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sabato 27 giugno 2015

"MU" E "SHEM" (VEICOLI CELESTI) DEGLI ANUNNAKI


Recentemente alcuni studiosi (tra cui Josef F. Blumrich della NASA) si sono occupati di questo passo della Bibbia e hanno concluso che il "carro" visto da Ezechiele era un elicottero formato da una cabina poggiata su quattro sostegni, ciascuno dei quali munito di ali rotanti - un vero e proprio "turbine". Circa duemila anni prima il re sumero Gudea, festeggiando la costruzione del tempio in onore del suo dio Ninurta, scrisse che gli era apparso «un uomo fulgido come il cielo... con un elmetto sulla testa: certamente un dio». Durante questa apparizione, Ninurta, accompagnato da altri due dèi, stava in piedi dietro il suo "divino uccello di vento nero". Come risultò poi evidente, il tempio era stato costruito prevalentemente allo scopo di fornire una zona riservata, un riparo cintato e sicuro per questo "uccello divino". Per la costruzione del recinto, riferisce Gudea, furono necessarie travi enormi e grosse pietre importate da lontano. Solo quando l'"uccello divino" fu posto all'interno del recinto, il tempio fu considerato finalmente ultimato. Una volta al suo posto, 1'"uccello divino" poteva "impadronirsi del cielo" e riusciva a "unire Cielo e Terra". La sua importanza era tale che esso era costantemente sorvegliato da due "armi divine", armi che emettevano fasci di luce e raggi mortali. È evidente l'analogia tra la descrizione biblica e i testi sumerici per quanto riguarda sia i veicoli sia gli esseri all'interno di essi. Questi veicoli, chiamati "uccelli", "uccelli volanti" e "turbini di vento", che erano in grado di alzarsi in volo e salire verso il cielo ed emettevano luce brillante, erano senza dubbio delle macchine volanti. Alcune enigmatiche pitture murali scoperte a Teli Ghassul, un sito archeologico a est del Mar Nero di cui non conosciamo il nome antico, possono gettare luce su questa materia. Databili intorno al 3500 a.C., gli affreschi raffigurano una grande "bussola" a otto punte, la testa di una persona con un elmetto all'interno di una struttura a forma di campana e due disegni di veicoli meccanici che potrebbero ben corrispondere agli antichi "turbini di vento" (figura 66).
Negli antichi testi si trova anche la descrizione di alcuni veicoli usati per portare gli aeronauti nei cieli. Gudea affermò che, quando l'uccello divino si innalzava sopra le terre, «gettava luce sui muri di mattoni». Il recinto protetto veniva
chiamato MU.NA.DA.TUR.TUR ("la forte pietra dove riposa il MU"). Urukagina, sovrano di Lagash, disse riguardo al "divino uccello di vento nero": «Il MU che emana luce come un fuoco, io l'ho fatto alto e forte». Analogamente, Lu-Utu, che regnò a Umma nel III millennio a.C, costruì un luogo per un mu, «che emana una specie di fuoco», per il dio Utu, «nel luogo consacrato all'interno del suo tempio». Il re babilonese Nabucodonosor II, vantandosi di aver ricostruito il recinto sacro di Marduk, disse che all'interno della fortificazione fatta di mattoni bruciati e onice lucente:

Ho innalzato la testa della barca ID.GE.UL
il Carro del principato di Marduk;
La barca ZAG.MU.KU, che si vede avvicinarsi,
la suprema viaggiatrice tra Cielo e Terra,
ho chiuso nel mezzo del recinto,
schermandone tutti i lati.

