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giovedì 16 luglio 2015

IL 12° PIANETA E IL SISTEMA SOLARE CONOSCIUTO GIA' IN ANTICHITA'



L'ipotesi che la Terra sia stata abitata da entità intelligenti provenienti da altrove presuppone l'esistenza di un altro corpo celeste sul quale tali esseri intelligenti abbiano fondato unaciviltà più avanzata della nostra. Finora, quando si pensava a eventuali visitatori giunti sulla Terra da un altro pianeta, la mente correva subito a pianeti come Marte o Venere. Oggi, però, sappiamo che su questi due "vicini planetari" della Terra non esistono forme di vita intelligenti né un'avanzata forma di civiltà: perciò chi crede nelle visite di questi "astronauti interplanetari" deve guardare ad altre galassie e a stelle lontane come luoghi di provenienza di questi extraterrestri. Tali ipotesi presentano vantaggi e svantaggi. Il vantaggio è che, se è molto difficile provarne la veridicità, è altrettanto difficile escluderla. Lo svantaggio, invece, sta nel fatto che i presunti luoghi di provenienza di questi esseri sono lontanissimi dalla Terra e richiedono anni e anni di viaggio alla velocità della luce. Chi formula tali teorie, quindi, postula sempre un viaggio di sola andata verso la Terra: una squadra di astronauti in missione senza ritorno, o magari una navetta sfuggita al controllo e perdutasi nello spazio, e poi precipitata sulla Terra. Non è questo, tuttavia, il concetto che i Sumeri avevano della dimora celeste degli dèi. Essi credevano all'esistenza di una "dimora celeste", un "luogo puro", una "dimora primordiale", su cui regnava Anu, mentre i suoi figli Enlil, Enki e Ninhursag erano scesi sulla Terra e avevano fissato lì la loro dimora. Accenni a unadinastia di 21 coppie divine che avrebbero preceduto Anu sul trono del "luogo puro" sono contenute non solo in occasionali riferimenti nei testi sumerici, ma anche in un organico "elenco di dèi". Anu stesso regnava su una corte molto vasta e lussuosa. Come raccontò Gilgamesh (e come confermò il Libro di Ezechiele) era un luogo circondato da un giardino artificiale interamente scolpito nella pietra dura. Qui abitava Anu con la sua consorte ufficiale Antu e sei concubine, 80 figli (dei quali 14 avuti da Antu), un primo ministro, tre responsabili dei Mu (le navicelle a razzo), due comandanti militari, due "gran maestri della conoscenza scritta", un ministro del tesoro, due responsabili della giustizia, due "che impressionano col suono" e due capi scribi, con cinque assistenti scribi. I testi mesopotamici parlano spesso dello splendore della dimora di Anu, degli dèi e delle armi che la sorvegliavano. Nel racconto di Adapa, per esempio, si dice che il dio Enki, dopo aver procurato ad Adapa uno shem,

Gli fece prendere la strada per il Cielo,
e al cielo egli salì.
Una volta raggiunto il Cielo,
si avvicinò alla Porta di Anu.
Tammuz e Gizzida montavano di guardia
alla Porta di Anu.

Sorvegliato dalle armi divine SHAR.UR ("cacciatore reale") e SHAR.GAZ ("uccisore reale"), la sala del trono di Anu era il luogo dove gli dèi si riunivano in assemblea. In tali occasioni essi entravano e si sedevano secondo un ordine fisso, stabilito da un rigido protocollo:
 
Enlil entra nella sala del trono di Anu,
si siede nel luogo della sacra tiara,
alla destra di Anu.
Ea entra [nella sala del trono di Anu],
si siede nel luogo della sacra tiara,
alla sinistra di Anu.

