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domenica 30 agosto 2015

LE TÚATHA DÉ DANANN

Nelle tradizioni irlandesi, i Túatha Dé Danann (medio irlandese Túatha Dé Danand o Donand) furono il quinto dei sei popoli preistorici che invasero e colonizzarono l'Irlanda prima dei Gaeli. Si ritiene che essi vadano identificati - in tutto o in parte - con gli dèi adorati dagli stessi Gaeli, opportunamente evemerizzati e collocati in un contesto storico a opera dei cronisti medievali, i quali appartenevano perlopiù all'ambiente monastico. Le molte leggende che riguardano i Túatha Dé Danann, tramandate dai manoscritti irlandesi, permettono di intravedervi alla base i residui di antiche teogonie e teomachie.



 

Le leggende riguardanti i Túatha Dé Danann, inscrivibili nel "ciclo mitologico" o "ciclo delle invasioni", sono riportate da un certo numero di narrazioni in medio irlandese, a loro volta contenute nelle grandi raccolte manoscritte medievali irlandesi.
Il testo più antico che citi i Túatha Dé Danann è lo Scéal Tuáin meic Cairill ("Storia di Tuán figlio di Cairell", IX secolo) in cui essi appaiono già inseriti nel contesto delle invasioni irlandesi, segno che, all'epoca della stesura del testo, la tradizione storiografica aveva già raggiunto il suo punto d'arrivo. Segue l'importantissimo Cath Maige Tuired ("La battaglia di Mag Tuired, XI secolo), una narrazione completamente incentrata sui Túatha Dé Danann, che narra il loro arrivo in Irlanda, le storie dei loro membri principali e la grande battaglia che li oppose ai Fomor. L'imponente Lebor Gabála Érenn ("Libro delle invasioni d'Irlanda", XII secolo), che tratta estesamente di tutti i popoli invasori d'Irlanda, riporta in dettaglio tutte le tradizioni genealogiche sui Túatha Dé Danann. In questo testo, i loro re vengono inseriti in un'ideale successione dei Sovrani Supremi d'Irlanda, dando lo spunto all'imponente tradizione annalistica della letteratura irlandese.
Tra i testi successivi, parecchi riportano vicende particolari che hanno per protagonisti i Túatha Dé Danann o alcuni dei loro esponenti principali. Nel Tochmarc Étaíne ("Il corteggiamento di Étaín", XIV secolo) si narra la storia d'amore tra Mídir ed Étaín, destinata a concludersi secoli dopo; l'Aislinge Óenguso ("Il sogno di Óengus", inizi XVI secolo) è un romantico racconto avente a protagonista il giovane Óengus Óg; l'Oiche chloinne Tuireann ("Il destino dei figli di Tuirenn", XVII secolo) riprende fatti e avvenimenti della battaglia contro i Fomor; e così via. La data di redazione fornita per questi testi è quella dei manoscritti: è evidente che la data di composizione può essere molto più antica.
Altre tradizioni sono poi riportate dai Dindṡenchas ("Storie toponomastiche"), in cui eventi che hanno quali protagonisti i Túatha Dé Danann sono alla base dei nomi di alcuni luoghi d'Irlanda.
 
ETIMOLOGIA
La letteratura di divulgazione in genere interpreta l'etnonimo Túatha Dé Danann come "Tribù della dea Danu" (o "Dana"). Tale lettura, per quanto popolare, è però soltanto ipotetica.
L'unico termine fondato dell'etnonimo è túatha che è il plurale del termine irlandese túath (relato al celtico continentale teutā > toutā), ad indicare una popolazione dalla comune ascendenza. È quindi giustificato l'uso della parola "tribù", da usarsi però al plurale: "le tribù".
Più problematico è invece il termine successivo, . Lo si ritiene comunemente il genitivo della parola "dea", ma in realtà è il genitivo del sostantivo maschile dia "dio" (la parola "dea" in irlandese è bandia); in tal caso una traduzione corretta dell'etnonimo dovrebbe essere "Tribù del dio di Danann". (E non bisogna trascurare la possibilità che non si tratti di , ma di de, come a volta si trova nei manoscritti; in irlandese de è la preposizione "di", proprio come nelle lingue neolatine: in tal caso la corretta interpretazione dell'etnonimo sarebbe semplicemente le "Tribù di Danann".)
L'ultimo termine è il più controverso. Danann (nei testi antichi scritto Danand o Donand) viene assunto come il genitivo di un nome proprio, il cui nominativo si ritiene sia *Danu. Questo nome venne ricostruito dagli studiosi di fine Ottocento, in analogia con altri termini che presentano una medesima declinazione (come Ériu "Irlanda" che al genitivo dà Érenn), e interpretato come un teonimo. Sorse così l'idea, in linea con la concezione che allora si aveva della mitologia, di una dea chiamata *Danu, madre e antenata della stirpe divina irlandese. Il problema è che questo nome non è attestato in alcuna fonte antico-irlandese.
Per risolvere questo problema, venne proposta un'identificazione tra *Danu e Anu, la mater deorum hibernensium citata da Cormac mac Cuilleannáin nel suo Sanas ("Glossario"), alla quale la tradizione associa due colline gemelle nella Contea di Kerry (Munster) chiamate Dá chích nÁnann (in ortografia moderna Dá chíoche hAnann), i "due seni di Anu". La relazione tra le forme Anu e Anann (rispettivamente nominativo e genitivo) fornì un'ulteriore sostegno per la ricostruzione di *Danu a partire da Danann. Si ha però ragione di credere che *Danu e Anu non siano tra loro identificabili, nonostante un passo del Foras feasa ar Éireann di Seathrún Céitinn (XVII sec.) riporti Dá chíoche Danann (da intendersi probabilmente come una forma ipercorretta operata dallo stesso Céitinn). Le evidenze filologiche chiariscono l'impossibilità di un passaggio tra le due forme. D'altronde, il Lebor Gabála Érenn identifica esplicitamente Anu con la dea Mórrígan.
Riguardo all'identità di Danann, il Lebor Gabála Érenn è abbastanza chiaro: essa fu la madre di Brian, Iuchar e Iucharba, i tre figli di Tuirell figlio di Delbáeth. Questi tre sarebbero stati talmente abili nelle arti druidiche che il popolo ignorante li scambiò per dèi: essi divennero talmente popolari che il loro popolo di appartenenza venne chiamato in loro onore Túatha Dé Danann, in questo caso inteso "le tribù degli dèi di Danann". È però evidente che anche questa è un'etimologia popolare, anche se in questo caso è quella esplicitamente attestata dai testi antichi.
Un'altra possibilità è che Danann sia connesso col termine irlandese dán "arte, facoltà, capacità", che però viene declinato al genitivo come dána (da cui l'espressione áes dána "gente dell'arte", riferita all'insieme degli artigiani, degli artisti, dei musici e dei giuristi di una tribù).





I Túatha Dé Danann discendevano dai Figli di Nemed, un precedente popolo invasori d'Irlanda, il quale aveva dovuto abbandonare l'isola dopo essere stato decimato dai Fomor. Recatisi in lontane isole boreali, essi si erano istruiti nella sapienza e nelle discipline druidiche e, dopo molto tempo, i loro discendenti avevano progettato il ritorno in Irlanda, ritenendo che l'isola spettasse loro per diritto ereditario. Intanto, stabilitisi in Scandinavia, avevano stretto un'alleanza con gli stessi Fomor: tra loro vi erano state unioni matrimoniali ed era nata una discendenza mista.
Sbarcati in Irlanda, diedero fuoco alle loro navi in modo che non avessero più la tentazione di tornare indietro. Poiché dalle navi che bruciavano si levavano alte colonne di fumo, dice il cronista, in seguito si disse che i Túatha Dé Danann fossero venuti dal cielo su quelle nubi di fumo.
L'Irlanda a quel tempo era popolata dai Fir Bolg, un popolo anch'esso di discendenza nemediana. Essi si scontrarono con i Túatha Dé Danann in quella che fu la prima battaglia di Mag Tuired (Contea di Mayo). I Túatha Dé Danann vinsero ed i Fir Bolg furono costretti a cedere loro la sovranità sull'Irlanda. Tuttavia, il re danann Núada, aveva perduto il braccio destro nel corso dello scontro e, in base alle leggi, la mutilazione lo rendeva inadatto per regnare. Venne così sostituito da Bress, il quale era fomoriano per parte di padre.
Bress regnò per sette anni e il suo regno si rivelò disastroso, così fu costretto ad abdicare. Fuggito dall'Irlanda, egli riparò presso i Fomor, chiedendo l'aiuto dei parenti di suo padre per riconquistare il trono. In Irlanda fu restituita la sovranità a Núada, al quale venne costruita una protesi d'argento che sostituiva l'uso del braccio troncato.
Fu così che i Túatha Dé Danann dovettero scontrarsi con i Fomor nella seconda battaglia di Mag Tuired (questa volta nella Contea di Sligo). A guidare le file dei Túatha Dé Danann era Lúg Sámildanach il quale, nonostante fosse fomoriano per parte di madre, venne eletto in quel ruolo in quanto esperto in ogni possibile arte. Egli guidò alla vittoria le schiere dei Tuatha Dé e sconfisse uno dei capi dei Fomor, Balor, suo nonno, il quale poteva uccidere interi eserciti soltanto poggiandoci sopra lo sguardo.
I Túatha Dé Danann imposero così il loro regno sull'Irlanda e i loro sovrani furono ricordati nella successione dei Re Supremi. Mantennero il regno per molto tempo, finché non giunsero dall'Iberia i Figli di Míl, gli antenati dei celti Gaeli. Costoro riuscirono a sbarcare in Irlanda nonostante gli incantesimi messi in atto dai Túatha Dé Danann nel tentativo di tenerli lontani e sconfissero questi ultimi nella battaglia di Óenach Taillten. Sconfitti, i Túatha Dé Danann accettarono di lasciare il dominio dell'Irlanda ai nuovi venuti e si ritirarono a vivere nel sottosuolo dell'isola e dentro le colline fatate, dove da allora condussero un'esistenza felice e immortale, trasformandosi nel folklore in creature soprannaturali.
 

I quattro tesori dei Túatha Dé Danann

La tradizione attribuisce ai Túatha Dé Danann quattro meravigliosi tesori, che essi portarono con sé in Irlanda dalle quattro città site nelle isole boreali dove avevano ricevuto l'istruzione nelle discipline druidiche e nella conoscenza. Queste furono:
  • dalla città di Findias venne portata la spada di Núada: mai un combattimento venne perduto da chi la impugnava;
  • dalla città di Gorias venne portata la lancia che poi fu data a Lúg: non falliva mai il bersaglio;
  • dalla città di Murias venne portato il calderone del Dagda, capace di sfamare un numero illimitato di persone senza svuotarsi mai;
  • dalla città di Fálias venne portata la Lía Fáil, la Pietra del Destino, che emetteva un grido se veniva calpestata da un legittimo Re Supremo d'Irlanda.
Analisi comparatistica
Nelle fonti medievali, i Túatha Dé Danann sono il popolo che abitava l'Irlanda prima dei Gaeli. Questo ha spesso portato alcuni studiosi a identificarli con l'una o l'altra popolazione pre-celtica, ad esempio con i costruttori dei megaliti di cui è ricco il paesaggio irlandese. Tale identificazione è però priva di un vero fondamento, in quanto i Túatha Dé Danann sono attestati unicamente nella letteratura medievale e nulla li collega con le testimonianze preistoriche presenti sul suolo d'Irlanda.
Non vi sono motivi per ritenere che le narrazioni medievali abbiano una base storica: al contrario, tutto fa ritenere che i Túatha Dé Danann siano personaggi prettamente mitici. Il fatto che siano spesso tratteggiati come esseri sovrumani, dai poteri soprannaturali, fa pensare che si possa essere trattato, in origine, di vere e proprie divinità, poi storicizzate ed evemerizzate dai cronisti medievali, che erano di fede cristiana. Lo dimostra innanzitutto l'etimologia di molti nomi danann, comparabili con quelli delle divinità celto-romane attestate sul continente: ad esempio, il campione Ogma compare in Gallia come Ogmios, Mídir come Medros e Goibniu come Gobannicnos. Núada è presente in Britannia nel nome del dio Nodons, e Mórrígan è con ogni probabilità la Morgana dei racconti arturiani. Brígit corrisponde sia alla Brigindona gallica che alla Brigantia britannica. Le dee della guerra, Badb Chatha e Némain, sono presenti nel continente come Cathobodua e - probabilmente - Nemetona. Su un altro piano, sembra evidente - pur senza affinità etimologiche - che Lúg sia il Mercurio gallico descritto da Cesare e il Dagda il Dio col Mazzuolo presente nelle testimonianze iconografiche gallo-romane.La mitologia comparata, seguita soprattutto agli studi di Georges Dumézil ha mostrato molte affinità tra le narrazioni pseudostoriche dei testi irlandesi e vari personaggi ed episodi delle mitologie indoeuropee. Ad esempio, Núada che è privo di un braccio e Lúg che combatte chiudendo un occhio ricordano la coppia funzionale monco/orbo diffusa in molti contesti dell'area indoeuropea, come ad esempio la coppia formata da Muzio Scevola e Orazio Coclite nella mitologia romana, o quella costituita da Óðinn e Týr nel mito norreno. Il mito di Bress, che assume la regalità senza esserne degno, ricorda Freyr che siede illegittimamente sul trono di Óðinn. Le due battaglie di Mag Tuired sono leggibili in funzione di una titanomachia o, con maggior attinenza, con il conflitto tra Æsir e Vanir. Secondo il principio della tripartizione funzionale di Dumézil, la conclusione della guerra tra le due stirpi divine nel mito norreno riunisce la prima funzione (magico-sacerdotale) e la seconda (guerriera), rappresentate dagli Æsir, con la terza funzione (economica-fecondante), rappresentata dai Vanir. Analogamente, la seconda battaglia di Mag Tuired si chiude con un patto di pace in cui Bress (divinità della terza funzione) insegna ai Túatha Dé Danann (divinità funzionalmente caratterizzate nella magia e nelle arti guerriere) come arare, seminare e mietere.
I Túatha Dé Danann furono dunque, con ogni probabilità, le antiche divinità celtiche dei Gaeli. La cristianizzazione, in Irlanda, non cancellò gli antichi miti, ma li inserì in un contesto pseudostorico, adattandoli in qualche modo al sistema universale biblico-classico. Senza alcun dubbio il processo di evemerizzazione deformò irrimedialmente le narrazioni tradizionali ma, paradossalmente, permise loro di sopravvivere e di essere tramandati fino a noi.
 



