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giovedì 22 ottobre 2015

LE CITTA' DEGLI DEI


La storia del primo popolamento della Terra ad opera di esseri intelligenti è un'epopea davvero emozionante, non meno interessante di quella della scoperta dell'America o della circumnavigazione della Terra, e certamente più importante, poiché è stato il fondamento della nostra stessa esistenza e della nostra civiltà. L'Epica della Creazione ci dice che gli "dèi" vennero sulla Terra in seguito ad una precisa decisione del loro capo. La versione babilonese, attribuendone la decisione a Marduk, spiega che egli attese che il suolo terrestre si fosse asciugato e indurito tanto da consentire l'atterraggio e le operazioni di costruzione. Poi Marduk annunciò la sua decisione al gruppo di astronauti:

Nell'Alto profondo,
dove voi abitate,
io ho costruito "la Casa Reale dell'Alto".
Ora, una controparte di questa
costruirò laggiù, in basso.

Quindi Marduk spiegò ciò che aveva in mente:

Quando dai Cieli
scenderete per l'assemblea,
troverete un luogo di riposo per la notte
che vi ospiterà tutti.
La chiamerò "Babilonia"
La Porta degli Dèi.

La Terra, dunque, non doveva essere soltanto la meta di una visita o di un rapido soggiorno esplorativo: doveva essere una stabile "casa lontano da casa". Abitanti di un pianeta che era esso stesso una sorta di astronave, che attraversava le orbite di quasi tutti gli altri pianeti, i Nefilim senza dubbio osservarono dapprima i cieli dalla superficie del loro pianeta. Poi avranno mandato sonde automatiche nello spazio, e infine, prima o poi, devono aver acquisito la capacità di inviare equipaggi in missione agli altri pianeti. Quando poi decisero di trovarsi una "casa" nuova al di fuori della madrepatria, la Terra, con i suoi colori, dovette sembrare loro più che favorevole: l'azzurro indicava abbondanza di aria e acqua necessarie per la vita; il marrone indicava la terraferma; il verde, la vegetazione e le basi per la vita animale. E tuttavia, quando vi si avvicinarono, l'aspetto della Terra doveva essere molto diverso da come appare oggi ai nostri astronauti: quando i Nefilim giunsero sulla Terra per la prima volta, infatti, il nostro pianeta si trovava nel pieno di un'era glaciale, uno dei periodi di congelamento e successivo disgelo del clima terrestre:

Prima glaciazione: cominciata circa 600.000 anni fa
Primo periodo interglaciale: 550.000 anni fa
Seconda era glaciale: da 480.000 a 430.000 anni fa.