Gli Dèi del Cielo e della Terra dell'antico Medio Oriente non solo avevano avuto origine nei cieli, ma potevano anche ritornare alla dimora celeste. Il loro non era mai, dunque, un viaggio a senso unico. Anu, per esempio, di tanto in tanto scendeva sulla Terra per "visite di stato" e poi se ne tornava alla sua dimora; Ishtar si recò da Anu almeno due volte. Il centro di comando di Enlil a Nippur era equipaggiato, come abbiamo già avuto modo di notare, con quello che viene definito il "legame cielo-terra". Shamash era responsabile delle Aquile e della rampa di lancio delle navicelle a razzo. Gilgamesh salì al Luogo dell'Eternità e poi tornò a Uruk; anche Adapa compì lo stesso viaggio e tornò indietro per raccontarlo; e altrettanto fece il biblico re di Tiro. Alcuni testi mesopotamici parlano degli Apkallu, un termine accadico che deriva dal sumerico AB.GAL ("il grande che guida", o "maestro che indica la via"). Secondo uno studio di Gustav Guterbock (Die Historische Tradition und Ihre Literarische Gestaltung bei Babylonier und Hethiten) si tratterebbe degli "uomini-uccello" raffigurati come "Aquile" in cui ci siamo già imbattuti. I testi che narrano le loro gesta dicono che uno di essi «portò giù Inanna dal Cielo, la fece discendere al tempio E-Anna». Questi e altri riferimenti indicano che questi Apkallu erano i piloti delle navette spaziali dei Nefilim. Il viaggio di andata e ritorno era non soltanto possibile, ma addirittura previsto fin dall'inizio: sappiamo infatti che, avendo deciso di stabilire a Sumer la Porta degli Dèi (Babili), il capo degli dèi spiegò:

Quando alla Fonte Primigenia
salirete per l'assemblea,
troverete tutti
un luogo di riposo per la notte.
Quando poi scenderete
dal Cielo per l'assemblea,
troverete anche qui
un luogo di riposo per la notte.

Poiché vedevano che questo viaggio di andata e ritorno tra Terra e dimora celeste non era un fatto puramente teorico, ma avveniva nella pratica con una certa frequenza, la gente di Sumer non pensò mai che i loro dèi provenissero da lontane galassie: la dimora celeste, come apprendiamo dai loro testi, era all'interno del nostro sistema solare. Abbiamo già visto Shamash nella sua divisa ufficiale di Comandante delle Aquile. A ognuno dei polsi portava un oggetto simile a un orologio, tenuto fermo da una specie di cinturino metallico. Da altre raffigurazioni artistiche veniamo poi a sapere che tutte le Aquile più importanti portavano sempre oggetti di questo genere. Se avessero soltanto una funzione decorativa o se servissero a qualche scopo specifico, non lo sappiamo. Tutti gli studiosi concordano però sul fatto che essi rappresentassero una rosetta, cioè una serie di "petali" disposti a cerchio attorno a un nucleo centrale (figura 86).
In tutto il mondo antico la rosetta era il pm comune simbolo decorativo dei templi: lo si ritrova in Mesopotamia, Asia occidentale, Anatolia, Cipro, Creta e Grecia. Gli studiosi propendono a credere che essa fosse una derivazione o una stilizzazione di un fenomeno astrale: un sole circondato dai suoi satelliti. E il fatto che gli antichi astronauti portassero al polso questo simbolo rende ancora più verosimile tale teoria. Una raffigurazione assira della Porta di Anu nella dimora celeste (figura 87) conferma che gli antichi popoli mesopotamici avevano una certa familiarità con un sistema astrale come quello del nostro Sole e dei suoi pianeti. Accanto alla Porta stanno due Aquile - a indicare che senza il loro intervento non è possibile raggiungere la dimora celeste. Al di sopra della porta sta il globo alato - il supremo emblema divino - affiancato dai simboli celesti del numero sette e della Luna, che rappresentano, a nostro avviso, Anu con accanto Enlil ed Enki.
Dove sono i corpi celesti che questi simboli rappresentano? Dove si trova la dimora celeste? La risposta che gli antichi davano a queste domande è contenuta in un'altra rappresentazione artistica piuttosto comune, che ritroviamo, per esempio, in un sigillo cilindrico conservato a Berlino, al Museo dell'antico Medio Oriente (figura 88). Vi compare una divinità celeste che estende i suoi raggi verso undici corpi celesti più piccoli che le stanno intorno. Si tratta di una rappresentazione di un Sole, attorno al quale ruotano undici pianeti.