COSA CI DICE L'ANTICO TESTAMENTO?!

La Bibbia è stata oggetto delle più diverse chiavi di lettura, per lo più comprensibili ma talvolta anche eccessivamente fantasiose; ne sono nate così le interpretazioni teologiche, allegoriche,
metaforiche, teosofiche, antroposofiche, esoterico-iniziatiche, psicanalitiche…
 
Tutte chiavi di lettura che hanno dato per scontato che la Bibbia fosse un testo contenente
innanzitutto – o addirittura esclusivamente – un messaggio di ordine spirituale, proveniente da
un Dio unico, universale,trascendente, creatore dell’universo. Proviamo a pensare,invece, 
che gli autori biblici ci abbiano voluto dire esattamente ciò che ci hanno detto, senza
dietrologia, senza misteri da svelare attraverso cammini difficili e oscuri.
Sappiamo bene che la Bibbia può essere letta, e in effetti così è stato, nei secoli, su vari
piani che vengono identificati con l’acronimo [pardes], “frutteto”, che richiama in sintesi le
seguenti chiavi o livelli di lettura:
 
Peshat: letterale, immediato.
• Remez: allegorico, procede per indizi come acronimi o valori numerici.
• Derush: omiletico.
• Sod: profondo, nascosto, come quello cabalistico
.
 
Gli ultimi tre livelli di lettura sono quelli usati e presentati da secoli, sia in modo indipendente che in parallelo tra di loro.
Quindi  ipotizziamo che il primo, cioè quello letterale, abbia un valore che fino ad ora è stato misconosciuto, per non dire spesso deliberatamente negato od omesso, data la sua inaccettabilità per gran parte del pensiero tradizionale, che vuole vedere nella Bibbia anche ciò che spesso non pare proprio essere stato nelle intenzioni degli antichi autori: come ad esempio parlare di un Dio spirituale, trascendente, creatore di universi, ecc.
Si tratta di un cammino assolutamente legittimo in quanto previsto dalla stessa storia del pensiero e dell’esegesi giudaica, come documentato dall’acronimo citato poco sopra, da cui si deduce che
[peshat] è uno dei modi in cui può essere letto l’Antico Testamento.
Non è nostra intenzione esaminare qui la secolare storia delle diatribe rabbiniche che hanno coinvolto nel tempo commentatori come Rav hillel e Rav Smammai, Rav Akiva e Rav Ishmael, Rashi
de Troyes, le correnti ebraiche massimaliste o minimaliste…
A conferma della validità e assoluta legittimità del metodo qui applicato, citiamo un’affermazione contenuta in uno dei volumi della Jewish Publication Society (New York) che raccoglie i lavori dei massimi esponenti della Rabbinical Assembly degli USA. Il Dr. Jeffrey h. Tigay, Ellis Professor di Lingue e letterature ebraiche e semitiche all’Università della Pennsylvania di Philadelphia, riporta in “Etz hayim” (JPS, New York, 2005) il pensiero di Rabbini per i quali «Torah is not metaphoric»,cioè “la Torah non è metaforica”. La nostra ipotesi quindi è legittima nonostante i tentativi di
screditamento; parte di qui e si sviluppa su quelle basi che troppi, per comodità o interesse dogmatico, hanno volutamente dimenticato. Un esercizio la cui utilità si sta svelando ora in tutti i
suoi aspetti più pratici e concreti: abbiamo considerato l’Antico Testamento come un libro di storia, un testo in cui vari autori di un popolo hanno voluto raccontare con i loro strumenti
culturali e linguistici ciò che hanno veramente visto.Ora ci troviamo ad avere conferme impensate:
la storia si svela sotto i nostri occhi nel suo aspetto più inatteso.
Questo libro si occupa in modo specifico della tecnologia che è presente nei testi biblici e ha quindi uno scopo dichiarato: contribuire a diffondere l’informazione su una parte di ciò che in realtà non si deve sapere sui momenti delle nostre origini; sulle radici della conoscenza e su ciò che con ogni probabilità è veramente successo sul nostro pianeta migliaia di anni fa.
Non a caso il titolo rappresenta la sintesi di quanto documentato negli ultimi due capitoli, nei quali si comprenderà come anche quello che viene considerato e presentato come l’atto divino per
eccellenza, la cosiddetta “creazione dal nulla”, altro non è che uno dei tanti interventi tecnici e assolutamente materiali compiuti da quegli individui. Si capirà quindi come il pensiero teologico
abbia agito già dal primo versetto della Genesi nel suo intento di trasformare una raccolta di cronache in un libro di spiritualità religiosa. Proseguendo nel raccontare e approfondire quanto già scritto nei testi Il libro che cambierà per sempre le nostre idee sulla Bibbia e Il Dio alieno della Bibbia, affrontiamo qui aspetti specifici relativi alla concretezza delle conoscenze tecnologiche di coloro che verosimilmente ci hanno “fatti” a loro immagine e somiglianza.
Non c’è religione, non c’è spiritualità, non c’è esoterismo, non c’è misticismo cabalistico… C’è informazione concreta; c’è conoscenza tecnologica ricostruita e funzionante; c’è la documentazione di un passato già vissuto dall’umanità. Rispetto ai due testi citati, si è dato qui maggiore spazio alle ipotesi in relazione ai contenuti biblici e l’elaborazione teorica è notevolmente ampliata e arricchita da apporti anche esterni al testo biblico. C’è più spazio per le supposizioni che consentono di ipotizzare un racconto romanzato di vicende sulle quali l’Antico Testamento non fornisce notizie precise, ma lascia intravedere indizi disseminati qua e là; segnali che si possono cogliere con una lettura attenta e ripetuta, capace di evidenziare rispondenze e richiami apparentemente privi di nesso ma che, forse, sono legati da una connessione sottile che il tentativo di nascondimento operato dai masoreti non è riuscito a celare del tutto.
 
NELLO SPECIFICO
• La parte più antica della Bibbia è in sostanza un libro di storia che narra le origini dell’umanità e la successiva vicenda di un popolo che ha stabilito un rapporto/alleanza con uno degli Elohim,
quello conosciuto col nome di Yahweh. Come scrive Robert Wexler (University of Judaism, Los Angeles) nel già citato “Etz hayim”, non è credibile che la storia narrata in Genesi abbia avuto
origine in Palestina.
 
• Gli Elohim biblici non sono un “Dio” unico, come sostiene la teologia da due millenni, ma una pluralità di individui in carne e ossa; una molteplicità chiaramente e inequivocabilmente
evidenziata nell’Antico Testamento. Ne riassumiamo le caratteristiche fondamentali:

– Erano individui che vivevano talmente a lungo da essere considerati immortali anche se non lo erano: la Bibbia dice chiaramente che Elohim (cioè il presunto Dio delle teologia) muore/muoiono come tutti gli uomini.
 
– Erano individui che viaggiavano su macchine volanti, coprendo in tempi rapidissimi distanze impensabili per chi si muoveva camminando.
 
– Lungi dall’essere considerati dèi, in origine erano in realtà oggetto di rispetto e sottomissione esclusivamente a causa del loro grande potere, garantito anche dalla tecnologia di cui
disponevano: erano temuti anche per la loro crudeltà, una caratteristica di cui la Bibbia costituisce una testimonianza inequivocabile.
 
– Non si occupavano di temi quali la religione nel senso moderno del termine, la spiritualità,l’aldilà… Avevano come obiettivo fondamentale la definizione di strutture di potere distribuite nei vari territori sui quali poi si sono sviluppate le diverse civiltà.
 
– Erano individui che conoscevano i segreti della natura, del cosmo, e che li trasmettevano soltanto ai loro fedeli seguaci, dando così avvio alle caste dei re/governatori/sacerdoti (i
cosiddetti “iniziati” alla conoscenza, appunto…).
 
• Yahweh, lungi dall’essere il “Dio” unico e trascendente, non era che uno di loro: quello cui era stato affidato il compito di governare su un territorio definito. Ma per la verità neppure di questo
possiamo essere sicuri; egli potrebbe anche essersi autonomamente attribuito il potere su un territorio e su un popolo che nessuno gli aveva assegnato.
 
• Gli Elohim hanno “formato” la specie Homo sapiens (o forse sapiens sapiens) attraverso un intervento di ingegneria genetica che il testo biblico della Genesi racconta evidenziando l’utilizzo
dei due DNA interessati: quello alieno e quello degli ominidi terrestri. L’ibridazione genetica è stata effettuata da individui fisicamente simili a noi, ma dotati di conoscenze e di tecnologie
incomparabilmente superiori: ci hanno fatti allo scopo di produrre una razza di lavoratori/servitori di cui avvalersi. E forse hanno compiuto più interventi distribuiti nel tempo: quello relativo ad Adamo ed Eva poterebbe essere stato solo uno dei tanti, visto che non sono i progenitori dell’umanità, come
avremo modo di vedere.Si sono poi preoccupati di fare evolvere culturalmente questa nuova razza ibrida (Homo sapiens o forse sapiens sapiens) attraverso la diffusione controllata di conoscenze di carattere civile,giuridico, agronomico, astronomico, matematico, architettonico, letterario, politico, tecnologico…
 
• La Bibbia ci narra di una molteplicità di individui distinti dagli [adam], individui che erano conosciuti con vari nomi ed erano raggruppati in gerarchie. A seconda dei ruoli ricoperti e della
tipologia fisica sono definiti con vari nomi, sia generici che propri; ne ricordiamo alcuni: Elohim,Nephilim (conosciuti anche come Refaim, Anaqim, Emim, Zamzummim), Malakim, Shedim, Baal, Baal-Zafon, Baal-Zebub, Milkom, Melkart, Nibaz, Tartan, Adrammelec, Anammelec… Individui e gruppi conosciuti anche da altre culture con i rispettivi nomi:
ANUNNAKI, IGIGI, IGIGU, DINGIR,IRSIRRA, ILU, ILANU presso Sumeri e Accadi; Neteru, Shamshu-Hor per gli Egizi; Viracochas, Quetzalcoatl, per le culture meso- e sud-americane; Tuata de Danann e Asi per certa parte del Nord Europa e della tradizione germanica…
 
• La Bibbia tramanda con grande chiarezza il ricordo di esseri dalla statura gigantesca [nephilim] dotati di sei dita per ogni arto (esadattili): ne parla con assoluta normalità, narrando anche come
combattessero nelle file dei Filistei e fossero quindi ostili a Yahweh e al suo popolo.
 
• I cosiddetti angeli erano individui in carne e ossa, spesso pericolosi da incontrare, che avevano la necessità di mangiare, dormire, riposarsi, lavarsi; potevano perfino essere aggrediti e si dovevano difendere; appartenevano ai gradi intermedi della gerarchia e fungevano da portaordini e vigilanti.
Corrispondevano probabilmente agli IGIGI, IGIGU della cultura sumero-accadica: nulla a che vedere dunque con le entità spirituali di cui ci narra la tradizione dottrinale.
 
• I cherubini biblici, lungi dall’essere entità angeliche, erano in realtà strutture con aspetti e funzioni diverse:
 
– quelli descritti da Ezechiele erano “macchine volanti” che l’Antico Testamento descrive molto bene nel loro muoversi sia autonomamente che in abbinamento con il mezzo di trasporto di
Yahweh [kavod, ruach, merkavah];
 
– i cherubini dell’Arca dell’Alleanza erano invece strutture appartenenti a un sistema di comunicazione radio che si avvaleva anche di strumenti portatili come l’[efod]. Secondo alcuni
filologi ebrei che si rifanno alla letteratura talmudica erano dei robot utilizzati per proteggere l’Arca dell’alleanza nonché il suo prezioso e pericoloso contenuto.
 
• L’Arca dell’Alleanza era a sua volta uno strumento tecnologico dai molteplici usi.
 
