Cerca nel blog

martedì 29 dicembre 2015

La discendenza di Adamo ed Eva,la fine della carne e il diluvio (genesi - Noè ) e il diluvio dell' Epica di Gilgamesh (genesi-Utnapishtim)

Scacciato dunque dalla Dimora degli Dèi, condannato a una vita mortale, ma capace di procreare, l'uomo cominciò a farlo. Adamo "conobbe" sua moglie Eva ed essa gli partorì un figlio, Caino, che coltivava la terra. Poi Eva partorì Abele, che divenne un pastore. Ad un certo punto tra i due sorse un dissidio : fatto sta che «Caino si levò contro suo fratello Abele e lo uccise». 
Temendo per la sua vita, Caino ottenne dalla Divinità un segno di protezione e, su suo consiglio, si trasferì ancora più a oriente. All'inizio condusse un'esistenza nomade, poi si sistemò nella "Terra delle Migrazioni, molto a oriente dell'Eden". Qui egli ebbe un figlio che chiamò Enoch ("inaugurazione"), «ed egli costruì una città e la chiamò con il nome di suo figlio». Enoch, a sua volta, ebbe figli, nipoti e pronipoti. Alla sesta generazione dopo Caino, nacque Lamech; i suoi tre figli sono considerati dalla Bibbia coloro che portarono la civiltà: Jabal «fu il padre di coloro che vivono nelle tende e allevano bestiame»; Jubal «fu il padre di coloro che suonano lira e arpa»; Tubal-Caino fu invece il primo fabbro. Anche Lamech, come il suo antenato Caino, fu coinvolto in un delitto, che questa volta riguardò un uomo e suo figlio. Si può affermare con un buon margine di sicurezza che le sue vittime non furono degli umili sconosciuti, perché il Libro della Genesi indugia a lungo sull'incidente e lo considera un punto di svolta nella discendenza di Adamo. La Bibbia racconta che Lamech riunì le sue due mogli, madri dei suoi tre figli, e confessò loro il doppio omicidio, dichiarando: «Se Caino fu vendicato sette volte, Lamech lo sarà settantasette volte». Questa frase alquanto enigmatica va messa in relazione con la successione: Lamech, cioè, dice alle proprie mogli che la speranza che la maledizione di Caino fosse riscattata alla settima generazione (la generazione dei loro figli) era ormai venuta meno; ora sulla casa di Lamech era stata imposta una nuova maledizione, che sarebbe durata molto più a lungo. A conferma che questo avvenimento riguardava la linea di successione, i versi seguenti passano subito a parlare di un'altra, più pura, linea di discendenza:

E Adamo conobbe di nuovo sua moglie
ed essa partorì un figlio
e lo chiamò Seth ["fondazione"]
perché Dio ha fondato per me
un altro seme invece di Abele, che Caino uccise.

