Cerca nel blog

sabato 30 maggio 2015

"LE ANALOGIE TRA IL PANTHEON VEDICO E QUELLO GRECO"-E "IL RITROVAMENTO DEL POPOLO BIBLICO DEGLI ITTITI"



L'induismo, l'antica religione dell'India, considera i Veda  composizioni formate da inni, formule sacrificali e altri detti riguardanti gli dèi  come scritture sacre, "non di origine umana": gli dèi stessi le avrebbero composte in un'età precedente a quella attuale. Con il passare del tempo, però,degli originari 100.000 e più versi tramandati oralmente di generazione in generazione, gran parte andò perduta, finché un saggio decise di scrivere i versi che ancora rimanevano, li suddivise in quattro libri e li affidò a quattro dei suoi discepoli, perché ne conservassero uno ciascuno. Quando, nel XIX secolo, gli studiosi cominciarono a decifrare le lingue antiche e a individuarne le reciproche interconnessioni, si accorsero che i Veda erano scritti in un'antichissima lingua indoeuropea, antenata del sanscrito dalla cui radice sarebbe poi nato l'indiano - del greco, del latino e delle altre lingue europee. Quando poi furono finalmente in grado di leggere e analizzare i Veda, rimasero molto sorpresi di vedere le indubbie analogie tra i racconti vedici sugli dèi e quelli dei Greci. Gli dèi, secondo i Veda, erano tutti membri di un unico, non necessariamente tranquillo, gruppo familiare. In mezzo ai racconti di salite al cielo e discese sulla Terra, battaglie celesti a suon di armi portentose, amicizie e rivalità, matrimoni e infedeltà, sembra esservi stata anche una certa preoccupazione di indicare i principali rapporti genealogici: chi era il padre e chi il figlio, qual era il primogenito e di chi, ecc. Gli dèi sulla Terra erano originari del cielo, e i principali tra essi, anchesulla Terra, continuavano a rappresentare la corrispondenza con corpi celesti.In un'epoca antichissima, i Rishi ("i fluenti primordiali") fluivano nel cielo ed erano dotati di poteri irresistibili. Sette di loro erano i Grandi progenitori. Gli dèi Rahu ("demonio") e Ketu ("distaccato") erano in origine un unico corpo celeste, che cercava di unirsi agli dèi senza averne il permesso. Ma il dio delle tempeste gli scagliò contro la sua arma fiammeggiante, tagliandolo in due parti: Rahu, la "testa di drago", che da quel momento vaga senza sosta nei cieli in cerca di vendetta, e Ketu, la "coda di drago". Mar-Ishi, il progenitore della Dinastia Solare, generò Kash-Yapa ("colui che è il trono"). I Veda lo definiscono molto prolifico, ma la successione dinastica proseguì solo attraverso i dieci figli che egli ebbe da Prit-Hivi ("madre celeste"). Come capo della dinastia, Kash-Yapa era anche il capo dèi deva ("gli splendenti") e portava l'appellativo di Dyaus-Pitar ("padre splendente"). Lui, la sua consorte e i dieci figli erano i dodici Aditya, ovvero dèi a ciascuno dei quali era assegnato un segno dello zodiaco e un corpo celeste. Il corpo celeste di Kash-Yapa era "la stella splendente", mentre Prit-Hivi rappresentava la Terra. Altri dèi corrispondevano invece al Sole, alla Luna, a Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno. Con il passare del tempo, la guida del pantheon dei dodici passò a Varuna, il dio della "distesa celeste". Questi era onnipresente e onnivedente; uno degli inni a lui dedicato suona quasi come un salmo biblico: 
E lui che fa splendere il sole nel cielo, e i venti che soffiano sono il suo respiro.
Egli ha scavato il letto dei fiumi ed essi scorrono al suo comando.
Egli ha fatto gli abissi del mare.

