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venerdì 25 settembre 2015

IL REGNO DEI CIELI :3600 ANNI TERRESTRI = 1 SOLO ANNO NEFILIM (2°e ultima parte)


L'attesa del giorno del Signore negli scritti mesopotamici ed ebraici (ripresa, nel Nuovo Testamento, dall'attesa del Regno dei Cieli) era dunque basata su esperienze reali dei popoli della Terra, e cioè sul fatto che essi assistevano in prima persona al periodico ritorno vicino alla Terra del Pianeta della Sovranità. Proprio la periodicità con cui il pianeta compariva e scompariva dalla vista della Terra conferma che esso faceva effettivamente parte del sistema solare. In questo esso si comporta come molte comete. Alcune delle comete conosciute - come quella di Halley, che si avvicina alla Terra ogni 75 anni - sparivano dalla vista per un periodo talmente lungo che gli astronomi stentavano a capire che si trattava della stessa cometa. Altre si sono viste una volta sola, a memoria d'uomo, e si presume che abbiano periodi orbitali della durata di migliaia di anni. La cometa Kohoutek, per esempio, scoperta per la prima volta nel marzo 1973, arrivò a circa 120 milioni di chilometri dalla Terra nel gennaio 1974 e scomparve dietro al Sole poco dopo. Secondo gli astronomi potrebbe riapparire in un periodo compreso tra 7.500 e 75.000 anni nel futuro. Se dunque gli uomini sapevano che il Dodicesimo Pianeta appariva e scompariva periodicamente dalla vista della Terra, ciò fa supporre che il periodo orbitale di questo pianeta fosse decisamente più corto di quello calcolato per Kohoutek. Ma allora, come mai i nostri astronomi non ne sanno nulla? Il fatto è che anche un'orbita pari alla metà di quella più corta attribuita a Kohoutek porterebbe il Dodicesimo Pianeta, rispetto alla Terra, sei volte più lontano di Plutone: una distanza alla quale il pianeta non potrebbe essere visibile dalla Terra poiché rifletterebbe pochissimo - anzi, quasi per nulla - la luce solare. In effetti, l'esistenza dei pianeti al di là di Saturno fu scoperta dagli astronomi dapprima matematicamente, non visivamente: gli astronomi, in pratica, si accorsero che le orbite dei pianeti che già si conoscevano sembravano influenzate da altri corpi celesti, ancora sconosciuti. Non potrebbe essere questo il metodo in cui gli astronomi "scopriranno" in futuro il Dodicesimo Pianeta? Sono state già avanzate ipotesi sull'esistenza di un misterioso "Pianeta X", che, sebbene invisibile, potrebbe essere indirettamente "avvertito" attraverso gli effetti che produce sull'orbita di certe comete. Nel 1972 Joseph Brady del Lawrence Livermore Laboratory dell'Università della California scoprì che alcune discrepanze nell'orbita della cometa di Halley potevano essere provocate da un pianeta grande più o meno quanto Giove che ruotasse attorno al Sole ogni 1.800 anni. Poiché la distanza stimata dalla Terra sarebbe di oltre 9 miliardi di chilometri, non si può che supporne l'esistenza matematicamente, non certo visivamente. E tuttavia, sebbene non si possa escludere un periodo orbitale di questo genere, le fonti mesopotamiche e quelle bibliche sembrano attestare che il periodo orbitale del Dodicesimo Pianeta era di 3.600 anni. In lingua sumerica il numero 3.600 era scritto come un grande cerchio, e l'epiteto usato per indicare il pianeta, shar ("supremo sovrano"), significava anche "cerchio perfetto", "ciclo completo", e inoltre indicava il numero 3.600: è davvero solo un caso che i tre elementi - pianeta, orbita, numero 3.600 - coincidessero? Beroso, il sacerdote, astronomo ed erudito babilonese, disse che prima del Diluvio avevano regnato sulla Terra dieci sovrani. Riassumendo gli scritti di Beroso, Alessandro Polistore scrisse: «Il secondo libro narrava la storia dei dieci re dei Caldei, e la durata di ciascuno dei regni, che in tutto durarono 120 shar, o 432.000 anni, fino al tempo del Diluvio». Abideno, discepolo di Aristotele, citò anch'egli Beroso e il suo racconto dei dieci sovrani antidiluviani che avrebbero regnato per un totale di 120 shar. Egli aggiunge poi che questi re e le loro città si trovavano in Mesopotamia:
 Si dice che il primo re di quella terra fu Aloro.
