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martedì 17 novembre 2015

L'ORIGINE DELLA DEA

L’ archeologia e la storiografia sono sempre stati soggetti a errori dettati dall’ approssimazione delle nozioni acquisibili dai reperti, dalla loro non sempre possibile verifica, e da un processo messo in atto dagli studiosi stessi, processo che porta a ritenere tutto ciò che non si comprende come ‘reperto votivo’ o ‘oggetto di culto’. Ciò successe con i famosi ‘fegati’ etruschi, con molte statuine simili ai gargoyles, e con tanti altri oggetti bizzarri o particolari nelle fattezze. Basti pensare a tutte quelle statuine rinvenute in mesopotamia risalenti al periodo Ubaid, raffiguranti silouhette femminili longilinee, con seno sostenuto, e testa di rettile. Non sapendo come trattarle, gli archeologi ci hanno detto che sono ‘probabilmente legate al mondo degli inferi’. La stessa cosa sta avvenendo, a mio avviso, quando si parla di divinità femminili. Ho finora sempre evitato di affrontare l’ argomento, delicatissimo, della ‘Dea Madre’, ma a causa del fatto che questo argomento negli ultimi anni sta diventando il fulcro di rivendicazione da parte di movimenti culturali che, legittimamente ma nella maniera sbagliata, reclamano il giusto rispetto per la figura femminile, ritengo di non poter più evitare di scrivere in merito. E’ bene intanto segnalare che il grosso di questo movimento viene da ambienti pagani o neopagani, ambienti che già in precedenza più d’ una volta si sono distinti per la loro innata capacità di creare ‘calderoni culturali’ mischiando nozioni lontane nello spazio e nel tempo per supportare l’ idea di una ‘Dea’ precedente a qualsiasi ‘Dio’ maschile conosciuto. Se questa possibilità può essere effettivamente investigata, lo si deve fare attraverso nozioni coerenti nel tempo, e non alla maniera pagana che, parlando di una presunta divinità feminea primeva, ci parla di Iside, di Ishtar, di Athena, e dee simili che ben conosciamo, e che ben possiamo racchiudere in un periodo storico sicuramente successivo ai culti marcatamente maschili che conosciamo. Per i loro stessi tratti distintivi tutte queste dee negano tutto ciò che di loro viene detto dai pagani. Ognuna di queste dee aveva genitori, progenitori, antenati, sia maschi che femmine. Non possono essere utlizzate dunque per identificare la ‘Dea’ primeva. La ‘Dea’ dei pagani é dunque un costrutto simile al ‘Yahweh’ giudaico, un nome comune che racchiude al suo interno tante divinità di diverse regioni e diverse epoche; ma mentre nel caso del Yahweh giudaico possiamo risalire al suo primo apparire, ed identificarlo chiaramente e definitivamente con il dio sumero Ishkur, o ancora in tempi più antichi supponendolo essere il di lui padre Enlil, nel caso della ‘Dea’ questo tentativo non é stato fatto. E, allo stato attuale, che mi risulti, non esiste nessun documento in merito che ne identifichi il personaggio. Ma la Dea non proviene solo dall’ ambiente pagano per fortuna. C’ é un movimento di studio archeologico, etnologico e antropologico, che porta avanti un discorso di ricerca non influenzato, almeno ufficialmente, da visuali religiose o pseudocultuali. Ed é solo da questo movimento, del quale fanno parti autorevoli nomi come Marija Gimbutas, Max Dashu e Gwendolyn Leick, che possiamo aspettarci lavori e segnalazioni degni di merito e di analisi approfondita. Il lavoro della Gimbutas, per quanto limitato prevalentemente alla zona esteuropea, ha