Cerca nel blog

sabato 30 maggio 2015

"LE ANALOGIE TRA IL PANTHEON VEDICO E QUELLO GRECO"-E "IL RITROVAMENTO DEL POPOLO BIBLICO DEGLI ITTITI"



L'induismo, l'antica religione dell'India, considera i Veda  composizioni formate da inni, formule sacrificali e altri detti riguardanti gli dèi  come scritture sacre, "non di origine umana": gli dèi stessi le avrebbero composte in un'età precedente a quella attuale. Con il passare del tempo, però,degli originari 100.000 e più versi tramandati oralmente di generazione in generazione, gran parte andò perduta, finché un saggio decise di scrivere i versi che ancora rimanevano, li suddivise in quattro libri e li affidò a quattro dei suoi discepoli, perché ne conservassero uno ciascuno. Quando, nel XIX secolo, gli studiosi cominciarono a decifrare le lingue antiche e a individuarne le reciproche interconnessioni, si accorsero che i Veda erano scritti in un'antichissima lingua indoeuropea, antenata del sanscrito dalla cui radice sarebbe poi nato l'indiano - del greco, del latino e delle altre lingue europee. Quando poi furono finalmente in grado di leggere e analizzare i Veda, rimasero molto sorpresi di vedere le indubbie analogie tra i racconti vedici sugli dèi e quelli dei Greci. Gli dèi, secondo i Veda, erano tutti membri di un unico, non necessariamente tranquillo, gruppo familiare. In mezzo ai racconti di salite al cielo e discese sulla Terra, battaglie celesti a suon di armi portentose, amicizie e rivalità, matrimoni e infedeltà, sembra esservi stata anche una certa preoccupazione di indicare i principali rapporti genealogici: chi era il padre e chi il figlio, qual era il primogenito e di chi, ecc. Gli dèi sulla Terra erano originari del cielo, e i principali tra essi, anchesulla Terra, continuavano a rappresentare la corrispondenza con corpi celesti.In un'epoca antichissima, i Rishi ("i fluenti primordiali") fluivano nel cielo ed erano dotati di poteri irresistibili. Sette di loro erano i Grandi progenitori. Gli dèi Rahu ("demonio") e Ketu ("distaccato") erano in origine un unico corpo celeste, che cercava di unirsi agli dèi senza averne il permesso. Ma il dio delle tempeste gli scagliò contro la sua arma fiammeggiante, tagliandolo in due parti: Rahu, la "testa di drago", che da quel momento vaga senza sosta nei cieli in cerca di vendetta, e Ketu, la "coda di drago". Mar-Ishi, il progenitore della Dinastia Solare, generò Kash-Yapa ("colui che è il trono"). I Veda lo definiscono molto prolifico, ma la successione dinastica proseguì solo attraverso i dieci figli che egli ebbe da Prit-Hivi ("madre celeste"). Come capo della dinastia, Kash-Yapa era anche il capo dèi deva ("gli splendenti") e portava l'appellativo di Dyaus-Pitar ("padre splendente"). Lui, la sua consorte e i dieci figli erano i dodici Aditya, ovvero dèi a ciascuno dei quali era assegnato un segno dello zodiaco e un corpo celeste. Il corpo celeste di Kash-Yapa era "la stella splendente", mentre Prit-Hivi rappresentava la Terra. Altri dèi corrispondevano invece al Sole, alla Luna, a Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno. Con il passare del tempo, la guida del pantheon dei dodici passò a Varuna, il dio della "distesa celeste". Questi era onnipresente e onnivedente; uno degli inni a lui dedicato suona quasi come un salmo biblico: 
E lui che fa splendere il sole nel cielo, e i venti che soffiano sono il suo respiro.
Egli ha scavato il letto dei fiumi ed essi scorrono al suo comando.
Egli ha fatto gli abissi del mare.

Anche il suo regno, però, ebbe prima o poi una fine: egli venne infatti ucciso da Indra, il dio che aveva già ucciso il "drago" celeste e che ora pretendeva il trono per sé. Indra fu il nuovo signore dei cieli e dio delle tempeste: il tuono e il fulmine erano le sue armi, ed egli venne chiamato Signore degli Eserciti. Doveva tuttavia dividere il potere con i suoi due fratelli: uno era Vivashvat, progenitore di Manu, il primo uomo; l'altro era Agni ("colui che accende il fuoco"), che portò il fuoco dai cieli sulla Terra, affinché l'umanità potesse servirsene per sempre in abbondanza.Le analogie tra il pantheon vedico e quello greco sono evidenti. Le storie che riguardano le principali divinità, come pure i versi nei quali si parla di una moltitudine di altre divinità minori - figli, mogli, amanti, ecc - sono chiaramente dei duplicati (o degli originali?) delle leggende greche. Non c'è dubbio che Dyaus divenne Zeus; Dyaus-Pitar divenne invece Jupiter, cioè Giove, il corrispondente latino di Zeus; Varuna, Urano; e cosi via. In entrambe le tradizioni, comunque, i Grandi Dèi ammontavano sempre a dodici, indipendentemente dai cambiamenti intervenuti nella successione divina. Non è strano che tutte queste analogie interessassero due mondi tanto lontani, dal punto di vista geografico e cronologico? Secondo gli studiosi nel II millennio a.C. un popolo che parlava una lingua indoeuropea, e che abitava nell'attuale Iran settentrionale o nella regione del Caucaso, diede il via a massicce ondate migratorie. Un gruppo, intorno al 1500 a.C, si diresse a sud, verso l'India, portando con sé i Veda sotto forma di racconti orali. Gli indù li chiamavano Ariani ("uomini nobili"). Un'altra ondata migratoria di questa stirpe indoeuropea si diresse invece a ovest, verso l'Europa: alcuni aggirarono il Mar Nero e arrivarono in Europa attraverso le steppe della Russia, ma la via principale attraverso cui questo popolo, con le sue tradizioni e la sua religione, arrivò in Europa fu la più breve: l'Asia Minore. Alcune fra le più antiche città greche, infatti, sorgono non nella Grecia continentale, ma all'estremità occidentale dell'Asia Minore. Ma chi erano questi Indoeuropei che scelsero di stabilirsi in Anatolia? Le fonti dell'Occidente gettano ben poca luce sull'argomento. Ancora una volta, quindi, occorreva rifarsi all'unica fonte disponibile - e affidabile - di cui gli studiosi disponevano: l'Antico Testamento. Qui si trovarono parecchi riferimenti a un popolo, quello degli Ittiti, che abitava le montagne dell'Anatolia e che, a differenza dei Cananei e di altri loro vicini le cui usanze erano definite "vergognose", era invece considerato amico e alleato di Israele. Betsabea, concupita da re Davide, era la moglie di Uria l'Ittita, un ufficiale dell'esercito di re Davide. Re Salomone, che era solito stringere alleanze sposando le figlie di re stranieri, prese in moglie la figlia di un faraone egizio e quella di un re ittita. In un'altra occasione, l'esercito invasore siriano fuggì dopo aver sentito dire che «il re di Israele ha assoldato contro di noi i re degli Egizi e quelli degli Ittiti». Queste brevi allusioni agli Ittiti rivelano l'alta opinione che gli altri popoli del Medio Oriente avevano delle loro capacità militari. Quando poi si riuscì a decifrare i geroglifici egizi e, più tardi, le iscrizioni mesopotamiche, gli studiosi si imbatterono in numerosi riferimenti a una "terra di Hatti", che era un esteso e potente regno dell'Anatolia. Come era possibile che un regno tanto importante non avesse lasciato alcuna traccia di sé? Sulla scorta degli indizi forniti dai testi egizi e mesopotamici, gli archeologi cominciarono a scavare tra le colline dell'Anatolia. I loro sforzi furono ricompensati: si trovarono infatti città, palazzi e tesori reali, tombe, templi, oggetti di culto, utensili, armi, opere artistiche, tutto appartenente alla civiltà ittita. Soprattutto, però, si trovarono molte iscrizioni, alcune in scrittura pittografica, altre in cuneiforme. Il popolo biblico degli Ittiti era stato dunque trovato. 