Fonte ( M.Biglino)


martedì 25 agosto 2015

APPROFONDIMENTO "MUL.APIN"


Dando uno sguardo approfondito al MUL APIN è possibile fare una osservazione linguistica e grafica che potrebbe far crollare la nozione comunemente accettata dagli accademici (ma mai giustificata né spiegata) che Nibiru sia Giove.Se osserviamo la traduzione ufficiale delle righe 36-37-38 abbiamo:

36: When the stars of Enlil are finished,
 
37: a large star of matted light divides the heavens there: the star of d.AMAR.UD of Nibiru
 
38. the Star SAG.ME.GAR (giove) changes its position continuously, crossing the heavens

Questa é la esatta divisione del cuneiforme.
Gli studiosi uniscono 36-37 e 38 come se ‘la grande stella rossa che divide’ etc sia la stella di Marduk (Nibiru) e sia allo stesso tempo Giove (Sag.Me.Gar), che cambia sempre posizione.Ma il cuneiforme contiene una indicazione, un segno che gli studiosi (giustamente ,linguisticamente) traducono “1” sbagliando però contestualmente.Quello é in realtà un segnaposto che indica quando si ha un nuovo inizio linea o si sta parlando di un nuovo oggetto.Di questo avviso era anche il sumerologo Daniel Foxvog che nel suo lessico metteva con punto di domanda il suo significato di UNO come numero cardinale, ma dava per certo il significato di: 'singolo ' - 'un certo':diš  one (the counting word?); a single, certain one (Edzard, AV Klein 99f.)Come specifica King nella analisi per il British Museum: It should be noted that throughout the lists the sign (DISH/ANA/GI2) is merely employed as a graphical symbol, denoting a fresh item in the list or merely marking the beginning of a line.It is not to be rendered as "one," since in some cases the item it marks contains the names of two stars counted separately in the total (e. g . Co. I, l. 27).Se infatti ci prendiamo la briga di guardare prima e dopo la descrizione di Nibiru / Giove / Sag.me.Gar, le altre stelle, ogni riga parla di una stella diversa e inizia con quel simbolo.Quindi se ogni simbolo é un oggetto, il suo essere presente sia prima di "la stella rossa..... Marduk Nibiru" che prima di "Sag.Me.Gar ...." indica a mio avviso che sono due oggetti diversi.  Uno é la stella rossa di Marduk, l' altro é Sagmegar-Giove.

LE TAVOLE DEL MICHIGAN

Infatti quando nel 1890 vennero mostrate alcune foto dei reperti ad un antropologo dell'università della Pennsylvania, Morris Jastrow, questi sbrigativamente liquidò la faccenda asserendo che:... L'unico elemento che salta agli occhi, di queste tavole, è l'elemento dilettantesco delle incisioni che in gran parte sono un'orribile miscuglio di iscrizioni fenicie, egizie, greche ed inintelleggibili perchè sconosciute, messe insieme alla rinfusa, come un dizionario multilingue.......esse rappresenterebbero la prova inconfutabile che, il continente Americano è stato colonizzato da antichi e scomodi navigatori ben prima della "scoperta" di Colombo. Queste Tavole in argilla, ardesia o rame, erano state estratte a migliaia, da tombe di età preistorica attribuite ad "indiani", nei dintorni di Detroit nel Michigan tra il 1874 ed il 1915. Tutte le tavole recavano motivi ebraico   -cristiani ed iscrizioni in una lingua sconosciuta. Gli animali effigiati, mammuth, elefanti indiani, ed i tratti orientaleggianti degli uomini,sollevarono parecchi dubbi sul fatto che queste tavole fossero realmente originarie del continente americano.La delusione degli scopritori fu veramente grande, infatti gli studiosi non pensarono neppure per un istante a sottoporre i reperti ad un'accurata analisi; si limitarono a decretare la loro falsità.Inutile fu la difesa degli scopritori ormai, i reperti erano bollati come falsi, e rapidamente entrarono nell'oblio condannati dall'ignoranza accademica. 


Alcuni coraggiosi personaggi come Daniel Soper. ex segretario di stato del Michigan o il pastore James Savage, indignati da questo atteggiamento, iniziarono a collezionare migliaia di tavole. per poterle tramandare ai posteri.Alcuni decenni dopo, la ricercatrice Henriette Mertz sottopose le tavole del Michigan ad un'accurata analisi. La Mertz, esperta dei contatti precolombiani, voleva dimostrare una volta per tutte che, con metodo scientifico, che si trattava di falsi, ma non c'è riuscita; anzi al contrario dopo svariati anni di studio, la ricercatrice si è convinta dell'autenticità delle tavole che a suo avviso erano opera di profughi cristiani fuggiti dopo la caduta dell'impero romano nel 312 d.C. e rifugiatisi sul continente americano.
Le collezioni Soper e Savage sono andate a finire secondo un ricercatore americano Evan Hansen in mano dei Mormoni Dell'Utah e dovrebbe trattarsi di ben  1540 tavole (come si evince anche dalla lettera inviata nel 1993 al professor Emilio Spedicato dell'università di Bergamo, da parte di Glen Leonard. foto sopra). Hansen afferma che nel caso venisse divulgata l'esistenza delle "Tavole del Michigan" e qualora venissero decifrate le iscrizioni , sarebbe allora possibile svelare le radici storiche delle tavole stesse, che sarebbe da ricercare in una catastrofe di natura cosmica, che avrebbe messo in ginocchio l'intero pianeta. A riprova di questa tesi fa notare che sulle tavole compare in maniera ricorrente, la storia dell'arca di Noè e che vengono raffigurati diluvi ed inondazioni, nonchè impatti di asteroidi. Ed è appunto logico pensare che il Diluvio della Bibbia, sia stato provocato dalla caduta di un grosso meteorite.(Fonte-misteromania.it)

venerdì 21 agosto 2015

QUANDO I GIGANTI ABITAVANO LA TERRA : "SEPOLTI IN MAGNIFICENZA" - "LA DEA CHE NON SE NE E' MAI ANDATA"


 
-SEPOLTI IN MAGNIFICENZA
Quattromila anni dopo la catastrofe nucleare, nel 1922 d.C., un archeologo inglese di nome Leonard Woolley arrivo in Iraq per riportare alla luce l'antica Mesopotamia. Attratto dalle imponenti rovine di una ziggurat che spiccava nella pianura deserta[fig.1], decise di effettuare gli scavi nel sito vicino, chiamato Tell el-Muqayyar. A mano a mano che venivano dissotterrate antiche mura, manufatti e tavolette di argilla con iscrizioni, Woolley si rese conto che stava riportando alla luce l'antica Ur, la Ur dei caldei. I suoi sforzi, che durarono 12 anni, furono compiuti all'interno di una spedizione congiunta del British Museum di Londra e del Museo dell'Università della Pennsylvania di Philadelphia. Alcune delle sue strabilianti raccolte in esposizione presso queste due istituzioni consistono in oggetti, manufatti e sculture ritrovati da Sir Leonard Woolley a Ur. Ma la sua scoperta potrebbe tranquillamente superare qualsiasi altra cosa mai messa in mostra. Con il procedere dell'ardua impresa di rimozione degli strati di terra che le sabbie del deserto, gli elementi e il tempo avevano accumulato sulle rovine, i contorni dell'antica città cominciarono a emergere: qui c'erano le mura, là il porto e i canali, i quartieri residenziali, il palazzo e il Tummal, il rilievo artificiale su cui si trovava il recinto sacro. Scavando al suo limitare, Woolley fece la scoperta del secolo: una necropoli di migliaia di anni nella quale si trovavano tombe “reali” straordinarie. Dagli scavi nei quartieri residenziali della città emerse che anche gli abitanti di Ur seguivano la consuetudine sumera di seppellire i propri morti direttamente sotto il pavimento delle loro abitazioni, dove i famigliari continuavano a vivere. Era quindi molto insolito trovare un cimitero con niente meno che 1.800 tombe, tutte concentrate nell'area del recinto sacro e risalenti a epoche predinastiche (prima dell'inizio della sovranità) attraverso i periodi seleucidi. C'erano tombe sopra tombe, sepolcri inseriti in altri sepolcri, perfino casi di apparenti introduzioni di cadaveri nella stessa tomba. In alcuni casi gli operai di Woolley scavarono enormi fosse fino a una quindicina di metri sotto terra per passare attraverso i vari strati e meglio datare le tombe. Per la maggior parte erano buche nel terreno, con i corpi adagiati sulla schiena. Woolley presumeva che quelle “inumazioni” diverse fossero concesse in base a qualche status sociale o religioso. Ma poi, al margine sudorientale del recinto sacro, all'interno dell'area cinta da mura, l'archeologo britannico scoprì un gruppo di tombe completamente diverse, circa 660. In quelle tombe, a eccezione di 16, i corpi erano avvolti in stuoie di canne come in una specie di sudario o sistemati in bare di legno, una distinzione ancora superiore, poiché in un Sumeria il legno scarseggiava ed era piuttosto caro. Ciascuno di quei defunti giaceva in fondo a una profonda fossa rettangolare, sufficientemente larga per accogliere ognuno di loro. Le persone così sepolte, sia i maschi che le femmine, erano invariabilmente coricate sul fianco e non sulla schiena come nelle tombe comuni, le braccia e le mani erano flesse verso il petto e le gambe leggermente piegate [fig.2]. 
Accanto a loro o appoggiati sul loro corpo c'erano vari effetti personali, come gioielli, un sigillo cilindrico, una tazza o una coppa, e quegli oggetti hanno permesso di datare le tombe al periodo protodinastico, grossomodo dal 2650 a.C. al 2350 a.C., l'epoca in cui la sovranità centrale era a Ur e che aveva avuto inizio con la I dinastia di Ur (“Ur I”), quando la sovranità vi fu trasferita da Uruk.Woolley trasse la conclusione logica che in quelle 660 tombe particolari fosse sepolta l'élite governativa della città, ma poi portò alla luce le sedici tombe speciali raggruppate [fig.3],
assicurandosi una scoperta senza precedenti. Quelle tombe erano assolutamente uniche, non solo in Sumeria, ma in tutta la Mesopotamia e in tutto il Vicino Oriente antico, uniche non solo per il loro periodo, ma per tutte le epoche. Woolley si disse che ovviamente solo qualcuno della massima importanza poteva essere stato seppellito in tombe così speciali e con inumazioni diverse da tutte le altre, e chi erano i personaggi più importanti se non il re e la sua sposa, la regina? Alcuni sigilli cilindrici in cui i nomi erano accompagnati dai titoli Nin e Lugal lo convinsero di aver scoperto le tombe reali di Ur. Il suo singolo reperto più importante fu la tomba designata PG-800. Negli annali dell'archeologia mesopotamica la scoperta e l'entrata in questa tomba furono un evento paragonabile alla scoperta e all'ingresso nella tomba di Tut-Ankh-Amen nella Valle dei Re, in Egitto, a opera di Howard Carter nel 1922. Per proteggerla dai predatori moderni, Woolley comunicò la sua straordinaria scoperta ai suoi finanziatori con un telegramma in latino. La data era il 4 gennaio 1928. Gli studiosi che si sono occupati successivamente di quelle tombe hanno accettato la conclusione logica di Woolley e continuano a chiamarle le tombe reali di Ur, nonostante qualcuno si sia chiesto, per via del loro contenuto, chi fosse effettivamente sepolto in alcune di esse. Dato che però per quegli studiosi gli antichi “dèi” erano una leggenda, la loro perplessità si è fermata lì. Ma chi accetta la realtà di esseri come gli dèi, le dee e i semidei andrà incontro ad una elettrizzante avventura. In primo luogo, le sedici tombe speciali, ben lungi dall'essere semplici fosse scavate nel terreno sufficientemente grandi per contenere un corpo, erano camere costruite in pietra per le quali erano stati effettuati grandi scavi. Le tombe erano collocate in profondità sottoterra e avevano tetti a volta o a cupola la cui costruzione richiedeva abilità ingegneristiche straordinarie per quei tempi. E a quelle caratteristiche strutturali uniche nel loro genere se ne aggiungeva un'altra: alcune tombe erano accessibili tramite rampe in precedenza ben definite che portavano ad una vasta area, una specie di cortile anteriore dietro al quale era ubicata l'effettiva camera tombale. Oltre che le eccezionali caratteristiche architettoniche, le tombe erano uniche perché i corpi che ospitavano, sdraiati sul fianco, a volte non erano semplicemente all'interno di una bara, ma in un recinto separato. A tutto ciò si aggiungeva il fatto che il corpo era circondato da oggetti di un'opulenza ed eccellenza straordinarie, in molti casi si trattava di oggetti assolutamente unici nel loro genere, mai visti in nessun altro luogo e in nessun'altra epoca.
Woolley attribuì alle tombe di Ur un codice “PG” (“Personal Grave”, tomba personale) e un numero; in una tomba indicata come PG-755 [fig.4] c'erano per esempio più di una dozzina di oggetti oltre al corpo nella bara, e più di sessanta manufatti sparsi nella tomba.  Fra quegli oggetti si trovavano uno splendido elmo d'oro [fig.5], un magnifico pugnale d'oro in un fodero d'argento superbamente decorato [fig.6], una cintura d'argento, un anello d'oro, coppe e utensili d'oro o d'argento, gioielli d'oro con o senza decorazioni in lapislazzuli (le pietre preziose blu apprezzate in Sumeria) e, per citare Woolley, una «sbalorditiva varietà» di altri manufatti metallici in elettro (una lega d'oro e d'argento), rame o cuproleghe. Tutti quei manufatti erano sorprendenti per l'epoca a cui risalivano, dato che allora le abilità metallurgiche dell'uomo stavano appena cominciando a passare dall'uso del rame (che non richiedeva fusione), alla lega ramestagno (o rame-arsenico) da noi chiamata bronzo. Oggetti che presuppongono una simile qualità artistica e tecniche metallurgiche come quelle presenti nel pugnale e nell'elmo erano assolutamente impensabili altrove. Se queste osservazioni fanno venire in mente l'opulenta maschera funeraria d'oro ritrovata nella tomba del faraone egizio Tutankhamon [fig.7], va ricordato che questi regnò intorno al 1350 a.C., circa dodici secoli più tardi. Altre tombe contenevano oggetti sia simili a quelli che diversi, realizzati in oro o in elettro, tutti di fattura eccellente. Vi erano utensili di uso quotidiano, come tazze o bicchieri, perfino una cannuccia per bere la birra, e tutti erano d'oro puro; altre tazze, coppe, brocche e vasi da libagione erano in puro argento, qua e là si trovavano recipienti in alabastro. C'erano armi (punte di lancia, pugnali) e attrezzi, fra cui zappe e scalpelli, anch'essi d'oro. Dal momento che l'oro, essendo un metallo morbido, rendeva quegli utensili del tutto inadatti all'uso pratico (in genere erano infatti in bronzo, o in altre cuproleghe), dovevano aver avuto uno scopo puramente cerimoniale o una funzione di status symbol. C'era una grande varietà di giochi da tavolo [fig.8] e numerosi strumenti musicali in legni pregiati e decorati con strabiliante maestria, con abbondante
impiego di oro e lapislazzuli per decorazioni [fig.9]. Fra quegli strumenti si trovava una lira straordinaria, completamente realizzata in puro argento [fig.10]. C'erano anche altri reperti, come
per esempio una complessa scultura
(soprannominata “L'ariete nel boschetto” [fig.11]), che non emulavano alcun oggetto o utensile, ma erano semplicemente creazioni artistiche per cui gli artigiani avevano usato a piene mani l'oro, da solo e in combinazione con pietre preziose. Altrettanto sorprendente era la serie di gioielli che andavano da elaborati diademi e “copricapi” (termine usato dagli archeologi in mancanza di uno migliore) a collarini, braccialetti, collane, anelli, orecchini e altri ornamenti, tutti in oro e in pietre semipreziose, o nei due materiali combinati fra loro. In tutti quegli oggetti, come in quelli sopra elencati, l'abilità artistica e le tecniche utilizzate per realizzarli e modellarli (la creazione di leghe, la combinazione di materiali e la loro saldatura) erano straordinarie, ingegnose e senza pari se paragonate a qualsiasi altro reperto trovato all'esterno di quelle tombe. Va tenuto presente che nessuno dei materiali usati in quegli oggetti (oro, argento, lapislazzuli, cornalina, pietre rare, legni pregiati) era stato trovato localmente nel territorio sumero e neppure in tutta la Mesopotamia. Si trattava di materiali rari che dovevano essere stati ricavati e portati da lontano; ciò nonostante venivano usati senza riguardo per la loro rarità o penuria. Soprattutto c'era l'abbondante utilizzo dell'oro, anche per gli oggetti di uso comune (tazze, spille) o per gli attrezzi (zappe, asce). Chi aveva accesso a tutte quelle rare ricchezze? Chi, in un'epoca in cui gli utensili domestici erano in argilla o al massimo in pietra, usava metalli straordinari per oggetti ordinari? E chi voleva che ogni cosa possibile fosse fatta d'oro, anche se questo ne impediva l'utilizzo pratico? Esaminando attentamente quell'epoca “protodinastica”, si scopre che per un re era una grande conquista, che avrebbe reso quell'anno memorabile, realizzare e offrire una coppa d'argento a una divinità, ricevendo in cambio un prolungamento della vita. E tuttavia lì, e in quelle tombe esclusive, una miriade di oggetti, utensili e attrezzi dalla fattura squisita non erano semplicemente d'argento, ma per lo più d'oro, in un'abbondanza e per una destinazione d'uso che in nessun altro luogo erano connesse allo status regale. Ricordiamo che l'oro era lo scopo della venuta degli Anunnaki sulla Terra: andava infatti inviato su Nibiru. Per quanto riguarda l'utilizzo precoce e abbondante dell'oro qui sulla Terra e per recipienti di uso comune, troviamo un riferimento a questo metallo solo nelle iscrizioni relative alla visita di stato sulla Terra compiuta da Anu e Antu nel 4000 a.C. circa. In quei testi, identificati dai loro scribi come copie di originali provenienti da Uruk, istruzioni dettagliate specificano che tutti i recipienti usati da Anu e Antu per mangiare, bere e lavarsi «avrebbero dovuto essere d'oro»; perfino i vassoi su cui sarebbero stati serviti i cibi dovevano essere d'oro, come pure i vasi da libagione e gli incensieri usati per i lavaggi. Un elenco delle
varietà di birre e vini destinati ad Anu specificava che le bevande dovevano essere serviti in appositi vasi Suppu (in grado di contenere i liquidi) realizzati in oro; anche i Tig.idu (“recipienti di miscelazione”) in cui venivano preparati i cibi dovevano essere d'oro. In base a quelle istruzioni, i vasi dovevano essere decorati con un disegno “a rosetta” che li contraddistinguesse come “appartenenti ad Anu”. Il latte, tuttavia, andava servito in speciali vasi di alabastro e non metallici. Giunto il turno di Antu, i vasi d'oro venivano elencati per i suoi banchetti, e le divinità Inanna e Nannar (in quell'ordine) erano citate come ospiti speciali; anche per loro i vasi Suppu e i vassoi dovevano essere d'oro. Tutto questo, non dimentichiamolo, ben prima che all'uomo venisse concessa la civilizzazione, ragion per cui gli unici in grado di costruire quegli oggetti dovevano essere artisti che facevano parte degli dèi. Si noti che l'elenco per i recipienti per i cibi e le bevande, che per Anu e Antu dovevano essere realizzati in oro e in un caso specifico (per il latte) in alabastro, sembra quasi un inventario degli
oggetti scoperti nelle tombe “reali” di Ur. La risposta alla domanda: «Chi doveva avere utensili di uso comune fatti d'oro? Chi voleva che ogni cosa fosse d'oro?» è: «Gli dèi]». La conclusione che tutti quegli oggetti fossero destinati a degli dèi e non a sovrani mortali diventa più probabile se rileggiamo alcuni inni sumeri dedicati agli dèi, come questo, inciso su una tavoletta di argilla proveniente da Nippur e che attualmente langue nel seminterrato del Museo dell'Università di Philadelphia. Un inno in onore di Enlil celebra la zappa d'oro con cui dissodava il terreno per il Dur.an.ki, il centro di controllo della missione situato a Nippur: 