A questo punto l'Antico Testamento perde ogni interesse per la linea di Caino e Lamech. Da questo momento in poi la concatenazione degli eventi umani sarà affidata alla discendenza di Adamo attraverso suo figlio Seth e il primogenito di Seth, Enosh, il cui nome ha acquisito in ebraico la connotazione generica di "essere umano". «Fu allora», ci informa la Genesi, «che si cominciò a invocare il nome di Dio». Questa misteriosa affermazione ha messo a dura prova le capacità interpretative di teologi ed esegeti biblici. Essa è seguita da un capitolo che espone la genealogia di Adamo attraverso Seth ed Enosh per dieci generazioni, fino a Noè, l'eroe del Diluvio. I testi sumerici, che trattano un'epoca più remota, quando gli dèi vivevano da soli a Sumer, descrivono con altrettanta precisione la vita dei primi esseri umani a Sumer, in un periodo successivo ma sempre anteriore al Diluvio, Il racconto sumerico (e originale) del Diluvio ha come suo Noè un "Uomo di Shuruppak", la settima città fondata dai Nefilim sulla Terra. A un certo punto, dunque, gli esseri umani, scacciati  dall'Eden, poterono tornare in Mesopotamia, dove vissero insieme agli dèi, servendoli e adorandoli. Secondo la nostra interpretazione del racconto biblico, ciò avvenne all'epoca di Enosh: fu allora che gli dèi permisero agli uomini di ritornare in Mesopotamia, servire gli dèi e "invocare il nome di Dio". Ansioso di passare a narrare l'evento epico del Diluvio, il Libro della Genesi fornisce ben poche informazioni sui patriarchi che seguirono Enosh, al di là dei loro nomi. Eppure anche dal semplice significato dei nomi possiamo arrivare ad avere un'idea degli avvenimenti che si verificarono durante la sua vita. Il figlio di Enosh, attraverso il quale proseguì la linea "pura" di discendenza, si chiamava Cainan ("piccolo Caino"), che, per alcuni, significa "fabbro di metalli". Figlio di Cainan fu Mahalal-El ("colui che loda Dio"), seguito da Jared ("colui che è disceso"). Figlio di Jared fu Enoch ("il consacrato"), che all'età di 365 anni fu portato in cielo da Dio. Ma 300 anni prima, all'età di 65 anni, Enoch aveva generato un figlio chiamato Matusalemme. Secondo molti studiosi, seguaci di Lettia D. Jeffreys (Ancient Hebrew Names: Their Significance and Historical Value, «Gli antichi nomi ebraici: il loro significato e il valore storico»), Matuselah (ebraico per Matusalemme) significava "uomo del missile". Matusalemme ebbe un figlio di nome Lamech, che significa "colui che fu umiliato". E Lamech generò Noè (in ebraico Noah, "tregua"), con la speranza che questo figlio rappresentasse una tregua, un «conforto per il nostro lavoro e per le nostre mani a causa della terra che Dio ha maledetto». Sembra dunque che l'umanità si trovasse in gravi difficoltà quando nacque Noè. A nulla serviva il duro lavoro degli uomini, perché la Terra, che doveva dar loro da mangiare, era stata maledetta. Tutto era pronto per il Diluvio - l'evento spaventoso che doveva cancellare dalla faccia della Terra non soltanto la stirpe umana, ma ogni forma di vita sulla terraferma come nei cieli.
 
E Dio vide che la malvagità dell'Uomo
era grande sulla terra,
e che ogni pensiero, ogni desiderio del suo cuore
era maligno, ogni giorno.
Allora Dio si pentì di aver fatto l'Uomo
sulla terra, e il suo cuore si riempì di pena.
E Dio disse:
«Io distruggerò il terrestre che ho creato,
lo cancellerò dalla faccia della terra».

 
Si tratta, come si vede, di accuse generiche, presentate come giustificazione di misure drastiche, addirittura dell'annientamento di ogni forma di vita. Proprio perché mancano di qualsiasi specificità, studiosi e teologi non sanno spiegare quali peccati o "violazioni" abbiano potuto scatenare una tale collera divina. Sia nei versi accusatori, sia nella proclamazione del giudizio, il brano biblico fa ampio uso della parola "carne", suggerendo dunque che le gravi violazioni e la corruzione dell'uomo avessero a che fare con la "carne", oltre che con i "pensieri e desideri maligni" dell'uomo. Sembrerebbe perciò che l'uomo, avendo scoperto il sesso, fosse diventato una specie di maniaco sessuale. E tuttavia è alquanto difficile credere che la Divinità abbia deciso di cancellare l'umanità dalla faccia della Terra solo perché questa faceva l'amore troppo spesso. I testi mesopotamici sono pieni di storie d'amore - e di sesso, più o meno lecito - tra gli dèi: teneri amori tra sposi, amori adulterini e persino violenti (per esempio lo stupro di Enlil a Ninlil), rapporti sessuali più o meno ufficiali con mogli, amanti,sorelle, figlie e addirittura nipoti (come nel caso di Enki). Come potevano questi dèi montare tanto in collera solo perché gli esseri umani si comportavano come loro?
L'ira divina, a nostro avviso, non era dettata solo dalla degenerazione morale degli uomini, ma soprattutto da quella degli stessi dèi. Letti sotto questa luce, gli strani versi che aprono il sesto capitolo della Genesi acquistano un chiaro significato:

E avvenne che,
quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi
sulla faccia della terra
e diedero alla luce delle figlie,
i figli degli dèi videro le figlie dei terrestri
e videro che erano compatibili.
E presero per mogli quelle che piacquero loro più di tutte.

Come dimostrano questi versi, fu proprio quando i figli degli dèi cominciarono ad avere rapporti sessuali con la progenie dei terrestri che la Divinità gridò: «Adesso basta!».

E Dio disse:
«Il mio spirito non proteggerà l'uomo per sempre;
poiché ha deviato, egli non è che carne».

Questa affermazione è rimasta avvolta nel mistero per millenni. Letta però alla luce delle nostre conclusioni sulla manipolazione genetica che avrebbe portato alla creazione dell'uomo, i versi contengono un prezioso messaggio per i nostri scienziati. Lo "spirito" degli dèi - cioè la perfezione genetica dell'umanità - stava cominciando a deteriorarsi. L'umanità aveva "deviato" e perciò era ritornata ad essere "solo carne" - più vicina, dunque, alle sue origini animali.Possiamo allora capire la netta distinzione che l'Antico Testamento compie tra Noè, «un uomo giusto... puro nella sua linea di discendenza» e «tutta la terra che è corrotta». Unendosi a uomini e donne la cui integrità morale continuava a scendere, anche gli dèi stavano cominciando a subire un processo di deterioramento. Con la precisazione che Noè, invece, continuava a essere geneticamente puro, il racconto biblico giustifica la contraddizione della Divinità: risoluto a spazzar via ogni forma di vita dalla Terra, Dio decise poi di salvare Noè e i suoi discendenti e "ogni animale puro", «per mantenere vivo il seme sulla faccia di tutta la Terra». Il piano di Dio, che modificava il precedente proposito di annientamento totale della vita sulla Terra, era quello di avvertire Noè dell'imminente catastrofe e di esortarlo a costruire un'arca che, galleggiando sull'acqua del Diluvio, avrebbe trasportato tutte le creature destinate alla salvezza. Noè aveva solo sette giorni a disposizione, ma riuscì ugualmente a costruire l'arca, renderla impermeabile, radunare tutte le creature e farle salire sull'arca insieme alla sua famiglia. «E avvenne che, dopo sette giorni, le acque del Diluvio furono sopra la Terra». Ciò che avvenne è meglio descritto dal brano biblico:
 
In quel giorno,
tutte le fontane delle profondità del mondo eruppero,
e le cateratte dei cieli si aprirono...
E il Diluvio rimase quaranta giorni sopra la Terra,
e le acque salivano, e portavano l'arca,
e questa galleggiava, sollevata sopra la terra.
E le acque si facevano sempre più forti
e aumentavano sulla terra,
e l'arca fluttuava sopra le onde.
Poi le acque divennero enormemente forti sopra
la terra e coprirono le montagne più alte,
quelle che stanno sotto tutti i cieli:
quindici cubiti sopra di esse salì l'acqua,
e le montagne furono coperte.
Tutti gli esseri fatti di carne perirono...
Uomini e bestiame e tutto ciò che striscia
e gli uccelli del cielo
furono spazzati via dalla Terra;
solo Noè rimase,
e con lui tutto ciò che stava nell'arca.
Le acque infuriarono sulla Terra per 150 giorni, finché la Divinità
Fece passare un vento sulla Terra
e le acque si calmarono.
Dal profondo si arrestarono le fontane
e si chiusero le cateratte del cielo;
e la pioggia si fermò.
Poi le acque cominciarono a ritirarsi dalla Terra
e dopo centocinquanta giorni,
finalmente diminuirono;
e l'arca si fermò sui Monti dell'Ararat.