Una testimonianza davvero unica giunta fino a noi dall'antico Medio Oriente è un'incisione rupestre che si trova nei pressi dell'antica capitale ittita (il sito è chiamato oggi Yazilikaya, che in turco significa "roccia recante un'incisione"). Dopo essere passato attraverso portali e santuari, il fedele arrivava in una galleria all'aperto, un passaggio in mezzo a un semicerchio di roccia, sul quale erano raffigurati in processione tutti gli dèi degli Ittiti. La processione, in marcia da sinistra a destra, è formata da divinità soprattutto maschili, chiaramente organizzate in "squadre" di dodici membri ognuna. All'estrema sinistra, e perciò ultimi di questa strana sfilata, vi sono dodici divinità apparentemente identiche, tutte con la stessa arma (figura 25).
In mezzo avanza un altro gruppo di dodici divinità: alcune paiono più vecchie e non tutte portano la stessa arma; due di esse sono caratterizzate da un simbolo divino (figura 26). Il terzo gruppo di dodici dèi, quello che apre la processione, è chiaramente formato dalle divinità più importanti. Esse portano armi ed emblemi diversi: quattro hanno sopra di sé il divino simbolo celeste; due sono alati. Del gruppo fanno parte anche elementi non divini: due tori che sostengono un globo, e il re degli Ittiti, che indossa una sorta di papalina ed è sormontato dall'emblema del Disco Alato (figura 27). 
Provenienti da destra, marciano poi anche due gruppi di divinità femminili; in questo punto l'incisione rupestre è troppo mutilata perché si possa individuarne con certezza il numero, ma crediamo di non sbagliarci se azzardiamo l'ipotesi che anche queste dee formassero due "squadre" di dodici elementi ciascuna. I due cortei, da sinistra e da destra, si incontrano in un pannello centrale che rappresenta chiaramente i Grandi Dèi, poiché tutti si trovano in posizione elevata, in piedi al di sopra di montagne, animali, uccelli, o addirittura sulle spalle di attendenti divini (figura 28).
Grandi sforzi hanno compiuto gli studiosi (per esempio E. Laroche, Le Panthéon de Yazilikaya, «Il Pantheon di Yazilikaya») per determinare, a partire da raffigurazioni, simboli geroglifici, testi e nomi di dèi ancora parzialmente leggibili sulla roccia, quali fossero i nomi, i titoli e i ruoli delle divinità che sfilavano in processione. È chiaro, comunque, che anche il pantheon ittita era governato dal numero "olimpico", il dodici: gli dèi minori erano organizzati in gruppi di dodici, e i Grandi Dèi sulla Terra erano associati a dodici corpi celesti. Che il pantheon fosse governato dal "numero sacro", il dodici, è confermato anche da un altro monumento ittita, un santuario in muratura trovato nei pressi dell'attuale località di Beit-Zehir. In esso compare un'incisione che raffigura chiaramente la coppia divina circondata da altri dieci dèi, per un totale, dunque, di dodici divinità (figura 29).
In conclusione, possiamo dire che i ritrovamenti archeologici mostrano che gli Ittiti adoravano dèi "del Cielo e
della Terra", tutti in relazione l'uno con l'altro e ordinati in una gerarchia genealogica. Alcuni di essi erano dèi grandi e "antichi", di origine celeste; il loro simbolo - che nella scrittura pittografica ittita significava "divino" o "dio celeste" - somigliava a un paio di grossi occhiali (figura 30) e spesso compariva su sigilli rotondi come parte di un oggetto simile a un razzo (figura 31).
Vi erano poi altri dèi che, pur non essendo di natura esclusivamente terrena, erano fisicamente presenti fra gli Ittiti e
fungevano da governanti supremi, nominando i re e istruendoli in fatto di guerra, trattati e altri affari internazionali. A capo di questo gruppo di divinità vi era un dio di nome Teshub, che significa "colui che fa soffiare il vento". Egli era quindi, secondo gli studiosi, il dio delle tempeste, associato ai venti, al tuono e al lampo. Era anche soprannominato Taru ("toro"): come i Greci, infatti, anche gli Ittiti - e le loro raffigurazioni lo dimostrano - adoravano il toro; e, proprio come Giove dopo di lui, Teshub veniva rappresentato come dio del tuono e del fulmine, sempre al di sopra di un toro (figura 32).
I testi ittiti, come le leggende greche posteriori, raccontano come la loro divinità principale avesse dovuto combattere contro un mostro per consolidare la propria supremazia. Un testo che gli studiosi chiamano Il mito dell' uccisione del drago identifica l'avversario di Teshuba con il dio Yanka. Non riuscendo a sconfiggerlo in battaglia, Teshub chiese aiuto agli altri dèi, ma soltanto una dea venne in suo soccorso e tolse di mezzo Yanka facendolo ubriacare a una festa. Gli studiosi, riconoscendo in questi racconti l'origine della leggenda di San Giorgio e il drago, chiamano "drago" l'avversario ucciso dal dio "buono". Ma il fatto è che Yanka significava "serpente", ed è appunto così che i popoli antichi rappresentavano il dio "cattivo", come si può vedere anche dal bassorilievo proveniente da un sito archeologico ittita (figura 33).Anche Zeus, come abbiamo visto, si batté non con un drago, ma con un serpente.Parleremo in seguito del significato profondo che sta dietro queste antiche tradizioni su una presunta lotta tra un dio dei venti e una divinità-serpente. Per ora ci limitiamo a porre l'accento sul fatto che di battaglie fra dèi per il conseguimento della supremazia si parla nei testi antichi come di eventi realmente avvenuti, addirittura dati per scontati.

venerdì 29 maggio 2015

GLI DEI GRECI CHE VENNERO DAL VICINO ORIENTE E IL PANTHEON DELLE 12 DIVINITA'


