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venerdì 31 luglio 2015

LA NASCITA DELLO ZODIACO : "LO ZODIACO DEI SUMERI"

I Sumeri raggruppavano le stelle in dodici case,e nell'antichità, come oggi, il fenomeno era collegato al concetto di zodiaco. Il grande cerchio che la Terra disegnava nel suo moto attorno al Sole era suddiviso in dodici parti uguali, di trenta gradi ciascuna. Le stelle avvistate in ognuno di questi segmenti, o "case", vennero raggruppate in una costellazione, a ognuna delle quali venne attribuito un nome in base alla forma in cui sembravano disposte le stelle del gruppo. Poiché le costellazioni e le loro suddivisioni, e anche le singole stelle all'interno di ogni costellazione, sono giunte alla civiltà occidentale con nomi e descrizioni attinte dalla mitologia greca, per millenni si è pensato che fossero stati i Greci a elaborare tale sistema. Oggi appare chiaro, invece, che i primi astronomi greci si limitarono ad adottare nella loro lingua come nella mitologia un sistema astronomico già esistente, derivato dai Sumeri. Abbiamo già visto in che modo Ipparco, Eudosso e altri avessero ottenuto i dati di cui disponevano. Anche Talete, il primo astronomo greco davvero importante - colui che, si dice, avrebbe predetto l'eclissi totale di sole del 28 maggio 585 a.C, che fermò la guerra tra Lidi e Medi, ammise che le sue conoscenze derivavano da fonti mesopotamiche presemitiche - fonti, dunque, sumeriche. L'attuale termine "zodiaco" deriva dal greco zodiakos kylos ("cerchio di animali"), poiché, una volta raggruppate, le stelle sembravano assumere la forma di un leone, di una coppia di pesci, ecc. Ma queste forme e questi nomi immaginari erano stati in realtà una creazione dei Sumeri, i quali chiamavano le dodici costellazioni zodiacali UL.HE ("mandria luminosa"):
1. GU.AN.NA  ("toro celeste"), Toro.
2. MASH.TAB.BA  ("gemelli"), Gemelli.
3. DUB  ("pinze", "tenaglie"), Cancro.
4. UR.GULA  ("leone"), Leone.
5. AB.SIN  ("suo padre era Sin"), Vergine.
6. ZI.BA.AN.NA  ("fato celeste"), Bilancia.
7. GIR.TAB  ("che graffia e taglia"), Scorpione.
8. PA.BIL  ("difensore"), Sagittario.
9. SUHUR.MASH  ("pesce-capra"), Capricorno.
10. GU  ("signore delle acque"), Acquario.
11. SIM.MAH  ("pesci"), Pesci.
12. KU.MAL  ("abitatore dei campi"), Ariete.

Le rappresentazioni pittoriche dei segni dello zodiaco, così come i loro nomi, sono rimasti praticamente intatti fin dalla loro introduzione a Sumer (figura 93). Fino all'introduzione del telescopio, gli astronomi europei accettarono la classificazione tolemaica, che riconosceva solo 19 costellazioni nei cieli settentrionali. Nel 1925, invece, quando venne codificata la classificazione attuale, in quella che i Sumeri chiamavano la Via di Enlil erano state individuate 28 costellazioni. C'è ancora da stupirsi se gli antichi Sumeri, a differenza e ben prima di Tolomeo, furono in grado di riconoscere, identificare, raggruppare e denominare tutte le costellazioni dei cieli settentrionali? Dei corpi celesti presenti nella Via di Enlil, dodici erano considerati di Enlil - in una corrispondenza ideale con le dodici costellazioni zodiacali della Via di Anu. Analogamente, nella parte meridionale dei cieli - la Via di Ea - dodici costellazioni erano considerate di Ea; oltre a queste, ne erano state individuate molte altre, anche se non tutte quelle riconosciute oggi.
La Via di Ea rappresentò un enorme problema per gli assiriologi che si assunsero il gravoso compito di spiegare le
antiche concezioni astronomiche: se era senza dubbio difficile rapportarle alle conoscenze moderne, non era assolutamente facile neanche capire fino in fondo come doveva apparire il cielo millenni or sono. Da Ur o Babilonia gli astronomi mesopotamici potevano vedere solo poco più di metà dei cieli meridionali; tutto il resto era al di là dell'orizzonte. E tuttavia, se identificate correttamente, alcune delle costellazioni della Via di Ea si trovavano effettivamente al di là dell'orizzonte. Vi era però anche un problema più complesso: come conciliare l'esistenza stessa dei cieli meridionali con la concezione astronomica degli antichi popoli mesopotamici? Se infatti i Mesopotamici credevano (come i Greci in epoca più tarda) che la Terra fosse una massa posta sopra la caotica oscurità delle tenebre (l'Ade dei Greci), un disco piatto sul quale i cieli si sviluppavano a semicerchio, allora i cieli meridionali, cioè quelli dell'emisfero australe, non sarebbero dovuti esistere per nulla! Frenati dunque dalla convinzione che i popoli mesopotamici fossero legati a un concetto della Terra come massa piatta, gli studiosi moderni non potevano permettere che le loro conclusioni li portassero troppo al di sotto della linea equatoriale di divisione tra nord e sud. Eppure, come abbiamo visto, si è dimostrato che le tre "vie" sumeriche presupponevano che i cieli avvolgessero la Terra proprio come se questa fosse un globo, non un disco. Nel 1900 T.G. Pinches dichiarò alla Royal Asiatic Society di essere riuscito a ricostruire un completo astrolabio (letteralmente "catturatore di stelle") mesopotamico. Mostrò che si trattava di un disco circolare, diviso, come una torta, in dodici segmenti e tre anelli concentrici, per un totale di 36 parti. Nell'insieme il disegno appariva come una rosetta a dodici "foglie", ciascuna delle quali recava scritto il nome di un mese. Per comodità Pinches li contrassegnò con dei numeri da I a XII, a cominciare da Nisannu, il primo mese del calendario mesopotamico (figura 94).
Ognuna delle 36 parti conteneva anche un altro nome, con un piccolo cerchiolino posto sotto di esso, a indicare che si trattava del nome di un corpo celeste. Da allora quei nomi sono stati trovati in molti testi ed "elenchi di stelle" e senza dubbio rappresentano il nome di costellazioni, stelle o pianeti. Sotto il nome del corpo celeste, infine, in ognuna delle 36 parti compariva anche un numero. Nell'anello più interno, tali numeri sono compresi tra 30 e 60; in quello centrale, tra 60 (scritto come "1") e 120 ("2", ovvero, nel sistema sessagesimale, 2 x 60 =120), e nell'anello più esterno da 120 a 240 ("4", cioè 4 x 60 = 240). Che cosa rappresentavano tali numeri? Una cinquantina d'anni dopo Pinches, l'astronomo e assiriologo O. Neugebauer (A History of Ancient Astronomy: Problems and Methods, «Per una storia dell'astronomia antica: problemi e metodologie») non potè dire altro che «tutto il testo costituisce una sorta di schematica mappa celeste... in ciascuno dei 36 campi troviamo il nome di una costellazione e numeri semplici il cui significato non è ancora chiaro». Un illustre esperto della materia, B.L. Van der Waerden (Babylonian Astronomy: The Thirty-Six Stars, «Astronomia babilonese: le trentasei stelle»), riflettendo sull'apparente ritmo in base al quale i numeri sembravano salire e scendere, suggerì soltanto che tali numeri «dovevano avere qualcosa a che fare con la durata della luce del giorno». Nell'insieme, questo intricato problema si può risolvere solo se accantoniamo la convinzione che i popoli mesopotamici credessero in una Terra piatta, e riconosciamo invece che le loro conoscenze astronomiche non erano da meno delle nostre  e ciò non perché essi possedessero strumentazioni particolarmente sofisticate, ma perché la loro fonte di informazione erano i Nefilim. L'ipotesi che suggeriamo è che quegli strani numeri rappresentino i gradi dell'arco celeste, considerando come punto di partenza il Polo Nord, e che l'astrolabio sia in realtà un planisfero, cioè la rappresentazione di una sfera su una superficie piatta. Se è vero che i numeri aumentano e diminuiscono, è anche vero che quelli di segmenti opposti della Via di Enlil (per esempio Nisannu 50 e Tashritu 40) danno sempre come somma 90; quelli della Via di Anu danno 180; e quelli della Via di Ea danno 360 (per esempio Nisannu 200 e Tashritu 160). Sono cifre troppo familiari perché sia possibile fraintenderle; esse rappresentano certamente i segmenti di una circonferenza completa: un quarto (90 gradi), metà (180 gradi) e il cerchio completo (360 gradi). I numeri della Via di Enlil sono abbinati in modo tale da dimostrare che, per i Sumeri, i cieli settentrionali si estendevano per 60 gradi dal Polo Nord fino al confine con la Via di Anu, 30 gradi sopra l'Equatore. La Via di Anu era equidistante dall'Equatore, estendendosi per 30 gradi a nord e a sud di questo. Infine, ancora più a sud, e quindi più distante dal Polo Nord, stava la Via di Ea, cioè la parte della Terra e del globo celeste posta tra i 30 gradi sud e il Polo Sud (figura 95).

-A. La Via di Anu, la fascia celeste comprendente il Sole, i
pianeti e le costellazioni dello zodiaco.
-B. La Via di Enlil, i cieli settentrionali (dell'emisfero
boreale)
-C. La via di Ea, i cieli meridionali (dell'emisfero australe)

