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domenica 15 novembre 2015

IL SOGNO DEL PROFETA DANIELE - L'ETA' DEI MINERALI - L'AMMUTINAMENTO DEGLI ANUNNAKI E LA CREAZIONE DEL PRIMO LAVORATORE (ESSERE UMANO)

Se dovessimo andare a colonizzare altri pianeti o asteroidi, per quale ragione lo faremmo? Scienziati e autori di fantascienza concordano nel proporre, come motivo prevalente, la ricerca di minerali troppo rari sulla Terra, oppure di minerali che sarebbe troppo costoso estrarre dal nostro sottosuolo. Non potrebbe darsi, allora, che anche nel caso dei Nefilim sia stata proprio questa la "molla" che li ha spinti a colonizzare la Terra? Gli studiosi moderni suddividono i primi periodi di attività dell'uomo sulla Terra in Età della Pietra, del Bronzo, del Ferro, ecc. Nell'antichità, invece, il poeta greco Esiodo, per esempio, distingueva cinque età: Età dell'Oro, dell'Argento, del Bronzo, Eroica e del Ferro. Ad eccezione dell'Età Eroica, tutte le tradizioni antiche accettavano la sequenza oro-argento-rame ferro. Il profeta Daniele ebbe una visione in cui vide "una grande figura" con la testa di oro zecchino, petto e braccia d'argento, ventre di bronzo, gambe di ferro e piedi d'argilla. Nel mito e nel folklore abbondano le tracce di un'Età dell'Oro, per lo più associata al tempo in cui la Terra era abitata dagli dèi, seguita da un'Età dell'Argento, e poi dalle età in cui dèi e uomini vivevano insieme sul nostro pianeta - l'Età degli Eroi, del Rame, del Bronzo e del Ferro. È possibile che tali leggende riecheggino eventi realmente accaduti sulla Terra? Oro, argento e rame sono tutti elementi nativi del gruppo dell'oro. Appartengono alla stessa famiglia nella classificazione periodica basata sul peso e sul numero atomico; hanno analoghe proprietà cristallografiche, chimiche e fisiche - sono morbidi, malleabili e duttili. Di tutti gli elementi conosciuti, inoltre, questi sono i migliori conduttori di calore ed elettricità. Dei tre, l'oro è il più durevole, anzi è praticamente indistruttibile. Molto usato per costruire monete e gioielli, esso ha tuttavia un valore incalcolabile anche per l'industria elettronica: si ha bisogno dell'oro, per esempio, per i circuiti microelettronici e per i "cervelli" dei computer. L'amore per l'oro è una costante della vita dell'uomo fin dagli albori della civiltà e della religione, e risale ai contatti dell'uomo con gli dèi antichi. Gli dèi di Sumer volevano essere serviti con vassoi e brocche d'oro, e d'oro dovevano essere i loro abiti. Quando gli Israeliti lasciarono in tutta fretta l'Egitto, non ebbero il tempo di far lievitare il pane, eppure Dio ordinò loro di farsi dare dagli Egiziani tutti gli oggetti d'oro e d'argento disponibili. Quest'ordine, come vedremo, era dovuto al fatto che tali materiali erano necessari per la costruzione del Tabernacolo e delle sue apparecchiature elettroniche. L’oro, che noi chiamiamo "metallo reale", era in realtà il metallo degli dèi. Parlando al profeta, il Signore affermò chiaramente, a proposito del suo ritorno per giudicare le nazioni: «L'argento è mio e l'oro è mio».La stessa adorazione dell'uomo per questi metalli affonda le sue radici nel gran bisogno di oro che i Nefilim avevano e che li aveva spinti, a quanto pare, a venire a cercarlo sulla Terra. Forse essi cercavano anche altri metalli rari - come il platino (abbondante nell'Africa australe), che ha il potere di alimentare le batterie in maniera straordinaria. E non si può escludere la possibilità che essi cercassero sulla Terra anche fonti di minerali radioattivi, come uranio e cobalto - le "pietre azzurre che causano mali" di cui parlano alcuni testi. Alcune incisioni mostrano Ea, dio delle miniere, che emette radiazioni talmente potenti quando esce da una miniera, che gli dèi che lo attendono fuori devono usare schermi protettivi; in tutte queste rappresentazioni iconografiche Ea tiene sempre in mano una sega da roccia (figura 146).
Anche se fu Enki a guidare la prima spedizione sulla Terra e lo sviluppo dell'Abzu, il merito di quanto si realizzò non va, ovviamente, soltanto a lui. A compiere materialmente il lavoro, giorno dopo giorno, erano i membri comuni del gruppo giunto sulla Terra, i cosiddetti Anunnaki. Un testo sumerico descrive la costruzione del centro di Enlil a Nippur. «Gli Annuna, dèi del cielo e della terra, effettuavano il lavoro. L'ascia e i cesti per il trasporto, con cui gettavano le fondamenta delle città, tenevano in mano». Gli antichi testi, dunque, parlano degli Anunnaki come di divinità minori, dèi comuni, "quelli che lavoravano materialmente" per colonizzare la Terra. Secondo la versione babilonese dell'Epica della Creazione, era Marduk ad assegnare loro i vari compiti (mentre siamo certi che nell'originale sumerico la funzione di comandante degli astronauti fosse affidata ad Enlil).
 
