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martedì 7 luglio 2015

NINURTA Il RE GUDEA E LA COSTRUZIONE DEL TEMPIO DI LAGASH

Tra il 2200e il 2100 a.C. - un periodo molto importante per Stonehenge - Ninurta, il più eminente tra i figli di Enlil, mise mano, a un’impresa grandiosa: la costruzione di una nuova «casa» per sé a Lagash. L’avvenimento getta luce su molte faccende di uomini e divinità grazie al fatto che il re al quale fu affidato l’incarico, Gudea di Lagash registrò tutto con dovizia di dettagli su due grandi sigilli d’argilla. Malgrado il peso immane di quel compito, egli capì che era un grande onore e un’opportunità unica per rendere immortali il suo nome e le sue gesta, poiché davvero non erano molti i re che avevano ricevuto quell’incarico. Anzi, fonti reali rinvenute dagli archeologi citano almeno un caso in cui un famoso re (Naram-Sin), per quanto molto amato dagli dèi, si vide negare più volte il permesso di metter mano alla costruzione di un nuovo tempio (una situazione che si ripeté mille anni dopo a Gerusalemme, con re Davide). Dopo aver espresso apertamente la sua gratitudine al suo dio facendo iscrivere dichiarazioni in suo onore sulle statue di se stesso che dispose nel tempio, Gudea si lasciò dietro anche una grande quantità di informazioni scritte che spiegano il «come» e il «perché» dei recinti sacri e dei templi degli Anunnaki. Come figlio preminente di Enlil, avuto dalla sua sorellastra Ninharsag, e quindi erede legittimo, Ninurta aveva lo stesso numero di rango di suo padre, il 50 (quello di Anu, il più alto, era 60 e quello dell’altro figlio di Anu, Enki, il 40): fu dunque una scelta quasi obbligata chiamare lo ziggurat di Ninurta, E.NINNU, «Casa del Cinquanta».