Come si spiega che dopo centinaia di migliaia e persino milioni di anni di lento e faticoso sviluppo umano, le cose cambiarono d'un tratto così completamente da trasformare dei nomadi primitivi, dediti alla caccia e alla raccolta di semi e frutti, in agricoltori stanziali e fabbricanti di terraglie, e poi in costruttori di case, ingegneri, matematici, astronomi, fabbricanti di metalli, musicisti, giudici, medici, scrittori, bibliotecari, sacerdoti?Perché tutto questo è accaduto? Perché gli esseri umani non vivono ancora come nell'età della pietra?I Sumeri avevano una risposta a questa domanda. Essa si trova incisa su una delle innumerevoli iscrizioni dell'antica Mesopotamia portate alla luce dagli scavi archeologici: «Tutto ciò che appare bello lo abbiamo fatto per grazia degli dèi».Ma chi erano gli dei dei Sumeri?Erano forse simili agli dei greci? I Greci descrivevano i loro dèi come essere antropomorfi, simili ai mortali nel fisico come nel carattere: sapevano essere arrabbiati e gelosi; si innamoravano, litigavano, combattevano;e, come gli esseri umani, procreavano, generavano figli attraverso rapporti sessuali tra loro o con i mortali. Erano irraggiungibili, eppure costantemente presenti nelle faccende dell'uomo. Potevano coprire distanze enormi viaggiando a grande velocità, apparire e scomparire a loro piacimento; disponevano di armi dotate di un immenso e strano potere. Ognuno di loro aveva una funzione specifica e, di conseguenza, ogni specifica attività umana poteva essere influenzata, nel bene o nel male, dall'atteggiamento del dio preposto a quella particolare attività; i rituali di culto e le offerte agli dèi miravano quindi a ottenerne il favore. La principale divinità dei Greci era Zeus, "Padre degli dèi e degli uomini", "Signore del fuoco celeste". Il suo simbolo e arma principale era il fulmine. Egli era il re dei cieli, ma "regnava" anche sulla Terra, prendeva decisioni e dispensava bene e male tra i mortali, eppure il suo dominio originario era nei cieli. Quello di Zeus non era il primo caso di commistione tra cielo e Terra. Nella mitologia greca - che altro non è che una mescolanza tra teologia e cosmologia - al principio di tutto vi era il Caos; poi apparvero Gea (la Terra) e il suo consorte Urano (il cielo), i quali generarono i dodici Titani, sei maschi e sei femmine. Questi compirono le loro imprese sulla Terra, sebbene si attribuisse loro anche una corrispondenza astrale. Crono, il maschio più giovane dei Titani, divenne la figura principale dell'Olimpo mitologico. Ottenne con la forza una posizione di supremazia sugli altri Titani, dopo aver evirato suo padre Urano; quindi, timoroso della reazione dei suoi fratelli, li imprigionò e poi li scacciò. Per questo fu maledetto da sua madre, che gli predisse che anch'egli avrebbe subito lo stesso destino di suo padre e sarebbe stato detronizzato dai suoi stessi figli.Crono si unì con sua sorella Rea e generò tre figli maschi e tre femmine: Ade, Poseidone e Zeus; Estia, Demetra ed Era. Ancora una volta, era destino che fosse il figlio più giovane a rovesciare suo padre e la maledizione di Gea si avverò quando Zeus detronizzò Crono, suo padre. Il colpo di mano non fu, però, né facile né rapido: per parecchi anni, infatti, si susseguirono battaglie tra gli dèi e altri esseri soprannaturali, che culminarono con la lotta tra Zeus e Tifone, una divinità dalle sembianze di serpente. Fu una battaglia senza esclusione di colpi, che si svolse tanto sulla Terra quanto in cielo e che si concluse presso il Monte Casio, vicino al confine tra Egitto e Arabia - a quanto pare in qualche punto della penisola del Sinai (figura 21). Zeus, che aveva vinto la battaglia, fu riconosciuto come la divinità suprema, ma doveva dividere il potere con i suoi fratelli. Che sia stato dunque per scelta o, come dicono alcuni, affidandosi a un lancio di dadi, i tre giunsero a un accordo: Zeus avrebbe avuto il controllo dei cieli, il fratello maggiore Ade quello degli Inferi, mentre Poseidone avrebbe avuto il dominio dei mari.
Anche se col tempo Ade e il suo territorio divennero sinonimo di Inferno, originariamente il suo dominio era collocato in una imprecisata zona "molto in basso", che comprendeva terre deserte e paludose e zone bagnate da fiumi impetuosi. Ade era considerato "l'invisibile", colui che incute timore, rigoroso e austero. Poseidone, invece, era spesso rappresentato con in mano il suo simbolo, il tridente. Oltre a dominare i mari, egli era anche signore dell'arte, della scultura e della lavorazione dei metalli, e anche un mago particolarmente astuto. Se Zeus veniva visto, nella tradizione greca, come un dio severo con il genere umano, tanto da volerne, ad un certo punto, addirittura l'annientamento, Poseidone era invece considerato amico della stirpe umana, e anzi faceva di tutto per ottenere le lodi dei mortali. I tre fratelli e le loro tre sorelle, tutti figli di Crono e Rea, costituivano la parte più antica della cerchia dell'Olimpo, il gruppo dei dodici Grandi Dèi. Gli altri sei erano tutti figli di Zeus e la mitologia greca tratta con molta precisione della loro genealogia e dei reciproci rapporti. Tutti gli dèi e le dee che si considerano figli di Zeus avevano madri diverse. Unitosi inizialmente con una dea di nome Meti, Zeus ebbe da lei una figlia, Atena, che divenne la dea della sapienza. Ma poiché era stata anche l'unica a rimanere al fianco di Zeus durante il suo combattimento con Tifone, mentre tutti gli altri dèi erano scappati, Atena si vide attribuire anche doti marziali e divenne anche la dea della guerra. Essa era la "vergine perfetta" e non sposò nessuno; ma talvolta nei racconti mitologici viene associata a suo zio Poseidone, il quale, pur avendo come moglie ufficiale la dea che era anche la Signora del Labirinto sull'isola di Creta, non disdegnava sua nipote Atena come amante. Zeus si unì poi ad altre dee, ma i figli che ebbe da loro non entrarono a far parte della cerchia dell'Olimpo. Quando ritenne che fosse giunto il momento di assicurarsi un erede maschio,Zeus si rivolse a una delle sue sorelle. La maggiore, Estia, era una specie di eremita - forse troppo vecchia o troppo malata per essere oggetto di attenzioni matrimoniali - e così Zeus non ebbe bisogno di molte scuse per scegliere Demetra, la sorella mediana, la dea della fertilità. Ma, invece di un figlio maschio, essa gli generò una femmina, Persefone, che divenne moglie di suo zio Ade e con lui divise il dominio sul mondo degli Inferi. Deluso per non essere riuscito ad avere figli maschi, Zeus cercò amore e conforto in altre dee. Armonia gli diede nove figlie. Poi fu la volta di Leto, che gli diede una figlia femmina e un maschio, Artemide e Apollo, i quali vennero finalmente ammessi nel gruppo delle divinità maggiori. Apollo, come primo figlio maschio di Zeus, fu una delle figure più importanti del pantheon ellenico, temuto dagli uomini come dagli dèi. Egli era colui che interpretava per i mortali il volere di suo padre Zeus e perciò era la massima autorità in fatto di culto e di legge religiosa. In quanto rappresentante delle leggi morali e divine, era l'emblema della purificazione e della perfezione, tanto spirituale quanto fisica. Il secondo figlio di Zeus era Ermes, figlio della dea Maia. Protettore dei pastori, guardiano delle greggi e delle mandrie, egli meno importante di suo fratello Apollo, ma più vicino alle faccende umane; qualunque voltafaccia della fortuna veniva attribuito a lui. Come dispensatore di fortuna, era il dio preposto al commercio, protettore di mercanti e viaggiatori. Ma il suo ruolo principale, nella mitologia come nell'epica, era quello di messaggero degli dèi. Spinto dalle tradizioni dinastiche, Zeus era ancora alla ricerca di un figlio maschio da concepire con una delle sue sorelle: si rivolse dunque alla più giovane, Era. Dopo averla sposata con un rito sacro e ufficiale, la proclamò regina degli dèi, la Madre Dea. Dal loro matrimonio nacque un figlio maschio, Ares, e due femmine, ma il rapporto era interrotto dalle continue infedeltà di Zeus e da una presunta infedeltà anche da parte di Era, che getta qualche dubbio sulla reale paternità di un altro figlio, Efesto. Ares venne anch'egli ammesso tra i Grandi dell'Olimpo e divenne anzi il braccio destro di Zeus, il dio della guerra. Era rappresentato come l'emblema stesso della combattività, eppure era tutt'altro che invincibile: mentre combatteva dalla parte dei Troiani nella guerra di Troia, si procurò una ferita che solo Zeus potè guarire. Efesto, da parte sua, dovette lottare non poco per essere ammesso nell'Olimpo. Egli era il dio della creatività, capace di costruire oggetti magici per gli uomini e per gli dèi; a lui si doveva il fuoco delle fornaci e l'arte di lavorare i metalli. Secondo la leggenda, egli era nato zoppo e per questo fu scacciato dalla madre Era; un'altra versione, però, senza dubbio più credibile, attribuisce a Zeus la cacciata di Efesto, forse a causa della sua paternità incerta. Efesto, comunque, usò i suoi magici poteri creativi per costringere Zeus ad ammetterlo tra i Grandi Dèi. La leggenda dice anche che un giorno Efesto costruì una rete invisibile che avrebbe circondato il letto di sua moglie se questo fosse stato scaldato da un amante; e in effetti una tale precauzione poteva non rivelarsi inutile, visto che sua moglie era Afrodite, dea dell'amore e della bellezza. Su di lei, naturalmente, si raccontavano numerose storie d'amore, molte delle quali riguardavano Ares, fratello di Efesto (uno dei frutti di questo amore illecito fu Eros, il dio dell'amore.) Afrodite fu ammessa tra i dodici Grandi Dèi dell'Olimpo e le circostanze di questa ammissione gettano luce su ciò di cui ci stiamo occupando. Afrodite non era né sorella né figlia di Zeus, eppure non poteva essere ignorata. Essa proveniva dalle coste asiatiche del Mediterraneo di fronte alla Grecia (secondo il poeta greco Esiodo era arrivata attraverso Cipro) e si dice che fosse nata per opera di Urano stesso. Apparteneva dunque a una generazione precedente a quella di Zeus, essendo, per così dire, sorella di suo padre e incarnazione del progenitore degli dèi, colui che era stato evirato (figura 22).
Afrodite, dunque, doveva essere inclusa tra gli dèi dell'Olimpo, senza tuttavia che fosse superato il numero complessivo di dodici. Come fare? Semplice: qualcuno doveva andarsene per far posto a lei, e questo qualcuno fu Ade. Poiché a lui era stato dato il dominio sugli Inferi, egli non poteva rimanere nell'Olimpo con gli altri dèi: ecco, dunque, che veniva a crearsi un posto libero, perfetto per essere occupato da Afrodite. Sembra proprio che il dodici fosse un requisito assolutamente imprescindibile per gli dèi dell'Olimpo: essi non dovevano essere di più, ma neanche meno di dodici, come dimostrano le circostanze che portarono all'ammissione di Dioniso nel circolo dell'Olimpo. Dioniso era frutto di una relazione adulterina di Zeus con la propria figlia Semele; dovendo nascondersi dal furore di Era, legittima moglie di Zeus, egli venne mandato in terre lontane - fino in India - e dovunque andò introdusse la pratica di coltivare la vite e di produrre il vino. Nel frattempo, nell'Olimpo si era creato un posto libero, poiché Estia, la sorella maggiore di Zeus, troppo vecchia e debole, era stata allontanata dal circolo dei dodici. Dioniso potè quindi tornare in Grecia e occupare il posto di Estia: gli dèi olimpici erano ancora una volta dodici. Sebbene la mitologia greca non sia troppo chiara riguardo all'origine del genere umano, leggende e tradizioni attribuiscono a eroi e re un'origine divina. Questi semidèi rappresentavano il legame tra il destino umano - con le sue fatiche quotidiane, la dipendenza dagli elementi, le malattie, la morte - e un passato lontano e felice, quando sulla Terra si aggiravano soltanto gli dèi. E anche se, tra gli dèi, molti erano nati sulla Terra, il ristretto circolo dei dodici rappresentava, per così dire, l'aspetto "celestiale" del pantheon divino. Nell'Odissea si afferma che l'Olimpo si trovava nella "pura aria superiore"; i dodici dèi maggiori erano dèi del cielo che erano discesi sulla Terra e rappresentavano i dodici corpi celesti della "volta del cielo". I nomi latini che i Romani attribuirono agli dèi greci confermano questa sorta di associazione astrale: Gea divenne la Terra; Ermes, Mercurio; Afrodite, Venere; Ares, Marte; Crono, Saturno; e Zeus divenne Giove. Come per i Greci, anche per i Romani Giove era una divinità "tonante" armata di fulmine e associata al toro (figura 23).
Quasi tutti gli studiosi concordano ormai nell'affermare che le basi della civiltà greca siano da ricercare sull'isola di Creta, dove, tra il 2700 e il 1400 a.C. circa, fiorì la civiltà minoica. Nel complesso di miti e leggende che caratterizzano la civiltà minoica, un ruolo preminente è svolto dal "minotauro", mezzo uomo e mezzo toro, frutto dell'unione tra Pasifae, moglie di Minosse, e un toro. Numerosi reperti archeologici confermano questo esteso culto minoico del toro, che in alcune raffigurazioni si presenta come un'entità divina accompagnata da una croce, simbolo, probabilmente, di qualche stella o pianeta non ancora identificato. Si pensa, quindi, che il toro che i Minoici adoravano non fosse il comune animale terreno, ma il Toro celeste la costellazione del Toro, appunto  in onore di qualche evento che era avvenuto quando il Sole, all'equinozio di primavera, era apparso in quella costellazione, intorno al 4000 a.C. (figura 24).
Secondo la tradizione greca, Zeus arrivò in Grecia via Creta,
da dove era fuggito, attraverso il Mediterraneo, dopo aver rapito Europa, la bellissima figlia del re di Tiro, la città fenicia. In effetti, quando Cyrus H. Gordon riuscì a decifrare il più antico scritto in lingua minoica, fu dimostrato che si trattava di «un dialetto semitico originario delle coste del Mediterraneo orientale». I Greci, infatti, non avevano mai detto che i loro dèi olimpici fossero arrivati in Grecia direttamente dal cielo. Zeus, come abbiamo visto, era arrivato attraverso il Mediterraneo, via Creta. Poseidone (Nettuno per i Romani) arrivò a cavallo dall'Asia Minore. Atena portò "l'olivo, fertile e spontaneo" in Grecia dalle terre bibliche. Non vi è dubbio che le tradizioni e i culti religiosi ellenici siano arrivati in Grecia dal Vicino Oriente, attraverso l'Asia Minore e le isole del Mediterraneo. È qui, dunque, che vanno ricercate le radici del pantheon dei Greci, le origini dei loro dèi e le relazioni astrali con il numero dodici.