I numeri dei segmenti della Via di Ea danno un totale di 180 gradi in Addaru (febbraio-marzo) e Ululu (agosto-settembre). L'unico punto che, in qualunque direzione, dista sempre 180 gradi dal Polo Nord, è il Polo Sud, e questo si spiega solo se si ha a che fare con una sfera. La precessione è il fenomeno determinato dalla rotazione dell'asse nord-sud della Terra, che fa sì che il Polo Nord (quello rivolto verso la Stella polare) e il Polo Sud traccino due grandi cerchi nel cielo. L'apparente ritardo della Terra rispetto alle costellazioni ammonta a circa 50 secondi di arco all'anno, o un grado ogni 72 anni. Il grande cerchio - cioè il tempo che il Polo Nord terrestre impiega per tornare nella stessa posizione rispetto alla Stella polare - corrisponde dunque a 25.920 anni (72 x 360) ed è quello che gli astronomi chiamano il Grande Anno o Anno Platonico (perché sembra che anche Platone fosse a conoscenza del fenomeno). Il sorgere e il calare di vari astri ritenuti importanti nell'antichità e la determinazione precisa dell'equinozio di primavera (che coincideva con il Capodanno) erano legati alla casa zodiacale in cui avvenivano. Per il fenomeno della precessione, l'equinozio di primavera e gli altri fenomeni celesti, che accumulano ritardo di anno in anno, si trovavano così ritardati, ogni 2.160 anni, di un'intera casa zodiacale. Gli astronomi moderni continuano a utilizzare il "punto zero" ("il primo punto dell'Ariete") che segnava l'equinozio di primavera intorno al 900 a.C, ma in realtà quel punto si è ormai spostato nella casa dei Pesci. Verso il 2100 della nostra era l'equinozio di primavera si sarà ulteriormente spostato nella casa precedente, quella dell'Acquario; ed è proprio questo che si intende quando si afferma che stiamo per entrare nell'Era dell'Acquario (figura 96).
Poiché, dunque, lo slittamento da una casa zodiacale a un'altra impiega oltre due millenni per compiersi, per lungo tempo gli studiosi si sono domandati come e dove Ipparco avesse potuto apprendere il fenomeno della precessione nel II secolo a.C. Oggi è chiaro che lo aveva appreso da una fonte sumerica. Il professor Langdon scoprì che il calendario di Nippur, risalente circa al 4400 a.C, nell'Era del Toro, riflette la conoscenza della precessione e dello spostamento della casa zodiacale che era avvenuto 2.160 anni prima di allora. Il professor Jeremias, che confrontò i testi astronomici mesopotamici con quelli ittiti, riteneva anch'egli che le antiche tavole astronomiche contenessero la registrazione dello spostamento dal Toro all'Ariete, e concludeva che gli astronomi mesopotamici avevano previsto l'ulteriore slittamento dall'Ariete ai Pesci. Arrivando a queste stesse conclusioni, il professor Willy Hartner (The Earliest History of the Constallations in the Near East, «La più antica storia delle costellazioni nel Vicino Oriente») affermò che i Sumeri avevano lasciato numerose prove iconografiche su questo argomento. Quando l'equinozio di primavera avveniva nella casa zodiacale del Toro, il solstizio d'estate avveniva in quella del Leone. Hartner, dunque, puntò l'attenzione sul motivo ricorrente del combattimento tra un toro e un leone che appare in raffigurazioni sumeriche del periodo più antico, avanzando l'ipotesi che esse rappresentassero le omonime costellazioni viste da un osservatore che si trovava a 30 gradi di latitudine nord (a Ur, per esempio) verso il 4000 a.C. (figura 97).
Il fatto che i Sumeri attribuissero tanta importanza al Toro come prima costellazione è considerato da molti studiosi una prova non solo dell'antichità dello zodiaco - che risalirebbe dunque al 4000 a.C. circa - ma anche del periodo in cui sarebbe nata, pressoché d'improvviso, la civiltà sumerica. Il professor Jeremias (The Old Testament in the Light of the Ancient East, «L'Antico Testamento alla luce dell'antico Oriente») trovò delle testimonianze in base alle quali il "punto zero" zodiacalecronologico dei Sumeri si trovava esattamente tra il Toro e i Gemelli; da questo e da altri dati egli concluse che lo zodiaco fosse stato ideato nell'Era dei Gemelli, e cioè prima ancora che comparisse la civiltà sumerica. Una tavoletta sumerica conservata al Museo di Berlino (vAT.7847) elenca le costellazioni zodiacali cominciando da quella del Leone: ciò ci riporta indietro fino a circa l' 11000 a.C, all'epoca, cioè, in cui l'uomo cominciava appena a lavorare la terra. Il professor H.V. Hilprecht (The Babylonian Expedition of the University of Pennsylvania, «La spedizione babilonese dell'Università della Pennsylvania») si spinse ancora più in là. Dopo aver studiato migliaia di tavolette contenenti catalogazioni matematiche, egli concluse che «tutte le tavole di moltiplicazione e di divisione provenienti dalle biblioteche dei templi di Nippur e Sippar e dalla biblioteca di Assurbanipal [a Ninive] si basavano sul [numero] 12.960.000». Analizzando questo numero e il suo significato, egli concluse che poteva essere collegato solo al fenomeno della precessione, e che i Sumeri certamente erano a conoscenza del Grande Anno di 25.920 anni. Dobbiamo ammettere che si tratta di concetti di una tale ricercatezza che, per quei tempi, dovevano rasentare la fantascienza! Molti di essi, inoltre, non erano di alcuna utilità pratica a Sumer: a chi poteva interessare, per esempio, l'esatta localizzazione dell'equatore celeste, o le accurate e sofisticatissime misurazioni delle distanze interstellari? Eppure erano molti i testi che, mediante calcoli complicatissimi, cercavano di stabilire la distanza esatta tra i corpi celesti. Uno di questi testi, noto con la sigla AO.6478, elenca le 26 stelle maggiori visibili sulla linea che oggi chiamiamo Tropico del Cancro e ne stabilisce le distanze calcolandole in tre modi diversi. Il primo metodo si basa su un'unità di misura chiamata mana shukultu (letteralmente "misurato e pesato"). Si pensa che esso determinasse la distanza tra due stelle in termini di tempo, mediante un complicato meccanismo che metteva in relazione il tempo con il peso dell'acqua fuoriuscita. Il secondo metodo si fondava invece sui gradi di arco del cielo. L'intera giornata (giorno e notte) veniva divisa in dodici ore doppie. L'arco dei cieli era formato da un cerchio completo di 360 gradi. Perciò, un beru, o "ora doppia", rappresentava 30 gradi dell'arco dei cieli. In tal modo lo scorrere del tempo sulla Terra dava la misura della distanza in gradi tra due corpi celesti. Il terzo metodo di misurazione si chiamava beru ina shame ("lunghezza nei cieli") e, come puntualizzò F. Thureau-Dangin (Distances entre Etoiles Fixes, «Distanze tra stelle fisse»), forniva dati assoluti, a differenza degli altri due metodi, che si basavano invece sul raffronto con altri fenomeni. Un beru celeste, secondo Thureau-Dangin e altri studiosi, equivaleva a 10.692 metri odierni. La "distanza nei cieli" tra le 26 stelle risultava, in totale, di 655.200 "beru tracciati nei cieli". Il fatto che esistessero tre diversi metodi per misurare la distanza interstellare indica quanta importanza si attribuisse a questa materia. E tuttavia, chi mai, tra la gente di Sumer, poteva sentire il bisogno di interessarsi ad argomenti come questi, e chi sarebbe stato in grado di capire o di elaborare i complessi meccanismi di calcolo? La risposta possibile è una: solo i Nefilim avevano l'esigenza e la competenza necessaria per compiere queste complesse misurazioni astronomiche. Arrivati sulla Terra da un altro pianeta, capaci di compiere lunghi viaggi spaziali, essi erano gli unici che potevano possedere, all'alba della civiltà umana, la conoscenza astronomica che aveva richiesto millenni per evolversi, e soprattutto l'esigenza di insegnare agli uomini a copiare e a registrare meticolosamente tavole su tavole di distanze celesti, ordini e raggruppamenti di stelle, sorgere e calare del Sole, un complesso calendario Sole-Luna-Terra e tutto il resto della loro straordinaria conoscenza del Cielo e della Terra. Tutto ciò premesso, si può ancora credere che gli astronomi mesopotamici, guidati dai Nefilim, non conoscessero i pianeti al di là di Saturno, che non sapessero dell'esistenza di Urano, Nettuno e Plutone? È davvero possibile che la loro conoscenza del sistema solare, che possiamo considerare la "famiglia della Terra", fosse meno completa di quella di astri lontani, del loro ordine e delle loro distanze? Centinaia di testi giunti fino a noi dall'antichità elencano in maniera precisa e dettagliata i corpi celesti, ordinati in base alla loro posizione nel cielo, o al dio, al mese, alla terra o alla costellazione a cui erano associati. Uno di questi testi, analizzato da Ernst F. Weidner (Handbuch der Babylonischen Astronomie), è stato chiamato Il grande catalogo delle stelle: in esso sono elencate in cinque colonne decine di corpi celesti in relazione l'uno all'altro, ai mesi, ai paesi e alle divinità. Un altro testo elenca in modo impeccabile le stelle principali delle costellazioni zodiacali. Un altro testo ancora, identificato dalla sigla B.M.86378, ordinava (nella parte che ci è giunta) 71 corpi celesti a seconda della loro posizione nel cielo; e così via. Generazioni e generazioni di studiosi hanno cercato di mettere ordine in questa messe di testi, e in particolare di identificare in essi i pianeti del nostro sistema solare. I loro sforzi, però, come sappiamo, erano condannati all'insuccesso perché essi partivano dal presupposto che i Sumeri e i loro successori non sapessero che il sistema solare era eliocentrico, che la Terra non era che uno dei pianeti e che vi erano altri pianeti al di là di Saturno.Non considerando la possibilità che alcuni nomi dell'elenco di corpi celesti potessero riferirsi alla Terra stessa, e nel tentativo, invece, di applicarli tutti ai soli cinque pianeti che essi ritenevano noti ai Sumeri, gli studiosi pervennero a conclusioni confuse e contrastanti. Alcuni arrivarono
addirittura ad attribuire tale confusione non a se stessi, bensì ai Caldei, i quali, per qualche misteriosa ragione, avrebbero mischiato e scambiato i nomi dei cinque pianeti "conosciuti". I Sumeri attribuivano a tutti i corpi celesti (pianeti, stelle, costellazioni) il nome di MUL ("che brilla in alto nei cieli"). Anche il termine accadico kakkab serviva, presso i Babilonesi e gli Assiri, per designare in maniera generale qualsiasi corpo celeste. Ciò, naturalmente, non faceva che confondere ulteriormente le idee degli studiosi. Alcuni mul, tuttavia, venivano chiamati anche LU.BAD, un termine che chiaramente indicava i pianeti del nostro sistema solare. Sapendo che il termine greco che indica i pianeti significava letteralmente "vaganti", "vagabondi", gli studiosi hanno interpretato LU.BAD come "pecore vaganti", per l'unione di LU ("coloro che sono custoditi da un pastore") e BAD ("alto e lontano"). Ma adesso che abbiamo dimostrato che i Sumeri conoscevano bene la vera natura del sistema solare, converrà rivolgerci agli altri significati di BAD: "l'antico", "il fondamento", "quello dove sta la morte". Sono tutti epiteti che sembrano riferirsi al Sole: lubad, quindi, per i Sumeri non significava semplicemente "pecore vaganti", ma "pecore" delle quali il Sole era il pastore - i pianeti del sistema solare, dunque. Molti testi astronomici dell'area mesopotamica trattano della posizione e dei rapporti reciproci dei lubad: vi sono riferimenti a quelli che stanno "sopra" e a quelli "sotto", e Kugler ipotizzò, giustamente, che il punto di riferimento fosse la Terra stessa. Quasi sempre, però, dei pianeti si parlava nell'ambito di testi astronomici che avevano a che fare con MUL.MUL - un nome che lasciava molto perplessi gli studiosi. In mancanza di una soluzione migliore, l'opinione prevalente era che esso indicasse le Pleiadi, un gruppo di stelle nella costellazione zodiacale del Toro, attraverso il quale passava l'asse dell'equinozio di primavera (visto da Babilonia) intorno al 2200 a.C. I testi mesopotamici affermavano spesso che mulmul comprendeva sette LU.MASH (sette "vagabondi ben conosciuti") e gli studiosi hanno pensato che questi ultimi fossero le più brillanti fra le Pleiadi, che sono visibili a occhio nudo. Il fatto che in realtà, a seconda della classificazione utilizzata, queste stelle più brillanti siano sei o nove, e non sette, costituiva certamente un problema, ma, poiché non c'erano alternative, si preferì per il momento accantonarlo. Franz Kugler (Sternkunde und Sterndienst in Babel), che non era mai stato particolarmente convinto della soluzione delle Pleiadi, la escluse poi categoricamente quando, in un testo mesopotamico, trovò l'inequivocabile affermazione che mulmul comprendeva non soltanto "vagabondi" (pianeti), ma anche il Sole e la Luna: non era dunque possibile che il termine indicasse le Pleiadi. Nel tentativo di approfondire la questione, si imbatté poi in altri testi che affermavano a chiare lettere che "mulmul ulshu 12" ("mulmul è una fascia di 12"), dieci dei quali formavano un gruppo a sé stante. La nostra opinione è che il termine mulmul si riferisse al sistema solare e che la ripetizione della sillaba stesse a indicare il gruppo nel suo complesso, "il corpo celeste che comprende tutti i corpi celesti". Charles Virolleaud (L'Astrologie Chaléenne, «L'astrologia caldea») translitterò un testo mesopotamico (K.3558) che descrive i membri del gruppo mulmul o kakkabu/kakkabu. L'ultima riga del testo è esplicita:

Kakkabu/Kakkabu.
Il numero dei suoi corpi celesti è dodici.
Dodici sono le stazioni dei suoi corpi celesti.
Il totale dei mesi della Luna è dodici.

