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martedì 29 dicembre 2015

La discendenza di Adamo ed Eva,la fine della carne e il diluvio (genesi - Noè ) e il diluvio dell' Epica di Gilgamesh (genesi-Utnapishtim)

Scacciato dunque dalla Dimora degli Dèi, condannato a una vita mortale, ma capace di procreare, l'uomo cominciò a farlo. Adamo "conobbe" sua moglie Eva ed essa gli partorì un figlio, Caino, che coltivava la terra. Poi Eva partorì Abele, che divenne un pastore. Ad un certo punto tra i due sorse un dissidio : fatto sta che «Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise». 
Temendo per la sua vita, Caino ottenne dalla Divinità un segno di protezione e, su suo consiglio, si trasferì ancora più a oriente. All'inizio condusse un'esistenza nomade, poi si sistemò nella "Terra delle Migrazioni, molto a oriente dell'Eden". Qui egli ebbe un figlio che chiamò Enoch ("inaugurazione"), «ed egli costruì una città e la chiamò con il nome di suo figlio». Enoch, a sua volta, ebbe figli, nipoti e pronipoti. Alla sesta generazione dopo Caino, nacque Lamech; i suoi tre figli sono considerati dalla Bibbia coloro che portarono la civiltà: Jabal «fu il padre di coloro che vivono nelle tende e allevano bestiame»; Jubal «fu il padre di coloro che suonano lira e arpa»; Tubal-Caino fu invece il primo fabbro. Anche Lamech, come il suo antenato Caino, fu coinvolto in un delitto, che questa volta riguardò un uomo e suo figlio. Si può affermare con un buon margine di sicurezza che le sue vittime non furono degli umili sconosciuti, perché il Libro della Genesi indugia a lungo sull'incidente e lo considera un punto di svolta nella discendenza di Adamo. La Bibbia racconta che Lamech riunì le sue due mogli, madri dei suoi tre figli, e confessò loro il doppio omicidio, dichiarando: «Se Caino fu vendicato sette volte, Lamech lo sarà settantasette volte». Questa frase alquanto enigmatica va messa in relazione con la successione: Lamech, cioè, dice alle proprie mogli che la speranza che la maledizione di Caino fosse riscattata alla settima generazione (la generazione dei loro figli) era ormai venuta meno; ora sulla casa di Lamech era stata imposta una nuova maledizione, che sarebbe durata molto più a lungo. A conferma che questo avvenimento riguardava la linea di successione, i versi seguenti passano subito a parlare di un'altra, più pura, linea di discendenza:

E Adamo conobbe di nuovo sua moglie
ed essa partorì un figlio
e lo chiamò Seth ["fondazione"]
perché Dio ha fondato per me
un altro seme invece di Abele, che Caino uccise.

A questo punto l'Antico Testamento perde ogni interesse per la linea di Caino e Lamech. Da questo momento in poi la concatenazione degli eventi umani sarà affidata alla discendenza di Adamo attraverso suo figlio Seth e il primogenito di Seth, Enosh, il cui nome ha acquisito in ebraico la connotazione generica di "essere umano". «Fu allora», ci informa la Genesi, «che si cominciò a invocare il nome di Dio». Questa misteriosa affermazione ha messo a dura prova le capacità interpretative di teologi ed esegeti biblici. Essa è seguita da un capitolo che espone la genealogia di Adamo attraverso Seth ed Enosh per dieci generazioni, fino a Noè, l'eroe del Diluvio. I testi sumerici, che trattano un'epoca più remota, quando gli dèi vivevano da soli a Sumer, descrivono con altrettanta precisione la vita dei primi esseri umani a Sumer, in un periodo successivo ma sempre anteriore al Diluvio, Il racconto sumerico (e originale) del Diluvio ha come suo Noè un "Uomo di Shuruppak", la settima città fondata dai Nefilim sulla Terra. A un certo punto, dunque, gli esseri umani, scacciati  dall'Eden, poterono tornare in Mesopotamia, dove vissero insieme agli dèi, servendoli e adorandoli. Secondo la nostra interpretazione del racconto biblico, ciò avvenne all'epoca di Enosh: fu allora che gli dèi permisero agli uomini di ritornare in Mesopotamia, servire gli dèi e "invocare il nome di Dio". Ansioso di passare a narrare l'evento epico del Diluvio, il Libro della Genesi fornisce ben poche informazioni sui patriarchi che seguirono Enosh, al di là dei loro nomi. Eppure anche dal semplice significato dei nomi possiamo arrivare ad avere un'idea degli avvenimenti che si verificarono durante la sua vita. Il figlio di Enosh, attraverso il quale proseguì la linea "pura" di discendenza, si chiamava Cainan ("piccolo Caino"), che, per alcuni, significa "fabbro di metalli". Figlio di Cainan fu Mahalal-El ("colui che loda Dio"), seguito da Jared ("colui che è disceso"). Figlio di Jared fu Enoch ("il consacrato"), che all'età di 365 anni fu portato in cielo da Dio. Ma 300 anni prima, all'età di 65 anni, Enoch aveva generato un figlio chiamato Matusalemme. Secondo molti studiosi, seguaci di Lettia D. Jeffreys (Ancient Hebrew Names: Their Significance and Historical Value, «Gli antichi nomi ebraici: il loro significato e il valore storico»), Matuselah (ebraico per Matusalemme) significava "uomo del missile". Matusalemme ebbe un figlio di nome Lamech, che significa "colui che fu umiliato". E Lamech generò Noè (in ebraico Noah, "tregua"), con la speranza che questo figlio rappresentasse una tregua, un «conforto per il nostro lavoro e per le nostre mani a causa della terra che Dio ha maledetto». Sembra dunque che l'umanità si trovasse in gravi difficoltà quando nacque Noè. A nulla serviva il duro lavoro degli uomini, perché la Terra, che doveva dar loro da mangiare, era stata maledetta. Tutto era pronto per il Diluvio - l'evento spaventoso che doveva cancellare dalla faccia della Terra non soltanto la stirpe umana, ma ogni forma di vita sulla terraferma come nei cieli.
 
E Dio vide che la malvagità dell'Uomo
era grande sulla terra,
e che ogni pensiero, ogni desiderio del suo cuore
era maligno, ogni giorno.
Allora Dio si pentì di aver fatto l'Uomo
sulla terra, e il suo cuore si riempì di pena.
E Dio disse:
«Io distruggerò il terrestre che ho creato,
lo cancellerò dalla faccia della terra».

 
Si tratta, come si vede, di accuse generiche, presentate come giustificazione di misure drastiche, addirittura dell'annientamento di ogni forma di vita. Proprio perché mancano di qualsiasi specificità, studiosi e teologi non sanno spiegare quali peccati o "violazioni" abbiano potuto scatenare una tale collera divina. Sia nei versi accusatori, sia nella proclamazione del giudizio, il brano biblico fa ampio uso della parola "carne", suggerendo dunque che le gravi violazioni e la corruzione dell'uomo avessero a che fare con la "carne", oltre che con i "pensieri e desideri maligni" dell'uomo. Sembrerebbe perciò che l'uomo, avendo scoperto il sesso, fosse diventato una specie di maniaco sessuale. E tuttavia è alquanto difficile credere che la Divinità abbia deciso di cancellare l'umanità dalla faccia della Terra solo perché questa faceva l'amore troppo spesso. I testi mesopotamici sono pieni di storie d'amore - e di sesso, più o meno lecito - tra gli dèi: teneri amori tra sposi, amori adulterini e persino violenti (per esempio lo stupro di Enlil a Ninlil), rapporti sessuali più o meno ufficiali con mogli, amanti,sorelle, figlie e addirittura nipoti (come nel caso di Enki). Come potevano questi dèi montare tanto in collera solo perché gli esseri umani si comportavano come loro?
L'ira divina, a nostro avviso, non era dettata solo dalla degenerazione morale degli uomini, ma soprattutto da quella degli stessi dèi. Letti sotto questa luce, gli strani versi che aprono il sesto capitolo della Genesi acquistano un chiaro significato:

E avvenne che,
quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi
sulla faccia della terra
e diedero alla luce delle figlie,
i figli degli dèi videro le figlie dei terrestri
e videro che erano compatibili.
E presero per mogli quelle che piacquero loro più di tutte.

Come dimostrano questi versi, fu proprio quando i figli degli dèi cominciarono ad avere rapporti sessuali con la progenie dei terrestri che la Divinità gridò: «Adesso basta!».

E Dio disse:
«Il mio spirito non proteggerà l'uomo per sempre;
poiché ha deviato, egli non è che carne».

Questa affermazione è rimasta avvolta nel mistero per millenni. Letta però alla luce delle nostre conclusioni sulla manipolazione genetica che avrebbe portato alla creazione dell'uomo, i versi contengono un prezioso messaggio per i nostri scienziati. Lo "spirito" degli dèi - cioè la perfezione genetica dell'umanità - stava cominciando a deteriorarsi. L'umanità aveva "deviato" e perciò era ritornata ad essere "solo carne" - più vicina, dunque, alle sue origini animali.Possiamo allora capire la netta distinzione che l'Antico Testamento compie tra Noè, «un uomo giusto... puro nella sua linea di discendenza» e «tutta la terra che è corrotta». Unendosi a uomini e donne la cui integrità morale continuava a scendere, anche gli dèi stavano cominciando a subire un processo di deterioramento. Con la precisazione che Noè, invece, continuava a essere geneticamente puro, il racconto biblico giustifica la contraddizione della Divinità: risoluto a spazzar via ogni forma di vita dalla Terra, Dio decise poi di salvare Noè e i suoi discendenti e "ogni animale puro", «per mantenere vivo il seme sulla faccia di tutta la Terra». Il piano di Dio, che modificava il precedente proposito di annientamento totale della vita sulla Terra, era quello di avvertire Noè dell'imminente catastrofe e di esortarlo a costruire un'arca che, galleggiando sull'acqua del Diluvio, avrebbe trasportato tutte le creature destinate alla salvezza. Noè aveva solo sette giorni a disposizione, ma riuscì ugualmente a costruire l'arca, renderla impermeabile, radunare tutte le creature e farle salire sull'arca insieme alla sua famiglia. «E avvenne che, dopo sette giorni, le acque del Diluvio furono sopra la Terra». Ciò che avvenne è meglio descritto dal brano biblico:
 
In quel giorno,
tutte le fontane delle profondità del mondo eruppero,
e le cateratte dei cieli si aprirono...
E il Diluvio rimase quaranta giorni sopra la Terra,
e le acque salivano, e portavano l'arca,
e questa galleggiava, sollevata sopra la terra.
E le acque si facevano sempre più forti
e aumentavano sulla terra,
e l'arca fluttuava sopra le onde.
Poi le acque divennero enormemente forti sopra
la terra e coprirono le montagne più alte,
quelle che stanno sotto tutti i cieli:
quindici cubiti sopra di esse salì l'acqua,
e le montagne furono coperte.
Tutti gli esseri fatti di carne perirono...
Uomini e bestiame e tutto ciò che striscia
e gli uccelli del cielo
furono spazzati via dalla Terra;
solo Noè rimase,
e con lui tutto ciò che stava nell'arca.
Le acque infuriarono sulla Terra per 150 giorni, finché la Divinità
Fece passare un vento sulla Terra
e le acque si calmarono.
Dal profondo si arrestarono le fontane
e si chiusero le cateratte del cielo;
e la pioggia si fermò.
Poi le acque cominciarono a ritirarsi dalla Terra
e dopo centocinquanta giorni,
finalmente diminuirono;
e l'arca si fermò sui Monti dell'Ararat.

Secondo la versione biblica, questa dura prova dell'umanità cominciò «nel seicentesimo anno della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese». 
L'arca si fermò sui Monti dell'Aram "nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese". Il levarsi delle acque e il loro graduale discendere - abbastanza da consentire all'arca di posarsi sulle vette dell'Ararat - durò, quindi, cinque mesi esatti. Poi «le acque continuarono a scendere, finché le cime delle montagne - e non solo quelle più alte dell'Ararat - cominciarono a intravedersi»,quasi tre mesi dopo. Noè aspettò altri quaranta giorni; poi mandò un corvo e una colomba perché controllassero la situazione delle acque sulla terra. Al terzo tentativo, la colomba tornò con in bocca una foglia d'ulivo, segno che le acque si erano ritirate abbastanza da far vedere le cime degli alberi. Dopo un po' Noè mandò di nuovo la colomba, ma questa volta essa non fece ritorno. Il Diluvio era finito.

E Noè tolse la copertura dell'Arca
e guardò, ed ecco:
la superficie del terreno era asciutta.

«Nel secondo mese, il ventisettesimo giorno del mese, la terra si era asciugata». Noè aveva a quel tempo 601 anni. La prova, dunque, era durata un anno e dieci giorni. Allora Noè e tutti gli altri che si trovavano con lui sull'arca uscirono, costruirono un altare, vi accesero il fuoco e offrirono sacrifici alla Divinità.

E Dio sentì il profumo allettante
 e disse nel suo cuore: 
«Non maledirò più quella terra 
a causa dei suoi abitanti; 
poiché è solo la gioventù che rende malvagi i loro desideri.

 Il "lieto fine" è pieno di contraddizioni, almeno quanto la storia del Diluvio in sé. Essa, infatti, comincia con un lungo atto d'accusa contro l'umanità per una serie di atti abominevoli che essa avrebbe compiuto, corrompendo, tra l'altro, la purezza degli dèi più giovani. Tutto ciò giustifica la drastica decisione divina di far perire tutto ciò che è vivente; ma poi la Divinità concede a Noè sette giorni di anticipo sul disastro imminente,per far sì che il seme del genere umano e delle altre creature non muoia per sempre. Terminata la tragedia, Dio si fa allettare dal profumo della carne arrostita e, dimenticando il proposito originario di cancellare tutta l'umanità, mette una pietra sopra a tutta la faccenda con una scusa, attribuendo la malvagità dell'uomo alla sua giovane età. I dubbi sulla veridicità di questo episodio si disperdono, però, quando pensiamo che il racconto biblico è una versione rivista dell'originale sumerico. Come in altre circostanze, nel suo intento monoteistico la Bibbia non ha fatto che comprimere in un'unica divinità i ruoli che nelle altre versioni erano svolti da divinità diverse, che non sempre erano in accordo l'una con l'altra. Finché gli archeologi non scoprirono tracce delle civiltà mesopotamiche e non decifrarono la letteratura accadica e sumerica, il racconto biblico restò l'unica fonte sull'episodio del Diluvio, confortato solo da sparsi e primitivi riferimenti mitologici. La scoperta dell'accadica Epica di Gilgamesh mise invece il Diluvio biblico in buona compagnia, collocandolo in una prospettiva molto più antica, accanto ad altri testi e frammenti dell'originale sumerico. Il protagonista mesopotamico del Diluvio era Ziusudra nella versione sumerica (Utnapishtim in quella accadica): dopo il Diluvio egli venne portato nella Dimora Celeste degli dèi e là visse per sempre felice. Quando, nella sua ricerca dell'immortalità, Gilgamesh arrivò alla Dimora Celeste, chiese consiglio a Utnapishtim a proposito della vita e della morte. 
Questi rivelò a Gilgamesh - e attraverso di lui a tutta l'umanità che venne dopo il Diluvio - il segreto della sua sopravvivenza, "una faccenda occulta, un segreto degli dèi": la vera storia, forse, del Diluvio universale. Il segreto di cui parlava Utnapishtim era che prima che il Diluvio si riversasse sulla Terra in tutta la sua violenza, gli dèi tennero una riunione in cui votarono la distruzione dell'umanità. Il voto e la decisione vennero tenuti segreti. Enki, tuttavia, chiamò Utnapishtim, re di Shuruppak, e lo informò della catastrofe che stava per abbattersi sulla Terra. Dovendo parlare di nascosto agli altri dèi, Enki si rivolse a Utnapishtim da dietro un paravento di canne. Il re dapprima non capì le sue parole, ma poi queste si fecero sempre più chiare:

Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu:
 distruggi la tua casa e costruisci una nave!
Rinuncia a tutto ciò che possiedi, pensa solo alla vita! 
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l'anima. 
A bordo della nave metti il seme di ogni essere vivente. 
Questa è la nave che devi costruire; 
grande abbastanza da contenere ciò che ti ho detto.