Se ingrandiamo la figura centrale e la rapportiamo alla sua corrispondenza astrale (figura 89), vediamo che essa rappresenta una grande stella circondata da undici corpi celesti, i pianeti. Questi, a loro volta, poggiano su una serie di 24 globi più piccoli. E solo una coincidenza che il numero di tutte le "lune", o satelliti, dei pianeti maggiori del nostro sistema solare (gli astronomi escludono quelli con un diametro inferiore a 15 km) sia anch'esso esattamente 24*? A questo punto sorge un problema. Le raffigurazioni di cui abbiamo parlato non sembrerebbero illustrare il nostro sistema solare, che, secondo gli astronomi moderni, è composto da Sole, Terra e Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone: non, quindi, un Sole con undici pianeti, bensì un Sole con dieci pianeti (anche contando la Luna). Non è questo, però, ciò che pensavano i Sumeri: essi erano convinti che il nostro sistema fosse effettivamente composto da un Sole e da undici pianeti (compresa la Luna) e non avevano dubbi sul fatto che, oltre ai pianeti oggi conosciuti, ve ne fosse un dodicesimo - il pianeta da cui provenivano i Nefilim. Noi lo chiameremo appunto il Dodicesimo Pianeta.

*Sulla base dei dati aggiornati al 1981 sappiamo che il numero dei
satelliti è in realtà molto superiore a 24.

Prima di verificare l'esattezza delle credenze sumeriche, riepiloghiamo la storia delle nostre conoscenze sulla Terra e sui cieli che la circondano. Oggi sappiamo che al di là dei pianeti giganti Giove e Saturno - a distanze insignificanti se rapportate all'universo, ma enormi in termini umani - vi sono altri due grandi pianeti (Urano e Nettuno) e un terzo, più piccolo (Plutone) che fanno parte del nostro sistema solare. Questa conoscenza, però, è alquanto recente. Urano fu scoperto solo nel 1781, grazie all'impiego di telescopi perfezionati. Dopo averlo osservato per cinquant'anni, alcuni astronomi arrivarono alla conclusione che la sua orbita rivelava l'influenza di qualche altro pianeta. Sulla scorta di accurati calcoli matematici, si giunse infine a individuare anche quest'altro pianeta, chiamato Nettuno: era il 1846. Solo alla fine del XIX secolo, divenne evidente che anche Nettuno era soggetto a una sconosciuta attrazione gravitazionale. Esisteva dunque un altro pianeta nel nostro sistema solare? La risposta venne solo nel 1930, con la scoperta di Plutone. Fino al 1780, quindi, si credeva che il nostro sistema solare fosse composto da sette soli membri: Sole, Luna, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno. La Terra non veniva contata come pianeta perché si pensava che gli altri corpi celesti ruotassero attorno a essa, che era il corpo celeste più importante, quello creato da Dio e sul quale viveva la più importante creatura di Dio, l'Uomo. I nostri libri di testo attribuiscono di solito a Niccolò Copernico la scoperta che la Terra, in realtà, non è che uno dei pianeti di un sistema eliocentrico, che ha, cioè, come suo centro il Sole. Temendo di suscitare le ire della Chiesa affermando che non era la Terra a occupare la posizione centrale nel sistema solare, Copernico pubblicò il suo saggio (De revolutionibus orbium coelestium) solo in punto di morte, nel 1543. La spinta a riesaminare concezioni astronomiche vecchie di secoli era venuta anzitutto dai viaggi compiuti dai grandi esploratori di quest'epoca, dalle scoperte di Colombo (1492), Magellano (1520) e altri, che avevano dimostrato che la Terra non era piatta, ma sferica. Partendo da queste scoperte, Copernico aveva poi elaborato la sua teoria affidandosi ad accurati calcoli matematici e anche allo studio dei testi antichi. Il cardinale Schonberg, uno dei pochi uomini di chiesa che lo sostenevano, gli scrisse nel 1536: «Ho sentito dire che voi non soltanto conoscete la base delle antiche dottrine matematiche, ma che avete anche creato una nuova teoria... secondo la quale la Terra è in movimento ed è il Sole che occupa la posizione principale e quindi cardinale». Fino a quel momento le concezioni astronomiche si erano basate sulle tradizioni greche e romane secondo cui la Terra, che era piatta, era sovrastata dalla volta dei cieli lontani, in cui si trovavano le stelle fisse. Al contrario di queste, i pianeti (dalla parola greca che significa "vagabondo") si muovevano attorno alla Terra. Vi erano dunque sette corpi celesti, dai quali trassero il nome, nelle diverse lingue, i giorni della settimana: il Sole (che dà il nome in inglese alla domenica, Sunday, giorno del Sole); Luna (lunedì), Marte (martedì); Mercurio (mercoledì); Giove (giovedì); Venere (venerdì); Saturno (sabato, in inglese Saturday, giorno di Saturno) (figura 90).
