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mercoledì 30 settembre 2015

L'ATTERRAGGIO SULLA TERRA:La mappa stellare sumera che rappresenta il viaggio del dio "ENLIL" (2a e ultima parte)

Una tavoletta d'argilla rinvenuta tra le rovine della Biblioteca Reale di Ninive. Come molte altre tavole, è senza dubbio una copia assira di un più antico originale sumerico. A differenza degli altri documenti, però, questo è un disco di forma circolare; e, sebbene alcuni dei segni cuneiformi che reca incisi siano perfettamente conservati, quei pochi studiosi che si sono presi la briga di tentarne una decifrazione hanno finito per considerarlo "il più sconcertante documento mesopotamico". Nel 1912, L.W. King, allora curatore della parte di Antichità Assire e Babilonesi del British Museum di Londra, fece una copia precisa del disco, che risulta diviso in otto segmenti. La parte che ci è giunta intatta reca incise forme geometriche che non compaiono su nessun altro oggetto, disegnate e tracciate con notevole precisione: frecce, triangoli, linee che si intersecano e persino un'ellisse, cioè una curva di carattere geometrico-matematico che si riteneva sconosciuta ai popoli dell'antichità:
La strana e misteriosa targa d'argilla fu portata per la prima volta all'attenzione della comunità scientifica in occasione di un rapporto presentato alla British Royal Astronomical Society il 9 gennaio 1880. R.H.M. Bosanquet e A.H. Sayce, in una delle prime conferenze sull'astronomia babilonese, la definirono un planisfero (cioè la riproduzione di una superficie sferica su un piano) e annunciarono che alcuni dei segni cuneiformi «fanno pensare a misurazioni... sembrano avere qualche significato tecnico». I molti nomi di corpi celesti che appaiono negli otto segmenti del disco ne attestano indiscutibilmente il carattere astronomico. Bosanquet e Sayce erano particolarmente interessati ai sette "punti" che comparivano in uno dei segmenti: essi pensavano che potesse trattarsi di una rappresentazione delle fasi lunari, se non fosse per il fatto che questi punti si trovavano accanto a una linea che citava la "stella delle stelle" DIL.GAN e un corpo celeste chiamato APIN. I due studiosi, dunque, non riuscirono a fornire una spiegazione che andasse al di là di una corretta lettura dei valori fonetici dei segni cuneiformi e si limitarono a concludere che il disco era in realtà un planisfero celeste. Quando la Royal Astronomical Society pubblicò un disegno del planisfero, J. Oppert e P. Jensen fornirono una nuova, più accurata lettura dei nomi di alcune stelle e pianeti. Il Dr. Fritz Hommel, scrivendo su una rivista tedesca nel 1891, («Die Astronomie der Alten Chaldaer») attirò l'attenzione sul fatto che ciascuno degli otto segmenti del planisfero formava un angolo di 45°, dal che egli concludeva che la figura
rappresentava una mappa completa dei 360° dei cieli e che il punto focale indicava una certa localizzazione "nel cielo babilonese". Le cose rimasero a questo punto finché Ernst F. Weidner, dapprima in un articolo pubblicato nel 1912 (Zur Babylonischen Astronomie in «Babyloniaca») e poi nel suo famoso testo Handbuch der Babylonischen Astronomie (1915) analizzò in dettaglio la tavoletta, ma finì per concludere che non aveva alcun senso. La sua perplessità era dovuta al fatto che, mentre le forme geometriche e i nomi di stelle e pianeti scritti all'interno dei vari segmenti erano leggibili o comprensibili (anche se non se ne coglieva il significato e la funzione), le iscrizioni lungo le linee (disposte ad angoli di 45° l'una dall'altra) erano del tutto prive di senso. Vi era sempre una serie di sillabe ripetute nella lingua assira della tavoletta. Si leggeva per esempio:

lu  bur  di  lu  bur  di  lu  bur  di
bat  bat  bat  kash  kash  kash  kash  alu  alu  alu  alu

Weidner concluse che la targa aveva un carattere sia astronomico che astrologico e che veniva usata come tavola magica per gli esorcismi, così come molti altri testi in cui si trovavano serie di sillabe ripetute. E con questo mise a tacere ogni ulteriore interesse nei confronti di questo eccezionale reperto. Le iscrizioni della tavoletta, però, assumono un valore completamente diverso se tentiamo di leggerle non come segniparole assire, ma come sillabe-parole sumeriche, dal momento che la tavoletta riproduce senza dubbio una copia assira di un originale sumerico più antico. Consideriamo uno dei suoi segmenti (che identificheremo con il numero I):

na na naa naa na nu (lungo la linea discendente)
sha sha sha sha sha sha (lungo la circonferenza)
sham sham bur bur Kur (lungo la linea orizzontale)

questa serie di sillabe apparentemente prive di senso acquistano immediatamente significato se le interpretiamo alla luce delle parole-sillabe sumeriche:
Il documento si rivela così essere una mappa di rotta, che illustra la via per la quale il dio Enlil "andava per i pianeti" e include alcune istruzioni operative. La linea inclinata a 45° sembra indicare la linea di discesa di una nave spaziale da un punto "alto alto alto alto", attraverso "nubi di vapore" e una zona più bassa priva di vapore, verso un punto dell'orizzonte, dove cielo e terra si incontrano. Nei pressi della linea dell'orizzonte, si dà istruzioni agli astronauti di "regolare regolare regolare" gli strumenti in vista dell'avvicinamento finale; poi, via via che si accostano al terreno, si accendono "razzi razzi" per rallentare la navetta, che tuttavia deve ancora sollevarsi ("salita") prima di atterrare perché deve passare sopra un territorio montuoso o impervio ("montagna montagna"). I dati che questo segmento ci fornisce si riferiscono chiaramente a un viaggio spaziale compiuto da Enlil in persona. Il disegno è composto da due triangoli collegati da una linea che forma un angolo. La linea rappresenta una rotta, dal momento che l'iscrizione che l'accompagna afferma a chiare lettere che "il dio Enlil passava per i pianeti". Il punto di partenza è il triangolo a sinistra, che rappresenta le regioni più lontane del sistema solare; l'area di arrivo è invece quella sulla destra, dove tutti i segmenti convergono verso il punto di atterraggio. Il triangolo a sinistra, con la base aperta, è simile a un segno già conosciuto della scrittura pittografica del Vicino Oriente, che significa "il dominio del sovrano, la terra montuosa". Il triangolo a destra è invece individuato dall'iscrizione shu-ut-il Enlil ("Via del dio Enlil"); l'espressione, come già sappiamo, indica i cieli settentrionali della Terra. La linea angolata, dunque, collega quello che riteniamo essere il Dodicesimo Pianeta - "il dominio del sovrano, la terra montuosa" - con i cieli terrestri. La rotta passa tra due corpi celesti: Dilgan e Apin. Alcuni studiosi hanno avanzato l'ipotesi che questi fossero nomi di stelle lontane o di parti di costellazioni, ma il significato dei nomi stessi porta a escludere tale possibilità: DIL.GAN vuol dire infatti, letteralmente, "la prima stazione"; e APIN, "dove viene stabilita la rotta giusta". Il significato dei nomi indicherebbe quindi stazioni intermedie, punti da oltrepassare. Tendiamo perciò ad accreditare l'opinione di illustri studiosi come Thompson, Epping e Strassmaier che identificavano Apin con il pianeta Marte. In questo caso la mappa acquista un significato ben chiaro: la rotta tra il Pianeta della Sovranità e i cieli terrestri passava tra Giove ("la prima stazione") e Marte ("dove viene stabilita la rotta giusta"). Questo tipo di terminologia, che legava i nomi descrittivi dei pianeti al loro ruolo nel viaggio spaziale dei Nefilim, corrisponde perfettamente ai nomi e agli epiteti contenuti nella lista dei sette pianeti Shu. Quasi a confermare ulteriormente le nostre conclusioni, l'iscrizione che afferma che quella era la rotta di Enlil compare al di sotto di una fila di sette punti: i sette pianeti che vanno da Plutone alla Terra. È naturale, allora, che gli altri quattro corpi celesti, quelli della "zona di confusione", appaiano separati, al di là dei cieli settentrionali della Terra e della fascia celeste. Che si tratti di una mappa spaziale e di una sorta di manuale di volo risulta evidente anche dagli altri segmenti che sono giunti intatti fino a noi. Proseguendo in senso antiorario, la parte leggibile del successivo frammento riporta l'iscrizione: "prendere prendere prendere trasmettere trasmettere trasmettere completare completare". Nel terzo segmento, dove si vede una parte della insolita ellisse, le iscrizioni leggibili comprendono tra l'altro "kakkab SIB.ZI.AN.NA... inviato di AN.NA... divinità ISHTAR", e l'interessante espressione: "Divinità NI.NI supervisore della discesa". Nel quarto segmento, che sembra contenere direttive su come stabilire la destinazione prendendo come punto di riferimento un determinato gruppo di stelle, la linea di discesa è specificamente identificata con la linea del cielo: la parola cielo è ripetuta undici volte sotto la linea stessa. Il segmento rappresenta forse una fase del volo più vicina alla Terra, al luogo dell'atterraggio? Potrebbe essere questo il senso della scritta che compare sopra la linea orizzontale: "colline colline colline colline cima cima cima cima città città città città". L'iscrizione centrale dice: "kakkab MASH.TAB.BA [Gemelli] il cui incontro è stabilito: kakkab SIB.ZI.AN.NA [Giove] fornisce conoscenza". Sembra davvero che i vari segmenti indichino una sequenza successiva di avvicinamento, tanto che si ha quasi la sensazione di condividere l'eccitazione dei Nefilim a mano a mano che si avvicina il porto spaziale sulla Terra. Il segmento successivo, che di nuovo identifica la linea di discesa con "cielo cielo cielo", annuncia anche:

nostra luce nostra luce nostra luce
cambio cambio cambio cambio
osservare sentiero e terreno elevato
...terra piatta...

La linea orizzontale contiene per la prima volta dei numeri:

razzo salire planare
40 40 40
40 40 20 22 22

La linea superiore del successivo segmento non dice più "cielo cielo", ma "canale canale 100 100 100 100 100 100 100". Si distingue inoltre una sorta di schema in questo segmento che ci è giunto, purtroppo, molto danneggiato. Lungo una delle linee è incisa la parola "Ashshur", che può significare "Colui che vede" o "vedente". Il settimo segmento è troppo lacunoso per fornirci altre informazioni; le poche sillabe che riusciamo a distinguere significano "lontano lontano... vista vista", e l'istruzione è "premere". L'ottavo e ultimo segmento, però, è quasi completo. Linee direzionali, frecce e iscrizioni indicano un percorso tra due pianeti. Le iscrizioni di "sollevare montagna montagna" rivelano quattro serie di croci, due volte con la scritta "carburante acqua cereali" e due volte "vapore acqua cereali". Questo segmento ha a che fare con i preparativi del volo verso la Terra o con lo stoccaggio degli alimenti per il viaggio di ritorno verso il Dodicesimo Pianeta? Propendiamo per la seconda ipotesi, poiché la linea con la freccia che punta verso il luogo dell'atterraggio sulla Terra termina, all'altra estremità, con un'altra "freccia" rivolta nella direzione opposta e recante la scritta "Ritorno".
Quando Ea fece in modo che "Adapa prendesse la via del Cielo" e Anu lo scoprì, disse:

Perché Ea, a un umano indegno
ha svelato il piano Cielo-Terra
rendendolo superiore agli altri,
facendo per lui uno Shem?