ID.GE.UL, il primo nome utilizzato per descrivere questa "suprema viaggiatrice" o "Carro di Marduk", significa letteralmente "alto fino al cielo, luminoso di notte", ZAG.MU.KU, il secondo nome con cui viene citato il veicolo riposto nello speciale recinto, significa "lo splendente MU fatto per andare lontano". Abbiamo le prove che un mu - un oggetto conico, dalla sommità ovale - era effettivamente contenuto nel recinto sacro, quello più interno, dei templi dei Grandi Dèi del Cielo e della Terra. Su un'antica moneta trovata a Biblo (la biblica Gebal), sulla costa mediterranea dell'odierno Libano, è raffigurato il Grande Tempio di Ishtar. Sebbene la moneta lo mostri com'era nel i millennio a.C, possiamo comunque ritrovarvi gli elementi base dell'originario tempio di millenni prima, visto che gli antichi usavano ricostruire infinite volte i templi nello stesso luogo e secondo gli stessi criteri del piano originario. Dalla figura si vede che il tempio era diviso in due parti. Anteriormente vi era la struttura principale, imponente con il suo ingresso a colonne; dietro c'è una corte interna, o "area sacra", nascosta e protetta da un muro alto e massiccio. Il tempio si trovava in posizione sopraelevata ed era raggiungibile solo salendo una scala (figura 67).
Al centro dell'area sacra vi è una speciale piattaforma fatta di travi incrociate (sul modello, per intenderci, della Torre Eiffel), che sembra fatta apposta per sostenere un peso ingente. E su questa piattaforma sta l'oggetto di tutto questo apparato protettivo, un oggetto che non può essere altro che un mu. Come la maggior parte delle parole sillabiche sumeriche, mu aveva un significato primario: "ciò che sale diritto". Nell'uso comune, poi, il termine assumeva una trentina di sfumature diverse, da "alture" a "fuoco", da "comando" a "periodo di tempo circoscritto", fino a significare, in tempi più recenti, "ciò per cui uno è ricordato". Seguiamo ora a ritroso il percorso del segno mu dalle sue stilizzazioni cuneiformi assirobabilonesi fino all'originario pittogramma sumerico:
Si vede chiaramente una struttura ("camera") conica, raffigurata da sola o unita a una figura più stretta. «Da una camera d'oro nel cielo veglierò su di te», aveva promesso Inanna al re assiro. È possibile, dunque, che questo mu fosse la "camera celeste"?Un inno a Inanna/Ishtar e ai suoi viaggi sulla Barca del Cielo dimostra che il mu era il veicolo con il quale gli dèi giravano in lungo e in largo per il cielo:

Ella indossa il suo Abito del Cielo
e arditamente sale verso il Cielo.
Al di sopra di tutte le terre abitate
ella vola nel suo MU.
La Signora, che nel suo MU
gioiosamente vola fino alle vette celesti.
Al di sopra di tutti i luoghi in pace
ella vola nel suo MU.