I testi, dunque, non lasciano dubbi: il mulmul - il nostro sistema solare - era composto da dodici membri. In realtà ciò non dovrebbe sorprenderci, poiché lo studioso greco Diodoro, spiegando le tre "vie" dei Caldei e il conseguente elenco di 36 corpi celesti, affermava che «di questi dèi celesti, dodici detengono la massima autorità; a ognuno di essi i Caldei assegnano un mese e un segno dello zodiaco». Ernst Weidner (Der Tierkreis und die Wege am Himmel) scoprì che, oltre alla via di Anu e alle sue dodici costellazioni zodiacali, alcuni testi parlavano anche della "via del Sole", composta anch'essa da dodici corpi celesti: il Sole, la Luna e altri dieci. La riga 20 della cosiddetta tavola TE affermava: «naphar 12 sheremesh ha.la sha kakkab.lu sha Sin u Shamash ina libbi ittiqu», che significa: «in totale, 12 membri [stanno nella fascia] a cui appartengono il Sole e la Luna, e dove orbitano i pianeti». A questo punto possiamo finalmente capire il significato che aveva per gli antichi il numero dodici. Il Grande Circolo degli dèi sumeri, e di tutti gli dèi olimpici dopo di loro, era formato esattamente da dodici membri: gli dèi più giovani non potevano entrarvi se qualcuno dei "vecchi" non si ritirava e, analogamente, ogni posto libero doveva essere subito riempito, perché il numero totale rimanesse sempre e comunque dodici. Il principale cerchio celeste, la via del Sole con i suoi dodici membri, costituiva il modello, e sulla base di esso anche le altre fasce celesti erano divise in dodici segmenti o contenevano dodici corpi celesti principali. Vi erano quindi dodici mesi in un anno, dodici ore doppie in un giorno. A ogni divisione di Sumer erano assegnati dodici corpi celesti come misura di buon augurio. Numerosi studi, come quello di S. Langdon (Babylonian Menologies and the Semitic Calendar, «I menologi babilonesi e il calendario semitico»), dimostrano che la divisione dell'anno in dodici mesi era, fin dall'inizio, legata ai dodici Grandi Dèi. Fritz Hommel (Die Astronomie der alten Chaldaer) e altri dopo di lui hanno poi dimostrato che i dodici mesi erano strettamente legati ai dodici segni zodiacali e che entrambi derivavano da dodici corpi celesti principali. Charles F. Jean (Lexicologie Sumérienne, «Lessicologia sumerica») scoprì infine un elenco sumerico di 24 corpi celesti, nel quale ogni costellazione zodiacale era abbinata a un membro del nostro sistema solare. In un lungo testo che F. Thureau-Dangin (Rituels Accadiens, «Rituali degli Accadi») considera un programma del tempio per la festività del Nuovo Anno, traspare in tutta la sua evidenza la considerazione quasi sacrale del numero dodici legata alla sua primaria funzione celeste. Il grande tempio, l'Esagila, aveva dodici porte. I poteri di tutti gli dèi celesti erano riversati su Marduk attraverso la recitazione, ripetuta dodici volte, del pronunciamento «Mio Signore, non è Lui il mio Signore?». Quindi veniva invocata dodici volte la misericordia del dio, e dodici volte quella della sua sposa. Il totale di 24 corrispondeva dunque alle dodici costellazioni zodiacali e ai dodici membri del sistema solare. Un cippo confinario di un re di Susa reca incisi 24 simboli di corpi celesti: i soliti dodici segni dello zodiaco più altri simboli che rappresentano i dodici membri del sistema solare e che corrispondono ad altrettante divinità astrali mesopotamiche, ma anche hurrite, ittite, greche e di tutti gli altri pantheon antichi (figura 98).
Anche se l'unità di conto più semplice e più utilizzata ai giorni nostri è il numero dieci, il dodici fu alla base di tutte le questioni celesti e divine per molto tempo, anche dopo che i Sumeri erano ormai scomparsi. I Titani greci erano dodici, come pure le tribù di Israele e le parti del magico pettorale dell'Alto Sacerdote israelita. Anche nella religione cristiana si fa sentire l'influsso di questo numero "celeste": gli apostoli di Gesù non erano forse dodici? Da dove proviene, allora, questo numero così potente? La
risposta è una sola: proviene dal cielo.Il sistema solare, infatti, includeva, oltre ai pianeti che conosciamo oggi, anche il pianeta di Anu, quello il cui simbolo - un corpo celeste radiante - indicava nella scrittura sumerica sia Anu stesso, sia il concetto generale di "divino". "Il kakkab dello Scettro Supremo è una delle pecore del mulmul', spiegava un testo astronomico. E quando Marduk usurpò la supremazia e sostituì Anu nel ruolo di divinità associata a questo pianeta, i Babilonesi dissero: «Il pianeta Marduk appare entro il mulmul». Nell'insegnare all'umanità la vera natura della Terra e dei cieli, i Nefilim informarono gli antichi sacerdoti-astronomi non solo dei pianeti che stavano al di là di Saturno, ma anche dell'esistenza del pianeta più importante, quello dal quale essi provenivano: Il "Dodicesimo Pianeta".

mercoledì 29 luglio 2015

EA-(ENKI) E LA REGIONE DELL' "EDEN"-(LA DIMORA DEI GIUSTI),NUOVO INSEDIAMENTO DOPO "ERIDU" -/- ALALU SEPOLTO SU LAHMU (MARTE)