Il parallelismo con il racconto biblico è più che evidente: in entrambe le versioni sta per arrivare un Diluvio; un solo uomo viene preavvertito; egli deve salvarsi preparando un'apposita imbarcazione, e deve prendere con sé "il seme di ogni cosa vivente". E tuttavia la versione babilonese è più plausibile. La decisione di distruggere e il tentativo di salvare non sono propositi contraddittori di una sola divinità, ma atti compiuti da divinità diverse. Inoltre, la decisione di mettere in guardia e salvare il seme dell'umanità è l'atto di sfida di una divinità (Enki), che agisce in segreto e in contrasto con la decisione unanime degli altri Grandi Dèi. Perché mai Enki si arrischiò a sfidare gli altri dèi? Voleva solo che si conservasse la sua "meravigliosa opera d'arte" oppure agiva sullo sfondo di una nascente rivalità o inimicizia tra sé e suo fratello Enlil? Effettivamente la vicenda del Diluvio sembra proprio confermare l'esistenza di un conflitto tra i due fratelli.Utnapishtim pose a Enki un'ovvia domanda: come poteva spiegare agli altri cittadini di Shuruppak la costruzione di questo strano vascello (l'arca) e l'abbandono di tutti i suoi beni? Enki gli diede questo consiglio:

Così parlerai a loro:
«Ho appreso che Enlil mi è ostile,
e perciò non posso stare nella vostra città,
né mettere piede nel territorio di Enlil.
Perciò scenderò all'Apsu,
e abiterò con il mio signore Ea».

La scusa, dunque, era che, in quanto seguace di Enki, Utnapishtim non era più ben accetto in Mesopotamia, e perciò doveva costruire un'imbarcazione che lo portasse nel Mondo Inferiore (l'Africa meridionale, come abbiamo visto): là egli avrebbe vissuto tranquillo con il suo signore, Ea/Enki. I versi che seguono accennano a una grande siccità o carestia che in quel momento affliggeva la Mesopotamia: su consiglio di Enki, Utnapishtim doveva far credere ai suoi concittadini che la sua partenza avrebbe posto fine alle loro sofferenze; se egli se ne fosse andato, ogni ricchezza sarebbe ritornata nella loro terra. Ed effettivamente essi ci credettero, al punto che contribuirono attivamente alla costruzione dell'arca uccidendo e servendo ogni giorno torelli e pecore e fiumi di "mosto, vino rosso, olio e vino bianco". Utnapishtim li incoraggiava a lavorare più in fretta; persino i bambini aiutavano a trasportare il bitume che serviva a rendere impermeabile l'imbarcazione. «Il settimo giorno la nave era finita. Non fu facile metterla in acqua ed essi dovettero spostare le tavole del pavimento sopra e sotto più volte, finché due terzi della struttura non furono entrati nell'acqua» dell'Eufrate. Poi Utnapishtim fece salire a bordo dell'arca tutti i suoi familiari e parenti e «tutte le creature viventi che aveva», come pure «gli animali del campo e le bestie selvatiche del campo». Spingendosi però un gradino più avanti di Noè, Utnapishtim stipò a bordo anche tutti gli artigiani che l'avevano aiutato a costruire la nave. Egli stesso avrebbe dovuto salire a bordo a un segnale convenuto con Enki, un segnale che avrebbe dato Shamash, il dio preposto al funzionamento dei razzi fiammeggianti. 

Gli ordini di Enki erano: Quando, all'imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni, sali sulla nave e sbarra l'entrata! Non sappiamo quale fosse il legame tra quello che sembrerebbe il lancio di un razzo spaziale da parte di Shamash e il momento in cui Utnapishtim doveva salire a bordo dell'arca e chiudersi dentro. Comunque sia, il momento arrivò; il razzo spaziale provocò un "tremore all'imbrunire" e vi fu una pioggia di eruzioni. Utnapishtim «sbarrò tutta la nave» e «affidò la struttura insieme al suo contenuto» a «Puzur-Amurri, il Nocchiero». La tempesta arrivò "con le prime luci dell'alba". Si udì un tuono spaventoso e un'enorme nuvola nera si alzò dall'orizzonte. L'uragano spazzò via i pali che sostenevano gli edifici e i moli; anche le dighe cedettero. Sopraggiunse l'oscurità e «tutto ciò che prima era stato luce ora si fece nero»; «tutta la terra fu scossa come fosse un vaso».

Per sei giorni e sei notti infuriò la "tempesta del sud".
E più soffiava, più si faceva impetuosa,
sommergeva le montagne,
abbatteva i popoli come fossero mandrie...
Quando arrivò il settimo giorno,
la tempesta del sud portatrice di inondazioni
finalmente placò la furia 
con la quale, come un esercito, aveva combattuto.
Il mare si acquietò,
l'uragano si calmò,
l'inondazione si arrestò.
Guardai il cielo:
era tornata la quiete.
E tutta l'umanità era ritornata argilla.

Si era dunque compiuta la volontà di Enlil e dell'assemblea degli dèi. A loro insaputa, tuttavia, si era compiuta anche la volontà di Enki: una barca aveva messo in salvo, attraverso la furia delle acque, uomini, donne, bambini e altre creature viventi. Finita la tempesta, Utnapishtim «aprì un portello della nave; la luce mi inondò il volto». Si guardò intorno: «il paesaggio era piatto come un tetto spianato». Allora si sedette e pianse, «calde lacrime mi rigarono il volto». Sulla distesa del mare cercò con gli occhi la costa, ma non la vide. Poi: Vide che emergeva una regione montuosa; sul Monte della Salvezza la nave si era fermata; il Monte Nisir ["salvezza"] aveva trattenuto la nave, impedendole di muoversi. Per sei giorni Utnapishtim guardò fuori dall'arca che non poteva muoversi, imprigionata com'era tra le cime del Monte della Salvezza - le bibliche vette dell'Ararat. Poi, come Noè, mandò una colomba in cerca di una terra dove potersi accampare, ma l'uccello tornò indietro. Fu quindi mandata una rondine, ma anch'essa tornò indietro. Infine fu la volta di un corvo: esso volò via e finalmente trovò un posto adatto. Utnapishtim allora liberò tutti gli uccelli e gli animali che aveva portato con sé, e uscì a sua volta. Subito costruì un altare "e offrì un sacrificio" - proprio come aveva fatto Noè. Ma ecco che subito emerge nuovamente la differenza tra la singola divinità e la molteplicità di dèi: quando Noè offrì il sacrificio, «Yahweh annusò il profumo allettante»; ma quando fu Utnapishtim a offrire il sacrificio, «gli dèi annusarono il dolce profumo e accorsero come mosche attorno a colui che compiva il sacrificio».Nella versione della Genesi, fu Yahweh che giurò di non distruggere mai più il genere umano; in quella della Genesi, invece, fu la Grande Dea che giurò: «Non dimenticherò... ricorderò questi giorni, non li dimenticherò mai». Non era questo, però, il problema più urgente. Quando infatti Enlil arrivò a controllare i risultati del suo piano, certo non aveva per la testa allettanti profumi di cibo. Il suo primo impulso fu quello di infuriarsi quando scoprì che qualcuno era sopravvissuto. «Qualche anima vivente è riuscita a sfuggire? Nessun uomo doveva sopravvivere alla distruzione!». Ninurta, figlio ed erede di Enlil, puntò immediatamente il dito accusatore contro Enki: «Chi, se non Ea, poteva elaborare un piano di salvezza? È lui che sa ogni cosa!». Lungi dal negare le proprie responsabilità, Enki si lanciò in una delle più eloquenti arringhe difensive del mondo antico. Cominciò con una serie di lodi a Enlil per la sua grande saggezza, e insinuò che proprio per questo non era possibile che egli volesse dimostrarsi "irragionevole". Quindi, mescolando smentite a confessioni, continuò: «Non sono stato io a svelare i segreti degli dèi»; io ho soltanto lasciato che un uomo, straordinariamente saggio, comprendesse da sé qual era il segreto degli dèi. E se davvero questo terrestre è tanto saggio, Enki suggerì a Enlil, non ignoriamo le sue capacità. «Ora decidi pure che cosa vuoi fare di lui!». Tutto ciò, dice L’Epica di Gilgamesh, era il "segreto degli dèi" che Utnapishtim rivelò a Gilgamesh. Quindi egli passò a raccontargli l'evento finale. Influenzato dalle argomentazioni di Enki,

Enlil salì a bordo della nave.
Tenendomi per mano, mi condusse a bordo;
e condusse a bordo anche mia moglie
facendola inginocchiare al mio fianco.
In piedi tra noi due,
ci toccò la fronte e ci benedisse:
«Finora Utnapishtim è stato solo un uomo;
d'ora in poi lui e sua moglie
saranno per noi come dèi.
Utnapishtim dimorerà nel Luogo Lontano,
alla Bocca delle Acque!».

Così si concluse il racconto di Utnapishtim a Gilgamesh.
Quando si fu trasferito nel Luogo Lontano, Anu ed Enlil Gli diedero vita, come un dio, lo elevarono alla vita eterna, come un dio. Ma che ne fu del resto del genere umano? Il racconto biblico finisce dicendo che Dio benedisse l'umanità e le consentì di "crescere e moltiplicarsi". Anche le versioni mesopotamiche sulla vicenda del Diluvio terminano con alcuni versi che parlano della possibilità, per il genere umano, di procreare. Anche se parzialmente mutilati, i versi parlano dell'istituzione di "categorie" umane:

...Che vi sia una terza categoria tra gli umani:
che vi siano tra gli umani
donne che partoriscono e donne che non partoriscono.

Vi furono anche, a quanto sembra, nuove direttive per i rapporti sessuali:

Regolamenti per la razza umana:
che il maschio... alla giovane fanciulla...
Che essa...
Il giovane uomo alla giovane donna...
Quando il letto è preparato,
la sposa e suo marito giacciano insieme.

Con l'astuzia, dunque, Enlil era stato battuto. L'umanità era salva e ormai in grado di procreare. Gli dèi avevano aperto la Terra all'Uomo.

lunedì 28 dicembre 2015

La Conoscenza e la cacciata dall'eden : ADAMO - EVA E NAHASH (Serpente/colui che sa decifrare,colui che scopre le cose)

La fede in una mitica età dell'oro che l'uomo avrebbe vissuto agli albori della sua storia non può certamente fondarsi su alcuna forma di conoscenza diretta, perché a quell'epoca, qualunque essa fosse, l'uomo doveva essere troppo primitivo per registrare informazioni concrete da tramandare ai posteri. Se dunque l'umanità si porta dentro ancora oggi la sensazione inconscia che vi sia stata, in un passato imprecisato, un'epoca di grande tranquillità e felicità, ciò si deve, con tutta probabilità, a leggende e racconti narrati non dai primi uomini, ma dagli stessi Nefilim. L'unico resoconto completo degli avvenimenti che capitarono all'uomo una volta che questi giunse nella dimora degli dèi in Mesopotamia è il racconto biblico di Adamo ed Eva nel Giardino dell'Eden:

E il Dio Yahweh piantò un frutteto
nell'Eden, a oriente;
e vi pose Adamo
che Egli aveva creato.
E il Dio Yahweh
fece crescere dalla terra
ogni albero piacevole a vedersi
e buono da mangiare;
e nel frutteto vi era l'Albero della Vita
e l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male...
E il Dio Yahweh prese Adamo
e lo mise nel Giardino dell'Eden
perché lo lavorasse e ne avesse cura.
E il dio Yahweh disse ad Adamo:

 «Di ogni albero del giardino potrai mangiare; ma dell'Albero della Conoscenza del Bene e del Male non mangerai;perché il giorno che tu ne mangiassi sicuramente moriresti».

Vi erano dunque due frutti vitali disponibili, ma ai terrestri era vietato solo il frutto dell'Albero della Conoscenza. A quel punto, ormai, alla Divinità non importava più che l'uomo potesse tentare di arrivare all'Albero della Vita. L'uomo, però, non fu capace di sottostare nemmeno a quell'unico divieto, e fu la tragedia. Il quadro idilliaco si tramutò rapidamente in una scena drammatica, quella che teologi e commentatori biblici chiamano la Caduta dell'Uomo. È una storia, che ben conosciamo, di comandamenti divini inascoltati, divine bugie, un Serpente tentatore (che tuttavia dice la verità), la punizione, l'esilio. Comparso dal nulla, il Serpente osò sfidare i solenni avvertimenti divini:

E il Serpente... disse alla donna:
«Davvero Dio ha detto
"Voi non mangerete alcun frutto degli alberi del giardino?"
E la donna disse al Serpente:
«Dei frutti degli alberi del giardino
possiamo mangiare;
è del frutto dell'albero che sta in mezzo al frutteto
che Dio ha detto:
"Non mangerete di esso, né lo toccherete,
altrimenti morirete"».
Il Serpente disse allora alla donna:
«No, che non morirete;
è che Dio sa bene
che il giorno in cui ne mangerete
i vostri occhi si apriranno
e voi sarete come Dio -
conoscerete il bene e il male».
E la donna vide che l'albero era buono da mangiare
e piacevole da vedere;
e inoltre aveva il potere di rendere saggi;
ed ella prese il suo frutto e lo mangiò
e ne diede anche al suo compagno, ed egli mangiò.
E gli occhi di entrambi si aprirono,
ed essi videro che erano nudi;
e allora legarono insieme foglie di fico
per farne dei perizomi.

Leggendo e rileggendo questo brano conciso e tuttavia molto preciso, non possiamo fare a meno di domandarci qual è la vera posta in gioco di questo scontro. Diffidati, pena la morte, dal toccare il Frutto della Conoscenza, i due terrestri vennero poi convinti ad andare avanti e a mangiare pure di quel frutto, che avrebbe dato loro una "conoscenza" simile a quella della Divinità. E invece, tutto ciò che avvenne fu che i due si ritrovarono improvvisamente consapevoli della loro nudità. Il fatto di accorgersi di essere nudi, in realtà, non era che uno degli aspetti macroscopici di una situazione molto più complessa. Il racconto biblico di Adamo ed Eva nel Giardino dell'Eden si apre con l'affermazione: «Ed entrambi erano nudi, Adamo e la sua compagna, e non se ne vergognavano». Essi erano cioè, per quanto ci è dato capire, a un livello inferiore di sviluppo umano rispetto agli individui pienamente evoluti: non solo erano nudi, ma erano anche ignari di ciò che questo comportava. Se lo esaminiamo più approfonditamente, il testo biblico sembra accennare al fatto che, a un certo punto, l'uomo abbia acquisito una certa capacità sessuale: era questa la "conoscenza" che avrebbe dovuto essergli preclusa, e non, come si è pensato finora, una serie di informazioni scientifiche. E a conferma di ciò vi è il fatto che, non appena ottenuta questa "conoscenza", "essi seppero che erano nudi" e si affrettarono a coprirsi gli organi genitali. La Divinità si accorse subito che essi avevano trasgredito agli ordini:

Ed essi udirono il suono del Dio Yahweh
che passeggiava nel giardino nella brezza del giorno,
e Adamo e la sua compagna si nascosero
dalla Divinità Yahweh tra gli alberi del giardino.
E il Dio Yahweh chiamò Adamo
e gli disse: «Dove sei?».
Egli rispose:
«Ti ho sentito arrivare nel giardino
e ho avuto paura, perché sono nudo;
così mi sono nascosto».
E Dio disse:
«Chi ti ha detto che sei nudo?
Hai forse mangiato dell'albero
di cui ti avevo ordinato di non mangiare?».