Gudea,Re di Lagash
Per millenni Ninurta fu un fedele aiutante di suo padre e portò a termine con grande senso del dovere tutti i compiti che gli vennero assegnati. Conquistò l’appellativo di «Primo guerriero di Enlil» quando un dio ribelle di nome Zu rubò le Tavole dei Destini dal Centro controllo missione di Nippur, interrompendo il legame Cielo-Terra; fu proprio Ninurta a inseguire l’usurpatore fino ai confini della Terra, riuscendo a catturarlo e a rimettere le cruciali tavolette al loro posto.
Quando tra la fazione di Enlil e quella di Enki scoppio una guerra brutale, che nel libro "Guerre atomiche al tempo degli dèi" abbiamo chiamato «seconda guerra delle piramidi», fu di nuovo Ninurta che portò alla vittoria la parte di suo padre. Quel conflitto terminò con una conferenza di pace indetta da Ninharsag, in seguito alla quale la Terra venne divisa tra i due fratelli e i loro figli e al genere umano venne data la civiltà nelle tre regioni di Mesopotamia, Egitto e Valle dell’Indo.
La pace che ne seguì durò a lungo, ma non per sempre. Il figlio primogenito di Enki, Marduk, non era affatto contento di come si erano chiuse le cose, e perciò, ravvivando la rivalità tra suo padre ed Enlil che derivava dalle complicate regole di successione degli Anunnaki, cominciò a contendere il territorio di Sumer e Akkad (quello che chiamiamo Mesopotamia) alla progenie di Enlil e rivendicò i diritti sopra una città mesopotamica chiamata Bab-Ili (Babilonia) - letteralmente, «Porta degli dèi". Ne scaturirono nuovi conflitti, in seguito ai quali Marduk venne condannato a essere sepolto vivo all’interno della Grande Piramide di Giza; poi, però, perdonato prima che fosse troppo tardi, fu mandato in esilio; e ancora una volta Ninurta venne chiamato a risolvere i conflitti. Ma Ninurta non era solo un guerriero. Dopo il Diluvio fu lui a chiudere i passi delle montagne per evitare che la pianura tra il Tigri e l’Eufrate continuasse ad allagarsi e che mise a punto un’estesa opera di drenaggio per renderla di nuovo abitabile. Dopodiché organizzò l’introduzione dell’agricoltura nella regione e per questo i Sumeri lo chiamavano affettuosamente Urash - «quello dell’aratro». Quando gli Anunnaki decisero di concedere la sovranità agli uomini, fu proprio Ninurta ad assegnarla e organizzarla nella prima «città dell’uomo, Kish. E quando, dopo i rivolgimenti provocati da Marduk, la situazione si calmò verso il 2250 a.C., fu ancora Ninurta a ripristinare l’ordine e la sovranità dalla sua «città di culto», Lagash. Come premio ebbe da Enlil il permesso di costruire un tempio nuovo a Lagash. Non che Ninurta si potesse considerare un «senza casa»: egli aveva già un tempio a Kish e un altro nel recinto sacro di Nippur, vicino allo ziggurat del padre. Aveva poi un tempio a lui dedicato nel Girsu, il recinto sacro del suo «centro di culto», la città di Lagash. Alcune squadre di archeologi francesi che hanno condotto una ventina di campagne di scavo in quella località (oggi chiamata Tello) tra il 1877 e il 1933, hanno portato alla luce resti di uno ziggurat quadrato e di templi rettangolari con gli angoli orientati con grande precisione ai punti cardinali. La data stimata per le fondamenta di questi primi templi risale all’epoca predinastica, prima del 2700 a.C.: i templi vennero eretti sul tumulo che le carte di scavo indicano con la lettera «K». Alcune iscrizioni dei primi sovrani di Lagash parlano già di ricostruzioni e miglioramenti nel Girsu, oltre che della presentazione di manufatti votivi, come il vaso d’argento di Entemena,risalenti a sei o sette secoli prima dell’epoca di Gudea. Alcune iscrizioni potrebbero indicare che le fondamenta del primissimo Eninnu furono opera di Mesilim, un re di Kish che regnò verso il 2850 a.C.
Ricostruzione di un classico Ziggurat mesopotamico
Kish, come si ricorderà, era il luogo in cui Ninurta aveva fondato per i Sumeri l’istituzione della sovranità. Per lungo tempo i sovrani di Lagash furono considerati come una sorta di «vicerè», che dovevano guadagnarsi il titolo di «re di Kish» per poter essere considerati sovrani a pieno titolo. Fu forse proprio questa fama di «seconda classe» che portò Ninurta a cercare per la sua città un tempio davvero autentico, e che in più fosse in grado di custodire le grandi armi che gli avevano dato Anu ed Enlil, compreso un velivolo spaziale soprannominato «divino uccello della tempesta» , che aveva un’apertura alare di circa 23 metri e perciò richiedeva uno spazio concepito apposta per contenerlo.
Quando Ninurta sconfisse le squadre di Enki, entrò nella Grande Piramide e per la prima volta notò la sua strana e intricata architettura interna, oltre alla sua grandiosità esterna. Le informazioni che ci vengono dalle iscrizioni di Gudea fanno pensare che Ninurta desiderasse avere uno ziggurat di analoga grandezza e complessità fin da quando i suoi doveri lo avevano portato in Egitto. Ora che aveva pacificato Sumer ancora una volta e ottenuto per Lagash lo stato di nuova capitale reale, chiese di nuovo a Enlil il permesso di costruire un nuovo E.NINNU, una nuova «Casa di Cinquanta», nel sacro Girsu di Lagash. E questa volta venne accontentato. Non era infatti così scontato che i desideri fossero esauditi. Leggiamo, per esempio, nei «miti" cananei riguardanti il dio Ba’al ("Signore») che egli, come premio per aver sconfitto i nemici di El («il Sommo», la divinità suprema) chiese il permesso a El di costruire una Casa sulla cima del Monte Zaphon in Libano. Già altre volte Ba’al aveva chiesto questa autorizzazione, che gli era sempre stata negata; più volte si era lamentato con «Bull El, suo padre»:

Ba’al non ha una casa come gli altri dèi, non ha uno spazio sacro come i figli di Asherah; la dimora di El è il rifugio per suo figlio.

