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sabato 20 giugno 2015

INANNA - UTU E IL NUMERO DINASTICO NEL PANTHEON DELLE 12 DIVINITA'


Inanna e Utu erano nati in un'epoca molto remota, quando solo gli dèi abitavano la Terra. Sippar, la città che costituiva il dominio di Utu, era considerata una delle più antiche città fondate dagli dèi a Sumer. Nabunaid affermò in un'iscrizione che quando cominciò a ricostruire il tempio di Utu E. BABBARA ("casa splendente") a Sippar:

Cercai le sue antiche fondamenta
e scesi per diciotto cubiti nel suolo.
Utu, il grande Signore di Ebabbara...
mi mostrò personalmente le fondamenta
di Naram-Sin, figlio di Sargon, che per 3.200 anni
nessun re prima di me aveva visto.

Quando fiorì a Sumer la civiltà e l'uomo cominciò a vivere insieme agli dèi nella "terra tra i due fiumi", Utu venne associato anzitutto alla legge e alla giustizia. La legittimazione e l'autorità di molti dei primi codici giuridici derivava, oltre che dall'invocazione iniziale ad Anu ed Enlil, anche dall'affermazione che essi erano stati promulgati «in ossequio alla parola di Utu». Il re babilonese Hammurabi scrisse il suo codice su una stele, che recava sulla cima una raffigurazione del re stesso che riceveva le leggi dal dio (figura 51).
Alcune tavolette scoperte a Sippar confermano la reputazione di cui la città godeva, come di un luogo di giustizia e di equità. Alcuni testi parlano addirittura di Utu come di colui che giudica egualmente uomini e dèi: in effetti, Sippar era la sede della "corte suprema" di Sumer. Per amministrare la giustizia Utu si basava su principi che ricordano molto da vicino il Discorso sulla Montagna contenuto nel Nuovo Testamento. Una "tavola di saggezza" suggeriva come comportarsi per compiacere Utu:

Non fare del male al tuo avversario;
Se qualcuno ti fa del male, ricambialo con il bene.
Fa' che sia resa giustizia al tuo nemico...
Fa' che il tuo cuore non sia indotto al male...
Se uno ti chiede l'elemosina
dagli cibo da mangiare, vino da bere...
Sii generoso; fai del bene.

