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giovedì 24 settembre 2015

IL REGNO DEI CIELI : MARDUK IL PIANETA DELL'ATTRAVERSAMENTO-NIBIRU (1° parte)


Gli studi sull'Epica della Creazione e altri testi paralleli (per esempio S. Langdon, The Babylonian Epic of Creation, «L'epica babilonese della Creazione») mostrano che, poco dopo il 2000 a.C, Marduk, figlio di Enki, affrontò e sconfisse Ninurta, figlio di Enlil, in una lotta per la supremazia fra gli dèi. I Babilonesi allora corressero l'originale sumerico dell'Epica della Creazione, vi eliminarono tutti i riferimenti a Ninurta e la maggior parte di quelli a Enlil e ribattezzarono il pianeta invasore con il nome di Marduk. Elevato al rango di "re degli dèi" sulla Terra, Marduk fu associato al pianeta dei Nefilim, il Dodicesimo Pianeta, che divenne la sua controparte celeste. Come "Signore degli dèi celesti [i pianeti]", Marduk divenne anche "re dei cieli". Un tempo alcuni studiosi credevano che "Marduk" potesse coincidere con la Stella Polare o con qualche altra stella lucente visibile nei cieli mesopotamici al tempo dell'equinozio di primavera, dal momento che veniva sempre descritto come un "luminoso corpo celeste". Ma Albert Schott (Marduk und sein Stern) e altri hanno definitivamente dimostrato che tutti i testi astronomici antichi ne parlavano come di un membro del nostro sistema solare. Poiché, poi, a Marduk venivano attribuiti gli epiteti di "grande corpo celeste", "colui che illumina", ecc., fu avanzata la teoria che si trattasse di un dio del Sole babilonese, corrispondente al dio egizio Ra, anch'egli considerato dagli studiosi una divinità solare. A conferma di tale teoria, vi erano testi che descrivevano Marduk come «colui che scruta le profondità dei cieli lontani... avvolto da un alone il cui fulgore incute timore». Ma questo stesso testo continuava affermando che «egli contempla le terre come Shamash [il Sole]». Se dunque Marduk era per certi versi simile al Sole, è evidente che non poteva essere il Sole. Ma allora, se non era il Sole, quale pianeta era Marduk? Gli antichi testi di astronomia non sembrano aiutarci molto in questo senso, poiché, a seconda degli epiteti con cui lo definiscono, farebbero pensare a una corrispondenza con Saturno ("Figlio del Sole") o con Marte (il cosiddetto "pianeta rosso"); quasi tutti i testi, poi, collocano Marduk in markas shame ("al centro del Cielo") e ciò convinse la maggior parte degli studiosi che l'identificazione corretta doveva essere quella con Giove, che si trova al centro della linea dei pianeti:
Giove - Mercurio -  Venere -  Terra -  Marte -  Saturno -  Urano -  Nettuno - Plutone
Questa teoria, però, contiene più di una contraddizione interna. Gli studiosi che la sostenevano, infatti, erano gli stessi che ritenevano che i Caldei non conoscessero i pianeti al di là di Saturno; inoltre includevano tra i pianeti anche la Terra, e d'altra parte affermavano che per i Caldei la Terra era il centro piatto del sistema planetario; infine dimenticavano la Luna, che invece per i popoli mesopotamici faceva parte a tutti gli effetti degli "dèi celesti". L'identificazione del Dodicesimo Pianeta con Giove, dunque, proprio non sta in piedi. L'Epica della Creazione afferma a chiare lettere che Marduk era un invasore che proveniva dall'esterno del sistema solare e che era passato vicino ai pianeti più esterni (compresi Saturno e Giove) prima di scontrarsi con Tiamat. I Sumeri lo chiamavano il pianeta NIBIRU, il "pianeta che attraversa" e la versione babilonese conteneva i seguenti dati astronomici:

Pianeta NIBIRU:
il crocevia del Cielo e della Terra egli occuperà.
Sopra e sotto, essi non passeranno,
ma dovranno aspettarlo.
Pianeta NIBIRU:
pianeta che brilla nei Cieli.
Egli tiene la posizione centrale;
a lui renderanno omaggio.
Pianeta NIBIRU:
è lui che senza mai stancarsi
continua a passare in mezzo a Tiamat.
"Pianeta che attraversa" sia il suo nome -
colui che occupa il centro.