Questa volta egli chiese ad Asherah, la sposa di El, di intercedere per lui; e Asherah riuscì infine a convincere El a dargli il permesso. Alle argomentazioni precedenti se ne era aggiunta un’altra: Ba’al, ella disse, poteva «osservare le stagioni» nella sua nuova Casa - ovvero poteva compiere osservazioni celesti utili il calendario. E tuttavia, sebbene fosse un dio, Ba’al non poteva mettersi a costruire da solo la sua casa-tempio: doveva essere Kothar-Hasis, l’abile e sapiente artigiano degli dèi» a tracciare gli schemi e supervisionare la costruzione. Non solo gli studiosi moderni, ma già Filone di Biblo nel I secolo d.C. (citando storici fenici precedenti) paragonava Kothar-Hasis all’artigiano del pantheon greco Efesto (che costruì la casa-dimora di Zeus) o a Thoth, il dio egizio della conoscenza delle capacità manuali, della magia. I testi cananei affermano in effetti che Ba’al inviò emissari in Egitto a prendere Kothar-Hasis, e che questi lo trovarono infine a Creta.
Appena arrivato, Kothar-Hasis ebbe subito una violenta discussione con Ba’al sull’architettura del futuro tempio: a quanto pare, infatti, Ba’al voleva una Casa composta da due sole parti, non dalle solite tre - un Heckal e un Bamtim (un piano elevato). La lite più accesa si ebbe però per una specie di finestra o di lucernario a forma di imbuto che secondo Kothar-Hasis doveva stare all’interno della Casa, mentre Ba’al non voleva saperne e pretendeva di sistemarla da qualche altra parte. Il testo dedica parecchi versi a questo argomento, che doveva essere davvero importante, al punto che i due litiganti arrivarono a gridare e a pronunciare parole di fuoco...
La ragione di questa lite sul lucernario e sulla sua localizzazione resta oscura; secondo il nostro parere potrebbe avere a che fare con l’orientamento del tempio. L’affermazione di Asherah - che dal tempio sarebbe stato possibile osservare le stagioni - fa pensare a un orientamento determinato secondo precise coordinate astronomiche. Ba’al, d’altra parte, come rivelano i successivi testi cananei, progettava di installare nel tempio uno strumento segreto di comunicazione che gli avrebbe consentito di assumere il potere sopra gli altri dèi. A questo scopo Ba’al «allungò una corda, forte ed elastica», dalla vetta di Zaphon («Nord») fino a Kadesh («il Luogo Sacro») a sud, nel deserto del Sinai. Alla fine l’orientamento fu quello che voleva l’architetto divino, Kothar-Hasis. «Osserverai le mie parole», disse enfaticamente a Ba’al, «poiché per Ba’al questa casa fu costruita».
Se, come dobbiamo presumere, i templi successivi sopra la piattaforma di Baalbek vennero eretti ricalcando il progetto originario, allora ne deduciamo che l’orientamento per il quale aveva tanto insistito Kothar-Hasis consisteva in un asse est-ovest per il tempio. Come ci svela il racconto sumerico sul nuovo tempio Eninnu, vedremo che anche questo implicava notevoli capacità di osservazione celeste per poterne determinare l’orientamento, e richiese senz’altro l’intervento di architetti divini.
Proprio come avrebbe fatto re Salomone 1.300 anni dopo, Gudea nelle sue iscrizioni espose molto dettagliatamente il numero di operai che lavorarono al progetto (216.000), i legni di cedro che aveva trasportato dal Libano, le «grandi pietre dalle montagne, suddivise in blocchi» - bitume dalle fonti e dal «lago di bitume», rame dai «monti del rame», argento «dalla sua montagna» e «oro dalle sue montagne», e tutti i manufatti in bronzo, le decorazioni, gli ornamenti, le stele e le statue. Tutto venne descritto nei minimi dettagli, ed era tutto così splendido che, una volta finito, «gli Anunnaki furono tutti presi da ammirazione».
Le parti di maggior interesse delle iscrizioni di Gudea sono quelle che trattano gli avvenimenti precedenti alla costruzione del tempio, la determinazione del suo orientamento, i suoi arredi e il simbolismo; seguiamo anzitutto le informazioni contenute nell’iscrizione nota come Cilindro A. La catena di eventi, secondo la cronologia di Gudea, cominciò un certo giorno, un giorno particolarmente significativo. L’iscrizione, che parla di Ninurta chiamandolo con il suo titolo formale NIN.GIRSU - «Signore del Girsu» - comincia così:
 