Ruolo dell’ argilla in genetica

Ma ci sono anche altri aspetti della teoria di Sitchin che hanno una importante valenza dal
punto di vista genetico; nella sua analisi dei miti della creazione sumeri e babilonesi Sitchin sostiene che gli Anunnaki crearono l’ uomo moderno (Homo Sapiens) tramite una serie di modifiche genetiche all’ Homo Erectus che era diffuso su tutto il globo. Sitchin riporta in particolare varie versioni del mito della creazione dell’ uomo, soffermandosi molto sulla versione giuntaci tramite l’ Atra Hasis. Vi si narra di una discussione animata in seno al consiglio degli Anunnaki al termine della quale Enki avanza l’ idea di creare un essere primitivo che potesse lavorare al posto degli dei. La descrizione di questo atto di creazione,come abbiamo gia accennato e come vedremo piu avanti nella analisi dell’ Atra Hasis, ricorda in modo stupefacente la versione narrata nella Genesi, ma in questo testo mesopotamico abbiamo alcuni altri particolari:
 
Enki responded, “If we use pure clay to make these new creatures,they will be like the animals,without intelligence.
To make them capable of bearing the yoke of Enlil,we must slay one of the gods so his flesh and blood can be mixed with the clay to be made into a man. Then what we create will be god and man mixed together.”
 
 
Questo passaggio contiene un particolare che piu avanti approfondiremo: quello dell’
argilla. Uno studio del 2002 di Martin Hanczyc e Shelley Fujikawa ha provato che un tipo
particolare di argilla, la montmorillonite, ha mostrato capacita di catalisi nei confronti delle reazioni di combinazione dell’ RNA tramite la formazione di vesciche di grasso. Non solo, la montmorillonite protegge le molecole organiche dal degradamento e permette loro di assemblarsi spontaneamente con percentuale di successo maggiore rispetto a un ambiente in cui la montmorillonite e assente. Lo studio dell’ applicazione delle argille in campo biologico e genetico pero non e una novita del 2002.
Prima di questa scoperta, erano stati condotti sin dai primi anni '90 studi sulla catalisi da
parte di argille organiche in colture ad uso biologico. Alcuni studi evidenziarono che la
montmorillonite giocava un ruolo fondamentale nel tentativo di riproduzione di batteri
derivanti dall’ Escherichia Coli. Sull’ uso della montmorillonite sono noti in particolare 3 studi:
 
· quello di Hanczyz e Fujikawa nel 2002
· quello di James P. Ferris nel 2006
· quello di Q. Huang e W. Chen nel 2007
 
Inquadrati questi studi nel contesto del racconto babilonese, l’ argilla non e, come
sostengono molti studiosi e religiosi, il materiale DA CUI e stato creato l’ uomo (la Bibbia riporta che ‘Dio creo Adamo dalla terra'),ma il materiale SU CUI questo e stato creato.Potremmo ipotizzare che la montmorilllonite,o un simile tipo di argilla,fosse
usata come ‘piattina per la coltura’ del mix cellulare, o come catalizzatore.
 
Estratto da ( Il Fenomeno Nibiru vol.1) di Alessandro Demontis
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 




ANALISI DEL MITO ENUMA ELISH

E’ sorprendente come andando ad analizzare alcuni antichi miti vi si trovino descrizioni di avvenimenti, fenomeni, oggetti che, se traduciamo il linguaggio povero utilizzato in chiave moderna, risultano essere perfettamente assimilabili a tecnologie moderne. Per fare un esempio, il modo utilizzato per descrivere certi fenomeni o certi passi di ‘battaglie tra dei’, è completamente corrispondente a quello che dovremmo utilizzare noi per fare dei resoconti a un individuo che non conoscesse alcuni nostri termini, per esempio un indio. In questa ottica come possiamo ignorare descrizioni di ‘camere celesti’? Che significato possiamo dargli se non quello di ‘aerei’ o ‘ástronavi’? E quando si parla di ‘uccelli di metallo’ non ci stiamo forse riferendo ancora una volta ad aerei? Provate a immaginare di trovarvi paracadutati in una zona isolata in cui la popolazione non ha mai visto un aereo. Come glielo descrivereste?
E se doveste descrivere uno scontro tra due aerei con razzi e mitragliatrici, in che maniera spieghereste il concetto di ‘proiettile’ o di ‘razzo’ a persone che non hanno, nella loro lingua, un equivalente del termine perché non conoscono simili oggetti?
Ebbene alcuni miti dell’ antichità sono pieni di espressioni simili, e sono talmente tante e precise che non si può non pensare che quei termini utilizzati fossero un tentativo di descrivere alla bene meglio concetti che loro stessi non capivano o per i quali non avevano vocaboli descrittivi. Questi sono anche gli esatti termini utilizzati nel caso del famoso ‘Cargo Cult’ nato tra gli indigeni che osservavano gli aerei che lanciavano derrate alimentari e che compivano ricognizioni in Melanesia.
Non solo, in alcuni racconti sono contenute indicazioni astronomiche, geografiche, biologiche, tutte racchiuse in terminologie semplici e a volte vaghe, ma che se analizzate per bene lasciano poco spazio per dubbi. Espressioni per le quali nessuna altra spiegazione o traduzione sta in piedi.
Andiamo ora ad analizzare quello che riteniamo essere il più splendido esempio di letteratura del medioriente, l’ Enuma Elish.

L’ Euma Elish è il mito della creazione babilonese, copia di un precedente accadico a sua volta di un precedente sumero. La più completa forma rinvenutaci è scritta in tavolette babilonesi datate a circa il 1000 a.C. ma in queste tavole si fa riferimento a termini sumeri (senza nessun riferimento alla versione intermedia accadica) il che dimostrerebbe che il poema fosse appunto di origine sumera, quindi databile ad un periodo tra il 2800 a.C. e il 2400 a.C. Il mito letto in maniera letterale racconta della nascita degli dei, di una ‘guerra tra divinità’, per concludersi poi con la creazione dell’ uomo e la raccolta dei vari dei nelle loro dimore. Si legge poi una sorta di ‘esaltazione’ della divinità principale, Marduk, al quale vengono attribuiti i 50 nomi ed epiteti divini, che racchiudono tutte le caratteristiche delle altre divinità.
Ma ad una lettura più aperta l’ Enuma Elish si rivela un misto di teogonia e di cosmogonia. Essendo ogni divinità associata ad un pianeta o a una stella secondo le usanze sumere e babilonesi, traducendo il mito in forma cosmogonica saltano subito all’ occhio alcuni punti misteriosi.
Se quando si descrive la formazione delle ‘coppie di dei anziani’ Lahmu e Lahamu essi possono tranquillamente essere identificati in Venere e Marte, e quando si parla di Kishar e Anshar possiamo identificare Giove e Saturno, il problema si ha quando dobbiamo identificare l’ ultima coppia di divinità, quelle giovani: Anu e Nudimmud (in alcune versioni Ea e in altre Antu).
Ora, se a ogni dio corrisponde un pianeta, non possiamo non trarre la conclusione che queste due divinità siano associate ad altri due pianeti del sistema solare.
E visto che il mito nomina le ‘coppie divine’ in ordine tale che rispecchia l’ identificazione dei vari pianeti in una direzione che si allontana dal sole, quest’ ultima coppia può essere identificata solo in Urano e Nettuno. Questo punto è il maggiore ostacolo nel riconoscimento dell’ Enuma Elish come mito cosmogonico da parte dell’ establishment, perché implicherebbe che i sumeri, 5500 anni fa, conoscessero questi due pianeti che noi abbiamo conosciuto solo negli ultimi due secoli.
A questo punto un provocatore potrebbe chiedere: "allora come mai non abbiamo identificazioni anche per gli altri pianeti del sistema, Mercurio e Plutone?". In realtà l’ Enuma Elish afferma che prima della creazione delle coppie divine, Apsu, il ‘primigenio’ di tutte le cose, marito di Tiamat (la ‘madre di tutti gli dei’), aveva un araldo: Mummu. Non solo, sempre secondo l’ Enuma Elish anche Anshar aveva un araldo chiamato Gaga. Ecco che Mummu è identificato con Mercurio, l’ araldo del Sole (Apsu), e Gaga è identificato con Plutone. La maggiore opposizione soprattutto a questa ultima affermazione, è il fatto che Plutone verrebbe quindi descritto come un ‘araldo’ o ‘satellite’ di Saturno (Anshar).
Dal lato scientifico bisogna puntualizzare che questa ipotesi non è affatto assurda, infatti alcuni astronomi hanno ipotizzato che Plutone fosse in realtà un satellite sfuggito in seguito ad una collisione, e che i detriti di quest’ urto si fossero amalgamati fino a creare il suo satellite Caronte. Questi astronomi propongono che fosse stato un satellite di Nettuno, ovviamente perché è il pianeta più vicino.
Veniamo a Mummu. Alcuni sumerologi ritengono che Mummu fosse un modo errato di scrivere Nummu che è un termine associato all’ acqua, e quindi lo considerano un epiteto di Tiamat. Ciò però è alquanto azzardato visto che dell’ Enuma Elish son state ritrovate varie versioni e tutte riportano scritto Mummu e non Nummu. Anzi, nemmeno una usa il termine Nummu. Sarebbe come dire quindi che tutte le copie del testo ritrovate in vari luoghi contenevano lo stesso errore. Per di più il testo dell’ Enuma Elish distingue decisamente Apsu, Tiamat e Mummu come tre personaggi distinti, tanto che vi leggiamo:

Apsu non aveva perso la sua potenza
…e Tiamat ruggì...
era afflitta, e i loro atti...
i loro modi (le loro vie) erano malvagi...
Allora Apsu, il creatore dei grandi dei,
pianse rivolto a Mummu, il suo ministro, e gli disse:
"O Mummu, tu ministro che rinfranchi il mio spirito,
vieni, andiamo da Tiamat!"


Si deduce quindi che se Apsu si rivolge a Mummu per andare da Tiamat, Mummu non può essere un termine errato per identificare Tiamat stessa.
In un altro punto della prima tavoletta si legge:

Da quando lui (Mummu) pianificò il male verso
suoi figli (di Apsu) ... lui ne fu spaventato...,
le sue ginocchia si indebolirono,,
a causa del male che il loro primo nato aveva pianificato.


Questo ci dà una nuova indicazione, che Mummu / Mercurio, sarebbe dopo Tiamat, il pianeta più vecchio del sistema solare.
Il mito continua raccontando che gli dei più giovani (quelli esterni) avevano un ‘comportamento fastidioso’ che innervosiva sia Apsu che Tiamat. Questo modo di dire viene tradotto da termini sumeri che hanno il significato sia di ‘i loro modi’ sia ‘le loro vie’ cioè ‘i loro percorsi’. Da un punto di vista astronomico questo indicherebbe le loro proto-orbite. Dobbiamo infatti ricordarci che poco tempo era passato dalla nascita di questi giovani dei. Si può quindi ipotizzare che questo momento, in scala astronomica, corrisponda a un periodo in cui i pianeti erano in via di formazione e con orbite ancora non definite. E’ in effetti assurdo pensare che il sistema solare sia nato e sempre stato così come noi lo conosciamo adesso, con le stesse masse, con le stesse distanze e le stesse orbite stabili e precise.
In una situazione del genere, con orbite erratiche, alcuni di questi pianeti in formazione sarebbero potuti trovarsi a brevi distanze e quindi interagire elettromagneticamente generando fenomeni particolari che potrebbero aver avuto l’ effetto di ‘disturbare Apsu’ cioè interferire con il Sole.
Quando Apsu e Mummu si recano da Tiamat, queste sono le parole di Apsu:

Di giorno non riesco a riposare,
la notte noo giacio in pace…
Ma io distruggerò i loro modi (le loro vie).
Ci siano lamentazioni, e poi riusciremo
Di nuovo a giacere in pace.


‘Distruggere i loro modi’ è una frase che ha poco senso compiuto, mentre ‘distruggere i loro percorsi / le loro vie’ astronomicamente significherebbe porre un fine al cammino erratico dei pianeti.
Il testo poi afferma che Ea, colui che conosce tutte le cose, scoprì il piano di Mummu e si avvicinò a Tiamat. Nel testo mancano alcune righe ma da un punto più in avanti in cui si legge:

Per vendicare Apsu, Tiamat pianificò il male
Ma il dio proclamò ad Ea il modo in cui
lei organizzò le sue forze


Si può capire che qualcosa era successo ad Apsu per cui Tiamat decide di vendicarsi contro gli dei più giovani. Inizia qui una lunga descrizione di tutta una serie di ‘mostri’ che Tiamat genera per poter vendicare Apsu. Le descrizioni sono quanto mai suggestive; si parla di uomini-scorpione, di uomini-pesce, immani tempeste, del mostro Lahamu, vipere dragoni e non meglio precisate ‘armi crudeli’.
Inoltre Tiamat crea ‘undici mostri terribili’ e li schiera al suo fianco, chiamando a se il più forte di questi (Kingu) ed eleggendolo a capo:

Lei esaltò Kingu, in mezzo a loro elevò il suo potere,
per marciare davanti alle forze, per guidare l’ armata,
per dare il segnale di battaglia,
per guidare l’ attacco […]
"Io ho pronunciato il tuo incantesimo,
nell’ assemblea degli dei ti ho elevato
il dominio sugli dei ti ho assicurato.
Sii esaltato nel tuo potere, mio sposo,
adorino il tuo nome gli altri dei sopra tutti gli Anunnaki."
Lei gli diede le Tavole dei Destini,
"il tuo comando non sarà ignorato,
e ciò che pronuncerai sarà stabilito."


Sitchin interpreta questo passaggio come la creazione di 11 satelliti, e tra questi la crescita in dimensioni e influenza elettromagnetica e gravitazionale di uno in particolare, Kingu, il quale si sarebbe elevato alle proporzioni di un vero e proprio pianeta, acquisendo una sua proto-orbita indipendente non più necessariamente legata a Tiamat.

Il testo va avanti descrivendo il terrore e lo sdegno che gli altri dei / pianeti provano nei riguardi della esaltazione di Kingu da parte di Tiamat. Riunitisi gli dei si interrogano su chi possa affrontare Kingu e sconfiggere lui e Tiamat.
E’ in questo punto che la storia dell’ Enuma Elish ha la ‘svolta focale’ che introduce il giovane dio / pianeta Nibiru. Il suo nome nel mito è Marduk, che nel pantheon sumero è figlio di Ea e Damkina.
La versione babilonese è stata tradotta da vari autori. La versione di L.W. King riporta che:

"Un vendicatore […] dal profondo […] valoroso […]
le sue decisioni […] da suo padre […]
egli gli disse: O tu figlio che hai la pace nel cuore…
in battaglia andrai […] colei che ti osserverà
troverà finalmente pace […]"


Il testo indica che Marduk venne generato ‘nel profondo’. Il dio che gli si rivolge, chiamandolo ‘figlio mio’ è sicuramente Ea. Ciò in versione astronomica implicherebbe che il ‘profondo’ sia una zona del sistema solare oltre Nettuno.

Un riferimento al ‘profondo’ ci viene anche dalla traduzione di N.K. Sandars:

Nell’ abisso profondo fu generato Marduk –
fu creato nel cuore dell’ Absu.

Ea e Damkina lo crearono, padre e madre.

Anche in questa traduzione si parla del ‘profondo’, compare la figura di Ea (Nettuno) e viene fuori qui una nuova figura, quella di Damkina, moglie di Ea. Astronomicamente Damkina in effetti è un ‘punto oscuro’. Sitchin non tratta questa traduzione di Sandars, e non affronta il tema ‘Damkina’. Tuttavia riteniamo che questo particolare non sia molto rilevate ai fini della cosmogonia tradotta da Sitchin. I personaggi principali, cioè quelli che ‘compiono azioni’ nell’ Enuma Elish trovano tutti riscontro nel pantheon sumero. Ovviamente, come in una situazione di formazione di un sistema solare ci sono in gioco molti elementi, così anche nell’ Enuma Elish vengono riportati altri nomi che da Sitchin non vengono però presi in considerazione.
Se questo può dare adito a una critica nei suoi confronti, va tuttavia considerato che il solo fatto che lui non dia una spiegazione di cosa sarebbe Damkina in termini astronomici non basta a invalidare le altre identificazioni. Personalmente siamo convinti che si possa identificare Damkina in un oggetto transnettuniano simile ai vari Eris, Quoar o Sedna scoperti recentemente, ma ciò rimane comunque solo una personale ipotesi e come tale va presa.
La storia dell’ Enuma Elish va avanti descrivendo le riunioni degli dei che tra loro parlano del dio Marduk e gli chiedono di diventare il loro ‘campione’ nella lotta contro Tiamat. Marduk accetta di lottare contro Tiamat chiedendo però che da quel momento:

"Se io, vostro vendicatore,
conquisto Tiamat e vi restituisco le vite,
Riunite una assemblea e rendete il mio destino dominante.
In Upsukkinaku sedetevi gioiosi,
e io, non voi, decreterò i destini."


