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domenica 4 dicembre 2016

VI FURONO IN ANTICHITA' COSE CHE,SECONDO LE CORRENTI CONCEZIONI, NON AVREBBERO DOVUTO ESISTERE


I vecchi cronisti avevano tutti la stessa fantasia stravagante?
E sempre ancora "carri celesti"!
Esplosioni atomiche nell'antichità?
Come si scoprivano i pianeti senza telescopio?
Il curioso calendario di Sirio
A nord niente di nuovo - Dove restavano gli antichi libri?
Ricordi della nostra epoca conservati per l'anno 6965
Che resterebbe di noi dopo una distruzione totale?

A giudicare dalle notizie e dalle considerazioni che abbiamo esposto finora, vi furono nell'antichità cose che, secondo le correnti concezioni, non avrebbero dovuto esistere. E la serie dei rinvenimenti che il nostro zelo di collezionisti va facendo è ancora ben lontana dall'essere conclusa. Anche la mitologia degli eschimesi afferma che le prime stirpi umane furono portate al nord da "dei" con ali di bronzo. Le più antiche leggende indie parlano di un grande Uccello del Tuono che portò loro il fuoco e il grano. E infine l'antica mitologia dei maya racconta (nel Popol Vuh) che gli "dei" sapevano tutto: l'Universo, i quattro punti cardinali e persino la figura rotonda della Terra. Perché gli eschimesi fantasticavano di uccelli di bronzo? Perché gli indiani raccontavano di un uccello del tuono? E come potevano gli antenati dei maya aver saputo che la Terra è rotonda? I maya erano un popolo intelligente e avevano una cultura altamente sviluppata. Non solo ci lasciarono un favoloso calendario, ma sapevano eseguire calcoli incredibili. Conoscevano l'anno di Venere, di 584 giorni, e stabilirono la durata dell'anno terrestre in 365,2420 giorni: si pensi che il calcolo esatto oggi è di 365,2422 giorni. Ci lasciarono calcoli fino a 64 milioni di anni: sulle iscrizioni più recenti figurano persino unità che probabilmente arrivano a 400 milioni di anni. La famosa equazione di Venere potrebbe persino essere stata calcolata da un cervello elettronico: comunque, è difficile pensare che sia stata elaborata da un popolo di selvaggi. L'"equazione di Venere" dei maya si presenta in questa forma: Il Tzolkin ha 260 giorni, l'anno terrestre 365 e l'anno di Venere 584 giorni. Queste cifre presentano una stranissima possibilità di divisione: il 365 è divisibile cinque volte per 73, il 584 otto volte. Ed ecco l'incredibile formula:

(Luna) 20x13x2x73 - 260x2x73 = 37.960
(Sole) 8x13x5x73 = 104x5x73 = 37.960
(Venere) 5x13x8x73 = 65x8x73 = 37.960

Dopo 37.960 giorni tutti i cicli verranno a coincidere. La mitologia afferma che allora gli "dei" verranno alla grande tappa. I popoli preincaici tramandarono nelle loro mitologie che le stelle erano abitate e che gli "dei" scendevano a loro dalla costellazione delle Pleiadi. Le iscrizioni cuneiformi sumeriche, assire, babilonesi ed egiziane ci presentano di continuo la stessa immagine: gli "dei" vengono dalle stelle e tornano alle stelle, traversano il cielo con navi o barche di fuoco, possiedono armi terribili e promettono ad alcuni uomini l'immortalità. È perfettamente comprensibile che gli antichi popoli cercassero i loro dei nel cielo e sbrigliassero la loro fantasia a descrivere coi più splendidi colori la magnificenza di queste misteriose apparizioni. Ma ammesso tutto questo, restano ancora troppe assurdità. Come sapeva, per esempio, il cronista del Mahabharata che può esistere un'arma capace di condannare un paese a dodici anni di sterilità? Che è così potente da uccidere i nascituri nel grembo delle loro madri? L'antico poema epico indiano che va sotto il nome di Mahabharata è più vasto della Bibbia, e, anche con una valutazione molto prudente, il suo nucleo centrale risale ad almeno 5.000 anni fa. Vale la pena di leggerne qualche pagina con nuovi occhi. Non possiamo più meravigliarci quando leggiamo nel Ramayana che le vimana, ossia macchine alate, navigavano a grande altezza con l'aiuto di argento vivo e di un grande vento propulsore. Le vimana potevano percorrere infinite distanze e navigare dal basso verso l'alto, dall'alto verso il basso e orizzontalmente da un punto all'altro. Invidiabile manovrabilità di quelle astronavi!

"Al comando di Rama lo splendido carro si levò con possente fragore verso un monte di nubi..."
Non vogliamo trascurare il fatto che ancora una volta il cronista non solo parla di un oggetto volante, ma di un possente fragore. In un altro punto del Mahabharata si legge:
"Bhima volò con la sua vimana su un immenso raggio che aveva lo splendore del sole e il cui fragore era come il tuonare della procella."

Anche la fantasia ha bisogno di un punto di partenza. Come può il cronista darci continuamente descrizioni che presuppongono ogni volta l'idea del razzo interplanetario, e la nozione che un veicolo del genere può viaggiare su un raggio e provoca uno spaventoso fragore? Nel Samsaptakabadha si fa una distinzione fra carri che volano ed altri che non possono volare. Il primo libro del Mahabharata ci rivela la storia intima della vergine Kunti, che non solo ricevette la visita del Dio del Sole, ma ne ebbe anche un figlio, che era splendente come il Sole stesso. E poiché Kunti - già allora! - temeva di esser coperta di vergogna, pose il bambino in un cestello e lo abbandonò alla corrente di un fiume. Adhirata, un nobile uomo di casta Suta, ripescò il cestello dall'acqua e allevò il bambino. Non varrebbe la pena di accennare a questa favoletta se non avesse una somiglianza così straordinaria con la storia di Mosè. E ritorna di continuo il motivo della donna fecondata da un "dio".Come Gilgamesh, anche Arjuna, l'eroe del Mahabharata, intraprese un lungo viaggio per cercare gli dei e chieder loro delle armi. E quando Arjuna, dopo innumerevoli pericoli, trova gli dei, gli viene incontro persino Indra, signore del cielo, in persona, con a fianco la sua sposa Sachi. E l'incontro col valoroso Arjuna non avviene in un luogo qualsiasi, ma in un carro da guerra celeste, e i due numi lo invitano persino a salire con loro in cielo. Nel Mahabharata si trovano dei dati numerici così precisi da dare l'impressione che l'autore sapesse esattamente quello che diceva. Descrive con orrore un'arma che poteva uccidere qualsiasi guerriero portasse sul suo corpo del metallo: se i guerrieri venivano informati in tempo dell'uso di quest'arma, si strappavano dal corpo ogni pezzo di metallo che portavano, balzavano in un fiume e lavavano a fondo se stessi e tutto ciò che avevano toccato. E non a torto, come ben sa l'autore, perché l'arma aveva l'effetto di far cadere tutti i capelli e le unghie delle mani e dei piedi. Ogni vivente, egli si lagna, diveniva pallido e debole. Nell'VIII libro incontriamo di nuovo Indra nel suo celeste carro raggiante di luce: fra tutti gli uomini egli ha scelto Judhisthira, l'unico che potrà entrare nel cielo con le sue spoglie mortali. Anche qui non ci si deve lasciar sfuggire il parallelo con i racconti di Enoch ed Elia. Nello stesso libro troviamo anche quello che è forse il primo resoconto di un'esplosione atomica: Gurkha da bordo di una possente vimana scaglia un unico dardo sulla triplice città. Il racconto usa vocaboli che ricordiamo di aver trovato nei rapporti di testimoni oculari sul lancio della prima bomba all'idrogeno, sull'atollo di Bikini: una nube di fumo bianco abbagliante, diecimila volte più chiaro del Sole, si è alzata in infinito splendore e ha ridotto in cenere la città. Quando Gurkha è ridisceso a terra, il suo carro era simile a un lucente blocco di antimonio. E i filosofi ricordino l'affermazione del Mahabharata che il tempo è il seme dell'Universo... Anche i due libri tibetani Kangiur e Tangiur ricordano aerei preistorici, che essi chiamano "perle nel cielo". Entrambi i libri affermano espressamente che queste conoscenze sono segrete e non sono destinate al gran pubblico. Nel Samarangana Sutradhara vi sono interi capitoli che descrivono navi aeree dalla cui estremità sprizzano fuoco e mercurio. La parola "fuoco" nelle antiche scritture non significa probabilmente la vera e propria fiamma della combustione, poiché complessivamente si possono enumerare circa quaranta diverse specie di "fuoco", che si riferiscono prevalentemente a fenomeni elettrici e magnetici. Ci riesce difficile credere che gli antichi popoli sapessero come e in qual modo dai metalli pesanti si possa ottenere energia. In questo campo comunque non è il caso di affidarsi a giudizi semplicistici e di liquidare gli antichi testi sanscriti in due parole come miti. I brani di opere antichissime che abbiamo già citato conferiscono un certo grado di certezza alla supposizione che nella più remota antichità gli uomini abbiano incontrato "dei" volanti. E col vecchio metodo, finora purtroppo considerato ineccepibile ("...nulla di tutto ciò esiste... si tratta di errori di traduzione... sono solo stravaganti esagerazioni degli autori o dei copisti"), non si va avanti di un passo. Ma con un nuovo schema concettuale, che sia sviluppato in base alle cognizioni tecniche del nostro tempo, possiamo sperar di illuminare il fitto mistero che cela ancora il nostro passato. Come è ancora da chiarire il fenomeno delle navi spaziali nella notte dei tempi, così il problema delle armi terrificanti, così spesso descritte e di cui gli dei in molti episodi fanno uso almeno una volta, resta ancora aperto ad un'interpretazione accettabile. Ci sono dei brani del Mahabharata che ci costringono a riflettere:

"Era come se gli elementi si fossero scatenati. Il Sole girava in cerchi. Il mondo bruciato dall'ardore dell'arma barcollava nelle vertigini della febbre. Gli elefanti riarsi dall'enorme calore correvano selvaggiamente su e giù, per trovar riparo dalla spaventosa violenza. L'acqua divenne bollente, gli animali morivano, il nemico fu falciato e l'infuriare del fuoco fece cadere gli alberi a mucchi, come suole nell'incendio dei boschi. Gli elefanti lanciavano orribili barriti e per largo tratto cadevano morti al suolo. I cavalli e i carri da guerra bruciavano e tutto sembrava come dopo un incendio. Migliaia di carri furono annientati, poi sul mare si stese una profonda quiete. I venti cominciarono a spirare e la terra si schiarì. Un orribile spettacolo si presentò. I cadaveri dei caduti erano orribilmente contorti dallo spaventoso calore, sì che non serbavano più aspetto di uomini. Noi non avevamo mai visto prima un'arma così orribile, né mai prima ne avevamo sentito parlare."

Quelli che ne uscirono, continua il racconto, si lavarono e lavarono le loro armature e i loro dardi, perché tutto era coperto dall'alito mortale degli "dei". Come era detto nel poema di Gilgamesh: "Ti ha forse colpito l'alito velenoso dell'animale celeste?" Alberto Tulli, già direttore della sezione egiziana dei Musei vaticani, rinvenne un frammento del tempo di Tuthmosi III, che visse intorno al 1500 a.C. Vi si narra che gli scribi videro scendere dal cielo un globo di fuoco, da cui usciva un alito graveolente: Tuthmosi e i suoi soldati osservarono lo spettacolo finché la sfera infuocata si innalzò in direzione sud e sparì alla vista. Tutti i testi citati risalgono a millenni prima della nostra era. I loro autori vivevano in continenti diversi e in diversi ambienti culturali e religiosi. Non esistevano agenzie d'informazione e i viaggi intercontinentali non erano all'ordine del giorno. Eppure da tutti i punti cardinali e dà innumerevoli fonti giungono fino a noi tradizioni che raccontano pressappoco la stessa cosa. Dunque, nei cervelli di tanti autori diversi, germogliavano le stesse fantasie? Erano tutti perseguitati nella stessa maniera dalla stessa follia? Non è possibile né pensabile che i cronisti del Mahabharata, della Bibbia, del poema di Gilgamesh, degli antichi testi degli eschimesi, degli indiani, dei popoli nordici, dei tibetani e di una quantità di altre fonti ci narrino per caso e senza un motivo le stesse storie di "dei" volanti, di strani carri celesti, e di spaventose catastrofi collegate a queste apparizioni. Non si può pensare che nelle diverse parti del mondo la fantasia lavori nello stesso modo. Questi racconti quasi uniformi possono aver preso spunto solo da dati di fatto, ossia da avvenimenti preistorici: si raccontava ciò che si era potuto vedere. Anche se il cronista - e da allora la cosa non è molto cambiata - amava, pur nella remota antichità, adornare con un po' di fantasia le sue narrazioni, al centro di tutte le notizie esclusive resta, come oggi, il fatto di cronaca, la vicenda esattamente descritta. E questa vicenda non può essere stata completamente inventata in tanti luoghi e in tanti tempi diversi. Immaginiamo un esempio. Nella boscaglia africana atterra per la prima volta un elicottero. Nessun indigeno ha mai visto un ordigno del genere. Con orribile fragore l'elicottero atterra in una radura e ne saltano fuori piloti in tenuta da combattimento, con caschi di protezione e fucili mitragliatori. Il selvaggio col suo perizoma osserva incantato e sbalordito la cosa che è scesa dal cielo e gli "dei" sconosciuti. Dopo un certo tempo l'elicottero si solleva e scompare nell'aria.Rimasto solo, il selvaggio cerca di rendersi conto di ciò che ha visto. Descrive agli altri, che non erano presenti, la strana apparizione: un enorme uccello, un carro celeste che si muoveva con fragore e puzzo, esseri dalla pelle bianca, con armi che sputavano fuoco... La visita prodigiosa sarà fissata nella memoria e tramandata nei secoli a venire. E via via che ogni padre la racconta al figlio, l'uccello celeste non diventa certo più piccolo e gli esseri che ne sono usciti si fanno sempre più prodigiosi, più grandi e potenti. E molti altri accessori e fronzoli si aggiungeranno. Ma la splendida storia ha un nocciolo di verità: l'atterraggio dell'elicottero, il fatto che l'elicottero effettivamente si è posato nella radura della boscaglia e ne sono usciti i piloti. Da allora la vicenda continua a vivere nella mitologia della tribù. Vi sono cose che non si possono inventare. Noi non andremmo a rovistare nella nostra preistoria alla ricerca di astronauti e navi spaziali se di tali fenomeni si narrasse solo in due o tre vecchi libri. Ma se quasi tutti i testi dei popoli primitivi in tutto il globo terracqueo raccontano la stessa cosa, dobbiamo pur cercar di chiarire le verità obiettive che vi sono celate.
"Figlio d'uomo, tu abiti in mezzo a una stirpe ribelle, che ha occhi per vedere e non vede, orecchi per udire e non ode..." (Ezechiele, 12, 1).
Noi sappiamo che a tutti gli dei sumerici corrispondevano determinate stelle. Marduk = Marte, il dio supremo, pare avesse una statua di oro puro del peso di ottocento talenti, il che, se vogliam credere a Erodoto, corrispondeva a 24.000 chilogrammi del nobile metallo. Ninurta = Sirio era il giudice dell'Universo, che pronunciava le sentenze sugli uomini mortali. 
Si sono rinvenute tavolette cuneiformi che erano rivolte a Marte, a Sirio e alle Pleiadi. Negl'inni e nelle preghiere dei sumeri troviamo continuamente menzionate armi divine che per la loro forma e per i loro effetti dovevano essere assolutamente inconcepibili in quei tempi. Un inno a Marduk dice com'egli facesse piovere fuoco e annientasse i suoi nemici con un lampo abbagliante. Inanna è descritta mentre compare nel cielo irradiando all'intorno una terribile luce accecante e distrugge le case del nemico. Si sono trovati disegni e persino il modellino di un edificio che è molto simile a un bunker atomico prefabbricato: tondeggiante, massiccio, con un'unica apertura stranamente incorniciata. Della stessa epoca - circa 3000 a.C. - si è rinvenuto un cocchio coi cavalli e l'auriga, e inoltre una coppia di lottatori, tutti di elegante e impeccabile fattura. Sappiamo che i sumeri erano abilissimi artigiani. Perché modellarono quel "bunker" grossolano, mentre da altri scavi di Babilonia o di Uruk sono usciti oggetti molto più elaborati e articolati? Parecchio tempo fa nella città di Nippur - 150 chilometri a sud di Bagdad - è stata rinvenuta un'intera biblioteca sumerica di circa 60.000 tavolette d'argilla coperte di scrittura. Incisa su una tavoletta a sei colonne, possediamo qui la più antica descrizione del diluvio. Cinque città prediluviali sono nominate nelle tavolette: Eridu, Badtibira, Larak, Sitpar e Shuruppak. Due di queste città non sono state ancora rinvenute. Su queste tavole, che sono le più antiche decifrate finora, il Noè dei sumeri ha nome Ziusudra: pare vivesse nella città di Shuruppak ed ivi costruisse la sua arca. Oggi dunque noi disponiamo di una descrizione del diluvio più antica di quella che avevamo finora nel poema di Gilgamesh. E nessuno sa se qualche nuovo reperto non stia per portarci una descrizione ancora precedente. Gli uomini delle antiche culture sembravano essere come ossessionati dall'idea della immortalità o della rinascita. Servi e schiavi scendevano a quanto pare di loro spontanea volontà nella tomba accanto ai loro padroni: nel sepolcro di Shub-At giacevano in ordine perfetto l'uno accanto all'altro non meno di settanta scheletri. Senza mostrare il minimo segno di violenza, seduti o sdraiati attendevano nelle loro splendide vesti la morte, che doveva sopraggiungere veloce e senza dolore, grazie forse a un potente veleno. Dovevano certo esser profondamente convinti che li attendeva una nuova vita accanto ai loro signori nell'aldilà. Ma chi fece nascere nelle teste di questi popoli pagani l'idea della rinascita? Non meno sconcertante è il pantheon degli egiziani. Anche i più antichi testi dei popoli del Nilo conoscono esseri potenti che percorrono il firmamento in celesti imbarcazioni. Un testo cuneiforme che reca un inno al dio solare Ra dice: "Tu ti aggiri fra le stelle e la Luna, tu conduci la nave di Aton in Cielo e sulla Terra come le stelle che girano instancabili e gli astri presso il polo nord che non tramontano mai."
 