Nel planisfero che abbiamo appena decifrato, ciò che vediamo è proprio una mappa di questa rotta, del "piano Cielo- Terra": con segni e parole i Nefilim ci hanno illustrato la rotta tra il loro pianeta e il nostro. Alcuni testi antichi che trattano delle distanze tra corpi celesti ci risultano assolutamente incomprensibili e inspiegabili a meno che non li interpretiamo nell'ottica di viaggi spaziali dal Dodicesimo Pianeta. Uno di questi testi, rinvenuto tra le rovine di Nippur e databile a circa 4.000 anni fa, è oggi conservato nella Collezione Hilprecht all'Università di Jena, in Germania. O. Neugebauer (The Exact Sciences in Antiquity, «Le scienze esatte nell'antichità») accertò che la tavoletta era senza dubbio una copia di un originale precedente; essa fornisce le proporzioni delle distanze celesti a cominciare da quella tra Luna e Terra e proseguendo poi nello spazio fino a sei altri pianeti.
La seconda parte del testo sembra fornire le formule matematiche per risolvere un certo problema interplanetario, stabilendo (secondo alcune interpretazioni):

40  4  6  40 x 9  è  6  40
13 kasbu 10 ush mul SHU.PA
eli mul GIR sud
40  4  20  6  40 x 7  è  5  11  6  40
10 kasbu 11 ush 6+ gar 2 u mul GIR tab
eli mul SHU.PA sud

Non c'è pieno accordo, tra gli studiosi, sull'interpretazione da dare alle misurazioni contenute in questa parte del testo (il custode della Collezione Hilprecht di Jena mi ha recentemente scritto una lettera suggerendomi una nuova lettura dei dati). È chiaro, comunque, che quelle che sono qui misurate sono le distanze da SHU.PA (Plutone). Soltanto i Nefilim, che attraversavano le orbite planetarie, avrebbero potuto elaborare tali formule, anche perché soltanto loro avevano bisogno di questi dati. Occorreva infatti tener conto del fatto che tanto il loro pianeta quanto il nostro erano in continuo movimento e che perciò essi dovevano dirigersi non dove stava la Terra al momento del decollo, ma nel punto in cui essa si sarebbe trovata al momento dell'atterraggio. Si potrebbe dire che i Nefilim mettevano a punto le loro traiettorie proprio come fanno gli scienziati moderni quando progettano missioni verso la Luna o altri pianeti. La navicella veniva probabilmente lanciata dal Dodicesimo Pianeta in direzione dell'orbita stessa del pianeta dei Nefilim, ma molto prima del suo arrivo in vicinanza della Terra. Basandosi su questo e su una miriade di altri fattori, Amnon Sitchin, studioso di ingegneria aeronautica, ha individuato due possibili traiettorie per la navetta spaziale. La prima prevedeva il lancio della navicella dal Dodicesimo Pianeta prima che questo raggiungesse il suo apogeo (il punto più lontano); in questo caso non occorreva molta energia e la navetta non doveva tanto cambiare rotta quanto rallentare. Mentre il Dodicesimo Pianeta (che possiamo considerare come un veicolo anch'esso in moto nello spazio, anche se di dimensioni enormi) proseguiva nella sua grande orbita ellittica, la navicella seguiva una sua orbita ellittica molto più breve e raggiungeva la Terra molto in anticipo rispetto al Dodicesimo Pianeta. Questa prima rotta presentava vantaggi e svantaggi per i Nefilim. Dal momento che la durata di tutte le cariche e le altre attività dei Nefilim sulla Terra veniva quasi sempre misurata sulla base di un'orbita completa (un anno per i Nefilim, corrispondente, come abbiamo già visto, a 3.600 anni terrestri), possiamo dedurre che essi preferissero la seconda alternativa, quella di un viaggio breve e di una permanenza nei cieli della Terra in coincidenza con l'arrivo del Dodicesimo Pianeta stesso. In questo caso il lancio della navetta spaziale (C) doveva avvenire quando il Dodicesimo Pianeta si trovava circa a metà strada nel suo percorso di ritorno dall'apogeo. Poiché la velocità del pianeta stesso aumentava rapidamente, la navicella aveva bisogno di motori potenti per superare il proprio pianeta e arrivare sulla Terra (D) alcuni anni terrestri prima che vi giungesse il Dodicesimo Pianeta.
Sulla base di complessi dati tecnici, oltre che di indizi contenuti nei testi mesopotamici, pare che i Nefilim adottassero per le loro missioni sulla Terra lo stesso metodo utilizzato dalla NASA per quelle sulla Luna: quando la navetta spaziale si avvicinava al pianeta al quale era diretta (Terra), si metteva in orbita attorno ad esso senza atterrare; quindi dall'astronave veniva sganciato un veicolo più piccolo che procedeva al vero e proprio atterraggio. Per quanto difficile fosse l'atterraggio, il decollo dalla Terra doveva esserlo certamente di più. La navetta più piccola doveva raggiungere quella più grande, la quale a sua volta doveva accendere i suoi motori e accelerare al massimo per raggiungere il Dodicesimo Pianeta, mentre questo passava il perigeo tra Giove e Marte alla sua massima velocità orbitale. Il Dr. Sitchin ha calcolato che vi erano tre punti, nell'orbita dell'astronave attorno alla Terra, che si prestavano a una spinta in direzione del Dodicesimo Pianeta; a seconda del punto prescelto, i Nefilim avevano la possibilità di raggiungere il Dodicesimo Pianeta in un periodo compreso tra 1,1 e 1,6 anni terrestri. Per avvicinarsi, atterrare e ripartire dalla Terra erano necessari terreni adatti, una guida dalla Terra stessa e un perfetto coordinamento con il proprio pianeta. Come vedremo, i Nefilim potevano disporre di tutto ciò.

domenica 27 settembre 2015

L'ATTERRAGGIO SULLA TERRA : Il viaggio spaziale dei Nefilim dal loro pianeta alla Terra rappresentato dalle 7 stazioni della processione di Marduk (1a parte)