dato inizio allo studio approfondito di quelle casistiche di reperti, murali e incisioni, che indicassero la presenza del ‘femineo’ già in epoche risalenti a 9000 anni fa. L’ immane lavoro di Max Dashu, la quale ha raccolto in giro per il mondo quelle che reputa essere testimonianze certe di culto femineo (molto interessante il suo lavoro sulle pietre vulva, del quale parleremo più avanti), e che effettivamente si contano nell’ ordine delle migliaia, é indubbiamente il più autorevole attualmente esistente in merito. La Leick, dal canto suo, essendo una esperta di storia dell’ antico medio oriente, ha dato un contributo enorme alla causa chiarificando agli occhi del profano la figura femminile di Inanna / Ishtar, che é servita, per le civiltà greca e romana, come modello per le principali divinità femminili. Troviamo dunque in Artemide / Diana, dea della caccia, ma anche in Demetra, dea delle messi e della fertilità, due rappresentazioni di Inanna moglie del defunto Dumuzi, dio pastore per eccellenza. Troviamo in Afrodite / Venere la dea della bellezza e della sensualità come controparte di Inanna / Ishtar dea dell’ erotismo, la ‘prostituta’ degli dei, quella ricordata per le sue evoluzioni nel ‘Gigunu’ sumero, la ‘casa del piacere’. Identifichiamo nella Enio controparte femminile di Ares, che diventa la romana Bellona, la rappresentazione di Inanna come dea della guerra, colei che mosse guerra contro Ebih, e che spinse i suoi amanti guerrieri a saccheggiare sia Babilonia che Nippur, facendo affronto a Marduk e ad Enlil, il quale la punì distruggendo Agade, la sua città. Il lavoro di ricerca riguardante l’ origine primordiale del culto della Dea, passa prevalentemente attraverso l’ identificazione di alcuni reperti:
 
- le famosissime ‘statuette’ a forma di donna;
- le ‘pietre vulva’;
- le pitture di figure femminili;
 
ma anche attraverso l’ analisi cronologica di scritti che possano darci indicazioni su questo ipotetico culto. E’ bene chiarire subito che il secondo tipo di reperto, quello costituito da scritti, non supporta minimamente l’ idea di un culto femineo precedente quello maschile tramandatosi fino ai giorni nostri. Tutti i più antichi scritti, tutti i più antichi culti di cui abbiamo tradizione scritta, a partire dal IV millennio a.C., ci parlano si di tantissime ed importanti divinità femminili (e scopriremo quali), ma sempre e comunque in relazione a più importanti divinità maschili, delle quali erano figlie o, in rarissimi casi, mogli. Solo in uno stadio ben avanzato abbiamo testimonianza del nascere di un culto dedito alle figure femminili non come subordinate ai relativi consorti, ma come divinità indipendenti con ben precise funzioni. E’ dunque dall’ archeologia e dall’ etnologia che dobbiamo cercare indizi riguardanti questo presunto culto. Analizziamo dunque i 3 tipi di reperto giunti fino a noi, cercando di stabilire quale sia il loro significato.

LE STATUETTE DELLE ‘DEE MADRI’
Le statuette chiamate ‘delle dee madri’ si dividono essenzialmente in due gruppi: 
- uno, che racchiude i reperti più antichi, raffigurante donne molto corpulente, con la pancia prominente, il seno molto abbondante, le cosce carnose, grossi glutei a pera e, nei rari casi di statue con volto inciso, guance paffute e labbra carnose; 
- un altro, che racchiude i reperti più ‘giovani’, raffigurante figure femminili longilinee, sensuali, ben modellate, artisticamente più elaborate, quasi sempre con volto.