Ed ecco un'iscrizione rinvenuta in una piramide:

"Tu sei colui che è alla testa della nave del Sole già da milioni di anni."

Anche se gli antichi egiziani furono dei matematici di straordinaria abilità, resta sempre una cosa strana che a proposito di stelle e navi solari essi parlino di milioni di anni. Che dice il Mahabharata?
 
"Il tempo è il seme dell'Universo. "

A Memfi il dio arcaico Ptah consegnò al re due modelli per la celebrazione degli anniversari del suo regno, con l'ingiunzione di celebrare questi giubilei per sei volte centomila anni. È forse necessario ricordare che l'antichissimo iddio Ptah, prima di consegnare al re i modelli, gli era comparso davanti in uno splendente carro celeste di electron e aton, e con esso era poi sparito all'orizzonte? A Edfu si trovano ancor oggi su porte e templi raffigurazioni del sole alato, o di un falco in volo, che porta gli ideogrammi dell'eternità e della vita eterna. In nessun altro luogo della Terra, per quanto sappiamo finora, esistono tante raffigurazioni di simboli divini alati quante se ne trovano in Egitto. Ogni turista conosce l'isola di Elefantina, col famoso nilometro di Assuan. L'isola è chiamata Elefantina già nelle scritture più antiche, perché ricorda la forma di un elefante. Ed è vero: l'isola ha l'aspetto di un elefante. Ma come lo sapevano gli antichi egiziani, dato che questa forma si può riconoscere solo a grande altezza, da bordo di un aereo? Non vi sono nei dintorni colline che possano offrire un panorama dell'isola capace di suggerire quel paragone. Un'iscrizione scoperta qualche tempo fa in un edificio di Edfu ci informa che questo edificio era di origine soprannaturale: la sua pianta era stata disegnata da un essere divinizzato, Imhopte. Questo Imhopte è una personalità misteriosa di antico saggio: l'Einstein del suo tempo. Era sacerdote, scrittore, medico, architetto e scienziato nella stessa persona. Agli uomini dell'antico mondo di Imhopte gli archeologi concedono tutt'al più come strumenti per la lavorazione della pietra cunei di legno e utensili di rame: e né l'uno né l'altro sono adatti a segare blocchi di granito. Ma il saggio Imhopte costruisce al suo re Zoser la piramide a scalini di Saqqara. Questa costruzione alta 60 metri presenta una maestria tecnica che più tardi poté solo imperfettamente essere imitata: è circondata da un muro alto 10 metri e lungo 1.600, ed ebbe il nome di "Casa dell'eternità" dallo stesso Imhopte, che vi si fece seppellire, perché gli dei lo potessero svegliare al loro ritorno. Noi sappiamo che tutte le piramidi sono orientate secondo coordinate astronomiche. Non ci sembra questa una cosa un po' bizzarra, se pensiamo che di una antica astronomia egiziana quasi nulla ci è noto? Sirio era una delle poche stelle cui gli egiziani dedicavano il loro interesse. Ma proprio questo interesse può apparire piuttosto comico, poiché Sirio da Memfi si può appena intravedere, all'inizio della piena del Nilo, poco sopra l'orizzonte nell'incerta luce dell'alba. E per colmare la misura della nostra perplessità, in Egitto troviamo un calendario di grande precisione ben 4.221 anni prima della nostra era! Questo calendario è impostato in base alla levata eliacale di Sirio (primo Tout = 19 luglio) e segna cicli annuali di oltre 32.000 anni. D'accordo, agli antichi astronomi non mancava certamente il tempo per osservare il Sole, la Luna, le stelle di anno in anno, per cui non fu loro difficile concludere che dopo circa 365 giorni tutte le stelle hanno ripreso la loro posizione iniziale nella volta celeste. Ma non è completamente assurdo impostare il primo calendario proprio sui movimenti di Sirio, quando era tanto più facile osservare il Sole e la Luna, che permettevano anche di giungere a risultati più precisi? Presumibilmente il calendario di Sirio era in fondo un'immagine fittizia, un calcolo delle probabilità, perché non poteva mai prevedere il sorgere della stella: la coincidenza della piena del Nilo con la levata mattutina di Sirio all'orizzonte era un puro caso. Non ogni anno vi era una piena del Nilo, e non tutte le piene del Nilo avvenivano nello stesso giorno. Perché dunque un calendario siriano? Si cela anche qui un'antica tradizione? Esisteva forse uno scritto, o una promessa, che la casta sacerdotale custodiva gelosamente? In una tomba, probabilmente la tomba del re Udimus, è stata rinvenuta una collana d'oro e lì accanto lo scheletro di un animale assolutamente sconosciuto. Da dove viene l'animale? Come si spiega che gli egiziani già all'inizio della prima dinastia possiedono un sistema decimale? Come è sorta in tempi così antichi una civiltà così sviluppata? E da dove provengono, all'inizio stesso della cultura egiziana, gli oggetti di bronzo e di rame? Chi ha dato loro quelle incredibili cognizioni di matematica c una scrittura già bell'e pronta? Prima di passare a considerare alcuni monumenti architettonici che presentano innumerevoli punti interrogativi, diamo un breve sguardo a qualche altra antica opera letteraria. Da dove trassero i narratori delle Mille e una notte la loro straordinaria ricchezza di trovate fantastiche? Come arrivarono a immaginare una lampada da cui, a un comando, uno spirito parla? Quale audace fantasia ha inventato il "Sesamo, apriti" della caverna in cui si nascondevano i quaranta ladroni di Ali Babà? Oggi certo queste idee non ci sbalordiscono più, da quando il televisore, se si preme semplicemente un bottone, fa apparire ai nostri occhi immagini che parlano. E da quando in tutti i magazzini un po' importanti le porte si aprono e si chiudono per azione delle cellule fotoelettriche, anche il "Sesamo, apriti!" non è più un enigma. Ad ogni modo l'immaginazione degli antichi narratori dev'essere stata così straordinaria che i nostri autori di romanzi di fantascienza ci danno al confronto solo lavoretti da principianti. A meno che gli antichi narratori non avessero a loro disposizione, come spunto iniziale per accendere la loro fantasia, qualcosa di già noto, di già visto e vissuto! Nel mondo di miti e leggende delle culture inafferrabili, che non ci offrono ancora punti di riferimento e dati concreti, il terreno comincia a vacillare del tutto e la situazione è ancora più sconcertante.Le antiche tradizioni dell'Islanda e della Norvegia conoscono naturalmente anch'esse degli "dei" che si muovono nel cielo. La dea Frigg ha un'ancella, Gna, e la spedisce in diversi mondi con un cavallo magico, di nome "Scalpitante", il quale s'innalza nell'aria al di sopra delle terre e dei mari. Una volta, dice la leggenda, Gna ha anche incontrato nell'aria alcuni Wanen stranieri. Nel Canto di Alwis la Terra, il Sole, la Luna e il cosmo sono indicati con svariati appellativi, e precisamente ricevono di volta in volta un nome diverso a seconda che siano visti dagli uomini, dagli "dei", dai giganti o dagli Asa. Ma come, in nome del cielo, si poté giungere in quei remotissimi tempi a concezioni e denominazioni diverse della stessa cosa, dato che l'orizzonte era così limitato? Anche se il dotto Sturluson fa risalire le saghe e i canti nordici e alto-tedeschi solo a circa il 1200 d.C., essi sono certamente vecchi di alcune migliaia di anni. Spesso nelle trascrizioni di questi canti il mondo è simboleggiato da un disco, o una sfera - cosa abbastanza singolare, - e Thor, il dio supremo, è sempre presentato con un martello, il suo "stritolatore". Il professor Kuhn sostiene che la parola Hammer (martello) significa pietra e proviene dall'età neolitica, e solo più tardi è stata usata per i martelli di bronzo o di ferro. Perciò Thor e il simbolo del martello che lo accompagna devono essere antichissimi, e probabilmente risalgono all'età della pietra. Del resto la parola Thor è il sanscrito Tanayitnu dei Veda indiani: si potrebbe, come senso, tradurlo pressappoco "il tonante". Il nordico Thor, il dio degli dei, è il signore dei Wanen germanici, che rendono malsicuri gli spazi aerei. In una discussione sugli aspetti del tutto nuovi che noi prospettiamo nella ricerca archeologica, ci si potrebbe obiettare: non è possibile che tutti i numerosissimi cenni ad apparizioni celesti offertici dalla tradizione possano essere interpretati come prove di un preistorico viaggio spaziale. Non è questo infatti che noi vogliamo fare: noi ci limitiamo ad indicare certi passi di antichissimi testi che non possono inserirsi nello schema concettuale finora da noi applicato. Noi insistiamo coi nostri interrogativi su quei punti, ovviamente spiacevoli, in cui né gli scrittori né i traduttori né i copisti possono aver avuto anche una lontana idea delle scienze e dei processi tecnici risultanti. Noi saremmo pronti a considerare sbagliata la traduzione e poco precisa la trascrizione,- se non vedessimo poi, nello stesso tempo, accettare queste stesse tradizioni falsate e infiorate di fronzoli fantasiosi come autentiche verità, non appena si vanno a inserire nel quadro di qualche religione. Non è degno di un ricercatore serio negare un fatto quando turba il suo schema concettuale e riconoscerlo poi quando viene a confortare le sue teorie. Con quale forza e con quale efficacia si imporrebbero le nostre tesi, se potessimo disporre di nuove traduzioni, fatte con "occhi spaziali"! Sulle sponde del Mar Morto - tanto per continuare ostinatamente nell'esposizione del nostro punto di vista - si sono recentemente rinvenuti rotoli scritti con frammenti di testi apocalittici e liturgici. Nell'apocrifo di Abramo, e anche in quello di Mosè, si parla di un carro celeste, fornito di ruote, che sputa fuoco, mentre questo motivo manca nel Libro di Enoch, etiopico o slavo. "Dietro quegli esseri io vidi un carro che aveva ruote di fuoco, e ogni ruota era tutt'attorno piena di occhi, e sulle ruote v'era un trono, e questo era coperto da fuoco che scorreva tutt'attorno." (Apocrifo di Abramo 18, 11-12). Secondo l'interpretazione del professor Scholem, il mondo di troni e carri dei mistici ebrei corrisponde a quello dei mistici ellenistici e protocristiani che descrivono il pleroma (pienezza di luce). È certamente un'interpretazione rispettabile: ma si può ritenerla scientificamente dimostrata? E non dobbiamo piuttosto chiederci se qualcuno dei nostri antichi progenitori non abbia realmente visto i carri di fuoco che troviamo continuamente descritti? Nei rotoli di Qumran è stata usata spesso una scrittura segreta: fra i documenti della quarta caverna vi è un'opera astrologica in cui si alternano persino diversi tipi di scrittura. Un saggio astronomico porta il titolo: "Parole del veggente, che egli ha rivolto a tutti i figli dell'aurora. Esiste dunque qualche argomento così assoluto e convincente contro la nostra ipotesi che negli antichi testi siano ricordati e descritti veri e propri carri di fuoco? Non certo la banale quanto vaga affermazione che nell'antichità non potevano esistere carri di fuoco! Una simile risposta sarebbe indegna di coloro che noi vorremmo costringere con le nostre domande a prospettarsi nuove alternative. Del resto, non è passato molto tempo da quando è stato affermato da persona competente che non potevano cadere pietre (= meteore) dal cielo perché in cielo non c'erano pietre... Ancora nel XIX secolo alcuni matematici avevano calcolato - e il calcolo per quei tempi era convincente - che un treno non avrebbe mai potuto viaggiare a una velocità superiore ai 34 chilometri orari perché altrimenti l'aria sarebbe stata risucchiata fuori dalle vetture, e i passeggeri