Insomma Marduk chiede di avere la supremazia su tutti gli dei e di avere la facoltà di ‘stabilire e controllare i destini’. Astronomicamente ciò si traduce nell’ avere una forza di attrazione e una orbita tali da ‘controllare’ la struttura del sistema solare. In che modo lo vedremo più tardi.
Marduk si appresta quindi ad avvicinarsi a Tiamat. Giunti faccia a faccia, il loro incontro viene descritto nell’ Enuma Elish in maniera molto dettagliata. Ci viene detto che Marduk si armò con una ‘rete’, con i 4 venti del Nord, del Sud, dell’ Est e dell’ Ovest, e in più con il ‘vento malvagio’ e altre armi. Si potrebbero identificare queste ‘aòmi’ come satelliti o ammassi asteroidali che viaggiavano con Marduk legati a lui dalla sua forza gravitazionale, identificata nella ‘rete’. Da parte sua Tiamat invece generò ’11 mostri’ e mise Kingu a capo della sua schiera. Di Kingu si dice che:

"Lei ha esaltato Kingu; tra di loro (gli dei)
ha aumentato il suo potere.
Per marciare verso le forze, per guidare le orde"


E ancora, in un altro punto del testo si legge che:

"Lei ha appuntato la Tavola dei destini sul
suo petto dicendo: Il tuo comando non sarà sfidato,
e le parole della tua bocca saranno stabilite."


Da queste righe, traducendole in versione astronomica, si deduce che Kingu ha acquisito tale potere e forza gravitazionale da influire sul corso degli altri pianeti.
Si arriva dunque la momento della battaglia:

"Marduk liberò la sua ‘rete’ e la catturò,
e liberò il suo Vento malvagio, che stava dietro di lui,
sul viso di Tiamat.
Appena lei aprì la bocca per inghiottirlo,
Il vento malvagio la riempì mentre ancora
lei non aveva chiuso le labbra.
Il vento terribile la riempì fino all’ ombelico"


La ‘rete’ di Marduk può essere la sua forza di attrazione gravitazionale. Successivamente si legge che:

"Lui danneggiò le sue parti interiori, ferì il suo cuore.
La sottomise e le tolse la vita;
Gettò il suo corpo e le si mise sopra.
E quando Tiamat, il capo, fu sconfitto,
le sue orde furono disperse"


Distrutta Tiamat, con il ‘corpo lacerato’, i suoi satelliti (le orde) si muovono in modo erratico non più tenuti assieme dalla sua forza gravitazionale.

"ma furono circondati, così che non potessero scappare.
Li catturò, distrusse le loro armi,
li catturò in una rete e li lasciò imprigionati"


La forza gravitazionale di Marduk quindi intercetta il movimento dei satelliti e li attrae impedendogli di disperdersi nello spazio.
Poi Marduk ritorna verso Tiamat e la urta:

"Lui e i suoi impietosi aiutanti distrussero la sua testa
[la sua parte superiore].
Lui le recise le vene e fece fuoriuscire il sangue,
ordinando al Vento del Nord di spargerlo in posti remoti e secreti."


In sostanza una collisione strappa da Tiamat una parte della sua parte superiore, e i detriti vengono sparsi nelle zone circostanti. Ci viene descritto a questo punto un gesto fondamentale nella teoria Sitchiniana e nella identificazione di questo mito come ‘còonaca di una battaglia planetaria’. Marduk infatti avendo diviso in due parti Tiamat, decide di mettere una di queste due parti in un punto ben preciso come a suddividere 2 zone del campo di battaglia:

"Lui la aprì in 2 come un mitile;
una delle sue metà lui stabilì come una
copertura per il cielo.
Stabilì una leva, impose un ‘osservatore’,
e ordinò loro (i frantumi di Tiamat) di non
lasciar avanzare le sue acque"


Astronomicamente quindi viene descritta la formazione di una sezione del sistema solare che lo divide in 2 regioni. Questa sezione è identificata come la fascia degli asteroidi, nata dai frantumi della parte strappata dalla testa di Tiamat.
Successivamente si legge che Marduk si diresse verso ‘iì profondo’ scrutando la struttura degli abissi, e stabilì li una dimora, l’ E-sara, in cui avrebbero dimorato alcune divinità. Si potrebbe trattare della zona periferica del sistema solare in cui orbitano i pianeti più esterni:

And he founded E-sara, a mansion like unto it.
The mansion E-sara which he created as heaven,
He caused Anu, Bel, and Ea in their districts to inhabit.


Dove Bel sarebbe Enlil e, in chiave astronomica, Plutone.
Il termine E-Sara (E.Shara nella versione di King ed Esharra in quella di Sandars) è alquanto ostico perché di non univoca traduzione. Potrebbe significare ‘casa o zona che delimita il tempo o lo spazio’ (ricordiamo che il sar in sumero era una unità di misura molteplice, applicata con diversi valori sia alle misure del tempo che a quelle di spazio) ma anche ‘casa da cui si inizia’ o ‘casa da cui si esce’. E’ importante notare questi ultimi due significati perché, per chi arriva dall’ esterno del sistema solare, la zona E-Sara sarebbe proprio il punto iniziale del sistema, e parimenti per chi viaggia verso l’ esterno partendo, ad esempio, dalla Terra, l’ E-Sara rappresenta la zona da cui ‘si esce’ dal sistema solare.

Il testo arriva quindi alla quinta tavoletta, dove compare per la prima volta il termine Nibiru. Nella versione di King leggiamo:

"Lui stabilì le stazioni degli dei, le stelle,
le loro immagini e lo zodiaco lui creò.
[…]
Lui fondò la stazione di Nibiru (il pianeta Giove)

In modo che nessuno potesse sfuggire"

mentre nella versione di Sandars, il corrispondente passaggio diventa:

"Lui progettò posizioni per i grandi dei, e
diede loro un aspetto stellare come costellazioni.
[…]
Poi diede loro Nibiru, il polo dell’ universo,
per segnare il loro cammino,
in modo che nessuno potesse errare."


Nella versione di King, la parte tra parentesi non fa parte del testo originale ma è una sua interpretazione. Gran parte dei sumerologi è convinta che il termine Nibiru a tratti indichi Giove e a tratti indichi Mercurio. A nostro parere invece il termine Nibiru indica un qualcosa di estraneo ai pianeti – divinità le cui stazioni (posizioni o orbite) Marduk aveva stabilito. Questo perché il testo dice chiaramente che prima Marduk ‘stabilì le stazioni degli dei’, quindi aveva già stabilito le posizioni di tutti i pianeti, compreso Giove, e solo dopo introduce Nibiru. Non avrebbe senso, quindi, dire che ‘Marduk diede loro Giove in modo che non potessero errare’ perché Giove stesso (Kishar) era già incluso tra gli dei (pianeti) delimitati da Nibiru.
Nibiru deve per forza essere un oggetto o una zona estranea agli dei già menzionati.
Il mito poi affronta il tema della disposizione della Luna e del Sole nel cielo, viene descritto minuziosamente il modo in cui son state ‘decise’ le fasi lunari e come queste dovessero scandire il tempo. Non ci sorprenda questa importanza rivestita dalla Luna rispetto al Sole, infatti il dio della Luna, Nannar (Sin per gli accadi), era figlio di Enlil, mentre il dio del Sole, Utu (Shamash per gli accadi) era suo nipote.
E’ molto bella le descrizione del susseguirsi delle fasi lunari:

Ha dato alla luna il lustro di un gioiello,
Egli le ha dato tutta la notte, per contrassegnare i giorni,
e vegliarli durante la notte ogni mese come
ciclo di una pallida e crescente luce.
[…]
Ed egli disse: "Oh Nuova luna, quando cresci sul mondo,
per sei giorni i tuoi corni sono a mezzaluna, fino a che
al settimo giorno mezzo ciclo è compiuto;
che il tuo pallore si fermi e una fase segua l’ altra
dividendo il mese da una fase piena ad un’ altra"


Successivamente Marduk dispone il Sole ad Est:

Dopo aver fissato la Luna, Marduk prese il Sole
E lo mise a segnare il ciclo da un anno all’ altro.
Assegnò a lui il cancello dell’ Est,

e il compito di mettere fine alla notte.

Avviene poi la disposizione della carcassa di Tiamat, in maniera minuziosa, passando dal raddensamento delle acque disperse nell’ atmosfera per creare le nubi, alla creazione delle montagne (comprese le alte vette) e la nescita dei fiumi Tigri ed Eufrate dagli ‘occhi di Tiamat’.
Il passo successivo è la costruzione della dimora di Ea (padre di Marduk) sulla Terra.

Quando il lavoro del dio fu svolto, e lo ebbe compiuto,


allora Egli fondò templi sulla terra, donandoli ad Ea.

Tutti gli dei poi si presentano davanti a Marduk a portare i loro doni, compresa sua madre Damkina, il cui dono Marduk apprezza in modo particolare tanto che l’ epica descrive che:

Ma quando Damkina diede il suo dono,
egli emise un bagliore, il suo volto si illuminò…
diede a Usmu, servo di lei, il suo dono:
la carica della segreta casa di Absu, e lo rese
custode dei santuari di Eridu.