Entrambi i tipi di raffigurazione mostrano queste figure generalmente nude o con leggeri veli, ma mentre nel primo caso é prevalente l’ idea dell’ abbondanza, forse legata alla ‘terra’, nel secondo caso é prevalente l’ idea della sessualità / bellezza. Il primo tipo, in effetti, rappresenta più lo stereotipo della ‘matrona’ anziana, e il secondo quello della giovane nel fiore dello sviluppo. Il secondo gruppo spesso mostra queste figure adornate con gioielli. Esempi tipici del primo gruppo sono le famose ‘dee madri’ ritrovate nei siti archeologici britannici, danesi, e in genere nordeuropei, figurine generalmente senza testa o con testa senza volto, con addome e seno pronunciati; esempi del secondo gruppo sono invece le molte statuine sudamericane o indiane. Ne riportiamo qui sotto due esempi:
Cosa possiamo dire di questi reperti? Intanto, la primissima considerazione da fare, é che niente ci indica che queste figure fossero divinità, nè che fossero oggetto di qualsivoglia culto. Questa ipotesi é in effetti stata avanzata arbitrariamente da alcuni antropologi, tra i quali appunto la Gimbutas, e poi fatta propria da tanti altri. La Gimbutas sostenne che l’ europa neolitica (tra il 6500 a.C. e il 3500 a.C.) era pervasa da un culto ‘matristico’ incentrato sulla figura femminile, successivamente sradicato dalle invasioni Kurgan che portarono la cultura dell’ uomo guerriero e una società patristica e patriarcale. La Gimbutas però ammetteva che il periodo matristico non necessariamente doveva essere matriarcale, cioè non necessariamente vi doveva essere la ‘supremazia’ societaria e religiosa della donna. Probabilmente sulla scia del suddetto errore commesso dagli studiosi, di identificare come ‘oggetto di culto’ tutto ciò che non si riesce a spiegare, le innumerevoli ‘dee madri’ furono e sono ritenute dunque oggetti di culto, icone litiche che rappresentavano una presunta ‘divinità’ femminile adorata dalle popolazioni dei luoghi ove questi reperti vennero ritrovati. Questa possibilità ovviamente non é da scartare (ne riparleremo iù avanti), ma appare non supportata da evidenze archeologiche, ed appare appunto solo una ipotesi non comprovabile. Ma anche accettando che quelle statue fossero veramente raffigurazioni di divinità, niente può indicare che queste fossero primeve. Anche accettandone la valenza religiosa, niente indica che il culto femineo fosse staccato da uno maschile o ad esso precedente. L’ idea della Gimbutas infatti é stata molto criticata, e la studiosa stessa é stata accusata da svariati autori (tra i quali il più eminente fu Andrew Fleming) per la sua eccessiva selezione nei reperti di studio. La Gimbutas in sostanza mostrava nei suoi lavori e analizzava a sostegno della sua tesi tantissimi reperti femminili rinvenuti negli scavi, nascondendo una uguale quantità di figure asessuate o maschili rinvenuti negli stessi siti archeologici. La nostra idea, in effetti, é che niente ci autorizza a pensare che ci fosse nel neolitico una predominanza della figura femminile, e che niente ci autorizza a pensare che queste statue rappresentassero divinità nè fossero oggetto di culto. Una critica simile fu posta, e rimase senza risposta, da Peter Ucko, il quale asserì che, per quanto se ne sa, “quelle statuette potevano essere perfino bambole o giocattoli neolitici.”. Se ciò può far sorridere, si tenga presente che sono tantissimi i casi di tombe nelle quali son stati rinvenuti oggetti riconosciuti come giochi, passatempi, rudimentali strumenti musicali o bambole. Alcune addirittura con residui di ‘trucco’ nel volto o frammenti di pelle utilizzata come ‘vestito’. Una posizione simile é sostenuta da Douglas Bailey, capo archeologo dell’ Università di Cardiff, specializzato nell’ analisi di reperti dell’ europa balcanica, che nel suo ‘Prehistoric Figurines’ analizza i reperti come rappresentazioni antropomorfe e come miniature. Bailey affronta il tema della errata attribuzione, a molti reperti, del ruolo di rappresentazione della ‘Dea Madre’ e segnala come la Gimbutas, nell’ analizzare le figurine piatte e bianche a forma di donna create con ossa di animali (che avevano al posto delle ‘orecchie’ due buchi, forse per portarle appese al collo con un laccio - mostrate qui sotto), le definisca ‘rappresentazioni della Bianca Dea della Morte’, senza che ci fosse nessuna evidenza di una associazione a culti relativi ai morti o a rituali di morte.