sarebbero morti soffocati... E meno di cento anni fa fu "dimostrato" come nessun oggetto più pesante dell'aria avrebbe mai potuto volare... Nella recensione di un noto giornale, il libro di Walter Sullivan Segnali dallo Spazio è stato collocato fra le opere di fantascienza. Lo stesso giornale afferma che senza dubbio anche nel più lontano futuro sarà impossibile raggiungere, per esempio, Epsilon-Eridani o Tau-Ceti, poiché anche con l'effetto della dilatazione del tempo o con l'ibernazione degli astronauti a bassissime temperature non sarà mai possibile superare la barriera di lontananze incalcolabili. Quale fortuna che nel passato ci siano sempre stati dei visionari abbastanza audaci, e abbastanza sordi alla critica contemporanea! Senza di essi oggi non esisterebbe la rete ferroviaria mondiale, i cui treni viaggiano alla velocità di 200 e più chilometri orari (si ricordi: oltre i 34 chilometri orari i passeggeri muoiono soffocati); senza di essi non ci sarebbero gli aerei a reazione, perché senz'altro sarebbero condannati a precipitare (si ricordi: gli oggetti che sono più pesanti dell'aria non possono volare); e infine non ci sarebbero i razzi lunari (si ricordi: l'uomo non può lasciare il suo pianeta). Quante cose mancherebbero senza i sullodati visionari! Una parte dei ricercatori vorrebbe attenersi ai cosiddetti dati concreti. Ma dimentica spesso e volentieri che ciò che oggi è un dato concreto ieri era forse il sogno utopistico di un visionario. Una parte non indifferente delle grandi scoperte che hanno fatto epoca, e che il nostro tempo considera solide realtà, sono dovute a casi fortunati, e non a una serie di ricerche coerenti. E alcune si debbono proprio a quei "caparbi visionari" che con le loro audaci speculazioni hanno spezzato le pastoie dei pregiudizi. Ma questo è sicuro: ci stiamo avvicinando rapidamente a insospettate possibilità future. Heinrich Schliemann non considerò i libri di Omero come semplici favole e leggende, e così scoprì Troia. Sappiamo ancora troppo poco del nostro passato per poterne dare un giudizio definitivo. Nuovi rinvenimenti possono svelare inauditi misteri, la decifrazione di antichissime notizie può capovolgere intere costruzioni di dati concreti. E sappiamo bene che, degli antichi testi, sono più quelli distrutti che quelli a noi rimasti. Nel Sudamerica doveva esistere un'opera scritta che racchiudeva tutto il sapere dell'antichità e pare sia stata distrutta dal sessantatreesimo sovrano inca,Pachacuti IV. Nella biblioteca di Alessandria i 400.000 volumi del dotto Tolomeo II Filadelfo dovevano raccogliere tutte le tradizioni dell'umanità: la biblioteca fu in parte distrutta dai romani, il resto, parecchi secoli dopo, fu dato alle fiamme per ordine del califfo Omar. È inconcepibile che preziosissimi, insostituibili manoscritti siano serviti ad accendere le stufe delle pubbliche terme di Alessandria. E che avvenne della biblioteca del tempio di Gerusalemme? Che avvenne di quella di Pergamo, che doveva ospitare 200.000 volumi? Quali tesori e quali misteri furono sepolti insieme ai libri di storia, di astronomia e di filosofia distrutti per ragioni politiche dall'imperatore cinese Chi-Huang nell'anno 214 a.C.? Quanti testi fece distruggere Paolo convertito ad Efeso? Per non pensare, poi, quale immensa ricchezza di opere in tutti i campi del sapere andò perduta per noi grazie al fanatismo religioso. Quante migliaia di testi irreparabilmente distrutti dal cieco zelo di monaci e missionari nell'America centrale e meridionale! Questo avveniva centinaia e migliaia di anni fa. È forse per questo l'umanità divenuta più saggia? Ancora pochi decenni fa Hitler faceva bruciare dei libri sulle pubbliche piazze e solo nell'anno 1966 avvenne lo stesso in Cina, durante la rivoluzione delle guardie rosse di Mao. Grazie al cielo, oggi i libri non esistono, come nei tempi passati, in un solo esemplare. I testi e i frammenti che ci sono rimasti ci hanno tramandato molte notizie del nostro remotissimo passato. In ogni tempo i saggi di ogni popolo sapevano che il futuro avrebbe portato guerre e rivoluzioni, sangue e fuoco. Hanno forse questi saggi negli edifici colossali della loro epoca nascosto misteri e tradizioni al furore della plebaglia, o li hanno conservati in luogo sicuro per salvarli da possibili distruzioni? E nelle piramidi, nei templi, nelle statue, hanno forse voluto celare, o meglio "cifrare", messaggi o notizie, perché potessero sopravvivere alle tempeste del tempo? è un'idea da esaminare, poiché anche alcuni nostri previdenti contemporanei hanno fatto la stessa cosa, in vista del futuro. Nell'anno 1965 gli americani hanno sepolto nel suolo di New York due "capsule del tempo", che sono fatte in modo da poter resistere fino all'anno 6965 a tutto ciò che - anche con la più audace fantasia - questa Terra può offrire di corrosivo e distruttore. Queste capsule contengono notizie che noi vogliamo trasmettere ai posteri, affinché un giorno quelli che cercheranno di diradare le tenebre del loro più remoto passato sappiano come hanno vissuto i loro antenati. Le capsule sono fatte di un metallo più duro dell'acciaio e possono resistere incolumi anche a una esplosione atomica. Oltre alle "notizie del giorno", queste capsule contengono fotografie di città, navi, automobili, aeroplani e missili; ospitano campioni di metalli e sostanze plastiche, di stoffe, fibre e tessuti; conservano ai posteri oggetti d'uso quotidiano come monete, utensili e articoli da toletta; libri di matematica, di medicina, fisica, biologia e astronautica sono fissati su microfilm. E per fare il servizio completo per un lontano, sconosciuto futuro, nelle capsule c'è un grande cifrario, con l'aiuto del quale le cose scritte e disegnate potranno esser tradotte nelle lingue future. L'idea di far dono ai posteri di quelle due capsule così riccamente rifornite è stata di un gruppo di ingegneri della Westinghouse-Electric: John Harrington ha ideato l'ingegnoso sistema di decifrazione per i nostri sconosciuti discendenti. Poveri pazzi? Visionari? A noi è sembrata veramente un'idea felice e tranquillizzante: esistono dunque gli uomini che pensano a chi vivrà fra 5.000 anni. Gli archeologi di un lontano futuro non saranno in una posizione più facile della nostra. Dopo un'esplosione atomica tutte le biblioteche del mondo non serviranno più a niente e tutte le conquiste di cui andiamo così orgogliosi non varranno più un soldo, perché saranno sparite, saranno distrutte, saranno atomizzate. Per mandare a buon fine il gesto e la fantasia degli uomini di New York, bisogna inoltre che nessuna esplosione atomica arrivi a scardinare la Terra: lo spostamento dell'asse terrestre, anche di pochi gradi, provocherebbe inondazioni di inaudita violenza, che nulla varrebbe ad arginare, e che in ogni caso divorerebbero qualsiasi parola scritta. Chi sarà tanto arrogante da sostenere che un'idea come quella dei lungimiranti ingegneri di New York non sarebbe potuta venire anche agli antichi saggi? Senza dubbio, gli strateghi di una guerra atomica e termonucleare non punteranno le loro terribili armi contro villaggi di zulu o di innocui eschimesi: le punteranno contro i centri della nostra civiltà. E quindi il caos radioattivo travolgerà i popoli più progrediti, più altamente evoluti. Sopravviveranno i popoli sottosviluppati, i più selvaggi e primitivi, i più lontani dai centri civili, i quali naturalmente non potranno tramandare una cultura di cui non erano ancora partecipi, né potranno darne almeno notizia. Persino i saggi, o i sognatori, che si sforzassero di salvare una biblioteca sotterranea non otterrebbero nulla di utile per il futuro: le biblioteche "normali" saranno senz'altro distrutte e i primitivi sopravvissuti non sapranno nulla di biblioteche nascoste o segrete. Intere regioni della superficie terrestre saranno divenute deserti di fuoco, poiché a secoli di emanazioni radioattive nessuna forma di vita vegetale potrà sopravvivere. I superstiti subiranno probabilmente delle mutazioni, e dopo duemila anni nulla più resterà delle città bombardate. La natura divorerà le rovine con le sue forze indomabili, il ferro e l'acciaio si sbricioleranno in ruggine e polvere. E tutto potrà ricominciare di nuovo. L'uomo può tentare la sua avventura una seconda, una terza volta: probabilmente arriverà sempre troppo tardi a svelare il mistero degli antichi testi e delle antiche tradizioni. E 5.000 anni dopo la catastrofe gli archeologi potranno affermare che l'uomo del XX secolo non conosceva ancora il ferro, perché, com'è ben comprensibile, anche con le più diligenti ricerche non ne troveranno traccia. Lungo le frontiere russe troveranno chilometri e chilometri di barriere anticarro di cemento, e affermeranno che si tratta senza dubbio di linee astronomiche. E se troveranno cassette con nastri magnetici, non ci capiranno nulla: non sapranno neppure distinguere i nastri incisi da quelli non incisi. E forse quei nastri contengono la soluzione di tanti enigmi! Se scopriranno testi che parlano di gigantesche città, con abitazioni alte centinaia di metri, dichiareranno che non è possibile prestarci fede, poiché città simili non possono essere esistite. Le gallerie della metropolitana di Londra saranno considerate una bizzarria geometrica, o un sistema di canalizzazione straordinariamente ben progettato. Intanto continueranno ad affiorare racconti di giganteschi uccelli, con cui gli uomini volavano da un continente all'altro, e di strane navi che vomitavano fuoco e che sparivano nel cielo. Ma tutto questo, ancora una volta, sarà relegato nella "mitologia", perché non possono esistere uccelli così grandi né mostri celesti che vomitano fuoco. I traduttori dell'anno 7000 non hanno una vita facile: le notizie ch'essi vanno decifrando su antichi frammenti intorno a una guerra mondiale nel XX secolo non sono assolutamente credibili. E se poi gli capitassero in mano i discorsi di Marx o di Lenin, potrebbero finalmente - quale felice combinazione! - farne due Grandi Sacerdoti al centro di una religione di questo incomprensibile periodo.Si potranno fare innumerevoli congetture, se resterà qualcosa che possa offrire un punto di partenza. Cinquemila anni sono un lungo periodo. Se la pietra squadrata arriva a resistere per 5.000 anni, è un puro capriccio della natura, la quale non ha altrettanto riguardo neppure per le più robuste rotaie di ferro. Nel cortile di un tempio a Delhi, come abbiamo già accennato, si trova un pilastro di ferro, composto di diverse parti saldate fra loro, che da oltre 4.000 anni è esposto alle intemperie senza che vi sia comparsa alcuna traccia di ruggine; è cioè completamente privo di zolfo e di fosforo. Ci troviamo davanti a una lega di ferro sconosciuta, che risale alla più remota antichità. Chi sa se il pilastro è stato fatto da un gruppo di lungimiranti ingegneri, che forse non avevano i mezzi per costruire un edificio colossale, ma volevano egualmente lasciare ai posteri un monumento visibile della loro cultura, che sopravvivesse al passare dei secoli? È una storia incresciosa: nelle culture superiori del passato troviamo delle opere architettoniche che oggi, coi più moderni mezzi tecnici, non riusciremmo ad imitare. Questi enormi blocchi di pietra sono là: nessuna dotta argomentazione ne può cancellare l'esistenza. Ma poiché non può esistere ciò che non deve esistere, si cercano spasmodicamente spiegazioni "razionali". Ma leviamoci i paraocchi e cerchiamo insieme...