...Egli regnò dieci shar.
Ora, si calcola che uno shar equivalga a 3.600 anni...
Dopo di lui Alapro regnò per tre shar; gli succedette
Amillaro della città di panti-Biblon, che regnò tredici shar...
Dopo di lui Ammenone regnò dodici shar; anche lui era
della città di panti-Biblon. Quindi Megaluro, dello stesso
posto, regnò diciotto shar.
Poi Daos, il Pastore, governò per lo spazio di dieci shar...
Vi furono poi altri sovrani, e l'ultimo fu Sisitro; cosicché, in tutto, regnarono dieci re, e la durata dei loro regni fu di centoventi shar. Anche Apollodoro di Atene riportò i dati forniti da Beroso in termini analoghi: dieci sovrani regnarono per un totale di 120 shar (432.000 anni), e per ognuno di essi si calcolava la durata del regno sull'unità di misura di uno shar, pari a 3.600 anni. Quando si cominciò a studiare più dettagliatamente la civiltà sumerica, i "testi antichi" ai quali si richiamava Beroso furono scoperti e decifrati: si trattava di elenchi di re, dai quali sembrava scaturire la tradizione dei dieci sovrani antidiluviani che avrebbero governato la Terra da quando "la Sovranità scese dal Cielo" fin quando il "Diluvio spazzò la Terra". Uno di questi elenchi sumerici di re, identificato con la sigla W-B/144, contiene il riferimento ai regni divini in cinque diverse località o "città". Nella prima città, Eridu, vi furono due sovrani. Davanti ai loro nomi il testo premette sempre il prefisso "A", che significa "progenitore".
Quando la sovranità discese dal Cielo,
essa fu dapprima a Eridu.
A Eridu,
A.LU.LIM divenne re; egli regnò per 28.800 anni.
A.LAL.GAR regnò per 36.000 anni.
Due re vi regnarono per 64.800 anni.
La sovranità si trasferì quindi in altre sedi, dove i re venivano chiamati en o "signore" (e in un caso con il titolo divino din gir).
Abbandonata Eridu,
la sovranità fu portata a Bad-Tibira.
A Bad-Timira,
EN.MEN.LU.AN.NA regnò 43.200 anni;
EN.MEN.GAL.AN.NA regnò 28.800 anni;
Il divino DU.MU.ZI, il Pastore, regnò 36.000 anni.
Tre sovrani vi regnarono per 108.800 anni.
L'elenco cita poi le città che seguirono, Larak e Sippar, e i loro divini sovrani; e, per ultima, la città di Shuruppak, dove regnò un re umano ma di origine divina. Il fatto davvero sorprendente, al di là della lunghezza fantastica di questi regni, è che il numero di anni di regno è sempre, senza eccezioni, un multiplo di 3.600:
Alulim                        8x3.600 = 28.800
Alalgar                      10x3.600 = 36.000
Enmenluanna           12 x 3.600 = 43.200
Enmengalanna         8x3.600 = 28.800
Dumuzi                    10x3.600 = 36.000
Ensipazianna           8x3.600 = 28.800
Enmenduranna        6x3.600 = 21.600
Ubartutu                   5x3.600 = 18.800
Un altro testo sumerico (W-B/62) riportava nella lista anche Larsa e i suoi due sovrani divini, e anche in questo caso i periodi di regno sono multipli perfetti dello shar di 3.600 anni. Con l'aiuto di altri testi, si arriva alla conclusione che vi furono davvero dieci sovrani a Sumer prima del Diluvio; ognuno regnò per tanti shar e la durata complessiva del regno fu di 120 shar, proprio come affermava Beroso. Che cosa possiamo dedurne? È evidente che la durata di questi shar di regno erano collegati al periodo orbitale (3.600 anni) del pianeta "Shar", il "Pianeta della Sovranità"; che Alulim regnò per otto periodi orbitali del Dodicesimo Pianeta, Alalgar per dieci, ecc. Se questi sovrani antidiluviani erano, come noi pensiamo, Nefilim giunti sulla Terra dal Dodicesimo Pianeta, allora non appare più così strano che i loro periodi di "regno" sulla Terra