Enlil sollevò la sua zappa,
la zappa d'oro con la punta di lapislazzuli,
la sua zappa la cui lama
era d'oro e d'argento.

Analogamente, secondo il testo noto come Enki e l'ordine del mondo, sua sorella Ninharsag «aveva preso per sé lo scalpello d'oro e il martello d'argento», di nuovo utensili che, fatti di quei metalli morbidi, erano solo simboli di autorità e status. Per quanto riguarda l'arpa d'argento, scopriamo che un raro strumento musicale chiamato Algar è specificamente elencato come proprietà di Inanna in un inno dal titolo “Nozze sacre” scritto per lei dal re Iddi-Dagan: nell'inno si dice che i musicisti «suonano davanti a te lo strumento Algar, fatto di puro argento». Nonostante la precisa natura dello strumento che emana una “dolce musica” non sia certa, l'Algar viene citato nei testi sumeri come uno strumento musicale suonato esclusivamente per gli dèi, tranne quello di Inanna che era di puro argento.Accenni a oggetti simili a quelli scoperti nelle tombe speciali di Ur si trovano anche in altri inni e diventano letteralmente innumerevoli quando si riferiscono a gioielli e ornamenti analoghi, mentre sono particolarmente incontestabili quando riguardano i gioielli e gli abiti di Inanna/Ishtar. Ma per quanto tutto questo sia portentoso, i ritrovamenti in parecchie “tombe reali” furono ancora più sconvolgenti, poiché ancora più insolito degli oggetti e della ricchezza che accompagnavano alcuni defunti era il fatto che accanto a loro fossero seppellite decine e decine di corpi umani.
Inumazioni con altri individui seppelliti accanto ai defunti erano un fenomeno inaudito in qualsiasi parte del Vicino Oriente antico, ragion per cui la scoperta di due “compagni” sepolti con il morto in una tomba (designata PG-1648) era già qualcosa di insolito. Ma i ritrovamenti in alcune delle altre tombe superavano qualunque cosa scoperta prima o dopo di allora. La tomba PG-789 chiamata da Woolley la “tomba del re” [fig.12], cominciava con una rampa in pendenza che portava a quella che l'archeologo aveva definito “la fossa sepolcrale” e a una camera funeraria adiacente. Presumibilmente nell'antichità la tomba era stata profanata e saccheggiata da predatori di tombe, il che spiegherebbe l'assenza del corpo principale e di oggetti preziosi. Ma dappertutto c'erano altri corpi: i cadaveri di sei “compagni” giacevano sulla rampa di accesso, indossavano elmi di rame ed erano dotati di lance, come se fossero stati soldati o guardie del corpo. Giù nella fossa c'erano i resti di due carri, ciascuno trainato da tre buoi, le cui ossa furono trovate in loco insieme ai corpi di un guardiano dei buoi e due cocchieri per carro.
Tutto questo era solo una vaga impressione di quelli che Woolley chiamava “i servitori del re”, di cui se ne trovarono cinquantaquattro nella “fossa mortuaria” (le loro posizioni precise sono indicate dal segno di un teschio nella figura 12) e che, a giudicare dagli oggetti rinvenuti accanto ai loro corpi, erano per lo più maschi che reggevano lance decorate con punte in elettro. Vicino a loro c'erano punte di lance in argento staccate, anelli d'argento, scudi e armi; tori e leoni erano un tratto distintivo delle sculture e delle decorazioni. Mentre tutto questo denotava un capo militare, gli oggetti trovati nei pressi di un numero inferiore di corpi identificati come femmine indicavano apprezzamento dell'arte e della musica: una testa di toro scolpita in oro con una barba di lapislazzuli, lire di legno squisitamente decorate, e una “cassa armonica” con pannelli le cui decorazioni ad intarsio raffiguravano scene tratte dai racconti di Gilgamesh ed Enkidu.
Un'interpretazione artistica dell'aspetto che avrebbe potuto avere l'insieme dei personaggi nella fossa mortuaria prima che ognuno di loro venisse narcotizzato o ucciso per essere sepolto in loco [fig.13] conferisce un'agghiacciante realtà alla scena. Adiacente a PG-789 c'era una tomba dalla pianta analoga, PG-800, chiamata da Woolley “la tomba della regina”. Anche lì l'archeologo trovò altri corpi, sia sulla rampa che sulla fossa [fig.14]:
cinque cadaveri di guardie, un carro di buoi con i suoi stallieri e dieci corpi di membri del seguito, presumibilmente di sesso femminile, che portavano strumenti musicali. Ma lì c'era un corpo
coricato su un catafalco posto in una camera mortuaria costruita appositamente, accompagnato da tre sorveglianti. Quella camera non era stata saccheggiata nell'antichità, probabilmente perché era una camera segreta sprofondata, il cui soffitto era allo stesso livello della fossa. A giudicare dai resti degli scheletri e dall'abbondanza di gioielli, ornamenti e perfino dalla presenza di un grande baule di legno per i vestiti, si trattava del corpo di una femmina, chiamata da Woolley la “regina”. Il corpo femminile era adornato, letteralmente da capo a piedi, di gioielli e accessori in oro, in una lega oroargento (elettro), lapislazzuli, cornalina e agata. Negli oggetti ritrovati c'era una prevalenza dell'oro, da solo e in combinazione con lapislazzuli e altre pietre preziose, l'oro e l'argento erano i metalli in cui erano fatti gli oggetti di uso quotidiano (mentre a volte il raro alabastro veniva usato per le coppe), e questi due metalli si trovavano pure in rari oggetti magistralmente scolpiti, quali teste di toro o di leone. Le ancelle seppellite con la “regina” erano adornate in maniera simile, ma con
minor opulenza: oltre a un elaborato copricapo d'oro, ognuna di loro indossava orecchini d'oro, collarini, collane, bracciali, cinture, anelli, polsini, braccialetti, ornamenti, acconciature, corone di fiori, frontali e una varietà di altri ornamenti. Vicino a quelle due tombe Woolley trovò la parte anteriore di un'altra tomba più grande, PG-1237 (vedi mappa del sito, fig.3). Ne portò alla luce la ramp e la fossa, ma non trovò la camera sepolcrale alla quale sarebbero dovute appartenere. Woolley chiamò il reperto “La grande fossa mortuaria” perché conteneva settantatré corpi di membri del seguito [fig.15]. 