mercoledì 23 novembre 2016

I NEFILIM: IL POPOLO DEI RAZZI FIAMMEGGIANTI

Come dimostrano i testi sumerici e accadici, i popoli dell’antico Medio Oriente erano certi che gli Dèi del Cielo e della Terra potessero alzarsi dalla Terra e salire al Cielo, come pure vagare nei cieli a loro piacimento.




La dea Inanna, ad esempio, viaggiava da una parte all’altra del cielo, coprendo enormi distanze: un’impressa possibile solo: volando. E, in un’altra occasione è la dea stessa a parlare del suo volo. In un testo che S. Langdon (in «Revue d’Assyriologie ed d’Archeologie Orientale») intitolò Una liturgia classica di Innini, la dea si lamenta di essere stata espulsa dalla sua città. Obbedendo a un ordine del dio Enlil, un suo emissario, che «mi portò la parola del Cielo», entrò nella sala del trono, «mi mise addosso le sue mani sporche» e, dopo altre umiliazioni,

dal mio tempio
mi costrinsero a volar via.
Una regina come me, dalla mia città,
come un uccello mi fecero prendere il volo.

La capacità di volare, di Inanna come di tutti i principali dèi, veniva spesso rappresentata nelle raffigurazioni artistiche –che per il resto erano sempre antropomorfe- con delle ali. Le ali, come si può vedere da numerose raffigurazioni, non facevano parte del corpo: non erano dunque ali naturali, ma piuttosto un’aggiunta decorativa all’abito del dio.



Inanna/Ishtar, i cui lunghi viaggi sono ricordati in molti testi antichi, faceva la spola tra il suo iniziale dominio di Aratta e la tanto desiderata dimora di Uruk. Andò dal dio Enki nella città di Eridu e dal dio Enlil a Nippur, e si recò a far visita a suo fratello Utu nella sua sede di Sippar. Ma il suo viaggio più famoso fu quello che compì negli Inferi, regno di sua sorella la dea Ereshkigal. Questo viaggio costituì il tema non soltanto di racconti epici, ma anche di raffigurazioni artistiche su sigilli cilindrici, che mostrano la dea munita di ali, per sottolineare il fatto che in volo era andata da Sumer agli Inferi.


I testi che raccontano questo viaggio pericoloso ci dicono che, prima di prendere il volo, Inanna si mise addosso sette oggetti, che dovette via via abbandonare passando attraverso le sette porte che conducevano alla dimora di sua sorella. Sette oggetti simili vengono anche citati in altri testi relativi ai viaggi celesti di Inanna:

1. la SHU.GAR.RA si mise sulla testa.
2. "Pendenti misuratori" alle orecchie.
3. Catene di piccole pietre blu attorno al collo.
4. "Pietre" gemelle alle spalle.
5. Un cilindro d’oro nelle mani.
6. Cinghie che le stringevano il petto.
7. La veste PALA, avvolta attorno al corpo.