Assegnati ad Anu, per far eseguire le sue istruzioni,
trecento nei cieli egli ne mise a guardia;
per definire dal Cielo le vie della Terra;
e sulla Terra,
seicento ne fece scendere.
Dopo aver impartito tutte le istruzioni
agli Anunnaki del Cielo e della Terra,
assegnò loro gli incarichi.

 
Il testo rivela quindi che 300 "Anunnaki del Cielo", o Igigi, rimanevano a bordo delle astronavi in orbita attorno alla Terra, senza mai atterrare, incaricati di lanciare e ricevere le navicelle che andavano e venivano dalla Terra. Come capo delle "Aquile", Shamash era considerato dagli Igigi un ospite di riguardo a bordo della "possente grande camera nel cielo". Un Inno a Shamash descrive come gli Igigi vedevano Shamash quando questi si avvicinava con la sua navetta:
 
Al tuo apparire, tutti i principi si rallegrano;
tutti gli Igigi sono felici di vederti...
Lo splendore della tua luce [illumina] il loro cammino...
Essi cercano costantemente il tuo fulgore...
La porta è aperta, anzi spalancata...
L'offerta di pane di tutti gli Igigi [ti attende].

Poiché se ne stavano in alto, nel cielo, sembra che gli Igigi non incontrassero mai gli uomini. Molti testi affermano che essi erano "troppo alti per il genere umano" e per questo "non se ne interessavano affatto". Gli Anunnaki, invece, che erano scesi e che abitavano sulla Terra, erano ben conosciuti e riveriti dall'umanità. Gli stessi testi che affermano che "gli Anunnaki del cielo sono 300" precisano anche che "gli Anunnaki della Terra... sono 600". Eppure molti testi insistono a parlare degli Anunnaki come dei "cinquanta grandi principi". Se dividiamo in sillabe il loro nome accadico, An-nu-na-ki, ne ricaviamo facilmente il significato di "i cinquanta che andarono dal Cielo alla Terra".
C'è
dunque un modo per appianare questa apparente contraddizione? Ricordate il racconto in cui Marduk andava da suo padre Ea a riferirgli che una navetta con a bordo «gli Anunnaki che sono cinquanta» si era persa nello spazio mentre passava vicino a Saturno? Vi è anche un altro testo del tempo della terza dinastia di Ur che parla di anunna eridu ninnubi ("i cinquanta Anunnaki della città di Eridu"), Tutto ciò fa pensare che il gruppo dei Nefilim che fondarono Eridu al comando di Enki era formato da cinquanta membri. Non potrebbe essere che tutte le missioni dei Nefilim fossero composte ciascuna da cinquanta membri? È verosimile, a nostro avviso, che i Nefilim arrivassero sulla terra a gruppi di 50 ogni volta, e, all'arrivo del nuovo contingente, il vecchio si rimetteva sulla navicella spaziale in orbita per tornare nella madrepatria. Col tempo, però, un numero sempre maggiore di astronauti cominciò a fermarsi sulla Terra anche dopo l'arrivo della nuova missione, e così, piano piano, i Nefilim che si fermavano a colonizzare la Terra salì dall'iniziale numero di 50 fino a 600. Ma come potevano aspettarsi di portare a termine la loro missione - cioè l'estrazione dei minerali desiderati dalla Terra e il successivo trasporto in lingotti fino al Dodicesimo Pianeta - con così poche mani a disposizione? Senza dubbio i Nefilim si basavano sulla loro competenza scientifica. Ed è qui che entra in gioco l'importanza di Enki, il fatto che fu lui, e non Enlil, ad atterrare per primo e che a lui venne affidato l'Abzu. Un famoso sigillo oggi in mostra al Museo del Louvre, a Parigi, raffigura Ea circondato dalle consuete acque correnti, ma qui le acque sembrano scaturire ed essere filtrate da una serie di recipienti che somigliano a provette da laboratorio (figura 147).