-Con perizia Abgal guidava il carro.
Compì un circuito attorno a Kingu, la Luna, per acquistare velocità grazie ai poteri della sua rete.
Percorse mille leghe, diecimila leghe verso Lahmu, per fare rotta su Nibiru con il potere della sua rete.
Oltre Lahmu il Bracciale Martellato era come un vortice.
Con destrezza Abgal fece scintillare i cristalli di Ea, per individuare i percorsi aperti.
Su di lui vegliava con benevolenza l’occhio del Fato!
Oltre il Bracciale il carro riceveva i segnali irradiati da Nibiru: verso casa, verso casa era la direzione giusta.
Avanti, nell’oscurità, Nibiru brillava di un colore rossastro; era una visione da togliere il respiro!
Il carro era ora guidato dai segnali irradiati.
Tre volte orbitò attorno a Nibiru, per rallentare grazie alla forza della sua rete.
Avvicinandosi al pianeta, Abgal riuscì a scorgere la frattura nella sua atmosfera.
Si sentì stringere il cuore, pensava all’oro che stava trasportando.
Passando attraverso la densa atmosfera, il carro si surriscaldò, il calore era soffocante.
Con perizia Abgal dispiegò le ali del carro, arrestandone così la discesa.
Poco più in là vi era il luogo dei carri, una vista rassicurante.
Dolcemente Abgal fece discendere il carro in un luogo che i raggi avevano scelto per lui.
Aprì il portello; una grande folla era lì riunita!
Anu andò verso di lui, lo abbracciò, con calore gli diede il benvenuto.
Gli eroi si affrettarono a entrare nel carro, ne uscirono trasportando i recipienti colmi d’oro.
Li tenevano in alto, sollevati sulle loro teste.
Anu gridò parole di vittoria alla folla lì riunita: ecco la salvezza! Così diceva loro.
Abgal fu condotto al palazzo, ivi fu scortato per riposare e raccontare ogni cosa.
Loro, visione invero abbagliante, venne subito preso in consegna dai saggi.
Venne portato via per essere ridotto in polvere fine, da scagliare in alto nel cielo.
La creazione durò tutto uno Shar, un altro Shar proseguirono gli esperimenti.
Con dei razzi la polvere venne scagliata verso il cielo, con i raggi dei cristalli venne dispersa.
Laddove prima c’era la frattura, ora essa era sanata!
La gioia pervase il palazzo, ci si aspettava abbondanza nella regione.
Anu irradiava parole di elogio verso la Terra: l’oro ci dona la salvezza! Che continui l’estrazione dell’oro!
Quando Nibiru giunse nei pressi del Sole, la polvere d’oro fu disturbata dai suoi raggi.
La riparazione dell’atmosfera si attenuò, ampia la frattura si riaprì.
Anu ordinò allora ad Abgal di ritornare sulla Terra; a bordo del carro un numero ancora maggiore di eroi viaggiò.
Nelle sue viscere venne stipato un numero ancora maggiore di Ciò che Risucchia ed Espelle le Acque.
A Nungal venne ordinato di unirsi a loro nel viaggio, per essere il copilota di Abgal.
Grande fu la gioia quando Abgal ritornò a Eridu.
Molti furono i saluti e gli abbracci!
Con attenzione Ea esaminò le nuove attrezzature per l’estrazione dall’acqua.
Il sorriso era sul suo volto, ma il suo cuore era stretto in una morsa.
Nel corso di uno Shar, Nungal era già pronto a ripartire a bordo del carro.
Nelle sue viscere il carro trasportava solo pochi recipienti colmi di oro.
In cuor suo Ea già prediceva la delusione in agguato su Nibiru!
Con Alalu Ea ebbe uno scambio di opinioni; ciò che già sapevano discussero di nuovo:
Se la Terra, la testa di Tiamat, era stata troncata nella Battaglia Celeste, dov’era il collo, dove erano state tranciate le sue vene d’oro?
Dalle viscere della Terra dove sporgevano le sue vene d’oro?
A bordo della Camera Celeste Ea sorvolò montagne e vallate.
Con lo Scandaglio esaminò le terre, separate dagli oceani.
E l’indicazione continuava a essere sempre la stessa: laddove il terreno asciutto era stato separato da un altro terreno asciutto, emergevano le viscere della Terra.
Laddove la massa terrestre aveva la forma di un cuore, nella sua parte inferiore, le vene d’oro delle viscere della Terra abbondavano!
Ea chiamò la regione Abzu, Luogo Natale dell’Oro.
Allora Ea irradiò ad Anu parole di saggezza:
Di oro la Terra è invero colma; dalle sue vene non dalle sue acque l’oro si deve estrarre.
L’oro si deve estrarre dalle viscere della Terra, non dalle sue acque.
Da una regione oltre l’oceano, Abzu sarà il suo nome, si potrà ricavare oro in abbondanza!
Nel palazzo ci fu grande stupore, i saggi e i consiglieri ponderarono le parole di Ea.
Quell’oro si deve estrarre! Su questo il consenso fu unanime.
Su come ottenerlo dalle viscere della Terra, su ciò la discussione fu animata.
Nell’assemblea un principe prese la parola: era Enlil, il fratellastro di Ea.
Prima Alalu, poi Ea, suo figlio in virtù del matrimonio, avevano riposto tutte le speranze nelle acque.
Avevano fornito rassicurazioni sulla salvezza, garantita dall’oro estratto dalle acque.
Shar dopo Shar abbiamo atteso tutti noi la salvezza.
Ora ascoltiamo parole diverse, per intraprendere un compito oltremodo difficile, al di là di ogni immaginazione.
Vi è bisogno della prova delle vene d’oro, si deve assicurare un piano che garantisca il successo!
Queste parole rivolse Enlil all’assemblea; molti ascoltarono annuendo.
Che Enlil scenda sulla Terra! Così disse Anu. Che si procuri la prova, che presenti un piano.
Le sue parole saranno ascoltate, le sue parole saranno comando!
All’unanimità l’assemblea diede il consenso; la missione di Ea approvò.
Con Alalgar, suo capo luogotenente, Enlil partì alla volta della Terra; Alalgar era il suo pilota.
A ciascuno dei due uomini venne affidata una Camera Celeste.
Le parole di Anu, il re, parole di decisione vennero irradiate sulla Terra:
Enlil avrà il comando della missione, le sue parole saranno legge!
Quando Enlil giunse sulla Terra, con calore Ea abbracciò il fratellastro.
Ea accolse Enlil come un fratello accoglie il proprio fratello.
Enlil si inchinò ad Alalu, Alalu gli diede il benvenuto con parole poco calorose.
Gli eroi gridarono parole di caldo benvenuto a Enlil; grandi erano le loro aspettative dal loro comandante.
Prontamente Enlil ordinò di assemblare le camere celesti.
In una camera celeste si alzò in volo;
Alalgar, il suo capo luogotenente, era con lui come pilota.
Ea, a bordo di una camera celeste, pilotata da Abgal, mostrò loro la strada fino all’Abzu.
Compirono una ricognizione sulle terre asciutte, con attenzione perlustrarono gli oceani.
Scandagliarono le terre dal Mare Superiore fino al Mare Inferiore.
Presero nota di tutto ciò che era sopra e di tutto ciò che era sotto.
Esaminarono il suolo dell’Abzu. Vi era davvero Toro: era frammisto a terra e a rocce.
Non era raffinato come quello delle acque, in un miscuglio era nascosto.
Tornarono a Eridu; rifletterono su ciò che avevano trovato.
A Eridu devono essere affidati nuovi compiti, non può restare unica sulla Terra!
Così parlava Enlil; formulò un grande progetto, propose una grande missione: di portare più eroi, di creare più insediamenti.
Per estrarre Toro dalle viscere della Terra, per separare l’oro dal miscuglio.
Per trasportarlo a bordo di navi celesti e di carri, per assolvere compiti partendo dai Luoghi di Atterraggio.
Chi sarà responsabile degli insediamenti, chi assumerà il comando dell’Abzu?
Così Ea chiedeva ad Enlil.
Chi si assumerà il comando di una Eridu così ampliata, chi controllerà gli insediamenti?
Così parlava Alalu.
Chi assumerà il comando delle navi celesti e del Luogo di Atterraggio? Così chiedeva Anzu.
Che Anu discenda sulla Terra, che prenda lui la decisione! Così rispose Enlil.
Questo è ora il racconto di come Anu discese sulla Terra.
Di come la sorte fu tirata per Ea ed Enlil, di come a Ea venne conferito il titolo di Enki.
Di come Alalu lottò per la seconda volta contro Anu.
Anu viaggiò verso la Terra a bordo di un Carro Celeste; seguì la rotta dei pianeti.
Attorno a Lahmu Nungal, il pilota, compì un circuito; Anu lo osservò da vicino.
Attorno alla Luna, quella che un tempo era stata Kingu, orbitarono e l’ammirarono.
Si può forse trovare dell’oro anche lassù? Così in cuor suo Anu si domandava.
Il carro ammarò nelle acque accanto alle paludi.
Ea preparò barche di giunco per accoglierlo, affinché Anu arrivasse navigando.
Le camere celesti ronzavano nel cielo, offrendo un benvenuto regale.
Nella barca principale vi era Ea in persona, il primo a porgere omaggio al re, suo padre.
Al cospetto di Anu si inchinò, poi Anu lo abbracciò.
Figlio mio, mio primogenito! Con queste parole lo salutò.
Gli eroi, ordinatamente in fila, erano nella piazza di Eridu, per tributare gli onori regali al proprio sovrano.
Di fronte a loro si trovava Enlil, il loro comandante.
Si inchinò al cospetto di Anu, suo re. Anu lo strinse al petto.
Anche Alalu era lì con loro, non sapeva esattamente cosa fare.
Anu estese il saluto anche a lui.
Abbracciamoci come compagni! Così parlò ad Alalu.
Con esitazione Alalu fece un passo avanti, con Anu si abbracciarono!
Un pasto fu preparato per Anu; alla sera, Anu si ritirò in una capanna di canne per lui costruita da Ea.
Il giorno successivo, il settimo in base al conto iniziato da Ea, era di riposo.
Fu un giorno di congratulazioni e di celebrazioni, così come si conviene all’arrivo di un re.
Il giorno seguente Ea ed Enlil illustrarono ad Anu le loro scoperte.
Discussero con lui ciò che avevano fatto e ciò che ancora era da farsi.
Che io possa vedere le terre! Così disse loro Anu.
Tutti, a bordo delle camere celesti, si alzarono nei cieli, le terre, da un mare all’altro, osservarono.
Si recarono in volo fino all’Abzu, atterrarono sul suo suolo che nascondeva l’oro.
L’estrazione dell’oro sarà molto difficile! Così diceva Anu. E necessario estrarre l’oro.
Per quanto si trovi in profondità, Io dobbiamo estrarre!
Che Ea ed Enlil creino strumenti idonei allo scopo, che assegnino alcuni eroi a questo compito.
Che scoprano come separare l’oro dal terreno e dalle rocce, come portare oro puro a Nibiru!
Che sia costruito un Luogo dell’Atterraggio, che un numero maggiore di eroi venga assegnato ai compiti della Terra!
Così diceva Anu ai suoi due figli; in cuor suo pensava a stazioni di passaggio nei cieli.
Questi furono gli ordini di Anu;
Ea ed Enlil chinarono il capo in obbedienza.
Trascorsero sere e trascorsero giorni; a Eridu tutti fecero ritorno.
A Eridu tennero consiglio per assegnare compiti e mansioni.
Ea, che aveva fondato Eridu, fu il primo a parlare:
Eridu ho fondato; che vengano creati altri insediamenti nella regione.
Che la regione sia chiamata Eden, la Dimora dei Giusti. Che questo sia il suo nome.
Che io sia il comandante dell’Eden, che Enlil si occupi dell’estrazione dell’oro!
Nell’udir queste parole Enlil si infuriò; la divisione dei compiti è errata! Così disse ad Anu.
Sono il migliore nel comandare e nel far eseguire le mansioni, conoscenza delle navi celesti ho acquisito.
Ea, il mio fratellastro conosce bene la Terra e i suoi segreti.
Lui ha scoperto l’Abzu, che sia lui il Signore di Abzu!
Anu ascoltò con attenzione le parole piene di rabbia; i fratelli erano tornati a essere fratellastri. Il Primogenito e l’Erede Legittimo stavano combattendo, usando le armi come parole! Ea era il Primogenito, da Anu generato con una concubina. Enlil, in seguito, da Antu, sposa di Anu, era stato procreato. Antu era la sorellastra di Anu, perciò Enlil era l’Erede Legittimo. Il Figlio nato dopo scavalcava così il Primogenito nella successione. Anu temeva un conflitto che avrebbe messo a repentaglio l’estrazione dell’oro. Uno dei fratelli doveva fare ritorno a Nibiru, per il momento si doveva accantonare il problema della successione. Così meditava Anu in cuor suo.
Ad alta voce invece fece ai due una proposta che li colse di sorpresa: colui che dovrà fare ritorno sul trono di Nibiru, colui che comanderà l’Eden, colui che sarà il Signore di Abzu, che per noi tre, io con voi, sia la sorte a decidere! In silenzio restarono i fratelli, sorpresi nell’udir parole sì audaci. Tiriamo a sorte! Così disse Anu.
Che la decisione sia presa dal Fato! I tre, il padre e i due figli, si strinsero le mani. Tirarono a sorte, tirando a sorte si divisero i compiti: Anu avrebbe fatto ritorno a Nibiru, sul suo trono sarebbe rimasto. L’Eden fu destinato a Enlil, affinché fosse il Signore del Comando, così come indicava il suo nome. Altri insediamenti avrebbe fondato, delle navicelle spaziali e dei loro eroi sarebbe stato il responsabile. Per essere il capo di tutte le terre, fino a dove esse incontrano il limite delle acque!
I mari e gli oceani furono concessi a Ea come suo dominio. Sulle terre oltre il limite delle acque lui avrebbe comandato. Di Abzu sarebbe stato il Signore, per estrarre con ingegno l’oro. Enlil era disposto ad accettare la sorte, la mano del Fato accettò con un inchino. Gli occhi di Ea si riempirono di lacrime, non voleva separarsi da Eridu e dall’Eden. Che Eridu diventi per sempre dimora di Ea!
Così disse Anu ad Enlil. Che sia per sempre ricordato che fu lui ad ammarare per primo. Che Ea sia conosciuto come Signore della Terra; Enki, Signore della Terra, che questo sia d’ora in poi il suo titolo! Enlil accettò con un inchino le parole del padre; con queste parole si rivolse al fratello: Enki, Signore della Terra, d’ora in poi questo sarà il tuo nome; il mio sarà invece Signore del Comando. Anu, Enki ed Enlil annunciarono le decisioni agli eroi lì riuniti.
I compiti sono assegnati, il successo è imminente!
Così riferì loro Anu. Ora posso accomiatarmi da voi, a Nibiru posso fare ritorno con cuore sereno! Alalu fece un passo avanti verso Anu.
Una questione seria è stata dimenticata! Così urlò.
II dominio sulla Terra era stato assegnato a me; tale fu la promessa quando annunciai a Nibiru il ritrovamento dell’oro!
Né ho mai rinunciato ai miei diritti sul trono di Nibiru. Che Anu condivida tutto con i suoi figli, è un grave abominio! Con queste parole Alalu sfidò Anu e le sue decisioni. All’inizio Anu rimase senza parole, poi con collera così parlò: Che la controversia venga decisa da una seconda lotta, combattiamo qui, facciamolo ora! Con disdegno Alalu si tolse i vestiti; anche Anu si spogliò. In nudità i due uomini di stirpe regale iniziarono a combattersi, una lotta furente si scatenò.
Alalu piegò il ginocchio; Alalu cadde al suolo.
Anu sul petto di Alalu fece pressione con il piede, decretando in tal modo la vittoria.
La decisione fu presa con la lotta; io sono il re, Alalu non dovrà più fare ritorno a Nibiru!
Così disse Anu togliendo il piede dal petto di Alalu, ancora steso a terra.
Come un fulmine Alalu si sollevò da terra. Afferrò Anu alle gambe e lo fece cadere.
La sua bocca era spalancata, fulmineo azzannò il membro di Anu.
Il membro di Anu Alalu ingoiò!
Anu, straziato dal dolore, elevò un grido al cielo; così ferito, si accasciò al suolo.
Enki corse verso Anu che giaceva a terra;
Enlil teneva prigioniero Alalu che rideva trionfante.
Gli eroi condussero Anu alla sua capanna; parole di maledizione pronunciò contro Alalu.
Che giustizia sia fatta! Così urlava Enlil al suo luogotenente. Che Alalu sia ucciso con la tua arma che irradia!
No! No! Enki urlò con fermezza. La giustizia è già fatta dentro di lui, il veleno è già entrato nelle sue interiora!
Condussero Alalu a una capanna di canne, mani e piedi gli legarono come si conviene a un prigioniero.