Anche se nessuno è riuscito ancora a spiegare la natura e il significato di questi sette oggetti, siamo certi che la risposta è già a portata di mano. Durante la campagna di scavi che dal 1903 al 1914 interessò l’area di Assur, la capitale assira, Walter Andrae e i suoi colleghi portarono alla luce nel tempio di Ishtar una statua della dea che, sebbene alquanto danneggiata, mostrava diversi marchingegni attaccati al petto e alla schiena. Nel 1934 un’altra squadra di archeologi impegnata a Mari si imbatté in una statua analoga, e questa volta intatta, sepolta sotto terra. Essa rappresentava una bella donna a grandezza naturale, con in testa un copricapo adorno con un paio di corna, chiaro segno che si trattava di una dea. Pur avendo circa 4000 anni quella statua era talmente somigliante a un essere umano da sembrare quasi viva, tanto che in una fotografia si riusciva a stento a distinguerla dalle persone che le stavano intorno. Gli archeologi la chiamarono La dea con un vaso, poiché teneva in mano un oggetto cilindrico.




A differenza delle incisioni o dei bassorilievi, questo tipo di rappresentazione della dea, tridimensionale e a grandezza naturale, rivela interessanti particolari di abbigliamento. In testa Inanna non indossa un elegante cappellino, ma uno speciale elmetto, dal quale sporgono due oggetti calcati sulle orecchie, che ricordano le cuffie di un pilota. Attorno al collo e sul petto compare una collana fatta di piccole pietre, probabilmente preziose, mentre le mani reggono un oggetto cilindrico che sembra troppo spesso e pesante per essere un vaso per l’acqua. mSopra una blusa di tessuto trasparente, il torace della dea è attraversato da due cinghie parallele che si uniscono dietro e reggono, dietro il collo, una strana scatola di forma rettangolare, strettamente legata all’elmetto per mezzo di un laccio orizzontale. La scatola doveva contenere qualcosa di molto pesante, perché sulle spalle della dea vi sono due grandi spalline con funzione di sostegno. Ad accrescere ulteriormente il peso della scatola vi è anche un tubo legato alla base da un morsetto circolare. L’insieme di questi strumenti - perché di questo senza dubbio si tratta - viene tenuto fermo da due serie di cinghie che attraversano la schiena e il torace della statua.



É evidente la corrispondenza tra i sette oggetti di cui Inanna aveva bisogno per i suoi viaggi nel cielo e l’abbigliamento che caratterizza la statua di Mari (e probabilmente anche quella mutilata trovata nel tempio di Ishtar ad Assur). Ritroviamo infatti i "pendenti misuratori" - le cuffie- alle orecchie; le file o "catene" di piccole pietre attorno al collo; le "pietre gemelle" - le due spalline- sulle spalle; il "cilindro d’oro" tra le mani e le cinghie nella "veste PALA" ("veste da sovrano") e ha in testa l’elmetto SHU.GAR.RA, una parola che letteralmente significa "ciò che fa andare lontano nell’universo". L’impressione è dunque che Inanna sia vestita da aeronauta, o da astronauta. L’Antico Testamento chiamava gli "angeli" del signore malachim – letteralmente "emissari", che portavano i messaggi degli dèi e ne eseguivano gli ordini. Come molte fonti lasciano intuire si trattava di una sorta di "aviatori" divini: Giacobbe li vide salire al cielo su una scala, ad Hagar (concubina) di Abramo essi parlarono dal cielo, e furono sempre loro che, dall’aria, portarono la distruzione a Sodoma e Gomorra. Il racconto biblico dei fatti che precedettero la distruzione delle due peccaminose città fa capire che questi due emissari erano, da una parte, del tutto antropomorfi, e, dall’altra, che potevano a prima vista essere scambiati per "angeli". Sappiamo che apparivano sempre improvvisamente. Abramo «levò lo sguardo ed ecco, vi erano tre uomini in piedi davanti a lui». Inchinandosi a loro e chiamandoli "miei Signori", li supplicò: «Non passate sopra il vostro servo senza fermarvi», e li convinse a lavarsi i piedi, riposarsi e mangiare. Dopo aver fatto ciò che Abramo aveva richiesto, due degli angeli (il terzo "uomo" si rivelò essere il Signore stesso) proseguirono per Sodoma. Lot, il nipote di Abramo, «era seduto alle porte di Sodoma; e quando li vide si alzò per andare loro incontro e si prostrò a terra dicendo: "Vi prego, miei Signori, fatemi l’onore di venire nella casa del vostro servo a lavarvi i piedi e a passare la notte". Quindi "preparò per loro un banchetto, ed essi mangiarono". Quando si diffuse in città la notizia dell’arrivo dei due, tutti gli abitanti della città, giovani e vecchi, circondarono la casa, chiamarono a gran voce Lot e gli dissero: "Dove sono gli uomini che stanotte sono venuti da te?"». Uomini, dunque: esseri umani che mangiavano, bevevano, dormivano e si lavavano i piedi affaticati, e tuttavia esseri che, a prima vista, tutti riconoscevano come angeli del Signore. Com’è possibile? L’unica spiegazione plausibile è che la gente li riconoscesse dal loro abbigliamento – elmetti o uniformi – o dalle armi che portavano. Che essi portassero armi speciali è certamente possibile: quando i due "uomini" arrivati a Sodoma, rischiarono di essere linciati dalla folla, si difesero «colpendo la gente all’entrata della casa con la cecità… e la gente non riusciva più a trovare la porta». E un altro angelo, apparso questa volta a Gedeone quando questi fu scelto come Giudice d’Israele, gli diede un segno divino toccando con il suo bastone una roccia, dalla quale cominciò a scaturire una fiamma. La squadra di archeologi guidata da Andrae scoprì poi un’altra insolita raffigurazione di Ishtar nel suo tempio ad Assur. Più simile ad una pittura murale che ad un bassorilievo, essa mostra la dea con un aderente elmetto decorato e munito di grandi "cuffie"; gli occhi sono coperti da due occhialoni che sono parte integrante dell’elmetto. É evidente che chiunque trovandosi di fronte ad una persona così bardata, avrebbe l’impressione di trovarsi davanti a un aeronauta divino.



Gli "occhialoni" sono una caratteristica molto interessante, perché il Medio Oriente del IV millennio a. C. era letteralmente invaso da sculture molto sottili che raffiguravano in maniera stilizzata la parte superiore del corpo della divinità, esagerandone la caratteristica più evidente: un elmetto conico con una visiera o occhialoni di forma ellittica. Una serie di stauite di questo genere fu trovata a Tell Brak, un sito preistorico sul fiume Khabur, sulle cui rive, parecchi millenni dopo, Ezechiele avrebbe visto il carro divino.



 
L’Antico Testamento ci dice che il profeta Elia non morì sulla Terra, ma «salì al Cielo portato da turbine di vento». E non si trattò di un evento improvviso e inaspettato, ma anzi accuratamente preparato. Fu detto a Elia di andare a Beth-El ("la casa del Signore") in un determinato giorno, e tra i suoi discepoli si era già diffusa la voce che egli stava per essere assunto in cielo. Quando chiesero al suo aiutante se la voce rispondeva al vero, egli confermò che sì, in effetti «oggi il Signore porterà via il Maestro». Quindi

Apparve un carro di fuoco,
e cavalli di fuoco…
Ed Elia salì al Cielo
Portato da un turbine di vento.

Ancora più famoso e certamente meglio descritto, è il carro celeste che vide il profeta Ezechiele, il quale viveva tra i deportati ebrei sulle rive del fiume Khabur, nel nord della Mesopotamia.

I cieli si aprirono
E io vidi l’aspetto del Signore.

Quello che Ezechiele vide era un’entità con sembianze umane, avvolta da un alone di luce, seduta su un trono che poggiava su un "firmamento" di metallo all’interno del carro. Il veicolo stesso che poteva muoversi in tutte le direzioni per mezzo di ruote concentriche e sollevarsi verticalmente da terra, era descritto dal profeta come un turbine splendente.

E ho visto
Un turbine di vento proveniente da nord,
come una grande nuvola con lampi di fuoco
e splendore tutto intorno.
E all’interno di esso, proprio dentro il fuoco,
vi era una luce, come un alone splendente.