È provato che i popoli del Mediterraneo orientale avevano visto tali oggetti simili a razzi non soltanto nei recinti dei templi, ma addirittura in volo. Alcuni glifi ittiti, per esempio, mostravano, sullo sfondo di un cielo stellato, missili in volo, razzi montati su rampe di lancio e un dio all'interno di una camera radiante (figura 68).
Il professor H. Frankfort (Cylinder Seals, «Sigilli cilindrici»), spiegando come sia l'arte di produrre sigilli cilindrici sia i soggetti riprodotti su di essi, si siano diffusi dalla Mesopotamia in tutto il mondo antico, mostra il disegno di un sigillo trovato a Creta nel XIII secolo a.C: esso raffigura chiaramente una navicella a razzo che si muove nel cielo, sospinta da scie di fuoco che fuoriescono dalla sua parte posteriore (figura 69).
I cavalli alati, gli animali intrecciati, il globo celeste alato e la divinità con un cappello ornato di corna sono tutti soggetti mesopotamici ben noti. Si può dunque concludere che anche il razzo fiammeggiante che appare sul sigillo cretese fosse un oggetto conosciuto in tutto il Medio Oriente antico. E infatti un razzo munito di "ali" o pinne, raggiungibile tramite una scala, è visibile su una tavola venuta alla luce a Gezer, una città dell'antica Canaan, a ovest di Gerusalemme. La stessa tavola raffigura anche un razzo posato a terra vicino a una palma. Entrambi questi oggetti avevano senza dubbio una natura o quanto meno una destinazione celeste, come attestano i simboli del Sole, della Luna e delle costellazioni zodiacali che adornano il disegno (figura 70).
Parlando dei recinti più interni dei templi o dei viaggi celesti degli dèi, o persino dei casi in cui furono dei mortali a salire al cielo, i testi mesopotamici usano il termine sumerico mu o i
suoi derivati semitici shu-mu ("ciò che è un mu"), sham o shem. Poiché queste parole indicavano anche "ciò per cui uno è ricordato", il termine assunse gradualmente il significato primario di "nome", e così è stato pressoché universalmente tradotto, anche quando lo si trovava in testi antichissimi in cui il termine veniva chiaramente usato nella sua accezione originaria, quella di "oggetto usato per volare". Così G.A. Barton (The Royal Inscriptions of Sumer and Akkad, «Le iscrizioni reali di Sumer e Akkad») fissò quella che divenne l'incontestata traduzione dell'iscrizione trovata sul tempio di Gudea: «Il suo MU abbraccerà le terre da un orizzonte all'altro» è diventata «Il suo nome riempirà tutte le terre». Un inno a Ishkur, che esaltava il suo "MU che emana raggi" in grado di arrivare fino al Cielo, è stata parimenti tradotta con «Il tuo nome è radioso e raggiunge lo zenit del Cielo». Alcuni studiosi, poi, intuendo che mu e shem potessero indicare un complemento oggetto e non un "nome", lo trattarono come un suffisso o una struttura grammaticale che non richiedeva traduzione, e così hanno completamente evitato il problema. Non è particolarmente difficile individuare l'etimologia del termine e il percorso attraverso il quale la "camera del cielo" finì per assumere il significato di "nome": sono state infatti trovate delle sculture che raffigurano un dio all'interno di una camera a forma di razzo, come in questo antichissimo reperto (conservato oggi al Museo Universitario di Philadelphia, negli Stati Uniti) in cui i dodici globi che ornano la camera ne attestano la natura celeste (figura 71). Vi sono anche molti sigilli che raffigurano un dio (a volte addirittura due) all'interno di un'analoga "camera divina"; nella maggior parte dei casi, questi dèi nei loro ovali sacri costituivano un oggetto di venerazione. Desiderosi di adorare i loro dèi ovunque e non solo nella "casa" ufficiale di ciascuna divinità, i popoli antichi cominciarono a diffondere l'usanza di collocare qua e là copie dell'immagine del dio all'interno della sua "camera del cielo". Venivano eretti in determinati luoghi dei pilastri di pietra nei quali veniva poi scolpita l'effigie del dio, a significare la presenza della divinità all'interno dell'oggetto. Fu solo questione di tempo prima che re e principi associando tali pilastri (chiamati stele) alla possibilità di salire alla dimora celeste - cominciassero a far scolpire la propria effigie sulle stele, collegando in tal modo la loro persona alla dimora celeste. Se non potevano sfuggire all'oblio fisico, che almeno il loro "nome" fosse per sempre commemorato (figura 72).
Che lo scopo di queste stele commemorative fosse quello di
imitare una fiammeggiante nave celeste è confermato anche dal
termine che i vari popoli antichi usavano per designarle. I Sumeri le chiamavano NA.RU ("pietre che si innalzano"). Accadi, Babilonesi e Assiri le chiamavano naru ("oggetti che emanano luce"). Per gli Amorriti esse erano nuras ("oggetti fiammeggianti" - in ebraico, ner indica ancora oggi un pilastro che emette luce, e cioè l'attuale "candela"). Nelle lingue indoeuropee degli Hurriti e degli Ittiti le stele si chiamavano hu-u-ashi ("Uccello di fuoco fatto di pietra"). I riferimenti biblici indicano che esistevano due tipi di monumenti commemorativi: yad e shem. Il profeta Isaia comunicò alle sofferenti genti di Giudea la promessa del Signore di un futuro migliore e più sicuro:

E io darò loro,
nella mia Casa e dentro le mie mura,
uno yad e uno shem.

Tradotto letteralmente secondo l'interpretazione tradizionale, questo passo alluderebbe alla promessa del Signore di dare al suo popolo una "mano" e un "nome". Tuttavia, esistono tuttora in Terra Santa antichi monumenti chiamati yad, caratterizzati da sommità di forma piramidale; lo shem, invece, era un monumento che terminava con una sommità ovale. Pare evidente che entrambi siano nati come simulazioni della "camera celeste", il veicolo con il quale gli dèi salivano alla "dimora eterna". Nell'antico Egitto, in effetti, i fedeli compivano pellegrinaggi a uno speciale tempio di Eliopoli per vedere e adorare il ben-ben, un oggetto di forma piramidale con il quale gli dèi erano arrivati sulla Terra in un'epoca immemorabile. I faraoni egizi, quando morivano, venivano sottoposti alla cosiddetta cerimonia dell'apertura della bocca", con la quale si credeva che fossero trasportati, mediante un analogo yad o shem, alla divina dimora della vita eterna (figura 73).
I traduttori biblici, che hanno indiscriminatamente tradotto shem con "nome" ogni volta che si sono imbattuti nel termine, non hanno evidentemente tenuto conto di un illuminante studio pubblicato più di un secolo fa da G.M. Redslob (in Zeitschrift der Deutschen Morgenlandischen Gesellschaft) nel quale l'autore affermava, a ragione, che i termini shem e shamain ("cielo") derivano dalla radice shamah, che significa "ciò che è rivolto in alto". Quando l'Antico Testamento ci dice che re Davide "fece uno shem" per affermare la sua vittoria sugli Aramei, diceva Redslob, certamente non "fece un nome", bensì un monumento rivolto verso il cielo. Una volta compreso che mu e shem in molti testi mesopotamici non vanno tradotti con "nome", ma con "veicoli celesti", si leggono sotto un'altra luce anche molte altre antiche storie, compreso l'episodio biblico della Torre di Babele. L'undicesimo capitolo del Libro della Genesi narra del tentativo degli uomini di innalzare uno shem. Lo stile conciso (e preciso) del racconto fa pensare che si tratti di un fatto storico, e tuttavia generazioni di esegeti biblici e di traduttori hanno cercato di dare al racconto un significato puramente allegorico, connesso al desiderio dell'uomo di "farsi un nome'". Un tale approccio, però, ha privato completamente il racconto del suo valore storico, un valore che l'episodio doveva senza dubbio avere per i popoli antichi e che torna ad acquistare anche per noi se leggiamo la parola shem nel suo vero significato. Il racconto biblico della Torre di Babele si rifà agli avvenimenti che seguirono il ripopolamento della Terra dopo il Diluvio universale, quando delle genti «provenienti da est, trovarono una pianura nella terra di Shin'ar e vi si stabilirono». La terra di Shin'ar è, ovviamente, la terra di Sumer, nella pianura tra i due grandi fiumi della Mesopotamia meridionale. E quel popolo, portatore di una civiltà urbana che già conosceva l'arte di fabbricare mattoni e di costruire edifici di grande altezza, fece un progetto:

«Costruiamo una città,
e una torre la cui cima raggiunga il cielo;
e facciamo uno shem,
affinché non siamo dispersi sulla faccia della Terra».
Ma questo progetto non piacque a Dio.
E il Signore scese
a vedere la città e la torre
che i figli di Adamo avevano eretto.
E disse: «Ecco,
sono tutti come un solo popolo con una sola lingua
e questo è solo l'inizio delle loro imprese.
Ora, qualunque cosa decidano di fare,
non sarà più impossibile per loro».

Quindi il Signore disse, rivolgendosi a imprecisate entità simili a lui, che l'Antico Testamento non nomina:

«Venite, scendiamo
e confondiamo la loro lingua;
affinché non possano comprendersi l'un l'altro».
E il Signore li disperse da quel luogo
sulla faccia della Terra
ed essi smisero di costruire la città.
Perciò essa fu chiamata Babele
poiché là il Signore mischiò la lingua della Terra.

La tradizionale interpretazione di shem come "nome" ha reso incomprensibile questo racconto per generazioni. Perché gli antichi residenti di Babele (Babilonia) si sforzavano di "fare un nome"? Perché questo "Nome" doveva stare su "una torre la cui cima raggiunga il cielo"? E in che modo, facendo un nome, si potevano contrastare gli effetti di una dispersione del genere umano su tutta la Terra? Se tutto ciò che quella gente voleva era, come spiegano gli studiosi, farsi una buona reputazione, perché il Signore si arrabbiò tanto, considerandolo un atto dopo il quale non vi sarebbero più stati limiti alle loro imprese? E perché mai ritenne necessario chiamare altre imprecisate divinità perché scendessero a porre fine a questo tentativo umano? Le spiegazioni tradizionali sono decisamente insufficienti a spiegare una reazione di questo genere.
Se invece leggiamo il termine shem - utilizzato nel testo originale ebraico della Bibbia - non come "nome", ma come "veicolo celeste", allora, a nostro avviso, tutto diventa spiegabile, plausibile, addirittura ovvio. Gli uomini avevano paura che, via via che i popoli si fossero dispersi sulla Terra, avrebbero perso i contatti l'uno con l'altro: così decisero di costruire un "veicolo celeste" e una torre di lancio, in modo da poter volare - come la dea Ishtar, per esempio - in un mu "al di sopra di tutte le terre abitate". In una parte del testo babilonese noto come Epica della creazione si legge che la prima "Porta degli dèi" fu costruita a Babilonia dagli dèi stessi. Agli Anunnaki, gli dèi comuni, venne ordinato di 

Costruire la Porta degli Dèi...
Modellate una struttura in muratura
Il suo shem starà nel luogo designato.