Secondo la versione biblica, questa dura prova dell'umanità cominciò «nel seicentesimo anno della vita di Noè, nel secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese». 
L'arca si fermò sui Monti dell'Aram "nel settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese". Il levarsi delle acque e il loro graduale discendere - abbastanza da consentire all'arca di posarsi sulle vette dell'Ararat - durò, quindi, cinque mesi esatti. Poi «le acque continuarono a scendere, finché le cime delle montagne - e non solo quelle più alte dell'Ararat - cominciarono a intravedersi»,quasi tre mesi dopo. Noè aspettò altri quaranta giorni; poi mandò un corvo e una colomba perché controllassero la situazione delle acque sulla terra. Al terzo tentativo, la colomba tornò con in bocca una foglia d'ulivo, segno che le acque si erano ritirate abbastanza da far vedere le cime degli alberi. Dopo un po' Noè mandò di nuovo la colomba, ma questa volta essa non fece ritorno. Il Diluvio era finito.

E Noè tolse la copertura dell'Arca
e guardò, ed ecco:
la superficie del terreno era asciutta.

«Nel secondo mese, il ventisettesimo giorno del mese, la terra si era asciugata». Noè aveva a quel tempo 601 anni. La prova, dunque, era durata un anno e dieci giorni. Allora Noè e tutti gli altri che si trovavano con lui sull'arca uscirono, costruirono un altare, vi accesero il fuoco e offrirono sacrifici alla Divinità.

E Dio sentì il profumo allettante
 e disse nel suo cuore: 
«Non maledirò più quella terra 
a causa dei suoi abitanti; 
poiché è solo la gioventù che rende malvagi i loro desideri.

 Il "lieto fine" è pieno di contraddizioni, almeno quanto la storia del Diluvio in sé. Essa, infatti, comincia con un lungo atto d'accusa contro l'umanità per una serie di atti abominevoli che essa avrebbe compiuto, corrompendo, tra l'altro, la purezza degli dèi più giovani. Tutto ciò giustifica la drastica decisione divina di far perire tutto ciò che è vivente; ma poi la Divinità concede a Noè sette giorni di anticipo sul disastro imminente,per far sì che il seme del genere umano e delle altre creature non muoia per sempre. Terminata la tragedia, Dio si fa allettare dal profumo della carne arrostita e, dimenticando il proposito originario di cancellare tutta l'umanità, mette una pietra sopra a tutta la faccenda con una scusa, attribuendo la malvagità dell'uomo alla sua giovane età. I dubbi sulla veridicità di questo episodio si disperdono, però, quando pensiamo che il racconto biblico è una versione rivista dell'originale sumerico. Come in altre circostanze, nel suo intento monoteistico la Bibbia non ha fatto che comprimere in un'unica divinità i ruoli che nelle altre versioni erano svolti da divinità diverse, che non sempre erano in accordo l'una con l'altra. Finché gli archeologi non scoprirono tracce delle civiltà mesopotamiche e non decifrarono la letteratura accadica e sumerica, il racconto biblico restò l'unica fonte sull'episodio del Diluvio, confortato solo da sparsi e primitivi riferimenti mitologici. La scoperta dell'accadica Epica di Gilgamesh mise invece il Diluvio biblico in buona compagnia, collocandolo in una prospettiva molto più antica, accanto ad altri testi e frammenti dell'originale sumerico. Il protagonista mesopotamico del Diluvio era Ziusudra nella versione sumerica (Utnapishtim in quella accadica): dopo il Diluvio egli venne portato nella Dimora Celeste degli dèi e là visse per sempre felice. Quando, nella sua ricerca dell'immortalità, Gilgamesh arrivò alla Dimora Celeste, chiese consiglio a Utnapishtim a proposito della vita e della morte. 
Questi rivelò a Gilgamesh - e attraverso di lui a tutta l'umanità che venne dopo il Diluvio - il segreto della sua sopravvivenza, "una faccenda occulta, un segreto degli dèi": la vera storia, forse, del Diluvio universale. Il segreto di cui parlava Utnapishtim era che prima che il Diluvio si riversasse sulla Terra in tutta la sua violenza, gli dèi tennero una riunione in cui votarono la distruzione dell'umanità. Il voto e la decisione vennero tenuti segreti. Enki, tuttavia, chiamò Utnapishtim, re di Shuruppak, e lo informò della catastrofe che stava per abbattersi sulla Terra. Dovendo parlare di nascosto agli altri dèi, Enki si rivolse a Utnapishtim da dietro un paravento di canne. Il re dapprima non capì le sue parole, ma poi queste si fecero sempre più chiare:

Uomo di Shuruppak, figlio di Ubar-Tutu:
 distruggi la tua casa e costruisci una nave!
Rinuncia a tutto ciò che possiedi, pensa solo alla vita! 
Lascia tutti i tuoi averi e metti in salvo l'anima. 
A bordo della nave metti il seme di ogni essere vivente. 
Questa è la nave che devi costruire; 
grande abbastanza da contenere ciò che ti ho detto.

Il parallelismo con il racconto biblico è più che evidente: in entrambe le versioni sta per arrivare un Diluvio; un solo uomo viene preavvertito; egli deve salvarsi preparando un'apposita imbarcazione, e deve prendere con sé "il seme di ogni cosa vivente". E tuttavia la versione babilonese è più plausibile. La decisione di distruggere e il tentativo di salvare non sono propositi contraddittori di una sola divinità, ma atti compiuti da divinità diverse. Inoltre, la decisione di mettere in guardia e salvare il seme dell'umanità è l'atto di sfida di una divinità (Enki), che agisce in segreto e in contrasto con la decisione unanime degli altri Grandi Dèi. Perché mai Enki si arrischiò a sfidare gli altri dèi? Voleva solo che si conservasse la sua "meravigliosa opera d'arte" oppure agiva sullo sfondo di una nascente rivalità o inimicizia tra sé e suo fratello Enlil? Effettivamente la vicenda del Diluvio sembra proprio confermare l'esistenza di un conflitto tra i due fratelli.Utnapishtim pose a Enki un'ovvia domanda: come poteva spiegare agli altri cittadini di Shuruppak la costruzione di questo strano vascello (l'arca) e l'abbandono di tutti i suoi beni? Enki gli diede questo consiglio:

Così parlerai a loro:
«Ho appreso che Enlil mi è ostile,
e perciò non posso stare nella vostra città,
né mettere piede nel territorio di Enlil.
Perciò scenderò all'Apsu,
e abiterò con il mio signore Ea».

La scusa, dunque, era che, in quanto seguace di Enki, Utnapishtim non era più ben accetto in Mesopotamia, e perciò doveva costruire un'imbarcazione che lo portasse nel Mondo Inferiore (l'Africa meridionale, come abbiamo visto): là egli avrebbe vissuto tranquillo con il suo signore, Ea/Enki. I versi che seguono accennano a una grande siccità o carestia che in quel momento affliggeva la Mesopotamia: su consiglio di Enki, Utnapishtim doveva far credere ai suoi concittadini che la sua partenza avrebbe posto fine alle loro sofferenze; se egli se ne fosse andato, ogni ricchezza sarebbe ritornata nella loro terra. Ed effettivamente essi ci credettero, al punto che contribuirono attivamente alla costruzione dell'arca uccidendo e servendo ogni giorno torelli e pecore e fiumi di "mosto, vino rosso, olio e vino bianco". Utnapishtim li incoraggiava a lavorare più in fretta; persino i bambini aiutavano a trasportare il bitume che serviva a rendere impermeabile l'imbarcazione. «Il settimo giorno la nave era finita. Non fu facile metterla in acqua ed essi dovettero spostare le tavole del pavimento sopra e sotto più volte, finché due terzi della struttura non furono entrati nell'acqua» dell'Eufrate. Poi Utnapishtim fece salire a bordo dell'arca tutti i suoi familiari e parenti e «tutte le creature viventi che aveva», come pure «gli animali del campo e le bestie selvatiche del campo». Spingendosi però un gradino più avanti di Noè, Utnapishtim stipò a bordo anche tutti gli artigiani che l'avevano aiutato a costruire la nave. Egli stesso avrebbe dovuto salire a bordo a un segnale convenuto con Enki, un segnale che avrebbe dato Shamash, il dio preposto al funzionamento dei razzi fiammeggianti. 