Di tutto l'universo, finora, noi abbiamo messo piede soltanto sulla Luna e abbiamo mandato sonde automatiche a esplorare i pianeti più vicini a noi. Al di là dei nostri "vicini", però, lo spazio interplanetario e quello interstellare sono ancora al di fuori del raggio d'azione dei nostri mezzi di osservazione, anche dei più piccoli. Il Dodicesimo Pianeta, invece, con la sua orbita tanto estesa, sarà sicuramente servito ai Nefilim come "osservatorio viaggiante", portandoli attraverso le orbite di tutti i pianeti più esterni e consentendo loro di osservare per primi anche gran parte del sistema solare. Non stupisce, allora, che quando arrivarono sulla Terra, molte delle conoscenze che portarono con sé riguardavano l'astronomia e la matematica celeste. I Nefilim, "Dèi del Cielo" sulla Terra, insegnarono all'uomo a guardare in su, a osservare i cieli - proprio come Yahweh ordinò ad Abramo di fare. E non c'è da stupirsi neppure quando constatiamo che anche i più antichi e rozzi disegni e sculture recavano simboli celesti di costellazioni e pianeti; e che quando si doveva rappresentare o invocare le divinità, si usava una sorta di "segno stenografico" del loro simbolo celeste. Invocando i simboli celesti ("divini") l'uomo non era più solo: quei simboli mettevano in comunicazione la progenie terrestre con i Nefilim, la Terra con il Cielo, l'umanità con l'universo. Alcuni di questi simboli, poi, fornivano anche, a nostro avviso, informazioni che potevano riferirsi solo a viaggi spaziali verso la Terra.Tra le antiche fonti troviamo innumerevoli testi ed elenchi che trattano dei corpi celesti e della loro associazione con varie divinità. L'abitudine degli antichi di assegnare diversi epiteti sia ai corpi celesti sia alle divinità ha tuttavia reso talvolta difficile l'identificazione; anche nei casi in cui questa era già accertata, come per esempio per Venere/Ishtar, il quadro veniva confuso dai cambiamenti intervenuti nel pantheon: Venere, infatti, anticamente era associata a Ninhursag. Per fare un po' di chiarezza, alcuni studiosi, come E.D. Van Buren (Symbols of the Gods in Mesopotamian Art, «Simboli degli dèi nell'arte mesopotamica»), raccolsero e suddivisero gli 80 e più simboli di dèi e corpi celesti visibili su sigilli cilindrici, sculture, stele, bassorilievi, pitture murali e soprattutto sui cippi confinari (kudurru in accadico), dove essi sono in genere riprodotti con molta chiarezza e precisione. Una volta classificati i simboli, appare evidente che, oltre ad alcune delle più note costellazioni meridionali o settentrionali (come il Serpente di mare per la costellazione dell'Idra), essi rappresentavano sia le dodici costellazioni dello zodiaco, sia i dodici Dèi del Cielo e della Terra sia i dodici membri del nostro sistema solare. Il kudurru innalzato da Melishpak, re di Susa  raffigura per esempio i dodici simboli dello zodiaco e i simboli dei dodici Dèi astrali. Una stele eretta dal re assiro Esarhaddon mostra il sovrano, con in mano la Coppa della Vita, rivolto verso i dodici Dèi principali del Cielo e della Terra. Quattro di essi stanno sopra altrettanti animali: di questi si possono facilmente identificare Ishtar sul leone e Adad che tiene in mano il fulmine. Altri quattro dèi sono rappresentati dagli oggetti che costituiscono i loro attributi specifici, come il dio della guerra, Ninurta, simboleggiato dal bastone con la testa a forma di leone. Gli ultimi quattro dèi sono raffigurati come corpi celesti: il Sole (Shamash), il Globo Alato (il Dodicesimo Pianeta, la dimora di Anu), la falce di Luna e, per ultimo, un simbolo formato da sette piccoli cerchi (figura 116).
Sebbene in un'epoca più tarda la falce di Luna fosse associata al dio Sin, vi sono inconfutabili prove che anticamente essa fosse il simbolo di una divinità anziana e barbuta, uno di quelli che possiamo davvero definire "gli antichi dèi" di Sumer. Circondato spesso da rivoli d'acqua, questo dio era certamente Ea. La falce di Luna era associata anche alla scienza della misurazione e dei calcoli, della quale Ea era il divino maestro. Ed era giusto che al dio dei mari e degli oceani, Ea appunto, venisse associata come controparte celeste proprio la Luna, che determina il moto delle maree. Ma qual era il significato dei sette cerchiolini? Molti indizi fanno pensare che si tratti del simbolo celeste di Enlil. Una scultura raffigurante la Porta di Anu (il Globo Alato) con a fianco Ea ed Enlil (cfr. figura 87), rappresenta questi ultimi con la falce di Luna e i sette piccoli cerchi. Alcune delle più chiare raffigurazioni di simboli celesti che vennero meticolosamente copiate da Sir Henry Rawlinson (The Cuneiform Inscriptions of Western Asia, «Le iscrizioni cuneiformi dell'Asia occidentale») assegnano una posizione preminente a un gruppo di tre simboli, che rappresentano Anu e i suoi due figli: in queste raffigurazioni Enlil era simboleggiato sia dai sette cerchi sia da una "stella" a sette punte. L'elemento centrale della rappresentazione celeste del dio Enlil sembra dunque essere il numero sette (talvolta veniva inclusa anche la figlia, Ninhursag, rappresentata dallo strumento per tagliare il cordone ombelicale) (figura 117).
Gli studiosi non hanno saputo spiegarsi un'affermazione di Gudea, re di Lagash, il quale disse che "il 7 celeste è 50". Ogni tentativo di soluzione basato su calcoli matematici non servì a raggiungere lo scopo; noi, però, azzardiamo un'ipotesi molto semplice: Gudea voleva dire che il corpo celeste che è "sette" rappresenta il dio che è "cinquanta"; in altre parole, Enlil, il cui "numero di rango" era 50, aveva come controparte celeste il settimo pianeta. Qual era, dunque, il settimo pianeta, il pianeta di Enlil? Ripensiamo per un attimo ai testi che parlano dei primissimi tempi, quelli in cui gli dèi scesero sulla Terra e, mentre Anu rimase sul Dodicesimo Pianeta, i suoi due figli, giunti sulla Terra, tirarono a sorte per stabilire le rispettive aree di dominio: a Ea fu data la "sovranità sul Profondo", mentre a Enlil toccò il dominio della Terra. A questo punto tutto è ormai chiaro: il pianeta di Enlil era la Terra. Era proprio la Terra, per i Nefilim, il settimo pianeta. Nel febbraio del 1971 gli Stati Uniti lanciarono nello spazio una navetta spaziale automatica, che doveva compiere la missione più lunga mai effettuata fino ad allora. Essa viaggiò per 21 mesi, passò Marte e la fascia degli asteroidi e si diresse, secondo uno schema rigidamente prefissato, verso Giove. Poi, come gli scienziati della NASA avevano previsto, l'immensa forza gravitazionale di Giove "afferrò" la navetta e la scagliò nello spazio esterno. Gli scienziati del Pioneer 10, prevedendo che un giorno la navetta potesse venir attratta dalla forza gravitazionale di un altro "sistema solare" e scontrarsi con qualche altro pianeta dell'universo, legarono alla navetta una placca di alluminio con un "messaggio" inciso (figura 118).
Il messaggio è scritto in una lingua pittografica, fatta di segni e simboli non molto diversi da quelli usati nella prima forma di scrittura pittografica di Sumer. Esso cerca di spiegare a chiunque trovi la placchetta le caratteristiche generali del nostro pianeta e dei suoi abitanti: fornisce indicazioni sulla differenziazione tra maschio e femmina e sulla forma e dimensioni dei terrestri in rapporto alla navetta spaziale; indica poi i due elementi base del nostro mondo e la localizzazione del nostro pianeta in rapporto a una determinata sorgente interstellare di emissioni radio. Rappresenta poi il nostro sistema solare come un Sole con nove pianeti, specificando che la navetta proviene dal terzo pianeta di questo Sole. La nostra astronomia si basa infatti sul presupposto che la Terra sia il terzo pianeta - e in effetti è così se si comincia a contare dal centro del sistema, cioè dal Sole. Ma se qualcuno si avvicinasse al nostro sistema solare dall'esterno, incontrerebbe come:
-primo pianeta Plutone,
-come secondo Nettuno, 
-come terzo Urano - non la Terra. 
-Il quarto sarebbe Saturno; 
-il quinto Giove; 
-il sesto Marte. 
-E la Terra sarebbe il settimo. 
Soltanto i Nefilim, giunti sulla Terra dopo essere passati vicino a Plutone, Nettuno, Urano, Saturno, Giove e Marte, potevano considerare la Terra come "il settimo" pianeta. Anche se, a titolo puramente accademico, volessimo affermare che gli abitanti dell'antica Mesopotamia erano in grado di calcolare la posizione della Terra non partendo dal Sole, ma dal limite esterno del sistema solare, ne dovremmo concludere che questi popoli antichi sapevano dell'esistenza di Plutone, Nettuno e Urano. E dal momento che non potevano aver scoperto da soli questi pianeti più esterni, è evidente che l'informazione doveva esser venuta loro dai Nefilim.Da qualunque presupposto si parta, quindi, la conclusione è la stessa: soltanto i Nefilim potevano sapere che esistevano dei pianeti al di là di Saturno e che perciò la Terra - se si comincia a contare dall'esterno - è il settimo pianeta. La Terra non è l'unico pianeta la cui posizione numerica all'interno del sistema solare veniva rappresentata simbolicamente. Anche Venere - che è l'ottavo pianeta, subito dopo la Terra, contando dall'esterno - veniva raffigurata come una stella a otto punte. Lo stesso simbolo indicava anche la dea Ishtar, associata a Venere (figura 119).