Questo è ora il racconto del giudizio di Alalu; e di quanto avvenne dopo sulla Terra e su Lahmu.
Nella sua capanna di canne Anu era sofferente, Enki lo curò nella capanna di canne.
Nella sua capanna di canne era seduto Alalu, dalla bocca sputava schiuma.
Il fallo di Anu pesava come un macigno nelle sue interiora.
Del seme di Anu erano impregnate le sue interiora; il suo ventre si gonfiò come quello di una femmina in travaglio.
Il terzo giorno i dolori di Anu si placarono; il suo orgoglio era profondamente ferito.
Desidero fare ritorno a Nibiru! Così disse Anu ai suoi due figli. Prima però, che Alalu venga giudicato; che gli venga inflitta una sentenza commisurata al crimine commesso! Secondo le leggi di Nibiru sette giudici dovevano essere presenti, colui di rango più elevato avrebbe presieduto. Nella piazza di Eridu gli eroi si riunirono per assistere al processo di Alalu. Sette seggi erano stati preparati per i Sette che Giudicano; per Anu, che presiedeva, fu approntato il seggio più alto. Alla sua destra era assiso Enki; alla sua sinistra era assiso Enlil. Anzu e Nungal erano seduti alla destra di Enki;
Abgal e Alalgar erano seduti alla sinistra di Enlil. Alalu venne condotto al cospetto dei Sette che Giudicano; mani e piedi erano slegati. Enlil fu il primo a prendere la parola: in modo leale è stata condotta la lotta, Alalu aveva perso il trono di Anu. Cos’hai da dire, Alalu? Così Enki lo interrogò. In modo leale è stata condotta la lotta, ho perso il trono!
Così ripetè Alalu. Poiché era stato sconfitto, Alalu ha commesso un crimine abominevole, ha staccato con un morso e ha ingoiato il membro di Anu! Con queste parole Enlil formulò l’accusa.
Che sia punito con la morte! Così Enlil disse. Cos’hai da dire, Alalu?
Enki chiese a colui che era diventato suo padre in virtù del matrimonio. Cadde il silenzio; Alalu non rispose alla domanda. Noi tutti del crimine siamo stati testimoni! Così disse Alalgar.
La condanna deve essere commisurata al crimine commesso! Se desideri dire qualcosa, parla prima che venga emesso il giudizio!
Enki così disse ad Alalu. Alalu ruppe il silenzio, nel silenzio così parlò: Su Nibiru sono stato re, per diritto di successione ho regnato.
Anu era il mio coppiere.
Sollevò i principi, mi sfidò a una lotta.
Per nove circuiti io fui re su Nibiru, il potere sovrano apparteneva al mio seme.
Anu prese posto sul mio trono, per sfuggire alla morte compii un viaggio pericoloso fino alla Terra.
Io, Alalu, scoprii la salvezza per Nibiru sul pianeta straniero!
Mi fu promesso di fare ritorno a Nibiru per poter lealmente riconquistare il trono!
Giunse poi Ea sulla Terra; venne designato a regnare su Nibiru in virtù di un compromesso.
Giunse poi Enlil, rivendicando per sé la successione da Anu.
Poi giunse Anu, tirando a sorte ingannò Ea; proclamò Enki, Signore della Terra.
Della Terra e non di Nibiru sarebbe stato il padrone.
Poi il comando fu assegnato ad Enlil, Enki venne relegato nel lontano Abzu.
Il mio cuore era per questo molto addolorato, il mio petto scoppiava dalla vergogna e dalla rabbia.
Poi Anu posò il suo piede sul mio petto, calpestava così il mio cuore infranto!
Calò il silenzio, Anu prese la parola: ottenni il trono per seme regale e per legge, lo ottenni a seguito di lotta leale.
Con un morso hai staccato e ingoiato il mio fallo, per interrompere la mia discendenza!
Enlil parlò: l’accusato ha ammesso il crimine, che sia emessa la sentenza.
Che la punizione sia la morte!
Morte! Così disse Alalgar. Morte! Così disse Abgal. Morte! Così disse Nungal.
La morte colpirà comunque Alalu, ciò che ha ingoiato ed è nelle sue interiora gli porterà la morte! Così disse Enki.
Che Alalu resti in prigione sulla Terra, fino alla fine dei suoi giorni! Così disse Anzu.
Le loro parole Anu in cuor suo ponderava: il suo animo era combattuto tra collera e pietà.
Morirà in esilio, che questa sia la sua condanna! Così disse Anu.
Con grande stupore i giudici si guardarono.
Riflettevano su quanto Anu aveva appena detto.
L’esilio non dovrà essere né su Nibiru, né sulla Terra! Così disse Anu.
Lungo la rotta c’è il pianeta Lahmu, che di acque e di atmosfera è dotato.
Enki, come Ea, fece una pausa.
Avevo pensato a quel pianeta come a una stazione di passaggio.
La forza della sua rete è minore di quella della Terra, vantaggio da valutare con saggezza.
A bordo del Carro Celeste Alalu verrà portato.
Quando partirò dalla Terra, compirà il viaggio con me.
Compiremo circuiti attorno al pianeta Lahmu, doneremo ad Alalu una camera celeste.
Verrà fatto discendere sul pianeta Lahmu.
Da solo sarà in esilio su di un pianeta sconosciuto.
In solitudine conterà i suoi giorni fino all’ultimo!
Così pronunciò il giudizio Anu, le parole vennero ascoltate solennemente.
All’unanimità il giudizio su Alalu fu emesso, alla presenza degli eroi fu pronunciato.
Che Nungal sia il mio pilota fino a Nibiru, perché da lì possa pilotare i carri che trasporteranno altri eroi sulla Terra.
Che Anzu si unisca al viaggio, che sia incaricato della discesa su Lahmu!
Questo fu il comando di Anu.
Per il giorno seguente fu approntata la partenza; tutti coloro che partivano vennero condotti al carro a bordo di imbarcazioni.
Devi preparare un luogo di atterraggio sulla terraferma! Così disse Anu a Enlil.
Dovresti fare progetti per utilizzare Lahmu come Stazione di Passaggio!
Vi furono addii, permeati sia di gioia che di dolore.
Zoppicando Anu si imbarcò sul carro, con le mani legate Alalu entrò nel carro.
Poi il carro si innalzò verso i cieli e la visita reale giunse così al termine.
Compirono un circuito attorno alla Luna; Anu alla sua vista rimase incantato.
Viaggiarono verso Lahmu dal colore rossastro; due volte vi orbitarono intorno.
Scesero poi verso il pianeta sconosciuto, notarono squarci sulla sua superficie e montagne alte fino a toccare il cielo.
Osservarono il luogo dove una volta il carro di Ea era atterrato; si trovava accanto a un lago.
Rallentati dal potere della rete di Lahmu, all’interno del carro prepararono la camera celeste.
Anzu, il pilota, così inaspettatamente parlò ad Anu:
Discenderò sul suolo di Lahmu insieme ad Alalu.
Non desidero fare ritorno sul carro a bordo della camera celeste!
Resterò al fianco di Alalu sul pianeta sconosciuto; lo proteggerò fino alla sua morte.
Quando morirà per il veleno che è nelle sue interiora, lo seppellirò come si conviene a un re!
Per quanto mi riguarda, il mio nome diventerà così famoso:
Anzu, diranno, a dispetto delle circostanze, fu compagno di un re in esilio.
Ha visto cose mai vedute da altri, su di un pianeta inesplorato ha affrontato cose sconosciute!
Anzu, diranno fino alla fine dei tempi, è caduto da eroe!
C’erano lacrime negli occhi di Alalu, vi era stupore nel cuore di Anu.
Che il tuo desiderio venga esaudito, disse Anu ad Anzu. Qui, ora, ti faccio una promessa.
Ti giuro così con la mano alzata:
La prossima volta che un carro orbiterà intorno a Lahmu, la sua nave celeste discenderà fino a te.
Se ti troverà ancora vivo, sarai proclamato Signore di Lahmu.
Quando verrà creata una Stazione di Passaggio su Lahmu, ne sarai il comandante!
Anzu piegò il capo. Che così sia! Rispose ad Anu.
Alalu ed Anzu entrarono nella camera celeste.
Vennero consegnati loro gli Elmetti d’Aquila e i Vestiti da Pesce; cibo e strumenti vennero loro forniti.
La nave celeste lasciò così il carro orbitante, dal carro venne seguita la sua discesa.
Poi sparì alla vista e il carro proseguì il suo viaggio fino a Nibiru.
Per nove Shar Alalu era stato re su Nibiru, per otto Shar aveva comandato su Eridu.
Nel nono Shar il suo destino fu quello di morire in esilio su Lahmu.