Adamo dovette ammettere la verità, ma accusò la sua compagna, e questa accusò a sua volta il Serpente. In preda a una grande collera, la Divinità maledisse il Serpente e i due terrestri. Poi - a sorpresa - «Il Dio Yahweh fece per Adamo e sua moglie delle vesti di pelli, e li coprì». Naturalmente non possiamo pensare che tutta questa storia - che portò all'espulsione dei terrestri dal Giardino dell'Eden - serva solo a spiegare come l'uomo abbia cominciato a vestirsi.Il fatto di indossare delle vesti, in realtà, non era che una manifestazione esteriore della sua nuova "conoscenza". L'acquisizione di questa "conoscenza" e i tentativi divini per sottrarla all'uomo rappresentano il punto centrale della vicenda. Anche se non è stato ancora trovato un testo mesopotamico che possa essere considerato il corrispettivo della Bibbia, non vi sono dubbi che il racconto - come tutto il materiale biblico concernente la Creazione e la preistoria dell'uomo, era di origine sumerica. I dati ci sono tutti: il luogo è la Dimora degli Dèi in Mesopotamia; vi sono due alberi vitali, quello della Conoscenza e quello della Vita, come nella Dimora di Anu; e infine c'è il gioco di parole sul nome di Eva ("quella della vita", "quella della costola"). Persino le parole della Divinità riflettono l'origine sumerica, perché anche qui l'unico Dio degli ebrei compie un nuovo "scivolone" nel plurale, rivolgendosi a "colleghi" divini che non hanno certamente riscontro nella Bibbia, bensì nei testi sumerici.

Allora il Dio Yahweh disse:
«Ecco, Adamo è diventato uno di noi,
e conosce il bene e il male.
E ora non potrebbe stendere la mano
e attingere anche all' Albero della Vita,
e mangiarne, e vivere per sempre?».
E il Dio Yahweh cacciò Adamo dal Giardino dell'Eden.

Come si vede da molti reperti iconografici, c'è stato un tempo in cui l'uomo, il "lavoratore primitivo", non indossava vestiti quando serviva i suoi dèi: era nudo mentre porgeva loro cibo e bevande, nudo mentre lavorava i campi o costruiva oggetti.
La sua condizione, dunque, non era molto diversa da quella degli animali domestici; gli dèi avevano semplicemente "promosso" uno degli animali già esistenti perché questi servisse alle loro esigenze. È possibile, allora, che la mancanza di "conoscenza" volesse dire che, nudo come un animale, questo nuovo essere aveva anche rapporti sessuali come, o con, gli animali? Alcune tra le più antiche raffigurazioni sembrano proprio confermare tale ipotesi 
Testi sumerici come l'Epica di Gilgamesh lasciano intendere che il tipo di rapporto sessuale era uno degli elementi di distinzione tra l'uomo "selvaggio" e l'uomo "umano". Quando la gente di Uruk volle civilizzare il selvaggio Enkidu - "il barbaro individuo che veniva dal profondo delle steppe" - si assicurarono i servigi di una "ragazza di piacere" e la mandarono a incontrare Enkidu presso la polla d'acqua dove egli era solito intrattenersi con vari animali; là ella avrebbe dovuto offrirgli la sua "pienezza". Dal testo si capisce che il vero punto di svolta nel processo di "civilizzazione" di Enkidu sarebbe avvenuto solo quando gli animali con i quali egli si era fino ad allora intrattenuto lo avessero rifiutato. Era importante, disse alla ragazza la gente di Uruk, che essa continuasse a offrirgli il suo "compito di donna" finché «le bestie selvatiche che vivono nella steppa non lo rifiuteranno». Essere "strappato" alla sodomia era dunque un requisito fondamentale perché Enkidu diventasse compiutamente umano. La donna liberò i suoi seni, scoprì il petto, ed egli possedette la sua pienezza... Essa offrì a lui, il selvaggio, il suo compito di donna. La cosa, a quanto pare, funzionò. Dopo sei giorni e sette notti, "saziatosi delle grazie di lei", egli si ricordò dei suoi antichi amici. Rivolse il volto verso le bestie selvatiche; ma al vederlo le gazzelle corsero via. Gli animali selvatici della steppa fuggivano dal suo corpo. È chiaro, dunque. Il fatto di aver avuto rapporti sessuali con un altro essere umano aveva prodotto un tale cambiamento in Enkidu che gli animali che fino a quel momento gli erano stati compagni "fuggivano dal suo corpo"; non solo correvano via, ma rifiutavano ogni contatto con lui.  Per un attimo Enkidu rimase sbalordito "perché i suoi animali selvatici se ne erano andati".  Ma certo non rimpianse il cambiamento, come spiegano i testi antichi:  Ora egli vedeva, capiva di più... E la donna disse a Enkidu: ora conosci, Enkidu; ora sei come un dio!». Le parole di questo testo mesopotamico sono praticamente identiche a quelle del racconto biblico di Adamo ed Eva. Come aveva predetto il Serpente, mangiando dell'Albero della conoscenza essi erano diventati - dal punto di vista sessuale, in questo caso - «come la Divinità, che conosce il bene e il male». L'uomo, dunque, aveva capito che avere rapporti sessuali con animali era incivile, era il "male". Ma allora, perché Adamo ed Eva furono puniti per il fatto di aver abbandonato la pratica della sodomia? L'Antico Testamento è pieno di avvertimenti contro la sodomia, ed è quindi inconcepibile che il fatto di aver abbandonato una pratica maligna e di averne imparata una virtuosa abbia provocato la collera divina. La "conoscenza" che l'uomo raggiunse contro il volere della Divinità - o di una delle divinità - deve essere stata di natura più profonda. Era qualcosa di oggettivamente buono per l'uomo, ma che, per il suo creatore, egli non doveva avere. Per riuscire a cogliere il vero significato di ciò che accadde occorre leggere attentamente tra le righe della maledizione contro Eva:

E alla donna Egli disse:
«Io accrescerò enormemente la tua sofferenza
nella gravidanza.
Con dolore partorirai i figli,
eppure verso il tuo compagno sarà il tuo desiderio»...
E Adamo chiamò sua moglie "Eva",
perché essa era la madre di tutti i viventi.

Ed è proprio questo l'evento decisivo, "epocale", che ci viene trasmesso dal brano biblico: finché Adamo ed Eva non avevano la "conoscenza", vivevano nel Giardino dell'Eden senza figli. Dopo aver ricevuto la "conoscenza", Eva ottenne la capacità (e il dolore) di portare dentro di sé un figlio e di partorirlo. Fu solo allora che Adamo conobbe sua moglie Eva, ed essa «concepì e diede alla luce Caino». In tutto l'Antico Testamento, il verbo "conoscere" è utilizzato per indicare rapporti sessuali, specie tra marito e moglie allo scopo di avere dei figli. La vicenda di Adamo ed Eva nel Giardino dell'Eden è dunque la storia di un passo fondamentale nello sviluppo dell'uomo: l'acquisizione della capacità di procreare. Che i primi rappresentanti dell'Homo sapiens fossero incapaci di riprodursi è del tutto naturale. Qualunque metodo i Nefilim abbiano utilizzato per infondere parte del loro corredo genetico nella struttura biologica degli ominidi che avevano scelto per i loro scopi, il nuovo essere era comunque un ibrido, un incrocio tra due specie differenti, seppure correlate. Come i muli, per esempio, nati dall'incrocio tra una cavalla e un asino, tutti questi ibridi sono sterili. Attraverso l'inseminazione artificiale e metodi ancora più sofisticati di ingegneria genetica siamo in grado di produrre quanti muli vogliamo, anche senza alcun contatto tra una cavalla e un asino; ma nessun mulo può concepire e mettere al mondo un altro mulo. È possibile che, almeno inizialmente, i Nefilim si siano limitati a produrre una sorta di "muli umani" per venire incontro alle loro necessità? Un'incisione rupestre trovata sulle montagne del sud dell'Elam non fa che accrescere la nostra curiosità. In essa si vede una divinità seduta che tiene in mano una "provetta" da laboratorio dalla quale esce un liquido: si tratta di una rappresentazione abbastanza comune di Enki. Seduta accanto a lui vi è una dea, che sembra più una sua collaboratrice che una sposa: non può essere che Ninti, la dea Madre o Dea della Nascita. Accanto a loro stanno poi altre dee minori, che ricordano le dee della nascita dei vari racconti sulla creazione. Tutti costoro formano dunque il gruppo dei "creatori"; di fronte a loro stanno frotte di esseri umani, che appaiono tutti assolutamente uguali, come prodotti di uno stesso stampo.
Ripensiamo per un attimo al racconto sumerico che ci dice come gli esseri, maschi e femmine, generati da Enki e dalla Dea Madre fossero inizialmente imperfetti, asessuati oppure sessualmente incompleti: si allude forse a una prima fase dell'esistenza umana, una fase "ibrida", in cui l'uomo, fatto a immagine e somiglianza degli dèi, era però sessualmente incompleto, ovvero mancava di "conoscenza"? Quando poi Enki riuscì a produrre un "modello perfetto" di uomo - Adapa/Adamo - si diede il via, come raccontano i testi sumerici, a una sorta di "produzione di massa" di questi individui, impiantando gli ovuli geneticamente trattati nel ventre delle dee della nascita: una sorta di "catena di montaggio" che produceva un numero prefissato di maschi e di femmine. Ma tutto ciò non significa forse che l'uomo non era in grado di procreare da sé? Recentemente si è scoperto che l'incapacità di procreare, tipica degli ibridi, deriva da un'anomalia delle loro cellule riproduttive. Mentre tutte le cellule contengono una sola serie di cromosomi ereditari, l'uomo e altri mammiferi sono in grado di riprodursi perché le loro cellule sessuali (lo sperma nei maschi, l'ovulo nelle femmine) ne contengono due serie. Tale caratteristica manca però negli ibridi. Oggi l'ingegneria genetica sta tentando di ovviare al problema immettendo artificialmente nelle cellule riproduttive degli ibridi una doppia serie di cromosomi: solo così essi possono diventare sessualmente "normali". Fu forse questo che il dio chiamato "Serpente" fece per il genere umano? Il Serpente biblico non era certamente un umile rettile strisciante, nel senso letterale del termine, dal momento che poteva conversare con Eva, era al corrente di tutta la verità sulla famosa questione della "conoscenza" e anzi, aveva una posizione tale da potersi permettere di smentire senza problemi la divinità, facendola passare per bugiarda. Ricordiamo che in tutte le tradizioni antiche la divinità principale aveva dovuto combattere contro un avversario Serpente - una leggenda le cui radici risalgono senza dubbio agli dèi sumerici. Anche il racconto biblico rivela non poche tracce della sua origine sumerica, per esempio nel suo accenno ad altre divinità: «Adamo è diventato uno di noi». La possibilità che gli antagonisti biblici - la Divinità e il Serpente - rappresentino Enlil ed Enki appare dunque più che plausibile. La loro rivalità, come abbiamo visto, ebbe origine quando fu trasferito a Enlil il comando della Terra, anche se era stato Enki il vero pioniere. E così, mentre Enlil se ne stava comodamente a Nippur, presso il Centro di Controllo della missione, Enki fu mandato a organizzare le operazioni minerarie nel cosiddetto Mondo Inferiore. L'ammutinamento degli Anunnaki era rivolto contro Enlil e suo figlio Ninurta; il dio che invece parlò a difesa degli ammutinati era Enki. E fu Enki a suggerire, e poi ad attuare, la creazione di "lavoratori primitivi", mentre Enlil dovette usare la forza per ottenere qualcuna di queste nuove, meravigliose creature. Secondo quando ci presentano i testi sumerici, Enki ha sempre avuto il ruolo di difensore del genere umano, Enlil quello di rigido disciplinatore, se non addirittura antagonista. I due ruoli opposti, dunque, quello di una divinità che vuole mantenere sessualmente repressi i nuovi esseri umani e di un'altra disposta invece a donare all'umanità il frutto della "conoscenza", corrispondono perfettamente a Enlil ed Enki. Ancora una volta, i giochi di parole che si trovano nei testi sumerici come nella Bibbia ci vengono in aiuto. Il termine biblico che indica il "Serpente" è nahash, che vuol dire sì "serpente", ma che deriva dalla radice NHSH, che significa "decifrare, scoprire"; perciò nahash potrebbe anche voler dire "colui che sa decifrare, colui che scopre le cose", un epiteto che ben si addice a Enki, lo scienziato, il dio della conoscenza dei Nefilim. Tracciando un parallelo tra il racconto mesopotamico di Adapa (che ricevette la "conoscenza" ma non riuscì a raggiungere la vita eterna) e il destino di Adamo, S. Langdon (Semitic Mythology, "Mitologia semitica») riprodusse una raffigurazione scoperta in Mesopotamia che ricorda molto da vicino il brano biblico: un serpente intrecciato a un albero, che cerca di arrivare al frutto di questo. Particolarmente significativi sono i simboli celesti: in alto sta il Pianeta dell'Attraversamento, che rappresenta Anu; vicino al serpente vi è invece la falce di Luna, che sta a indicare Enki. Ancora più interessante per noi è scoprire che nei testi mesopotamici il dio che alla fine concesse ad Adapa la "conoscenza" altri non era che Enki: Un'ampia comprensione egli gli concesse... La saggezza [gli aveva dato]... Gli aveva dato la Conoscenza; ma la Vita Eterna non gliela diede.Un sigillo cilindrico trovato a Mari sembra ben illustrare la versione mesopotamica del racconto contenuto nella Genesi. L'incisione presenta un dio seduto su un terreno sopraelevato che emerge dalle onde - un'evidente rappresentazione di Enki. Da entrambi i lati di questo trono spuntano serpenti che lanciano getti d'acqua. Accanto a questa figura centrale stanno due dèi a forma di alberi. Quello sulla destra, i cui rami hanno estremità a forma di pene, tiene in mano un'ampolla che contiene presumibilmente il Frutto della Vita. Quello a sinistra, invece, con i rami terminanti a forma di vagina, ha rami carichi di frutti e rappresenta l'Albero della "Conoscenza" - il dono divino della procreazione.Ancora più a lato sta un altro dei Grandi Dèi, palesemente in collera con Enki: si tratta, a nostro avviso, di Enlil.
Non sapremo mai che cosa provocò il conflitto nel Giardino dell'Eden. Alla fine, comunque, Enki riuscì a portare a termine il famoso "lavoratore primitivo" e a creare così l'Homo sapiens, un individuo completo e capace di creare una propria discendenza. A questo punto, nella Bibbia, Adamo diventa non più un termine generico per indicare "l'uomo", ma una persona specifica, il primo patriarca, anche se ciò segnò una sorta di scisma tra Dio e l'Uomo. Le due strade si separarono e l'uomo non fu più solo un umile servo degli dèi, ma un individuo autonomo: questa svolta, però, nel Libro della Genesi non è vista come un atto volontario dell'uomo, ma come una punizione inflittagli dalla Divinità: affinché egli non divenga capace anche di sfuggire alla mortalità, sarà scacciato dal giardino dell'Eden. Secondo tali fonti, l'esistenza indipendente dell'uomo cominciò non nel sud della Mesopotamia, dove i Nefilim avevano fondato le loro città e i loro campi, ma a est, nei Monti Zagros: «Ed egli scacciò Adamo e lo mandò a vivere a oriente del Giardino dell'Eden». Ancora una volta, dunque, il racconto biblico corrisponde perfettamente ai ritrovamenti scientifici: la cultura, la civiltà umana cominciò tra i monti che circondavano la pianura mesopotamica. È un peccato che la Bibbia non dica di più al riguardo, perché avrebbe potuto gettare una luce maggiore su queste prime forme di civiltà sulla Terra.