Recentemente alcuni studiosi (tra cui Josef F. Blumrich della NASA) si sono occupati di questo passo della Bibbia e hanno concluso che il "carro" visto da Ezechiele era un elicottero formato da una cabina poggiata su quattro sostegni, ciascuno dei quali munito di ali rotanti – un vero e proprio "turbine". Circa duemila anni prima il re sumero Gudea, festeggiando la costruzione del tempio in onore del suo dio Ninurta, scrisse che gli era apparso «un uomo fulgido come il cielo… con un elmetto sulla testa: certamente un dio». Durante questa apparizione, Ninurta, accompagnato da altri due dèi, stava in piedi dietro il suo "divino uccello di vento nero". Come risultò poi evidente il tempio era stato costruito prevalentemente allo scopo di fornire una zona riservata, un riparo cintato e sicuro per questo "uccello divino". Per la costruzione del recinto, riferisce Gudea, furono necessarie travi enormi e grosse pietre importate da lontano. Solo quando l’Uccello divino" fu posto all’interno del recinto, il tempio fu considerato finalmente ultimato. Una volta la suo posto, l’"uccello divino" poteva "impadronirsi del cielo" e riusciva a "unire Cielo e Terra". La sua importanza era tale che esso era costantemente sorvegliato da due "armi divine", armi che emettevano fasci di luce e raggi mortali. É evidente l’analogia tra la descrizione biblica e i testi sumerici per quanto riguarda sia i veicoli sia gli esseri all’interno di essi. Questi veicoli, chiamati "uccelli", "uccelli volanti" e "turbini di vento", che erano in grado di alzarsi in volo e salire verso il cielo ed emettevano luce brillante, erano senza dubbio delle macchine volanti.Negli antichi testi si trova anche la descrizione di alcuni veicoli usati per portare gli aeronauti nei cieli. Gudea affermò che, quando l’uccello divino si innalzava sopra le terre. «gettava luce sui muri di mattoni». Il recinto protetto veniva chiamato MU.NA.DA.TUR.TUR ("la forte pietra dove riposa il MU"). Urukagina, sovrano di Lagash, disse riguardo al "divino uccello di vento nero": «Il MU che emana luce come un fuoco, io l’ho fatto alto e forte». Analogamente, Lu-Utu, che regnò a Umma nel III millennio a. C., costruì un luogo per un mu, «che emana una specie di fuoco», per il dio Utu, «nel luogo consacrato all’interno del suo tempio». Il re babilonese Nabucodonosor II, vantandosi di aver ricostruito il recinto sacro di Marduk, disse che all’interno della fortificazione fatta di mattoni bruciati e onice lucente:

Ho innalzato la testa della barca ID.GE.UL.
Il Carro del principato di Mardul;
La barca ZAG.MU.KU, che si vede avvicinarsi,
la suprema viaggiatrice tra Cielo e Terra,
ho chiuso nel mezzo del recinto,
schermandone tutti i lati.

ID.GE.UL, il primo nome utilizzato per descrivere questa "suprema viaggiatrice" o "Carro di Marduk", significa letteralmente "alto fino al cielo, luminoso di notte". ZAG.MU.KU, il secondo nome con cui viene citato il veicolo riposto nello speciale recinto, significa "lo splendente MU fatto per andare lontano". Abbiamo le prove che un mu – un oggetto conico, dalla sommità ovale – era effettivamente contenuto nel recinto sacro, quello più interno, dei templi dei Grandi Dei del Cielo e della Terra. Su un’antica moneta trovata a Biblo (la biblica Gebal), sulla costa mediterranea dell’odierno Libano, è raffigurato il grande Tempio di Ishtar. Sebbene la moneta lo mostri com’era nel I millennio a. C., possiamo comunque ritrovarvi gli elementi base dell’originario tempio di millenni prima, visto che gli antichi usavano ricostruire infinite volte i templi nello stesso luogo e secondo gli stessi criteri del piano originario.




Dalla figura si vede che il tempio era diviso in due parti. Anteriormente vi era la struttura principale, imponente con il suo ingresso a colonne; dietro c’è una corte interna, o "area sacra", nascosta e protetta da un muro alto e massiccio. Il tempio si trovava in posizione sopraelevata ed era raggiungibile solo salendo una scala. Al centro dell’area sacra vi è una speciale piattaforma fatta di travi incrociate (sul modello, per intenderci, della Torre Eiffel), che sembra fatta apposta per sostenere un peso ingente. E su questa piattaforma sta l’oggetto di tutto questo apparato protettivo, un oggetto che non può essere altro che un mu. Come la maggior parte delle parole sillabiche sumeriche, mu aveva un significato primario: "ciò che sale dritto". Nell’uso comune, poi, il termine assumeva una trentina di sfumature diverse, da "alture" a "fuoco", da "comando" a "periodo di tempo circoscritto", fino a significare, in tempi più recenti, "ciò per cui uno è ricordato". Un inno a Inanna/Ishtar e ai suoi viaggi sulla Barca del Cielo dimostra che il mu era il veicolo con il quale gli dei giravano in lungo e in largo per il cielo:


Signora del Cielo:
Ella indossa il suo Abito del Cielo
E arditamente sale verso il Cielo.
Al di sopra di tutte le terre abitate
Ella vola nel suo MU.
La Signora che nel suo MU
Gioiosamente vola fino alle vette celesti.
Al di sopra di tutti i luoghi in pace
Ella vola nel suo MU.

É provato che i popoli del Mediterraneo orientale avevano visto tali oggetti simili a razzi non soltanto nei recinti dei templi, ma addirittura in volo. Alcuni glifi ittiti, per esempio, mostravano, sullo sfondo di un cielo stellato, missili in volo, razzi montati su rampe di lancio e un dio all’interno di una camera radiante. Parlando dei recinti più interni dei templi o dei viaggi celesti degli dei, o persino dei casi in cui furono dei mortali a salire al cielo, i testi mesopotamici usano il termine sumerico mu o i suoi derivati semitici shu-ma ("ciò che è un mu"), sham o shem. Poiché queste parole indicavano anche "ciò per cui uno è ricordato", il termine assunse gradualmente il significato primario di "nome", e così è stato pressoché universalmente tradotto, anche quando lo si trovava in testi antichissimi in cui il termine veniva chiaramente usato nella sua accezione originaria, quella di "oggetto usato per volare". Così G. A. Barton (The Royal Inscriptions of Sumer and Akkad, «Le iscrizioni reali di Sumer e Akkad») fissò quella che divenne l’incontestata traduzione dell’iscrizione trovata sul tempio di Gudea: «Il suo MU abbraccerà le terre da un orizzonte all’altro» è diventata «Il suo nome riempirà tutte le terre». Un inno a Ishkur, che esaltava il suo "MU che emana raggi" in grado di arrivare fino al Cielo, è stata parimenti tradotta con «Il tuo nome è radioso e raggiunge lo zenith del Cielo». Alcuni studiosi, poi, intuendo che mu e shem potessero indicare un complemento oggetto e non un "nome", lo trattarono come un suffisso o una struttura grammaticale che non richiedeva traduzione, e così hanno completamente evitato il problema. I traduttori biblici, che hanno indiscriminatamente tradotto shem con "nome" ogni volta che si sono imbattuti nel termine, non hanno evidentemente tenuto conto di un illuminante studio pubblicato più di un secolo fa da G. M. Redslob (in Zeitschrift der Deutschen Morgenlandischen Gesellschaft) nel quale l’autore affermava, a ragione, che i termini shem e shamain ("cielo") derivano dalla radice shamah. Che significa "ciò che è rivolto in alto". Quando l’Antico Testamento ci dice che re Davide "fece uno shem" per affermare la sua vittoria sugli Aramei, diceva Redslob, certamente non "fece un nome", bensì un monumento rivolto verso il cielo.





Una volta compreso che mu e shem in molti testi mesopotamici non vanno tradotti con "nome", ma con "veicoli celesti", si leggono sotto un’altra luce anche molte altre antiche storie, compreso l’episodio biblico della Torre di Babele. L’undicesimo capitolo del Libro della Genesi narra del tentativo degli uomini di innalzare uno shem. Lo stile conciso (e preciso) del racconto fa pensare che si tratti di un fatto storico e tuttavia generazioni di esegeti biblici e di traduttori hanno cercato di dare al racconto un significato puramente allegorico, connesso al desiderio dell’uomo di "farsi un nome". Un tale approccio, però, ha privato completamente il racconto del suo valore storico, un valore che l’episodio doveva senza dubbio avere per i popoli antichi e che torna ad acquistare anche per noi se leggiamo la parola shem nel suo vero significato. Il racconto biblico della Torre di Babele si rifà agli avvenimenti che seguirono il ripopolamento della Terra dopo il Diluvio universale, quando delle genti «provenienti da est. Trovarono una pianura nella terra di Shin’ar e vi si stabilirono». La terra di Shin’ar è, ovviamente, la terra di Sumer, nella pianura tra i due grandi fiumi della Mesopotamia meridionale. E quel popolo, portatore di una civiltà urbana che già conosceva l’arte di fabbricare mattoni e di costruire edifici di grande altezza, fece un progetto:

«Costruiamo una città,
e una torre la cui cima raggiunga il cielo;
e facciamo uno shem,
affinchè non siamo dispersi sulla faccia della Terra».


Ma questo progetto non piacque a Dio.

E il Signore scese
A vedere la città e la torre
Che i figli di Adamo avevano eretto.
E disse: «Ecco,
sono tutti come un solo popolo con una sola lingua
e questo è solo l’inizio delle loro imprese.
Ora, qualunque cosa decidano di fare,
non sarà più impossibile per loro».

Quindi il Signore disse, rivolgendosi a imprecisate entità simili a lui, che l’Antico Testamento non nomina:

«Venite, scendiamo
E confondiamo la loro lingua;
affinché non possano comprendersi l’un l’altro».
E il Signore li disperse da quel luogo
Sulla faccia della Terra
Ed essi smisero di costruire la città.
Perciò essa fu chiamata Babele
Poiché il Signore mischiò la lingua della Terra.