Nel giorno i cui fu decretato il destino del Cielo e della Terra quando Lagash alzò la testa verso il Cielo in accordo con i grandi ME, Enlil gettò un occhio favorevole sopra il signore Ningirsu.  
Si passa quindi a raccontare di come Ninurta fosse dispiaciuto del ritardo nella costruzione del nuovo tempio «che è vitale per la città in accordo con i ME» e di come infine, quel giorno propizio, Enlil diede il permesso, decidendo anche il nome del futuro tempio: «Il suo re chiamerà il tempio E.NINNU». L’editto, scrisse Gudea, «fece splendere il Cielo e la Terra».
Ricevuto dunque il permesso di Enlil e ottenuto il nome del nuovo ziggurat, Ninurta era ora libero di procedere alla costruzione. Senza perdere tempo, Gudea corse a supplicare il suo dio di essere proprio lui il prescelto per quel compito. Offrendo sacrifici di agnelli e capretti «indagò il volere divino... di giorno e nel mezzo della notte Gudea alzava gli occhi al suo signore Ningirsu, aspettando l’ordine di costruire il tempio». Senza tregua, continuava a pregare: «Egli disse e sospirò: «Così, così parlerò; così parlerò; questa parola dirò: io sono il pastore, il prescelto per la sovranità»».
E finalmente il miracolo avvenne. «A mezzanotte», scrisse, "qualcosa mi toccò; io non capii che cosa fosse». Prese allora la sua barca e, attraversando un canale, andò in una città vicina a chiedere spiegazioni alla dea-oracolo Nanshe nella sua «Casa che scioglie il fato». Offrendo preghiere e sacrifici perché ella sciogliesse il mistero della sua visione, le raccontò dell’apparizione del dio che gli aveva ordinato di seguire il suo comando:
Nel sogno [ho visto] Un uomo che era luminoso, splendente come il Cielo, grande nel Cielo, grande sulla Terra, con un copricapo che ne faceva un dio. Al suo fianco stava il Divino Uccello della Tempesta; come una violenta tempesta sotto i suoi piedi due leoni stavano accovacciati, uno a destra, l’altro a sinistra. Egli mi ordinò di costruire il suo tempio.

Avvenne allora un prodigio celeste, di cui, disse Gudea, egli non capì il significato: d’un tratto si vide all’orizzonte il Sole sopra Kishar, Giove. Apparve quindi una donna, che diede a Gudea altre indicazioni celesti:

Una donna. Chi era? Chi non era? In testa aveva l’immagine della struttura di un tempio, uno ziggurat. In mano teneva uno stilo sacro, la tavola della sua stella del cielo portava, tenendo consiglio con esso.  
Apparve quindi un terzo essere divino che aveva l’aspetto di un «eroe»:

Teneva in mano una tavola di lapislazzuli; lo schema di un tempio vi disegnava sopra.
E poi, proprio davanti ai suoi occhi, si materializzarono i segni della costruzione: «una sacra cesta da trasporto» e un «sacro stampo per mattoni» che conteneva «il mattone del destino». Sentiti tutti i dettagli della visione, la dea-oracolo rivelò a Gudea il suo significato. La prima divinità ad apparire era Ningirsu (Ninurta), «che ti comandò di costruire il suo tempio, Eninnu». Il sorgere dell’astro, spiegò poi, segnalava il dio Ningishzidda, che gli indicava il punto dell’orizzonte in cui sorge il Sole. La dea era Nisaba, «che ti diede istruzioni su come costruire la Casa in accordo con il Pianeta Sacro».
E il terzo dio, spiegò Nanshe, «si chiama Nindub, e ti ha dato il progetto della Casa». Nanshe aggiunse poi altre istruzioni, ricordando a Gudea che il nuovo Eninnu doveva prevedere luoghi adatti a contenere le armi di Ninurta, il suo grande velivolo, e persino la sua amata lira. Ottenute tutte queste spiegazioni e istruzioni, Gudea ritornò a Lagash e si chiuse nel vecchio tempio, cercando di interpretare il significato di tutto ciò che aveva udito. «Per due giorni si chiuse nel santuario del tempio, anche di notte rimase chiuso; e osservava attentamente il progetto della Casa, ripeteva a se stesso la visione». La cosa che meno lo convinceva, tanto per cominciare, era la questione dell’orientamento del tempio. Salito su una parte del vecchio tempio chiamata Shugalam, «il luogo dell’apertura, della determinazione, da dove Ninurta riusciva a vedere tutte le sue terre», Gudea tolse ciò che ostruiva la visuale (malta? fango?), cercando di carpire i segreti della costruzione del tempio; ma continuò a non raccapezzarsi affatto. «Oh figlio di Enlil: il mio cuore rimane all’oscuro; il significato di ciò che ho visto e udito resta lontano da me come le profondità dell’oceano e le altezze del Cielo... Oh, figlio di Enlil, signore Ningirsu - davvero io non so». Chiese dunque un secondo presagio; e mentre dormiva gli apparve Ningirsu/Ninurta: «Mentre dormivo, stava là, vicino al mio volto», scrisse Gudea. Il dio chiarì tutte le istruzioni a Gudea, assicurandogli un costante aiuto divino:

I miei comandi ti mostreranno il segno Presso il divino pianeta celeste; Secondo i sacri riti
La mia Casa, l’Eninnu, collegherà la Terra al Cielo.

Quindi il dio passa a elencare a Gudea tutti gli equipaggiamenti interni necessari al nuovo tempio, dilungandosi al tempo stesso sui suoi grandiosi poteri, la maestosità delle sue armi, le sue gesta memorabili (come il fatto di aver fermato le acque) e lo status concessogli da Anu, «i cinquanta nomi della signoria». La costruzione, dice a Gudea, dovrebbe cominciare «il giorno della Luna nuova», quando il dio compirà il prodigio che varrà come segnale: la sera del Nuovo Anno apparirà la mano del dio che reggerà una fiamma, dalla quale proverrà una luce talmente forte «che la notte sarà uguale al giorno». Ninurta/Ningirsu assicura anche a Gudea che egli riceverà l’aiuto divino fin dalle prime fasi di progettazione del nuovo Eninnu: il dio chiamato «il Serpente Luminoso» verrà per aiutare costruire l’Eninnu e il suo nuovo recinto - «costruirlo in modo che sia simile alla Casa del Serpente, come un luogo forte sarà costruito». Quindi Ninurta promette a Gudea che la costruzione del tempio porterà ricchezza e abbondanza alla regione: «Quando sarà ultimata la mia terrazza-tempio», arriveranno le piogge al momento giusto, i canali di irrigazione saranno pieni d’acqua, persino nel deserto, «dove l’acqua non è scorsa», spunteranno fiori; vi sarà abbondanza di messi, olio per cucinare, e «lana in abbondanza verrà pesata». Ora «Gudea capì finalmente il meraviglioso progetto, un progetto che era il chiaro messaggio del suo sogno-visione; avendo udito le parole del signore Ningirsu, piegò la testa... Adesso era davvero saggio e comprendeva ogni cosa». Senza perdere tempo Gudea passò subito a «purificare la città» e organizzare il popolo di Lagash, giovani e vecchi, per formare le squadre di lavoro preposte al compito solenne. I versi, a questo punto, gettano luce su diversi aspetti «umani» di questa storia, sulla vita, le usanze e i problemi sociali che interessavano la collettività più di quattro millenni fa: leggiamo infatti che, perché tutti potessero dedicarsi unicamente a questa causa «la frusta del sorvegliante venne proibita, la madre non sgridava più i propri bambini... un’ancella che aveva fatto un grave sbaglio non venne per questo colpita in volto dalla sua padrona». Tuttavia alla gente non venne chiesto solo di diventare angelica, ma anche di contribuire al finanziamento del progetto; Gudea «riscuoteva tasse nella regione; come atto di sottomissione al signore Ningirsu furono aumentate le tasse»...

Fonte (Z.Sitchin)


 


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