giovedì 24 dicembre 2015

Antichi testi sanscriti e le gigantesche città spaziali


Dr. Dileep Kumar Kanjilal
I Capitoli 168, 169 e 173 del VANAPARVAN (del Mahabharata) descrivono la battaglia divina tra Arjuna e Asura (o demoni):  
“Arjuna ascese al cielo verso gli esseri divini e celesti per imparare la gestione delle armi. Durante questo soggiorno, Indra, signore del cielo, chiese ad Arjuna la distruzione dell’intero esercito degli Asura.” 
“Gli Asura erano 30 milioni di Demoni che vivevano in fortezze nelle profondità dei mari. Indra, signore del cielo,affido’ ad Arjuna il proprio veicolo spaziale che venne pilotato da Matali il suo abile assistente di volo. Questa nave era in grado di muoversi anche sott’acqua. Nella feroce battaglia che ne seguì,piogge diluviali furono provocate dagli Asura, ma Arjuna appronto’ un arma divina, in grado di sezionare tutta l’acqua. Gli Asura furono sconfitti, e dopo la battaglia, Arjuna scese verso le città dei demoni sconfitti rimanendo affascinato dalla bellezza e il lusso di queste città subacquee. Arjuna chiese a Matali la storia di queste città, venendo a conoscenza che vennero originariamente costruite dagli dei per il loro uso personale. “Una visione convincente. -Capitolo 102 del VANAPARVAN;
Gli Asura erano emersi dalle loro città sotterranee, tormentando l’uomo e gli dei. Quando Arjuna ritornò in cielo con il suo indistruttibile veicolo anfibio,scopri’ una città meravigliosa che si muoveva sul suo asse al centro dello spazio. “La città appariva raggiante, bella, piena di edifici, alberi e cascate ed era sorvegliata da vedette munite delle armi più diverse.” 
Arjuna venne informato circa l’origine di questa splendida città celeste e Brahma Matali lo inforno’personalmente che la città era chiamata Hiranyapura (Citta’ d’orata). Il Creatore Onnipotente, Brahma, aveva lasciato che gli Asura abitassero questa città. Ma gli Asura furono istituiti per espandersi in città, lontano da Brahma e dagli altri dei.  E distrussero la città dei diavol. E dal momento che Arjuna aveva combattuto i demoni, Matali lo istigo’ a distruggere la città spaziale. Quando Arjuna arrivo’ nella costruzione spaziale, lotto’ contro i demoni con armi potenti:  
“Arjuna innesco’ una terribile battaglia, durante la quale la città spaziale venne spazzata via dal vento verso terra, sballottata da una parte all’altra, fino a sprofondare nelle profondità. Dopo la lunga battaglia, Arjuna sparo’ un proiettile mortale che distrusse l’intera città in mille pezzi, lasciando cadere le macerie sulla a terra. I sopravvissuti di Asura abbandonati tra le rovine, continuarono a lottare duramente e infine Arjuna concluse la battaglia con l’aiuto dei potenti Pasupata distruggendo tutti gli Asura.  Indra e gli altri Dèi festeggiarono Arjuna come un eroe. 
Anche nel capitolo 3 (versetti 6-10) di Sabhaparvan (parte del Mahabharata) parla delle città celesti. Si dice che Maya, l’architetto degli Asura, aveva programmato con Yudhisthira, il maggiore dei Pandava, una splendida sala di montaggio di metalli in oro, argento e altri, presidiata da 8.000 lavoratori, trasferendola in cielo. Quando Yudhisthira chiese al saggio Narada se una camera cosi’ maestosa fosse mai stata costruita prima di allora.Narada rispose che simili sale celesti erano dedicate agli Dèi Indra, Yama, Varuna, Kuvera e Brahma. Secondo il saggio Narada, la sala riunioni di Indra possedeva le dimensioni (espresse in cifre attuali) di 16 miglia di altezza, 1.200 chilometri di lunghezza e 8 km di larghezza. E ‘incredibile quello che Narada spiega : 
“La città di Indra rimase permanentemente nello spazio. Fu costruita interamente in metallo e conteneva edifici, abitazioni e impianti.
Era così ampia, che piccoli oggetti volanti potevano fare accesso all’ interno di essa. La ala riunioni Yama aveva una lunghezza di 750 km, costruita in modo simile, e dotate di tutti i servizi per una vita confortevole ed era circondata da un muro bianco che lampeggiava quando un veivolo era in viaggio attraverso il cielo. La camera di Varuna era sotto l’acqua nelle profondità degli oceani ma mancavano i comfort per una vita lussuosa. La sala riunioni della Kuvera era la più bella di tutto l’universo. Misurava tra i 550 e 800 chilometri, sospesa liberamente in aria, e nel suo interno vi erano palazzi dorati. Ma il luogo d’incontro più fenomenale era quello di Brahma poiche’ era il più difficile da raggiungere e sembrava un vero quadro mentre si muoveva attraverso l’universo con il sole e la luna pallida nelle sue vicinanze. ”
Mentre i riferimenti a città sottomarine sembrano del tutto realistici, data la tecnologia attuale, la descrizione delle gigantesche città spaziali sembra del tutto fantastico. Dal punto di vista scientifico non si puo’ constatare che in quei libri del Mahabharata vengono descritte almeno cinque città del genere, costruite da tecnici e in grado di rimanere in aria per anni.Erano dotate di tutti i comfort, ma anche di armi terribili.
Si scopre che nei testi sacri, questo “insieme di persone” si trova nello spazio e vengono citate in connessione con le divinità celesti. Tali sale riunioni non erano certo sulla terra. Gli stiamo imitando.
La nostra tecnologia moderna solo adesso sta iniziando l’approccio teorico con questo livello tecnologico appartenente a mondi antichi. Ad esempio, il Dipartimento di Ricerca Spaziale della Stanford University sta studiando la possibilità di inviare una città artificiale in orbita intorno al nostro pianeta. Il Professor Gerard O’Neill, presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Princeton, ha stimato, inoltre, che una città satellite di questo tipo, di 30 chilometri di lunghezza, con una capacità di un milione di abitanti, non sarebbe affatto irreale. La descrizione di questi tipi di città che volano appare da tempi immemorabili nei poemi epici dell’India antica,sulla cui autenticità non vi e’ alcun dubbio. L’unica difficoltà sta nelle esatte espressioni di trascrizione moderne vaihayasi come (mosca), gaganacara (aria) o vimana (oggetto volante) che solo la tecnologia moderna ha permesso una traduzione ragionevole.  La deduzione logica da trarre da tutto questo è: nei tempi antichi, la terra avrebbe dovuto essere una civiltà fiorente con sufficienti conoscenze scientifiche per costruire oggetti volanti e lanciare satelliti e città spaziali. Tali civiltà potrebbero essere scomparse per via di qualche catastrofe sconosciuta.  Dr. Dileep Kumar Kanjilal l’autore di questo articolo ha studiato presso il Collegio sanscrito di Calcutta ottenendo il dottorato presso l’Università di Calcutta, per poi approfondire i suoi studi a Oxford.  E ‘stato professore di sanscrito presso il Collegio della Chiesa scozzese a Calcutta, il Victoria College e professore presso Coochbehar sotto la responsabilità del governo sanscrito bengalese. Ha pubblicato numerose opere in lingua inglese, tra cui Vimana in Ancient India.

 [Fonte-enumaelish60.altervista.org]

mercoledì 23 dicembre 2015

ASHERAH: la Dea cancellata;consorte di EL- moglie di YAHWEH-sposa del Dio di ebrei e cristiani

Yahweh è una divinità antica e potente, l'origine di tutto, oltre che il fulcro delle tre grandi religioni abramitiche. Chiamatelo pure Yahweh, Dio o Allah, ma è con il primo nome che era noto secoli e secoli prima che il Cristianesimo e l' Islam diventassero ciò che sono ora.Nel corso dei millenni, Yahweh ha oscurato un'altra divinità che nei tempi antichi veniva messa alla pari del Creatore: Asherah, una divinità femminile della fertilità che godeva delle stesse attenzioni da parte dei suoi adoratori. Francesca Stavrakopoulou, ricercatrice del dipartimento di Teologia e Religione all'università di Exeter, ha indagato la connessione tra Yahweh e Asherah, cercando di svelare i motivi per cui la divinità femminile sia scomparsa quasi completamente dalla narrazione biblica."Forse lo conoscete come Yahweh, Allah o Dio. Ma su un solo punto concordano ebrei, musulmani e cristiani, i popoli delle tre grandi religioni abramitiche: c'è un solo Dio" dice Stavrakopoulou. "E' una figura solitaria, unica, creatore universale, non un Dio tra tanti...o forse è quello che ci piace credere. Dopo anni di ricerca specializzata nella storia e nella religione di Israele, sono giunta alla conclusione, che alcuni potrebbero giudicare scomoda, che Dio avesse una moglie".Stavrakopoulou basa la sua teoria su testi antichi, amuleti e statuette scoperte prevalentemente nella città costiera di Ugarit, elementi che mostrerebbero che il culto di Asherah sia stato parecchio diffuso tra le popolazioni israelite del tempo.La teoria di una divinità femminile adorata parallelamente a Yahweh non è nuova: già nel 1967 Raphael Patai, orientalista e antropologo propose l'idea di un "doppio culto" di Yahweh e Asherah. Patai, ricercatore di fama internazionale che lavorò per le Nazioni Unite come direttore di progetti di ricerca antropologica in Siria, Libano e Giordania, Asherah sarebbe stata la "regina dei cieli", come viene chiamata nel Libro di Geremia.L'ipotesi che Dio potesse avere una moglie fu avanzata in passato da Patai e da altri ricercatori sulla base di un'iscrizione risalente all' VIII° secolo a.C., e di riferimenti all'interno della Bibbia stessa. "L'iscrizione era una richiesta di benedizione" dice Stavrakopoulou. "L'iscrizione chiede una benedizione da 'Yahweh e Asherah'. Era la prova che presentava Yahweh e asherah come una coppia divina. E ora è stata ritrovata una manciata di altre iscrizioni, e tutte ci aiutano a rafforzare l'idea che il Dio della Bibbia avesse una moglie".La Bibbia sembrerebbe confermare il culto di Ashera nel Libro dei Re, in cui si cita una statua di Asherah nel Tempio di Yahweh a Gerusalemme. A questa statua venivano offerti oggetti di tessuto prodotti dal personale femminile del Tempio. Il testo usa anche il termine "asherah" in due sensi, per riferirsi ad un oggetto religioso, o per definire il nome della divinità. "Molte traduzioni in inglese preferiscono tradurre 'Asherah' con 'Albero Consacrato'" dice Wright. "Questo sembra essere parzialmente dovuto ad un desiderio moderno, ispirato chiaramente dalla narrativa biblica, di nascondere Asherah dietro ad un velo ancora una volta"."Asherah non è stata completamente cancellata dalla Bibbia dai suoi editori maschili" dice J. Edward Wright, presidente del The Arizona Center for Judaic Studies e del The Albright Institute for Archaeological Research. "Alcune sue tracce rimangono, e basandosi su queste tracce, sulle prove archeologiche e sui riferimenti a questa dea nei testi provenienti dai territori confinanti con Israele e il Regno di Giuda, possiamo ricostruire il suo ruolo nelle religioni del Levante meridionale".Asherah non è una divinità che appartiene alle sole religioni abramitiche: nota anche come Ishtar e Astarte, era una divinità potente e celebrata in molte culture, dai Fenici ai Babilonesi, e le cui origini risalirebbero a ben oltre un millennio prima di Cristo. Le sue tracce si possono trovare in testi ugaritici risalenti a un periodo precedente al 1200 a.C., testi che la definiscono con il suo nome completo "Colei che cammina sul mare". Ricorda qualcosa, non vi pare? "I riferimenti alla dea Asherah nel Vecchio Testamento sono rari, e sono stati pesantemente modificati dagli antichi autori che hanno messo raccolto i testi sacri" aggiunge Aaron Brody, direttore del Bade Museum e professore associato alla Pacific School of Religion.Brody è convinto del fatto che gli antichi israeliti fossero politeisti, "con solo una piccola minoranza che venerava solo Yahweh prima degli eventi storici del 586 a.C.". Anno in cui venne distrutto il Tempio di Gerusalemme, cosa che secondo Brody "portò ad una visione più universale del monoteismo: un solo dio non solo per il Regno di Giuda, ma anche per le altre nazioni d'Israele".
[Tratto da God's Wife Edited Out of the Bible - Almost]
- Nella lettura di una decina di libri che avevo acquistato anni fa sulle divinità di Canaan. E di come il pantheon cananeo fosse stato assorbito e rimodellato dagli israeliti in un processo che durò, approssimativamente, dal 1200 al 400 a.C. Particolarmente affascinante è Asherah, la moglie di El, che i redattori e i traduttori dell’Antico Testamento hanno lentamente fatto scomparire. Nonostante le numerose statuine della dèa ritrovate e risalenti al Regno di Israele e a quello di Giuda. A testimonianza, proprio, della popolarità di Asherah tra gli israeliti con il loro presunto monoteismo.El (אל, אלהים) è uno dei tanti nomi di Dio nell’Antico Testamento. Gli autori si riferiscono a lui sia con El che con Yahweh (יהוה, oppure אדני). Pur di non citare Asherah (אשרה) nelle traduzioni, ovvero la moglie della maggiore divinità israelita del nascente monoteismo, i traduttori si sono arrampicati sugli specchi. Nella Bibbia ci sono circa 40 citazione del sostantivo Asherah (‘SHRH, אשרה). Ma sono state mascherate:
1-Non pianterai alcun palo sacro di qualunque specie di legno, accanto all'altare del Signore tuo Dio. 

2-(Deut. 16,21)

In realtà, il testo ebraico dice:
לֹא-תִטַּע לְךָ אֲשֵׁרָה, כָּל-עֵץ:  אֵצֶל, מִזְבַּח יְהוָה אֱלֹהֶיךָ  Che così si può tradurre: 
Non pianterai Asherah (אֲשֵׁרָה, la nostra אשרהappunto) di qualunque specie di legno, nei pressi dell’altare del Signore Yahweh. Questo testimonia, come in quasi tutti gli altri versetti, che gli israeliti erano soliti piantare Asherah al fianco di Yahweh. Ma soprattutto testimonia l’imbarazzo nella traduzione che la versione cattolica ha mascherato con “palo sacro”.

E ancora: re Ezechia per estirpare il culto di questa dèa la fece abbattere. Ma, nella traduzione, si legge:
1-Egli eliminò le alture e frantumò le stele, abbatté il palo sacro 

2-(2 Re 18,4)
Non fu abbattuto un “palo sacro”, bensì Asherah come dice chiaramente il testo originale:
הוּא הֵסִיר אֶת-הַבָּמוֹת, וְשִׁבַּר אֶת-הַמַּצֵּבֹת, וְכָרַת, אֶת-הָאֲשֵׁרָה
Geremia (44,17) ricorda proprio che veniva bruciato incenso per la sposa di El-Yahweh:
1-Anzi decisamente eseguiremo tutto ciò che abbiamo promesso, cioè bruceremo incenso alla Regina del cielo e le offriremo libazioni come abbiamo già fatto noi, i nostri padri, i nostri re e i nostri capi nelle città di Giuda e per le strade di Gerusalemme.

E la לִמְלֶכֶת הַשָּׁמַיִם (la regina del cielo) del testo ebraico è la nostra Asherah. E ancora: un altro passaggio dell’Antico Testamento ricorda addirittura come ci fosse 400 profeti di Asherah (1Re 18,19). In breve, l’invenzione del monotesimo ebraico dalle divinità cananee ha portato con sé anche Asherah: la consorte di El. La moglie di Yahweh. La sposa del Dio di ebrei e cristiani.
  
