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mercoledì 1 luglio 2015

IL MITO DI "ETANA" E IL TERMINE "NEFILIM" (COLORO CHE SONO STATI GETTATI SULLA TERRA)

Dall'elenco dei re sumeri sappiamo che il tredicesimo sovrano di Kish era Etana, "colui che ascese al Cielo". Questa lapidaria affermazione non aveva bisogno di alcuna elaborazione o spiegazione, poiché la storia del re mortale che era salito al cielo era ben conosciuta in tutto l'antico Medio Oriente, come dimostrano le numerose raffigurazioni artistiche che illustrano questo soggetto. Secondo la tradizione Etana era stato incaricato dagli dèi di portare al genere umano sicurezza e prosperità, ovvero quelle caratteristiche che contraddistinguono una civiltà organizzata.Ma Etana, a quanto sembra, non poteva avere un figlio maschio che continuasse la dinastia; l'unico rimedio che si conoscesse era una certa Pianta della Nascita, che Etana doveva però andare a prendere in cielo. Come avrebbe fatto in seguito Gilgamesh, Etana si rivolse a Shamash per ottenerne permesso e assistenza; se leggiamo bene il seguito del racconto, risulta chiaro che ciò che Etana chiedeva a Shamash era uno shem!

O Signore, possa uscire dalla tua bocca!
Dammi la Pianta della Nascita!
Mostrami la Pianta della Nascita!
Soccorri le mie scarse capacità!
Concedimi di avere uno shem.

Lusingato dalle preghiere e dall'agnello che il re aveva sacrificato in suo onore, Shamash acconsentì alla richiesta di fornire a Etana uno shem. Ma invece di parlare di uno shem, gli disse che a portarlo in cielo sarebbe stata un'"aquila". Shamash indicò dunque a Etana la fossa in cui era stata posta l'Aquila e poi informò quest'ultima in anticipo della missione che si profilava. In uno scambio di enigmatici messaggi tra l'Aquila e "Shamash, il suo signore", questi le disse: «Ti manderò un uomo; egli prenderà la tua mano... guidalo... fa' tutto ciò che ti dirà... fa' come ti dico». Arrivato alla montagna che gli aveva indicato Shamash, «Etana vide la fossa» e, all'interno di essa, vide l'Aquila. «Guidata dal valoroso Shamash», l'Aquila entrò in contatto con Etana; questi gli spiegò ancora una volta la destinazione e lo scopo della missione, dopodiché l'Aquila cominciò a insegnargli il procedimento per sollevarla dalla fossa. I primi due tentativi non riuscirono, ma al terzo tentativo l'Aquila si sollevò da terra senza difficoltà. Appena spuntò il giorno, l'Aquila annunciò a Etana: «Amico mio... al Cielo di Anu ti porterò!». E, dopo avergli insegnato come fare per reggersi, partì - e in un attimo erano in alto, e salivano sempre di più. Il narratore descrive poi la Terra che appare a Etana sempre più piccola, e sembra quasi di leggere il resoconto di un moderno astronauta che dalla sua navicella vede la Terra allontanarsi :

Quando furono saliti di un beru,
l'Aquila dice a Etana:
«Guarda, amico mio, come appare la terra!
Guarda il mare ai lati della Casa della Montagna:
La terra è diventata come una semplice collina,
la distesa del mare sembra una piccola pozza».

L'Aquila saliva sempre più in alto, e la Terra appariva sempre più piccola. Quando furono saliti di un altro beru, l'Aquila disse:

«Amico mio,
da' un'occhiata e guarda come appare la terra!
La terra si è trasformata in un solco...
La distesa del mare è ormai ridotta a un cestino per il
pane»…
E quando l'ebbe portato su di un terzo beru,
l'Aquila disse a Etana:
«Guarda, amico mio, come appare la terra!
Sembra trasformata in un fossato da giardiniere!».
Finché a un certo punto, dopo essere saliti ancora, la Terra scomparve improvvisamente dalla vista.
Mi guardai intorno, e la terra era scomparsa,
i miei occhi non poterono posarsi
sull'ampia distesa del mare.