In base ai resti degli scheletri e agli oggetti ritrovati sui corpi o accanto ad essi, risultò che solo cinque di loro erano maschi, coricati lungo un carro. Sparsi nella fossa c'erano sessantotto corpi femminili; Gli oggetti rinvenuti accanto a loro comprendevano una pregevole lira (da allora nota come la “lira di Ur”), la scultura denominata “L'ariete nel boschetto” e un'incredibile varietà di gioielli. Come nelle altre tombe, anche lì l'oro era il materiale predominante. (In seguito fu accertato che Woolley aveva scoperto una camera mortuaria contigua a PG-1237, ma poiché il corpo in essa contenuto era avvolto in una stuoia di canne, aveva ritenuto che si trattasse di un'incursione di un'epoca successiva e non del sepolcro originale). Woolley riportò alla luce qualche altra “fossa mortuaria” senza trovare le rispettive tombe. Alcune, come PG-1618 e PG-1648, contenevano solo qualche corpo di quelli che Woolley chiamava “servitori”, mentre in altre ce ne erano di più: PG-1050, per esempio, conteneva quaranta corpi. Si deve presumere che fossero tutte sepolture sostanzialmente simili a PG-789, PG-800 (e probabilmente anche a PG-755), e questo disorientò gli studiosi e i ricercatori venuti dopo Woolley, dato che quelle sepolture non avevano equivalenti da nessuna parte. E neppure erano citate nel vasto tesoro letterario della Mesopotamia, con un'unica eccezione. Un testo chiamato La morte di Gilgamesh dal suo primo traduttore in inglese, Samuel N. Kramer, descrive Gilgamesh sul letto di morte. Informato dal dio Utu che Enlil non gli concederà la vita eterna, Gilgamesh trova conforto nella promessa di “vedere la luce” anche negli inferi, il luogo in cui andavano i morti. Le righe mancanti ci privano del collegamento alle ultime 42 righe, da cui si può desumere che Gilgamesh avrebbe conservato negli inferi la compagnia della «sua amata sposa, del suo amato figlio... della sua amata concubina, dei suoi musici, dei suoi cantanti, del suo amato coppiere», del capo dei suoi camerieri personali, dei suoi guardiani e degli assistenti di palazzo che lo avevano servito. Una riga (la 7 sul retro del frammento) che può essere letta in modo da includere le parole «chiunque giaccia con lui nel luogo puro» o «quando giacevano con lui nel luogo puro» viene presa come indicazione che la Morte di Gilgamesh in realtà descrive una “sepoltura in compagnia”, probabilmente uno straordinario privilegio concesso a Gilgamesh, che era «per due terzi divino», come risarcimento per non avere ottenuto l'immortalità degli dèi. Mentre questa spiegazione delle righe leggibili rimane discutibile, non c'è alcun dubbio sull'inspiegabile somiglianza fra il testo della Morte di Gilgamesh e la sorprendente realtà scoperta a Ur. Un'altra recente discussione volta a stabilire se i membri del seguito, che facevano di sicuro parte della processione funebre, si fermassero per farsi seppellire volontariamente, fossero narcotizzati o forse uccisi appena giunti nella fossa, non cambia la sostanza: erano lì, a dimostrazione di una pratica estremamente insolita, non imitata e non attuata in nessuno dei luoghi in cui re e regine sono state seppellite in grandi quantità nel corso di millenni1. In Egitto il concetto di “vita oltre la morte” includeva gli oggetti, ma non la co-sepoltura di una schiera di servitori, i grandi faraoni venivano seppelliti (accompagnati da una grande abbondanza di oggetti) in tombe nascoste nel sottosuolo, in completo isolamento. In Estremo Oriente l'imperatore cinese Qin Shi Huang (200 a.C. circa) fu sepolto in compagnia di un esercito di suoi sottoposti, ma tutti fatti di argilla. E nonostante risalga all'epoca dopo Cristo e si trovi dall'altra parte del mondo, potremmo anche citare la recente scoperta fatta a Sipan, in Perù, in una tomba reale dove quattro corpi accompagnavano il defunto. Le tombe di Ur con le fosse mortuarie erano e rimangono uniche, ma che cosa c'era di così speciale da dover essere seppellito con una simile grandiosità raccapricciante?
La conclusione di Woolley, in base alla quale le sedici tombe straordinarie erano di re e regine mortali derivava dall'idea comunemente accettata che dèi e dee fossero solo figure leggendarie mai esistite fisicamente. Ma l'uso abbondante di oro, gli straordinari aspetti artistici e tecnologici degli oggetti e altre caratteristiche che abbiamo fatto notare ci inducono a trarre la conclusione che vi fossero seppelliti semidei e perfino dèi, e questa deduzione è avvalorata dalla scoperta di sigilli cilindrici forniti di iscrizioni. 

.1 - Mnemosine ci tiene a precisare che Sitchin sta continuando a riferirsi alla Sumeria. Sappiamo tutti, per esempio, che in Cina tale pratica era diffusa durante l'epoca Shang e poi sostituita con il sacrificio di statue, e che questa pratica era presente anche fra gli Inca, dove le mogli del sovrano, alla sua morte, venivano uccise e sepolte con lui. Stessa sorte toccava anche le consorti dell'India e i vichinghi, popolo molto superstizioso per quanto riguarda la morte, sacrificavano gli schiavi, perché accompagnassero e proteggessero il morto nel trapasso.

Gli addetti agli scavi alle dipendenze di Woolley trovarono sigilli cilindrici sia all'interno delle tombe che lontano da esse; numerosi sigilli e impressioni di sigilli furono rinvenuti in un mucchio di materiale scartato a cui Woolley diede il nome di “strati d'impressioni di sigilli”, abbreviato in SIS. Tutti rappresentavano qualche scena, alcuni riportavano iscrizioni di nomi o titoli che li identificavano come sigilli personali. Se un sigillo dotato di nome veniva trovato sopra o accanto a un corpo, era logico presumere che appartenesse a quella persona, e questo poteva dirci parecchie cose. Si riteneva quinci che i sigilli “SIS” scompagnati provenissero da tombe che erano state profanate e depredate nell'antichità da tombaroli che conservavano gli oggetti di valore e si sbarazzavano dei pezzi di pietra “privi di valore”. Per i ricercatori moderni perfino i sigilli SIS sono inestimabili e noi li utilizzeremo come indizi da seguire per dipanare il più grande mistero delle tombe reali: l'identità del personaggio seppellito in PG-800. Su sei di quei sigilli la scena centrale raffigurata mostrava alcuni leoni che davano la caccia ad altri animali nella foresta. Un sigillo di quel genere era stato trovato in PG-1382 (una tomba per una singola persona) e un altro a lato di uno scheletro in PG-1054. Pur non dichiarando l'identità dei loro proprietari, quei sigilli lasciavano intendere che si trattasse di personaggi maschili con attributi eroici, un aspetto che risulta evidente nel terzo sigillo di quel tipo, in cui un uomo selvaggio (o un uomo nella foresta) era stato aggiunto alla scena rappresentata. Lo si era trovato in PG-261, descritta da Woolley come una «semplice sepoltura che era stata depredata». E su quel sigillo era inscritto il nome del suo proprietario in una grafia chiaramente leggibile [fig.16]: 
Lugal An.zu Mushen. Nel suo rapporto Woolley non si è soffermato su quel sigillo cilindrico, nonostante esso identificasse esplicitamente la tomba come quella di un re. Anche gli studiosi successivi lo hanno ignorato perché, dato che Lugal significa “re” e Mushen “uccello”, l'iscrizione aveva poco senso se letta come “Re
Anzu, uccello”. L'iscrizione tuttavia diventa molto significativa se letto, come suggerisco: “Re/Anzu uccello”, perché allora lascia intendere che il sigillo sia appartenuto al re famoso per l'uccello Anzu, identificando il suo proprietario come Lugalbanda che, come il lettore ricorderà, durante il suo viaggio verso Aratta era stato bloccato su un importante valico montano dal mostro Anzu mushen (“Anzu l'uccello”). Sfidato a identificarsi, Lugalbanda diede questa risposta:

Mushen, nel Lalu sono nato,
Anzu, nel “grande recinto” sono nato.
Come il divino Shara io sono,
il figlio diletto di Inanna.

Era possibile che il semidio Lugalbanda, figlio di Inanna, sposo della dea Ninsun e padre di Gilgamesh, fosse il VIP sepolto nella tomba PG-261 violata e saccheggiata? Se abbiamo ragione di ritenere che sia così, altre tessere del puzzle cominceranno a formare un'immagine plausibile mai presa in considerazione prima d'ora. Malgrado non vi siano stati trovati oggetti rivelatori in oro, (secondo Woolley) in PG-261 erano disseminati qua e là «resti di un raduno collegato a militar»: armi di rame, un'ascia di bronzo, ecc., oggetti che si addicevano a Lugalbanda, divenuto famoso come comandante militare al servizio di Enmerkar. Dato che la tomba era stata profanata e saccheggiata da tombaroli antichi, è possibile che contenesse vari manufatti preziosi che furono portati via. Per immaginare l'aspetto originario di PG-261 possiamo dare un'occhiata da vicino a PG-755, una tomba molto simile in cui furono trovati l'elmo e il pugnale d'oro [fig.5 e fig.6]. Sappiamo a chi appartenevano quegli oggetti, perché fra i manufatti all'interno della bara c'erano due coppe, di cui una fra le mani del defunto, sulle quali era inciso il nome Mes.kalam.dug, indubbiamente il nome dell'individuo lì sepolto. Come abbiamo già spiegato, quel nome con il prefisso Mes (= “eroe”), significa “semidio”. Non essendo stato deificato come Lugalbanda e Gilgamesh, il suo nome non compare nelle Liste degli dèi (in realtà, l'unico caso in tutte le Liste degli dèi di un nome che comincia per Mes, parzialmente leggibile come Mes.gar.?.ra, si trova nell'elenco dei figli di Lugalbanda e Ninsun). Ma Mes.kalam.dug (= “eroe che resse il paese”), non è un perfetto sconosciuto: sappiamo che fu un re grazie a un sigillo cilindrico che riportava l'iscrizione Mes.kalam.dug Lugal (“Meskalamdug, re”), trovato nel terreno SIS.
Sappiamo qualcosa sulla sua famiglia: sui vasi di metallo vicino alla sua bara in PG-755 c'erano i nomi Mes.Anne.Pada e Nin.Banda Nin, il che faceva presumere che fossero imparentati con il defunto. Inoltre sappiamo chi era Mes.anne.pada: il suo nome compare nella Lista sumerica dei re come l'importantissimo fondatore della prima dinastia di Ur, un onore che si era guadagnato grazie ad attributi di prim'ordine. Come dichiarato in un testo del British Museum che abbiamo citato in precedenza, il suo “divino dispensatore di seme” era Nannar/Sin in persona. Il fatto che fosse solo un semidio significava che sua madre non era la dea Ningal, sposa ufficiale di Nannar, ma la sua genealogia faceva comunque di lui un fratellastro di Utu e di Inanna. In questo contesto sappiamo anche chi era il personaggio femminile Nin.Banda Nin: un sigillo cilindrico a due livelli (appartenente alla serie “uomo e animali nella foresta”) ritrovato nel mucchio del SIS [fig.17] 