Questi versi ci forniscono un'ulteriore e conclusiva prova che, dividendo gli altri pianeti in due gruppi, il Dodicesimo Pianeta «continua a passare in mezzo a Tiamat»: la sua orbita, cioè, lo riporta costantemente sul luogo della battaglia celeste, dove si trovava Tiamat. I testi astronomici che trattavano in maniera molto sofisticata dei pianeti e delle loro orbite, come pure gli elenchi di pianeti citati secondo il loro esatto ordine celeste, suggeriscono anch'essi che Marduk si trovava in qualche punto tra Giove e Marte. Dal momento che, come ormai sappiamo, i Sumeri conoscevano tutti i pianeti, la presenza del Dodicesimo Pianeta in posizione centrale conferma la nostra conclusione:
Marduk - Mercurio -  Venere -  Luna -  Terra -  Marte -  Giove -  Saturno -  Urano - Nettuno -  Plutone
 Se il suo moto orbitale porta Marduk dove un tempo stava Tiamat, relativamente vicino a noi (tra Marte e Giove), come mai non abbiamo mai visto questo pianeta, che, per quanto ne sappiamo, deve essere grande e luminoso? I testi mesopotamici affermavano che Marduk arrivava fino a regioni sconosciute dei cieli e alle profondità dell'universo. «Egli scruta la conoscenza nascosta... vede tutti i quartieri dell'universo». Era una sorta di "sorvegliante" degli altri pianeti e la sua orbita gli consentiva di girare attorno a tutti gli altri. «Egli tiene strette le loro fasce [orbite]», e traccia un "cappio" attorno a loro. La sua orbita era "più elevata" e "più estesa" di quella di qualunque altro pianeta. Da tutti questi accenni Franz Kugler (Sternkunde und Sterndienst in Babylon) arguì che Marduk era un corpo celeste in rapido movimento, che ruotava secondo un'orbita ellittica, proprio come una cometa. Quest'orbita ellittica, fondata sul centro di gravità del Sole, ha un apogeo - il punto più lontano dal Sole, dove comincia il viaggio di ritorno - e un perigeo - il punto più vicino al Sole, da dove ricomincia il viaggio verso lo spazio aperto. Nei testi mesopotamici queste due "basi" sono effettivamente associate a Marduk: secondo i Sumeri il pianeta andava da AN.UR ("base del Cielo") a E.NUN ("dimora del sovrano"). L'Epica della Creazione diceva di Marduk:
Egli attraversò il Cielo e contemplò le regioni...
La struttura del Profondo il Signore misurò.
E-Shara stabilì come sua dimora esterna;
E-Shara come grandiosa dimora nel Cielo stabilì.
Una "dimora" era dunque "esterna", lontana, nelle
profondità dello spazio. L'altra fu stabilita nel "Cielo", e
dunque all'interno della fascia degli asteroidi, tra Marte e Giove.
Seguendo gli insegnamenti del loro antenato sumerico, Abramo di Ur, anche gli antichi Ebrei associavano la loro divinità suprema con il pianeta supremo. Come i testi mesopotamici, molti libri dell'Antico Testamento affermano che il "Signore" aveva la sua dimora "nell'alto dei Cieli", dove «contemplava i primi pianeti quando sorgevano»; un Signore celeste che, senza essere visto, «si muove nei cieli in cerchio». Il Libro di Giobbe, dopo aver descritto la collisione celeste, contiene i seguenti, significativi versi che ci dicono dove era andato il pianeta del Signore:
Sul Profondo egli tracciò un'orbita;
dove la luce e l'oscurità [si fondono]
là è il suo limite più lontano.
Altrettanto chiaramente i Salmi parlavano del maestoso corso del pianeta:
I Cieli rivelano la gloria del Signore;
il Bracciale Schiacciato proclama la sua opera...
Egli avanza come uno sposo dal baldacchino;
come un atleta si compiace di compiere la corsa.
Dalla fine dei cieli egli ha origine,
e alla fine dei cieli si compie il suo circuito.
Considerato un grande viaggiatore dei cieli, capace di elevarsi a un'altezza immensa all'apogeo, per poi «scendere, chinandosi sul Cielo», al perigeo, il pianeta era raffigurato come un globo alato. Dovunque siano state trovate tracce degli antichi popoli medio-orientali, è stato sempre rinvenuto, ben visibile, il simbolo del globo alato, sulla facciata di templi e palazzi, in incisioni rupestri, impresso su sigilli cilindrici, dipinto sulle pareti. Esso accompagnava sacerdoti e re, sovrastava il loro trono, "aleggiava" su di loro in battaglia, era inciso sui loro carri, oltre ad adornare ogni genere di oggetti d'argilla, metallo, pietra e legno. Adoravano questo simbolo tutti coloro che governarono Sumer e Akkad, Babilonia e Assiria, Elam e Urartu, Mari e Nuzi, Mitanni e Canaan. I re ittiti, i faraoni egizi, gli shar persiani: tutti proclamavano "supremo" sia il simbolo stesso sia ciò che esso rappresentava. E così fu per millenni (figura 112).
Il fatto che il Dodicesimo Pianeta, il "pianeta degli dèi", fosse dentro il sistema solare e che, nella sua grandiosa orbita, tornasse periodicamente nelle vicinanze della Terra rappresentava un punto centrale delle convinzioni religiose e astronomiche del mondo antico. Il segno pittografico del Dodicesimo Pianeta, "il pianeta che attraversa", era una croce. Questo segno cuneiforme