Il problema é, dunque, secondo Bailey e Ucko, quello dello stabilire cosa effettivamente quei reperti mostrino. Sorge a questo punto una domanda: come si può stabilire da una rappresentazione artistica quando un personaggio può o no essere considerato una figura divina? In molti esempi di steli, murales, statue, incisioni, generalmente si riconosce come divinità un personaggio assocciato a elementi celesti (presenza di stelle o pianeti), elementi naturali (es: fuoco o corsi d’ acqua), a particolari animali, o elementi che trovano un riscontro nella mitologia orale o scritta che ci giunge dal popolo cui quel reperto viene attribuito, o dai successivi che con questo popolo hanno avuto contatto. Nel caso della più antica civiltà conosciuta, i sumeri, l’ elemento distintivo della divinità era un corpicapo cornuto, elemento che ritroviamo anche nel centroamerica e nell’ europa del nord. Questo elemento, per i sumeri, trova riscontro negli innumerevoli testi che ci descrivono gli dei, identificati anche da un particolare modo di scrivere il loro nome (con un glifo, traslitterato ‘dingir’ e rappresentato da una stella, posto davanti al nome), come legati al cielo, agli elementi, a certi animali o alle stelle / costellazioni / pianeti. Così per esempio il capo supremo degli dei sumeri, Enlil, era assocciato al toro, suo figlio Ninurta all’ aquila, suo fratellastro Enki al serpente o ai pesci, e veniva spesso raffigurato con corsi d’ acqua che nascevano dalle sue spalle Bene nel caso di queste ‘dee madri’ non abbiamo niente di tutto ciò. Tutto ciò che abbiamo sono i reperti stessi, senza incisioni o segni contestuali, senza abbinamenti o associazioni, e senza nessun riferimento mitologico giuntoci dalle popolazioni coinvolte. Sta quindi evidentemente alla possibilità di affrontare uno studio multidisciplinare il riuscire a identificare ciò che abbia mo davanti, e questa possibilità non si presenta con i più antichi reperti di figure femminili dal 9000 a.C. (alcuni antropologi sostengono che in realtà i primi esempi vadano datati a 25.000 anni fa circa) fino a tutto il periodo Vinca (4200 a.C.).

LE PIETRE-VULVA
Le pietre vulva, lungamente e dettagliatamente trattate dalla studiosa Max Dashu, sono un fenomeno antropologico e archeologico senz’ altro degno di nota. E’ innegabile che molti dei reperti catalogati in questa maniera abbiano una forte somiglianza con il triangolo pubico, e l’ associazione con la figura femminile ci viene amplificata nei casi di incisioni ‘a vulva’ tinte o coperte di pittura ocra o rossa, rappresentante il flusso mestruale. E’ innegabile dunque che le pietre o le incisioni di questo tipo siano un reale riferimento al femineo. Mostriamo qui di seguito alcune di queste pietre-vulva.
Se questi esempi possono tranquillamente essere accettati come effettive rappresentazioni di una vulva (nel caso della prima si tratta di una incisione di intera figura femminile, dunque non abbiamo nessun dubbio), e in tanti casi sopravviva in alcune comunità primitive una ritualistica femminile che coinvolge questi reperti, alcuni altri casi evidenziati dalla studiosa sono piuttosto arbitrari, specialmente quando ella segnala come raffigurazioni di vulva evidenti formazioni naturali, per esempio ingressi di caverne o pietre spaccate, come nel caso della pietra di Murrieta in California, raffigurata più sotto. In alcuni altri casi la studiosa presenta disegni effetuati a mano per esempio da indios. A mio avviso però questo genere di reperti non va tenuto in considerazione perchè nato con uno scopo ben determinato, appunto quello di rappresentare una vulva, che ci é certo inquanto facente parte di un rituale o comunque di una pratica religiosa che ancora si perpetua, mentre altrettanto certo non é il discorso che stiamo affrontando sulle ‘pietre vulva’ sulle quali appunto indaghiamo, poichè su di esse non abbiamo nessun lascito a testimonianza che quello fosse effettivamente il modo in cui erano intese dai popoli del passato.