Poiché assicurava la giustizia e condannava l'oppressione - e forse anche per altre ragioni che vedremo in seguito - Utu era considerato il protettore dei viaggiatori. Ma l'appellativo più frequente di Utu aveva a che fare con la sua brillantezza: fin dall'inizio, infatti, egli fu chiamato Babbar ("splendente"). Egli era "Utu, colui che getta un'ampia luce", colui che "accende il Cielo e la Terra . Hammurabi, nella sua iscrizione, chiama il dio con il suo nome accadico, Shamash, che nelle lingue semitiche significa "Sole". Gli studiosi hanno dunque dedotto che Utu/Shamash fosse il mesopotamico Dio-Sole. Noi dimostreremo in seguito che, per quanto il dio avesse effettivamente il Sole come corrispondente astrale, vi era anche un altro significato al suo "gettare un'ampia luce" quando eseguiva i particolari compiti che gli affidava suo padre Enlil.Come i codici e i documenti dei tribunali rappresentano prove umane, concrete, della reale presenza tra gli antichi popoli mesopotamici di una divinità di nome Utu/Shamash, così esistono innumerevoli iscrizioni, testi, formule, responsi oracolari, preghiere e raffigurazioni che attestano l'esistenza e la presenza fisica della dea Inanna, che in accadico si chiamava Ishtar. Un re mesopotamico del XIII secolo a.C. affermava di aver ricostruito per lei il tempio nella città di suo fratello, Sippar, su fondamenta che risalivano a otto secoli prima. Ma a Uruk, il suo principale centro di culto, i racconti su di lei affondavano le proprie radici in un'epoca molto più remota. Nota ai Romani come Venere, ai Greci come Afrodite, ai Cananei e agli Ebrei come Astarte, agli Assiri, ai Babilonesi e agli Ittiti, come ad altri popoli antichi, come Ishtar o Eshdar, agli Accadi e ai Sumeri come Inanna o Innin o Ninni (e con molti altri nomi ed epiteti) essa era al tempo stesso la dea della guerra e dell'amore, una figura femminile bella e altera che, pur essendo soltanto una pronipote di Anu, era riuscita a procurare per sé, e da sé, un posto molto importante tra i Grandi Dèi del Cielo e della Terra.Come giovane dea, le era stato assegnato un dominio in una regione lontana a est di Sumer, la terra di Aratta: era qui che "la maestosa Inanna, regina di tutta questa terra", aveva la sua "casa". Ma Inanna nutriva ambizioni più alte. Nella città di Uruk vi era il grande tempio di Anu, che veniva occupato soltanto quando il dio compiva una "visita di stato" sulla Terra: è su questa sede del potere che la dea aveva messo gli occhi. Se scorriamo l'elenco dei re di Sumer, notiamo che il primo re non divino di Uruk fu Meshkiaggasher, figlio del dio Utu e di una donna mortale. Gli successe suo figlio Enmerkar, che fu un grande re per Sumer. Inanna, quindi, era la prozia di Enmerkar e non le fu difficile convincerlo a fare di lei la dea di Uruk, invece che della lontana Aratta.Un testo lungo e molto interessante dal titolo Enmerkar e il Signore di Aratta narra di come Enmerkar abbia mandato degli emissari ad Aratta, affinché, in una "guerra di nervi", utilizzassero ogni possibile argomentazione per costringere Aratta a sottomettersi, perché «il signore Enmerkar, servitore di Inanna, l'ha resa regina della casa di Anu». La chiusa non troppo chiara del racconto sembra alludere a un lieto fine: Inanna si trasferì sì a Uruk, ma «non abbandonò la sua casa ad Aratta». Si potrebbe parlare di una specie di "divinità pendolare", il che non è improbabile, visto che altri testi parlano di Inanna/Ishtar come di un'avventurosa viaggiatrice. La dea non avrebbe potuto occupare il tempio di Uruk senza che Anu lo sapesse e fosse d'accordo; e nei testi troviamo frequenti allusioni al modo in cui fu ottenuto il suo consenso. Ben presto Inanna fu chiamata "Anunitum", un nomignolo che significava "diletta di Anu", e in alcuni testi si parla di lei come della "sacra amante di Anu"; se ne deduce che Inanna non divideva con Anu solo il tempio, ma anche il letto, tutte le volte che egli veniva a Uruk o che lei stessa saliva alla dimora celeste.Avendo dunque ottenuto con l'astuzia la posizione di dea di Uruk e padrona del tempio di Anu, Ishtar continuò a usare l'inganno per accrescere il potere di Uruk congiuntamente al proprio. Più a valle, lungo il corso dell'Eufrate, stava l'antica città di Eridu, centro del culto di Enki. Sapendo che egli conosceva approfonditamente tutte le arti e le scienze, Inanna decise di ottenere, con le buone o con le cattive, magari anche rubandoli, tutti i suoi segreti. Pertanto, con l'evidente intento di usare il proprio fascino per sedurre Enki (che era il suo prozio) Inanna andò da lui da sola. Enki diede ordine al suo attendente di preparare una cena per due.

Vieni, mio maestro di casa, ascolta le mie istruzioni;
una parola ti dirò, ascoltala;
la fanciulla, tutta sola, ha diretto i suoi passi verso l'Abzu...
Fa' che essa entri nell'Abzu di Eridu,
dalle da mangiare torte di orzo con burro,
versa per lei acqua fresca che rinfranca il cuore,
offrile della birra da bere...