che significava anche "Anu" e "divino", divenne nelle lingue semitiche la lettera tav,
che significava "il segno".
In realtà, tutti i popoli del mondo antico consideravano il periodico avvicinarsi del Dodicesimo Pianeta come un segno di imminenti rivolgimenti, grandi cambiamenti, addirittura come l'annuncio di una nuova era. I testi mesopotamici parlano del periodico apparire del pianeta come di un evento già previsto, prevedibile e osservabile:
Il grande pianeta,
d'aspetto rosso scuro.
Il cielo divide a metà
e si presenta come Nibiru.

Molti dei testi che parlavano dell'arrivo del pianeta erano in realtà quasi dei responsi oracolari che profetizzavano l'effetto che tale evento avrebbe prodotto sulla Terra e sul genere umano. R. Campbell Thompson (Reports of the Magicians and Astronomers of Niniveh and Babylon, «Resoconti di maghi e astronomi di Ninive e Babilonia») analizzò diversi di questi testi, che parlano dell'avanzata del pianeta, di come esso «aggirava la postazione di Giove» e arrivava al punto di attraversamento, Nibiru:
Quando dalla postazione di Giove
il Pianeta passa verso ovest,
vi sarà un tempo di tranquillità e sicurezza.
Una dolce pace scenderà sulla regione.
Quando dalla postazione di Giove
il Pianeta diverrà più luminoso
e nella casa zodiacale del Cancro diventerà Nibiru,
Akkad traboccherà di abbondanza,
il re di Akkad sarà ancora più potente.
Quando Nibiru culmina...
la regione se ne starà al sicuro,
i re nemici saranno in pace,
gli dèi ascolteranno le preghiere ed esaudiranno le
suppliche.
Si sapeva, però, che l'avvicinarsi del pianeta avrebbe anche portato piogge e inondazioni, a causa dei suoi forti influssi gravitazionali:
Quando il Pianeta del Trono del Cielo
si farà più luminoso,
vi saranno alluvioni e piogge...
Quando Nibiru giungerà al perigeo,
gli dèi daranno finalmente la pace;
affanni e complicazioni si placheranno.
Pioggia e inondazioni arriveranno.
Come per gli eruditi mesopotamici, anche per i profeti ebrei il fatto che il pianeta si avvicinasse alla Terra e divenisse visibile al genere umano era considerato il presagio di una nuova era. Le analogie fra la tradizione mesopotamica che associava al Pianeta del Trono del Cielo auspici di pace e prosperità e le profezie bibliche che annunciavano un'era di pace e giustizia sulla Terra dopo il Giorno del Signore sono evidenti nelle parole di Isaia:
E avverrà alla fine dei giorni:
...il Signore giudicherà tra le nazioni
e aspramente rimprovererà molti popoli.
Ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri
e le lance in falcetti per potare le fronde;
nessuna nazione alzerà la spada
contro un'altra nazione.
In contrasto con le benedizioni della nuova era che sarebbe seguita al Giorno del Signore, il giorno stesso viene descritto dall'Antico Testamento come un periodo di piogge, inondazioni
e terremoti. Se leggiamo i passi biblici in un'ottica astronomica, come i corrispondenti testi mesopotamici, e li colleghiamo al moto di avvicinamento alla Terra di un grande pianeta con un forte campo gravitazionale, le parole di Isaia ci sembrano perfettamente comprensibili:
Come il frastuono di una moltitudine fra le montagne,
un tumultuoso rumore come di molta gente,
di regni e di nazioni raccolti insieme;
così è il Signore degli Eserciti
che comanda un esercito in battaglia.
Da una terra lontana essi arrivano,
dalla fine del Cielo
il Signore e le armi della sua ira
vengono a distruggere tutta la Terra...
Perciò io agiterò il Cielo
e la Terra sarà scossa dal suo posto
quando il Signore degli Eserciti passerà
il giorno in cui si manifesterà la sua ira bruciante.
Mentre sulla Terra «le montagne si scioglieranno... le valli si
spaccheranno», anche la rotazione assiale del pianeta ne