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Asherah (ugaritico: , 'ṯrt; ebraico: אֲשֵׁרָה), nella mitologia semitica e cananea è la Grande Madre, che compare in un vario numero di fonti, tra cui testi in accadico come Ashratum/Ashratu e in ittita come Asherdu(s), Ashertu(s), Aserdu(s) o Asertu(s). Asherah è generalmente considerata coincidente con la dea ugaritica Athirat (nome è più correttamente traslitterato come ʼAirat). Il Libro di Geremia, scritto attorno al 628 a.C., contiene un probabile riferimento ad Asherah quando usa il titolo "regina dei cieli" nei capitoli 7 e 44.


 UGARIT:
Nei testi ugaritici antecedenti al 1200 a.C., Athirat è quasi sempre indicata col suo titolo completo, rabat ʼAirat yammi (ugaritico:  rbt ʼart ym), «Signora Athirat del Mare» o, in maniera più completa, «Colei che cammina sul mare». Questo nome ricorre dodici volte nell'Epica di Ba'al. Diversi traduttori e commentatori ritengono che il nome derivi dalla radice ugaritica ʼar, «falcata», imparentata alla radice ebraica ʼšr dallo stesso significato. L'altro suo epiteto divino era qaniyatu ʾilhm (ugaritico:  qnyt ʾlm) che si potrebbe tradurre con «creatrice degli dèi (Elohim)». Nei testi ugaritici, Athirat è la consorte del dio El; vi è anche un riferimento ai 70 figli di Athirat, presumibilmente gli stessi 70 figli di El. Nei documenti ugaritici Athirat e Astarte (ʿAshtart) sono chiaramente distinte, sebbene in fonti non-ugaritiche tarde la distinzione tra le due dee vada sparendo, o a causa di errori di scrittura o per un possibile sincretismo. In quanto sposa di El/Ilu, Athirat è detta Elath («Dea», la forma femminile di El; si veda Allat) o Rabit (Signora) e Qodesh/Kedes «La Santa». In alcune liste divine accadiche Ashratum appare come una delle mogli del dio Amurru . In maniera contraddittoria, Ashtart è ritenuta collegata alla dea mesopotamica Ishtar, talvolta rappresentata come la figlia di Anu, mentre nei miti ugaritici Ashtart è una delle figlie di El, la controparte semitica occidentale di Anu. Presso gli Ittiti, questa dea compare come Asherdu(s) o Asertu(s), la consorte di Elkunirsa (dal titolo ugaritico El-qan-arsha, «El creatore della Terra») e madre di 77 o 88 figli. Nelle lettere di Amarna un re degli Amorriti è chiamato Abdi-Ashirta, «Servo di Asherah».

ANTICO EGITTO:
A partire dalla XVIII dinastia, in Egitto inizia a comparire con una certa prominenza una dèa semitica chiamata Qudshu, «Santità», identificata con la dea egiziana Hathor. Questa Qudshu non sarebbe da identificare con Ashtart o Anat, in quanto queste due dèe compaiono col loro nome e con iconografie differenti. Questa dèa scompare in epoche successive, a partire da quella persiana, a causa del sincretismo tra Qudshu e Athirat/Ashrtum.

REGNO DI ISAELE E GIUDA:
Verso la metà del II millennio a.C., in Palestina (a Tell-Tanek) Athirat è presente quale sposa-paredra di Haddu/Ba'al-[ senza fonte].
Sia i ritrovamenti archeologici che i testi biblici documentano tensioni, nel periodo monarchico, tra gruppi che veneravano Yahweh insieme a divinità locali come Asherah e Ba'al, e gruppi che insistevano con la venerazione esclusiva di Yahweh. La fonte deuteronomista fornisce la prova di un forte partito monoteistico durante il regno di re Giosia (seconda metà del VII secolo a.C.), ma la forza e il predominio di una precedente venerazione monoteistica di Yahweh è discussa, in quanto dipende da quanto materiale deuteronomistico sia basato su fonti più antiche e quanto sia il frutto di un'invenzione dei redattori deuteronomistici, volta a rinvigorire la loro visione teologica. I ritrovamenti archeologici registrano l'ampia diffusione del politeismo all'esterno e all'interno di Israele durante il periodo della monarchia. Ad esempio, una struttura cultuale a Taanach (Israele settentrionale, vicino Megiddo) e risalente al X secolo a.C., mostra usi chiaramente politeistici. La struttura ha quattro livelli, o registri.
Su quello inferiore, c'è una figura femminile con mani poggiate sulle teste di leoni che le sono posti lateralmente; la figura femminile può essere interpretata come una dèa (Asherah, Astarte o Anat). Il terzo registro presenta due figure simili a sfingi alate con uno spazio vuoto tra loro. Il secondo livello contiene un albero sacro fiancheggiato su ambo i lati da ibis, mentre il quarto registro presenta un quadrupede (un bovino o un cavallo) sovrastato dal disco solare. Non è chiaro se Taanach fosse sotto controllo israelita o cananeo quando la struttura cultuale fu costruita, e le interpretazioni sono varie. Se il quadrupede sul quarto livello fosse un bovino, potrebbe essere identificato con Yahweh o con Baal, col disco solare a rappresentare o il dio del sole o il cielo. La maggior parte degli autori concordano col fatto che l'albero sacro al secondo livello vada identificato con una asherah, inteso come oggetto di culto piuttosto che come l'immagine di una divinità. Le sfingi alate al secondo livello sono state interpretate come cherubini, tra i quali sarebbe stato rappresentato un'invisibile Yahweh, sebbene un'interpretazione alternativa sia che lo spazio vuoto servisse per permettere agli osservatori di vedere un fuoco o delle figurine all'interno della struttura. Sebbene una varietà di interpretazioni sia possibile, Mark S. Smith conclude che «assumendo che la datazione di questa struttura al X secolo sia corretta, essa testimonia il politeismo in quest'area». Un altro esempio di politeismo nel Levante meridionale è la scoperta di una combinazione di iscrizioni e iconografie in un centro religioso/foresteria a Kuntillet Ajrud, nel deserto del Sinai settentrionale, che risale all'VIII secolo a.C. Tra i vari ritrovamenti, una grande giara ha attirato molta attenzione. Sul fianco della giara, sono presenti motivi iconografici che mostrano tre figure antropomorfe e un'iscrizione che nomina appaiati «Yahweh [...] e la sua Asherah». L'iscrizione suggerì le prime identificazioni delle due figure in piedi con Yahweh e la sua consorte Asherah, ma lavori successivi le identificarono come figure di Bes, sebbene altri archeologi non siano d'accordo con questa interpretazione. Un certo numero di studiosi, inclusi William G. Dever, professore emerito di archeologia del Vicino Oriente al Lycoming College e archeologo specializzato nella storia del Levante, e Judith M. Hadley, continuano a interpretare l'iscrizione come un riferimento ad Asherah intesa come una dèa israelita e consorte di Yahweh. Dever ha scritto un libro intitolato Did God Have a Wife? («Dio aveva una moglie?») che fa una panoramica dei ritrovamenti archeologici sottolineando la scoperta nel territorio dell'antico Regno di Israele di numerose figurine femminili come una prova a favore della sua teoria, secondo la quale Asherah ricopriva il ruolo di dèa e consorte di Yahweh nella religione popolare israelita del periodo monarchico. A questi due ricercatori si affianca Francesca Stavrakopoulou, professoressa di religioni antiche all'Università di Exeter, la quale si è focalizzata soprattutto sulla storia antica di Israele durante l'Età del ferro. Di opinione differente sono altri autori, tra cui Mark S. Smith, John Day e André Lemaire, i quali considerano l'«asherah» di queste iscrizioni come un oggetto di culto, un albero stilizzato o un luogo di venerazione attraverso il quale la benedizione di Yahweh era impartita, piuttosto che una dèa che potesse fungere da consorte. Secondo l'esegeta ed egittologo Othmar Keel, «Né l'iconografia né il testo ci obbligano ad interpretare la relazione tra "Yahweh [...] e la sua Asherah" in Ferro IIB nel senso di una relazione (sessualmente sancita) di due forze che sono accoppiate, e così imporci di conferire ad asherah la condizione di compagna. L'"asherah di Yahweh" non ha lo stesso rango di Yahweh, ma è piuttosto un'entità di mediazione, che porta la sua benedizione ed è concepita mentalmente nella forma di un albero stilizzato che era così subordinato a Yahweh». La Bibbia ebraica usa il termine «asherah» in due sensi, come un oggetto di culto e come un nome divino. Come oggetto di culto, l'asherah può essere «costruito», «abbattuto» e «bruciato», e Deuteronomio 16:21 proibisce di piantare alberi come asherah:

« Non erigerai per te nessuna ascerah di alcuna specie di legno accanto all'altare che costruirai all'Eterno, il tuo Dio. »   (Deuteronomio 16:21)

intendendo un albero stilizzato o un tronco potato. In altri versi si intende chiaramente una dàa, come, per esempio, in Secondo libro dei Re, 23:4-7, dove degli oggetti sono realizzati «per Baal e Asherah»:

« 4 Il re comandò quindi al sommo sacerdote Hilkiah, ai sacerdoti del secondo ordine e ai portinai di portare fuori dal tempio dell'Eterno tutti gli oggetti che erano stati fatti per Baal, per Ascerah e per tutto l'esercito del cielo; poi li bruciò fuori di Gerusalemme nei campi del Kidron e portò le loro ceneri a Bethel. 5 Inoltre soppresse i sacerdoti idolatri che i re di Giuda avevano stabilito per bruciare incenso negli alti luoghi nelle città di Giuda e nei dintorni di Gerusalemme, e quelli che bruciavano incenso a Baal, al sole, alla luna, ai segni dello zodiaco e a tutto l'esercito del cielo. 6 Fece portare l'Ascerah dalla casa dell'Eterno fuori di Gerusalemme al torrente Kidron; la bruciò presso il torrente Kidron, la ridusse in cenere e fece gettare le sue ceneri sui sepolcri della gente del popolo. 7 Demolì anche le case degli uomini che si davano alla prostituzione sacra che si trovavano nella casa dell'Eterno, dove le donne tessevano tende per Ascerah. »   (2 Re 23:4-7)

I riferimenti ad asherah in Isaia 17:8 e 2:8 suggeriscono che non vi era distinzione nel pensiero antico tra l'oggetto e la dèa Asherah:

« Non si volgerà più agli altari, opera delle sue mani e non guarderà più a quel che le sue dita hanno fatto, agli Ascerim e agli altari per l'incenso. »   (Isaia 17:8)


« Il loro paese è pieno di idoli; si prostrano davanti all'opera delle loro stesse mani, davanti a ciò che le loro dita hanno fatto. »   (Isaia 2:8)


ASHERAH (PALO SACRO):
L'asherah era un palo sacro eretto nei luoghi di culto cananei per onorare la dea madre ugaritica Asherah, consorte del dio El. La relazione tra i riferimenti letterari all'asherah e i ritrovamenti archeologici in Giudea di figurine a pilastro è oggetto di dibattiti accademici. Le asherim erano oggetti di culto collegati alla venerazione di Asherah, intesa come consorte di Baal, come attestato da iscrizioni da Kuntillet Ajurd e Khirbet el-Qom, e come tali oggetto di contrasto tra culti in competizione. La qualifica di «palo» suggerisce che il materiale di costruzione fosse il legno, ma John Day osserva che «non viene mai detto esattamente di cosa si trattasse». Il ruolo di una asherah descritto nei testi fu probabilmente riscritto e reinterpretato dai seguaci di Esdra, al ritorno degli Ebrei dall'esilio babilonese e con la scrittura della fonte sacerdotale. Se da una parte è vero che ci fu un movimento che si opponeva alla venerazione della dea nel Tempio di Gerusalemme al tempo del re Giosia, questo non sopravvisse a lungo al suo regno, in quanto i successivi quattro re biblici «fece[ro] ciò che è male agli occhi del Signore» (Secondo libro dei Re, 23:32, 37; 24:9, 19). Altre esortazioni vennero da Geremia. L'interpretazione tradizionale del testo biblico vuole che gli Israeliti abbiano importato elementi pagani come l'asherah dai vicini Cananei; le moderne interpretazioni accademiche suggeriscono invece che la religione popolare israelita fosse stata politeista da sempre, e che siano stati i profeti e i sacerdoti che denunciarono le asherim ad essere gli innovatori.

[Fonte - astronavepegasus.it]
[ Fonte - wikipedia.org]

martedì 22 dicembre 2015

DAI SUMERI AD OGGI : "GLI ANUNNAKI - (NEFILIM) CREATORI DELL'UOMO"