Gli ordini di Enki erano: Quando, all'imbrunire, Shamash farà tremare [la terra] e dal cielo cadrà una pioggia di eruzioni, sali sulla nave e sbarra l'entrata! Non sappiamo quale fosse il legame tra quello che sembrerebbe il lancio di un razzo spaziale da parte di Shamash e il momento in cui Utnapishtim doveva salire a bordo dell'arca e chiudersi dentro. Comunque sia, il momento arrivò; il razzo spaziale provocò un "tremore all'imbrunire" e vi fu una pioggia di eruzioni. Utnapishtim «sbarrò tutta la nave» e «affidò la struttura insieme al suo contenuto» a «Puzur-Amurri, il Nocchiero». La tempesta arrivò "con le prime luci dell'alba". Si udì un tuono spaventoso e un'enorme nuvola nera si alzò dall'orizzonte. L'uragano spazzò via i pali che sostenevano gli edifici e i moli; anche le dighe cedettero. Sopraggiunse l'oscurità e «tutto ciò che prima era stato luce ora si fece nero»; «tutta la terra fu scossa come fosse un vaso».

Per sei giorni e sei notti infuriò la "tempesta del sud".
E più soffiava, più si faceva impetuosa,
sommergeva le montagne,
abbatteva i popoli come fossero mandrie...
Quando arrivò il settimo giorno,
la tempesta del sud portatrice di inondazioni
finalmente placò la furia 
con la quale, come un esercito, aveva combattuto.
Il mare si acquietò,
l'uragano si calmò,
l'inondazione si arrestò.
Guardai il cielo:
era tornata la quiete.
E tutta l'umanità era ritornata argilla.