Anche il suo regno, però, ebbe prima o poi una fine: egli venne infatti ucciso da Indra, il dio che aveva già ucciso il "drago" celeste e che ora pretendeva il trono per sé. Indra fu il nuovo signore dei cieli e dio delle tempeste: il tuono e il fulmine erano le sue armi, ed egli venne chiamato Signore degli Eserciti. Doveva tuttavia dividere il potere con i suoi due fratelli: uno era Vivashvat, progenitore di Manu, il primo uomo; l'altro era Agni ("colui che accende il fuoco"), che portò il fuoco dai cieli sulla Terra, affinché l'umanità potesse servirsene per sempre in abbondanza.Le analogie tra il pantheon vedico e quello greco sono evidenti. Le storie che riguardano le principali divinità, come pure i versi nei quali si parla di una moltitudine di altre divinità minori - figli, mogli, amanti, ecc - sono chiaramente dei duplicati (o degli originali?) delle leggende greche. Non c'è dubbio che Dyaus divenne Zeus; Dyaus-Pitar divenne invece Jupiter, cioè Giove, il corrispondente latino di Zeus; Varuna, Urano; e cosi via. In entrambe le tradizioni, comunque, i Grandi Dèi ammontavano sempre a dodici, indipendentemente dai cambiamenti intervenuti nella successione divina. Non è strano che tutte queste analogie interessassero due mondi tanto lontani, dal punto di vista geografico e cronologico? Secondo gli studiosi nel II millennio a.C. un popolo che parlava una lingua indoeuropea, e che abitava nell'attuale Iran settentrionale o nella regione del Caucaso, diede il via a massicce ondate migratorie. Un gruppo, intorno al 1500 a.C, si diresse a sud, verso l'India, portando con sé i Veda sotto forma di racconti orali. Gli indù li chiamavano Ariani ("uomini nobili"). Un'altra ondata migratoria di questa stirpe indoeuropea si diresse invece a ovest, verso l'Europa: alcuni aggirarono il Mar Nero e arrivarono in Europa attraverso le steppe della Russia, ma la via principale attraverso cui questo popolo, con le sue tradizioni e la sua religione, arrivò in Europa fu la più breve: l'Asia Minore. Alcune fra le più antiche città greche, infatti, sorgono non nella Grecia continentale, ma all'estremità occidentale dell'Asia Minore. Ma chi erano questi Indoeuropei che scelsero di stabilirsi in Anatolia? Le fonti dell'Occidente gettano ben poca luce sull'argomento. Ancora una volta, quindi, occorreva rifarsi all'unica fonte disponibile - e affidabile - di cui gli studiosi disponevano: l'Antico Testamento. Qui si trovarono parecchi riferimenti a un popolo, quello degli Ittiti, che abitava le montagne dell'Anatolia e che, a differenza dei Cananei e di altri loro vicini le cui usanze erano definite "vergognose", era invece considerato amico e alleato di Israele. Betsabea, concupita da re Davide, era la moglie di Uria l'Ittita, un ufficiale dell'esercito di re Davide. Re Salomone, che era solito stringere alleanze sposando le figlie di re stranieri, prese in moglie la figlia di un faraone egizio e quella di un re ittita. In un'altra occasione, l'esercito invasore siriano fuggì dopo aver sentito dire che «il re di Israele ha assoldato contro di noi i re degli Egizi e quelli degli Ittiti». Queste brevi allusioni agli Ittiti rivelano l'alta opinione che gli altri popoli del Medio Oriente avevano delle loro capacità militari. Quando poi si riuscì a decifrare i geroglifici egizi e, più tardi, le iscrizioni mesopotamiche, gli studiosi si imbatterono in numerosi riferimenti a una "terra di Hatti", che era un esteso e potente regno dell'Anatolia. Come era possibile che un regno tanto importante non avesse lasciato alcuna traccia di sé? Sulla scorta degli indizi forniti dai testi egizi e mesopotamici, gli archeologi cominciarono a scavare tra le colline dell'Anatolia. I loro sforzi furono ricompensati: si trovarono infatti città, palazzi e tesori reali, tombe, templi, oggetti di culto, utensili, armi, opere artistiche, tutto appartenente alla civiltà ittita. Soprattutto, però, si trovarono molte iscrizioni, alcune in scrittura pittografica, altre in cuneiforme. Il popolo biblico degli Ittiti era stato dunque trovato. 