Tale concezione astronomica si rifaceva alle codificazioni di Tolomeo, un astronomo vissuto ad Alessandria d'Egitto nel II secolo d.C: questi aveva stabilito che il Sole, la Luna e cinque pianeti ruotavano attorno alla Terra. L'astronomia tolemaica predominò nel mondo antico per oltre 1.300 anni, fino a quando Copernico elaborò la sua concezione eliocentrica. Sebbene Copernico sia stato spesso invocato come "padre della moderna astronomia", alcuni studiosi vedono in lui più che altro colui che ha saputo ricostruire e trarre le fila di idee precedenti. Egli, infatti, studiò attentamente gli scritti di astronomi greci precedenti a Tolomeo, come Ipparco e Aristarco di Samo. Quest'ultimo suggeriva già, nel II secolo a.C, che i movimenti dei corpi celesti potevano essere meglio spiegati se si postulava che il Sole - e non la Terra - fosse al centro del sistema. In effetti, 2.000 anni prima di Copernico, gli astronomi greci, quando dovevano elencare i pianeti, cominciavano sempre dal Sole, riconoscendo quindi implicitamente che era il Sole, e non la Terra, a costituire il punto focale del sistema solare. La concezione eliocentrica fu dunque solo riscoperta da Copernico, ed è anzi interessante notare che, a quanto pare, gli astronomi del 500 a.C. ne sapevano di più di quelli del 500 e del 1500 d.C. Non è facile, in effetti, spiegarsi come mai la civiltà tardoellenica e quella romana considerassero la Terra piatta e poggiante su uno strato di acque torbide - al di sotto del quale stava l'Ade o "Inferno" - quando invece molti indizi dimostrano che gli astronomi greci del periodo più antico la pensavano in maniera del tutto diversa. Ipparco, vissuto in Asia Minore nel II secolo a.C, si occupò dello «spostamento del segno solstiziale ed equinoziale», cioè il fenomeno che oggi chiamiamo "precessione degli equinozi". Ma tale fenomeno si spiega solo in termini di "astronomia sferica", cioè presupponendo una Terra sferica circondata da altri corpi celesti in un universo sferico. Dobbiamo dunque concludere che Ipparco sapeva che la Terra era un globo, e che su questo presupposto fece tutti suoi calcoli? Ugualmente importante, però, è un'altra domanda. Il fenomeno della precessione si poteva osservare solo mettendo in relazione l'inizio della primavera con la posizione del Sole (visto dalla Terra) in una determinata costellazione zodiacale e registrandone il lento slittamento verso un'altra costellazione. Ma il passaggio da una casa zodiacale a un'altra richiede 2.160 anni, e Ipparco non era certo vissuto tanto da poter osservare personalmente tale fenomeno. Ma allora, da dove aveva attinto i dati di cui disponeva? Eudosso di Cnido, un altro matematico e astronomo greco che visse in Asia Minore due secoli prima di Ipparco, disegnò una sfera celeste, una copia della quale fu riprodotta a Roma come parte della statua di Atlante che sostiene il mondo. Ma se Eudosso pensava ai cieli come a una sfera, dove si trovava la Terra rispetto ad essi? Riteneva forse che la sfera celeste poggiasse su una Terra piatta - una concezione alquanto grossolana - oppure sapeva che anche la Terra era sferica e avvolta dalla sfera celeste? (figura 91).