fossero legati al periodo orbitale del Dodicesimo Pianeta. Le cose dovevano andare più o meno in questo modo: ogni "sovrano" regnava per il periodo compreso tra un atterraggio e il successivo decollo dalla Terra e ognuno veniva immediatamente sostituito dal comandante successivo: all'arrivo del secondo, il primo se ne andava. Poiché però atterraggi e decolli potevano aver luogo solo quando il Dodicesimo Pianeta si avvicinava alla Terra nel suo moto orbitale, è evidente che i periodi di comando dovevano essere misurati in shar, cioè in periodi orbitali del Dodicesimo Pianeta. Viene naturale chiedersi, a questo punto, come facessero questi Nefilim, una volta giunti sulla Terra, a rimanervi per 28.800 o 36.000 anni: non per niente gli studiosi parlano di lunghezze "leggendarie" per questi regni. Ma che cos'è, in realtà, un anno? Quello che noi chiamiamo "anno" è semplicemente il tempo che la Terra impiega per compiere un giro orbitale attorno al Sole. Poiché la vita si sviluppò sulla Terra quando questa aveva già assunto il suo moto orbitale attorno al Sole, la lunghezza di quest'orbita è divenuta il metro di misurazione della vita sul nostro pianeta. (Anche un tempo orbitale di durata inferiore, come quello della Luna, o il ciclo giorno-notte è abbastanza potente da influire praticamente su qualsiasi forma vivente della Terra). Noi viviamo un certo numero di anni perché il nostro orologio biologico è regolato per altrettante orbite terrestri attorno al Sole. Non c'è dubbio che, su un altro pianeta, la vita sarebbe regolata sui cicli di quel pianeta. Se il tragitto del Dodicesimo Pianeta attorno al Sole fosse tanto esteso da richiedere, per un'orbita completa, lo stesso tempo che la Terra impiega per compiere 100 orbite, allora un anno dei Nefilim sarebbe uguale a 100 anni nostri. Se occorressero 1.000 dei nostri anni, un anno dei Nefilim equivarrebbe a un nostro millennio. E che succederebbe se, come crediamo, l'orbita del Dodicesimo Pianeta attorno al Sole durasse 3.600 anni terrestri? In questo caso 3.600 dei nostri anni corrisponderebbero a un solo anno del calendario dei Nefilim, come pure a un solo anno della loro vita. Ma allora la lunghezza dei vari regni come ci viene ricordata dai testi sumerici e da Beroso non avrebbe più nulla di "leggendario" o di "fantastico": ciascuno dei Nefilim avrebbe "regnato" per cinque, otto o dieci anni (loro). Nei capitoli precedenti abbiamo visto come la marcia del genere umano verso la civiltà - grazie all'intervento dei Nefilim -sia passata attraverso tre stadi, separati da periodi di 3.600 anni ciascuno: il periodo Mesolitico (circa 11000 a.C), quello della ceramica (circa 7400 a.C.) e l'improvvisa civiltà sumerica (circa 3800 a.C). E probabile, dunque, che questo procedere "a sobbalzi" sia dovuto al fatto che i Nefilim potevano riunirsi in assemblea per decidere se far proseguire o meno il progresso dell'umanità solo quando il Dodicesimo Pianeta si avvicinava alla Terra, cioè ogni 3.600 anni. Molti studiosi (per esempio Heinrich Zimmern in The Babylonian and Hebrew Genesis, «La Genesi babilonese e quella ebraica») hanno osservato che anche l'Antico Testamento contiene accenni a tradizioni riguardanti comandanti, o progenitori, antidiluviani, e che la linea da Adamo a Noè (l'eroe del Diluvio) ne contava proprio dieci. Nel sesto capitolo del Libro della Genesi, poi, si parla della delusione che Dio provò nei confronti dell'umanità: «E il Signore si pentì di aver fatto l'Uomo sulla Terra... e il Signore disse: distruggerò l'Uomo che io stesso avevo creato».