Quando i Nefilim arrivarono, dunque, circa 450.000 anni fa, un terzo della Terra era coperto di ghiaccio. Le piogge erano scarse, ma non dovunque. A seconda del moto dei venti e del tipo di terreno, alcune regioni che oggi sono ricche d'acqua erano allora aride, mentre altre caratterizzate oggi da piogge solo stagionali erano allora piovose tutto l'anno.Il livello dei mari era più basso, perché una grande quantità d'acqua giaceva sotto forma di ghiaccio sulle masse di terra. Alcune prove attestano che, al culmine delle due principali glaciazioni, il livello dei mari era fino a 200 metri inferiore a quello attuale, il che significa che, dove oggi ci sono mari e coste, allora vi era terraferma. Dove i fiumi continuavano a scorrere, creavano profonde gole e canyon se il loro corso li portava attraverso terreni rocciosi; se invece attraversavano terreni soffici e argillosi, raggiungevano i mari dell'era glaciale attraverso immense paludi. Arrivando dunque sulla Terra in tali condizioni climatiche e geografiche, dove avranno fissato i Nefilim la loro prima dimora? Senza dubbio avranno cercato un luogo dal clima relativamente temperato, dove bastassero semplici ripari e dove potessero indossare leggeri abiti da lavoro invece che tute pesanti e isolanti. Un altro requisito indispensabile era l'acqua, che serviva per bere, per lavarsi e per le altre attività "industriali", oltre che per sostenere la vita di piante e animali necessari per vivere. La presenza di fiumi, poi, da un lato avrebbe facilitato l'irrigazione di ampi tratti di terra e dall'altro avrebbe rappresentato un ottimo mezzo di trasporto. Solo una ristretta zona temperata della Terra poteva presentare tutti questi requisiti e rispondere inoltre all'esigenza di ampi spazi piatti per l'atterraggio delle astronavi. L'attenzione dei Nefilim, come oggi sappiamo, si appuntò su tre regioni attraversate da altrettanti grandi fiumi: la regione del Nilo, quella dell'Indo e quella del Tigri e dell'Eufrate. Ognuno di questi bacini fluviali era adatto alla colonizzazione e ognuno divenne, a turno, il centro di una civiltà antica. Vi era un'altra necessità che i Nefilim non potevano ignorare: quella di combustibile ed energia. Sulla Terra, una delle maggiori e più versatili fonti di energia è sempre stata il petrolio, che serve per fornire calore, luce, oltre a costituire la materia prima di numerosi beni anche di prima necessità. I Nefilim, a giudicare dalle testimonianze sumeriche, fecero un uso abbonante del petrolio e dei suoi derivati. È perciò ragionevole pensare che, nella loro ricerca del luogo più adatto per stabilirsi sulla Terra, i Nefilim abbiano optato per una zona ricca di petrolio. Da questo punto di vista, è probabile che essi abbiano messo la regione dell'Indo, priva di petrolio, all'ultimo posto. La valle del Nilo doveva trovarsi al secondo posto: si tratta infatti, sotto il profilo geologico, di una vasta area di rocce sedimentarie, ma il petrolio si trova solo a una certa distanza dalla valle e per estrarlo occorrono profondi trivellamenti. La "terra tra i due fiumi", invece, cioè la Mesopotamia, era senza dubbio al primo posto: alcuni dei giacimenti petroliferi più ricchi del mondo si trovano nella zona compresa tra il Golfo Persico e le montagne da cui nascono il Tigri e l'Eufrate. E mentre quasi ovunque è necessario trivellare in profondità per estrarre il greggio, nell'antica Sumer (l'odierna parte meridionale dell'Iraq) bitumi, asfalti, peci e catrami scorrevano tranquillamente in superficie. E interessante notare che i Sumeri avevano nomi per tutte le sostanze bituminose: petrolio, oli greggi, asfalti nativi, asfalti di roccia, catrami, asfalti pirogeni, mastici, cere e peci. Avevano nove nomi diversi per i vari bitumi. Al confronto, l'antica lingua egizia ne aveva soltanto due, e il sanscrito tre.