portava l'iscrizione Nin.banda Nin/Dam Mes.anne.pada (= “Ninbanda, dea, sposa [di] Mesannepada”) che la identificava come moglie del fondatore della dinastia di “Ur I”. Che relazione c'era fra Mes.kalam.dug e questa coppia? Mentre alcuni ricercatori ritengono che fosse il padre (!), per noi è evidente che un semidio non poteva essere il padre di una Nin, una dea. La nostra ipotesi è che Nin.Banda Nin fosse la madre di Meskalamdug e Mes.anne.pada il padre. Pensiamo inoltre che la scoperta dei loro sigilli nel terreno SIS significhi indubbiamente che anche loro erano sepolti nel gruppo delle “tombe reali”, in tombe violate e saccheggiate nell'antichità. È a questo punto che diventa necessario porre chiaramente ed energicamente fine all'abitudine degli studiosi di riferirsi a Ninbanda come una “regina”. Nin, come in Ninharsag, Ninti, Ninki, Ninlil, Ningal, Ninsun, ecc. è sempre stato un prefisso divino. La Grande lista degli dèi comprende 288 nomi o epiteti il cui prefisso era Nin (a volte anche per divinità maschili, come Ninurta o Ningishzidda, dove indicava “figlio magnifico/divino”). Nin.banda non era una “regina”, anche se il suo sposo era un re: era “Nin.banda, Nin”, il che conferma che Mes.anne.pada era uso marito e fa giungere alla conclusione che il VIP sepolto in PG-755, Mes.kalam.dug, fosse il figlio di quella coppia formata da una dea e da un semidio che diede inizio alla prima dinastia di Ur. La sezione relativa nella Lista dei re sumeri dichiara che a Mesannepada, il fondatore della dinastia di “Ur I”, succedettero i suoi figli A.anne.pada e Mes.kiag.nunna. Il figlio primogenito Mes.kalam.dug, non è incluso nella lista di “Ur I”; il suo titolo di lugal suggerisce che abbia regnato altrove, nell'antica città di famiglia di Kish. Il prefisso Mes confermava il loro status di semidei, quali dovevano essere se avevano per madre la dea Nin.banda. Era possibile che l'unico di questo gruppo di re di “Ur I” ad aver ricevuto una sepoltura “regale” a Ur 
fosse Meskalamdug, quello che non aveva regnato a Ur? Non solo i sigilli cilindrici abbandonati che abbiamo elencato sopra, ma anche un'impressione danneggiata su un sigillo (con la scena eroica familiare, [fig.18], trovato nel terreno SIS e con inciso il nome Mes.anne.pada, fondatore della
dinastia, suggerisce che antichi predatori abbiano trovato la sua tomba, la abbiano saccheggiata e poi abbiano buttato via (o lasciato cadere) il sigillo che si trovava sul corpo. Quale tomba? Ce ne sono abbastanza di non identificate tra cui scegliere. A mano a mano che si delinea il puzzle della prima famiglia di “Ur I” e delle sue tombe, ci dobbiamo chiedere chi fosse la madre, Nin.banda-Nin. C'era un legame fra Lugal.banda (“Banda il re”) e Nin.banda (“La dea Banda”)? Se, come abbiamo ipotizzato, Lugal.banda fu seppellito a Ur, come lo sposo di Nin.banda, Mes.anne.pada, e i tre figli, che ne è stato di lei? Dotata della longevità degli Anunnaki, non aveva bisogno di essere sepolta, o anche lei a un certo punto è morta ed è stata seppellita in quel cimitero? È una domanda che dobbiamo tenere a mente mentre, passo dopo passo, sveliamo il sorprendente segreto celato nelle tombe reali di Ur.
Sul sesto sigillo cilindrico della serie “scene nella landa selvaggia”, che raffigura un personaggio maschile nudo con una corona in testa, è inciso chiaramente il nome del suo proprietario: Lugal Shu.pa.da [fig.19], “re Shupada”. Di lui sappiamo solo che era un re, ma già questo fatto è significativo perché il sigillo fu trovato accanto al suo corpo nella fossa PG-800, dove lui era uno dei membri maschili del seguito. Il fatto che fosse rappresentato nudo sarebbe stato in linea con
esempi precedenti in cui un Lu.Gal nudo prestava i propri servigi ad una divinità femminile [fig.20]. Il fatto che un re fungesse da servitore funerario ci fa chiedere se gli altri palafrenieri, membri del seguito, musici, ecc. che accompagnavano il VIP defunto fossero semplici servitori o non piuttosto alti funzionari e dignitari a pieno titolo. Che la seconda sia l'ipotesi giusta viene suggerito anche da un altro ritrovamento vicino al baule degli abiti in PG-800: un sigillo che identifica il suo possessore come A.bara.ge, termine che può essere tradotto con “il purificatore delle acque del santuario”. Si trattava quindi del sigillo personale di un funzionario che, in qualità di coppiere della divinità, era l'assistente personale e più fidato del defunto. C'è anche un altro sigillo cilindrico trovato nella Grande fossa mortuaria di PG-1237 che testimonia come i membri del seguito dei VIP sepolti fossero personaggi di rango elevato a pieno titolo. Il sigillo, che rappresentava dei personaggi di sesso femminile intenti a banchettare e a sorseggiare birra dalle cannucce mentre i musicisti suonavano [fig.21], apparteneva a una cortigiana e portava l'iscrizione Dumu Kisal, “Figlia della corte anteriore sacra”. Anche quello era un titolo di non poco rilievo, poiché collegava la sua portatrice a un re successivo di nome Lugal.kisal.si (= “il giusto re della corte anteriore sacra”), indicando la sua genealogia regale-sacerdotale.
Mentre PG-755 forniva un corpo sepolto senza la sua fossa mortuaria, PG-1237 una fossa mortuaria senza tomba e senza corpo, e PG-789 (la “tomba del re”) una tomba con la sua fossa ma senza corpo, PG-800 risultava la scoperta ideale, poiché procurava agli archeologi un corpo, una tomba e una fossa mortuaria. Comprensibilmente, per Woolley e tutti gli altri ricercatori, PG-800 era «il più ricco di tutti i luoghi di sepoltura» nel cimitero reale di Ur. Woolley considerava anche come un'unità speciale la PG-789 “del re” e la PG-800 “della regina”, l'una di fronte all'altra, simili per il fatto di avere la rampa in pendenza, il carro che trasportava il catafalco o la bara, la fossa mortuaria piena di membri del seguito anch'essi di rango elevato, e la camera tombale separata costruita come un edificio sotterraneo in pietra. Chiunque fosse sepolto in una simile tomba “con fossa” e con un seguito formato da VIP, fra cui perfino un re, doveva quindi essere più importante di una semplice principessa o di un semplice re della casa reale: doveva essere perlomeno un semidio, o addirittura un dio o una dea a tutti gli effetti. E questo ci porta al più grande enigma delle tombe reali di Ur: l'identità del personaggio femminile sepolto in PG-800.
Possiamo cominciare a svelare il mistero esaminando più da vicino gli oggetti e gli ornamenti trovati accanto a questo personaggio. Abbiamo già descritto parte dell'abbondanza d'oro in PG-800 (che non è stata depredata nell'antichità), che arrivava alla realizzazione in questo metallo perfino di utensili di uso quotidiano – una coppa, una tazza, un bicchiere, e abbiamo notato l'analogia di questo utilizzo con le istruzioni specifiche per il soggiorno a Uruk di Anu e Antu circa 2000 anni prima. L'analogia comprende inoltre l'emblema di Anu: la “rosetta” di petali di fiori. Non è quindi affatto irrilevante che lo stesso simbolo sia stato trovato impresso sul fondo di utensili d'oro presenti in PG-800 [fig.22]. Questo sarebbe stato possibile se gli utensili trovati a Ur fossero gli stessi risalenti alla visita di Anu a Uruk, conservati in qualche modo per due millenni come cimeli di famiglia. In questo caso si tratterebbe di un gesto collegato a Inanna, alla quale Anu aveva lasciato in eredità il tempio E.Anna di Uruk con tutto ciò che esso conteneva. Se gli utensili fossero stati nuovamente prodotti a Ur, il VIP per cui erano stati utilizzati doveva essere autorizzato ad esibire il simbolo di Anu. E chi avrebbe potuto essere, se non un membro diretto della famiglia dinastica di Anu? Secondo noi, un altro indizio è costituito da un oggetto poco appariscente rinvenuto in PG-800: un paio di “pinzette d'oro”. Gli archeologi hanno pensato che servissero per uso cosmetico. Può darsi, ma troviamo un oggetto identico raffigurato su un sigillo cilindrico che, secondo l'iscrizione, apparteneva a un A.zu sumero, cioè a un medico. Mostriamo le “pinzette” di PG-800 sovrapposte al sigillo cilindrico [fig.23] per suffragare la conclusione che si trattasse di uno strumento medico. Non sappiamo se questa imitazione simbolica in oro morbido indicasse la professione della defunta o se fosse anch'essa un'eredità di famiglia, ma in entrambi i casi suggerisce che la dea sepolta in PG-800 avesse dei legami con una tradizione medica. E ora passiamo ai gioielli e agli ornamenti della “regina” sepolta (come la chiamava Woolley). Ogni dettaglio di quegli oggetti giustifica gli aggettivi “insoliti”, “notevoli”, “straordinari”, e tutti meritano un'attenzione particolare. La dea era stata coricata con indosso non una veste, ma un mantello fatto interamente di perline [fig.24]. Come già accennato c'era un grande baule per gli abiti fuori dalla camera tombale, il che indicava che la “regina” possedeva parecchi vestiti. Tuttavia il suo corpo nudo era coperto dal collo in giù non da una veste ma da lunghi fili di perline, 60 in tutto, realizzati in oro combinato in motivi artistici in perline di lapislazzuli e cornalina. I fili di perline formavano un “mantello” fissato in vita da una cintura di stringhe d'oro decorate con le stesse pietre preziose. La dea portava un anello d'oro per dito e indossava sulla gamba destra una giarrettiera d'oro che faceva pendant con la cintura. Lì vicino, su una mensola crollata, era appoggiato un diadema d'oro e lapislazzuli adornato da schiere di
animali, fiori e frutti in miniatura, anch'essi d'oro. Perfino le spille erano magistralmente realizzate in oro. Senza dubbio il più brillante e appariscente dei suoi accessori era il grande ed elaborato copricapo da lei indossato. Era stato trovato danneggiato dal terreno caduto e fu restaurato e collocato dagli esperti su una testa modello [fig.25]; da allora fa parte degli oggetti più famosi e maggiormente esposti delle tombe reali di Ur. Posto di fronte all'ingresso della sala sumera del Museo dell'Università di Philadelphia, suscita in genere una reazione di stupore alla sua vista. Anch'io ho provato la stessa reazione la prima volta che lo ho visto, ma dopo aver acquisito dimestichezza con l'oggetto e con il luogo in cui è stato trovato, mi sembrava strano che l'unica testa su cui andava bene fosse quella di un manichino (resa simile alle fattezze femminili trovate nei siti sumeri): il copricapo era enorme, ed era appoggiato sulla testa dandole artificialmente un'immensa acconciatura di capelli rigidi. Il pesante copricapo era tenuto a posto con spille e nastri d'oro; enormi orecchini d'oro ornati da pietre preziose facevano pendant con il suo motivo e le sue dimensioni. 
La sproporzione del copricapo risulta evidente quando si osservano quelli indossati dalle ancelle sepolte insieme alla “regina” [fig.26]. Simili al suo ma meno elaborati, si adattavano perfettamente alle teste senza bisogno di ricorrere ad una massa di capelli artificiali. Quindi o la “regina” indossava un copricapo che non era suo o aveva una testa insolitamente grande. La “regina” portava al collo un collarino, un collare e una collana, tutti d'oro in combinazione con pietre preziose. Al centro del collarino c'era una rosetta d'oro (l'emblema di Anu), il collare aveva un motivo consistente in una serie di triangoli alternati, uno d'oro e l'altro di lapislazzuli [fig.27]; collarini o collari con lo stesso motivo sono stati trovati anche indosso alle ancelle in PG-1237. È estremamente significativo, perché in alcuni dipinti Inanna/Ishtar veniva rappresentata con indosso lo stesso identico collare! Il medesimo motivo era anche esposto all'ingresso e sulle colonne cerimoniali [fig.28] nei primi templi di Ninmah/Ninharsag. Apparentemente riservato alle divinità femminili, quel “motivo sacro” (come lo chiamano gli studiosi) suggerisce un qualche motivo di affiliazione fra le numerose dee coinvolte. Questi e i precedenti collegamenti a Inanna richiedono un esame più attento sia dello straordinario mantello, sia dell'eccezionale copricapo indossato dalla “regina” in PG-800. L'uso abbondante di lapislazzuli e cornalina ci impone di ricordare che la fonte di lapislazzuli più vicina era Elam (l'odierno Iran) e la cornalina si trovava più a est, nella valle dell'Indo. Come raccontato nel testo Enmerkar e il signore di Aratta, era per addobbare la dimora di Inanna a Uruk che il re sumero aveva preteso da Aratta un tributo in cornalina e lapislazzuli. Non è quindi irrilevante che uno dei pochi oggetti artistici trovati nelle rovine dei centri della valle dell'Indo, una statuetta della dea di Aratta (Inanna), la rappresenti nuda e ricoperta solo da fili e collane di perline e pendenti d'oro, trattenuti da una cintura con un simbolo a forma di disco [fig.29]. Le straordinarie analogie con la “regina” in PG-800, con il suo mantello di perline e la cintura, non finiscono qui: il torreggiante copricapo della dea, con i suoi grandi orecchini, fa pensare che un'artista abbia cercato di realizzare una versione in argilla del copricapo presente in PG-800. Tutto questo significa che la “regina” sepolta in PG-800 era la dea Inanna? Possibile, se non fosse per il fatto che Inanna/Ishtar era ancora viva secoli dopo, quando il vento del male distrusse la Sumeria. Lo sappiamo perché sia lei che la sua fuga precipitosa sono chiaramente descritte nei testi delle Lamentazioni. E Inanna rimase attiva per molti secoli dopo, in epoca assira e babilonese, nel primo millennio dopo Cristo. Ma se non era Inanna, chi era?