E il Signore disse:
il mio spirito non proteggerà l'uomo per sempre;
avendo peccato, egli non è che carne.
E i suoi giorni furono centoventi anni.
Generazioni di studiosi hanno interpretato quest'ultimo verso attribuendo a Dio l'intenzione di concedere all'Uomo 120 anni di vita. Ma questa spiegazione decisamente non regge: se immediatamente prima Dio aveva manifestato la volontà di distruggere il genere umano, perché poi gli avrebbe offerto una vita tanto lunga? Inoltre sappiamo che, subito dopo il Diluvio, Noè visse molto più a lungo del presunto limite di 120 anni, come pure i suoi discendenti Shem (600 anni), Arpakhshad (438), Shelah (433), ecc. L'interpretazione tradizionale, poi, ignora il fatto che il verso biblico usa non il tempo futuro - «I suoi giorni saranno» - ma il passato remoto - «I suoi giorni furono». Chi è, dunque, colui al quale il verso si riferisce? La nostra conclusione è che il conteggio dei 120 anni doveva riferirsi alla Divinità. Collocare un evento importante nella sua esatta prospettiva cronologica è una caratteristica tipica delle opere epiche sumeriche e babilonesi. L'Epica della Creazione si apre con le parole Enuma elish («quando nell'alto»). L'incontro tra il dio Enlil e la dea Ninlil avvenne «quando l'uomo non era ancora stato creato», e così via. Ora, anche il sesto capitolo della Genesi era concepito alla stessa maniera, con lo scopo, cioè, di dare ai grandiosi eventi del Diluvio universale la giusta prospettiva cronologica. La primissima parola del primo verso del capitolo 6 è infatti quando:
Quando le creature terrestri
cominciarono ad aumentare di numero
sulla faccia della Terra,
e nacquero loro delle figlie.
Fu questo, continua il racconto, il periodo in cui:
I figli degli dèi
videro le figlie dell'uomo e le trovarono belle;
e presero per mogli
quelle che piacquero loro più di tutte.
Fu il periodo in cui:
I Nefilim erano sulla Terra in quei giorni, e anche dopo;
quando i figli degli dèi convivevano con le figlie degli uomini
e concepivano figli.
Essi erano i Potenti di Olam,
Il popolo dello Shem.
Fu allora, dunque, proprio in quei giorni, che il Diluvio fu quasi sul punto di cancellare l'uomo dalla faccia della Terra. Ma quando fu, esattamente? Il verso 3 ci dà un'indicazione inequivocabile: quando i suoi giorni, quelli della Divinità, erano 120 anni. Ma 120 "anni" non dell'uomo o della Terra, bensì calcolati dai "Potenti", dal "popolo delle navicelle a razzo", dai Nefilim, quindi. E, come ormai sappiamo, il loro "anno" era lo shar, equivalente a 3.600 anni terrestri. Questa interpretazione non solo chiarisce gli strani versi del sesto capitolo della Genesi, ma ci mostra anche la corrispondenza tra essi e i dati sumerici: 120 shar, 432.000 anni terrestri, erano trascorsi tra il primo atterraggio dei Nefilim sulla Terra e il Diluvio. Sulla base dei nostri calcoli riguardo all'epoca in cui dovrebbe essersi verificato il Diluvio, siamo in grado di collocare il primo atterraggio dei Nefilim sulla Terra intorno a 450.000 anni fa. Prima di passare a esaminare gli antichi documenti relativi ai viaggi e all'insediamento dei Nefilim sulla Terra, occorre rispondere a due domande: potevano essersi evoluti su un altro pianeta questi esseri che, verosimilmente, non dovevano essere molto diversi da noi? E potevano avere, mezzo milione di anni fa, le capacità per compiere viaggi interplanetari? La prima domanda ne implica un'altra, più generale: c'è vita, come noi la conosciamo, da qualche parte nell'universo, al di fuori del pianeta Terra? Gli scienziati oggi sanno che esistono innumerevoli galassie come la nostra, che contengono innumerevoli stelle come il nostro Sole e una serie infinita di pianeti con milioni di possibili combinazioni di temperatura, atmosfera ed elementi chimici: esistono quindi