Interpretata in questo senso, l'associazione tra Ea e le acque potrebbe far pensare che in origine i Nefilim sperassero di poter ricavare i minerali dal mare. Le acque degli oceani contengono in effetti grandi quantità di oro e altri minerali di vitale importanza, ma essi sono talmente diluiti che vale la pena di tentarne l'estrazione solo se si dispone di tecniche sofisticate e non troppo care. E anche risaputo che il fondo marino contiene immense quantità di minerali sotto forma di noduli grandi quanto una prugna, che si potrebbero sfruttare se solo si riuscisse ad andare a prenderli a quelle profondità. Gli antichi testi parlano a più riprese di un tipo di imbarcazione usato dagli dèi e chiamato elippu tebiti ("nave sommersa", cioè ciò che oggi chiamiamo sommergibile)
Conosciamo già, inoltre, gli "uomini-pesce" assegnati a Ea. Si tratta forse di accenni a un'attività di scavo delle profondità oceaniche per estrarne le ricchezze minerarie? La terra delle miniere, come abbiamo già visto, era anticamente chiamata A.RA.LI. - "luogo delle acque dei filoni scintillanti". Questo nome potrebbe riferirsi a una regione in cui l'oro si estraeva dai fiumi; ma non potrebbe riferirsi anche a un tentativo di ottenere l'oro dai mari? E tuttavia, se erano davvero questi i progetti dei Nefilim, sembra che essi finirono nel nulla, poiché, poco dopo aver costruito i primi insediamenti, le poche centinaia di Anunnaki che si trovavano sulla Terra ricevettero un incarico imprevisto e ben più arduo: quello di arrivare fin nelle viscere del suolo africano ed estrarre da lì i minerali di cui avevano bisogno. Su alcuni sigilli cilindrici si vedono degli dèi posti, a quanto sembra, all'entrata di pozzi minerari; in uno di essi Ea appare vicino a Gibil e a un'altra divinità che lavora sotto la superficie del terreno, appoggiandosi sulle ginocchia e sulle mani (figura 148). In tempi successivi, come rivelano testi assiri e babilonesi, erano gli uomini, giovani e vecchi, a lavorare in queste miniere del Mondo Inferiore.
Costretti a vivere nell'oscurità e a mangiare polvere invece che cibo, essi erano in pratica condannati a non tornare mai più a casa: ed è per questo che l'epiteto sumerico di quella terra -KUR.NU.GI.A. - acquisì col tempo il significato di "terra di non ritorno", mentre in origine esso significava "terra in cui gli dèi che lavorano accumulano [i minerali] in profonde gallerie". Tutte le fonti confermano infatti che nel periodo in cui i Nefilim colonizzarono la Terra, l'uomo non aveva ancora fatto la sua comparsa su questo pianeta, e a lavorare nelle miniere erano invece gli Anunnaki, quei pochi che volta per volta rimanevano sulla Terra. Ishtar, che era scesa nel Mondo Inferiore, fece un quadro desolante della vita di questi Anunnaki, costretti a mangiare cibo misto ad argilla e a bere acqua torbida di polvere. Tutto questo ci porta a cogliere il significato di un lungo poema epico intitolato (sulla base del primo verso, secondo l'usanza) «Quando gli dèi, come gli uomini, si affannavano a lavorare». Mettendo insieme molti frammenti della versione babilonese e di quella assira, W.G. Lambert e A.R. Millard (Atra-Hasis: The Babylonian Story of the Flood, «Atra-Hasis: La storia babilonese del Diluvio») riuscirono a ricostruire un testo organico, giungendo alla conclusione che esso si basava su precedenti versioni sumeriche, e forse su tradizioni orali ancora più antiche che raccontavano l'arrivo degli dèi sulla Terra, la creazione dell'uomo e la sua distruzione ad opera del Diluvio. Finora questi versi sono stati esaminati solo per il loro valore letterario, ma ora, alla luce di ciò che siamo andati via via scoprendo nei capitoli precedenti, essi acquistano grande importanza anche sotto il profilo dei contenuti, confermando le conclusioni alle quali siamo giunti e spiegando anche le circostanze che portarono all'ammutinamento degli Anunnaki. La storia comincia al tempo in cui soltanto gli dèi abitavano la Terra:

Quando gli dèi, come gli uomini,
si affannavano a lavorare
e sopportavano la fatica
grande era la fatica degli dèi,
pesante il loro lavoro,
e immensa la sofferenza.

A quel tempo, continua il racconto, le divinità maggiori si erano già divise fra loro le sfere di comando.

Anu, padre degli Anunnaki, era il loro re celeste;
il loro cancelliere era il guerriero Enlil.
L'ufficiale in capo era Ninurta,
ed Ennugi era il giudice.
Gli dèi si erano stretti la mano,
avevano lanciato i dadi e fatto le divisioni.
Anu era salito al cielo,
[lasciando] la Terra ai suoi sottoposti.
I mari, chiusi come da un nodo,
li avevano dati a Enki, il principe.

Furono fondate sette città, ciascuna con a capo un Anunnaki. La disciplina doveva essere ferrea, perché i testi ci dicono che «I sette Grandi Anunnaki costringevano gli dèi minori a lavorare con grande fatica». Di tutti i loro compiti, a quanto pare, scavare era il più comune, il più duro e decisamente il più odiato. Gli dèi minori scavano il letto dei fiumi per renderli navigabili; scavavano canali per l'irrigazione; e scavavano nell'Apsu per portare alla luce i minerali. E sebbene disponessero di sofisticate attrezzature - i testi parlavano dell'ascia d'argento che brilla come il giorno anche sotto terra - il lavoro era davvero sfibrante. Per lungo tempo - e precisamente per quaranta "periodi" - gli Anunnaki "sopportarono la fatica"; alla fine gridarono: ora Basta! Essi si lamentavano, parlavano male di tutti, mugugnavano durante le operazioni di scavo. A fornire loro l'occasione dell'ammutinamento, a quanto sembra, fu una visita di Enlil nella zona delle miniere. Quando lo videro arrivare, gli Anunnaki si passarono la voce:

Affrontiamo il nostro... Capo ufficiale,
che egli ci sollevi da questo duro lavoro.
Il re degli dèi, l'eroe Enlil,
spaventiamolo nella sua dimora!

Seduta stante fu scelto un capo della rivolta. Il suo nome, purtroppo, è andato perduto, ma i suoi incitamenti sono fin troppo chiari:

«Ora, attacchiamo guerra;
diamo inizio a ostilità e battaglie».

La descrizione dell'ammutinamento è talmente vivida che sembra quasi ricordare certe scene della presa della Bastiglia:

Gli dèi ascoltarono le sue parole.
Incendiarono i loro strumenti,
diedero fuoco alle asce;
spaventarono il dio delle miniere nelle gallerie;
lo tennero prigioniero mentre andavano
verso la porta dell'eroe Enlil.

L'antico poeta prosegue in un crescendo di drammatica tensione:

Era notte, a metà del turno di guardia.
La sua casa era circondata -
ma il dio, Enlil, non lo sapeva.
Kalkal però lo vide, e se ne turbò.
Tirò il catenaccio e osservò...
Kalkal svegliò Nusku;
insieme ascoltarono il frastuono di...
Nusku svegliò il suo signore -
lo fece alzare dal letto, [e gli disse]:
«Mio signore, la tua casa è circondata,
la battaglia è giunta fino alla tua porta».

La prima reazione di Enlil fu di prendere le armi contro gli ammutinati. Ma Nesku, il suo cancelliere, gli consigliò di convocare un concilio degli dèi.