Per due anni gli Anunnaki lavorarono - «usarono gli attrezzi... diedero forma ai mattoni» - finché «innalzarono l'alta cima di Eshagila» ("casa dei Grandi Dèi") e «costruirono la torre alta come l'alto Cielo». Si trattò quindi di una sfrontatezza da parte del genere umano costruire la propria torre di lancio in un punto originariamente utilizzato dagli dèi per i loro scopi, dal momento che il nome di quel luogo - Babili - significava letteralmente "Porta degli Dèi". Vi sono altre prove a conferma del racconto biblico e della nostra interpretazione di esso? Il sacerdote e storico babilonese Beroso, che nel III secolo a.C. scrisse una storia del genere umano, affermò che i «primi abitatori di quella terra, che si vantavano della propria forza,... intrapresero la costruzione di una torre la cui "cima" doveva
arrivare fino al cielo». Ma la torre venne rovesciata dagli dèi e dai forti venti «e gli dèi introdussero lingue diverse tra gli uomini che fino a quel momento avevano parlato tutti la stessa lingua». George Smith (The Chaldean Account of Genesis, «Il racconto caldeo della Genesi») trovò tra gli scritti dello storico greco Esteo la notizia che, secondo "antiche tradizioni", le genti che erano sfuggite al Diluvio arrivarono a Senaar, presso Babilonia, ma se ne dovettero andare a causa della diversità delle lingue. Lo storico Alessandro Polistore (I secolo a.C.) scrisse che originariamente tutti gli uomini parlavano la stessa lingua. Poi alcuni cominciarono a costruire una torre altissima
per poter "salire fino al cielo". Ma il capo degli dèi mandò a monte il loro progetto inviando una tempesta di vento; e a ogni tribù fu data una lingua diversa. «La città dove ciò avvenne era Babilonia». Non c'è dubbio, ormai, che i racconti biblici, come pure le cronache degli storici greci di 2.000 anni fa e del loro predecessore Beroso, derivano tutti da una fonte - sumerico, - più antica. A.H. Sayce (The Religion of the Babylonians, «La. religione dei Babilonesi») sostiene di aver letto su frammenti di tavolette conservati al British Museum di Londra «la versione babilonese dell'episodio della Torre di Babele». In tutte le versioni, il tentativo di arrivare fino al cielo e la successiva confusione delle lingue sono elementi base del racconto.
Secondo altri testi sumerici tale confusione linguistica sarebbe dovuta a un atto volontario di un dio irato. Si presume che a quel tempo l'umanità non possedesse le conoscenze tecnologiche che occorrono per portare a termine un progetto aerospaziale di questo genere: era dunque necessaria la guida e la collaborazione di un dio esperto. Forse questa divinità dovette sfidare gli altri dèi per poter aiutare l'uomo? Un sigillo sumerico sembra infatti raffigurare una sorta di confronto armato tra dèi, apparentemente proprio sulla contrastata costruzione di un'alta torre da parte dell'uomo (figura 74).
Una stele sumerica custodita oggi al Louvre di Parigi sembra fornire una rappresentazione convincente dell'episodio biblico. La stele fu fatta costruire verso il 2300 a.C. da Naram- Sin, re di Akkad, e gli studiosi hanno sempre pensato che essa
raffigurasse il re vittorioso sui suoi nemici. Ma la grande figura
centrale porta in testa un copricapo ornato di corna, segno distintivo, come ormai sappiamo, degli dèi: si tratta quindi di un dio, non di un re umano. Inoltre, questo personaggio, molto più grande degli altri uomini che compaiono sulla stele, non ha proprio l'aria di essere il loro capo; anzi, sembra quasi che li schiacci sotto i suoi piedi. Quanto agli uomini, non sembrano impegnati in un'impresa bellica, ma paiono piuttosto marciare o star fermi in adorazione di quello stesso oggetto conico al quale è rivolto anche lo sguardo del dio. Armato di arco e lancia, il dio sembra guardare all'oggetto con aria minacciosa piuttosto che adorante (figura 15).
L'oggetto conico sembra toccare tre corpi celesti. Se si tratta di uno shem, come parrebbero indicare le sue dimensioni, la forma e la funzione, allora la scena rappresenta probabilmente una divinità furiosa e armata fino ai denti che calpesta gli uomini che stanno festeggiando la costruzione di uno shem. La morale, dunque, nei testi mesopotamici come nel racconto biblico, è sempre la stessa: le macchine volanti erano fatte per gli dèi, non per gli uomini. Questi potevano salire alla dimora celeste solo per espresso desiderio degli dèi. E non mancano, sotto questo profilo, racconti che parlano di ascese al cielo e persino di viaggi spaziali.









2 commenti:

  1. I padri ci chiamano e noi siamo oramai pronti per accoglierli. Al risveglio loro saranno in noi ed una nuova coscienza regnerà sul pianta.
    A presto.

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  2. mi auguro che questo risveglio avvenga ancor prima di estinguerci ,visto che ormai siamo su questa strada

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