innumerevoli possibilità di vita nell'universo. Si è scoperto, inoltre, che lo spazio interplanetario non è vuoto. Esso contiene, per esempio, molecole d'acqua, retaggio di quelle che si presume siano state nuvole di cristalli di ghiaccio che dovevano avvolgere le stelle nei primi stadi del loro sviluppo. Tale scoperta sembra confermare i riferimenti dei testi mesopotamici alle acque del Sole che si mescolavano con le acque di Tiamat. Sono state anche trovate molecole di base della materia vivente "fluttuanti" nello spazio interplanetario ed è stata sfatata la convinzione che possa esservi vita solo a certe particolari condizioni di temperatura e atmosfera. Si credeva, inoltre, che l'unica fonte di energia e di calore disponibile per gli organismi viventi fosse il Sole, ma anche questa teoria cadde quando la navetta spaziale Pioneer 10 scoprì che Giove, molto più lontano dal Sole rispetto alla Terra, era un pianeta talmente caldo che doveva per forza avere delle fonti proprie di energia e di calore. Un pianeta che contiene molti elementi radioattivi non soltanto genera da sé il proprio calore, ma manifesta anche un'intensa attività vulcanica; e questa attività vulcanica produce un'atmosfera. Se il pianeta è grande abbastanza da esercitare una forte attrazione gravitazionale, conserverà la sua atmosfera praticamente per sempre. A sua volta, l'atmosfera crea una sorta di "effetto serra": protegge il pianeta dal freddo dello spazio esterno e impedisce la dispersione del calore interno al pianeta; si tratta di un effetto simile a quello dei vestiti che indossiamo, che ci riparano dal freddo perché non lasciano disperdere il calore del corpo. Era proprio questo che avevano in mente gli antichi autori dei testi che descrivevano il Dodicesimo Pianeta come «avvolto da un alone», un'espressione che dunque non ha più soltanto un valore puramente poetico. Il Dodicesimo Pianeta era sempre definito un pianeta "radiante", "il più luminoso degli dèi", e nelle raffigurazioni appariva appunto come un corpo che emanava raggi. Esso era dunque in grado di produrre da sé il proprio calore e lo tratteneva grazie al suo mantello atmosferico (figura 115).

Gli scienziati sono giunti all'inaspettata conclusione che non solo è possibile che la vita si sia evoluta sui pianeti più esterni (Giove, Saturno, Urano, Nettuno), ma che anzi è più che probabile che sia cominciata proprio là. Quei pianeti, infatti, sono formati dagli elementi più leggeri del sistema solare, hanno una composizione più simile a quella dell'universo in generale e contengono nella loro atmosfera grandi quantità di idrogeno, elio, metano, ammoniaca, e probabilmente neon e vapore acqueo - tutti elementi necessari per la produzione di molecole organiche. Per la vita, quale noi la conosciamo, l'acqua è essenziale. I testi mesopotamici non lasciano dubbi sul fatto che il Dodicesimo Pianeta fosse un pianeta ricco d'acqua. Nell'Epica della Creazione l'elenco dei 50 nomi del pianeta ne comprendeva un buon gruppo che esaltava proprio il suo carattere "acquatico". Sulla base dell'epiteto A.SAR ("re d'acqua"), "che stabilì livelli d'acqua", il pianeta era chiamato A.SAR.u ("maestoso, luminoso re d'acqua"), A.SAR.U.LU.DU ("maestoso, luminoso re d'acqua la cui profondità è abbondante"), ecc. I Sumeri erano certi che il Dodicesimo Pianeta fosse un pianeta lussureggiante di vita, tanto che uno dei suoi epiteti era NAM.TIL.LA.KU, "il dio che mantiene la vita". Era anche il "dispensatore di vegetazione", «creatore di cereali ed erbe che fa germogliare la vegetazione... che aprì i pozzi, distribuendo le acque dell'abbondanza», l'"irrigatore di Cielo e Terra". La vita, dunque, sostengono gli scienziati, non si formò sui pianeti terrestri, con i loro pesanti componenti chimici, ma nelle regioni più