Le opere di Eudosso, i cui originali sono andati perduti, ci sono giunte solo grazie ai poemi di Arato, che nel III secolo d.C. "tradusse" in forma poetica i fatti esposti dall'astronomo. Nel suo poema (che doveva essere ben noto a san Paolo, che lo citò) le costellazioni vengono descritte molto dettagliatamente e di esse si dice che sono "disposte tutto intorno"; inoltre si fa risalire a un'epoca antichissima la loro individuazione e denominazione: «Alcuni uomini del passato pensarono a una nomenclatura e trovarono per loro forme appropriate». Chi erano gli "uomini del passato" ai quali Eudosso attribuiva la designazione delle costellazioni? Sulla base di alcuni indizi contenuti nel poema, gli astronomi moderni ritengono che i versi greci descrivano i cieli così come essi potevano essere osservati in Mesopotamia verso il 2200 a.C. Poiché sia Ipparco sia Eudosso vivevano in Asia Minore, è molto probabile che per i dati in loro possesso essi abbiano attinto a fonti ittite. Forse addirittura visitarono la capitale ittita e poterono assistere alla processione divina scolpita sulle rupi; infatti tra gli dèi in marcia vi sono due uomini-toro che sostengono un globo: un'immagine che potrebbe aver ispirato Eudosso nella scultura di Atlante e della sfera celeste (figura 92).
Si può a questo punto avanzare un'ipotesi: gli astronomi greci più antichi, che vivevano in Asia Minore, erano forse meglio informati dei loro successori proprio perché potevano attingere a fonti mesopotamiche? Ipparco, in effetti, confermò nei suoi scritti che i suoi studi si basavano su conoscenze accumulate e verificate nel corso dei millenni. Tra le sue fonti citava «gli astronomi babilonesi di Erech, Borsippa e Babilonia». Gemino di Rodi attribuì ai "Caldei" (gli antichi Babilonesi) la scoperta dei movimenti esatti della Luna. Lo storico Diodoro Siculo, che scriveva nel I secolo a.C, confermò l'esattezza dell'astronomia mesopotamica e affermò che «i Caldei diedero un nome ai pianeti... al centro del loro sistema stava il Sole, la luce più grande, del quale i pianeti erano i "figli", che riflettevano la sua posizione e il suo splendore». La fonte riconosciuta dell'astronomia greca era dunque la Caldea, ed è un dato di fatto che quei primi Caldei possedevano conoscenze molto maggiori e più approfondite dei popoli che li seguirono. Per generazioni e generazioni in tutto il mondo antico la parola "caldeo" fu sinonimo di "osservatore delle stelle", astronomo. Parlando delle future generazioni di ebrei, Dio disse ad Abramo, che veniva da "Ur dei Caldei", di osservare le stelle. E in realtà l'Antico Testamento è pieno di informazioni astronomiche. Giuseppe paragonò se stesso e i suoi fratelli a dodici corpi celesti e il patriarca Giacobbe benedì i suoi dodici discendenti associandoli alle dodici costellazioni dello zodiaco. I Salmi e il Libro di Giobbe contengono numerosi riferimenti a fenomeni celesti, alle costellazioni zodiacali e ad altri gruppi di stelle (come le Pleiadi). La conoscenza dello zodiaco, la suddivisione scientifica dei cieli e altri dati astronomici erano dunque diffusi nell'antico Medio Oriente ben prima che sorgesse la civiltà greca. Gli archeologi, infatti, hanno trovato una quantità enorme di testi, iscrizioni, bassorilievi, disegni, elenchi di corpi celesti, presagi, calendari, tavole con l'annotazione del sorgere e del tramontare del Sole e dei pianeti, previsioni di eclissi. Molti di questi testi, per essere onesti, specie quelli più tardi, avevano un carattere più astrologico che astronomico. I cieli e i movimenti dei corpi celesti sembravano infatti una preoccupazione primaria anche dei re più potenti, dei sacerdoti, oltre che del popolo in generale; si osservavano le stelle soprattutto per trovarvi una risposta ai grandi avvenimenti della Terra: guerra, pace, prosperità, carestia. Radunando e analizzando centinaia di testi del i millennio a.C, R.C. Thompson (The Reports of the Magicians and Astrologers of Niniveh and Babylon, «I documenti dei maghi e degli astrologi di Ninive e Babilonia») riuscì a dimostrare che l'osservazione delle stelle mirava a indagare su quale sarebbe stata la sorte dello stato, del popolo, magari anche del sovrano, ma sempre in un'ottica nazionale, mai personale, come avviene invece per i moderni oroscopi:

Quando la Luna non si vede nel suo tempo calcolato,
ci sarà un'invasione da parte di una città potente.