risentirà. Il profeta Amos predisse esplicitamente:
E avverrà quel giorno,
dice il Signore,
che io farò tramontare il Sole a mezzogiorno
e oscurerò la Terra nel bel mezzo del giorno.
Annunciando «Ecco, il giorno del Signore è arrivato!» il profeta Zaccaria informò il popolo che il momentaneo arresto della rotazione assiale della Terra sarebbe durato un solo giorno:
E avverrà quel giorno
che non vi sarà luce - e farà stranamente freddo.
E vi sarà un giorno, ben noto al Signore,
che non avrà giorno né notte,
poiché anche di sera vi sarà luce.
Nel giorno del Signore, disse il profeta Gioele, «Sole e Luna si oscureranno, le stelle ritireranno il loro splendore»; «il Sole si tramuterà in tenebra e la Luna sarà color rosso sangue». I testi mesopotamici esaltavano lo splendore del pianeta e lasciavano capire che esso si poteva vedere anche di giorno: «visibile all'alba, scompare dalla vista al tramonto». Su un sigillo cilindrico trovato a Nippur sono raffigurati dei contadini che alzano lo sguardo con meraviglia e guardano il Dodicesimo Pianeta (simboleggiato dalla croce) ben visibile nei cieli (figura 113).
I popoli antichi non soltanto aspettavano il periodico arrivo del Dodicesimo Pianeta, ma ne tracciavano anche il percorso. Diversi passi biblici - specie in Isaia, Amos e Giobbe -collegano il movimento del Signore celeste a varie costellazioni. «Da solo egli si allunga nei cieli e cammina nelle più remote profondità; arriva fino alla Grande Orsa, Orione e Sirio, e le costellazioni del Sud». Oppure, «Egli volge il volto sorridente verso Toro e Ariete; dal Toro al Sagittario egli andrà». Questi versi ci parlano dunque di un pianeta che spazia nel più alto dei cieli, proviene da sud e si muove in senso orario, proprio come affermano anche i testi mesopotamici. Il profeta Abacuc è ancora più esplicito: «Il Signore verrà da sud... la sua gloria riempirà la Terra... e Venere sarà come una luce, che dà i suoi raggi al Signore». Tra i molti testi mesopotamici che trattano l'argomento, uno è particolarmente chiaro:
Pianeta del dio Marduk:
al suo apparire: Mercurio.
Al sorgere di trenta gradi dell'arco celeste: Giove.
Quando si trova nel luogo della battaglia celeste: Nibiru.
Come mostra lo schematico diagramma che qui riproduciamo, i testi sopra citati non chiamano il Dodicesimo Pianeta con diversi nomi (come hanno creduto gli studiosi), ma ne illustrano piuttosto il movimento, indicando i tre punti cruciali nei quali la sua apparizione può essere osservata e registrata dalla Terra (figura 114).
La prima occasione per osservare il Dodicesimo Pianeta quando la sua orbita lo riportava vicino alla Terra era dunque quando esso si allineava con Mercurio (punto A): secondo i nostri calcoli, ciò avveniva ad un angolo di 30 gradi rispetto all'immaginario asse celeste Sole-Terra-perigeo. Più vicino alla Terra, e quindi apparentemente più "alto" nei cieli terrestri (di altri 30 gradi, per l'esattezza), il pianeta attraversava l'orbita di Giove nel punto B. Infine, quando arrivava nel luogo della battaglia celeste, e cioè al perigeo o "Luogo dell'Attraversamento", il pianeta era Nibiru, punto C. Pertanto, se tracciamo un asse immaginario tra il Sole, la Terra e il perigeo dell'orbita di Marduk, gli osservatori dalla Terra potevano vedere Marduk una prima volta quando era allineato con Mercurio, a un angolo di 30 gradi (punto A). Avanzando di altri 30 gradi, Marduk attraversava il tragitto orbitale di Giove nel punto B. Poi, al perigeo (punto C), Marduk arrivava al Luogo dell'Attraversamento, il Crocevia: tornato al luogo della battaglia celeste, riprendeva la sua orbita di ritorno verso lo spazio aperto.

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