Il Libro della Genesi descrive la dimora di Dio sulla Terra - l'Eden - come un luogo dal clima temperato, calmo ma ventilato, tanto che Dio faceva delle passeggiate pomeridiane per godersi la brezza fresca. Il terreno era di buona qualità e si prestava all'agricoltura e soprattutto alla coltivazione di piante da frutto. Quattro fiumi assicuravano abbondanza di acqua: «E il nome del terzo fiume [era] Hidekel [Tigri]; è quello che scorre verso l'est dell'Assiria; e il quarto era l'Eufrate». Se l'identificazione dei primi due fiumi, Pishon ("abbondante") e Gihon ("che sgorga fuori"), pone qualche problema, non vi sono incertezze per quanto riguarda gli altri due, il Tigri e l'Eufrate. Secondo alcuni studiosi l'Eden - nome biblico che deriva dall'accadico edinu, "pianura" - si troverebbe nella Mesopotamia settentrionale, dove nascono i due grandi fiumi e altri due affluenti minori; secondo altri, invece (per esempio E.A. Speiser, in The Rivers of Paradise, «I fiumi del Paradiso») i quattro corsi d'acqua convergevano verso la sommità del Golfo Persico e quindi l'Eden si troverebbe non nel nord, ma nel sud della Mesopotamia. La scelta della Mesopotamia come "dimora" sulla Terra doveva essere motivata anche da almeno un'altra considerazione. Anche se con il passare del tempo i Nefilim costruirono una base spaziale sulla terraferma, alcuni indizi fanno pensare che, almeno inizialmente, essi atterrassero in mare, a bordo di capsule ermeticamente sigillate. Se dunque il metodo di atterraggio era davvero questo, la Mesopotamia offriva il vantaggio di mettere a disposizione degli astronauti non uno, ma due mari - l'Oceano Indiano a sud e il Mar Mediterraneo a ovest: era dunque più facile fronteggiare qualsiasi emergenza. Come vedremo, i Nefilim avevano anche assoluto bisogno di una baia o di un golfo dal quale partire per i loro lunghi viaggi sul mare. Negli antichi testi e rappresentazioni iconografiche i veicoli dei Nefilim venivano inizialmente chiamati "navi celesti". Possiamo immaginare che l'arrivo di questi astronauti "marini" fosse descritto nei racconti epici come la comparsa, in mezzo al mare, di una specie di sottomarino proveniente dal cielo, dal quale uscivano degli "uomini-pesce" che si avviavano verso la riva. I testi, infatti, ci dicono che alcuni degli AB.GAL che navigavano nello spazio erano vestiti da pesci. Uno dei testi che racconta dei viaggi divini di Ishtar afferma che essa cercava di raggiungere il "Grande gallu" (capo navigatore) che se n'era andato "in una barca cava". Beroso riportò leggende riguardanti Oannes, l'"Essere dotato di ragione", un dio che fece la sua comparsa dal "mare eritreo che confina con Babilonia", nel primo anno della discesa della Sovranità dal Cielo. Oannes aveva l'aspetto di un pesce, ma sotto la testa di pesce aveva una testa umana, e piedi umani sotto la coda. «Anche la sua voce e la lingua che parlava erano articolate e umane» (figura 126).
I tre storici greci che ci hanno tramandato gli scritti di Beroso affermano che tali uomini-pesce divini comparivano periodicamente, arrivando a riva dal "mare eritreo", che corrisponde all'odierno Mare Arabico (la parte occidentale dell'Oceano Indiano). Ma perché i Nefilim "ammaravano" nell'Oceano Indiano, a centinaia di chilometri di distanza dal luogo prescelto in Mesopotamia, invece che nel Golfo Persico, che è molto più vicino? Gli antichi documenti confermano indirettamente la nostra conclusione, che cioè i primi atterraggi avvennero durante il secondo periodo glaciale, quando l'attuale Golfo Persico non era un mare, bensì una distesa di paludi e laghi poco profondi, in cui era assolutamente impossibile ammarare. Provenienti dunque dal Mare Arabico, i primi esseri intelligenti fecero la loro comparsa sulla Terra e si diressero subito verso la Mesopotamia. Le paludi costiere, allora, si estendevano nell'entroterra molto più di oggi, ed è proprio là, dove finivano gli acquitrini, che essi stabilirono il primissimo insediamento sul nostro pianeta e lo chiamarono E.RI.DU ("casa costruita lontano"): un nome senza dubbio appropriato ! Ancora oggi, il termine persiano ordu significa "accampamento" e la parola ha messo radici un po' in tutte le lingue: la Terra abitata si chiama Erde in tedesco, Erda in antico alto tedesco, Jordh in islandese, Jord in danese, Airtha in gotico, Earth in inglese e Erthe in medio inglese; tornando indietro dal punto di vista geografico e cronologico, la "Terra" si chiamava Aratha o Ereds in aramaico, Erd o Ertz in curdo e Eretz in ebraico. A Eridu, nel sud della Mesopotamia, i Nefilim allestirono la Stazione Terra I, un avamposto solitario su un pianeta semicongelato (figura 127).

