento” indica, con linguaggio sumerico, i “satelliti” e il “cielo”, definito anche “bracciale battuto”, identifica la Fascia degli Asteroidi. È evidente, tuttavia, che la Bibbia vede il momento dell’Inizio dal punto di vista della Terra; la versione biblica fa propria la cosmogonia mesopotamica solo dal momento della separazione della Terra dallo Shama’im, il “bracciale battuto”, in seguito allo scontro e alla spartizione di Tiamat. Per la Terra, il Tempo cominciò con la Battaglia Celeste. Il racconto mesopotamico della creazione comincia con la formulazione del nostro sistema solare e con la comparsa di Nibiru/Marduk in un periodo in cui le orbite planetarie non erano ancora stabili e fisse, e finisce attribuendo a Nibiru/Marduk la forma attuale del nostro sistema solare, facendo di lui la causa per la quale ciascun pianeta (“dio celeste”) ha ricevuto una postazione precisa (“stazione”), un tragitto orbitale (“destino”) e un movimento rotatorio, e persino dei satelliti. Anzi, come un grande pianeta che racchiude nella sua orbita tutti gli altri pianeti, uno che “attraversa i cieli e sorvola le regioni”, era considerato l’elemento che aveva stabilizzato il sistema solare:

Egli fissò la stazione di Nibiru,
per determinare le loro bande celesti,
che nessuno poteva aggirare o abbreviare...
Egli fissò per i pianeti
I loro cieli sacri,
Egli tiene le loro vie
Dirige il loro corso. 

E così, afferma l’Enuma elish (tavola V, riga 65), “Egli creò il Cielo e la Terra” - le stesse parole che usa il Libro della Genesi.La Battaglia Celeste eliminò Tiamat dal vecchio sistema solare, ne gettò una metà in una nuova orbita, trasformandola nel pianeta Terra, mantenne la Luna come componente vitale del nuovo sistema solare, staccò Plutone lanciandolo in un’orbita indipendente, e aggiunse Nibiru come dodicesimo membro del nuovo ordine dei cieli. Per la Terra e per i suoi abitanti, tutti questi sarebbero diventati gli elementi che avrebbero dato origine al Tempo. E fino ai giorni nostri, il ruolo chiave che il numero 12 svolgeva già nella scienza e nella vita quotidiana sumerica (corrispondentemente ai dodici membri del sistema solare) ci ha accompagnato nel corso dei millenni. I Sumeri divisero il «giorno» (il periodo compreso tra un tramonto e l’altro) in dodici «doppie ore», di cui abbiamo ancora oggi un’eco nelle dodici ore dell’orologio e nelle ventiquattro ore del giorno. I dodici mesi dell’anno sono tuttora con noi, come pure le dodici case dello zodiaco. Molte altre espressioni ebbe questo numero celeste: basti pensare alle dodici tribù di Israele e ai dodici apostoli di Gesù. Il sistema matematico in uso a Sumer era sessagesimale, ovvero basato sul numero 60 invece che sul 100 come il sistema metrico decimale (in cui, per esempio, un metro equivale a 100 centimetri). Il sistema sessagesimale, che aveva il grande vantaggio di poter essere diviso per 12, prevedeva una progressione alternata di multipli di sei e di dieci: cominciando dal sei, si moltiplicava sei per dieci (6 x 10 = 60), poi ancora per sei, e si otteneva 360, il numero che i Sumeri applicavano al cerchio e che si utilizza ancora oggi in geometria e astronomia. Questo, a sua volta, veniva moltiplicato per dieci, e si otteneva così il sar (“sovrano, signore”), il numero 3.600, che veniva rappresentato con un grande cerchio; e così di seguito. Il sar, pari a 3.600 anni terrestri, era il periodo orbitale di Nibiru attorno al Sole: per chi si trovasse su Nibiru, dunque, il sar era semplicemente un anno. Secondo i Sumeri, in effetti, esistevano davvero altri esseri intelligenti su Nibiru, con un grado di evoluzione ben superiore a quello degli ominidi sulla Terra. I Sumeri li chiamavano Anunnaki, che letteralmente significava «Coloro che dal Cielo scesero sulla Terra». I testi sumerici ripetono spesso che gli Anunnaki erano giunti sulla Terra da Nibiru in epoca molto antica, e che quando vi erano arrivati calcolavano il tempo non in termini terrestri, ma secondo i periodi orbitali di Nibiru. L’unità di misura di questo «Tempo divino», un anno degli dèi, era in effetti il sar. Alcuni testi sumerici, conosciuti come Elenchi dei Re, che descrivono i primi insediamenti degli Anunnaki sulla Terra, calcolano la durata dei regni dei primi Anunnaki, in epoca precedente al Diluvio, appunto in sar, ovvero in cicli di 3.600 anni terrestri. Dall’atterraggio dei primi Anunnaki sulla Terra fino al Diluvio, secondo quei testi, erano passati 120 sar: vale a dire che Nibiru aveva girato attorno al Sole 120 volte, per un totale di 432.000 anni terrestri. Fu durante il 120° giro orbitale che la spinta gravitazionale di Nibiru fu tale da provocare lo