Si era dunque compiuta la volontà di Enlil e dell'assemblea degli dèi. A loro insaputa, tuttavia, si era compiuta anche la volontà di Enki: una barca aveva messo in salvo, attraverso la furia delle acque, uomini, donne, bambini e altre creature viventi. Finita la tempesta, Utnapishtim «aprì un portello della nave; la luce mi inondò il volto». Si guardò intorno: «il paesaggio era piatto come un tetto spianato». Allora si sedette e pianse, «calde lacrime mi rigarono il volto». Sulla distesa del mare cercò con gli occhi la costa, ma non la vide. Poi: Vide che emergeva una regione montuosa; sul Monte della Salvezza la nave si era fermata; il Monte Nisir ["salvezza"] aveva trattenuto la nave, impedendole di muoversi. Per sei giorni Utnapishtim guardò fuori dall'arca che non poteva muoversi, imprigionata com'era tra le cime del Monte della Salvezza - le bibliche vette dell'Ararat. Poi, come Noè, mandò una colomba in cerca di una terra dove potersi accampare, ma l'uccello tornò indietro. Fu quindi mandata una rondine, ma anch'essa tornò indietro. Infine fu la volta di un corvo: esso volò via e finalmente trovò un posto adatto. Utnapishtim allora liberò tutti gli uccelli e gli animali che aveva portato con sé, e uscì a sua volta. Subito costruì un altare "e offrì un sacrificio" - proprio come aveva fatto Noè. Ma ecco che subito emerge nuovamente la differenza tra la singola divinità e la molteplicità di dèi: quando Noè offrì il sacrificio, «Yahweh annusò il profumo allettante»; ma quando fu Utnapishtim a offrire il sacrificio, «gli dèi annusarono il dolce profumo e accorsero come mosche attorno a colui che compiva il sacrificio».Nella versione della Genesi, fu Yahweh che giurò di non distruggere mai più il genere umano; in quella della Genesi, invece, fu la Grande Dea che giurò: «Non dimenticherò... ricorderò questi giorni, non li dimenticherò mai». Non era questo, però, il problema più urgente. Quando infatti Enlil arrivò a controllare i risultati del suo piano, certo non aveva per la testa allettanti profumi di cibo. Il suo primo impulso fu quello di infuriarsi quando scoprì che qualcuno era sopravvissuto. «Qualche anima vivente è riuscita a sfuggire? Nessun uomo doveva sopravvivere alla distruzione!». Ninurta, figlio ed erede di Enlil, puntò immediatamente il dito accusatore contro Enki: «Chi, se non Ea, poteva elaborare un piano di salvezza? È lui che sa ogni cosa!». Lungi dal negare le proprie responsabilità, Enki si lanciò in una delle più eloquenti arringhe difensive del mondo antico. Cominciò con una serie di lodi a Enlil per la sua grande saggezza, e insinuò che proprio per questo non era possibile che egli volesse dimostrarsi "irragionevole". Quindi, mescolando smentite a confessioni, continuò: «Non sono stato io a svelare i segreti degli dèi»; io ho soltanto lasciato che un uomo, straordinariamente saggio, comprendesse da sé qual era il segreto degli dèi. E se davvero questo terrestre è tanto saggio, Enki suggerì a Enlil, non ignoriamo le sue capacità. «Ora decidi pure che cosa vuoi fare di lui!». Tutto ciò, dice L’Epica di Gilgamesh, era il "segreto degli dèi" che Utnapishtim rivelò a Gilgamesh. Quindi egli passò a raccontargli l'evento finale. Influenzato dalle argomentazioni di Enki,

Enlil salì a bordo della nave.
Tenendomi per mano, mi condusse a bordo;
e condusse a bordo anche mia moglie
facendola inginocchiare al mio fianco.
In piedi tra noi due,
ci toccò la fronte e ci benedisse:
«Finora Utnapishtim è stato solo un uomo;
d'ora in poi lui e sua moglie
saranno per noi come dèi.
Utnapishtim dimorerà nel Luogo Lontano,
alla Bocca delle Acque!».

Così si concluse il racconto di Utnapishtim a Gilgamesh.
Quando si fu trasferito nel Luogo Lontano, Anu ed Enlil Gli diedero vita, come un dio, lo elevarono alla vita eterna, come un dio. Ma che ne fu del resto del genere umano? Il racconto biblico finisce dicendo che Dio benedisse l'umanità e le consentì di "crescere e moltiplicarsi". Anche le versioni mesopotamiche sulla vicenda del Diluvio terminano con alcuni versi che parlano della possibilità, per il genere umano, di procreare. Anche se parzialmente mutilati, i versi parlano dell'istituzione di "categorie" umane:

...Che vi sia una terza categoria tra gli umani:
che vi siano tra gli umani
donne che partoriscono e donne che non partoriscono.

Vi furono anche, a quanto sembra, nuove direttive per i rapporti sessuali:

Regolamenti per la razza umana:
che il maschio... alla giovane fanciulla...
Che essa...
Il giovane uomo alla giovane donna...
Quando il letto è preparato,
la sposa e suo marito giacciano insieme.

Con l'astuzia, dunque, Enlil era stato battuto. L'umanità era salva e ormai in grado di procreare. Gli dèi avevano aperto la Terra all'Uomo.

Nessun commento:

Posta un commento