-LA DEA CHE NON SE NE E' MAI ANDATA
La nostra domanda: «Chi era sepolto nella tomba PG-800?» sembrerebbe strana a Sir Leonard Woolley, se fosse ancora vivo per sentirla. Infatti, non appena ebbe raggiunto la sua camera sepolcrale, il 4 gennaio 1928, mandò al Museo dell'Università di Philadelphia un telegramma della Wester Union scritto in latino per motivi di sicurezza: Ho trovato la pietra tombale intatta, costruita e dotata di volta con mattoni, della regina Shubad adornata con una veste in cui gemme, corone di fiori e figure di animali sono intessute magnificamente insieme con gioielli e tazze d'oro. Woolley. “La tomba intatta della regina Shubad”. Come faceva Woolley a conoscere la risposta al mistero subito dopo aver trovato la camera? La VIP sepolta aveva una targhetta su cui c'era scritto “regina Shubad”? Be', in un certo senso sì: in PG-800 furono trovati quattro sigilli cilindrici, uno accanto al baule dei vestiti e tre nella camera tombale, che raffiguravano personaggi femminili intenti a banchettare. Uno dei tre trovati vicino al corpo aveva un'iscrizione di quattro segni cuneiformi [fig.30] che Woolley lesse come Nin.Shu.ba.ad e tradusse “regina Shubad”. Nonostante Nin significhi “dea”, Woolley intese il termine come “regina” perché, come chiunque sapeva, gli dèi e le dee esistevano solo nei miti e non avevano un corpo fisico che potesse essere seppellito. La sua ipotesi che quello fosse il sigillo personale della VIP sepolta è stata data per scontata, nonostante da allora il nome sia stato cambiato in Nin.Pu.a.bi. (È degno di nota il fatto che il Museo dell'Università di Philadelphia alla riapertura della mostra delle tombe reali di Ur nel marzo 2004 abbia cambiato il titolo da “Regina Puabi” a “Lady Puabi”). La scena rappresentata su quel sigillo, su due “registri”, è quella di un banchetto a cui partecipano personaggi femminili: i calici alzati da parte delle celebranti fanno pensare che stessero bevendo del vino. In ogni registro ci sono due celebranti sedute e varie ancelle/servitrici. Anche il secondo e il terzo sigillo trovati all'interno della camera tombale raffiguravano in due registri due celebranti femminili che bevevano birra con lunghe cannucce o a cui le ancelle servivano vino e cibo, allietate da una suonatrice d'arpa. Nessuno dei due presentava scritte di alcun genere. Anche il quarto sigillo cilindrico, trovato per terra contro il baule dei vestiti fuori dalla camera tombale, raffigurava scene di banchetti, con celebranti e ancelle. Abbiamo già fatto notare che il nome inciso sopra, A.bara.ge (= “il purificatore delle acque del santuario”), identificava il suo proprietario come un dignitario di alto rango con la funzione di coppiere. Qui possiamo inoltre far notare che doveva trattarsi di un lui o di una lei di per sé “reale”, poiché era un omonimo o di un'omonima di un famoso re di Kish, En.me.bara.gesi, un semidio a cui si attribuivano 900 anni di regno (vedi capitolo XI). A parte l'ipotesi che la VIP sepolta in PG-800 fosse la “regina” Shubad, Woolley non aveva altre informazioni da offrire su di lei. Sui documenti mesopotamici non c'è traccia di una regina con quel nome (né Shubad né Puabi). Se anche fosse stata una Nin, cioè una dea, di nome Puabi, il suo nome non compare neppure nelle Liste degli dei. Se non si trattava di un epiteto non elencato (di cui ogni divinità era ampiamente fornita), avrebbe potuto essere un soprannome locale o familiare. Dovremo quindi ricorrere a strategie investigative per scoprire la sua identità. Il segno scrittorio per Nin sul sigillo è assolutamente chiaro e non richiede ulteriore elaborazione. Scomponendo l'epiteto Pu.a.bi nei suoi elementi troviamo che il primo, PU, era scritto con il segno numerico 26a nella Lista sumera dei segni ed era un sinonimo di sud (“colui o colei che presta soccorso”), un'infermiera, un medico. Questa scoperta convalida la nostra precedente conclusione, basata sulle “pinzette” mediche che la VIP sepolta in PG-800 fosse una guaritrice come
Ninmah/Niharsag, Ninlil (la sposa di Enlil) e Bau (la sposa di Ninurta), e la nostra supposizione è che fosse direttamente imparentata con una di loro, e quindi fosse anche lei un'enlilita. Il secondo elemento, che equivale ad Å nel segno numerico cuneiforme 383, significa “grande, molto”, e BI, segno numerico 214, indica una certa qualità di birra. Pertanto Nin Pu.a.bi significa letteralmente una Nin, una dea, che era “guaritrice [di] molta birra”. Si tratta di un soprannome che abbinava i banchetti e il consumo di birra raffigurati sul secondo sigillo cilindrico trovato accanto al corpo di Puabi [fig.31]. In realtà su tutti e sei i sigilli “femminili” rinvenuti nelle tombe reali sono raffigurate delle dame che partecipano a un banchetto e differiscono tra loro sotto certi aspetti, quali per esempio l'età, la pettinatura, l'abito e la statura. Dato che gli incisori potrebbero aver cercato di rendere ogni sigillo individuale il più fedele possibile alla realtà, questi piccoli dettagli meritano attenzione. Particolarmente interessante è il sigillo di PG-800 [fig.29], il cui registro superiore mostra una dea più giovane (la padrona di casa?), seduta sulla destra accanto al nome/titolo inciso, e una dea più matronale, con una veste più elegante e un'acconciatura elaborata (l'ospite?), seduta alla sinistra. Era un effettivo ritratto dell'occupante della tomba e della sua ospite più matronale e corpulenta? È una possibilità da tenere a mente, perché la taglia della padrona di casa (e della sua ospite) sono importanti per la loro identificazione definitiva. Alcuni resti degli scheletri trovati in diverse tombe di Ur, comprese PG- 800 e PG-755, furono infatti esaminati dall'antropologo di spicco dell'epoca, Sir Arthur Keith. Riguardo a Shubad/Puabi, ecco come cominciava il suo rapporto scritto che faceva parte del libro del 1934 di Woolley sulle tombe reali di Ur: «Un esame dei resti della regina mi ha portato a formulare le seguenti conclusioni su di lei: la regina aveva circa quarantacinque anni al momento della morte, era alta circa 1,510m (5piedi); le sue ossa erano sottili e aveva mani e piedi piccoli, la sua testa era grande e lunga».
Nello stimare la sua età, Sir Arthur era rimasto sorpreso dal fatto che la dentatura e altri aspetti dei resti dello scheletro indicassero un'età molto inferiore ai quarant'anni. Per quanto riguarda la statura, teniamo presente che è paragonabile a quella di Inanna
nella foto di Mari [fig.32]. Mentre il teschio, parecchio fratturato, potrebbe essere stato compresso dalla pressione del terreno che lo faceva sembrare più lungo e stretto di quanto era realmente, sulla base di dettagliate misurazioni Sir Arthur giunse alla conclusione che la regina avrebbe potuto non essere una sumera e che fosse «un membro di una razza altamente dolicocefalica» (ovvero dotata di una testa sproporzionatamente più lunga che larga). Per di più, era stupefatto e perplesso per via della dimensione generale della testa e della straordinaria capacità cranica (del cervello): «Ci basta misurare le ossa frontali, parietali e occipitali lungo la linea centrale della volta cranica per renderci conto di quanto grande debba essere stata la capacità del cranio... la capacità cranica potrebbe non essere stata inferiore a 1600 centimetri cubici, 250 cm³ al di sopra della media delle donne europee».
«I resti», scriveva, «non lasciavano dubbi sul fatto che la regina avesse un cranio dalla capacità fuori del comune». Dopo aver fornito particolari sugli altri reperti ossei, Sir Arthur espresse la conclusione generale che la testa della “regina” fosse insolitamente grande, mentre in rapporto alle dimensioni del capo il suo corpo, le sue mani e i suoi piedi erano piuttosto piccoli, «benché di costituzione robusta». Per usare la terminologia sumera potremmo dire che aveva la testa di un Gal e il corpo di un
Banda... Sir Arthur aveva esaminato anche i resti del maschio sepolto in PG-755, a cui si riferiva chiamandolo “principe Mes-kalam-dug”. Paragonando i due, aveva osservato che «a parte la sua grande capacità cranica, la regina Shub-ad era estremamente femminile nella sua caratterizzazione fisica, in Mes-kalam-dug le ossa del corpo avevano la forma di quelle di un individuo maschile molto robusto». Le ossa di lui erano molto più grosse di quelle di lei; «il braccio destra era particolarmente spesso e forte nel principe». In base a tutto questo, Sir Arthur concluse che «dalle ossa del principe – ahimé ne restano solo frammenti – si intuisce che debba essere stato un uomo dalla corporatura solida, vigoroso, alto circa 5piedi e 5pollici, o 5piedi e 6pollici (1,650-1,675m)... era un uomo dal collo grosso». Il cranio del “principe” aveva «lo stesso identico indice cefalico della regina Shub-ad» (ovvero la proporzione fra la lunghezza e larghezza), notevolmente allungato e la capacità cranica (le dimensioni del cervello) era «ben al di sopra della dimensione media dei Sumeri». Dal punto di vista della razza, scrive Sir Arthur «in mancanza di un [termine] migliore, l'avrei definito protoarabo ». Furono esaminati i resti di ossa e crani fratturati presenti in numerose altre tombe proto-dinastiche e la conclusione essenziale di Sir Arthur fu che anche quelli erano “proto-arabi”. In un sommario generale fece notare che i resti della “regina” e del “principe” si distinguevano dagli altri: «È di particolare interesse osservare il fisico esile e le notevoli doti celebrali della regina Shub-ad e del principe Mes-kalam-dug. Quest'ultimo era un uomo di straordinaria forza fisica e, se possiamo basarci sulle dimensioni del cervello come indice di capacità mentale, allora il principe non era solo forte fisicamente, ma era anche un uomo dotato di facoltà superiori. La dotazione celebrale della regina era eccezionale e, se possiamo fare affidamento sullo sviluppo fisico del corpo come indizio di mentalità sessuale, allora possiamo dedurre che si trattava di una
donna molto femminile». In totale sintonia con tutti gli altri aspetti da noi rilevati, Sir Arthur forniva questa accurata descrizione: Un semidio eroico in PG-755, un «uomo vigoroso dalla corporatura solida» con una «capacità celebrale superiore» e aveva colto nel segno per quanto riguarda la piccola “regina” «molto femminile» con una «capacità cranica fuori del comune» in PG-800. I resti ossei e i reperti fisici relativi al “principe” in PG-755 corrispondono completamente alla sua identificazione come Mes.kalam.dug, che abbiamo definito come figlio della coppia formata da una dea e da un semidio che diede inizio alla prima dinastia di Ur. Ma la VIP sepolta in PG-800 rappresenta ancora un enigma: ingioiellata e simile a Inanna per statura, eppure non è Inanna... Chi potrebbe essere, e chi era sepolto vicino a lei in PG-789? Riguardo all'occupante di PG-800 abbiamo fissato i seguenti punti che possono portare alla sua identificazione:

° un sigillo cilindrico accanto al suo corpo la identificava come Nin.Puabi, la dea “Puabi”.

° i servitori e le ancelle sepolti con lei erano loro stessi cortigiani di rango elevato, perfino un re, il
che indicava che lei era più importante di loro, che era una dea, a conferma del suo titolo di Nin.

° in quella tomba l'oro era usato anche per i comuni utensili di uso quotidiano, a imitazione di un unico episodio del genere: la visita sulla terra di Anu e Antu nel 4000 a.C. circa.

° quegli utensili erano decorati in rilievo con il medesimo simbolo, una “rosetta”, presente sugli
oggetti realizzati per la visita di Anu. Questo suggerisce che il personaggio femminile sepolto in
PG-800 appartenesse alla “casata di Anu” e fosse quindi una diretta discendente del dio. Un simile
legame genealogico diretto potrebbe essere instaurato grazie ai figli e alle figlie di Anu: Enki,
Enlil, Ninmah e Bau.

° Un attrezzo trovato nella tomba, una zappa che avrebbe dovuto essere fatta di metallo duro, era
invece d'oro e aveva quindi uno scopo puramente simbolico. L'unico esempio anteriore registrato
era quello della zappa sacra con cui Enlil aveva dissodato il terreno per fondare il Duranki, il centro
di controllo della missione a Nippur. L'indizio della zappa suggerisce che la VIP in quella tomba
fosse una enlilita, in relazione con Nippur e non con Enki ed Eridu. Questo esclude Enki e lascia
in gioco solo tre divinità (Enlil, Ninmah o Bau) come legame genealogico diretto fra “Puabi” e
Anu

° Il possesso di uno strumento medico simbolico (le “pinzette”) collega Puabi a una tradizione di
personaggi che prestavano assistenza medica, come Ninmah e Bau, e non esclude Enlil, visto che
anche la sua sposa Ninlil era un'infermiera.

° Dato che sembra improbabile che Puabi, dall'aspetto giovanile, sia stata una dei primi a venire
sulla Terra da Nibiru, non possiamo prendere in considerazione Ninmah o Bau o Ninlil, ma
dobbiamo fare riferimento alle loro discendenti.

° Siccome le figlie di Ninmah nate sulla Terra avevano Enki come padre, le possiamo escludere. Ci
restano le figlie di Enlil e Ninlil o quelle di Bau e Ninurta.

° Enlil e Ninlil hanno avuto figli maschi (Nannar/Sin e Ishkur/Adad) nati sulla Terra e varie figlie,
fra cui la dea Nisaba (madre del re Lugalzagesi) e la dea Nina (madre del re Gudea). Dato che Nina
visse abbastanza da esser una delle divinità che fuggirono all'arrivo del vento del male, non può
essere “Puabi”. Lo stesso vale per Nisaba, vissuta successivamente, ai tempi di Gudea.

° Bau (= “Gula”, la “grande e grossa”), la figlia minore di Anu, era sposata con Ninurta, il figlio più
importante di Enlil. I due ebbero sette figlie: di sei si sa poco, mentre Ninsun era nota come sposa
del famoso Lugalbanda; suo figlio era il celebre Gilgamesh, al quale deve essere stata lei (e non il
suo sposo di bassa statura) a trasmettere il fisico di suo padre Ninurta e la corporatura massiccia di
sua madre Bau/Gula.

° Se le affermazioni dei re di “Ur III” di essere figli di Ninsun corrispondono a verità, Ninsun non
poteva essere “Puabi” (che fu sepolta durante il periodo di “Ur I”).

[° Scendendo lungo la linea di successione, arriviamo alla generazione successiva nata sulla Terra,
un passo che coincide con l'essere “sulla quarantina” di Puabi (secondo quanto afferma Sir Arthur
Keith), se fosse nata sulla Terra. Nella seconda generazione di dee nate sulla Terra conosciamo
Inanna, figlia di Nannar/Sin, e una figlia di Ninsun e Lugalbanda di nome Nin.e.gula.

° Per motivi già esposti, Inanna non poteva essere “Puabi”. Tuttavia i gioielli di Puabi, il suo
mantello di perline, il collarino e i suoi simboli, l'arpa d'argento, la sua grande “femminilità”
(secondo Sir Arthur), ecc., e la sua statura, facevano pensare a “Inanna”, ragion per cui, se
Nin.Puabi non era Inanna, doveva comunque essere in relazione con lei.

° Di Inanna si sa che aveva un figlio (il dio Shara), ma nessuna figlia; tuttavia avrebbe potuto avere
un nipote: dal momento che Lugalbanda dichiarava di essere figlio di Inanna, una figlia di
Lugalbanda sarebbe stata nipote di Inanna, con le sue caratteristiche di “femminilità” e amore per i
gioielli.

° Ma la figlia di Lugalbanda sarebbe anche stata nipote di Bau/Gula, poiché Ninsun, la sposa di
Lugalbanda, era figlia della coppia formata da Bau e Ninurta!