Secondo una versione del racconto, l'Aquila ed Etana raggiunsero il Cielo di Anu. Ma un'altra versione afferma che Etana si sentì gelare quando non vide più la Terra e ordinò all'Aquila di invertire la rotta e di "gettarsi a capofitto" verso la Terra. Ancora una volta, questa insolita descrizione della Terra vista dall'alto, da grande distanza, trova una corrispondenza in un passo biblico. Nell'esaltare il Signore Yahweh, il profeta Isaia disse di lui: «È colui che siede sul cerchio della Terra e da lì vede i suoi abitanti grandi come insetti». Il racconto di Etana, come abbiamo visto, ci dice che, cercando uno shem, Etana dovette comunicare con un'Aquila posta in una fossa. Un sigillo raffigura invece una struttura alta e munita di ali (forse una rampa di lancio?) dalla quale prende il volo un'aquila (figura 78). 
Che cos'era, dunque, o chi era l'Aquila che condusse Etana nei cieli? Millenni dopo - nel luglio del 1969 - Neil Armstrong, comandante della navetta Apollo 11, comunicò alla base il felice esito del primo atterraggio dell'uomo sulla Luna con la frase: «Houston, l'Aquila è atterrata!». Aquila era il nome del modulo lunare che, staccatosi dalla navetta, portò sulla Luna i due astronauti che vi stavano dentro (e poi li riportò alla navetta). Quando il modulo lunare si separò per la prima volta per cominciare il suo volo nell'orbita della Luna, gli astronauti dissero al Centro di Controllo di Houston: «L' Aquila ha le ali». Ma il termine "Aquila" poteva indicare anche gli astronauti che si trovavano a bordo della navetta. Nella missione Apollo 11, "Aquila" era anche il simbolo degli astronauti stessi, che ne portavano l'emblema cucito sulle tute. Proprio come nel racconto di Etana, dunque, anch'essi erano Aquile che potevano volare, parlare e comunicare (figura 79).

A questo punto, è lecita una domanda: se un artista antico avesse dovuto rappresentare i piloti delle navicelle spaziali divine, in che modo lo avrebbe fatto? Forse raffigurandoli come aquile? La risposta, almeno sulla base di ciò che è stato trovato, è sì: un sigillo assiro databile al 1500 a.C. circa mostra due "uomini-aquila" che salutano uno shem (figura 80).
Sono state ritrovate numerose rappresentazioni di "Aquile" ( o "uomini-uccello", come li chiamano gli studiosi) di questo genere, per lo più poste vicino all'Albero della Vita, a indicare che sono proprio loro, con il loro shem, a consentire il legame con la dimora celeste dove si trovano il Pane della Vita e l'Acqua della vita. Anzi, in tali raffigurazioni solitamente le Aquile tengono in una mano il Frutto della Vita e nell'altra l'Acqua della Vita, in pieno accordo con quanto raccontano le storie di Adapa, Etana e Gilgamesh (figura 81).
L'aspetto di queste aquile, quale appare dalle numerose rappresentazioni artistiche venute alla luce, non è mai quello di mostruosi "uomini-uccello", bensì di esseri antropomorfi che indossano costumi o uniformi che li fanno assomigliare ad aquile. La leggenda ittita della scomparsa del dio Telepinu racconta che «i grandi dèi e gli dèi minori cominciarono a cercare Telepinu» e che «Shamash inviò un'Aquila veloce» per trovarlo. Nel Libro dell'Esodo, si dice che Dio ricordò ai figli di Israele che «Io vi ho condotto sulle ali delle Aquile e vi ho portato da me», confermando, dunque, che solo con le ali delle Aquile si poteva raggiungere la dimora divina, proprio come ci dice la storia di Etana. È un fatto, anzi, che numerosi versetti biblici descrivono Dio come un essere alato. Boaz accolse Ruth nella comunità ebraica come colei che era "venuta sotto le ali" del dio Yahweh. Il salmista cercava rifugio e sicurezza "all'ombra delle tue ali" e così descriveva la discesa del Signore dai cieli: «Egli salì su un cherubino e se ne andò in volo; si librava in volo su ali di vento». Analizzando le analogie tra il biblico El (utilizzato come titolo o termine generico per indicare la Divinità) e l'El canaanita, S. Langdon (Semitic Mythology, «Mitologia semitica») mostrò come entrambi erano raffigurati, nei testi o sulle monete, come divinità alate. I testi mesopotamici presentano sempre Utu/Shamash come il dio protettore del campo di atterraggio degli shem e delle Aquile. Come i suoi assistenti, poi, anch'egli veniva talvolta raffigurato con indosso il costume di un'Aquila (figura 82). Grazie a questa sua funzione, egli poteva garantire ai re il privilegio di "volare sulle ali degli uccelli" e di "innalzarsi dai cieli più bassi a quelli più alti". E quando veniva lanciato in alto a bordo di un razzo fiammeggiante, era colui «che viaggiava per distanze sconosciute, per un tempo senza fine». La terminologia sumerica per indicare gli oggetti connessi al volo celeste non si limitava al me indossato dagli dèi o al mu rappresentato dai loro "carri" conici. I testi sumerici che descrivono Sippar ci dicono che essa aveva una parte centrale nascosta e protetta da mura possenti, al cui interno si trovava il tempio di Utu, "una casa simile a una casa nei cieli". In un cortile interno del tempio, anch'esso protetto da alte mura, stava «eretto verso l'alto, il possente APIN» ("un oggetto che si apre da sé la via", secondo i traduttori).