Le pietre vulva sono viste dai sostenitori della tesi del culto femineo come rapresentazione della Dea in qualità di origine della vita, evidentemente legata al ‘parto’ ma anche all’ aspetto sessuale, tanto che nel sito stesso della Dashu son presenti molti links di carattere femminista più legato al sesso e alla sessualità che alla figura della dea generatrice. Un altro legame attribuito alla vulva come rappresentazione della Dea é quello relativo ala ‘terra’. La ‘madre terra’ incarna il potere generatore / rigeneratore della Dea. Di questo legame, effettivamente, potrebbe esserci giunta traccia anche in forma scritta, tramite i sumeri. Il termine che indica ‘terra’ infatti era KI, e veniva rappresentato, sia nella forma pittografica che in quella cuneiforme, con segni molto simili a una vulva.
Anche in questo caso però, non siamo in presenza di nulla che ci dica chiaramente che tutti questi simboli fossero riferiti a una o più divinità. Nel caso del KI sumero, comunque, questo termine era anche il nome di una dea, dunque é lecito, se effettivamente il pittogramma nasce come rappresentazione di una vulva, legare tale simbolo al culto di questa dea. Se é ammissibile pensare che le popolazioni che hanno inciso nella pietra raffigurazioni di vulve avessero una grande considerazione del fenomeno della generazione da parte della femmina, niente autorizza a pensare che tale considerazione fosse un vero e proprio culto, nè che fosse attribuibile all’ adorazione di una figura divina. Potremmo anche trovarci semplicemente davanti a casi di ‘omaggio’ al più grande mistero, quello della nascita. Indubbiamente comunque il fenomeno della ‘sacra vulva’, come la Dashu lo chiama, va ridimensionato anche in termini quantitativi; se sopratutto nei casi di rappresentazioni di personaggi femminili a figura intera, con la vulva aperta e le mani a ‘spalancarla’, l’ identificazione del soggetto é fuori da ogni dubbio, nel caso di molte rappresentazioni del tipo incisorio ci troviamo di fronte a dubbie interpretazioni. Non mancano comunque, come abbiamo visto, molti casi in cui si può benissimo riconoscere l’ intento di incidere una vulva nella pietra. E questo aspetto, purtroppo poco indagato, meriterebbe di essere portato alla conoscenza della gente perchè mostra come nell’ antichità questo simbolo fosse importante.

LE PITTURE RUPESTRI
Veniamo ora al tema delle rappresentazioni pittoriche, di solito su pietra o su pareti di roccia, ritrovate nei più diversi angoli del mondo. Senza troppo dilungarci, riportiamo qui di seguito alcuni di questi reperti, tra i più riconoscibili.