A questo punto, felice e ubriaco, Enki era pronto a fare tutto per Inanna. La dea gli chiese le formule divine, che erano la base della civiltà, ed Enki gliene diede un centinaio, tra cui quelle che riguardavano questioni importanti come signoria suprema, sovranità, funzioni sacerdotali, armi, procedure legali, arte della scrittura, della lavorazione del legno, persino la conoscenza degli strumenti musicali e la prostituzione sacra. Quando infine Enki si riprese dalla sbornia e capì ciò che aveva fatto, Inanna se ne era già andata per tornare a Uruk. Enki le lanciò contro le sue "armi portentose", ma fu tutto inutile, poiché Inanna era ormai lontana a bordo della sua "Barca del Cielo".Nelle raffigurazioni Ishtar compare spesso nuda, oppure nell'atto di sollevarsi le gonne per mostrare la parte inferiore del suo corpo (figura 52).
Gilgamesh, che regnò a Uruk intorno al 2900 a.C. e che era anch'egli di natura parzialmente divina poiché era nato dall'unione di una dea con un mortale, affermò che Inanna aveva cercato di adescarlo, anche dopo essersi ufficialmente sposata. Un giorno, dopo una battaglia, mentre si lavava e si rivestiva con «un manto frangiato, allacciato con una fusciacca», Ishtar, in tutto il suo splendore, levò lo sguardo sulla sua bellezza. «Vieni, Gilgamesh, sii il mio amante! Vieni, donami il tuo frutto. Tu sarai il mio compagno, io la tua donna». Ma Gilgamesh non era nato ieri. «Quale dei tuoi amanti hai amato per sempre?» domandò. «Quale dei tuoi pastori ti piace ancora?». E, rifiutando l'invito di Ishtar, recitò una lunga lista di amanti di lei. Col tempo, via via che Inanna saliva nella scala gerarchica del pantheon e assumeva maggiori responsabilità negli affari dello stato, la dea cominciò a mostrare qualità sempre più marziali e veniva spesso raffigurata come dea della guerra, armata fino ai denti (figura 53).
Le iscrizioni che i re assiri ci hanno lasciato testimoniano  che più volte essi affrontarono guerre per lei e sotto il suo comando, che era essa stessa a consigliare quando aspettare e quando attaccare, che spesso marciava alla testa delle truppe e che addirittura,in almeno un'occasione, apparve all'esercito in una sorta di teofania. In cambio della loro fedeltà, la dea prometteva ai re assiri una vita lunga e piena di successi, e li rassicurava dicendo: «Da una camera d'oro del cielo veglierò su di te». Come mai, da seduttrice incallita che era, Inanna si era trasformata in un'accanita guerriera? Forse perché se l'era vista brutta con l'ascesa di Marduk al potere? In una delle sue iscrizioni Nabunaid affermava: «Inanna di Uruk, la somma principessa che viveva in una cella d'oro, che viaggiava su un carro trainato da sette leoni, si vide improvvisamente cambiare il culto dagli abitanti di Uruk durante il regno di Erba-Marduk: essi rimossero la sua cella e sciolsero i leoni». Inanna, continuava Nabunaid, «lasciò dunque rabbiosa l'E-Anna e da allora dimorò in un luogo indecoroso» (che non viene nominato) (figura 54).
Cercando forse di combinare amore e potere, la corteggiatissima Inanna scelse come marito DU.MU.ZI, un figlio più giovane di Enki. Molti testi antichi parlano dell'amore e dei litigi tra i due, e alcune sono davvero canzoni di rara bellezza e vivida sensualità. Altri testi narrano che Ishtar, di ritorno da uno dei suoi viaggi, trovò Dumuzi che festeggiava la sua assenza: la dea lo fece dunque catturare e sparire nel mondo degli Inferi, governato da sua sorella E.RESH.KI.GAL e da suo marito NER.GAL. Alcuni tra i più celebri testi sumerici e accadici trattano del viaggio di Ishtar agli Inferi in cerca del suo amore esiliato. Dei sei figli di Enki, tre li ritroviamo nei testi sumerici: il primogenito Marduk, che alla fine usurpò la supremazia; Nergal, che divenne re degli Inferi; e Dumuzi, che sposò Inanna/Ishtar. Anche Enlil aveva tre figli che svolsero un ruolo importante nelle faccende divine come in quelle umane: Ninurta, che, avendo come madre la sorella di Enlil, Ninhursag, era il legittimo successore di suo padre; Nanna/Sin, primogenito di Enlil e della sua sposa ufficiale Ninlil; e un figlio più giovane, avuto sempre da Ninlil, che si chiamava ISH.KUR ("montuoso", "lontana terra montuosa") o, più spesso, Adad ("diletto"). Come fratello di Sin e zio di Utu e Inanna, Adad sembrava sentirsi molto più a suo agio con loro che a casa propria, e infatti i testi sumerici parlano quasi sempre di tutti e quattro insieme, persino in occasione delle visite di Anu a Uruk: un testo, nel descrivere l'ingresso alla corte di Anu, afferma che la stanza del trono si raggiungeva attraverso «la porta di Sin, Shamash, Adad e Ishtar». Un altro testo, pubblicato per la prima volta da V.K. Shileiko (membro dell'Accademia Russa di Storia delle culture materiali) descriveva poeticamente i quattro che si ritiravano tutti insieme per la notte. Sembra che l'affinità maggiore fosse quella tra Adad e Ishtar, tanto che nelle raffigurazioni artistiche i due appaiono molto spesso vicini; questo bassorilievo, per esempio, mostra un re assiro che riceve la benedizione di Adad (che tiene in mano l'anello e il fulmine) e di Ishtar (che ha in mano il suo arco). La terza divinità è troppo danneggiata perché si possa identificarla (figura 55).