Il fatto, registrato e trasmesso per la prima volta dai Sumeri, che l'Uomo era stato creato dai Nefilim, sembra a prima vista fare a pugni sia con la teoria evoluzionistica sia con i precetti ebraico-cristiani basati sulla Bibbia. In realtà, però, i dati contenuti nei testi sumerici - e solo quei dati - affermano tanto la validità della teoria dell'evoluzione quanto la veridicità del racconto biblico, mostrando che non vi è alcuna contraddizione
tra l'una e l'altro. Nel racconto epico Quando gli dèi come gli uomini, in altri testi specifici e in riferimenti sparsi, i Sumeri hanno descritto l'uomo sia come creatura derivante da un atto deliberato degli dèi sia come un anello della catena evolutiva che cominciò con gli eventi celesti descritti nell'Epica della Creazione. Partendo dal presupposto che la creazione dell'uomo fu preceduta da un'epoca in cui la Terra era abitata soltanto dai Nefilim, i testi sumerici riferivano numerosi avvenimenti (come l'incidente tra Enlil e Ninlil, per esempio) che si erano verificati «quando l'uomo non era ancora stato creato, quando Nippur era abitata solo da dèi». Al tempo stesso i testi ci parlano della creazione della Terra e dello sviluppo di piante e animali in termini che corrispondono alle attuali teorie evoluzionistiche. Quando infatti i Nefilim giunsero sulla Terra, non esisteva ancora sul nostro pianeta alcuna forma di coltivazione di cereali o frutta, né di allevamento del bestiame. Anche la Bibbia colloca la creazione dell'uomo nel sesto "giorno" del processo evolutivo. Il Libro della Genesi afferma poi che nel precedente stadio evolutivo:
Nessuna pianta del campo era ancora sulla Terra,
nessuna erba mai piantata era ancora cresciuta...
E non c'era ancora l'uomo a lavorare il suolo.
Tutti i testi sumerici affermano che gli dèi crearono l'uomo perché questi facesse il loro lavoro. Con parole attribuite a Marduk l'Epica della Creazione così spiega la decisione:
Io produrrò un umile primitivo;
"Uomo" sarà il suo nome.
Creerò un lavoratore primitivo;
egli avrà in carico il lavoro degli dèi,
affinché essi non si stanchino.
I termini stessi con i quali i Sumeri e gli Accadi chiamavano l'"uomo" mettono in evidenza la sua condizione e la sua funzione: egli era un lulu ("primitivo"), un lulu amelu ("lavoratore primitivo"), un awilum ("faticatore"). Che l'uomo fosse stato creato per essere un servitore degli dèi non stupiva affatto i popoli antichi. In epoca biblica, infatti, la divinità era "Signore", "Sovrano", "Re", "Maestro". Anche il termine che viene comunemente tradotto con "adorazione" significava in realtà "lavoro" (avod): perciò l'uomo antico, l'uomo biblico, non "adorava" il suo dio, ma lavorava per lui. Non appena la Divinità biblica, così come gli dèi sumerici, ebbe creato l'uomo, fece anche un giardino e lo assegnò all'uomo perché lo lavorasse:
E il Signore Dio prese l'"uomo"
e lo pose nel giardino dell'Eden
perché lo coltivasse e lo curasse. 
Più avanti, la Bibbia descrive la Divinità che «passeggia in giardino alla brezza del giorno», ora che il nuovo essere aveva cura del Giardino dell'Eden. Ma è così lontana questa versione dai testi sumerici che descrivono la protesta degli dèi e il loro desiderio di affidare ad altri "lavoratori" il loro oneroso compito, in modo da potersi riposare? Le fonti sumeriche ci dicono che la decisione di creare l'uomo venne presa collettivamente da tutti gli dèi riuniti in assemblea. Anche il Libro della Genesi, tuttavia, pur esaltando apparentemente l'impresa di un'unica divinità, usa significativamente il plurale Elohim (letteralmente, "dèi") per indicare "Dio" e gli attribuisce una ben strana affermazione:
Ed Elohim disse:
«Facciamo l'uomo a nostra immagine,
a nostra somiglianza».
Sembrano esservi un po' troppi plurali in questa frase! A chi stava parlando questa divinità unica ma plurale (Elohim), e a immagine e somiglianza di chi ("nostra") intendeva creare l'uomo? Il Libro della Genesi non dà risposta a questa domanda. Poi, quando Adamo ed Eva mangiarono il frutto dell'Albero della Conoscenza, Elohim pronunciò un altro avvertimento, rivolgendosi sempre a imprecisate entità simili a lui: «Ecco, l'Uomo è divenuto uno di noi, e conosce il bene e il male». Poiché il racconto biblico della creazione, come anche le altre vicende iniziali della Genesi, ha un'origine sumerica, la risposta è evidente: condensando i molti dèi in un'unica Divinità Suprema, il racconto biblico non è che una rivisitazione della versione sumerica delle discussioni nell'assemblea degli dèi. L'Antico Testamento si preoccupa di chiarire che l'uomo non è un dio, né proviene dal cielo. «I Cieli sono i Cieli del Signore, all'umanità Egli ha dato la Terra». Il nuovo essere fu chiamato "l'Adamo" perché era stato creato dall'adama, il suolo della Terra: egli era, in altre parole, "il Terrestre". Ad Adamo, dunque, mancava una certa "conoscenza" e un arco di vita "divino"; per il resto, egli era stato creato a immagine (seleni) e somiglianza (dmut) del suo Creatore (o dei suoi creatori, a seconda delle versioni). L'uso congiunto dei due termini "immagine" e "somiglianza" doveva servire a chiarire che l'uomo era simile a Dio (o agli dèi) dal punto di vista sia fisico sia emotivo, esternamente e internamente. In tutte le antiche raffigurazioni pittoriche di dèi e uomini, tale somiglianza fisica appare evidente. Sebbene il divieto biblico di adorare immagini pagane avesse fatto pensare che il Dio ebraico non avesse "né immagine né somiglianza", in realtà non soltanto la Genesi, ma anche altri brani biblici attestano il contrario. Il Dio degli antichi ebrei si poteva vedere faccia a faccia, si parlava con lui e lo si ascoltava; egli aveva testa e piedi, mani e dita. Il Dio biblico e i suoi messaggeri avevano l'aspetto di uomini e come uomini si comportavano, perché gli uomini erano stati creati appunto per sembrare dèi e comportarsi come loro. Ma dietro questa semplicità si nasconde un grande mistero. Com'è possibile che una nuova creatura fosse una copia fisica, mentale ed emotiva dei Nefilim? Come fu creato, allora, l'uomo? Il mondo occidentale è stato a lungo abituato a pensare che l'uomo, creato con un atto volontario, fosse stato messo sulla Terra per assoggettarla e per avere una posizione di predominio su tutte le altre creature. Poi, nel novembre 1859, un naturalista inglese, Charles Darwin, pubblicò un trattato intitolato Sull'origine delle specie per mezzo della selezione naturale, o sulla conservazione delle razze favorite nella lotta per la vita. Riassumendo trent’anni di studi, l'opera completava il precedente concetto di evoluzione naturale aggiungendovi quello di selezione naturale come conseguenza della lotta di tutte le specie - animali e vegetali - per la sopravvivenza. La concezione cristiana del mondo aveva già subito una prima scossa quando, dal 1788 in poi, alcuni geologi avevano cominciato ad avanzare l'ipotesi che la Terra fosse molto antica, molto di più dei circa 5.500 anni calcolati secondo il calendario ebraico. Nemmeno il concetto di evoluzione in quanto tale aveva fatto tanto scalpore: in realtà già in precedenza gli scienziati ne avevano parlato e, fin dal IV secolo a.C. gli studiosi greci avevano raccolto dati sull'evoluzione della vita animale e vegetale. La vera "bomba" fatta esplodere da Darwin fu la sua conclusione che tutti gli esseri viventi, compreso l'uomo, erano prodotti dell'evoluzione. L'uomo, dunque, al contrario di quanto si era fino ad allora creduto, non si era affatto generato spontaneamente. Inizialmente la reazione della Chiesa fu violenta. Poi, via via che vedevano la luce gli studi sulla vera età della Terra, sull'evoluzione, la genetica e altri argomenti di biologia e antropologia, le critiche della Chiesa si affievolirono. Alla fine furono proprio le parole dell'Antico Testamento, considerate in maniera più attenta e più critica, a confutare la visione d'insieme fino a quel momento dominante: come era possibile, infatti, che un Dio che non aveva corpo e che era unico e solo avesse detto: «facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza!». Ma è proprio vero che noi non siamo altro che "scimmie nude"? Che dalle scimmie ci separa, dal punto di vista evolutivo, solo una spanna e che dunque questi nostri "progenitori" non sono che degli umani che non hanno ancora perso la coda e acquisito la stazione eretta? Come abbiamo dimostrato all'inizio di questo libro, gli scienziati moderni tendono ormai a diffidare di queste teorie del tutto lineari. L'evoluzione può spiegare il corso generale degli eventi che portarono alla formazione della vita e ai suoi sviluppi sulla Terra, dalle più semplici creature unicellulari all'uomo. Ma l'evoluzione non può rendere conto della nascita dell'Homo sapiens, che apparve praticamente da un giorno all'altro, in rapporto ai milioni di anni che il passaggio da uno stadio evolutivo all'altro dovrebbe comportare; e per di più apparve senza che vi sia traccia di stadi precedenti che indichino un mutamento graduale dall'Homo erectus. L'ominide del genere Homo è un prodotto dell'evoluzione. L ' Homo sapiens, invece, è il prodotto di un evento improvviso, rivoluzionario: esso apparve inspiegabilmente circa 300.000 anni fa, milioni di anni troppo presto rispetto ai normali ritmi evolutivi. Gli scienziati non sanno spiegare questo fenomeno. Noi sì. E lo spiegano anche i testi sumerici e babilonesi. E anche l'Antico Testamento. L'Homo sapiens - l'uomo moderno - fu creato dagli antichi
dèi
. Quanto all'epoca di questa creazione, per fortuna i testi mesopotamici contengono dati abbastanza chiari. Il racconto delle fatiche e del conseguente ammutinamento degli Anunnaki ci informa che «per 40 periodi essi dovettero subire il lavoro, notte e giorno»; e per sottolineare il dramma di questa grande fatica, i versi si ripetono angosciosi.
Per 10 periodi essi patirono la fatica;
Per 20 periodi essi patirono la fatica;
Per 30 periodi essi patirono la fatica;
Per 40 periodi essi patirono la fatica.
I testi antichi usano il termine ma per indicare il "periodo", e quasi tutti gli studiosi hanno sempre tradotto questa parola con "anno". In realtà, però, quel termine indica «qualcosa che si completa e si ripete»: per gli uomini e per la Terra un anno equivale a un'orbita completa attorno al Sole, ma, come abbiamo già visto, l'orbita del pianeta dei Nefilim si completa in uno shar, cioè 3.600 anni terrestri. Quaranta shar, o 144.000 anni terrestri, dopo il primo atterraggio gli Anunnaki protestarono al grido di «Adesso basta!». Se dunque i Nefilim atterrarono per la prima volta, come noi riteniamo, circa 450.000 anni fa, allora la creazione dell'uomo deve essere avvenuta circa 300.000 anni fa. I Nefilim non crearono i mammiferi o i primati o gli ominidi. "L'Adamo" della Bibbia non è il genere Homo in quanto tale, ma l'essere che rappresenta il nostro diretto progenitore, il primo Homo sapiens. E l'uomo moderno, come noi lo conosciamo, a essere stato creato dai Nefilim. La chiave per capire questo fatto cruciale sta nel racconto di Enki, che viene svegliato nel cuore della notte con la notizia che gli dèi avevano deciso di dar forma a un adamu, e che affidavano a lui il compito di trovare i mezzi. Egli rispose:
«La creatura di cui avete pronunciato il nome esiste già!».
e aggiunse: «Legatele sopra» - sulla creatura che già esiste - «l'immagine degli dèi». Ecco, dunque, la risposta all'enigma: i Nefilim non hanno "creato" l'uomo dal nulla; hanno preso, invece, una creatura già esistente e l'hanno un po' cambiata, «legandole addosso l'immagine degli dèi». L'uomo è il prodotto dell'evoluzione; ma l'uomo moderno, Homo sapiens, è il prodotto degli "dèi". Infatti, circa 300.000. anni fa, i Nefilim presero l'uomo-scimmia (Homo erectus) e gli "impressero" la loro immagine e somiglianza. La teoria evoluzionistica e i racconti provenienti dal Vicino Oriente sulla creazione non sono in conflitto: anzi, si spiegano e si completano a vicenda. Senza l'intervento creativo dei Nefilim, infatti, l'uomo moderno sarebbe ancora lontano milioni di anni nel percorso evolutivo. Spostiamoci ora indietro nel tempo, e cerchiamo di visualizzare le circostanze e gli eventi così come essi si svolsero. La grande fase interglaciale che cominciò circa 435.000 anni fa, portò, con l'addolcimento del clima, una proliferazione di cibo e di animali, e accelerò anche la comparsa e la diffusione di un primate avanzato, simile all'uomo, l'Homo erectus. Quando i Nefilim si guardarono intorno, videro, in mezzo al gran numero di mammiferi, i primati, e in particolare questo
tipo più avanzato, simile all'uomo. Possiamo supporre che i branchi vaganti di Homo erectus fossero incuriositi e si avvicinassero a osservare gli oggetti luminosi che apparivano in cielo. E non può essere che i Nefilim, a loro volta, abbiano osservato,incontrato, magari perfino catturato qualcuno di questi primati così interessanti? Che i Nefilim e i primati simili all'uomo si siano effettivamente incontrati è attestato da numerosi testi antichi. In un racconto sumerico che tratta di eventi primordiali si legge:
Quando gli uomini furono creati,
non conoscevano il pane da mangiare,
né le vesti per coprirsi;
mangiavano erba e piante con la bocca,
come pecore;
bevevano l'acqua dai fossi.
Questi esseri "umani" simili a bestie si ritrovano anche nell'Epica di Gilgamesh. Il testo descrive come appariva Enkidu, colui che era "nato nelle steppe" prima di divenire civilizzato:
Tutto il suo corpo è irsuto di peli,
egli ha lunghi capelli come una donna...
non conosce popolo né terra;
è abbigliato come uno dei campi verdi;
con le gazzelle si nutre nell'erba;
con le bestie selvatiche si abbevera
nelle pozze d'acqua;
delle creature che pullulano nell'acqua
il suo cuore si rallegra.
Il testo accadico non si limita a descrivere questo "uomo animalesco", ma parla anche dell'incontro con questo essere:
Ora un cacciatore, colui che tende le trappole,
se lo trovò davanti all'abbeveratoio.
Quando il cacciatore lo vide,
il suo viso si fece immobile...
Il suo cuore ne fu turbato e il volto si rannuvolò,
l'angoscia era entrata in lui.
Non era soltanto paura quella che assalì il cacciatore alla vista del "selvaggio", questo "barbaro individuo che proviene dal cuore della steppa"; il "selvaggio", infatti, interferiva anche con le attività del cacciatore:
Egli riempì i fossi che avevo scavato,
strappò le trappole che avevo teso;
le bestie e le creature della steppa
mi ha fatto sfuggire dalle mani.
Non potremmo trovare una descrizione migliore dell'uomoscimmia: peloso, ispido, un nomade che «non conosce popolo né terra», vestito di foglie, che si nutre d'erba e vive in mezzo agli animali. E tuttavia non manca di un certo grado di intelligenza, dal momento che sa come strappare le trappole e riempire i fossi scavati per catturare gli animali. In altre parole, egli protegge i suoi amici animali dalle mire dei cacciatori. Sono stati rinvenuti molti sigilli cilindrici che raffigurano questo irsuto uomo-scimmia circondato dai suoi amici animali.Pertanto, di fronte alla necessità di procurarsi della manodopera, decisi a ottenere un "lavoratore primitivo", i Nefilim adottarono una soluzione già pronta: addomesticare l'animale che sembrava più adatto allo scopo. L'"animale" c'era, ma l'Homo erectus poneva qualche problema; esso era infatti troppo intelligente e selvatico per divenire una docile bestia da lavoro, e inoltre il suo fisico non era molto adatto allo scopo: se doveva sostituire i Nefilim per il lavoro nei campi e nelle miniere, doveva essere capace di afferrare e utilizzare i loro strumenti, camminare e chinarsi come loro. Doveva avere un "cervello" più complesso, non come quello degli dèi, ma abbastanza per capire le parole e gli ordini che gli venivano impartiti. Insomma, doveva avere abbastanza intelligenza e capacità di comprensione da essere un obbediente e utile amelu - un servo. Se, come persino la scienza moderna sembra confermare, le forme di vita sulla Terra derivavano da quelle del Dodicesimo Pianeta, allora l'evoluzione sulla Terra deve aver seguito un corso più o meno analogo a quello che aveva seguito sul pianeta dei Nefilim. Vi saranno state senza dubbio variazioni, accelerazioni e ritardi dovuti alle diverse condizioni ambientali, ma il codice genetico e la "chimica della vita" erano gli stessi, e perciò il percorso evolutivo non deve essere stato molto differente. Osservando le varie forme di vita sulla terra, i Nefilim e il loro maggiore scienziato, Ea, non ci misero molto a capire ciò che era avvenuto: durante la collisione celeste, il loro pianeta aveva fecondato la Terra con il suo seme di vita. Quindi, l'essere sul quale essi puntavano era davvero simile ai Nefilim, anche se in una forma meno evoluta. Un graduale processo di addomesticamento attraverso generazioni e generazioni di allevamento e selezione era, naturalmente, fuori discussione. Ciò che occorreva ora era una procedura rapida, che permettesse una "produzione di massa" di questi nuovi lavoratori. Il problema venne dunque sottoposto a Ea-(Enki), il quale individuò subito la soluzione: "imprimere" l'immagine degli dèi sull'essere che già esisteva. Il procedimento che Ea consigliò per ottenere un rapido progresso evolutivo dell'Homo erectus fu, a nostro avviso, la manipolazione genetica. Oggi noi sappiamo che il complesso processo biologico mediante il quale un organismo vivente si riproduce, creando una progenie simile ai genitori, è reso possibile dal codice genetico. Tutti gli organismi viventi, animali o vegetali - un verme, una felce, l'uomo - contengono nelle loro cellule dei cromosomi, minuscole particelle all'interno delle quali si trova l'intero patrimonio ereditario di quel particolare organismo. Quando la cellula maschile (polline, sperma) feconda quella femminile, le due serie di cromosomi si combinano e poi si ridividono a formare nuove cellule, che a loro volta contengono tutte le caratteristiche ereditarie delle cellule che le hanno generate. L'inseminazione artificiale è oggi una pratica alquanto diffusa anche tra gli esseri umani. La vera sfida è quella della fecondazione incrociata tra famiglie diverse all'interno della stessa specie, o addirittura tra specie differenti. La scienza moderna ha fatto molta strada dallo sviluppo del primo ibrido di cereale, o dell'accoppiamento di cani d'Alaska con lupi, o
della "creazione" del mulo (l'unione tra una cavalla e un asino): oggi, infatti, riusciamo a manipolare persino la riproduzione dell'uomo. Un processo chiamato "clonazione" (dal greco klon, "rametto") applica agli animali lo stesso principio per cui, tagliando una parte di una pianta, si possono riprodurre centinaia di piante simili. Applicata agli animali, questa tecnica fu illustrata per la prima volta in Inghilterra, dove il Dr. John Gordon sostituì il nucleo di un ovulo fecondato di una rana con del materiale nucleico prelevato da un'altra cellula della stessa rana. Ne nacquero girini perfettamente normali, il che dimostrò che l'ovulo continua a svilupparsi, a suddividersi e a dare origine a una nuova creatura, quale che sia il punto da cui trae la serie corretta di cromosomi abbinati.Gli esperimenti compiuti dall'Institute of Society, Ethics and Life Sciences di Hastingson-Hudson, nello stato di New York, dimostrano l'esistenza di tecniche di clonazione di esseri umani. Oggi è possibile prendere il materiale nucleico di qualunque cellula umana (non necessariamente dagli organi sessuali) e, introducendo la sua serie di 23 coppie di cromosomi nell'ovulo femminile, arrivare al concepimento e alla nascita di un individuo "predeterminato". Nel concepimento normale, i cromosomi del "padre" e della "madre" si fondono e poi si ridividono, secondo una combinazione casuale, per tornare a formare 23 coppie di cromosomi, che saranno dunque abbinate diversamente da quelle dei genitori; di conseguenza anche il nuovo individuo sarà diverso dai suoi genitori. Nella clonazione, invece, il nuovo individuo è una copia esatta di chi lo ha generato, perché presenta la stessa sequenza di cromosomi. Possediamo già, dunque, come scrisse il Dr. W. Gaylin in «The New York Times», «la spaventosa conoscenza che occorre per fare copie esatte degli esseri umani» - un numero infinito di Hitler o Mozart o Einstein (se avessimo conservato i loro nuclei cellulari). Le possibilità dell'ingegneria genetica, però, spaziano in più direzioni. Ricercatori di vari Paesi hanno messo a punto un procedimento chiamato "fusione cellulare", per il quale è possibile fondere cellule piuttosto che combinare tra loro cromosomi all'interno di un'unica cellula. Il risultato è che cellule provenienti da fonti diverse possono essere fuse in un'unica "supercellula", che racchiude in sé due nuclei e una doppia serie di coppie cromosomiche. Quando questa cellula si scinde, il complesso di nuclei e cromosomi può dividersi secondo uno schema diverso da quello che caratterizzava ciascuna delle due cellule prima della fusione. Può risultarne, quindi, la formazione di due nuove cellule, ognuna delle quali geneticamente completa, ma ognuna con una serie completamente nuova di codici genetici rispetto alle due cellule originarie. Che cosa significa tutto questo? Significa che cellule appartenenti a organismi fino a quel momento incompatibili - come una gallina e un topo, per esempio - possono essere fuse per formare cellule nuove con composizioni genetiche del tutto nuove, che producono animali nuovi che non sono né galline né topi, così come noi li conosciamo. Ulteriormente perfezionato, il procedimento può anche consentire di selezionare quali caratteristiche dell'uno e dell'altro organismo impartire alla cellula combinata o "fusa". Tutto ciò ha portato allo sviluppo del vasto campo dei "trapianti genetici". Oggi è possibile prelevare da un certo batterio un singolo gene specifico e introdurre quel gene in una cellula animale o umana, per aggiungere una particolare caratteristica alla nuova creatura. Dobbiamo partire dal presupposto che i Nefilim - i quali già 450.000 anni fa erano capaci di viaggiare nello spazio - fossero altrettanto avanti, rispetto a noi, nel campo delle scienze biologiche. Essi conoscevano le diverse alternative che consentivano di combinare due serie preselezionate di cromosomi per ottenere un risultato genetico predeterminato; e, che si trattasse di un processo affine alla clonazione, alla fusione cellulare, al trapianto genetico o ad altri metodi che ancora non conosciamo, essi erano in grado di applicare questo procedimento non solo in laboratorio, ma anche sugli stessi organismi viventi. Riferimenti a una sorta di "mescolanza" tra due fonti di vita si ritrovano anche nei testi antichi. Secondo Beroso, la divinità Belo ("signore") - chiamata anche Deus ("dio") - generò diversi «esseri orribili, prodotti da un doppio principio»:  Apparvero uomini con due ali, alcuni con quattro e due facce. Avevano un corpo solo ma due teste, una di uomo, l'altra di donna; analogamente, anche molti altri loro organi avevano una parte maschile e una femminile. Altre figure umane avevano zampe e corna di capra, oppure piedi come cavalli. Altri, simili a ippocentauri, avevano la parte posteriore come cavallo, mentre davanti erano come uomini. Vi erano poi tori con testa di uomini, e cani con quattro corpi e una coda di pesce. Vi erano anche cavalli con testa di cani; e uomini e altri animali con testa di cavallo e coda di pesce. Vi erano, insomma, creature con membra di diverse specie di animali... Di tutti questi esseri erano conservate raffigurazioni nel tempio di Belo a Babilonia. È possibile che gli strani dettagli del racconto nascondano un'importante verità. È alquanto verosimile che prima di ricorrere alla creazione di un essere a propria immagine e somiglianza, i Nefilim abbiano tentato altre vie per ottenere la forza lavoro di cui avevano bisogno: per esempio la creazione di un ibrido tra un uomo-scimmia e un altro animale. Tali creature artificiali potevano forse sopravvivere per un po', ma certo non potevano riprodursi. Quegli strani uomini-toro e uomini-leoni (sfingi) che adornavano i templi dell'antico Medio Oriente forse non erano prodotti della fervida fantasia di un artista, ma riproduzioni di vere e proprie creature che uscivano dai laboratori biologici dei Nefilim - esperimenti non riusciti ma immortalati dall'arte. Anche i testi sumerici parlano di esseri umani deformi creati da Enki e dalla Dea Madre (Ninhursag) nel corso dei loro tentativi di mettere a punto un perfetto "lavoratore primitivo". Un testo riferisce che Ninhursag, che aveva il compito di «legare sul miscuglio lo stampo degli dèi», si ubriacò e «gridò a Enki»:
«Com'è il corpo dell'Uomo, buono o cattivo? Come il mio cuore mi suggerisce, io posso rendere buono o cattivo il suo destino».
Poi, con una certa malizia, secondo i testi - ma è più probabile che fosse una conseguenza inevitabile del suo procedere per tentativi - Ninhursag creò un uomo che non sapeva trattenere l'urina, una donna che non poteva partorire figli, un essere che non aveva organi genitali né maschili né femminili. Per sei volte tentò, e per sei volte il risultato fu un essere deforme o incompleto. Né andarono molto meglio le "prove" di Enki: la prima volta ne risultò un uomo con occhi malati, mani tremanti, fegato e cuore mal funzionanti; il secondo tentativo diede vita a una creatura afflitta dai malanni della vecchiaia, e così via. Alla fine, però, si riuscì a ottenere l'Uomo perfetto: quello che Enki chiamò Adapa; la Bibbia, Adamo; i nostri studiosi, Homo sapiens. Era un'entità talmente simile agli dèi che un testo si spinse ad affermare che la Dea Madre aveva dato alla sua creatura, l'Uomo, appunto, «una pelle come la pelle di un dio» - una pelle, cioè, liscia, glabra, molto diversa da quella, coperta di ispido pelo, dell'uomoscimmia. Con questo prodotto finale, i Nefilim erano geneticamente compatibili con le figlie dell'uomo, potevano sposarle e avere figli da loro. Tale compatibilità, tuttavia, poteva esistere solo se l'uomo si fosse sviluppato dallo stesso "seme vitale" dei Nefilim. Ed è infatti proprio questo che affermano gli antichi testi. L'uomo, nella concezione mesopotamica come in quella biblica, nasceva dalla fusione di un elemento divino, sangue o "essenza" divina, con 1"'argilla" della Terra. Lo stesso termine lulu, che indicava l'uomo, aveva sì il senso di "primitivo", ma letteralmente significava "uno che è stato mischiato". Chiamata a dar forma a un uomo, la Dea Madre «si lavò le mani» (una precauzione igienica che ritroviamo anche in molti altri casi in cui si parla di una creazione), «prese un pizzico di argilla e la mescolò nella steppa». I testi mesopotamici, dunque, sembrano affermare senza ombra di dubbio che il prototipo dell'uomo derivava dall'unione di "argilla" e "sangue" divino. Uno di questi testi, raccontando come Enki fosse stato chiamato a «mettere in atto una grande opera di sapienza» - cioè di conoscenza scientifica -precisa che Enki accettò l'incarico senza vedere alcuna difficoltà: «Si può fare», annunciò. Quindi impartì queste istruzioni alla Dea Madre:
«Prendi un po' d'argilla
dal cuore della Terra,
appena sopra l'Abzu -
e dalle la forma di una noce.
Io fornirò giovani dèi, bravi ed esperti
che porteranno quell'argilla alla giusta condizione».