Molti sigilli cilindrici e altri reperti grafici raffigurano Marte come sesto pianeta. Un sigillo raffigura il dio associato a Marte (in origine Nergal, poi Nabu), seduto su un trono al di sopra del quale campeggia come suo simbolo una "stella" a sei punte (figura 120). Gli altri simboli sul sigillo rappresentano il Sole (più o meno come lo disegneremmo oggi), la Luna e la croce, simbolo del "Pianeta dell'Attraversamento", il Dodicesimo Pianeta. In epoca assira, la posizione numerica del pianeta associato a una divinità veniva indicata con un numero corrispondente di simboli stellari posti a lato del trono del dio: una placca raffigurante Ninurta presentava, per esempio, quattro simboli stellari vicino al suo trono. Il pianeta corrispondente a Ninurta, Saturno, è infatti il quarto pianeta, sempre contando dall'esterno verso l'interno. Analoghe raffigurazioni sono state trovate per quasi tutti gli altri pianeti. Il principale evento religioso dell'antica Mesopotamia, la "Festa del Nuovo Anno", che durava dodici giorni, era carica di un simbolismo che aveva a che fare con l'orbita del Dodicesimo Pianeta, la struttura del sistema solare e il viaggio dei Nefilim verso la Terra. I rituali babilonesi per il Nuovo Anno costituivano la più documentata di queste "manifestazioni di fede", ma diverse prove dimostrano che i Babilonesi si limitarono a copiare tradizioni che risalivano alle origini della civiltà sumerica. A Babilonia la festa si svolgeva secondo un rigido e dettagliato rituale; ogni parte, ogni atto o preghiera aveva, secondo la tradizione, un significato specifico. Le cerimonie avevano inizio il primo giorno di Nisan, che era allora il primo mese dell'anno e che coincideva con l'equinozio di primavera. Per undici giorni, gli altri dèi celesti si univano a Marduk secondo un ordine prefissato; poi, il dodicesimo giorno, tutti gli altri dèi se ne tornavano alle rispettive dimore lasciando Marduk solo nel suo splendore. È evidente il parallelismo con l'apparizione di Marduk nel sistema solare, la sua "visita" agli altri undici membri del sistema solare e la separazione il dodicesimo giorno - in seguito alla quale il Dodicesimo Dio proseguiva da solo, come re degli dèi, ma separato da loro. Le Festività del Nuovo Anno richiamavano chiaramente il corso del Dodicesimo Pianeta. I primi quattro giorni, che corrispondevano al passaggio di Marduk vicino ai primi quattro pianeti (Plutone, Nettuno, Urano e Saturno), erano giorni di preparazione. Al termine del quarto giorno, il rituale segnava l'apparizione del pianeta Iku (Giove) nel raggio visivo di Marduk. Il Marduk celeste si avvicinava al luogo della battaglia celeste; simbolicamente, l'alto sacerdote cominciava a recitare l'Epica della Creazione, cioè il racconto della battaglia
celeste. La notte trascorreva insonne. All'alba del quinto giorno, terminato il racconto della battaglia celeste, il rituale imponeva la proclamazione, per dodici volte, di Marduk "Signore": ciò significava che dopo la battaglia celeste i membri del sistema solare erano diventati dodici. E infatti si procedeva a nominarli tutti, uno per uno, seguiti dalle dodici costellazioni zodiacali. Nel corso del quinto giorno il dio Nabu, figlio ed erede di Marduk, arrivava in barca dal suo centro di culto, Borsippa. Nel recinto del tempio di Babilonia entrava però solo al sesto giorno, perché ormai Nabu era entrato a far parte del pantheon babilonese dei Dodici e il pianeta a lui associato era Marte, il sesto pianeta. Secondo il Libro della Genesi «il Cielo e la Terra e tutta la loro schiera» furono creati in sei giorni. I rituali babilonesi che celebravano gli eventi celesti che portarono alla creazione della fascia degli asteroidi e della Terra si compivano anch'essi nei primi sei giorni di Nisan. Il settimo giorno i festeggiamenti si rivolgevano alla Terra. Anche se la documentazione che possediamo sui rituali del settimo giorno non è particolarmente abbondante, H. Frankfort (Kingship and the Gods, «La sovranità e gli dèi») ritiene che quel giorno si mettesse in scena una sorta di rappresentazione in cui gli dèi, Nabu per primo, rievocavano la liberazione di Marduk dalla sua prigionia nelle "Montagne della Terra inferiore". Poiché sono stati trovati dei testi che narrano con dovizia di dettagli le lotte tra Marduk e altri pretendenti al domino sulla Terra, possiamo supporre che gli avvenimenti del settimo giorno rievocassero appunto la lotta di Marduk per la supremazia sulla Terra (il "settimo" pianeta), le sue iniziali sconfitte, fino alla vittoria finale e alla conquista del potere. L'ottavo giorno dei festeggiamenti Marduk, vittorioso, riceveva dagli altri dèi i poteri supremi; quindi, il giorno seguente, tutti insieme - gli dèi, il re e il popolo - portavano Marduk in processione dalla sua casa, posta all'interno del sacro recinto della città, alla "casa di Akitu", in qualche punto fuori dalla città. Marduk e gli altri undici dèi restavano qui per tutto l'undicesimo giorno; infine, il dodicesimo, i vari dèi tornavano alle rispettive case e i festeggiamenti si chiudevano. Tra i molti aspetti della festa babilonese che rivelano la sua origine antica, sumerica, uno dei più significativi era quello della "casa di Akitu". Diversi studi, tra cui The Babylonian Akitu Festival («La festa babilonese di Akitu») di S.A. Pallis hanno accertato che questa casa compariva nelle cerimonie religiose a Sumer fin dal III millennio a.C. Il nucleo centrale della cerimonia era costituito da una processione sacra che vedeva il dio regnante lasciare la sua dimora o il tempio e recarsi, con diverse fermate, in un luogo ben conosciuto che si trovava fuori dalla città. Il viaggio veniva compiuto a bordo di una speciale imbarcazione, una "Nave Divina". Il re, quindi,dopo aver portato a termine felicemente qualunque missione lo attendesse alla Casa di A.KI.TI, ritornava in città sempre con la stessa Nave Divina, fra ali di folla che si congratulavano e festeggiavano. Il termine sumerico A.KI.TI (dal quale è derivato il babilonese akitu) significava letteralmente "costruire sulla vita della Terra"; e ciò, unito ai vari aspetti del misterioso viaggio, ci porta a concludere che la processione doveva simboleggiare il viaggio, rischioso ma poi coronato da successo, dei Nefilim dalla loro dimora al settimo pianeta, la Terra. Correlando i risultati di circa un ventennio di scavi nel sito dell'antica Babilonia con i testi rituali babilonesi, le équipes di studiosi coordinate da F. Wetzel e F.H. Weissbach (Das Hauptheiligtum des Marduks in Babylon) riuscirono a ricostruire il recinto sacro di Marduk, i caratteri architettonici del suo ziggurat e la Via della Processione, porzioni della quale furono ricostruite al Museo dell'Antico Medio Oriente di Berlino.
I nomi simbolici delle sette fermate, o stazioni, e gli epiteti attribuiti a Marduk in ognuna di esse erano dati in lingua sia accadica sia sumerica, a conferma tanto dell'antichità quanto dell'origine sumerica della processione e del suo simbolismo. La prima stazione di Marduk, presso la quale l'epiteto del dio era "Condottiero dei Cieli", si chiamava "Casa della santità" in accadico e "Casa delle fulgide acque" in sumerico. L'epiteto di Marduk alla seconda stazione è illeggibile, mentre la stazione stessa era chiamata "Dove il campo si separa". Il nome parzialmente mutilato della terza stazione cominciava con le parole «Ubicazione rivolta verso il pianeta...» e l'epiteto del dio qui diventava "Signore del fuoco scaturito". La quarta stazione si chiamava "Luogo sacro dei destini" e l'appellativo di Marduk era "Signore della tempesta delle acque di An e Ki". La quinta stazione sembrava meno turbolenta: si chiamava "la Strada" e Marduk diventava "Dove appare la parola del pastore". Navigazione più tranquilla anche verso la sesta stazione, denominata "La nave del viaggiatore"; qui l'epiteto di Marduk cambiava in "Dio della porta segnata". La settima stazione era Bit Akitu ("casa della costruzione della vita sulla Terra") e Marduk prendeva il titolo di "Dio della casa del riposo". A nostro avviso le sette stazioni della processione di Marduk rappresentavano il viaggio spaziale dei Nefilim dal loro pianeta alla Terra. La prima stazione, la "casa delle fulgide acque" rappresentava il passaggio vicino a Plutone; la seconda ("Dove il campo si separa") corrispondeva a Nettuno; la terza a Urano; la quarta - un luogo di tempeste celesti - a Saturno; la quinta, dove "la Strada" diventava più chiara, "dove appare la parola del pastore" era Giove; la sesta, "la nave del viaggiatore", era Marte. E la settima stazione era la Terra - la fine del viaggio, dove Marduk creava la "casa del riposo", che per il dio era "la casa della costruzione della vita sulla Terra". Cerchiamo ora di vedere il sistema solare con gli occhi dei Nefilim che si preparavano ad attraversare lo spazio per giungere sulla Terra. Esso appariva loro diviso in due parti. La zona di maggior interesse, ovviamente, era quella del volo, cioè lo spazio dei sette pianeti compresi tra Plutone e la Terra. La seconda parte, al di là della zona di navigazione, era composta da quattro corpi celesti: la Luna, Venere, Mercurio e il Sole. In astronomia, come nella genealogia divina, i due gruppi erano nettamente distinti. Dal punto di vista genealogico, Sin (la Luna) era il capo del gruppo dei "quattro". Shamash (il Sole) era suo figlio e Ishtar (Venere) sua figlia. Adad (Mercurio), fratello di Sin, era lo "zio", sempre in compagnia del nipote Shamash e - soprattutto - della nipote Ishtar. Gli altri "sette" erano sempre citati insieme nei testi che trattavano delle vicende divine e di quelle umane, oltre che degli eventi celesti. Erano "i sette che giudicano", "i sette inviati di Anu, il loro re", ed era proprio per loro che il numero sette aveva assunto un carattere di sacralità. Sette erano le "antiche città"; ogni città aveva sette porte; ogni porta aveva sette sbarre; nelle benedizioni si invocavano sette anni di abbondanza; nelle maledizioni, peste e carestia per sette anni; i matrimoni divini si festeggiavano con "sette giorni d'amore", e così via. In occasione di cerimonie solenni come quelle che accompagnavano le rare visite in Terra di Anu e della sua consorte, alle divinità che rappresentavano i sette pianeti si assegnavano determinate posizioni e vesti cerimoniali, mentre i "quattro" venivano trattati come un gruppo separato. Per esempio, antiche regole di protocollo stabilivano: «Le divinità Adad, Sin, Shamash