Un disegno trovato presso la collina del tempio di Anu a Uruk rappresenta tale oggetto (figura 83).
Qualche decennio fa avremmo avuto non poche difficoltà a capire di che cosa si tratta, ma oggi sappiamo che esso è un razzo spaziale a diversi comparti, in cima al quale sta il conico mu, o cabina di comando. Le prove che gli dèi di Sumer possedessero non soltanto "camere volanti" per aggirarsi nei cieli più vicini alla Terra, ma anche vere e proprie navicelle a razzo a diversi comparti emerge anche dall'esame dei testi che descrivono gli oggetti sacri del tempio di Utu a Sippar. Vi si dice infatti che alla corte suprema di Sumer i testimoni dovevano prestare giuramento in un cortile interno, vicino a una porta attraverso la quale potevano vedere tre "oggetti divini": la "sfera d'oro" (forse la cabina dell'equipaggio?), il GIR e l'alikmahrati, un termine che letteralmente significa "avanzatore che fa muovere il veicolo", cioè quello che noi oggi chiameremmo motore. E più che probabile che ci troviamo di fronte a un riferimento alle tre parti di una navicella a razzo, con la cabina o modulo di comando a una estremità, i motori all'altra estremità e il gir al centro. Quest'ultimo era un termine molto utilizzato con riferimento a voli spaziali. Le guardie che Gilgamesh incontrò presso il "luogo di atterraggio" di Shamash erano chiamati uomini-gir; nel tempio di Ninurta, l'area interna sacra, la più sorvegliata, si chiamava GIR.SU ("dove compare il gir"). È ormai universalmente riconosciuto che gir era un termine utilizzato per descrivere un oggetto appuntito. Uno  sguardo attento alla rappresentazione pittorica del termine ci consente di capire meglio la sua natura "divina": ciò che vediamo, infatti, è un oggetto allungato, a forma di freccia, suddiviso in diverse parti o scompartimenti:
Il fatto che il mu potesse rimanere sospeso da solo nei cieli più vicini alla Terra, o volare sopra la terraferma quando era attaccato a un gir, o ancora diventare il modulo di comando di un apin a comparti plurimi testimonia l'alto livello di ingegneria che gli dèi di Sumer, gli Dèi del Cielo e della Terra, avevano raggiunto. A questo punto, se riguardiamo l'insieme dei pittogrammi e degli ideogrammi sumerici, non possiamo più avere dubbi sul fatto che chiunque abbia tracciato quei segni conosceva bene forme e funzioni dei razzi e delle relative scie di fuoco, dei veicoli simili a missili e delle "cabine" celesti. KA.GIR ("bocca del razzo") indicava un gir o razzo pinnato, contenuto in una struttura sotterranea simile a un pozzo.
ESH ("dimora divina") era la camera o modulo di comando di un veicolo spaziale ZIK ("ascendere") era forse un modulo di comando in fase di decollo? Diamo un'occhiata, infine, al segno pittografico che indicava gli "dèi" in lingua sumerica. La parola era composta da due sillabe: DIN.GIR. Abbiamo già visto che cosa significava il simbolo di GIR: un razzo pinnato a due comparti, DIN, la prima sillaba, significava "virtuoso", "puro", "luminoso". Unite, dunque, le due sillabe DIN.GIR indicavano il concetto di "virtuosi degli oggetti luminosi, appuntiti", o, più esplicitamente, "i puri dei razzi fiammeggianti". Questo era il segno pittografico per din: Viene subito in mente un motore a reazione che sprigiona fiamme dalla parte posteriore, mentre quella anteriore è stranamente aperta. Proviamo ora a "scrivere" dingir combinando i due segni pittografici: scopriremo che la coda del gir pinnato si inserisce perfettamente nell'apertura frontale del din! (figure 84, 85). Ed ecco dunque lo sbalorditivo risultato: ci troviamo davanti a una vera navetta spaziale con razzo propulsore, munita di un modulo di atterraggio perfettamente agganciato: un meccanismo, dunque, non dissimile da quello dell'Apollo 11 Si tratta di un veicolo a tre comparti collegati fra loro: il comparto propulsore contiene i motori, quello centrale i viveri e gli equipaggiamenti, mentre la conica "camera del cielo" ospita gli individui chiamati dingir, gli dèi dell'antichità, gli astronauti di tanti millenni fa.A questo punto, possiamo ancora avere dei dubbi sul fatto che quando i popoli antichi parlavano dei loro Dèi del Cielo e della Terra intendevano riferirsi letteralmente a individui in carne e ossa, che erano scesi sulla Terra dal cielo? Persino gli antichi compilatori dell'Antico Testamento, che dedicarono la Bibbia a un unico Dio, ritennero necessario ammettere la presenza sulla Terra, in tempi antichissimi, di tali entità divine. La parte più problematica, quella che ha fatto inorridire traduttori e teologi, è l'inizio del sesto capitolo della Genesi. Il brano si colloca tra il resoconto del diffondersi dell'umanità attraverso le generazioni successive ad Adamo e la storia del risentimento divino nei confronti del genere umano immediatamente prima del Diluvio universale. Vi si afferma, inequivocabilmente, che a quel tempo