esterne del sistema solare. Da qui il Dodicesimo Pianeta venne poi in mezzo a noi, presentandosi come un pianeta rossastro, luminoso, che generava e irradiava calore proprio, che traeva dalla sua stessa atmosfera gli ingredienti necessari per la chimica della vita. Se un problema esiste, è quello della comparsa della vita sulla Terra. Il nostro pianeta si è formato circa 4 miliardi e mezzo di anni fa e secondo gli scienziati le prime, più semplici forme di vita si trovavano già sulla Terra dopo poche centinaia di milioni di anni dalla sua formazione. Sembra davvero troppo poco. Parecchi elementi indicano anche che le più antiche e semplici forme di vita, risalenti a più di 3 miliardi di anni fa, contenevano già molecole di origine biologica, invece che nonbiologica. In altre parole ciò significa che la vita presente sulla Terra così poco tempo dopo la sua formazione discendeva da altre forme di vita precedenti e non dalla combinazione di gas e sostanze chimiche inerti. Non resta, quindi, che prendere atto del fatto che la vita, che non poteva evolversi facilmente sulla Terra, in effetti non è qui che ebbe origine. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica «Icarus» (settembre 1973) il Premio Nobel Francis Crick e il dr. Leslie Orgel avanzarono l'ipotesi che «la vita sulla Terra possa essere nata da minuscoli organismi provenienti da un pianeta lontano». I due scienziati cominciarono i loro studi mossi dal comune senso di disagio nei confronti delle teorie correnti circa l'origine della vita sulla Terra. Come mai esiste un solo codice genetico per tutte le forme di vita terrestri? Se la vita ebbe inizio dal cosiddetto "brodo" primordiale, come ritengono quasi tutti i biologi, allora avrebbero dovuto svilupparsi organismi con codici genetici diversi. Inoltre, come mai l'elemento molibdeno svolge un ruolo chiave nelle reazioni enzimatiche necessarie per la vita, quando il molibdeno è in realtà un elemento molto raro? E perché elementi che sono più abbondanti sulla Terra, come il cromo e il nichel, hanno invece scarsa rilevanza nelle reazioni biochimiche? La strana teoria proposta da Crick e Orgel non affermava solo che la vita sulla Terra poteva essersi originata da un organismo proveniente da un altro pianeta, ma anche che si sarebbe trattato di un'operazione volontaria - che, cioè, esseri intelligenti di un altro pianeta avrebbero volutamente gettato il "seme della vita" dal loro pianeta verso la Terra con una nave spaziale, con il preciso scopo di avviare la catena vitale sulla Terra. Senza conoscere i dati forniti dal presente libro, dunque, questi due eminenti scienziati sono arrivati molto vicino alla verità. Non si trattò, tuttavia, di una premeditata opera di "inseminazione", bensì del prodotto di una collisione celeste. Un pianeta vitale, il Dodicesimo Pianeta con i suoi satelliti, entrò in collisione con Tiamat e la divise in due, "creando" la Terra con una delle due metà. Durante tale collisione il suolo e l'aria del Dodicesimo Pianeta, che contenevano in sé i semi della vita, "fecondarono", per così dire, la Terra e le fornirono le prime forme di vita biologicamente complesse la cui presenza non può essere altrimenti spiegata. Ma quando cominciò la vita sul Dodicesimo Pianeta? Anche se la sua origine fosse anteriore a quella della Terra solo dell'1 %, risalirebbe comunque a 45 milioni di anni prima. Persino con un margine così modesto, esseri evoluti quanto l'uomo potevano già vivere sul Dodicesimo Pianeta quando sulla Terra cominciavano appena ad apparire i primi piccoli mammiferi. Fatte le debite proporzioni, dunque, era certamente possibile che gli abitanti del Dodicesimo Pianeta fossero in grado di
viaggiare per lo spazio mezzo milione di anni fa.

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