Questo è ora il racconto del ritorno di Anu a Nibiru; e di come Alalu venne sepolto su Lahmu, di come Enlil sulla Terra costruì un Luogo dell’Atterraggio.
Su Nibiru un caldo benvenuto fu tributato ad Anu. Al consiglio e ai principi Anu raccontò quanto era accaduto. Non cercò da loro né pietà, né vendetta. Per poter discutere i compiti che li attendevano, diede loro informazioni. Illustrò un grande progetto a tutti coloro che erano lì riuniti: creare delle stazioni di passaggio tra Nibiru e la Terra, così da racchiudere tutta la famiglia del Sole in un solo regno! La prima sarebbe stata costruita su Lahmu, anche la Luna doveva essere inclusa nei progetti.
Costruire stazioni sugli altri pianeti o sulle loro schiere orbitanti.
Una carovana costante di carri da rifornire e proteggere.
Trasportare senza interruzioni l’oro dalla Terra a Nibiru, forse scoprire Toro anche su altri pianeti!
I principi, i consiglieri, i saggi presero in esame il progetto di Anu.
Tutti loro videro nel progetto una promessa di salvezza per Nibiru.
I saggi e i comandanti perfezionarono la conoscenza degli dèi celesti.
Ai carri e alle navi celesti venne aggiunto un nuovo tipo di navicella spaziale.
Eroi vennero selezionati per il compito; molto vi era da apprendere per assolvere a questo compito.
I progetti vennero irradiati a Enki e a Enlil, venne detto loro di accelerare i preparativi sulla Terra.
Sulla Terra vi furono molte discussioni su ciò che era successo e su ciò che doveva ancora essere fatto.
Enki nominò Alalgar Supervisore di Eridu, poi diresse i propri passi verso l’Abzu.
Stabilì dove estrarre Toro dalle viscere della Terra.
Calcolò quanti eroi fossero necessari per il compito, riflettè sulla scelta degli strumenti necessari:
Con ingegno Enki progettò uno Spaccaterra, domandò che fosse costruito su Nibiru.
Per poi usarlo per incidere la Terra, per raggiungere le sue viscere con dei tunnel.
Progettò anche Ciò Che Frantuma e Ciò Che Schiaccia, perché fossero costruiti su Nibiru per l’Abzu.
Chiese ai saggi di Nibiru di ponderare anche altre questioni.
Elencò le esigenze degli eroi nel campo della salute e del benessere.
I circuiti veloci della Terra disturbavano gli eroi.
I cicli veloci di giorno e di notte causavano loro vertigini.
L’atmosfera, pur se buona, era carente di alcune cose, in altre, invece, abbondava.
Gli eroi si lamentavano della scarsa varietà di cibo.
Enlil, il comandante, soffriva a causa del calore del Sole sulla Terra, bramava refrigerio e ombra.
Mentre Enki faceva preparativi nell’Abzu, a bordo della nave celeste Enlil esplorava le dimensioni dell’Eden.
Prese nota delle montagne e dei fiumi, misurò vallate e pianure.
Cercava un posto idoneo al Luogo dell’Atterraggio, un luogo per le navicelle spaziali.
Enlil, afflitto dal calore del Sole, cercava un luogo di refrigerio e ombra.
Fu attirato dalle montagne coperte di neve sul versante nord dell’Eden.
Gli alberi, più alti di quanto avesse mai visto prima, crescevano in una foresta di cedri.
Lì, su una valle montuosa, irradiò i raggi per appiattirne la superficie.
Dal fianco della montagna gli eroi cavarono grandi pietre e le tagliarono.
Le portarono e le sistemarono per sostenere la piattaforma per le navi spaziali.
Compiaciuto Enlil ammirò l’opera.
Era stato compiuto invero un lavoro immane, una struttura eterna era stata creata!
Il suo desiderio, però, era una dimora per sé, sulla cima della montagna.
Dagli alti alberi della foresta di cedro, vennero ricavate lunghe travi.
Decretò di usarle per la costruzione di una dimora a lui destinata: la Dimora della Vetta del Nord, così la chiamò.
Su Nibiru, venne preparato un nuovo Carro Celeste, pronto ad alzarsi nei cieli.
Trasportava nuovi razzi spaziali, navi spaziali e tutto quanto Enki aveva progettato.
Portava un gruppo di nuovi eroi da Nibiru; fra di loro erano state scelte anche alcune femmine.
Erano al comando di Ninmah, la Signora Sublime; nell’arte del soccorso e delle cure mediche erano addestrate.
Ninmah, la Signora Sublime, era una figlia di Anu; di Enki ed Enlil era sorellastra, non sorella.
Conosceva a fondo il soccorso e la medicina, nel curare i malanni eccelleva.
Prestò molta attenzione alle lamentele che provenivano dalla Terra, una cura preparò!
Nungal, il pilota, seguì la rotta dei carri che lo avevano preceduto, rotta registrata sulle Tavole dei Destini.
Sano e salvo il Carro Celeste raggiunse il dio Lahmu, compì un circuito del pianeta, lentamente discese sulla sua superficie.
Un gruppo di eroi seguì una luce fioca; Ninmah era con loro.
Nei pressi di un lago trovarono Anzu; dal suo elmetto si irradiavano i segnali.
Anzu giaceva immobile; prostrato, giaceva come morto.
Ninmah ne toccò il volto, al suo cuore rivolse la sua attenzione.
Dalla sua sacca estrasse l’Impulso; lo fece pulsare in direzione del cuore di Anzu.
Dalla sua sacca estrasse il Lampo, verso il suo corpo diresse le emissioni dei suoi cristalli che donano la vita.
Sessanta volte Ninmah diresse l’Impulso, sessanta volte diresse il Lampo.
La sessantesima volta Anzu aprì gli occhi, mosse le labbra.
Dolcemente sul suo volto Ninmah versò l’Acqua della Vita, con essa gli inumidì le labbra.
Dolcemente gli mise in bocca il Cibo della Vita.
Accadde allora il miracolo:
Anzu si risvegliò dal mondo dei morti!
Gli chiesero allora di Alalu; della sua morte Anzu riferì loro.
Li condusse a una grande roccia, che dalla pianura si levava verso il cielo.
Lì raccontò loro quanto era accaduto: subito dopo l’atterraggio Alalu aveva iniziato a urlare per il dolore insopportabile.
Sputava le interiora dalla bocca; in agonia scrutava oltre la parete!
Così iniziò loro a raccontare Anzu.
Li condusse a una grande roccia, che si stagliava contro il cielo come una montagna che si leva dalla pianura.
Nella grande roccia trovai una grotta, ivi il cadavere di Alalu vi nascosi.
Ne sbarrai l’ingresso con delle pietre; così narrava loro Anzu.
Lo seguirono fino alla roccia, rimossero le pietre, entrarono nella grotta.
All’interno trovarono i resti di Alalu.
Colui che un tempo aveva regnato su Nibiru, era ora ridotto a un mucchio di ossa!
Per la prima volta nei nostri annali, un re non è morto a Nibiru, su Nibiru non è stato sepolto!
Così disse Ninmah. Lasciamolo riposare in pace per l’eternità! Così disse.
Poi sbarrarono di nuovo l’ingresso della caverna con le pietre!
Sulla grande montagna rocciosa scolpirono con i raggi l’immagine di Alalu.
Lo ritrassero con un Elmetto d’Aquila, il volto scoperto.
Che l’effige di Alalu guardi per sempre verso Nibiru, dove regnò.
Verso la Terra il cui oro egli ha scoperto!
Così Ninmah, la Signora Sublime, dichiarò in nome di Anu, suo padre.
Per quanto riguarda te, Anzu, Anu il re, manterrà quanto ti ha promesso!
Venti eroi resteranno per sempre con te, per cominciare a costruire la Stazione di Passaggio.
Navicelle spaziali dalla Terra porteranno qui il metallo prezioso.
Da qui Carri Celesti trasporteranno poi l’oro fino a Nibiru.
Centinaia di eroi costruiranno la loro dimora su Lahmu.
Tu, Anzu, ne sarai il comandante!
Così si rivolse la Grande Signora ad Anzu, in nome di suo padre Anu. Ti devo la vita, Grande Signora! Così esclamò Anzu.
La mia gratitudine per Anu non avrà limiti! Il carro partì dal pianeta Lahmu; il suo viaggio proseguì verso la Terra.

I POPOLI DEL MARE

I Popoli del Mare sarebbero una presunta confederazione di predoni del mare provenienti dall'Europa meridionale, specialmente dall'Egeo, che navigando verso il Mar Mediterraneo orientale sul finire dell'età del bronzo invasero l'Anatolia, la Siria, Palestina, Cipro e l'Egitto.
Nonostante la loro origine e la loro storia rimanga in gran parte avvolta nel mistero, i "Popoli del Mare" sono documentati dalle fonti scritte egizie durante la tarda Diciannovesima Dinastia e in particolare durante l'ottavo anno di regno di Ramses III, della Ventesima Dinastia, quando tentarono di entrare in controllo del territorio egizio. Nella Grande iscrizione di Karnak il faraone egizio Merenptah parla di "nazioni (o popoli) stranieri del mare" (in egiziano n3 ḫ3s.wt n<.t> p3 ym).

Iscrizione di Medinet Habu - Ramesse III vittorioso sui Popoli del mare
Le tavolette egee in lineare B di Pylos risalenti alla tarda età del bronzo dimostrano la diffusione, in quel periodo storico, di bande di guerrieri mercenari e le migrazioni di popolazioni (alcuni autori si sono chiesti quali fossero i motivi). Tuttavia la precisa identità di queste "popolazioni del mare" è ancora un enigma per gli studiosi. Alcuni indizi suggeriscono invece che per gli antichi egizi l'identità e le motivazioni di queste popolazioni non erano sconosciute. Infatti molte avevano cercato ingaggio presso gli Egiziani o avevano intrattenuto relazioni diplomatiche con essi a partire almeno dalla media età del bronzo. Per esempio alcuni Popoli del Mare, come gli Shardana, furono utilizzati come mercenari dal faraone Ramses II.

I documenti antichi
L'obelisco di Biblo: La prima menzione di queste genti compare nell'obelisco di Biblo databile dal 2000 al 1700 a.C. dove viene nominato Kwkwn figlio di Rwqq, transliterato Kukunnis figlio di Lukka.
Obelisco di Biblo
Lettere di Amarna: I Lukka appaiono nuovamente, assieme agli Shardana, molto più tardi nelle lettere di Amarna (forse di Amenofi III o suo figlio Akhenaton) attorno alla metà del XIV secolo a.C. Le lettere ad un certo punto riferiscono di uno Shardana, apparentemente un mercenario rinnegato, e in un altro punto di tre Shardana che sono stati uccisi da una guardia egizia. I Dauna sono menzionati in un'altra lettera ma solamente in un passaggio dove viene riferita la morte del loro re. I Lukka sono accusati, assieme ai Ciprioti di attaccare gli Egiziani mentre gli stessi Ciprioti smentiscono affermando che i loro villaggi sono stati razziati dai Lukka.

Regno di Ramses II:  Nel secondo anno del suo regno, Ramses II sconfisse gli Shardana nel delta del Nilo e catturò alcuni dei pirati. Un'iscrizione di Ramses nella stele di Tanis, dove si menzionano le incursioni degli Shardana e la loro cattura, testimonia dei continui pericoli che questi predoni apportavano alle coste egizie:
 
« I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli»
Gli Shardana vennero successivamente incorporati nell'esercito egiziano per servire lungo la frontiera con gli Ittiti e vennero quindi coinvolti nella battaglia di Qadesh.

Ramesses II
 

Regno di Merenptah: Il maggiore evento del regno del faraone Merenptah (1213-1203 a.C.) fu la battaglia contro la cosiddetta confederazione "dei Nove Archi" a Perire, nel delta occidentale del Nilo, fra il quinto e sesto anno del suo regno. Il saccheggio compiuto da questa confederazione era stato così grave che la regione era stata "abbandonata come terreno per il pascolo del bestiame, ed era desolata come ai tempi degli antenati". Il Faraone narra la guerra in quattro iscrizioni: la Grande iscrizione di Karnak, che racconta la battaglia, l'obelisco del Cairo, la stele di Atribis, dove è leggibile una versione riassuntiva dell'iscrizione di Karnak, e una stele trovata a Tebe, la stele di Merenptah, che descrive la pace successiva alla vittoria. Le iscrizioni ci riferiscono che tra la confederazione dei Nove Archi, composta in parte da tribù libiche che avevano il comando dell'operazione, vi erano un certo numero di Popoli del Mare tra cui gli Ekwesh, i Teresh, i Lukka, gli Shardana e gli Shekelesh.
Merenptah afferma che sconfisse gli invasori in appena sei ore, uccidendo 6.000 soldati e facendo 9.000 prigionieri. Sulla Stele di Merenptah viene menzionata un'altra spedizione militare condotta da Merenptah verso la terra di Canaan dove sono citati per la prima volta gli Ysrỉr ossia gli Israeliti.
 