Marduk finalmente si può sedere sul suo trono e ricevere il riconoscimento della sua grandezza:

Egli montò sul trono innalzato nel tempio.
Damkina, Ea, e tutti i grandi dei (gli dei Anunna),
tutti gli Igigi hanno gridato all’ unisono:
"In passato il nome di Marduk indicava solo
un amato figlio… ma lui ora è il re supremo –
Grande Re dell’ universo,
questo è ora il suo nome, in lui confidiamo"


Questo ultimo passaggio, oltre ad essere una attestazione di grandezza della neoeletta divinità principale, sembra anche descrivere l’ effettiva presa di importanza del pianeta della battaglia celeste. Infatti egli prima, come ‘invasore’ era solo un ‘amato figlio’ generato da Ea e Damkina… ma dopo aver distrutto Tiamat e stabilito la propria orbita tra Marte e Giove equilibrando le orbite dei vari pianeti, diventò a tutti gli effetti il regolatore del sistema solare, il ‘Grande Re’.
E’ evidente comunque che in questi passaggi i nomi delle divinità, che prima descrivevano pianeti, descrivono anche veri e propri personaggi in carne ed ossa che compiono azioni. Ciò è confermato dal momento in cui Marduk decide di creare l’ uomo.
Egli si rivolge a Ea, suo padre, definendolo ‘architetto’ cioè ideatore e pianificatore delle sue azioni. Il desiderio di Marduk, espresso al padre, è descritto nell’ epica in modo formidabile:

"Unirò sangue al sangue, sangue ed osso,
per formare qualcosa di nuovo:
il suo nome sarà UOMO – Uomo aborigeno.
Sarà ricordato come mia creazione.
Il suo compito sarà servirci fedelmente,
così gli dei stanchi avranno riposo,
io pianificherò e muterò le loro operazioni,
suddividendole in modo migliore."


Ea, che i sumeri hanno sempre descritto come un saggio scienziato, e al quale Sitchin attribuisce notevoli conoscenze in campo medico – biologico, risponde al figlio di non usare il proprio sangue, ma di usare quello di uno dei servitori di Tiamat. Viene chiamato il consiglio degli dei, al quale presenziano anche i ribelli prigionieri. Kingu è accusato di aver istigato la ribellione (era stato messo a capo dell’ orda da Tiamat) e viene ucciso.
Il suo sangue serve per la creazione dell’ Uomo:

Quando ciò fu fatto, quando Ea nella sua saggezza
aveva generato l'uomo e il suo fardello di lavoro,
ciò era un atto fuori dalla comprensione,
una meraviglia di finezza concepita da Marduk
ed eseguita da Nudimmud.


dove Nudimmud è l’ epiteto di Ea che significa ‘abile creatore’.
Il poema si conclude poi con l’ assegnazione a Marduk dei 50 nomi divini, ognuno rappresentante una funzione a lui assegnata o una sua peculiarità.
Particolarmente interessanti son 2 nomi assegnati:

LUGALDIMMERANKIA is Five,
King of the Cosmos!
Over the universe he is acclaimed
by that Great Company his wrath had shamed
Almighty God!


Traducendo letteralmente il nome:
‘Lu.gal.dim.mer.an.kia’

otteniamo ‘grande signore della violenta tempesta che lega il cielo alla terra’ – definito come il ‘Re del Cosmo’.

As NEBIRU he projected the stars
in their orbit, the wandering gods obey
the laws of passage.
Nebiru, at the still centre,
is the god they adore;
of this starry one they say
"He who once crossed the firmament tirelessly
now is the nub of the universe,"


Qui ritorna il termine Nibiru, il cui significato è ‘attraversare’ o ‘colui che attraversa’. In qualità di Nibiru egli stabilisce le orbite dei pianeti. Questi devono obbedire alla ‘legge del passaggio’, che è facile identificare nelle leggi che governano le orbite e la gravitazione planetaria; Nibiru si trova ‘nel centro’, esattamente la posizione occupata dalla fascia degli asteroidi che divide il sistema solare in due gvuppi di 5 elementi:
da un lato:

  • Mercurio ,Venere, Terra, Luna, Marte

e dall’ altro:
  • Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone


L’ attribuzione del nome ‘Nibiru’ (colui che attraversa) è motivata dal passaggio: "Colui che un tempo ha attraversato il firmamento è ora re dell’ universo".
 
Articolo di Alessandro Demontis
 


IL BAPHOMET - SUMER E GLI ANUNNAKI

Dopo la puntata dela trasmissione “Mistero” del 1 Marzo 2011, con il servizio di Adam Kadmon sul Baphomet, mi son sentito rivolgere due richieste di chiarimento su alcune cose che Kadmon, forse volendo fare un discorso narrativo e ampio, non ha spiegato adeguatamente. Prendo lo spunto da queste domande per chiarire l’ argomento Baphomet.
Il Baphomet, simbolo rappresentante una figura cornuta, seduta, dal viso di capra, era una sorta di ‘idolo’ che si ritiene venerato dai templari. In realtà quella dei templari non era una venerazione, ma un modo di incarnare alcune loro conoscenze in un simbolo. Insomma il Baphomet è un disegno che racchiude tantissime nozioni, legate tutte all’ origine di Dio nella sua accezione di ‘onnisciente’.
Questa origine, come ho discusso molte volte (per esempio nell' articolo 'La nascita di Yahweh '), rimanda senza ombra di dubbio a Sumer, e i templari, vivendo in medioriente, dovevano averlo scoperto e voluto rendere testimonianza di questa scoperta in una maniera ‘codificata’ da tramandare all’ interno dell’ Ordine.
Scelsero la figura di un dio caprino dando il primo indizio: una divinità pagana del medioriente.
A questa figura, però, associarono tutti gli elementi che rimandano a coloro che furono i ‘donatori della Sapienza’, le divinità di Sumer, e due di esse in particolare: Enki e Ningishzidda. Infatti il termine Baphomet significa ‘Battesimo di Sapienza’.
Quali sono questi elementi?

-La luna
-Le corna
-Le ali
-Il protocaduceo (i due serpenti intrecciati a un bastone)
-Il pentacolo

Per capire bene il discorso questi elementi non si possono analizzare singolarmente, se ne perderebbe la visione di insieme, allora paragoniamo il Baphomet alle fonti mediorientali, precisamente SUMERE, che questo ‘idolo’ vuole omaggiare.
-Il protocaduceo era il simbolo con cui veniva rappresentato Ningishzidda, il ‘mago degli dei’, lo ‘psicopompo’ che aveva le chiavi del ‘mondo di sotto’. Ningishzidda nella mitologia sumera era una sorta di scienziato associato alla Luna, all’ astrologia, alla medicina, ma anche alla progettazione di templi e al loro orientamento. Un vaso rinvenuto a Lagash, risalente a circa il 2160 a.C., mostra appunto questo suo sigillo.
-La Luna era il simbolo premevo del dio Enki, successivamente passò a rappresentare il dio Nanna / Suen. Enki era il padre di Ningishzidda, ed era anche lui rappresentato dai serpenti. Infatti, nel sigillo che lo mostra mentre comunica a Ziusudra dell’ imminente diluvio, egli viene rappresentato con torso e testa umani, ma con corpo di serpente. E sopra di lui sta una Luna, esattamente come nel sigillo che ho usato per la mia immagine esplicativa.
-Le Corna erano il segno distintivo degli dei di Sumer, così come - le Ali, che venivano mostrate sia nella schiena di figure umane sia nella schiena degli animali che ‘rappresentavano’ gli dei sumeri (es: Ninurta rappresentato da un’ aquila). Se ciò non fosse abbastanza, il Pentacolo è la chiave che rimanda a Sumer. Infatti nell’ antica Sumer (3100 – 2800 a.C.) la stella a 5 punte era un glifo che si leggeva UB / UP e significava ‘Angolo’. Non è il significato (fuori dal contesto) a rimandare a Sumer, ma il suo stesso utilizzo.

Ora osserviamo le scritte sulle braccia del Baphomet: ‘Solve’ e ‘Coagola’,sono i principi chiave dell’ Alchimia, l’ antica Chimica. Bene chi era il ‘sapiente ’ per gli alchimisti? Hermes Trismegistus. Quale era il suo simbolo? Il caduceo. Ma chi era Hermes Trismegistus? Era la versione greca di Ningishzidda, derivante dalla sua personificazione egiziana (Thot). Così come l’ altrettanto venerato Asclepio non era altro che Enki.
I templari dunque, nel creare il Baphomet, ci hanno voluto tramandare questo messaggio: “Tutta la conoscenza viene da Sumer, da due divinità in particolare: Enki e Ningishzidda”

Articolo di Alessandro Demontis


LA CREUZA DE CARAVACA

La sua origine risale al 1231 quando la città di Caravaca de la Cruz (Spagna) governata da Abu Zed, tiranno musulmano. Egli fece imprigionare vari preti cattolici tra i quali don Ginés Pérez Chirinos, che si era particolarmente distinto per il suo apostolato e la sua predicazione.
Abu Zed, curioso di assistere ad una funzione religiosa cristiana, ordino a don Ginés Pérez Chirinos, il prete cattolico, di praticarne uno alla sua presenza. Il Sacerdote allora, sperando anche nella conversione di King Abu Zed, decise di celebrare Messa alla sua presenza.
La Messa doveva svolgersi in una moschea, ma nel corso della celebrazione il prete si accorse che mancava un elemento necessario: una croce.
Secondo la tradizione fu in quel momento che due angeli, attraverso una delle finestre della moschea, portarono una Croce dal doppio asse orizzontale, e la lasciarono nelle mani del sacerdote che celebrava la Messa. La meraviglia di Abu Zed fu tale che si convertì al cristianesimo.
 