L'Asia vista dall'alto, come doveva apparire durante un'era glaciale. Il basso livello dei mari determinava linee costiere diverse da quelle attuali. Il Golfo Persico e il sud della Mesopotamia erano aree di terreno fangoso, laghi e acquitrini.I testi sumerici, confermati da successive traduzioni in lingua accadica, elencano i primi insediamenti o "città" dei Nefilim nell'ordine in cui vennero fondati, e precisano anche quale dio fu messo a capo di ciascuno di tali insediamenti. Un testo sumerico, ritenuto l'originale delle "Tavole del Diluvio" accadiche, fornisce i seguenti dati riguardo a cinque delle prime sette città:

Dopo che la sovranità fu scesa dal cielo,
dopo che l'alta corona, il trono della sovranità

fu sceso dal cielo, egli... portò a termine le procedure, le divine ordinanze...
Fondò cinque città in luoghi puri, le chiamò per nome e ne fece altrettanti centri.
-La prima di queste città, ERIDU, la diede a Nudimmud, il capo.
-La seconda, BAD-TIBIRA, la diede a Nugig.
-La terza, LARAK, la diede a Pabilsag.
-La quarta, SIPPAR, la diede all'eroe Utu.
-La quinta, SHURUPPAK, la diede a Sud.

Il nome del dio che fece scendere la sovranità dal cielo, progettò la fondazione di Eridu e di altre quattro città e ne nominò i governanti o comandanti, è purtroppo sconosciuto. Tutti i testi concordano, però, sul fatto che il dio che giunse a riva là dove finivano le paludi e disse: «Ci sistemeremo qui» era Enki, soprannominato nel testo "Nudimmud" ("colui che
fece le cose"). I due nomi del dio - EN.KI ("signore della terraferma") ed E.A ("colui la cui casa è l'acqua") - non erano certamente casuali. Eridu, che fu la sede dell'autorità di Enki e il suo centro di culto per tutta la storia della Mesopotamia, fu costruita sopra un terreno artificialmente posto a copertura delle paludi, come dimostra un testo chiamato (da S.N. Kramer) il Mito di Enki ed Eridu:

Il Signore degli abissi d'acqua, il re Enki...

costruì la sua casa...
A Eridu egli costruì la Casa della riva dell'acqua...
Il re Enki... costruì una casa:
Eridu, come una montagna,
elevò dalla terra;
in un luogo adatto l'aveva costruita.

Questo e altri testi più frammentari indicano che una delle prime preoccupazioni di questi "colonizzatori" della Terra furono i laghetti e le paludi di cui era piena la regione che essi avevano scelto. «Egli portò...; fece pulire i piccoli fiumi». Lo sforzo di drenare il letto dei fiumi e dei loro affluenti per facilitare il corso delle acque mirava certamente a bonificare le paludi per ottenere acqua più pulita, potabile, e consentire un'irrigazione controllata. Il testo sumerico accenna anche a lavori di colmatura del terreno e di costruzione di dighe per proteggere le prime case dalle onnipresenti acque. Un testo che gli studiosi hanno chiamato il "mito" di "Enki e l'ordine della terra" è senz'altro uno dei più lunghi e meglio conservati poemi sumerici scoperti fino a questo momento.I versi  sono dedicati all'esaltazione di Enki e alla spiegazione dei suoi rapporti con la divinità principale Anu (suo Padre), con Ninti (sua sorella) ed Enlil (suo fratello). Dopo tale introduzione, il testo passa a utilizzare la prima persona singolare: è come se Enki stesso "prendesse la parola" e raccontasse la sua discesa sulla Terra.

«Quando mi avvicinai alla Terra,
vi erano grandi inondazioni.
Quando mi avvicinai ai suoi verdi prati,
mucchi e tumuli si elevarono
ad un mio cenno.
Costruii la mia casa in un luogo puro...
La mia casa -
la sua ombra si allunga sulla Palude del Serpente...
Le carpe muovono in essa la coda
tra le piccole canne gizi».

Il poema passa poi a descrivere, questa volta in terza persona, tutto ciò che Enki fece. Ecco alcuni versi scelti qua e là:

Egli segnò la palude,
e vi pose carpe e... pesci;
poi segnò il bosco di canne,
e vi pose canne... e canne verdi.
A Enbilulu, l'Ispettore dei Canali,
egli affidò le paludi.
A colui che mette la rete affinché nessun pesce sfugga,
dalle cui trappole non si può scappare,
alle cui tagliole gli uccelli non sfuggono,
... il figlio di... un dio che ama i pesci
Enki affidò pesci e uccelli.
A Enkimdu, quello dei fossi e delle dighe,
Enki affidò i fossi e le dighe.
A colui il cui... stampo dirige,
Kulla, il costruttore di mattoni di quella terra,
Enki affidò stampi e mattoni.