Lettere di Ugarit: I Popoli del Mare vengono citati in quattro lettere scoperte a Ugarit, città distrutta attorno a 1180 a.C. durante il regno di Hammurabi (1191-1182 a.C.). Le lettere risalgono alla prima metà del XII secolo a.C. La lettera RS 34. 129 è stata scoperta nella zona meridionale della città; venne inviata dal re ittita Suppiluliuma II al prefetto della città; questa lettera ingiunge la restituzione di tale Ibnadushu che era stato rapito dagli Shikala (probabilmente i Shekelesh "che vivevano sulle navi"); il significato della lettera è controverso, ma sembra che si tratti di un qualcosa collegato all’attività di intelligence del grande impero anatolico. Altre tre lettere (la RS L1, RS 20. 238 e la RS 20.18) afferiscono a una corrispondenza tra il re di Ugarit Hammurabi e quello di Cipro Eshuwara; dalla lettura si deduce che il re di Ugarit avverte i ciprioti dell’avvistamento in mare di venti imbarcazioni nemiche di cui si chiede la localizzazione. Nessuno dei due paesi fu in grado di contenere le devastazioni attuate dai Popoli del Mare, come dimostrato da un’altra lettera scoperta dagli archeologi (RS 18. 147):

« Al tempo di mio padre furono avvistate le prime navi dei nemici: ogni città fu bruciata e malvagità furono condotte in tutto il mio paese. Non sa forse mio padre che tutte le mie truppe e i miei carri si trovano nella terra di Hatti e che tutte le mie navi si trovano nella terra dei Lukka? Così il paese è abbandonato a sé. Mio padre possa sapere che sette navi nemiche sono giunte sin qui che hanno inflitto gravi danni.»
In un’ulteriore lettera Hammurabi chiede soccorso al viceré di Carchemish, sopravvissuto alle invasioni dei Popoli del Mare, e quest’ultimo non poté fare altro che limitarsi a rispondergli con dei consigli:
« Le navi del nemico sono state viste in mare! È bene rimanere ben saldi. Nello specifico, dove si trovano le truppe e i carri? Non sono forse essi dislocati nelle vicinanze della città? Sono invece forse alle spalle del nemico per circondarlo? Circonda la città con dei bastioni e fai entrare in città le truppe e i carri incoraggiandoli ad attendere il nemico con grande risolutezza. »




Regno di Ramses III:  Ramses III, il secondo re della Ventesima Dinastia, che regnò per più della metà del XII secolo a.C., si trovo a contrastare un'altra ondata di invasioni da parte dei Popoli del Mare (la più documentata) nel suo ottavo anno di regno. Il faraone narra questa vicenda in un lunghe iscrizione nel tempio di Medinet Habu:

« Le nazioni straniere (Popoli del Mare) hanno messo a punto una cospirazione presso le loro isole. Improvvisamente essi hanno abbandonato le loro terre e si sono gettate nella mischia. Nessuno poteva resistere alle loro armi: da Hatti, a Qode, a Cherchemish, ad Arzawa e Alashiya, tutte furono distrutte allo stesso tempo. Un campo militare fu da loro insediato in Amurru; qui essi fecero strage della gente del posto e la terra fu lasciata in uno stato di desolazione come se non fosse mai stata abitata. Quindi essi si diressero verso l’Egitto dove era stato innescato il focolaio della rivolta. La loro confederazione era composta dai Pelaset, dagli Tjeker, dagli Shekelesh, dai Denyen e dagli Weshesh. Essi misero le proprie mani sulla terra che si stendeva, mentre i loro cuori confidavano che il piano sarebbe andato in porto» 
 
Il tempio di Ramses III a Medinet Habu
 
Il fatto che varie civiltà tra cui la civiltà Ittita, Micenea e il regno dei Mitanni scomparvero contemporaneamente attorno al 1175 a.C. ha fatto teorizzare agli studiosi, che ciò fu causato dalle invasioni dai Popoli del Mare. I resoconti di Ramses sulle razzie dei Popoli del Mare nel mediterraneo orientale sono confermati dalla distruzione di Hatti, Ugarit, Ashkelon e Hazor.
È da notare che queste invasioni non erano soltanto della operazioni militari ma erano accompagnate da grandi movimenti di popolazioni per terra e mare, alla continua ricerca di nuove terre in cui insediarsi.

Teorie sull'origine dei "Popoli del mare"


Shardana - Sherden:  Gli Shardana sono citati per la prima volta dalle fonti egizie nelle lettere di Amarna (1350 a.C. circa) durante il regno di Akhenaton. Compaiono poi durante il regno di Ramses II, Merenptah e Ramses III con i quali ingaggiarono numerose battaglie navali. 520 Shardana fecero parte della guardia reale del faraone Ramses II durante la battaglia di Qadeš e, sempre in qualità di mercenari, furono stanziati in colonie in Medio e Alto Egitto fino alla fine dell'età ramesside come testimoniato da vari documenti amministrativi databili al regno di Ramses V e di Ramses XI.
Nella raffigurazione utilizzano lunghe spade triangolari, pugnali, lance e uno scudo tondo. Il gonnellino è corto, sono dotati di corazza e di un elmo provvisto di corna. Le generiche similitudini fra il corredo bellico dei guerrieri Shardana e quello dei nuragici della Sardegna, nonché l'assonanza del nome Shardana con quello di Sardi-Sardegna, hanno fatto ipotizzare, ad alcuni, che gli Shardana fossero una popolazione proveniente dalla Sardegna o che si fosse insediata nell'isola in seguito alla tentata invasione dell'Egitto.
Guerrieri Shardana rappresentati nel tempio di Medinet Habu
Šekeleš: Un tempo anche scritto Sakalasa o, più correttamente, Shakalasha (Shklsh). Sono stati associati ai Siculi, popolazione indoeuropeea che si stanziò nella tarda età del bronzo in Sicilia orientale scacciando verso occidente i Sicani. Un'origine egeo-anatolica è comunque più probabile.
 
 
Peleset: Sono identificabili con la popolazione dei Filistei, documentata anche nella Bibbia, secondo cui provenivano da Kaftor, forse identificabile con Creta. I Filistei si insediarono sul finire dell'età del bronzo in Palestina dove costituirono varie città-stato; i ritrovamenti archeologici farebbero ipotizzare un'origine egea di questa popolazione, probabilmente micenea.


I Peleset o Filistei sono raffigurati con il caratteristico elmo piumato

Zeker o Tjeker: Menzionati anche dai documenti ittiti sembrano costituire insieme ai Peleset un gruppo omogeneo, distinti solo in quanto dediti alle attività marinare. Sono stati anche messi in relazione con i Teucri


Libu: I Libu, popolo identificato con nome Libici, si insediarono sotto la Cirenaica. Nelle rappresentazioni Egizie i "Libu/i" , vengono rappresentati con caratteristiche somatiche "europee" , carnagione rosea, occhi chiari e barba biondiccia (forse di derivazione Mechta-Afalou).

Libu

Lukka: Dovevano occupare la costa meridionale dell'Anatolia e l'isola di Cipro ed erano considerati nei documenti ittiti un vero e proprio stato con dominio sul mare. Successivamente si stanziarono forse nella regione anatolica della Licia. Con i Licii stessi vengono identificati, e si tratterebbe allora di una popolazione greco-indoeuropea. Il nome di tale popolazione viene fatto derivare dalla radice indoeuropea *leuk- *luk- ("luce")





Eqweš o Akawaša:  Forse identificabili con gli Ahhiyawa degli archivi ittiti di Ḫattuša e Ugarit, ossia probabilmente gli "Achei", micenei di stirpe greca, che dovevano essersi già stabiliti sulla costa occidentale dell'Anatolia: la Millawanda dei testi ittiti potrebbe essere identificata con Mileto, mentre Wiluša indicherebbe forse Ilio, Troia. Un ostacolo a questa identificazione tra Eqweš e Ahhiyawa, o Achei, consiste tuttavia nel fatto che i primi sembra praticassero la circoncisione e che quest'uso è piuttosto insolito tra le popolazioni indoeuropee, di cui gli Achei fanno parte.  
Tereš o Turša:  Popolo di stirpe probabilmente non indoeuropea oppure egeo-ellenica, stanziato nella parte settentrionale dell'Anatolia, sembrano collegati ai Tirsenoi o "Tirreni", ossia agli Etruschi. Questa identificazione sembra avvalorare il racconto di Erodoto circa l'origine anatolica di questo popolo, ma soprattutto la mitica parentela degli Etruschi con i Troiani cantata da Virgilio nell’Eneide. Rapporti dei Tirreni o Etruschi col mondo Mediterraneo orientale dell'isola di Lemno (che si trova a poche miglia dinanzi a Troia) sembrerebbero esistere in seguito al ritrovamento della cosiddetta Stele di Lemno, un'iscrizione rinvenuta nel 1885, in cui è attestata la Lingua lemnia un dialetto simile all'etrusco. Tale stele è comunque al vaglio degli studiosi in quanto sembrerebbe ascrivibile al VI secolo a.C. In alternativa alcuni studiosi mettono in relazione il loro nome con l'ebraico Taršiš e con l'iberico Tartessos. Tuttavia dei Tirreno-Etruschi, nei testi d'epoca Miceneo-Ittita e nei poemi classici Odissea e Iliade, non si trova traccia

Danuna o Denyen: Di provenienza anatolica, è stata proposta una loro identificazione con i Dauni e i Danai, altro nome dei Micenei di stirpe greca
 

Wešeš: Forse in relazione con la città di Wiluša, che a sua volta è forse identificabile con Troia.


L'egittologa Alessandra Nibbi sostenne a partire dal 1972 che l'identificazione dei popoli chiamati Popoli del Mare derivasse da una non corretta lettura delle fonti egizie, in particolare della grande iscrizione di Karnak.Ad esempio, nella sua pubblicazione The Sea-Peoples: A Re-examination of the Egyptian Sources (1972), dimostra che con il concetto "grande verde" i testi egizi non intendevano indicare il mare, bensì il Delta del Nilo, facendo riferimento alla vegetazione lussureggiante Inoltre, dimostra che non vi erano sufficienti elementi a supporto della tesi che identifica i popoli elencati nella Grande iscrizione di Karnak con i cosiddetti Popoli del mare.