I figli degli dèi
videro le figlie dell'uomo e le trovarono belle;
E presero per mogli
quelle che piacquero loro più di tutte.

Le implicazioni di questi versi e il parallelismo con i racconti sumerici sugli dèi, i loro figli e nipoti e sulla prole semidivina derivante dalla coabitazione tra dèi e mortali si fa ancora più evidente quando continuiamo nella lettura dei versi biblici:

I Nefilim erano sulla Terra,
in quei giorni e anche dopo,
quando i figli degli dèi
vivevano insieme alle figlie di Adamo,
e concepivano figli con esse.
Essi erano i potenti di Eternità -
Il popolo dello shem.

Quella che abbiamo proposto non è la traduzione tradizionale del passo biblico. Per molto tempo, infatti, l'espressione «I Nefilim erano sulla Terra» è stata tradotta con «Vi erano dei giganti sulla Terra»; traduttori più recenti, poi, riconoscendo l'errore, hanno pensato di risolvere ogni problema lasciando nella traduzione l'originario termine ebraico Nefilim. Quanto poi al verso «Il popolo dello shem», non c'è da stupirsi che sia stato sempre tradotto con «il popolo che ha un nome», cioè «il popolo famoso»; come abbiamo appena dimostrato, invece, il termine shem va preso nel suo significato originario -un razzo, una navicella a razzo. Che cosa significa, allora, il termine Nefilim? Derivato dalla radice semitica NFL ("essere gettato giù"), significa esattamente ciò che dice: coloro che sono stati gettati sulla Terra! Esegeti biblici e teologi contemporanei tendono a evitare questi scomodi versi, o spiegandoli allegoricamente o semplicemente ignorandoli. Al contrario, alcuni scritti ebraici dell'epoca del Secondo Tempio riconoscono in questi versi un'eco di antiche tradizioni riguardanti "angeli caduti". In qualche caso troviamo addirittura i nomi di queste entità divine «che caddero dal Cielo e furono sulla Terra in quei giorni»: Sham-Hazzai ("vedetta dello shem"), Uzza ("possente") e Uzi-El ("potere di Dio"). Malbim, un illustre commentatore biblico ebreo del XIX secolo, riconobbe queste antiche radici e spiegò che «anticamente i sovrani dei paesi erano i figli delle divinità che arrivarono sulla Terra dal Cielo, ed essi governarono la Terra e sposarono le figlie dell'uomo; e tra i loro discendenti si trovano eroi e uomini potenti, principi e sovrani». Tali storie, diceva Malbim, riguardavano gli dèi pagani, «figli delle divinità che in tempi antichissimi caddero dal Cielo sulla Terra... ed è per questo che si chiamavano "Nefilim", cioè "coloro che caddero giù"». Indipendentemente dalle implicazioni teologiche, non si può
cancellare il significato originario e letterale di questi versi: i figli degli dèi che vennero sulla Terra dal Cielo erano i Nefilim. E i Nefilim erano il popolo dello Shem - il popolo delle navicelle a razzo. D'ora in poi, quindi, li chiameremo con il loro nome biblico.

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