slittamento nell’oceano della calotta di ghiaccio che si era formata sull’Antartide, dando origine così all’immensa onda di piena che avvolse la Terra, il Diluvio universale, di cui parla la Bibbia attingendo probabilmente a fonti sumeriche molto anteriori e più dettagliate. Alcune leggende e tradizioni antiche davano a questo numero, 432.000, un significato ciclico che si estendeva ben al di là dei confini della terra allora chiamata Sumer. In “Hamlets Mill” Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, cercando “un punto in cui mito e scienza si unissero”, conclusero che “432.000 era un numero dal significato molto antico”. Tra gli esempi che essi citarono vi è il racconto teutonico-norvegese del Valhalla, la mitica dimora dei guerrieri uccisi che, il Giorno del Giudizio, marceranno fuori dalle porte del Valhalla al fianco del dio Odino o Woden contro i giganti. Le porte del Valhalla erano 540, e da ognuna sarebbero usciti 800 guerrieri, per un totale, dunque, di 432.000 eroi-guerrieri. “Questo numero”, continuavano gli autori, “deve avere un significato molto antico, perché è anche il numero di sillabe del Rigveda”, il «Sacro libro di versi» scritto in sanscrito, in cui si raccontano le gesta di dèi ed eroi indoeuropei. Il numero 432.000, concludevano gli autori, “risale al numero-base 10.800, che è il numero di stanze del Rigveda, con 40 sillabe per stanza” (10.800 x 40 = 432.000). Le tradizioni indù associavano chiaramente il numero 432.000 agli yuga o Ere che la Terra e il genere umano avevano attraversato. Ogni caturyuga (“grande yuga») era suddiviso in quattro yuga o Ere di lunghezza decrescente, tutte espressione del numero 432.000: la prima fu l’Era quadruplice (4 x 432.000 = 1.728.000 anni), corrispondente all’Era dell’Oro; poi venne l’Era triplice, quella della conoscenza (3 x 432.000 = 1.296.000 anni), seguita dall’Era duplice o doppia, quella del sacrificio (2 x 432.000 = 864.000 anni); e infine l’Era attuale, ch e è l’Era della Discordia e durerà solo 432.000 anni. Nel complesso, dunque, queste tradizioni indù individuano dieci periodi cosmici, che corrispondono ai dieci sovrani sumerici dell’epoca antidiluviana e che si estendono per un lasso di tempo lungo 4.320.000 anni. Portati a ulteriori conseguenze, tali numeri astronomici fondati sul 432.000 vennero applicati, nella religione e nelle tradizioni indù, al «giorno» del Signore Brahma, definito come un periodo cosmico comprendente dodici milioni di deva (“anni divini”). Ognuno di questi anni divini corrispondeva a 360 anni terrestri: un «giorno» del Signore Brahma equivaleva pertanto a 4.320.000.000 anni terrestri - un lasso di tempo molto simile all’età che gli studiosi moderni attribuiscono al nostro sistema solare. A tale cifra, dunque, si arriva attraverso moltiplicazioni progressive fondate sui due valori 360 e 12. Il numero 4.320.000.000 corrisponde, a sua volta, a mille grandi yuga, come scopri nell’XI secolo il matematico arabo Abu Rayhan al-Biruni, che spiegò che il kalpa era formato da mille cicli di cataryuga. Si potrebbe dire, dunque, che agli occhi del Signore Brahma, mille di questi cieli non erano che un solo giorno, e questo ci riporta alla mente la misteriosa affermazione contenuta nei Salmi (90, 4) e riguardante il «giorno divino» del Signore della Bibbia: Mille anni, ai tuoi occhi, [non sono che] un giorno trascorso, fuggito via. Tradizionalmente tale affermazione è sempre stata interpretata come una semplice indicazione dell’eternità di Dio. Considerate, però, le numerose tracce di dati sumerici che si ritrovano nel Libro dei Salmi (come pure in altre parti della Bibbia), se ne potrebbe trarre una precisa regola matematica, una formula che in questo caso sarebbe riecheggiata anche nelle tradizioni indù. Le tradizioni furono portate nel subcontinente indiano da gruppi di «Ariani” provenienti dalle coste del Mar Caspio, cugini delle stirpi indoeuropee degli Ittiti dell’Asia Minore (l’odierna Turchia) e degli Hurriti dell’alto corso del fiume Eufrate, attraverso i quali si trasmisero agli Indoeuropei conoscenze e credenze sumeriche. Si ritiene che le migrazioni ariane abbiano avuto luogo nel secondo millennio a.C. e i Veda erano considerati già allora «di origine non umana», essendo stati composti dagli dèi stessi in un’epoca precedente. Col tempo, alle varie componenti dei Veda e a tutta la letteratura a essi connessa (i Mantra, Brahmana ecc). andarono ad aggiungersi i Purana (“antichi scritti”) non -vedici e le grandi epopee del Mahabharata e del Ramayana. Anche in questi scritti si parla di ere calcolate sulla base di multipli del numero 3.600; così, secondo il Vishnu Purana, “il giorno in