e Ishtar siederanno nella corte fino all'alba». Anche nei cieli ogni gruppo se ne stava nella sua zona, e i Sumeri pensavano addirittura che vi fosse una sorta di "sbarra celeste" che teneva separati i due gruppi. "Un importante testo astro-mitologico", secondo A. Jeremias (The Old Testament in the Light of the Ancient Near East, «L'Antico Testamento alla luce dell'antico Medio Oriente») parla di un grande evento celeste, che sarebbe avvenuto quando i sette «si avventarono contro la sbarra celeste». In questo rivolgimento, dietro al quale sta forse un insolito allineamento dei sette pianeti, «essi si allearono con l'eroe Shamash [il Sole] e con il valente Adad [Mercurio]», il che significa, forse, che tutti esercitavano una forte spinta gravitazionale in una sola direzione. «Nel frattempo Ishtar, che cercava una gloriosa dimora con Anu,tentò di diventare regina del Cielo»: Venere, dunque, si stava in qualche modo spostando verso una "dimora più gloriosa". Gli effetti maggiori di questo sommovimento li sentì Sin [la Luna]. «I sette che non temono le leggi... avevano stretto d'assedio Sin dispensatore di luce», provocandone dunque l'oscuramento. Secondo il testo, poi, la comparsa del Dodicesimo Pianeta avrebbe salvato la Luna facendola di nuovo "brillare nei cieli". Il gruppo dei quattro si trovava invece in una regione celeste che i Sumeri chiamavano GIR.HE.A ("acque celesti dove i razzi si confondono"), MU.HE ("confusione di navicelle spaziali") o UL.HE ("fascia di confusione"). Queste strane espressioni acquistano un senso se pensiamo che i Nefilim consideravano i cieli del sistema solare dal punto di vista dei loro viaggi spaziali. Solo di recente gli ingegneri del Comsat (Communications Satellite Corporation) hanno scoperto che il Sole e la Luna "confondono" i satelliti e li mandano "fuori squadra"; i satelliti in orbita attorno alla Terra, infatti, possono essere "confusi" da una pioggia di particelle provenienti dal Sole o da modificazioni nella riflessione dei raggi infrarossi da parte della Luna. Anche i Nefilim sapevano che le loro navicelle entravano in una "zona di confusione" quando, passata la Terra, si avvicinavano a Venere, Mercurio e al Sole. Separati dal gruppo dei quattro dalla presunta barra celeste, i sette stavano in un'area del cielo che i Sumeri chiamavano UB e che era formata da sette parti chiamate in accadico giparu ("residenze notturne"). Non c'è dubbio che sia proprio questa l'origine dei "sette cieli" in cui credono i popoli medioorientali. Le sette "sfere" dell'ub formavano l'accadico kishshatu ("la totalità"). Il termine derivava dal sumerico SHU, che aveva in sé anche il concetto di "parte più importante", "supremo". I sette pianeti, perciò, erano talvolta chiamati "i sette fulgidi SHU.NU", cioè i sette "che stanno nella parte suprema".I testi sumerici, babilonesi e assiri trattano il gruppo dei sette molto più dettagliatamente dei quattro, elencandoli nell'ordine giusto e fornendoci tutti i loro nomi ed epiteti. Molti studiosi moderni, partendo dal presupposto che nell'antichità non si conoscessero i pianeti al di là di Saturno, hanno avuto qualche difficoltà a identificare correttamente i pianeti citati nei testi; alla luce delle nostre scoperte, però, tali difficoltà scompaiono e l'identificazione diviene relativamente semplice. Il primo che i Nefilim incontravano avvicinandosi al sistema solare era Plutone. Negli elenchi mesopotamici esso viene chiamato SHU.PA ("supervisore dello SHU"), il pianeta posto a guardia della via d'accesso alla "parte suprema" del sistema solare. In un testo astronomico si dice che su Shupa «il dio Enlil fissava il destino della terra [di Sumer]»: qui, cioè, il dio, al comando di una navicella spaziale, fissava la rotta verso il pianeta Terra e la regione di Sumer. Dopo Shupa veniva IRU ("cappio"), corrispondente a Nettuno. Qui, probabilmente, la navetta dei Nefilim cominciava l'ampia curva (a forma di "cappio", appunto) verso la sua meta finale. Un altro elenco citava il pianeta con il nome di HUM.BA, che significa "vegetazione di palude". Non potrebbe essere che, quando arriveremo a esplorare Nettuno, scopriremo che la sua associazione con le acque deriva proprio dalle paludi che vi vedevano i Nefilim? Urano, il successivo, veniva chiamato Kakkab Shanamma ("pianeta che è doppio"). Urano, infatti, è talmente identico a Nettuno per forma e dimensioni da sembrare addirittura il suo gemello. Un elenco sumerico lo cita con il nome di EN.TI.MASH.SIG ("pianeta della fulgida vita verdeggiante"). Forse anche Urano è (o era) un pianeta ricco di umida vegetazione? Al di là di Urano sta Saturno, un pianeta enorme, grande quasi dieci volte più della Terra, caratteristico per i suoi anelli, che si estendono per un diametro due volte superiore a quello del pianeta stesso. Con la sua forte attrazione gravitazionale e con i suoi misteriosi anelli, Saturno doveva rappresentare un grosso problema per i Nefilim e per le loro navette. Forse è per questo che il quarto pianeta veniva chiamato TAR.GALLU ("il grande distruttore"), ma anche KAK.SI.DI ("arma di equità") e SI.MUTU ("colui che per giustizia uccide"). In tutte le civiltà dell'antico Medio Oriente il pianeta rappresentava il castigatore degli ingiusti; ma questo concetto, e i nomi stessi del pianeta, erano solo espressione di paura o si riferivano a reali incidenti avvenuti nei cieli? I rituali di Akitu, come abbiamo visto, facevano riferimento a "tempeste delle acque" tra An e Ki il quarto giorno - cioè quando la navetta si trovava tra Anshar (Saturno) e Kishar (Giove). Un antichissimo testo sumerico, considerato fin dal suo rinvenimento, nel 1912, "un antico testo di magia", racconta invece con tutta probabilità un avvenimento realmente accaduto, cioè la perdita nello spazio di una navicella e dei suoi 50 passeggeri. Si dice infatti che Marduk, arrivato a Eridu, corse da suo padre Ea portandogli notizie terribili:
«È stato creato come un'arma;
si è avventato contro come morte...
Gli Anunnaki, che sono cinquanta,
ha colpito...
Lo SHU.SAR volante, dall'aspetto di uccello,
ha colpito al cuore».
Il testo non precisa il soggetto dell'azione, non dice chi fu a distruggere lo SHU.SAR (il "supremo cacciatore" volante) e i suoi 50 astronauti, ma da altri testi sappiamo che la paura di un pericolo celeste si riferiva sempre a Saturno. Passato Saturno, infatti, i Nefilim dovevano provare un certo sollievo mentre si avvicinavano a Giove. Il quinto pianeta era chiamato Barbaru ("splendente"), come pure SAG.ME.GAR ("il grande, dove vengono allacciate le tute spaziali"). Un altro nome di Giove, SIB.ZI.AN.NA ("vera guida nei cieli") allude probabilmente al fatto che Giove rappresentava una specie di punto di riferimento celeste nel viaggio verso la Terra: qui, infatti, la navetta doveva curvare, nel difficile passaggio tra Giove e Marte, per entrare nella zona pericolosa della fascia degli asteroidi. Sembra dunque che proprio a questo punto del viaggio i Nefilim indossassero le loro tute spaziali. Marte veniva chiamato UTU.KA.GAB.A ("luce messa alla porta delle acque"), un nome che richiama alla mente le descrizioni sumeriche e bibliche della fascia degli asteroidi come "bracciale" celeste che separa le "acque superiori" dalle "acque inferiori" del sistema solare. Più precisamente, Marte assumeva anche il nome di Shelibbu ("uno vicino al centro" del sistema solare). Una strana incisione rinvenuta su un sigillo cilindrico suggerisce che, appena passato Marte, la navicella dei Nefilim in viaggio verso la Terra stabiliva una comunicazione con il centro di "controllo della missione" posto sul nostro pianeta (figura 121).
L'oggetto centrale della figura è il simbolo del Dodicesimo Pianeta, il globo alato. Esso, tuttavia, appare alquanto diverso, più meccanico, più artificiale che naturale. Le ali somigliano molto ai pannelli solari di cui le navette americane si servono per convertire in elettricità l'energia solare. Inconfondibili sono poi le due antenne che fuoriescono dal globo. Il veicolo di forma circolare, con una specie di corona sulla testa e lunghe ali e antenne, si trova nei cieli, tra Marte (la stella a sei punte) e la Terra con la sua Luna. Sulla Terra, una divinità stende la mano in segno di saluto verso un astronauta che si trova ancora nei cieli, vicino a Marte. L'astronauta indossa un elmetto con visiera e una corazza; la parte inferiore
della sua tuta somiglia a quella di un "uomo-pesce" - un accorgimento che forse si rendeva necessario in caso di atterraggio d'emergenza nell'oceano; con l'altra mano l'astronauta risponde al saluto che gli giunge dalla Terra. E infine, proseguendo il viaggio, si arrivava alla Terra, il settimo pianeta. Nell'elenco dei "sette dèi celesti" la Terra si chiamava SHU.GI ("luogo di riposo dello SHU"). Il suo nome significava anche "terra alla conclusione dello SHU", della Suprema Parte del sistema solare - la destinazione finale del lungo viaggio attraverso lo spazio. Mentre nell'antico Medio Oriente il suono gi veniva talvolta trasformato nel più familiare ki ("Terra", "terraferma"), la pronuncia e la sillaba gi sono giunte attraverso i secoli fino a noi nel loro significato originario, proprio quello che attribuivano loro i Nefilim: geografia, geometria, geologia.. Nelle prime forme di scrittura pittografica il segno SHU.GI significava anche shibu ("il settimo"). E i testi astronomici spiegavano:
Shar shadi il Enlil ana Kakkab SHU.GI ikabbi
«Il Signore delle Montagne,
la divinità Enlil,
è identico al pianeta Shugi».
Chissà se, in un futuro più o meno lontano, qualcuno di un altro pianeta troverà e capirà il messaggio inciso sulla placca metallica attaccata al Pioneer 10! E se qualcuno, in un passato lontano, avesse mandato anche a noi un messaggio di questo genere, un messaggio contenente informazioni sull'ubicazione del Dodicesimo Pianeta e sulla rotta verso la Terra?.......