Niente può far sorgere il dubbio sul fatto che si tratti di figure femminili, ma il modo in cui queste figure vengono interpretate é soggettivo. La prima immagine, per esempio, ci é presentata come ‘figura femminile che dà origine alla Via Lattea’, evidente riferimento al latte che fuoriesce dal seno della donna ritratta. Ma da dove viene l’ associazione con la Via Lattea? Perchè proprio la Via Lattea? Una simile descrizione é fatta della seconda foto, la quale mostra un reperto australiano identificato come ‘la dea della grande e bianca via lattea’. La terza figura, provveniente dall’ India come la prima, mostrerebbe ancora un’ altra ‘dea della via lattea’, molto simile a una ben nota rappresentazione egiziana. Ma questi riguardanti la presunta via lattea solo alcuni esempi, ve ne sono altri per cui vengono trovate diverse associazioni, si trovano per esempio pitture o incisioni rupestri collegate alla caccia o alla nascita. Altri addirittura legati a riferimenti stellari, come nel caso della Orejona raffigurata mentre scende dalle stelle. E’ bene comunque ricordare come in genere in questo tipo di reperti (salvo sporadici casi come appunto l’ Orejona) manchi qualsiasi dettaglio che permetta di stabilire chi sia rappresentato e con quale intenzione. Insomma, anche in questo caso parlare di ‘culto’ e di ‘divinità’ é una scelta arbitraria. Abbiamo fin qui analizzato i tre tipi di reperti archeologici più comunemente utilizzati per studiare il fenomeno dell’ origine della ‘Dea’ e l’ ipotesi di una cultura matristica precedente quella patristica. Ci siamo rivolti a un arco di tempo lontano millenni dalla nascita della prima civiltà, e questo già di per se deve far riflettere. La prima civiltà finora riconosciuta come organizzata, i sumeri, compaiono nel IV millennio con un pantheon e un corpus di dottrine paragonabili a una religione, ma di stampo completamente diverso da quello che i sostenitori del culto della ‘Dea’ dipingono. Di fatto, mentre questo presunto culto viene proposto come qualcosa di ‘spirituale’, sappiamo ormai che le prime forme di culto erano estremamente materiali e pratiche, e solo dopo si sono evolute verso un percorso più spirituale. Con il IV millennio e l’ avvento dei sumeri abbiamo anche la possibilità di consultare testimonianze scritte, e per la prima volta, oltre alla scrittura veria e propria, anche testimonianze iconografiche che lasciano pochi dubbi, al contrario delle statuette e delle incisioni / pitture di cui abbiamo parlato finora. E, paradossalmente, é da qui che possiamo partire per stabilire come sia nata la figura della ‘Dea’ come nome comune che racchiude diverse figure e i loro attributi. La mitologia e l’ iconografia sumera ci parlano di una dea primordiale, chiamata Namma, definita come ‘creatrice dei primi dei’. A lei si deve, secondo il mito sumero del diluvio, la nascita delle prime città. Ma Namma era si una dea primeva, ma solo nei confronti della Terra e non era la prima divinità esistente. Namma infatti era partner di An, il dio del cielo. Dalla loro unione nasce Ea, il signore delle acque. Altri miti, successivi di migliaia di anni, e risalenti all’ epoca babilonese, ci parlano della ‘Creazione’ ad opera di Tiamat, la ‘dea delle acque salate’. Ma Tiamat é consorte di Apsu, che viene chiamato ‘il primevo’. Ancora una volta dunque il ‘primo’ dio non é una divinità femminile ma maschile. In un mito ittita che parla della ‘regalità’, e di come questa discese dal cielo, ci viene raccontato che addirittura prima di Anu (compagno di Namma) esistevano altri dei, tra i quali viene nominato Alalush, del quale Anu era coppiere. Insomma prima della ‘prima dea’ di cui abbiamo traccia c’ erano intere generazioni di altre divinità maschili e femminili. Il prototipo della ‘dea madre’, però, non é nè Namma nè Tiamat, ma più probabilmente la dea sumera Ninmah (grande signora), figlia di AN (Anu - cielo) e KI (Antu - terra), la quale é responsabile, su richiesta degli dei lavoratori, della creazione del primo uomo. Viene aiutata dalle ‘Sud’ o ‘Dee della nascita’, il chè indica che seppur lei viene ricordata come la ‘grande madre’, in realtà vi furono svariate madri. Per intenderci, Ninmah (che i sumeri chiamavano affettuosamente ‘Mami’) é la Hator egizia, rappresentata da una mucca, esattamente come Ninmah in tarda età. Ninmah era per i babilonesi la prima dea assocciata alla Vergine, attributo che le fu poi rubato da Inanna. Ninmah era una mediatrice nelle faide fa miliari, una abilissima stratega e pacificatrice, nonchè una curatrice. Oltre ad essere il prototipo della ‘dea madre’ é anche sicuramente il prototipo della ‘dea guaritrice’ e della ‘dea amministratrice’. Perchè allora non guardare proprio a questo pantheon per cercare l’ origine della famosa ‘Dea’? Di fatto, anche iconograficamente, possiamo identificare due fasi ben distinte nell’ arte mesopotamica che rappresentava le dee. Una fase dedicata alle ‘vecchie dee’, cioè quelle di prima generazione, nate dai cieli e da questi discese, e una seconda fase, quella delle ‘dee giovani’ nate sulla Terra. Questa suddivisione combacia perfettamente con un altro tipo di suddivisione: quella in base alla ‘silouhette’ femminile. Le ‘vecchie dee’ della prima generazione venivano tutte ricordate come ‘matrone’ corpulente, paffutte, di enorme statura. Oltre a Ninmah, ricordiamo anche Gula, il cui nome significa ‘grande e grossa’, anche lei rappresentata come corpulenta.