Quando una cometa raggiunge il percorso del Sole,
il flusso dei campi diminuirà;
un rivolgimento si verificherà due volte.
Quando Giove va con Venere,
le preghiere della Terra raggiungeranno il cuore degli dèi.
Se il Sole sta in linea con la Luna,
il re della regione se ne starà saldo sul trono.

Anche tale forma di astrologia richiedeva ampie e accurate conoscenze astrologiche, senza le quali non era possibile predire il futuro. I popoli mesopotamici, che possedevano tali conoscenze, distinguevano tra stelle "fisse" e pianeti "vaganti" e sapevano che il Sole e la Luna non erano né stelle fisse né normali pianeti. Avevano una certa familiarità con comete, meteore e altri fenomeni celesti e sapevano calcolare le relazioni tra i movimenti di Sole, Luna e Terra, e anche predire le eclissi. Seguivano i movimenti dei corpi celesti e li mettevano in relazione con l'orbita e la rotazione terrestre sulla base del sistema a spirale - un sistema in uso ancora oggi, che misura il sorgere e il calare di stelle e pianeti nei cieli della Terra ponendoli in relazione con il Sole. Per seguire i movimenti dei corpi celesti e le loro posizioni in rapporto alla Terra e fra loro, gli Assiri e i Babilonesi tenevano accurate efemeridi, cioè tavole in cui venivano elencate le posizioni passate di tali corpi e predette quelle future. Il professor George Sarton (Chaldean Astronomy of the Last Three Centuries B.C., «L'astronomia caldea degli ultimi tre secoli a.C») scoprì che per il calcolo venivano utilizzati due metodi: uno più recente, in uso a Babilonia, e uno più antico, usato a Uruk. Ciò che egli decisamente non si aspettava di scoprire era che in effetti il metodo più antico, quello di Uruk, era molto più sofisticato e più accurato di quello posteriore. Sarton addusse la spiegazione che le errate concezioni astronomiche dei Greci e dei Romani derivavano da uno slittamento ideologico verso una filosofia che spiegava il mondo in termini geometrici [geocentrici?], mentre i sacerdotiastronomi di Caldea seguivano le formule e le tradizioni di Sumer. Nell'ultimo secolo, con la grande riscoperta delle civiltà mesopotamiche, si è ormai chiarito senza ombra di dubbio che nel campo dell'astronomia, come in molti altri campi, le radici della nostra conoscenza sono da ricercarsi proprio in Mesopotamia: anche in questo settore, noi continuiamo e tramandiamo l'eredità di Sumer. Le conclusioni di Sarton furono poi confermate dagli studi del professor O. Neugebauer (Astronomical Cuneiform Texts, «Testi astronomici in scrittura cuneiforme»), il quale scoprì, con grande sorpresa, che le efemeridi, precise com'erano, non si fondavano in realtà sull'osservazione personale degli astronomi babilonesi che le preparavano, bensì erano calcolate «sulla base di schemi aritmetici fissi... che erano immutabili e non potevano essere alterati» dagli astronomi che li utilizzavano. Neugebauer concluse anzi che gli astronomi babilonesi non conoscevano affatto le teorie sulle quali si basavano le efemeridi e i relativi calcoli matematici: si limitavano ad applicarli, con l'aiuto di appositi testi che li guidavano passo per passo. I "fondamenti empirici e teorici" di queste tavole così accurate, ammette Neugebauer, sono per molti versi sconosciuti anche agli studiosi moderni; non per questo, però, si può pensare che non siano mai esistite nell'antichità precise teorie astronomiche, poiché «è impossibile elaborare schemi di calcolo così complicati senza un preciso e articolato piano originario». Il professor Alfred Jeremias (Handbuch der