«Trasmetti un messaggio affinché Anu discenda;
fai venire Enki alla tua presenza».
Egli trasmise e Anu fu portato giù
ed Enki fu anch'egli portato alla sua presenza.
Alla presenza dei grandi Anunnaki,
Enlil si alzò... aprì la bocca
e si rivolse ai Grandi Dèi.

Considerando la rivolta un fatto personale, Enlil domandò:

«È contro di me che sta avvenendo tutto ciò?
Devo attaccare battaglia anch'io?
Che cosa vedono mai i miei occhi?
La battaglia è arrivata fino alla mia porta!».

Anu propose di effettuare un'inchiesta. Forte dell'autorità conferitagli da Anu e dagli altri comandanti, Nasku si recò all'accampamento dei ribelli. «Chi è stato a istigare alla rivolta?» domandò. «Chi è il provocatore?». Gli Anunnaki si mostrarono compatti:

«Ognuno di noi ha dichiarato guerra!
Abbiamo... negli scavi;
la fatica eccessiva ci ha ucciso,
troppo pesante era il lavoro, troppa la sofferenza».

Quando Enlil sentì da Nusku il racconto di queste lamentele, "gli scorsero lacrime dagli occhi". Quindi diede un ultimatum: o il capo degli ammutinati veniva giustiziato, oppure egli avrebbe lasciato il suo incarico. «Toglimi la mia funzione, riprenditi il tuo potere», disse ad Anu, «e io risalirò in Cielo da te». Ma Anu, che era sceso dal Cielo, stava dalla parte degli Anunnaki:

«Di che cosa li accusiamo?
Il lavoro era davvero molto pesante per loro,
troppa la sofferenza!
Ogni giorno...
innalzavano grandi lamenti, li sentivamo bene».

Sull'onda delle parole di suo padre, anche Ea "aprì la bocca" e ripeté le conclusioni di Anu. Poi, però, propose una soluzione: creare un lulu, un "lavoratore primitivo"!

Dal momento che qui con noi
c'è anche la Dea della Nascita,
che essa crei un Lavoratore Primitivo;
che sia lui a portare il giogo...
a sopportare le fatiche degli dèi!

Il consiglio di Ea fu subito accolto con unanime entusiasmo: sarebbe stato creato un "lavoratore primitivo" che prendesse su di sé il fardello del lavoro che fino a quel momento avevano compiuto gli Anunnaki. "Uomo sia il suo nome", decisero tutti insieme.

Chiamarono dunque la dea
la levatrice degli dèi, la saggia Mami,
[e le dissero:]
«Tu che sei la dea della nascita, crea dei lavoratori!
Crea un lavoratore primitivo,
affinché possa portare il giogo!
Che egli porti il gioco assegnato da Enlil,
che sia lui a svolgere il lavoro degli dèi!».

Mami, la madre degli dèi, disse che avrebbe avuto bisogno dell'aiuto di Ea, "che possiede l'abilità". Nella Casa di Shimti, un luogo simile a un ospedale, gli dèi attendevano. Ea aiutò a preparare la mistura con la quale la dea madre si mise a modellare "l'uomo". Anche altre dee della nascita erano presenti in quel luogo. La dea madre continuò a lavorare mentre venivano recitate senza sosta le formule magiche. Alla fine gridò trionfante:
«Sono stata io a crearlo!
Le mie mani l'hanno fatto!».
E «chiamati a raccolta gli Anunnaki, i Grandi Dèi... aprì la bocca e si rivolse ai Grandi Dèi»:
«Mi avete affidato un incarico -
io l'ho portato a termine...
Vi ho tolto i lavori pesanti
e ho imposto la vostra fatica al Lavoratore, l'Uomo.
Avete levato il vostro grido perché io creassi una stirpe di lavoratori:
ecco, io ho allentato il vostro giogo,
vi ho regalato la libertà».
Gli Anunnaki accolsero l'annuncio con gioia ed entusiasmo. «Corsero tutti da lei e le baciarono i piedi». Da quel momento in poi sarebbe stato il "lavoratore primitivo", l'uomo, a "portare il giogo". I Nefilim, dunque, arrivati sulla Terra per allestire le loro colonie, avevano dato forma a un proprio sistema di schiavitù, non con schiavi portati da un altro continente, ma con "lavoratori primitivi" che essi stessi avevano creato. L'ammutinamento di alcuni dèi aveva portato alla creazione dell'Uomo.

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