Le ‘giovani dee’ invece, della seconda e terza generazione, nate sulla terra, venivano rappresentate come donne affascinanti, di corporatura più minuta e sinuosa, come possiamo vedere dalle rappresentazioni di Inanna, Ninsun, Ereshkigal e Ninkasi:
Abbiamo inoltre, con l’ avvento della seconda e terza generazione di dee, la vera e propria attribuzione di ruoli a queste figure femminili indipendentemente dalla loro relazione con divinità maschili e, allo stesso tempo, si inizia a delineare una ‘promozione’ di divinità femminili come artefici dei destini degli uomini. Ricordiamo che mentre i primi re di Sumer sostenevano di essere ‘del seme reale’ di questo o quel dio, improvvisamente dal periodo accadico iniziamo ad avere re nutriti ‘dal sacro seno’ di questa o quella dea. Le vecchie dee ‘vanno in pensione’ e le nuove avanzano: abbiamo così Inanna che prende il posto della dea Ninmah, tanto che in alcuni templi ella viene raffigurata come dea corpulenta, segno distintivo delle prime dee (Ninmah e Gula), atribuendole il ruolo di ‘generatrice’ e ‘madre’ (benchè la mitologia attribuisca a Inanna solo un figlio, Shara) oltre che quello di ‘concubina’ e di ‘amante’ di innumerevoli dei e re. In questo periodo in cui si ha la ‘specializzazione’ delle ‘giovani dee’ e l’ attribuzione di ruoli e competenze, abbiamo dunque la Ninkasi dea della birra, la Nidaba astrologa, la Nisaba dea della scrittura, la Ereshkigal dea degli inferi e della magia, ma, ancora più importante, abbiamo i primi esempi di ‘semidei’ di origine divina derivante da linea femminile, come Lugalbanda e Gilgamesh, e i primi re ‘eletti’ da dee, come Sargon amante di Inanna. Abbiamo dunque qui, a mio avviso, svariate indicazioni iconografiche e mitologiche che ci permettono di identificare i prototipi che hanno portato alla nascita del concetto della ‘Dea’, e sta di fatto che le più importanti dee spesso mischiate e rimischiate senza cautela dal movimento di seguaci della ‘Dea’, particolarmente quelli di stampo pagano, e quindi Asherah, Astarte, Diana, Afrodite, Persefone, Athena, Iside, Ishtar, Oshun, e altre, sono nate dalle interpretazioni successive che le civiltà del II e I millennio a.C. hanno dato delle dee mesopotamiche appena viste. Ma questa rivoluzione non riguarda solo le divinità. Riguarda anche gli uomini e le donne mortali. E’ nel 2280 a.C. circa che abbiamo il primo esempio di sacerdotessa a cui viene dato il compito di redigere documenti per gli dei, con Enheduanna, sacerdotessa lunare del dio Sin, che redice il famoso ‘Inno delle case degli dei’, un documento talmente importante che scribi successivi, sia uomini che donne, vi hanno aggiunto del loro mantenendo lo stile originale dettato dalla sacerdotessa. Ed é all’ incirca nel 1800 a.C. che abbiamo il consolidarsi della tradizione sacerdotale femminile di Babilonia, con una suddivisione gerarchica in Naditu, Shagitu, Kulmashitu, Qadishtu e Ubgabtu. Che conclusione trarre dunque alla luce di queste analisi? Il culto della ‘dea’ é sicuramente esistito, e per lungo tempo é stato importantissimo e testimoniatissimo da centinaia di composizioni letterarie e iconografiche giunteci nel corso di millenni. I tentativi di affossare l’ esistenza di questo culto non possono trovare supporto, poichè se da un lato i più antichi reperti