Altorientalischen Geistkultur) concluse che gli astronomi mesopotamici conoscevano il fenomeno della retrogradazione, il corso apparentemente eccentrico e serpentino dei pianeti come esso viene visto dalla Terra, dovuto al fatto che la Terra ruota attorno al Sole con una velocità maggiore o minore rispetto agli altri pianeti. L'importanza di una tale conoscenza sta non solo nel fatto che il fenomeno della retrogradazione è legato al movimento orbitale attorno al Sole, ma anche al fatto che per osservarlo e seguirlo occorrevano periodi lunghissimi di osservazione. Chi, dunque, aveva compiuto queste lunghe osservazioni senza le quali non sarebbe mai stato possibile elaborare e sviluppare tali complicate teorie? Neugebauer, tra l'altro, aveva scoperto nei manuali che fungevano da guida per l'uso delle efemeridi un gran numero di termini tecnici assolutamente sconosciuti. Qualcuno, quindi, molto prima dei Babilonesi, doveva possedere delle conoscenze astronomiche e matematiche decisamente superiori a quelle di Babilonesi, Assiri, Egizi, Greci e Romani. Per i Babilonesi e gli Assiri, in particolare, lo studio dell'astronomia serviva soprattutto a tenere un calendario accurato e preciso. Come il calendario ebraico tuttora in uso, anche quello assiro-babilonese era un calendario solare-lunare, che prevedeva un anno solare di poco più di 365 giorni, suddiviso in mesi lunari di poco meno di 30 giorni. Il calendario era certamente importante per gli affari e per molte altre attività umane, ma la sua assoluta precisione era fondamentale per determinare il giorno esatto del Capodanno e altre festività legate al culto degli dèi. Per misurare e collegare fra loro gli intricati movimenti di Sole, Luna e pianeti i sacerdoti-astronomi mesopotamici si fondavano su una complessa astronomia sferica. La Terra era considerata una sfera con equatore e poli, e anche i cieli erano divisi da immaginarie linee equatoriali e polari. Il passaggio dei corpi celesti era legato all'eclittica, la proiezione sulla sfera celeste del piano dell'orbita terrestre attorno al Sole. Vi era poi una serie di concetti astronomici in uso ancora oggi, come quello degli equinozi (che si verificano quando il Sole, nel suo apparente moto annuale, incrocia l'equatore celeste) e dei solstizi (i momenti in cui il Sole, nel suo apparente moto annuale lungo l'eclittica, si trova alla sua massima declinazione a nord e a sud). Eppure non sono stati i Babilonesi o gli Assiri a inventare il calendario, né gli ingegnosi metodi di calcolo per metterlo a punto. I calendari in uso presso questi popoli - come del resto il nostro calendario - ebbero origine a Sumer. Qui, infatti, gli studiosi hanno trovato un calendario, usato fin da tempi antichissimi, che rappresenta la base di tutti i calendari successivi. Il calendario principale era quello di Nippur, la sede di Enlil, e su di esso si modella perfino il nostro attuale calendario. Esso faceva cominciare l'anno nel momento esatto in cui il Sole attraversava l'equinozio di primavera e si affidava a complessi calcoli astronomici per calcolare il momento preciso in cui ciò sarebbe avvenuto. Secondo il professor Stephen Langdon (Tablets from the Archives of Drehem, «Tavolette dagli archivi di Drehem»), vi sono prove che tale calendario, certamente già in uso all'epoca di Dungi, sovrano di Ur intorno al 2400 a.C, risalisse addirittura a duemila anni prima di lui, e cioè al 4400 a.C.! È davvero possibile - viene spontaneo domandarsi - che i Sumeri, per quanto privi di strumenti tecnologici, avessero comunque le sofisticate conoscenze astronomiche e matematiche necessarie per comprendere complessi concetti di astronomia sferica e di geometria? Ebbene, sembrerebbe proprio di sì, come dimostra la loro lingua. Essi avevano un termine - DUB - che, in astronomia, indicava la "circonferenza del mondo" di 360°, in relazione alla quale parlavano di