Questa la storia della croce chiamata di ‘Caravaca’, dal nome della città presso cui ha origine. Questo tipo di croce, successivamente ripreso in tanti reperti iconografici e conosciuta con tanti altri nomi e in tante varianti (la più diffusa é la Croce di Lorena), si diffuse in seguito in molte zone del globo, venendo usata nel medioevo come potentissimo talismano. Curiosamente però la croce di cui parliamo, ha avuto poco seguito in ambito cattolico. Più seguito ha avuto invece in ambito esoterico, tra i cristiani ortodossi, e ancora di più nell’ ambito delle comunità sudamericane specialmente di origine portoghese, venendo successivamente inglobata come uno dei più potenti simboli anche dalla Santeria cubana e nella Macumba per l’ allontanamento degli spiriti maligni, e per la protezione personale dagli influssi negativi.
 

A Cuba la ‘Creuza de Caravaca’ é utilizzata come simbolo nella statua che svetta nel centro della Avana.
Ma la Croce di caravaca non è una croce come le altre. La sua particolarità sta nel fatto che non può essere ‘caricata’ come le normali croci cristiane, con le classiche benedizioni. I riti per il caricamento della Creuza de Caravaca vengoon tramandati solo tra iniziati del relativo culto; si ritiene che i più potenti riti di ‘caricamento’ siano quello ortodosso (ancora usato nell’ est europeo) e quello dei santeros cubani. La croce di Caravaca va caricata con il nome della persona a cui é destinata (incidendolo nel talismano su cui la croce viene incisa o sull’ asse verticale della croce stessa se questa viene donata nella sua originale forma a croce), la quale non la può consacrare egli stesso ma deve riceverla in dono già caricata da un ministro o santero. Oltre ai riti di caricamento o consacrazione, esistono numerose preghiere dedicate alla croce di Caravaca, alcune delle quali son riportate a fine articolo.
E’ interessante notare come la croce di Caravaca compaia anche in potenti talismani erroneamente chiamati ‘Salomonici’ creati nel medioevo, tra i quali il famoso ‘Talismano Sterminatore’, utilizzato secondo la tradizione per scacciare il demonio dalle persone possedute.
Riportiamo qui il rituale in tre parti per la consacrazione della Croce di caravaca secondo la Macumba, e alcune orazioni rivolte alla Croce per protezione e guarigione.
 
· Consacrazione in tre fasi (versione in lingua)
1 paso: Suplica a Santa Ana.
Es recargar la cruz, es decir, elevar una oración a la Madre de la Virgen María.
Para rezar, sostenga la cruz en su mano derecha cerrando el puño con la cruz sobre su pecho cerca del corazón y decir lo siguiente:
” Ana, Ana, Madre de la Santa Madre, Abuela del Divino Niño, al igual que la luz que en Belén se mostró a los santos de corazón, te pido que intervengas. Que por tu intermedio, el Señor pose su mirada sobre esta Santa Cruz, y me brinde amparo. Que la luz de tu Santo Nieto ilumine mi corazón. Que así sea.”
Cuando finalice la oración encienda dos velas blancas y ponga la cruz al medio de las dos velas y dejar hasta que se consuman totalmente. Luego retire la cruz, que ya estará lista para la segunda parte del ritual.
2 Paso: Bendición casera para Recargar la Cruz
Un paso fundamental para potenciar el poder de los símbolos sagrados es la Bendición.
Para ello, solo se necesitará agua bendita y su cruz. Trabaje en una mesa despejada, ponga al centro la Cruz de Caravaca, se debe quedar recostada sobre una de sus caras. Tome el agua bendita, moje un dedo de su mano derecha y trace un círculo alrededor de la cruz. Dibuje la circunferencia en sentido horario ( a igual dirección que las agujas del reloj). Concentre sus pensamientos, cuando el círculo de agua se haya secado, debe de dar vuelta la cruz, para que la otra cara quede a la vista. Vuelva a trazar el círculo protector de agua bendita.
cuando se haya secado diga lo siguiente:
” Agua Santa, que ahuyentas el mal y todo lo transformas en Bien, devuélvele a mi cruz, su pureza original, para que brille sobre mi corazón como una estrellas de bondad. Así sea”
A continuación persígnese y retire la cruz de la mesa.
3 Paso: Carga Energética con Humo Sagrado.
La última parte del ritual es la carga energética. Para ello deberá emplear humo. Este tipo de ceremonia forma parte de los ritos religiosos de todo el mundo. El humo que asciende, establece un canal que nos conecta con la Divinidad.
Para que su Cruz de Caravaca esté en contacto con Dios, realice el siguiente ritual:
Necesitará:
3 cucharadas de incienso en polvo, 6 cucharadas de mirra en polvo, un incensario (o fuente) de barro, bronce o cobre, un trozo de genero lino o algodón blanco.
Procedimiento:
Envuelva su Cruz en el trozo de tela blanco y asegure la tela con hilo para que no se deslice. Luego lleve todos los elementos del ritual a la habitación donde quiera trabajar. Coloque el incienso, la mirra en el incensario (o fuente) y encienda con fosforo. Cuando comience a salir humo, tome la cruz siempre cubierta con el paño blanco, y colóquela de tal manera que el humo la envuelva.
Deje que su objeto sagrado se ahúme por lo menos unos 10 minutos. Luego, desenvuélvela y apague el incensario. A partir de ese momento, el poder de su cruz estará en su punto máximo.
Consejo: Si para usted la Cruz de Caravaca es su símbolo personal, llévela siempre consigo. En el caso de que utilice la cruz para protección de hogar, no la cambie de lugar, déjela siempre en un mismo sitio
 
· Uso cristiano della Croce di Caravaca – orazioni
In ambito cristiano ci sono tantissime orazioni rivolte alla Croce di Caravaca, alcune contro i vizi, contro la possessione, per la beatificazione della vergine, per la protezione della salute etc.
Vogliamo riportare qui di seguito alcune di queste orazioni:
 
1. Lode alla Croce
Di questa Croce sovrana ascoltate, signori, con molta attenzione
miracoli e prodigi, perché sono tanti e grandi, che non c’è numero che possa contarli.
Dei cieli scesero con allegria gli angeli del coro, a portarla;
e perché sono tanti, i miracoli che opera, che desta meraviglia.
Uomini, bambini e donne portano con loro la Croce che discese dal cielo glorioso per consolazione, per liberarci degli artigli del Drago feroce.
Zoppi, monchi, invalidi, ciechi e sordi, nella Santa Croce trovano tutti consolazione:
che è tanto bella, che la scelse Cristo per sua sposa.
Dal cielo fu inviata dal Padre Eterno, affinché conoscessimo il gran mistero che in essa è racchiuso
in modo che conoscessimo Dio sulla terra.
I serafini tutti cantano e si rallegrano
per questa Croce sovrana che è un gioiello:
perché nel cielo è il letto di Cristo,
è la nostra consolazione.
Beata puoi chiamarti o Croce di Caravaca
perché sei nei cieli lo Stendardo,
che è la sacra Croce dove il nostro Gesù
diede la sua vita e sangue
Tutti i viandanti e marinai, per il mare e per le strade
camminano senza paura,
perchè sanno di portare nel petto la Croce amata.
Sono grandi i misteri di questa reliquia,
e per questo diciamo tutti
che è benedetta;
affinché tremi l’inferno e la gente che dentro ha.
Di morte repentine, incendi, furti,
ed altri molti pericoli
ci liberi tutti la Croce Sacra
che dalle braccia di Cristo fu sposata.
 
2. Inno contro i vizi
Oh Dio e Nostro Padre, Signore Gesù Cristo!
Invochiamo il vostro santo Nome ed umilmente supplichiamo
la Vostra misericordia che per l’intercessione dell’Immacolata
sempre Vergine María, Madre di Dio,
e per quella di San Michele Arcangelo,
di San Giuseppe sposo della Beata Vergine, dei
Sacri Apostoli, San Pietro e San Paolo e di tutti i Santi
vi degniante prestarci il vostro aiuto
contro Satana e tutto gli altri spiriti immondi che,
per rovina del genere umano e perdizione delle anime,
sono sparsi per la Terra tentandoci e corrompendoci.
Te lo chiediamo per lo stesso Gesù Cristo, Nostro Signore.
Amen
 
3. Inno per proteggere la vista
Porre la croce sugli occhi del malato (anche se stesso) e recitare:
“Nube, Nube di acqua e sangue, per la Gloria della Santissima Trinità (fare il segno della croce), che tu sia subito curata!”

 
Articolo di Alessandro Demontis