cui Krishna partirà dalla Terra sarà il primo giorno dell’era di Kali; esso continuerà per 360.000 anni dei mortali”. Siamo qui in presenza di un riferimento al concetto per il quale il Kaliyuga, ovvero l’Era attuale, si suddivide in un’alba o “luce del mattino», che dura per 100 anni divini, pari a 36.000 anni terrestri o «mortali», seguita dall’Era vera e propria (1.000 anni divini, ovvero 360.000 anni terrestri) e da un crepuscolo o “luce della sera», che dura per altri 100 anni divini (36.000 anni terrestri): in tutto, dunque, 1.200 anni divini, o 432.000 anni terrestri. Di fronte a convinzioni tanto profonde e diffuse sul ciclo divino di 432.000 anni, pari a 120 orbite di Nibiru (ciascuna delle quali a sua volta pari a 3.600 anni terrestri), viene spontaneo domandarsi se esse rappresentano davvero solo giochi di abilità matematica o se, in qualche modo, riflettono un fenomeno naturale o astronomico che nell’antichità gli Anunnaki già conoscevano. Nel libro “Il pianeta degli dèi”, il primo della nostra serie, abbiamo dimostrato che il Diluvio fu una spaventosa calamità che gli Anunnaki avevano previsto, e che fu provocata dalla spinta gravitazionale esercitata sull’instabile calotta di ghiaccio dell’Antartide da Nibiru, che si stava avvicinando alla Terra. L’evento pose fine bruscamente all’ultima glaciazione, circa 13.000 anni fa, e perciò, nella storia della Terra, fu registrato come un mutamento geologico e climatico di proporzioni gigantesche. Tali mutamenti sono stati verificati attraverso studi sulla superficie terrestre e sui sedimenti oceanici. L’ultima epoca geologica, il Pleistocene, cominciò circa 2.500.000 anni fa e terminò al tempo dei Diluvio: in questo lasso di tempo si evolvettero gli ominidi, gli Anunnaki vennero sulla Terra e comparve infine l’Uomo, l’Homo sapiens. E fu durante il Pleistocene che, nei sedimenti marini, fu individuato un ciclo di circa 430.000 anni. Secondo una serie di ricerche effettuate da diverse squadre di geologi guidati da Madeleine Briskin dell’Università di Cincinnati, i mutamenti nel livello del mare e altri dati climatici registrati negli abissi marini indicano “una sorta di ciclicità corrispondente a periodi di circa 430.000 anni”. Tale periodicità ciclica corrisponde alla teoria astronomica sugli avvicendamenti climatici che tiene conto dei mutamenti dovuti a fattori quali l’obliquità (l’inclinazione della Terra), la precessione (il lieve ritardo orbitale) e l’eccentricità (la forma dell’orbita ellittica). Milutin Milankovitch, che delineò questa teoria negli anni Venti, stimò che la periodicità che ne risultava era di 413.000 anni. I suoi studi, e quelli più recenti di Briskin, confermano sostanzialmente il ciclo di 432.000 anni terrestri che i Sumeri attribuivano agli effetti di Nibiru: la convergenza di orbite, le perturbazioni e i cicli climatici. Ecco, allora, che il «mito» delle Ere divine appare basato su dati scientifici. L’elemento del Tempo, nelle testimonianze antiche sia sumeriche sia bibliche, non si configura solo come un punto d’inizio - «quando». Il processo della creazione è intimamente legato anche alla misurazione del Tempo, misurazione che a sua volta è legata a movimenti celesti ben determinabili. La distruzione di Tiamat e la conseguente creazione della Fascia degli Asteroidi e della Terra richiesero, secondo la versione mesopotamica, due orbite di ritorno del Signore Celeste (l’“invasore» Nibiru/Marduk). Nella versione biblica, il Signore impiegò due «giorni» a creare il Cielo e la Terra; per fortuna, è oggi un dato di fatto (che neanche i più fondamentalisti mettono in dubbio) che questi «giorni» non ebbero la stessa durata dei nostri «giorni» (a parte il fatto che anche il salmista afferma che il «giorno» del Signore equivale a circa mille anni). La versione mesopotamica misura chiaramente il tempo della creazione, o Tempo divino, attraverso i passaggi di Nibiru, in orbite che corrispondono a 3.600 anni terrestri. E dunque la storia della creazione, prima di spostarsi sulla Terra e collegarsi all’evoluzione su di essa, è una storia di stelle, pianeti, orbite celesti; e il Tempo è un Tempo divino. Poi, una volta spostatosi il punto focale sulla Terra e sull’Uomo, si sposta anche la scala del Tempo, che diventa un Tempo terrestre, fondato su unita di misura adeguate all’uomo e alle sue capacità di misurazione: giorni, mesi, anni.Anche quando consideriamo questi elementi del Tempo terrestre, a noi tanto familiari, non dobbiamo dimenticare che tutti e tre sono espressione di movimenti celesti - movimenti ciclici - che implicano una complessa relazione tra Terra, Luna e Sole.

Nessun commento:

Posta un commento