Il secondo capitolo della Genesi ne offre una versione più tecnica :
«E Yahweh, Elohim, modellò l'Adamo
dall'argilla del suolo;
e soffiò nelle sue narici il soffio della vita,
e l'Adamo si tramutò in un'Anima vivente».
Il termine ebraico comunemente tradotto con "anima" è nephesh, quel vago "spirito" che anima ogni creatura vivente e pare abbandonarla quando questa muore. Non è un caso che il Pentateuco (i primi cinque libri dell'Antico Testamento) esortassero ripetutamente a non spargere sangue umano e a non mangiare sangue di animale «perché il sangue è nephesh». Le versioni bibliche della creazione dell'uomo, dunque, assimilano il nephesh ("spirito", "anima") al sangue. L'Antico Testamento contiene un'altra allusione al ruolo del sangue nella creazione dell'uomo. Il termine adama (dal quale deriva il nome Adamo) in origine indicava non la semplice terra o suolo, ma, più specificamente, il suolo di color rosso scuro. Come il corrispondente accadico adamatu ("terra color rosso scuro"), il termine ebraico adama e il nome ebraico del color rosso (adom) derivano dai termini che significano "sangue": adamu, dam. Quando il Libro della Genesi chiama l'essere creato da Dio "L'Adamo", utilizza un gioco di parole a doppio senso tipicamente sumerico: "l'Adamo", infatti, poteva significare "quello della terra" (Terrestre), "quello fatto di terra color rosso scuro" e "quello fatto di sangue". La stessa relazione tra l'elemento vitale delle creature viventi e il sangue si ritrova nei racconti mesopotamici sulla creazione. La casa simile a un ospedale dove Ea e la dea Madre si misero a produrre l'uomo era chiamata Casa di Shimti; quasi tutti gli studiosi traducono il suo nome con "la casa dove vengono decisi i destini". Ma il termine Shimti deriva chiaramente dal sumerico SHI.IM.TI, il quale, preso sillaba per sillaba, significa "respiro-vento-vita". Bit Shimti significava dunque, letteralmente, "la casa dove viene soffiato il vento della vita", e ciò, in pratica, corrisponde all'affermazione biblica. Anzi, la parola accadica con la quale in Mesopotamia si traduceva il sumerico SHI.IM.TI era napishtu - l'esatto corrispondente del termine biblico nephesh. E questo nephesh o napishtu era un imprecisato "qualcosa" che si trovava nel sangue. Mentre l'Antico Testamento offriva solo magri indizi, i testi mesopotamici erano ben più espliciti al riguardo. Non soltanto affermavano che per la mistura che dava forma all'uomo era necessario il sangue, ma specificavano anche che doveva essere il sangue di un dio, sangue divino. Quando gli dèi decisero di creare l'uomo, il loro capo annunciò: «Metterò insieme il sangue, farò vivere le ossa». E aggiunse che il sangue doveva essere prelevato da un dio specifico: «Modelliamo questi primitivi secondo il suo modello», disse Ea. Una volta scelto il dio,
Con il suo sangue diedero forma all'umanità;
imposero su di essa il servizio, e liberarono gli dèi...
Fu un'opera al di là di ogni comprensione.
Secondo il racconto epico Quando gli dèi come gli uomini gli dèi chiamarono allora la dea della nascita (la Dea Madre, Ninhursag) e le chiesero di compiere l'opera:
Mentre è qui con noi la dea della nascita,
che essa dia forma alla progenie.
Mentre la Madre degli Dèi è presente,
che essa formi un Lulu,
un lavoratore che prenda su di sé le fatiche degli dèi.
Che essa crei un Lulu Amelu,
affinché sia lui a portare il giogo.
In un corrispondente testo babilonese intitolato Creazione dell'uomo da parte della Dea Madre, gli dèi chiamano "la levatrice degli dèi, la sapiente Marni" e le dicono:
Tu sei il grembo materno,
quello che può creare il genere umano.
Crea dunque Lulu, fagli portare il giogo!
A questo punto, il testo Quando gli dèi come gli uomini e gli altri testi paralleli cominciano una dettagliata descrizione di come avvenne la creazione dell'uomo. Accettato l'incarico, la dea (qui chiamata NIN.TI - "signora che dà la vita") elencò tutto ciò di cui aveva bisogno, comprese alcune sostanze chimiche ("bitumi dell'Abzu"), da utilizzare per la "purificazione", e "l'argilla dell'Abzu". Di qualunque cosa si trattasse, Ea non ebbe difficoltà a comprendere ciò che Ninti intendeva:
«Preparerò un bagno purificatore.
Che un dio conceda il suo sangue...
Con la sua carne e il suo sangue,
Ninti mescoli l'argilla».