curvatura o arco dei cieli. Per i loro calcoli astronomici e matematici tracciavano L'AN.UR, un immaginario "orizzonte celeste" che serviva loro per misurare il sorgere e il calare dei corpi celesti. Perpendicolarmente a tale orizzonte tracciavano un'altra immaginaria linea verticale, il NU.BU.SAR.DA, mediante la quale riuscivano a calcolare il punto corrispondente allo zenit, che chiamavano AN.PA. Tracciavano anche le linee che oggi chiamiamo meridiani, alle quali davano il nome di "gioghi graduati"; i paralleli erano invece chiamati "linee mediane del cielo". Il parallelo che segnava il solstizio d'estate, per esempio, era chiamato AN.BIL ("punto fiammeggiante del cielo"). Le opere letterarie di Accadi, Hurriti, Ittiti e di altri popoli dell'antico Medio Oriente, essendo traduzioni o versioni di originali sumerici, erano piene di termini presi a prestito dalla lingua sumerica, che riguardavano corpi e fenomeni celesti: gli studiosi babilonesi o assiri, infatti, nel copiare o tradurre elenchi di stelle o calcoli di movimenti planetari, annotavano spesso sulle tavolette l'originale sumerico. Su molti dei 25.000 testi che si diceva contenesse la biblioteca di Assurbanipal a Ninive compariva esplicitamente il riferimento all'origine sumerica. Un'importante serie astronomica che i Babilonesi chiamavano Il giorno del Signore era stata copiata, per ammissione degli stessi scribi, da una tavola sumerica che risaliva al tempo di Sargon di Akkad (III millennio a.C). Un'altra tavoletta datata al periodo della terza dinastia di Ur - anch'essa del III millennio a.C. - elenca e descrive una serie di corpi celesti in maniera talmente chiara che gli studiosi moderni hanno avuto ben poche difficoltà a riconoscervi una classificazione di costellazioni, tra le quali Orsa Maggiore, Drago, Lira, Cigno, Cefeo e Triangolo nei cieli settentrionali (ovvero quelli dell'emisfero boreale); Orione, Cane Maggiore, Idra, Corvo e Centauro in quelli meridionali (dell'emisfero australe), oltre alle ben note costellazioni zodiacali della fascia celeste centrale. Nell'antica Mesopotamia, a osservare, studiare e trasmettere i segreti celesti erano i sacerdoti-astronomi; e, per uno strano caso, sono sacerdoti, per l'esattezza gesuiti, anche i tre studiosi moderni ai quali va ascritto il merito di averci restituito la perduta scienza "caldea": Joseph Epping, Johann Strassman e Franz X. Kugler. Quest'ultimo, in un'opera fondamentale (Sternkunde und Sterndienst in Babel) analizzò, decifrò e spiegò un gran numero di testi e di elenchi. In un caso, "ricostruendo a ritroso i cieli" matematicamente, riuscì a dimostrare che una lista di 33 corpi celesti avvistati nei cieli di Babilonia intorno al 1800 a.C. era ordinata sulla base degli stessi raggruppamenti in uso oggi! Dopo aver lavorato a lungo per decidere quali erano veri e propri gruppi e quali soltanto sottogruppi, gli astronomi convennero, nel 1925, di suddividere i cieli, visti dalla Terra, in tre regioni - settentrionale, centrale e meridionale - e di raggruppare le stelle in 88 costellazioni. Ben presto, però, ci si accorse che non vi era nulla di nuovo in tale suddivisione, perché in realtà erano stati i Sumeri i primi a dividere i cieli in tre fasce o "vie" - la "via" settentrionale prendeva il nome da Enlil, quella meridionale da Ea e quella centrale era la "Via di Anu" - e ad assegnarvi le relative costellazioni. L'attuale fascia centrale, la fascia delle dodici costellazioni dello zodiaco, corrisponde esattamente alla Via di Anu, nell'ambito della quale i Sumeri raggruppavano le stelle in dodici case. Nell'antichità, come oggi, il fenomeno era collegato al concetto di zodiaco.

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