non ci danno indicazioni univoche, i reperti degli ultimi 5000 anni mostrano senza ormbra di dubbio che ledivinità femminili erano ‘elegibili’ e di fatto ‘elette’ a entità venerabili. Indubbiamente questo culto ha generato realtà localizzate, di carattere prevalentemente regionale, nelle quali si aveva una prevalenza della figura divina femminile (basti pensare alla civiltà di Harappa, nell’ Indo, incentrata per oltre un millennio sulla figura di Ishtar / Inanna e dove fu proprio il consorte di lei, Dumuzi, ad essere ‘subordinato’). Meno certo é che questi culti fossero esclusivamente femminili, e che in tutti i casi la dea adorata in questa o quella regione fosse ‘innalzata’ al ruolo di ‘dea suprema’ al di sopra della sua genealogia maschile. Un caso di questo genere é la Inanna adorata a Babilonia a partire da circa il 1200 a.C., infatti qui la Inanna adorata non é la Inanna sumera, ma una rappresentazione di Sarpanit, moglie del dio nazionale Marduk, esattamente come a Kutha veniva adorato Nergal come rappresentazione di Enlil. Non testimoniato, e quindi non accettabile, é che prima del IV millennio ci siano state realtà societarie incentrate su un culto religioso organizzato di stampo matristico. Niente esclude che ci fossero comunità matristiche in termini societari, ma niente supporta l’ idea di un culto divino di questo genere. Come abbiamo visto, il grosso dei casi di riferimenti ipotizzati come a ‘divinità femminili’ prima del IV millennio é estremamente controverso, ambiguo, se non in alcuni casi addirittura fraudolento. A partire dal III millennio poi, dopo un millennio circa nel quale le figure femminili erano si riconosciute, ma subordinate in tutto e per tutto ai corrispettivi maschili, e dunque prive di funzioni e attributi particolari (salvo i due casi esemplari di Gula e Ninmah), si inizia a delineare la attribuzione alle ‘giovani dee’ dei ruoli essenziali per lo sviluppo delle società. A queste dee viene regalata (o concessa) la meritata attenzione e responsabilità, vengono ‘elevate’ a soggetti di culto, rese capaci di influire sulla storia delle popolazioni. Gli antichi dei in generale si allontanano sempre più, Enlil ed Enki si fanno da parte lasciando lo spazio ai figli e nipoti, Ninurta, Nanna e Ishkur, Utu e Inanna da una parte, e Marduk, Ningishzida e Nabu dall’ altra. Dopo circa mezzo millennio, a cavallo del XV secolo a.C. si hanno due avvenimenti importanti: la nascita della civiltà egea, da cui nasce quella greca, che tanto ha dato alla attuale idea della ‘Dea’, e l’ affermazione del Yahwismo. E in un certo senso la nascita del Yahwismo segna, purtroppo, l’ inizio del declino di questo culto femminile. L’ ebraismo seguito al Yahwismo infatti si tramanda esclusivamente per linea patristica, é un culto maschile, nel quale la donna viene relegata di nuovo al ruolo di ‘serva’. Ciò peggiora con l’ avvento del cristianesimo, e successivamente dell’ Islam, religioni che nei confronti del culto femminile (salvo il caso di Maria) hanno condotto una vera e propria crociata fino a quei tempi oscuri noti come ‘Medio Evo’ in cui addirittura la donna é considerata portatrice di peccato, e il solo ricordo dei tempi in cui le divinità erano anche femminili veniva considerato ‘eresia’.

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