Una testimonianza davvero unica giunta fino a noi dall'antico Medio Oriente è un'incisione rupestre che si trova nei pressi dell'antica capitale ittita (il sito è chiamato oggi Yazilikaya, che in turco significa "roccia recante un'incisione"). Dopo essere passato attraverso portali e santuari, il fedele arrivava in una galleria all'aperto, un passaggio in mezzo a un semicerchio di roccia, sul quale erano raffigurati in processione tutti gli dèi degli Ittiti. La processione, in marcia da sinistra a destra, è formata da divinità soprattutto maschili, chiaramente organizzate in "squadre" di dodici membri ognuna. All'estrema sinistra, e perciò ultimi di questa strana sfilata, vi sono dodici divinità apparentemente identiche, tutte con la stessa arma (figura 25).
In mezzo avanza un altro gruppo di dodici divinità: alcune paiono più vecchie e non tutte portano la stessa arma; due di esse sono caratterizzate da un simbolo divino (figura 26). Il terzo gruppo di dodici dèi, quello che apre la processione, è chiaramente formato dalle divinità più importanti. Esse portano armi ed emblemi diversi: quattro hanno sopra di sé il divino simbolo celeste; due sono alati. Del gruppo fanno parte anche elementi non divini: due tori che sostengono un globo, e il re degli Ittiti, che indossa una sorta di papalina ed è sormontato dall'emblema del Disco Alato (figura 27). 
Provenienti da destra, marciano poi anche due gruppi di divinità femminili; in questo punto l'incisione rupestre è troppo mutilata perché si possa individuarne con certezza il numero, ma crediamo di non sbagliarci se azzardiamo l'ipotesi che anche queste dee formassero due "squadre" di dodici elementi ciascuna. I due cortei, da sinistra e da destra, si incontrano in un pannello centrale che rappresenta chiaramente i Grandi Dèi, poiché tutti si trovano in posizione elevata, in piedi al di sopra di montagne, animali, uccelli, o addirittura sulle spalle di attendenti divini (figura 28).
Grandi sforzi hanno compiuto gli studiosi (per esempio E. Laroche, Le Panthéon de Yazilikaya, «Il Pantheon di Yazilikaya») per determinare, a partire da raffigurazioni, simboli geroglifici, testi e nomi di dèi ancora parzialmente leggibili sulla roccia, quali fossero i nomi, i titoli e i ruoli delle divinità che sfilavano in processione. È chiaro, comunque, che anche il pantheon ittita era governato dal numero "olimpico", il dodici: gli dèi minori erano organizzati in gruppi di dodici, e i Grandi Dèi sulla Terra erano associati a dodici corpi celesti. Che il pantheon fosse governato dal "numero sacro", il dodici, è confermato anche da un altro monumento ittita, un santuario in muratura trovato nei pressi dell'attuale località di Beit-Zehir. In esso compare un'incisione che raffigura chiaramente la coppia divina circondata da altri dieci dèi, per un totale, dunque, di dodici divinità (figura 29).
In conclusione, possiamo dire che i ritrovamenti archeologici mostrano che gli Ittiti adoravano dèi "del Cielo e
della Terra", tutti in relazione l'uno con l'altro e ordinati in una gerarchia genealogica. Alcuni di essi erano dèi grandi e "antichi", di origine celeste; il loro simbolo - che nella scrittura pittografica ittita significava "divino" o "dio celeste" - somigliava a un paio di grossi occhiali (figura 30) e spesso compariva su sigilli rotondi come parte di un oggetto simile a un razzo (figura 31).
Vi erano poi altri dèi che, pur non essendo di natura esclusivamente terrena, erano fisicamente presenti fra gli Ittiti e
fungevano da governanti supremi, nominando i re e istruendoli in fatto di guerra, trattati e altri affari internazionali. A capo di questo gruppo di divinità vi era un dio di nome Teshub, che significa "colui che fa soffiare il vento". Egli era quindi, secondo gli studiosi, il dio delle tempeste, associato ai venti, al tuono e al lampo. Era anche soprannominato Taru ("toro"): come i Greci, infatti, anche gli Ittiti - e le loro raffigurazioni lo dimostrano - adoravano il toro; e, proprio come Giove dopo di lui, Teshub veniva rappresentato come dio del tuono e del fulmine, sempre al di sopra di un toro (figura 32).
I testi ittiti, come le leggende greche posteriori, raccontano come la loro divinità principale avesse dovuto combattere contro un mostro per consolidare la propria supremazia. Un testo che gli studiosi chiamano Il mito dell' uccisione del drago identifica l'avversario di Teshuba con il dio Yanka. Non riuscendo a sconfiggerlo in battaglia, Teshub chiese aiuto agli altri dèi, ma soltanto una dea venne in suo soccorso e tolse di mezzo Yanka facendolo ubriacare a una festa. Gli studiosi, riconoscendo in questi racconti l'origine della leggenda di San Giorgio e il drago, chiamano "drago" l'avversario ucciso dal dio "buono". Ma il fatto è che Yanka significava "serpente", ed è appunto così che i popoli antichi rappresentavano il dio "cattivo", come si può vedere anche dal bassorilievo proveniente da un sito archeologico ittita (figura 33).Anche Zeus, come abbiamo visto, si batté non con un drago, ma con un serpente.Parleremo in seguito del significato profondo che sta dietro queste antiche tradizioni su una presunta lotta tra un dio dei venti e una divinità-serpente. Per ora ci limitiamo a porre l'accento sul fatto che di battaglie fra dèi per il conseguimento della supremazia si parla nei testi antichi come di eventi realmente avvenuti, addirittura dati per scontati.

2 commenti:

  1. battaglie tra dei celesti ed umani sono molte sia nei testi di Sitchin che negli studi di Biglino. Descrizioni brillanti ed interessantissime che aprono nuovi fronti allo studio di testi storici.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. concordo con te valentina,grazie del commento :-)

      Elimina