venerdì 25 settembre 2015

IL REGNO DEI CIELI :3600 ANNI TERRESTRI = 1 SOLO ANNO NEFILIM (2°e ultima parte)


L'attesa del giorno del Signore negli scritti mesopotamici ed ebraici (ripresa, nel Nuovo Testamento, dall'attesa del Regno dei Cieli) era dunque basata su esperienze reali dei popoli della Terra, e cioè sul fatto che essi assistevano in prima persona al periodico ritorno vicino alla Terra del Pianeta della Sovranità. Proprio la periodicità con cui il pianeta compariva e scompariva dalla vista della Terra conferma che esso faceva effettivamente parte del sistema solare. In questo esso si comporta come molte comete. Alcune delle comete conosciute - come quella di Halley, che si avvicina alla Terra ogni 75 anni - sparivano dalla vista per un periodo talmente lungo che gli astronomi stentavano a capire che si trattava della stessa cometa. Altre si sono viste una volta sola, a memoria d'uomo, e si presume che abbiano periodi orbitali della durata di migliaia di anni. La cometa Kohoutek, per esempio, scoperta per la prima volta nel marzo 1973, arrivò a circa 120 milioni di chilometri dalla Terra nel gennaio 1974 e scomparve dietro al Sole poco dopo. Secondo gli astronomi potrebbe riapparire in un periodo compreso tra 7.500 e 75.000 anni nel futuro. Se dunque gli uomini sapevano che il Dodicesimo Pianeta appariva e scompariva periodicamente dalla vista della Terra, ciò fa supporre che il periodo orbitale di questo pianeta fosse decisamente più corto di quello calcolato per Kohoutek. Ma allora, come mai i nostri astronomi non ne sanno nulla? Il fatto è che anche un'orbita pari alla metà di quella più corta attribuita a Kohoutek porterebbe il Dodicesimo Pianeta, rispetto alla Terra, sei volte più lontano di Plutone: una distanza alla quale il pianeta non potrebbe essere visibile dalla Terra poiché rifletterebbe pochissimo - anzi, quasi per nulla - la luce solare. In effetti, l'esistenza dei pianeti al di là di Saturno fu scoperta dagli astronomi dapprima matematicamente, non visivamente: gli astronomi, in pratica, si accorsero che le orbite dei pianeti che già si conoscevano sembravano influenzate da altri corpi celesti, ancora sconosciuti. Non potrebbe essere questo il metodo in cui gli astronomi "scopriranno" in futuro il Dodicesimo Pianeta? Sono state già avanzate ipotesi sull'esistenza di un misterioso "Pianeta X", che, sebbene invisibile, potrebbe essere indirettamente "avvertito" attraverso gli effetti che produce sull'orbita di certe comete. Nel 1972 Joseph Brady del Lawrence Livermore Laboratory dell'Università della California scoprì che alcune discrepanze nell'orbita della cometa di Halley potevano essere provocate da un pianeta grande più o meno quanto Giove che ruotasse attorno al Sole ogni 1.800 anni. Poiché la distanza stimata dalla Terra sarebbe di oltre 9 miliardi di chilometri, non si può che supporne l'esistenza matematicamente, non certo visivamente. E tuttavia, sebbene non si possa escludere un periodo orbitale di questo genere, le fonti mesopotamiche e quelle bibliche sembrano attestare che il periodo orbitale del Dodicesimo Pianeta era di 3.600 anni. In lingua sumerica il numero 3.600 era scritto come un grande cerchio, e l'epiteto usato per indicare il pianeta, shar ("supremo sovrano"), significava anche "cerchio perfetto", "ciclo completo", e inoltre indicava il numero 3.600: è davvero solo un caso che i tre elementi - pianeta, orbita, numero 3.600 - coincidessero? Beroso, il sacerdote, astronomo ed erudito babilonese, disse che prima del Diluvio avevano regnato sulla Terra dieci sovrani. Riassumendo gli scritti di Beroso, Alessandro Polistore scrisse: «Il secondo libro narrava la storia dei dieci re dei Caldei, e la durata di ciascuno dei regni, che in tutto durarono 120 shar, o 432.000 anni, fino al tempo del Diluvio». Abideno, discepolo di Aristotele, citò anch'egli Beroso e il suo racconto dei dieci sovrani antidiluviani che avrebbero regnato per un totale di 120 shar. Egli aggiunge poi che questi re e le loro città si trovavano in Mesopotamia:
 Si dice che il primo re di quella terra fu Aloro.
...Egli regnò dieci shar.
Ora, si calcola che uno shar equivalga a 3.600 anni...
Dopo di lui Alapro regnò per tre shar; gli succedette
Amillaro della città di panti-Biblon, che regnò tredici shar...
Dopo di lui Ammenone regnò dodici shar; anche lui era
della città di panti-Biblon. Quindi Megaluro, dello stesso
posto, regnò diciotto shar.
Poi Daos, il Pastore, governò per lo spazio di dieci shar...
Vi furono poi altri sovrani, e l'ultimo fu Sisitro; cosicché, in tutto, regnarono dieci re, e la durata dei loro regni fu di centoventi shar. Anche Apollodoro di Atene riportò i dati forniti da Beroso in termini analoghi: dieci sovrani regnarono per un totale di 120 shar (432.000 anni), e per ognuno di essi si calcolava la durata del regno sull'unità di misura di uno shar, pari a 3.600 anni. Quando si cominciò a studiare più dettagliatamente la civiltà sumerica, i "testi antichi" ai quali si richiamava Beroso furono scoperti e decifrati: si trattava di elenchi di re, dai quali sembrava scaturire la tradizione dei dieci sovrani antidiluviani che avrebbero governato la Terra da quando "la Sovranità scese dal Cielo" fin quando il "Diluvio spazzò la Terra". Uno di questi elenchi sumerici di re, identificato con la sigla W-B/144, contiene il riferimento ai regni divini in cinque diverse località o "città". Nella prima città, Eridu, vi furono due sovrani. Davanti ai loro nomi il testo premette sempre il prefisso "A", che significa "progenitore".
Quando la sovranità discese dal Cielo,
essa fu dapprima a Eridu.
A Eridu,
A.LU.LIM divenne re; egli regnò per 28.800 anni.
A.LAL.GAR regnò per 36.000 anni.
Due re vi regnarono per 64.800 anni.
La sovranità si trasferì quindi in altre sedi, dove i re venivano chiamati en o "signore" (e in un caso con il titolo divino din gir).
Abbandonata Eridu,
la sovranità fu portata a Bad-Tibira.
A Bad-Timira,
EN.MEN.LU.AN.NA regnò 43.200 anni;
EN.MEN.GAL.AN.NA regnò 28.800 anni;
Il divino DU.MU.ZI, il Pastore, regnò 36.000 anni.
Tre sovrani vi regnarono per 108.800 anni.
L'elenco cita poi le città che seguirono, Larak e Sippar, e i loro divini sovrani; e, per ultima, la città di Shuruppak, dove regnò un re umano ma di origine divina. Il fatto davvero sorprendente, al di là della lunghezza fantastica di questi regni, è che il numero di anni di regno è sempre, senza eccezioni, un multiplo di 3.600:
Alulim                        8x3.600 = 28.800
Alalgar                      10x3.600 = 36.000
Enmenluanna           12 x 3.600 = 43.200
Enmengalanna         8x3.600 = 28.800
Dumuzi                    10x3.600 = 36.000
Ensipazianna           8x3.600 = 28.800
Enmenduranna        6x3.600 = 21.600
Ubartutu                   5x3.600 = 18.800
Un altro testo sumerico (W-B/62) riportava nella lista anche Larsa e i suoi due sovrani divini, e anche in questo caso i periodi di regno sono multipli perfetti dello shar di 3.600 anni. Con l'aiuto di altri testi, si arriva alla conclusione che vi furono davvero dieci sovrani a Sumer prima del Diluvio; ognuno regnò per tanti shar e la durata complessiva del regno fu di 120 shar, proprio come affermava Beroso. Che cosa possiamo dedurne? È evidente che la durata di questi shar di regno erano collegati al periodo orbitale (3.600 anni) del pianeta "Shar", il "Pianeta della Sovranità"; che Alulim regnò per otto periodi orbitali del Dodicesimo Pianeta, Alalgar per dieci, ecc. Se questi sovrani antidiluviani erano, come noi pensiamo, Nefilim giunti sulla Terra dal Dodicesimo Pianeta, allora non appare più così strano che i loro periodi di "regno" sulla Terra fossero legati al periodo orbitale del Dodicesimo Pianeta. Le cose dovevano andare più o meno in questo modo: ogni "sovrano" regnava per il periodo compreso tra un atterraggio e il successivo decollo dalla Terra e ognuno veniva immediatamente sostituito dal comandante successivo: all'arrivo del secondo, il primo se ne andava. Poiché però atterraggi e decolli potevano aver luogo solo quando il Dodicesimo Pianeta si avvicinava alla Terra nel suo moto orbitale, è evidente che i periodi di comando dovevano essere misurati in shar, cioè in periodi orbitali del Dodicesimo Pianeta. Viene naturale chiedersi, a questo punto, come facessero questi Nefilim, una volta giunti sulla Terra, a rimanervi per 28.800 o 36.000 anni: non per niente gli studiosi parlano di lunghezze "leggendarie" per questi regni. Ma che cos'è, in realtà, un anno? Quello che noi chiamiamo "anno" è semplicemente il tempo che la Terra impiega per compiere un giro orbitale attorno al Sole. Poiché la vita si sviluppò sulla Terra quando questa aveva già assunto il suo moto orbitale attorno al Sole, la lunghezza di quest'orbita è divenuta il metro di misurazione della vita sul nostro pianeta. (Anche un tempo orbitale di durata inferiore, come quello della Luna, o il ciclo giorno-notte è abbastanza potente da influire praticamente su qualsiasi forma vivente della Terra). Noi viviamo un certo numero di anni perché il nostro orologio biologico è regolato per altrettante orbite terrestri attorno al Sole. Non c'è dubbio che, su un altro pianeta, la vita sarebbe regolata sui cicli di quel pianeta. Se il tragitto del Dodicesimo Pianeta attorno al Sole fosse tanto esteso da richiedere, per un'orbita completa, lo stesso tempo che la Terra impiega per compiere 100 orbite, allora un anno dei Nefilim sarebbe uguale a 100 anni nostri. Se occorressero 1.000 dei nostri anni, un anno dei Nefilim equivarrebbe a un nostro millennio. E che succederebbe se, come crediamo, l'orbita del Dodicesimo Pianeta attorno al Sole durasse 3.600 anni terrestri? In questo caso 3.600 dei nostri anni corrisponderebbero a un solo anno del calendario dei Nefilim, come pure a un solo anno della loro vita. Ma allora la lunghezza dei vari regni come ci viene ricordata dai testi sumerici e da Beroso non avrebbe più nulla di "leggendario" o di "fantastico": ciascuno dei Nefilim avrebbe "regnato" per cinque, otto o dieci anni (loro). Nei capitoli precedenti abbiamo visto come la marcia del genere umano verso la civiltà - grazie all'intervento dei Nefilim -sia passata attraverso tre stadi, separati da periodi di 3.600 anni ciascuno: il periodo Mesolitico (circa 11000 a.C), quello della ceramica (circa 7400 a.C.) e l'improvvisa civiltà sumerica (circa 3800 a.C). E probabile, dunque, che questo procedere "a sobbalzi" sia dovuto al fatto che i Nefilim potevano riunirsi in assemblea per decidere se far proseguire o meno il progresso dell'umanità solo quando il Dodicesimo Pianeta si avvicinava alla Terra, cioè ogni 3.600 anni. Molti studiosi (per esempio Heinrich Zimmern in The Babylonian and Hebrew Genesis, «La Genesi babilonese e quella ebraica») hanno osservato che anche l'Antico Testamento contiene accenni a tradizioni riguardanti comandanti, o progenitori, antidiluviani, e che la linea da Adamo a Noè (l'eroe del Diluvio) ne contava proprio dieci. Nel sesto capitolo del Libro della Genesi, poi, si parla della delusione che Dio provò nei confronti dell'umanità: «E il Signore si pentì di aver fatto l'Uomo sulla Terra... e il Signore disse: distruggerò l'Uomo che io stesso avevo creato».
E il Signore disse:
il mio spirito non proteggerà l'uomo per sempre;
avendo peccato, egli non è che carne.
E i suoi giorni furono centoventi anni.
Generazioni di studiosi hanno interpretato quest'ultimo verso attribuendo a Dio l'intenzione di concedere all'Uomo 120 anni di vita. Ma questa spiegazione decisamente non regge: se immediatamente prima Dio aveva manifestato la volontà di distruggere il genere umano, perché poi gli avrebbe offerto una vita tanto lunga? Inoltre sappiamo che, subito dopo il Diluvio, Noè visse molto più a lungo del presunto limite di 120 anni, come pure i suoi discendenti Shem (600 anni), Arpakhshad (438), Shelah (433), ecc. L'interpretazione tradizionale, poi, ignora il fatto che il verso biblico usa non il tempo futuro - «I suoi giorni saranno» - ma il passato remoto - «I suoi giorni furono». Chi è, dunque, colui al quale il verso si riferisce? La nostra conclusione è che il conteggio dei 120 anni doveva riferirsi alla Divinità. Collocare un evento importante nella sua esatta prospettiva cronologica è una caratteristica tipica delle opere epiche sumeriche e babilonesi. L'Epica della Creazione si apre con le parole Enuma elish («quando nell'alto»). L'incontro tra il dio Enlil e la dea Ninlil avvenne «quando l'uomo non era ancora stato creato», e così via. Ora, anche il sesto capitolo della Genesi era concepito alla stessa maniera, con lo scopo, cioè, di dare ai grandiosi eventi del Diluvio universale la giusta prospettiva cronologica. La primissima parola del primo verso del capitolo 6 è infatti quando:
Quando le creature terrestri
cominciarono ad aumentare di numero
sulla faccia della Terra,
e nacquero loro delle figlie.
Fu questo, continua il racconto, il periodo in cui:
I figli degli dèi
videro le figlie dell'uomo e le trovarono belle;
e presero per mogli
quelle che piacquero loro più di tutte.
Fu il periodo in cui:
I Nefilim erano sulla Terra in quei giorni, e anche dopo;
quando i figli degli dèi convivevano con le figlie degli uomini
e concepivano figli.
Essi erano i Potenti di Olam,
Il popolo dello Shem.
Fu allora, dunque, proprio in quei giorni, che il Diluvio fu quasi sul punto di cancellare l'uomo dalla faccia della Terra. Ma quando fu, esattamente? Il verso 3 ci dà un'indicazione inequivocabile: quando i suoi giorni, quelli della Divinità, erano 120 anni. Ma 120 "anni" non dell'uomo o della Terra, bensì calcolati dai "Potenti", dal "popolo delle navicelle a razzo", dai Nefilim, quindi. E, come ormai sappiamo, il loro "anno" era lo shar, equivalente a 3.600 anni terrestri. Questa interpretazione non solo chiarisce gli strani versi del sesto capitolo della Genesi, ma ci mostra anche la corrispondenza tra essi e i dati sumerici: 120 shar, 432.000 anni terrestri, erano trascorsi tra il primo atterraggio dei Nefilim sulla Terra e il Diluvio. Sulla base dei nostri calcoli riguardo all'epoca in cui dovrebbe essersi verificato il Diluvio, siamo in grado di collocare il primo atterraggio dei Nefilim sulla Terra intorno a 450.000 anni fa. Prima di passare a esaminare gli antichi documenti relativi ai viaggi e all'insediamento dei Nefilim sulla Terra, occorre rispondere a due domande: potevano essersi evoluti su un altro pianeta questi esseri che, verosimilmente, non dovevano essere molto diversi da noi? E potevano avere, mezzo milione di anni fa, le capacità per compiere viaggi interplanetari? La prima domanda ne implica un'altra, più generale: c'è vita, come noi la conosciamo, da qualche parte nell'universo, al di fuori del pianeta Terra? Gli scienziati oggi sanno che esistono innumerevoli galassie come la nostra, che contengono innumerevoli stelle come il nostro Sole e una serie infinita di pianeti con milioni di possibili combinazioni di temperatura, atmosfera ed elementi chimici: esistono quindi innumerevoli possibilità di vita nell'universo. Si è scoperto, inoltre, che lo spazio interplanetario non è vuoto. Esso contiene, per esempio, molecole d'acqua, retaggio di quelle che si presume siano state nuvole di cristalli di ghiaccio che dovevano avvolgere le stelle nei primi stadi del loro sviluppo. Tale scoperta sembra confermare i riferimenti dei testi mesopotamici alle acque del Sole che si mescolavano con le acque di Tiamat. Sono state anche trovate molecole di base della materia vivente "fluttuanti" nello spazio interplanetario ed è stata sfatata la convinzione che possa esservi vita solo a certe particolari condizioni di temperatura e atmosfera. Si credeva, inoltre, che l'unica fonte di energia e di calore disponibile per gli organismi viventi fosse il Sole, ma anche questa teoria cadde quando la navetta spaziale Pioneer 10 scoprì che Giove, molto più lontano dal Sole rispetto alla Terra, era un pianeta talmente caldo che doveva per forza avere delle fonti proprie di energia e di calore. Un pianeta che contiene molti elementi radioattivi non soltanto genera da sé il proprio calore, ma manifesta anche un'intensa attività vulcanica; e questa attività vulcanica produce un'atmosfera. Se il pianeta è grande abbastanza da esercitare una forte attrazione gravitazionale, conserverà la sua atmosfera praticamente per sempre. A sua volta, l'atmosfera crea una sorta di "effetto serra": protegge il pianeta dal freddo dello spazio esterno e impedisce la dispersione del calore interno al pianeta; si tratta di un effetto simile a quello dei vestiti che indossiamo, che ci riparano dal freddo perché non lasciano disperdere il calore del corpo. Era proprio questo che avevano in mente gli antichi autori dei testi che descrivevano il Dodicesimo Pianeta come «avvolto da un alone», un'espressione che dunque non ha più soltanto un valore puramente poetico. Il Dodicesimo Pianeta era sempre definito un pianeta "radiante", "il più luminoso degli dèi", e nelle raffigurazioni appariva appunto come un corpo che emanava raggi. Esso era dunque in grado di produrre da sé il proprio calore e lo tratteneva grazie al suo mantello atmosferico (figura 115).