Ora, è possibile che questa "affinità" nascondesse qualcosa di più di un rapporto platonico, visti, oltretutto, i "precedenti" di Ishtar? Vale la pena di notare che nel biblico Cantico dei Cantici la fanciulla chiama il suo innamorato dod - un termine che significa sia "amante" sia "zio". Non potrebbe darsi che Ishkur fosse chiamato Adad - derivato dal sumerico DA.DA - perché era uno zio-amante? Ma Ishkur non era soltanto un playboy; era un dio potente, a cui il padre Enlil aveva concesso poteri e prerogative proprie di un dio delle tempeste. In quanto tale egli era onorato come l'hurrita-ittita Teshub e l'urartiano Teshubu ("colui che fa soffiare il vento"), l'amorrita Ramami ("Tonante"), il canaanita Ragimu ("colui che scaglia la grandine"), l'indoeuropeo Buriash ("colui che crea la luce"), il semitico Meir ("colui che accende" i cieli) (figura 56).
Una lista di dèi conservata al British Museum di Londra, come ricorda Hans Schlobies (Der Akkadische Wettergott in Mesopotamen), testimonia che Ishkur era proprio la divinità principale in terre lontane da Sumer e Akkad. E questo non era un caso, come rivelano i testi sumerici. Sembra infatti che Enlil abbia volontariamente mandato il suo ultimogenito a fare da "divinità residente" nelle regioni montuose poste a nord e a est della Mesopotamia. Ma perché Enlil mandò via da Nippur proprio il suo figlio più giovane e più amato? Sono stati trovati numerosi racconti epici sumeri che parlano di litigi e addirittura di sanguinose battaglie tra gli dèi più giovani (figura 57); sembra di poter affermare che l'originaria rivalità tra Enki ed Enlil sia continuata, e anzi si sia intensificata, tra i loro figli, fino ad arrivare addirittura a lotte fra fratelli di sangue - una versione divina della lotta fra Caino e Abele.
Alcune di queste lotte erano dirette contro una divinità identificata come Kur, che, con ogni probabilità, corrispondeva a Ishkur/Adad.E ciò potrebbe spiegare come mai Enlil avesse preferito spedire il suo figlio prediletto in una regione lontana, per tenerlo fuori dalle pericolose lotte per la successione. Se noi conosciamo la posizione dinastica dei figli di Anu, Enlil ed Enki, e della loro discendenza, lo dobbiamo a una prassi davvero particolare in uso presso i Sumeri: l'assegnazione ad alcuni dèi di numeri dì rango. La scoperta di tale sistema ci dice anche quali erano i membri del Grande Circolo degli Dèi del Cielo e della Terra nell'epoca in cui fiorì la civiltà sumerica. Come vedremo, questo pantheon "supremo" era composto da dodici divinità.Il primo dubbio che agli dèi greci venisse applicato un sistema criptografico numerico venne con la scoperta che qualche volta nei testi i nomi degli dèi Sin, Shamash e Ishtar erano sostituiti dai numeri 30, 20 e 15 rispettivamente. L'unità più alta del sistema numerico sessagesimale - 60 - veniva assegnata ad Anu; Enlil corrispondeva al 50; Enki al 40 e Adad  al 10. Il numero 10 e i suoi sei multipli fino a 60 erano dunque assegnati a divinità maschili, mentre quelli che finivano con il 5 venivano presumibilmente assegnati alle divinità femminili. Ne derivano quindi le seguenti corrispondenze, per un totale di sei divinità maschili e sei femminili:

Maschi                          Femmine
60 -Anu                         55 - Antu
50 - Enlil                       45 - Ninlil
40 - Ea/Enki                  35 - Ninki
30 - Nanna/Sin             25 - Ningal
20 - Utu/Shamash        15 - Inanna/Ishtar
10 - Ishkur/Adad           5 - Ninhursag


A Ninurta era assegnato il numero 50, come a suo padre. E ciò nascondeva un messaggio piuttosto chiaro: se veniva a mancare Enlil, Ninurta avrebbe preso il suo posto; ma fino a quel momento Ninurta non faceva parte dei Dodici, perché la posizione corrispondente al "50" era già occupata. Non stupisce, allora, che quando Marduk usurpò gli attributi di Enlil, insistette perché gli dèi gli attribuissero "i cinquanta nomi", a significare che aveva raggiunto la posizione corrispondente al numero 50. Esistevano molti altri dèi a Sumer: figli, nipoti e pronipoti dei Grandi Dèi. Vi erano anche centinaia di dèi comuni, chiamati Anunnaki, preposti a quelle che potremmo chiamare "mansioni generiche". Ma solo dodici dèi formavano il Grande Circolo. Un diagramma può chiarire meglio i loro legami familiari e, soprattutto, la linea di successione dinastica:

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