Perché da questi materiali si originasse un uomo, però, occorreva anche un aiuto femminile, qualcuno che si prendesse carico della gravidanza. Enki mise a disposizione per questo la sua stessa sposa:
A Ninki, la mia sposa divina,
sarà affidato il travaglio.
Sette dee della nascita
le staranno vicino, per assisterla. 
Dopo l'unione di "sangue" e "argilla", dunque, la fase della
gravidanza avrebbe completato il conferimento di una
"impronta" divina sulla nuova creatura.
Il destino del nuovo nato tu pronuncerai;
Ninki fisserà su di lui l'immagine degli dèi;
e ciò che ne nascerà sarà l"'Uomo". 
È probabile che alcune delle raffigurazioni trovate su sigilli cilindrici assiri illustrassero proprio questi testi: esse infatti mostrano la Dea Madre (il cui simbolo era l'arnese usato per recidere il cordone ombelicale) ed Ea (simboleggiato in origine dalla falce di luna) intenti a preparare le misture, a recitare le formule magiche, a farsi coraggio vicendevolmente Il coinvolgimento di Ninki, la sposa di Enki, nella creazione del primo modello ben riuscito di uomo richiama alla mente il racconto di Adapa, di cui abbiamo parlato in uno dei capitoli precedenti:
In quei giorni, in quegli anni,
il Saggio di Eridu, Ea (Enki),
lo creò come modello per gli uomini.
Il fatto che Adapa fosse spesso definito "figlio" di Ea è stato di solito spiegato dagli studiosi come segno del grande affetto che legava il dio alla nuova creatura. È probabile, invece, che il concetto vada inteso in maniera molto più diretta: era stata la sposa di Enki a portare dentro di sé Adapa, il "modello Adamo", e questo creava una sorta di rapporto genealogico tra il nuovo uomo e il suo dio. Ninti benedisse il nuovo essere o lo presentò a Ea. In alcuni sigilli si vede una dea, con a fianco l'Albero della Vita e varie provette di laboratorio, che solleva tra le braccia un essere appena nato. L'essere così prodotto, che i testi mesopotamici definiscono più volte "uomo modello" o "stampo", sembrava essere davvero la creatura giusta, tanto che gli dèi ne chiedevano a gran voce altre "copie". Si tratta di un dettaglio apparentemente poco importante, ma che invece getta nuova luce non solo sul processo di creazione del genere umano, ma anche sulle informazioni contenute nella Bibbia, che altrimenti paiono alquanto contraddittorie. Si legge nel primo capitolo della Genesi:
Elohim creò Adamo a Sua immagine ; a immagine di Elohim Egli lo creò. Maschio e femmina egli li creò.
Nel Libro delle Genealogie di Adamo, si afferma che:
Il giorno che Elohim creò Adamo,
a somiglianza di Elohim Egli lo fece.
Maschio e femmina egli li creò,
e li benedisse e li chiamò "Adamo"
il giorno stesso in cui li creò. 
Nella stessa frase, dunque, ci viene detto che la Divinità creò a sua immagine e somiglianza un solo essere, "Adamo", e subito dopo, in palese contraddizione, che vennero creati contemporaneamente un maschio e una femmina. La contraddizione si fa ancora più profonda nel secondo capitolo della Genesi, dove si afferma specificamente che Adamo restò per un po' di tempo da solo, fino a quando Dio lo fece addormentare e, con una sua costola, creò la Donna. Tale contraddizione, che ha assillato generazioni di scienziati e teologi, scompare se partiamo dal presupposto che i testi biblici sono in realtà un condensato delle originali fonti sumeriche. Queste fonti ci dicono che, dopo aver tentato di creare un "lavoratore primitivo" unendo uomini-scimmia con varie specie di animali, gli dèi arrivarono alla conclusione che l'unica unione possibile era quella tra gli uomini-scimmia e gli stessi Nefilim. Dopo diversi tentativi infruttuosi, venne finalmente creato un "modello Adapa"; all'inizio, quindi non vi era che un solo Adamo. Una volta accertato che Adapa/Adamo era davvero la creatura che stavano cercando di ottenere, i Nefilim lo utilizzarono come modello genetico ("stampo") per ottenerne dei duplicati; e, a questo punto, i duplicati non furono più solo maschili, ma si differenziarono in maschi e femmine. Come abbiamo già dimostrato, la "costola" biblica dalla quale venne creata la donna non era che un gioco di parole sul termine sumerico TI ("costola", ma anche "vita"), che ci conferma che Eva nacque dall'"essenza vitale" di Adamo. I testi mesopotamici ci forniscono una testimonianza diretta della prima produzione di "copie" di Adamo. Si seguirono le istruzioni di Enki. Nella Casa di Shimti - là dove viene soffiato il vento della vita - si riunirono Enki, la Dea Madre e quattordici dee della nascita. Dopo aver ottenuto 1'"essenza" di un dio, si preparò un "bagno purificatore". «Ea pulì l'argilla alla presenza di lei e continuò a recitare le formule magiche».
Il dio che purifica il Napishtu, Ea, parlò.
Seduto davanti a lei, la incitava.
Dopo che essa ebbe recitato le formule di rito,
si sporse per toccare l'argilla.
Assistiamo ora alle varie fasi del processo di creazione in massa dell'uomo. Alla presenza di quattordici dee della nascita,
Ninti staccò quattordici pezzi d'argilla;
sette li depose a destra,
sette li depose a sinistra.
In mezzo a loro mise lo stampo.
...i peli...
...l'arnese per tagliare il cordone ombelicale.
È evidente, dunque, che le dee della nascita vennero divise in due gruppi. «Il saggio e dotto aveva riunito le dee della nascita, in numero di due volte sette», prosegue il testo. Nel ventre di ciascuna la Dea Madre depose l'"argilla mescolata". Vi sono cenni a un procedimento chirurgico: la rasatura dei peli e la preparazione di una sorta di "bisturi". Fatto questo, non rimaneva che attendere:
Le dee della nascita rimasero insieme.
Ninti sedette a contare i mesi.
Il fatidico decimo mese si avvicinava;
infine arrivò,
e con esso il momento di aprire il ventre.
Il suo volto si illuminò di comprensione:
essa si coprì la testa e fece da levatrice.
Si cinse la vita e pronunciò la benedizione.
Tracciò una forma; nello stampo c'era vita.
La creazione dell'uomo, a quanto pare, fu complicata da un ritardo nella nascita. La "mistura" di "argilla" e "sangue" servì a indurre una gravidanza nelle quattordici dee della nascita. Ma nove mesi passarono e il decimo mese era ormai cominciato. «Era ormai giunto il momento di aprire il ventre». La Dea Madre sapeva ciò che doveva fare, "fece da levatrice". Che essa abbia compiuto una sorta di operazione chirurgica emerge con maggiore chiarezza anche da un testo parallelo, sebbene alquanto frammentario: 
Ninti... conta i mesi...
Il decimo mese voluto dal destino esse chiamarono;
e venne la "signora dalla mano che apre".
Con il... ella aprì il grembo.
Il suo volto si illuminò di gioia.
La sua testa era coperta;
...praticò un'apertura;
ciò che era nel grembo uscì.
Fuori di sé dalla gioia, la dea Madre gettò un grido.
«Sono stata io a crearlo!
Le mie mani l'hanno fatto!». 
Come si era compiuta la creazione dell'uomo? Il testo Quando gli dèi come gli uomini contiene un brano che ha lo scopo di spiegare perché il "sangue" di un dio doveva essere mescolato a dell'"argilla". L'elemento "divino" che occorreva non era semplicemente una goccia di sangue del dio, ma qualcosa di ancora più sostanziale e durevole. Sappiamo che il dio prescelto fu TE.E.MA, una parola che le maggiori autorità in materia (W.G. Lambert e A.R. Millard dell'Università di Oxford) traducono con "personalità", ma che in realtà indica qualcosa di molto più specifico. Letteralmente, il termine significa "ciò che racchiude quello che lega la memoria"; più tardi, lo stesso termine appare nella versione accadica come etemu, "spirito". In entrambi i casi abbiamo a che fare con quel "qualcosa" che, nel sangue del dio, era depositario della sua individualità. E in entrambi i casi, ne siamo certi, ci troviamo in presenza di giri di parole indiretti per definire ciò che Ea-Enki  cercava quando sottopose il sangue del dio a una serie di "bagni purificatori": egli voleva i geni del dio. Quanto all'unione tra questo elemento divino e quello terreno, il testo chiarisce:
Nell'argilla, dio e uomo saranno legati,
sempre vicini in unità;
e così fino alla fine dei giorni
la Carne e l'Anima
che in un dio sono maturate -
quell'Anima in una parentela di sangue sia legata;
come suo segno la vita proclamerà.
Affinché questo non sia dimenticato,
1'"Anima" sia legata in una parentela di sangue.
Sono parole forti, che non sempre gli studiosi comprendono fino in fondo. Il testo afferma che il sangue del dio fu unito all'argilla in modo da legare geneticamente dio e uomo "fino alla fine dei giorni": in tal modo, quindi, sia la carne ("immagine") sia l'anima ("somiglianza") degli dèi si sarebbero impresse sull'uomo in una parentela di sangue che nessuno avrebbe mai potuto spezzare. L'Epica di Gilgamesh riferisce che quando gli dèi decisero di creare una copia del semi-divino Gilgamesh, la dea Madre mischiò dell"argilla" con l'"essenza" del dio Ninurta. Più avanti, in quello stesso testo, si attribuisce la grande forza di Enkidu al fatto che egli aveva in sé l'"essenza di Anu", che aveva acquisito attraverso Ninurta, nipote di Anu. Il termine accadico kisir indica un'"essenza", una "concentrazione" che gli dèi del cielo possedevano. Sintetizzando gli sforzi degli studiosi per cercare di capire l'esatto significato della parola, E. Ebeling sostenne che «La sostanza del termine, o qualche sua sfumatura, poteva essere applicata alle divinità come pure ai missili che provenivano dal Cielo». Anche E.A. Speiser conveniva che il termine indicava «qualcosa che scendeva dal Cielo», con una connotazione «non lontana da quella che si potrebbe usare in un contesto medico». Ritorniamo dunque a una piccola, semplice parola: gene. Ciò che i testi antichi, tanto quelli mesopotamici quanto quelli biblici, sembrano suggerire è che nel fondere due serie di geni - i geni di un dio e quelli dell'Homo erectus - si siano utilizzati i geni maschili come elemento divino e i geni femminili come elemento terreno. Dopo aver ripetutamente affermato che la Divinità creò Adamo a sua immagine e somiglianza, il Libro della Genesi passa a descrivere la nascita del figlio di Adamo, Seth:
E Adamo visse centotrenta anni,
ed ebbe un figlio
a sua immagine e somiglianza;
e lo chiamò Seth. 
La terminologia, come si può vedere, è assolutamente identica a quella utilizzata per descrivere la creazione di Adamo per opera della Divinità. Eppure Seth nacque certamente in seguito a un processo biologico: lo sperma di Adamo fecondò un ovulo femminile, determinando il concepimento, la gravidanza e infine la nascita. La terminologia identica sembra quindi nascondere un identico processo, per cui dobbiamo concludere che anche Adamo fu generato dalla Divinità attraverso la fecondazione di un ovulo femminile da parte dello sperma di un dio. Se l'"argilla" alla quale il gene divino fu mischiato era un elemento terreno - come sostengono tutti i testi allora l'unica conclusione possibile è che lo sperma del dio (cioè il suo materiale genetico) fu immesso nell'ovulo di una donna-scimmia! Il termine accadico che indica l'argilla è tit, che significa anzi, più precisamente, "argilla modellante". La grafia originaria della parola era TI.IT ("ciò che è con la vita"). In ebraico, tit significa "fango", ma il suo sinonimo è bos, che ha la stessa radice di bisa ("palude") e besa ("uovo"). La storia della Creazione è piena di giochi di parole. Abbiamo già visto i doppi e tripli significati di Adamo-adama-adamtu-dam. L'appellativo della Dea Madre, NIN.TI, significava sia "signora della vita" che "signora della costola". E allora, non potrebbe darsi che bos-bisa-besa ("argilla-fangouovo") sia una sorta di gioco di parole per indicare l'ovulo femminile? L'ovulo di una femmina di Homo erectus, fecondato dai geni di un dio, venne poi impiantato nel grembo della sposa di Ea; una volta ottenuto il primo "modello", se ne ottennero altre copie impiantando altri ovuli fecondati nel grembo delle dee della nascita.
Il saggio e dotto
aveva riunito le dee della nascita
in numero di due volte sette.
Sette partorirono maschi,
le altre sette partorirono femmine.
La Dea della Nascita portò
il vento del soffio di vita.
A coppie essi furono prodotti,
a coppie furono prodotti in sua presenza.
Le creature erano umane -
creature della Dea Madre.
Era stato creato L'Homo sapiens. 
La compatibilità tra miti e leggende antiche, dati contenuti nella Bibbia e moderne scoperte scientifiche è evidente anche sotto un altro aspetto. Gli antropologi moderni hanno scoperto che le origini dell'uomo sono da ricercarsi nell'Africa sudorientale, proprio come suggerivano i testi mesopotamici che, come abbiamo visto, collocavano la creazione dell'uomo nell'Apsu, in quel Mondo Inferiore in cui si trovavano le miniere. Tuttavia, oltre ad Adapa, il "modello" di uomo, alcuni testi citano anche «la sacra Amama, la donna della Terra», che abitava anch'essa nell'Apsu. Nel testo La creazione dell'uomo, Enki impartisce le seguenti istruzioni alla Dea Madre: «Prendi un po' d'argilla dal cuore della Terra, appena sopra l'Abzu». Un inno alle creazioni di Ea, «che fece dell'Apsu la sua dimora», comincia affermando:
Il divino Ea nell'Apsu
prese un pezzo d'argilla,
creò Kulla per restaurare i templi.
L'inno passa poi a elencare tutti gli operai, gli specialisti in edilizia e quelli che dovevano occuparsi degli «abbondanti prodotti della montagna e del mare»: tutti erano stati creati da Ea con pezzi di "argilla" staccati dall'Abzu - la terra delle miniere nel Mondo Inferiore. Dai testi risulta chiaro che nell'Abzu Ea costruì una casa adorna di pietre preziose e d'argento. È qui che l'uomo, la sua creatura, ebbe origine:
Il Signore dell'AB.ZU, il re Enki...
costruì la sua casa d'argento e lapislazzuli;
argento e lapislazzuli, come luce splendente,
il Padre modellò con arte nell'AB.ZU
le creature dall'aspetto luminoso, che uscivano dall'AB.ZU,
stavano tutte vicino al Signore Nudimmud. 
Dalla lettura dei vari testi si può comprendere che la creazione dell'uomo provocò un certo tumulto tra gli dèi. Sembra infatti che, almeno all'inizio, questi "lavoratori primitivi" fossero confinati nella Terra delle Miniere: perciò, gli Anunnaki che lavoravano a Sumer non traevano alcun beneficio dall'avvento di questa nuova manodopera. Uno strano testo che gli studiosi hanno chiamato Il mito del piccone documenta appunto gli avvenimenti in seguito ai quali gli Anunnaki che stavano a Sumer agli ordini di Enlil riuscirono a ottenere anch'essi un aiuto dal nuovo "popolo dalla testa nera". Nel tentativo di ristabilire l'ordine, Enlil decise di tagliare ogni contatto tra il "Cielo" (il Dodicesimo Pianeta o le navicelle spaziali) e la Terra e intraprese una drastica azione contro il  luogo "dove nasceva la carne". 
Il Signore, fece accadere ciò che è giusto.
Il Signore Enlil,
le cui decisioni sono immutabili,
in verità si affrettò a separare il Cielo e la Terra
in modo che i Creati potessero venire avanti;
in verità si affrettò a separare la Terra dal Cielo.
Nel "legame Cielo-Terra" aprì uno squarcio,
affinché i Creati potessero salire
dal luogo dove nasceva la carne.
Contro la "Terra del piccone e del Canestro" Enlil mise a punto un'arma soprannaturale chiamata AL.A.NI ("ascia che genera forza"). L'arma era munita di un "dente" che, "come un unicorno", poteva attaccare e distruggere le mura più possenti. Dalle descrizioni sembrerebbe una sorta di grossa perforatrice a motore, montata su un veicolo simile a un bulldozer che schiacciava tutto ciò che incontrava sul suo cammino: 
La casa che si ribella contro il Signore,
la casa che non è sottomessa al Signore,
L'AL.A.NI la fa sottomettere al Signore.
Del malvagio... schiaccia la chioma delle piante;
lacera le radici, distrugge la chioma. 
Munita la sua arma di uno "spaccaterra", Enlil lanciò infine l'attacco:
Il Signore chiamò I'AL.A.NI e impartì i suoi ordini.
Mise lo spaccaterra come una corona sulla sua testa,
e lo guidò nel luogo dove nasceva la carne.
Nel foro c'era la testa di un uomo;
da terra, la gente usciva e si dirigeva verso Enlil.
Egli osservava con piglio deciso quelli dalla testa nera.
Con molta riconoscenza, gli Anunnaki chiesero di poter avere anch'essi i lavoratori primitivi che stavano arrivando e si affrettarono a metterli al lavoro: Gli Anunnaki si avvicinarono a lui e alzarono le mani in segno di saluto, placando il cuore di Enlil con le loro preghiere. Chiedevano di avere quelli dalla testa nera. E a quelli dalla testa nera diedero in mano il piccone. Anche dal Libro della Genesi si capisce che Adamo venne creato in qualche posto a ovest della Mesopotamia e poi venne portato verso est, in Mesopotamia, per lavorare nel Giardino dell'Eden:
E il Dio Yahweh
piantò un frutteto nell'Eden, a oriente...
E prese Adamo
e lo pose nel Giardino dell'Eden
perché lo lavorasse e ne avesse cura. 


[Fonte: Zecharia Sitchin]