Gli scienziati sono giunti all'inaspettata conclusione che non solo è possibile che la vita si sia evoluta sui pianeti più esterni (Giove, Saturno, Urano, Nettuno), ma che anzi è più che probabile che sia cominciata proprio là. Quei pianeti, infatti, sono formati dagli elementi più leggeri del sistema solare, hanno una composizione più simile a quella dell'universo in generale e contengono nella loro atmosfera grandi quantità di idrogeno, elio, metano, ammoniaca, e probabilmente neon e vapore acqueo - tutti elementi necessari per la produzione di molecole organiche. Per la vita, quale noi la conosciamo, l'acqua è essenziale. I testi mesopotamici non lasciano dubbi sul fatto che il Dodicesimo Pianeta fosse un pianeta ricco d'acqua. Nell'Epica della Creazione l'elenco dei 50 nomi del pianeta ne comprendeva un buon gruppo che esaltava proprio il suo carattere "acquatico". Sulla base dell'epiteto A.SAR ("re d'acqua"), "che stabilì livelli d'acqua", il pianeta era chiamato A.SAR.u ("maestoso, luminoso re d'acqua"), A.SAR.U.LU.DU ("maestoso, luminoso re d'acqua la cui profondità è abbondante"), ecc. I Sumeri erano certi che il Dodicesimo Pianeta fosse un pianeta lussureggiante di vita, tanto che uno dei suoi epiteti era NAM.TIL.LA.KU, "il dio che mantiene la vita". Era anche il "dispensatore di vegetazione", «creatore di cereali ed erbe che fa germogliare la vegetazione... che aprì i pozzi, distribuendo le acque dell'abbondanza», l'"irrigatore di Cielo e Terra". La vita, dunque, sostengono gli scienziati, non si formò sui pianeti terrestri, con i loro pesanti componenti chimici, ma nelle regioni più esterne del sistema solare. Da qui il Dodicesimo Pianeta venne poi in mezzo a noi, presentandosi come un pianeta rossastro, luminoso, che generava e irradiava calore proprio, che traeva dalla sua stessa atmosfera gli ingredienti necessari per la chimica della vita. Se un problema esiste, è quello della comparsa della vita sulla Terra. Il nostro pianeta si è formato circa 4 miliardi e mezzo di anni fa e secondo gli scienziati le prime, più semplici forme di vita si trovavano già sulla Terra dopo poche centinaia di milioni di anni dalla sua formazione. Sembra davvero troppo poco. Parecchi elementi indicano anche che le più antiche e semplici forme di vita, risalenti a più di 3 miliardi di anni fa, contenevano già molecole di origine biologica, invece che nonbiologica. In altre parole ciò significa che la vita presente sulla Terra così poco tempo dopo la sua formazione discendeva da altre forme di vita precedenti e non dalla combinazione di gas e sostanze chimiche inerti. Non resta, quindi, che prendere atto del fatto che la vita, che non poteva evolversi facilmente sulla Terra, in effetti non è qui che ebbe origine. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica «Icarus» (settembre 1973) il Premio Nobel Francis Crick e il dr. Leslie Orgel avanzarono l'ipotesi che «la vita sulla Terra possa essere nata da minuscoli organismi provenienti da un pianeta lontano». I due scienziati cominciarono i loro studi mossi dal comune senso di disagio nei confronti delle teorie correnti circa l'origine della vita sulla Terra. Come mai esiste un solo codice genetico per tutte le forme di vita terrestri? Se la vita ebbe inizio dal cosiddetto "brodo" primordiale, come ritengono quasi tutti i biologi, allora avrebbero dovuto svilupparsi organismi con codici genetici diversi. Inoltre, come mai l'elemento molibdeno svolge un ruolo chiave nelle reazioni enzimatiche necessarie per la vita, quando il molibdeno è in realtà un elemento molto raro? E perché elementi che sono più abbondanti sulla Terra, come il cromo e il nichel, hanno invece scarsa rilevanza nelle reazioni biochimiche? La strana teoria proposta da Crick e Orgel non affermava solo che la vita sulla Terra poteva essersi originata da un organismo proveniente da un altro pianeta, ma anche che si sarebbe trattato di un'operazione volontaria - che, cioè, esseri intelligenti di un altro pianeta avrebbero volutamente gettato il "seme della vita" dal loro pianeta verso la Terra con una nave spaziale, con il preciso scopo di avviare la catena vitale sulla Terra. Senza conoscere i dati forniti dal presente libro, dunque, questi due eminenti scienziati sono arrivati molto vicino alla verità. Non si trattò, tuttavia, di una premeditata opera di "inseminazione", bensì del prodotto di una collisione celeste. Un pianeta vitale, il Dodicesimo Pianeta con i suoi satelliti, entrò in collisione con Tiamat e la divise in due, "creando" la Terra con una delle due metà. Durante tale collisione il suolo e l'aria del Dodicesimo Pianeta, che contenevano in sé i semi della vita, "fecondarono", per così dire, la Terra e le fornirono le prime forme di vita biologicamente complesse la cui presenza non può essere altrimenti spiegata. Ma quando cominciò la vita sul Dodicesimo Pianeta? Anche se la sua origine fosse anteriore a quella della Terra solo dell'1 %, risalirebbe comunque a 45 milioni di anni prima. Persino con un margine così modesto, esseri evoluti quanto l'uomo potevano già vivere sul Dodicesimo Pianeta quando sulla Terra cominciavano appena ad apparire i primi piccoli mammiferi. Fatte le debite proporzioni, dunque, era certamente possibile che gli abitanti del Dodicesimo Pianeta fossero in grado di
viaggiare per lo spazio mezzo milione di anni fa.

giovedì 24 settembre 2015

IL REGNO DEI CIELI : MARDUK IL PIANETA DELL'ATTRAVERSAMENTO-NIBIRU (1° parte)


Gli studi sull'Epica della Creazione e altri testi paralleli (per esempio S. Langdon, The Babylonian Epic of Creation, «L'epica babilonese della Creazione») mostrano che, poco dopo il 2000 a.C, Marduk, figlio di Enki, affrontò e sconfisse Ninurta, figlio di Enlil, in una lotta per la supremazia fra gli dèi. I Babilonesi allora corressero l'originale sumerico dell'Epica della Creazione, vi eliminarono tutti i riferimenti a Ninurta e la maggior parte di quelli a Enlil e ribattezzarono il pianeta invasore con il nome di Marduk. Elevato al rango di "re degli dèi" sulla Terra, Marduk fu associato al pianeta dei Nefilim, il Dodicesimo Pianeta, che divenne la sua controparte celeste. Come "Signore degli dèi celesti [i pianeti]", Marduk divenne anche "re dei cieli". Un tempo alcuni studiosi credevano che "Marduk" potesse coincidere con la Stella Polare o con qualche altra stella lucente visibile nei cieli mesopotamici al tempo dell'equinozio di primavera, dal momento che veniva sempre descritto come un "luminoso corpo celeste". Ma Albert Schott (Marduk und sein Stern) e altri hanno definitivamente dimostrato che tutti i testi astronomici antichi ne parlavano come di un membro del nostro sistema solare. Poiché, poi, a Marduk venivano attribuiti gli epiteti di "grande corpo celeste", "colui che illumina", ecc., fu avanzata la teoria che si trattasse di un dio del Sole babilonese, corrispondente al dio egizio Ra, anch'egli considerato dagli studiosi una divinità solare. A conferma di tale teoria, vi erano testi che descrivevano Marduk come «colui che scruta le profondità dei cieli lontani... avvolto da un alone il cui fulgore incute timore». Ma questo stesso testo continuava affermando che «egli contempla le terre come Shamash [il Sole]». Se dunque Marduk era per certi versi simile al Sole, è evidente che non poteva essere il Sole. Ma allora, se non era il Sole, quale pianeta era Marduk? Gli antichi testi di astronomia non sembrano aiutarci molto in questo senso, poiché, a seconda degli epiteti con cui lo definiscono, farebbero pensare a una corrispondenza con Saturno ("Figlio del Sole") o con Marte (il cosiddetto "pianeta rosso"); quasi tutti i testi, poi, collocano Marduk in markas shame ("al centro del Cielo") e ciò convinse la maggior parte degli studiosi che l'identificazione corretta doveva essere quella con Giove, che si trova al centro della linea dei pianeti:
Giove - Mercurio -  Venere -  Terra -  Marte -  Saturno -  Urano -  Nettuno - Plutone
Questa teoria, però, contiene più di una contraddizione interna. Gli studiosi che la sostenevano, infatti, erano gli stessi che ritenevano che i Caldei non conoscessero i pianeti al di là di Saturno; inoltre includevano tra i pianeti anche la Terra, e d'altra parte affermavano che per i Caldei la Terra era il centro piatto del sistema planetario; infine dimenticavano la Luna, che invece per i popoli mesopotamici faceva parte a tutti gli effetti degli "dèi celesti". L'identificazione del Dodicesimo Pianeta con Giove, dunque, proprio non sta in piedi. L'Epica della Creazione afferma a chiare lettere che Marduk era un invasore che proveniva dall'esterno del sistema solare e che era passato vicino ai pianeti più esterni (compresi Saturno e Giove) prima di scontrarsi con Tiamat. I Sumeri lo chiamavano il pianeta NIBIRU, il "pianeta che attraversa" e la versione babilonese conteneva i seguenti dati astronomici:

Pianeta NIBIRU:
il crocevia del Cielo e della Terra egli occuperà.
Sopra e sotto, essi non passeranno,
ma dovranno aspettarlo.
Pianeta NIBIRU:
pianeta che brilla nei Cieli.
Egli tiene la posizione centrale;
a lui renderanno omaggio.
Pianeta NIBIRU:
è lui che senza mai stancarsi
continua a passare in mezzo a Tiamat.
"Pianeta che attraversa" sia il suo nome -
colui che occupa il centro.