(Fonti Web)


SHARDANA

Gli Shardana (o Sherden) erano una delle popolazioni, citate dalle fonti egizie del II millennio a.C., facenti parte della coalizione dei popoli del mare; la loro presumibile identificazione con gli antichi Sardi è, al momento, oggetto di dibattito archeologico.
Gli Shardana rappresentati a Medinet Habu
La più antica menzione del popolo chiamato Šrdn/Srdn-w, più comunemente detto Shardana o Sherden, si trova nelle lettere di Amarna, corrispondenze fra Rib-Hadda di Biblo e il faraone Akhenaton, databili al 1350 a.C. circa. In questo periodo appaiono già come pirati e mercenari, pronti ad offrire i loro servizi ai signori locali. Nel 1278 a.C., Ramses II sconfisse gli Shardana che avevano tentato di saccheggiare le coste egiziane assieme ai Lukka (L'kkw, forse identificabili in seguito con i Lici) e i Shekelesh (Šqrsšw), in uno scontro navale lungo le coste del Mediterraneo (nei pressi del Delta Egiziano). Il faraone successivamente arruolò questi guerrieri nella sua guardia personale.
Un'iscrizione di Ramses II incisa in una stele ritrovata a Tanis, descrive le loro incursioni e il pericolo costante che la loro presenza portava alle coste egiziane:
 

« I ribelli Shardana che nessuno ha mai saputo come combattere, arrivarono dal centro del mare navigando arditamente con le loro navi da guerra, nessuno è mai riuscito a resistergli»
 
Gli Shardana sono poi citati nell'iscrizione di Qadesh, dove è riportato che 520 Shardana fecero parte della guardia personale del faraone nella battaglia di Qadesh fra Egizi ed Ittiti. Gli Shardana facenti parte della guardia reale sono rappresentati con il tipico elmo cornuto sul quale è presente nel mezzo una sorta di sfera o palla, lo scudo è tondo mentre le spade in dotazione sono del tipo Naue II.
Anni dopo, una seconda ondata di popoli del mare, e tra essi anche gli Shardana, venne respinta dal figlio di Ramses II, Merenptah. In seguito Ramses III venne impegnato in un'importante battaglia con gli stessi il cui resoconto è raffigurato presso il tempio di Medinet Habu a Tebe. Gli Shardana sconfitti vennero quindi catturati e arruolati nell'esercito del faraone:

« I Shardana e i Wešeš del mare fu come se non esistessero, catturati tutti insieme e condotti prigionieri in Egitto, come la sabbia della spiaggia. Io li ho insediati in fortezze, legati al mio nome. Le loro classi militari erano numerose come centinaia di migliaia. Io ho assegnato a tutti loro razioni con vestiario e provvigioni dai magazzini e dai granai per ogni anno »
(dal Papiro Harris)

 
Un'opera egiziana redatta intorno al 1100 a.C., l'onomastico di Amenemope, documenta la presenza degli Shardana nella Palestina. Dopo la sconfitta subita dal faraone Ramses III, infatti, quest'ultimi, insieme ad altri Popoli del mare, sarebbero stati autorizzati a stanziarsi in tale territorio, comunque sottoposto al dominio egiziano. In particolare, il territorio occupato dagli Shardana sarebbe sostanzialmente quello indicato dalla Bibbia come appartenente alla tribù israelitica di Zabulon, dove compare anche un centro abitato denominato Sarid (Giosuè, 10 e 12); secondo un'altra interpretazione i loro domini nell'area erano invece ben più ampi.
La presenza degli Shardana in Medio e Alto Egitto in varie colonie è attestata in alcune fonti papiracee del regno di Ramses V e di Ramses XI. È ipotizzabile che alla fine dell'età ramesside gli Shardana si siano gradualmente amalgamati alla popolazione egiziana con conseguente perdita del loro status di mercenari alla fine dell'età libica.
 
Guardia Shardana al servizio del faraone
 
Il problema dell'area di origine o di eventuale destinazione del popolo degli Shardana sorse a partire dal XIX secolo. Nessuna menzione degli Shardana è mai stata rinvenuta in documenti greci o ittiti fatto che complica il lavoro degli studiosi. Nel corso dei decenni sono state proposte varie ipotesi, fra queste due sono quelle più ricorrenti:
  • Gli Shardana provenivano dal mediterraneo occidentale e sarebbero identificabili con le popolazioni nuragiche della Sardegna
  • Gli Shardana, provenienti dal mediterraneo orientale, si insediarono in Sardegna a seguito della tentata invasione dell'Egitto
Tuttavia l'Egittologo Giacomo Cavillier (a capo del progetto Shardana del Centro Studi Champollion) sulla base dei dati raccolti in Egitto ritiene che allo stato attuale delle ricerche (2008) non sia possibile teorizzare origine e destinazione delle genti Shardana, stante la loro caratteristica di interagire con alcune delle principali aree culturali del Vicino Oriente Antico (Egitto, Siria, Palestina, Fenicia, Egeo) e, gradualmente, di assimilarne le peculiarità per poter sopravvivere.

Tesi della provenienza sarda
L'archeologo australiano Vere Gordon Childe, rifacendosi anche alle ricerche di Antonio Taramelli, sostenitore della provenienza occidentale degli Shardana , nella sua opera The Bronze Age (1930) notò che:

« Nei santuari nuragici e nei ripostigli troviamo una straordinaria varietà di statuette votive e modelli in bronzo. Figure di guerrieri, crude e barbariche nella loro esecuzione ma piene di vita, sono particolarmente comuni. Il guerriero era armato con un pugnale e con arco e frecce o con una spada, coperto da un elmo con due corna e uno scudo circolare. L'abbigliamento e l'equipaggiamento non lasciano dubbi sulla sostanziale identità tra i fanti sardi e i corsari e mercenari rappresentati nei monumenti egiziani come "Shardana". Allo stesso tempo numerose barchette votive, anch'esse in bronzo, dimostrano l'importanza del mare nella vita della Sardegna. »
 
L'italiano Massimo Pallottino, a proposito dell'accostamento fra Shardana e Sardi nuragici scrive:
 
« Un’eventuale partecipazione dei Sardi ai sommovimenti etnico-politici dello scorcio del millennio, onde ebbero fine il sistema dei grandi regni orientali e la civiltà egea, quale sarebbe indicata dalla possibile ma tuttavia incerta testimonianza dei documenti relativi ai Sherdani (ed anche dalla leggenda riecheggiante in Simonide circa una guerra tra i Sardani e i Cretesi), potrebbe almeno inizialmente inquadrarsi nell’ambito dei rapporti tra gli abitatori dell’isola e i Libici, che sappiamo nel XIII secolo coalizzati con i popoli dell’Egeo contro l’Egitto. »
 
e ancora circa l'ipotesi di una colonizzazione dell'isola da parte di popolazioni orientali nella tarda età del bronzo:
 
« Benché tale ipotesi sia stata più volte affacciata, mancano assolutamente le prove. Il quadro delle conoscenze attuali ci orienterebbe anzi ad escluderla in maniera piuttosto recisa>>
 
Giovanni Lilliu, pur non addentrandosi in profondità sull'argomento constatò che:

« I secoli nei quali si svolgono le vicende dei Sherdanw e dei confederati, che vogliono espandersi per contrastare l’egemonia della potenza faraonica, sono quelli che vedono le comunità nuragiche guidate dai loro principi toccare il massimo splendore nell’architettura e sviluppare un consistente e organizzato vivere civile, economicamente prospero. . »
 
Bronzetto sardo raffigurante un guerriero equipaggiato con scudo tondo, elmo cornuto e gonnellino
 
Più recentemente (2005) l'archeologo Giovanni Ugas ha riproposto identificazione degli Shardana con le popolazioni sardo-nuragiche, in particolare con la tribù degli Iliensi dimoranti nel centro-sud dell'isola, secondo uno scenario suggerito anche da Fulvia Lo Schiavo. Ugas diresse gli scavi della cosiddetta "Tomba dei guerrieri" di Decimoputzu (CA) dove furono rinvenute 13 spade in rame arsenicale a lama triangolare, analoghe a quelle raffigurate nei bassorilievi egizi e da lui datate al 1600 a.C. circa, cioè a un'epoca precedente all'apparizione degli Shardana in oriente. Ugas ha inoltre collaborato con l'archeologo Adam Zertal il quale sostiene che il sito israeliano di El-Ahwat, che presenterebbe alcuni parallelismi con i nuraghi, sia stato edificato dai Sardi. Più recenti interpretazioni e verifiche (una fra tutte quella di Israel Finkelstein), tuttavia, hanno messo in dubbio l'attribuzione del sito di El-Ahwat agli Shardana e persino la sua datazione, ritenendolo un complesso di epoca tarda; inoltre le tracce Shardana su questa "guarnigione" faraonica apparirebbero piuttosto esigue né riscontrabili in altri siti della Valle del Nilo. Un altro apparente esempio di architettura nuragica al di fuori della Sardegna sarebbe il pozzo sacro di Gârlo scoperto nei pressi di Sofia (anticamente Sardica) in Bulgaria, secondo Ugas ricollegabile agli Shardana. Altri elementi a favore della tesi che propugna la provenienza occidentale degli Shardana sono costituiti dal rinvenimento di ceramiche di produzione sarda nell'Egeo, in particolare nei siti di Tirinto, Kommos e Pyla-Kokkinokremnos. La navigazione dei Sardi verso quell'area del mediterraneo, in particolare verso Creta, sarebbe inoltre citata in talune antiche fonti greche (la guerra portata dai Sardi contro Creta e il mito di Talos, contenente riferimenti alla Sardegna)


Spade tipo "Sant'Iroxi" rinvenute a Decimoputzu (CA), analoghe a quelle raffigurate nei bassorilievi egizi

Tesi della provenienza orientale
Margaret Guido negli anni sessanta e Nancy Sandars negli anni settanta hanno ipotizzato, invece, che gli Shardana, provenienti da oriente, si siano insediati in Sardegna nel XIII secolo a.C. circa, sovrapponendosi alle popolazioni nuragiche. Per Guido essi erano originari della Ionia, regione costiera dell'Anatolia, mentre per la Sandars:

« (Gli Shardana)... originariamente provenivano dalla Siria settentrionale, e dopo l'attacco all'Egitto di Ramses III sono rimasti per un certo tempo a Cipro, ivi probabilmente giunti con i profughi di Ugarit. Da Cipro essi, o parte di essi, si diressero verso la Sardegna, alla quale isola diedero il nome. »

L'orientalista Giovanni Garbini, infatti, sottolinea il rinvenimento di ceramica micenea del tipo III C (submicenea) nei siti tradizionalmente distrutti dai Popoli del Mare nel corridoio siro-palestinese. Ciò gli fa ritenere che questi popoli, compresi gli Shardana, pur non essendo tutti originari della Grecia facessero parte di un Commonwealth greco-miceneo, condividendone la tipologia della ceramica. Tale circostanza - secondo Garbini - costituirebbe un consistente indizio archeologico, per individuare l’espansione dei Popoli del mare nel bacino del Mediterraneo, in particolare quando i ritrovamenti della ceramica del tipo miceneo III C, all’analisi neutronica, si rivela non importata ma prodotta sul posto. L'orientalista italiano ritiene che, successivamente al loro insediamento in Palestina, almeno una parte degli Shardana, insieme a gruppi di Filistei si sia stanziato in Sardegna, soprattutto nel litorale sud-occidentale, dove sono emersi un consistente numero di reperti di ceramica submicenea (XI-XII secolo a.C.). Risalirebbe quindi a tale epoca la denominazione attuale dell'isola, derivante dal nome degli Shardana.
L'archeoastronomo Mauro Peppino Zedda, condivide il parere di Giovanni Garbini, escludendo un'identificazione degli Shardana con i costruttori dei nuraghi, in quanto nel 1200 a.C. molti nuraghi furono abbandonati e attorno ad altri si edificarono villaggi, utilizzando parte di essi come materiale da costruzione. Secondo Zedda, gli Shardana (e i Filistei) giunti in Sardegna dall'area egeo-anatolica, si sarebbero insediati in particolare a Caralis, Nora, Bithia e Sulci, ed in seguito a Neapolis, Tharros e Bosa, lasciando il resto dell'isola agli Iliensi, ai Corsi e ai Balari. Effettivamente, uno studio particolareggiato condotto su 632 esemplari dei bronzetti sardi cui faceva riferimento il Childe, ha individuato attorno al XII-XI sec. a.C. l’epoca della apparizione di tali oggetti nell’isola, cioè successivamente al periodo che Zedda definisce più propriamente "nuragico".
 
(Fonti Web)