° Il suo nome (secondo la Lista dei re) Nin.e.gula (= “Signora della casa/del tempio di Gula”)
conferma che, oltre al “gene della femminilità e dei gioielli” della nonna Inanna, era anche
portatrice del gene “Gula” di sua nonna Bau/Gula: visibile nella testa straordinariamente grande!
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Abbiamo quindi due linee ereditarie genealogiche convergenti:

- Anu > Enlil + Ninlil > Nannar > Inanna > Lugalbanda + Ninsun

e

- Anu > Enlil + Ninmah > Ninurta + Bau > Ninsun + Lugalbanda

Questa convergenza delle due linee genealogiche indica la stessa coppia Lugalbanda + Ninsun come progenitori della dea sepolta in PG-800: la loro figlia, Nin.e.gula, nota anche come Nin.Puabi. Questa conclusione offre una spiegazione plausibile al fisico contraddittorio di Puabi: piccoletta di statura (in quanto nipote di Inanna) e con una testa straordinariamente grande (in quanto nipote di Bau/Gula). Da tutto ciò risulta quindi anche plausibile che l'occupante della tomba PG-261 sia Lugalbanda. Questo spiega anche l'indizio trascurato di aver apposto i nomi di Mes.Anne.Pada e Nin.Banda.Nin sui vasi trovati accanto alla bara di Meskalamdug in PG-755, come pure nell'iscrizione sul sigillo Nin.banda Nin/Dam Mes.anne.pada (“Nin-banda, dea, sposa [di] Mesannepada”), il che secondo noi conferma che si trattasse della coppia, formata da una dea e da un semidio, che diede inizio alla prima dinastia di Ur. Ha senso questa soluzione del mistero non solo di PG-800, ma anche delle altre tombe “reali” identificabili? Richiamiamo alla memoria il fatto interessante che Ninsun era stata coinvolta in attività di paraninfa a livello dinastico, di cui un esempio lampante era il suo piano di dare una delle sue figlie in moglie a Enkidu. È forse per caso che, quando fu presa la decisione di trasferire la sovranità centrale a una nuova dinastia a Ur, fece in modo che sua figlia sposasse il semidio selezionato per il compito? L'altra grande organizzatrice di matrimoni, sua madre Bau/Gula (che potrebbe essere la visitatrice matronale più anziana raffigurata sul sigillo cilindrico mentre sorseggia una coppa di vino) avrebbe dato subito la sua benedizione, come avrebbe fatto anche l'altra nonna, Inanna, per cui la scelta rappresentava un ritorno trionfale all'esercizio della propria influenza. Era lei l'altra visitatrice che condivideva una birra?

La mia ipotesi è che Nin.banda fosse la figlia di Ninsun e Lugalbanda:

° collegata a Inanna dal titolo dinastico Nin.banda;

° dotata dell'epiteto Nin.e.gula per le caratteristiche ereditate da Bau;

° affettuosamente soprannominata Nin.puabi per la sua costante partecipazione alle feste

° sepolta nel perimetro tombale di famiglia nel recinto sacro di Ur.

Era anche una sorella minore di Gilgamesh, in quanto entrambi erano figli della straordinaria coppia formata dal semidio deificato Lugalbanda e dalla potente dea Ninsun. E questo apre un argomento più ampio. Mentre l'essere giunto a questa (probabile o per lo meno possibile) identificazione della persona sepolta in PG-800 è una conquista gratificante, è necessario fare un tentativo di riconoscere anche i personaggi presenti nelle altre quindici tombe reali, al fine di comprendere le co-sepolture discordanti nelle camere tombali e soprattutto nelle fosse mortuarie. L'assenza di annali, inni, lamentazioni o altri testi che ne spieghino i motivi è già di per sé sconcertante, e il fatto che l'unica conferma scritta sia la Morte di Gilgamesh ha solo infittito il mistero. Ma qui c'è un pensiero fuori dal coro: e se il testo di Gilgamesh avesse descritto la sua effettiva sepoltura? E se il grande Gilgamesh fosse davvero sepolto in una delle tombe reali di Ur? La tomba di Gilgamesh non è mai stata trovata e i testi disponibili non ne indicano l'ubicazione. Da sempre si è creduto che Gilgamesh sia sepolto nella città in cui ha regnato, a Uruk, ma la sua tomba non è mai stata trovata, nonostante Uruk sia uno dei siti in cui sono stati effettuati scavi estremamente accurati. Perché allora non prendere in considerazione il cimitero reale di Ur? Se ritorniamo alla Sumeria di circa 5000 anni fa, quando la sovranità centrale, dopo essere stata a Kish e a Uruk, stava per essere trasferita a Ur, possiamo immaginare la serie di eventi che hanno avuto origine a Kish. A partire dal loro primo sovrano, i re erano semidei: Mes.kiag.gasher era “un figlio di Utu”, come pure i suoi successori, figlio di un dio maschio. Per cogliere l'immensità del cambiamento al tempo di Lugalbanda, il padre di Gilgamesh, potebbe essere utile riprodurre un elenco tratto da uno dei precedenti capitoli (al quale si potrebbero aggiungere Gudea e sua madre, la dea Nina):

Etana: dello stesso seme di Adapa (= di Enki)
Meskiaggasher: il padre è il dio Utu
Enmerkar: il padre è il dio Utu
Eannatum: seme di Ninurta, Inanna lo pose in grembo a Ninharsag perché lo allattasse
Entenema: allevato con il latte di Ninharsag
Lugalbanda: la dea Inanna è sua madre
Mesalim: “amato figlio” di Ninharsag (allattato da lei?)
Gilgamesh: la dea Ninsun è sua madre
Lugalzagesi: la dea Nisaba è sua madre
Gudea: la dea Nina è sua madre

Dapprima i re sono semidei per il fatto di avere per padre un dio e per madre una donna terrestre (con lo stesso Enki che aveva dato l'esempio in epoca antidiluviana). C'è poi una fase di transizione in cui si ha l'inseminazione artificiale a opera di un dio, ma l'allattamento da parte di una dea e poi Lugalbanda inaugura lo stadio in cui si verifica il cambiamento più grande: da lui in avanti la divinità proviene da un soggetto femminile: la madre è una dea. Le nostre attuali conoscenze sul DNA e sulla genetica chiariscono il significato del cambiamento: i nuovi semidei non sono solo portatori del normale DNA formato dalla miscela dio-terrestre, ma anche della seconda sequenza di DNA mitocondriale che proviene solo dalla madre: per la prima volta, in Lugalbanda, il semidio è più che semi... Che cosa si deve fare di Lugalbanda alla sua morte? È più di un semplice re ed è più di un normale semidio, ma non è un dio di puro sangue reale, ragion per cui non può essere seppellito a Nibiru e nemmeno nel recinto sacro di Uruk, santificato da Anu in persona. E così gli dèi lo portano a Ur, il luogo di nascita (e l'attuale residenza) di sua madre Inanna. Lo “deificano” e lo seppelliscono ai margini del recinto sacro di Nannar in una tomba appositamente costruita: forse, come abbiamo ipotizzato, in PG-261, con in mano il suo sigillo preferito, quello su cui è inciso Lugal An.zu Mushen. Poi entra in scena Gilgamesh, anch'egli un personaggio speciale: non solo è sua madre, e non suo padre, a essere il genitore divino, ma il padre non è un comune terrestre, Lugalbanda era infatti figlio di una dea (Inanna). Così Gilgamesh è «per due terzi divino», il che è sufficiente per fargli credere di avere il diritto all'immortalità degli dèi. Aiutato da sua madre, la dea Ninsun, e dal dio Utu nonostante le loro riserve, parte per avventurosi viaggi in cerca della vita eterna, spedizioni che si riveleranno inutili. Tuttavia, la sua convinzione di non dover «scrutare sopra le mura» come un mortale non lo abbandona neppure sul letto di morte, finché Utu non gli comunica il verdetto finale: Enlil ha detto niente vita eterna. C'è però una consolazione: poiché sei unico e speciale, continuerai ad avere con te tua moglie (e la tua concubina...), il tuo coppiere, i tuoi servitori, i musicisti e tutti i tuoi domestici anche agli inferi. E così, in questo scenario immaginario, Gilgamesh è sepolto accanto a suo padre, nel recinto sacro di Ur, con il seguito che gli era stato promesso al posto della vita eterna e che altrimenti non si spiegherebbe. In quale PG? Non lo sappiamo, ma ce ne sono diverse (svuotate da antichi tombaroli) fra cui scegliere. Potrebbe essere PG-1050, che conteneva altri quaranta compagni, quasi lo stesso numero di quelli elencati nel testo La morte di Gilgamesh? L'esempio è stato dato, si è creato un precedente. Con la morte di Gilgamesh, siamo intorno al 2600 a.C., si esaurisce il periodo eroico di Ur: tutto ciò che ne rimane sono i testi epici e le raffigurazioni sui sigilli cilindrici che danno rilievo a Gilgamesh, Enkidu e a episodi eroici. Mentre la leadership degli Anunnaki riflette su dove situare la sovranità centrale, Nin.banda, la sorella di Gilgamesh, e il suo sposo Mes.anne.pada segnano il passo a Kish. Quando la scelta cade su Ur, la coppia formata dalla dea e dal semidio vi si trasferisce e i due assumono il ruolo di fondatori della prima dinastia di Ur. Lasciano a Kish il loro primogenito Mes.kalam.dug, che regna in quella città anche se essa non è più la capitale nazionale. Mentre i nuovi sovrani di Ur riuniscono le città rivali ed estendono i confini geografici e culturali della Sumeria, il loro figlio maggiore, Mes.kalam.dug, muore a Kish. Essendo un semidio, viene sepolto poco lontano da suo nonno Lugalbanda e da suo zio Gilgamesh, in quello che diventerà il lotto familiare dinastico di “Ur I”. Woolley, che aveva chiamato la tomba PG-755, la descriveva come una «semplice sepoltura» in cui aveva trovato l'elmo d'oro personale del re defunto e un magnifico pugnale d'oro (rinvenuto nella bara accanto al corpo). Fra gli oltre i sessanta manufatti trovati nella tomba c'erano effetti personali (la sua cintura d'argento, un anello d'oro, gioielli d'oro con o senza decorazioni di lapislazzuli) e i suoi utensili reali (molti in oro o in argento, prova sempiterna del suo status semidivino e regale. Ma non sappiamo se un tempo una fossa mortuaria facesse parte di una tomba più elaborata: il fatto che il suo sigillo personale con inciso Mes.kalam.dug Lugal (“Meskalamdug, re”) sia stato trovato abbandonato nel terreno SIS fa pensare che sia esistita un'altra parte, non ancora scoperta, che in tempi antichi era stata profanata e saccheggiata. Vasi di metallo deposti accanto alla bara in PG-755 portano i nomi dei suoi genitori, Mes.Anne.Pada e Nin.Banda Nin, il che conferma l'identità del defunto. Giunge poi il giorno in cui lo stesso Mes.anne.pada si trova a «scrutare sopra le mura». Sua moglie e i due figli superstiti gli procurano un'elaborata sepoltura, adeguata al fondatore dinastico: Una bara appropriata, una camera tombale in pietra, una fossa mortuaria raggiungibile mediante una rampa in pendenza. Un grande tesoro composto da oggetti in oro, argento e pietre preziose fu portato già con il corpo su due carri, ciascuno tirato da tre buoi e guidato da due uomini e da un guardiano dei buoi. Sei soldati con elmi di rame e armati di lance fungevano da guardie del corpo, mentre nella fossa erano schierati molti più soldati, dotati di scudi e di lance decorate con punte in elettro. C'era anche un contingente di cantanti e musiciste con lire di legno dalle raffinate decorazioni e una “cassa armonica” con pannelli le cui decorazioni a intarsio raffiguravano scene tratte dai racconti di Gilgamesh. Là sotto erano anche state portate varie sculture decorate con immagini di tori e leoni; una in particolare, la preferita del re, era d'oro e rappresentava una testa di toro con la barba di lapislazzuli. Complessivamente erano cinquantaquattro i servitori radunati nella fossa per accompagnare Mes.anne.pada negli inferi.
Quando scoprì quella tomba, Woolley la catalogò come PG-789 e la chiamò la “tomba del re”, per via dell'evidente collegamento con PG-800, la tomba “della regina”. Come suggerisco, era effettivamente così: si trattava della tomba di Mes.anne.pada, il fondatore della dinastia di “Ur I”. Poiché mancava il corpo principale e per via dell'assenza di oggetti in oro, argento e lapislazzuli, Woolley giunse alla conclusione che PG-789 fosse stata violata e saccheggiata nell'antichità, eventualità che si dimostrò alquanto probabile quando gli scavi per PG-800 svelarono la camera tombale di PG-789. Ed ecco che il nostro viaggio immaginario nel passato ci porta alla morte della “regina Puabi”. Non sappiamo come e quando morì. Supponendo che sia sopravvissuta ai suoi altri due figli (A.anne.pada e Mes.kiag.nunna) che regnarono dopo la morte del suo sposo, Nin.banda/Nin.e.gula/Nin.Puabi si ritrovò sola, mentre tutti i suoi cari (suo padre Lugalbanda, suo fratello Gilgamesh, il suo sposo Mes.anne.pada e i suoi tre figli) erano morti e sepolti nella necropoli che lei poteva vedere ogni giorno. Fu lei a desiderare di essere seppellita sulla Terra accanto a loro o gli Anunnaki non poterono portare il suo corpo su Nibiru perché, pur essendo una Nin, aveva alcuni geni terrestri per via del padre semidio? Non conosciamo la risposta, ma qualunque ne sia stato il motivo, Nin.Puabi fu sepolta a Ur, in una tomba adiacente a quella del suo sposo, con tutti i tesori e i servitori a cui quella dinastia era abituata, adornata con i gioielli di sua nonna Inanna e con un copricapo sovradimensionato di sua nonna Bau/Gula... E questo ci riporta a una scoperta epocale sulle origini umane: mentre tutti gli Anunnaki e gli Igigi che avevano messo piede sul pianeta Terra se ne erano andati, Nin.Puabi (una NIN, e non importa sapere di preciso chi fosse) era la dea che non se ne è mai andata.