Questi versi ci forniscono un'ulteriore e conclusiva prova che, dividendo gli altri pianeti in due gruppi, il Dodicesimo Pianeta «continua a passare in mezzo a Tiamat»: la sua orbita, cioè, lo riporta costantemente sul luogo della battaglia celeste, dove si trovava Tiamat. I testi astronomici che trattavano in maniera molto sofisticata dei pianeti e delle loro orbite, come pure gli elenchi di pianeti citati secondo il loro esatto ordine celeste, suggeriscono anch'essi che Marduk si trovava in qualche punto tra Giove e Marte. Dal momento che, come ormai sappiamo, i Sumeri conoscevano tutti i pianeti, la presenza del Dodicesimo Pianeta in posizione centrale conferma la nostra conclusione:
Marduk - Mercurio -  Venere -  Luna -  Terra -  Marte -  Giove -  Saturno -  Urano - Nettuno -  Plutone
 Se il suo moto orbitale porta Marduk dove un tempo stava Tiamat, relativamente vicino a noi (tra Marte e Giove), come mai non abbiamo mai visto questo pianeta, che, per quanto ne sappiamo, deve essere grande e luminoso? I testi mesopotamici affermavano che Marduk arrivava fino a regioni sconosciute dei cieli e alle profondità dell'universo. «Egli scruta la conoscenza nascosta... vede tutti i quartieri dell'universo». Era una sorta di "sorvegliante" degli altri pianeti e la sua orbita gli consentiva di girare attorno a tutti gli altri. «Egli tiene strette le loro fasce [orbite]», e traccia un "cappio" attorno a loro. La sua orbita era "più elevata" e "più estesa" di quella di qualunque altro pianeta. Da tutti questi accenni Franz Kugler (Sternkunde und Sterndienst in Babylon) arguì che Marduk era un corpo celeste in rapido movimento, che ruotava secondo un'orbita ellittica, proprio come una cometa. Quest'orbita ellittica, fondata sul centro di gravità del Sole, ha un apogeo - il punto più lontano dal Sole, dove comincia il viaggio di ritorno - e un perigeo - il punto più vicino al Sole, da dove ricomincia il viaggio verso lo spazio aperto. Nei testi mesopotamici queste due "basi" sono effettivamente associate a Marduk: secondo i Sumeri il pianeta andava da AN.UR ("base del Cielo") a E.NUN ("dimora del sovrano"). L'Epica della Creazione diceva di Marduk:
Egli attraversò il Cielo e contemplò le regioni...
La struttura del Profondo il Signore misurò.
E-Shara stabilì come sua dimora esterna;
E-Shara come grandiosa dimora nel Cielo stabilì.
Una "dimora" era dunque "esterna", lontana, nelle
profondità dello spazio. L'altra fu stabilita nel "Cielo", e
dunque all'interno della fascia degli asteroidi, tra Marte e Giove.
Seguendo gli insegnamenti del loro antenato sumerico, Abramo di Ur, anche gli antichi Ebrei associavano la loro divinità suprema con il pianeta supremo. Come i testi mesopotamici, molti libri dell'Antico Testamento affermano che il "Signore" aveva la sua dimora "nell'alto dei Cieli", dove «contemplava i primi pianeti quando sorgevano»; un Signore celeste che, senza essere visto, «si muove nei cieli in cerchio». Il Libro di Giobbe, dopo aver descritto la collisione celeste, contiene i seguenti, significativi versi che ci dicono dove era andato il pianeta del Signore:
Sul Profondo egli tracciò un'orbita;
dove la luce e l'oscurità [si fondono]
là è il suo limite più lontano.
Altrettanto chiaramente i Salmi parlavano del maestoso corso del pianeta:
I Cieli rivelano la gloria del Signore;
il Bracciale Schiacciato proclama la sua opera...
Egli avanza come uno sposo dal baldacchino;
come un atleta si compiace di compiere la corsa.
Dalla fine dei cieli egli ha origine,
e alla fine dei cieli si compie il suo circuito.
Considerato un grande viaggiatore dei cieli, capace di elevarsi a un'altezza immensa all'apogeo, per poi «scendere, chinandosi sul Cielo», al perigeo, il pianeta era raffigurato come un globo alato. Dovunque siano state trovate tracce degli antichi popoli medio-orientali, è stato sempre rinvenuto, ben visibile, il simbolo del globo alato, sulla facciata di templi e palazzi, in incisioni rupestri, impresso su sigilli cilindrici, dipinto sulle pareti. Esso accompagnava sacerdoti e re, sovrastava il loro trono, "aleggiava" su di loro in battaglia, era inciso sui loro carri, oltre ad adornare ogni genere di oggetti d'argilla, metallo, pietra e legno. Adoravano questo simbolo tutti coloro che governarono Sumer e Akkad, Babilonia e Assiria, Elam e Urartu, Mari e Nuzi, Mitanni e Canaan. I re ittiti, i faraoni egizi, gli shar persiani: tutti proclamavano "supremo" sia il simbolo stesso sia ciò che esso rappresentava. E così fu per millenni (figura 112).
Il fatto che il Dodicesimo Pianeta, il "pianeta degli dèi", fosse dentro il sistema solare e che, nella sua grandiosa orbita, tornasse periodicamente nelle vicinanze della Terra rappresentava un punto centrale delle convinzioni religiose e astronomiche del mondo antico. Il segno pittografico del Dodicesimo Pianeta, "il pianeta che attraversa", era una croce. Questo segno cuneiforme

che significava anche "Anu" e "divino", divenne nelle lingue semitiche la lettera tav,
che significava "il segno".
In realtà, tutti i popoli del mondo antico consideravano il periodico avvicinarsi del Dodicesimo Pianeta come un segno di imminenti rivolgimenti, grandi cambiamenti, addirittura come l'annuncio di una nuova era. I testi mesopotamici parlano del periodico apparire del pianeta come di un evento già previsto, prevedibile e osservabile:
Il grande pianeta,
d'aspetto rosso scuro.
Il cielo divide a metà
e si presenta come Nibiru.

Molti dei testi che parlavano dell'arrivo del pianeta erano in realtà quasi dei responsi oracolari che profetizzavano l'effetto che tale evento avrebbe prodotto sulla Terra e sul genere umano. R. Campbell Thompson (Reports of the Magicians and Astronomers of Niniveh and Babylon, «Resoconti di maghi e astronomi di Ninive e Babilonia») analizzò diversi di questi testi, che parlano dell'avanzata del pianeta, di come esso «aggirava la postazione di Giove» e arrivava al punto di attraversamento, Nibiru:
Quando dalla postazione di Giove
il Pianeta passa verso ovest,
vi sarà un tempo di tranquillità e sicurezza.
Una dolce pace scenderà sulla regione.
Quando dalla postazione di Giove
il Pianeta diverrà più luminoso
e nella casa zodiacale del Cancro diventerà Nibiru,
Akkad traboccherà di abbondanza,
il re di Akkad sarà ancora più potente.
Quando Nibiru culmina...
la regione se ne starà al sicuro,
i re nemici saranno in pace,
gli dèi ascolteranno le preghiere ed esaudiranno le
suppliche.
Si sapeva, però, che l'avvicinarsi del pianeta avrebbe anche portato piogge e inondazioni, a causa dei suoi forti influssi gravitazionali:
Quando il Pianeta del Trono del Cielo
si farà più luminoso,
vi saranno alluvioni e piogge...
Quando Nibiru giungerà al perigeo,
gli dèi daranno finalmente la pace;
affanni e complicazioni si placheranno.
Pioggia e inondazioni arriveranno.
Come per gli eruditi mesopotamici, anche per i profeti ebrei il fatto che il pianeta si avvicinasse alla Terra e divenisse visibile al genere umano era considerato il presagio di una nuova era. Le analogie fra la tradizione mesopotamica che associava al Pianeta del Trono del Cielo auspici di pace e prosperità e le profezie bibliche che annunciavano un'era di pace e giustizia sulla Terra dopo il Giorno del Signore sono evidenti nelle parole di Isaia:
E avverrà alla fine dei giorni:
...il Signore giudicherà tra le nazioni
e aspramente rimprovererà molti popoli.
Ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri
e le lance in falcetti per potare le fronde;
nessuna nazione alzerà la spada
contro un'altra nazione.
In contrasto con le benedizioni della nuova era che sarebbe seguita al Giorno del Signore, il giorno stesso viene descritto dall'Antico Testamento come un periodo di piogge, inondazioni
e terremoti. Se leggiamo i passi biblici in un'ottica astronomica, come i corrispondenti testi mesopotamici, e li colleghiamo al moto di avvicinamento alla Terra di un grande pianeta con un forte campo gravitazionale, le parole di Isaia ci sembrano perfettamente comprensibili:
Come il frastuono di una moltitudine fra le montagne,
un tumultuoso rumore come di molta gente,
di regni e di nazioni raccolti insieme;
così è il Signore degli Eserciti
che comanda un esercito in battaglia.
Da una terra lontana essi arrivano,
dalla fine del Cielo
il Signore e le armi della sua ira
vengono a distruggere tutta la Terra...
Perciò io agiterò il Cielo
e la Terra sarà scossa dal suo posto
quando il Signore degli Eserciti passerà
il giorno in cui si manifesterà la sua ira bruciante.
Mentre sulla Terra «le montagne si scioglieranno... le valli si
spaccheranno», anche la rotazione assiale del pianeta ne
risentirà. Il profeta Amos predisse esplicitamente:
E avverrà quel giorno,
dice il Signore,
che io farò tramontare il Sole a mezzogiorno
e oscurerò la Terra nel bel mezzo del giorno.
Annunciando «Ecco, il giorno del Signore è arrivato!» il profeta Zaccaria informò il popolo che il momentaneo arresto della rotazione assiale della Terra sarebbe durato un solo giorno:
E avverrà quel giorno
che non vi sarà luce - e farà stranamente freddo.
E vi sarà un giorno, ben noto al Signore,
che non avrà giorno né notte,
poiché anche di sera vi sarà luce.
Nel giorno del Signore, disse il profeta Gioele, «Sole e Luna si oscureranno, le stelle ritireranno il loro splendore»; «il Sole si tramuterà in tenebra e la Luna sarà color rosso sangue». I testi mesopotamici esaltavano lo splendore del pianeta e lasciavano capire che esso si poteva vedere anche di giorno: «visibile all'alba, scompare dalla vista al tramonto». Su un sigillo cilindrico trovato a Nippur sono raffigurati dei contadini che alzano lo sguardo con meraviglia e guardano il Dodicesimo Pianeta (simboleggiato dalla croce) ben visibile nei cieli (figura 113).
I popoli antichi non soltanto aspettavano il periodico arrivo del Dodicesimo Pianeta, ma ne tracciavano anche il percorso. Diversi passi biblici - specie in Isaia, Amos e Giobbe -collegano il movimento del Signore celeste a varie costellazioni. «Da solo egli si allunga nei cieli e cammina nelle più remote profondità; arriva fino alla Grande Orsa, Orione e Sirio, e le costellazioni del Sud». Oppure, «Egli volge il volto sorridente verso Toro e Ariete; dal Toro al Sagittario egli andrà». Questi versi ci parlano dunque di un pianeta che spazia nel più alto dei cieli, proviene da sud e si muove in senso orario, proprio come affermano anche i testi mesopotamici. Il profeta Abacuc è ancora più esplicito: «Il Signore verrà da sud... la sua gloria riempirà la Terra... e Venere sarà come una luce, che dà i suoi raggi al Signore». Tra i molti testi mesopotamici che trattano l'argomento, uno è particolarmente chiaro:
Pianeta del dio Marduk:
al suo apparire: Mercurio.
Al sorgere di trenta gradi dell'arco celeste: Giove.
Quando si trova nel luogo della battaglia celeste: Nibiru.
Come mostra lo schematico diagramma che qui riproduciamo, i testi sopra citati non chiamano il Dodicesimo Pianeta con diversi nomi (come hanno creduto gli studiosi), ma ne illustrano piuttosto il movimento, indicando i tre punti cruciali nei quali la sua apparizione può essere osservata e registrata dalla Terra (figura 114).
La prima occasione per osservare il Dodicesimo Pianeta quando la sua orbita lo riportava vicino alla Terra era dunque quando esso si allineava con Mercurio (punto A): secondo i nostri calcoli, ciò avveniva ad un angolo di 30 gradi rispetto all'immaginario asse celeste Sole-Terra-perigeo. Più vicino alla Terra, e quindi apparentemente più "alto" nei cieli terrestri (di altri 30 gradi, per l'esattezza), il pianeta attraversava l'orbita di Giove nel punto B. Infine, quando arrivava nel luogo della battaglia celeste, e cioè al perigeo o "Luogo dell'Attraversamento", il pianeta era Nibiru, punto C. Pertanto, se tracciamo un asse immaginario tra il Sole, la Terra e il perigeo dell'orbita di Marduk, gli osservatori dalla Terra potevano vedere Marduk una prima volta quando era allineato con Mercurio, a un angolo di 30 gradi (punto A). Avanzando di altri 30 gradi, Marduk attraversava il tragitto orbitale di Giove nel punto B. Poi, al perigeo (punto C), Marduk arrivava al Luogo dell'Attraversamento, il Crocevia: tornato al luogo della battaglia celeste, riprendeva la sua orbita di ritorno verso lo spazio aperto.