Il poema parla poi di altri lavori compiuti da Enki, compresa la purificazione delle acque del Tigri e il collegamento,attraverso canali, del Tigri e dell'Eufrate. La sua casa, sulla riva dell'acqua, era adiacente a un molo che serviva per l'attracco e la partenza di barche e zattere fatte di canne. La casa era chiamata E.ABZU ("casa del Profondo"). Il recinto sacro di Enki a Eridu mantenne questo nome per millenni. Enki e i suoi avranno senza dubbio esplorato le terre attorno a Eridu, ma l'impressione è che preferissero viaggiare per via d'acqua. La palude, dice Enki in un testo, «è il mio posto preferito, allunga le sue braccia verso di me». Altri testi descrivono i viaggi di Enki tra le paludi a bordo della sua imbarcazione, chiamata MA.GUR (letteralmente, "barca per andare in giro"), una barca "turistica", quindi. Enki racconta che la sua ciurma «muoveva i remi all'unisono», «cantava dolci canzoni rallegrando il fiume». In queste occasioni, aggiungeva, «sacri canti e formule magiche riempivano le mie Profondità d'Acqua». Il testo registra persino un dettaglio di scarsa importanza, come il nome del capitano della barca di Enki (figura 128).
Le fonti sumeriche indicano che Enki e il suo primo gruppo di Nefilim rimasero per molto tempo da soli sulla Terra: passarono otto shar (28.800 anni) prima che fosse nominato un secondo comandante o "capo della colonia".Gli studiosi sono rimasti sconcertati dall'apparente "confusione" che i Sumeri avrebbero fatto nell'associare Enki a una determinata costellazione zodiacale. Sembrerebbe, infatti, che il dio fosse associato al Capricorno (e ciò potrebbe spiegare il suo epiteto, A.LU.LIM, che significherebbe "pecora delle acque scintillanti"). E tuttavia Ea/Enki era spesso raffigurato con in mano un vaso da cui scorreva dell'acqua - il prototipo dell'Acquario, dunque. Inoltre egli era certamente il Dio dei Pesci, legato, perciò, alla costellazione omonima. E se Enki fosse stato davvero associato a tutte queste costellazioni, una dopo l'altra, non per una presunta "confusione", ma perché ciascuna aveva un significato particolare? È un dato di fatto che i nomi delle costellazioni non derivano dalla forma assunta dal gruppo di stelle (coppia di pesci, uomo che porta l'acqua, ecc.), bensì, a nostro avviso, dall'epiteto o dall'attività del dio principalmente associato al periodo in cui l'equinozio di primavera cadeva in quella particolare casa zodiacale. Ora, noi pensiamo che Enki sia arrivato sulla Terra all'inizio di un'Era dei Pesci, abbia assistito a uno spostamento precessionale verso l'Acquario e sia poi rimasto sul nostro pianeta per un intero Grande Anno (25.920 anni terrestri) fino all'avvento di un'Era del Capricorno: ciò corrisponderebbe in effetti ai 28.800 anni che gli sono attribuiti.
E ciò confermerebbe anche la nostra teoria in base alla quale i Nefilim sarebbero giunti sulla Terra nel pieno di un'era glaciale. Il duro lavoro di costruire dighe e scavare canali cominciò quando le condizioni climatiche erano ancora ostili, ma, dopo pochi shar dal loro arrivo, l'era glaciale cominciava già a lasciare il posto a un periodo di clima più mite e piovoso (circa 430.000 anni fa). Fu allora che i Nefilim decisero di espandere la loro "colonia" spingendosi ancora più all'interno. Si comprende, quindi, come mai gli Anunnaki (cioè i Nefilim di rango comune) abbiano chiamato il secondo comandante di Eridu A.LAL.GAR ("colui che col tempo delle piogge portò il riposo").

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