La tradizionale interpretazione di shem come "nome" ha reso incomprensibile questo racconto per generazioni. Perché gli antichi residenti di Babele (Babilonia) si sforzavano di "fare un nome"? Perché questo "Nome" doveva stare su "una torre la cui cima raggiunga il cielo"? E in che modo, facendo un nome, si potevano contrastare gli effetti di una dispersione del genere umano su tutta la Terra? Se tutto ciò che quella gente voleva era, come spiegano gli studiosi, farsi una buona reputazione, perché il Signore si arrabbiò tanto, considerandolo un atto dopo il quale non vi sarebbero più stati limiti alle loro imprese? E perché mai ritenne necessario chiamare altre imprecisate divinità perché scendessero a porre fine a questo tentativo umano? Le spiegazioni tradizionali sono decisamente insufficienti a spiegare una reazione di questo genere. Se invece utilizziamo il termine shem – utilizzato nel testo originale ebraico della Bibbia – non come "nome", ma come "veicolo celeste", allora, a nostro avviso, tutto diventa spiegabile, plausibile, addirittura ovvio. Gli uomini avevano paura che, via via che i popoli si fossero dispersi sulla Terra, avrebbero perso i contatti l’uno con l’altro: così decisero di costruire un "veicolo celeste" e una torre di lancio, in modo da poter volare – come la dea Ishtar, per esempio – in un mu "al di sopra di tutte le terre abitate". In una parte del testo babilonese noto come Epica della creazione si legge che la prima "Porta degli dèi" fu costruita a Babilonia dagli dèi stessi. Agli Anunnaki, gli dèi comuni, venne ordinato di

Costruire la Porta degli Dèi…
Modellate una struttura in muratura
Il suo shem starà nel luogo designato.


Per due anni gli Anunnaki lavorarono - «usarono gli attrezzi… diedero forma ai mattoni» - finché «innalzarono l’alta cima di Eshagila» ("casa dei Grandi Dèi") e «costruirono la torre alta come l’alto Cielo». Si trattò quindi di una sfrontatezza da parte del genere umano costruire la propria torre di lancio in un punto originariamente utilizzato dagli dèi per i loro scopi, dal momento che il nome di quel luogo – Babili – significava letteralmente "Porta degli Dèi". Vi sono altre prove a conferma del racconto biblico e della nostra interpretazione di esso? Il sacerdote e storico babilonese Beroso, che nel III secolo a. C. scrisse una storia del genere umano, affermò che i «primi abitatori di quella terra, che si vantavano della propria forza,… intrapresero la costruzione di una torre la cui "cima" doveva arrivare fino al cielo». Ma la torre venne rovesciata dagli dèi e dai forti venti «e gli dèi introdussero lingue diverse tra gli uomini che fino a quel momento avevano parlato tutti la stessa lingua». George Smith (The Caldean Account of Genesis, «Il racconto caldeo della Genesi») trovò tra gli scritti dello storico greco Esteo la notizia che, secondo "antiche tradizioni", le genti che erano sfuggite al Diluvio arrivarono a Senaar, presso Babilonia, ma se ne dovettero andare a causa della diversità delle lingue. Lo storico Alessandro Polistore (I secolo a. C.) scrisse che originariamente tutti gli uomini parlavano la stessa lingua. Poi alcuni cominciarono a costruire una torre altissima per poter "salire al cielo". Ma il capo degli dèi mandò a monte il loro progetto inviando una tempesta di vento; e a ogni tribù fu data una lingua diversa. «La città dove ciò avvenne era Babilonia». Non c’è dubbio, ormai, che i racconti biblici, come pure le cronache degli storici greci di 2.000 anni fa e del loro predecessore Beroso, derivano tutti da una fonte – sumerica - più antica. In tutte le versioni il tentativo di arrivare fino al cielo e la successiva confusione delle lingue sono elementi base del racconto.  Una stele sumerica custodita oggi al Louvre di Parigi sembra fornire una rappresentazione convincente dell’episodio biblico. La stele fu fatta costruire verso il 2300 a. C. da Naram-Sin, re di Akkad, e gli studiosi hanno sempre pensato che essa raffigurasse il re vittorioso sui suoi nemici. Ma la grande figura centrale porta in testa un copricapo ornato di corna, segno distintivo, come ormai sappiamo, degli dèi: si tratta quindi di un dio, non di un re umano. Inoltre, questo personaggio, molto più grande degli altri uomini che compaiono sulla stele, non ha proprio l’aria di essere il loro capo; anzi, sembra quasi che li schiacci sotto i suoi piedi. Quanto agli uomini, non sembrano impegnati in un’impresa bellica, ma paiono piuttosto marciare o star fermi in adorazione di quello stesso oggetto conico al quale è rivolto anche lo sguardo del dio. Armato di arco e lancia, il dio sembra guardare all’oggetto con aria minacciosa piuttosto che adorante.



L’oggetto conico sembra toccare tre corpi celesti. Se si tratta di uno shem, come parrebbero indicare le sue dimensioni, la forma e la funzione, allora la scena rappresenta probabilmente una divinità furiosa e armata fino ai denti che calpesta gli uomini che stanno festeggiando la costruzione di uno shem. La morale, dunque, nei testi mesopotamici come nel racconto biblico, è sempre la stessa: le macchine volanti erano fatte per gli dèi, non per gli uomini. Questi potevano salire alla dimora celeste solo per espresso desiderio degli dèi. E non mancano, sotto questo profilo, racconti che parlano di ascese al cielo e persino di viaggi spaziali. L’Antico Testamento narra l’ascesa al cielo di numerosi esseri umani. Il primo è Enoch, un patriarca dell’era antidiluviana prediletto da Dio, tanto da "camminare con il Signore". Egli era il settimo patriarca della linea di Adamo e il bisnonno di Noè, l’eroe del Diluvio. Il quinto capitolo del Libro della Genesi elenca la genealogia di tutti questi patriarchi precisando l’età in cui ciascuno di loro morì, tranne quella di Enoch, «che se ne era andato, perché il Signore l’aveva preso». Secondo l’interpretazione tradizionale, Dio aveva portato via Enoch perché questi ottenesse l’immortalità. Un altro mortale che ebbe il privilegio di salire al cielo è il profeta Elia, che fu sollevato da terra da un "turbine" di vento. C’è poi un terzo mortale, meno conosciuto, che, sempre secondo l’Antico Testamento, si recò alla dimora celeste e ne ricevette in dono grande saggezza. Si tratta di un re di Tiro, città fenicia sulla costa del Mediterraneo orientale. Nel capitolo 28 del Libro di Ezechiele si legge che il Signore ordinò al profeta di ricordare al re che, se egli era perfetto e saggio, era perché la Divinità gli aveva permesso di andare a visitare gli dèi:

Tu sei stato plasmato secondo un piano,
pieno di saggezza, perfetto in bellezza.
Tu sei stato nell’Eden, il giardino di Dio;
ogni pietra preziosa era il tuo bosco sacro…
Tu sei un cherubino consacrato, protetto;
e io ti ho posto sulla sacra montagna;
come se tu fossi un dio,
che si muove tra le Pietre Fiammeggianti.


Il Signore predisse quindi che il re di Tiro sarebbe comunque morto della morte "dei non circoncisi" per opera di una mano straniera, anche se avesse gridato «Io sono un dio», e spiegò anche il perché: dopo aver avuto accesso alla dimora divina e aver acquisito ogni sapienza e ricchezza, il suo cuore "si era riempito di orgoglio", egli aveva mal utilizzato il dono della saggezza e aveva contaminato i templi.

Perché il tuo cuore si è insuperbito
E tu hai detto «Io sono un dio;
mi sono seduto nella Dimora della Divinità,
nel mezzo delle acque»;
Anche se sei un uomo, non un dio,
hai inorgoglito il tuo cuore come quello di una divinità.


Anche i testi sumerici parlano di diversi mortali che ebbero il privilegio di salire al cielo. Uno di essi fu Adapa, l’"uomo modello" creato da Ea. Questi «gli aveva dato la saggezza, ma non gli aveva dato la vita eterna». Con il passare degli anni, Ea decise di strappare Adapa al suo destino mortale fornendogli uno shem con il quale raggiungere la dimora celeste di Anu e ricevere il Pane della Vita e l’Acqua della Vita. Quando Adapa arrivò alla dimora celeste, Anu volle sapere chi gli aveva fornito lo shem per arrivare da lui. Tanto i testi mesopotamici quanto quelli biblici riguardanti questi rari casi di ascesa di un mortale alla dimora degli dèi contengono elementi importanti. Anche Adapa, come il re di Tiro, era fatto di una "pasta" perfetta. Tutti avevano dovuto servirsi di uno shem – una "pietra fiammeggiante" – per raggiungere l’Eden, dopodiché alcuni erano tornati sulla Terra, mentre altri, come l’eroe mesopotamico del Diluvio, era rimasto a godersi la compagnia degli dèi. Fu appunto per trovare questo "Noè" mesopotamico e ottenere da lui il segreto dell’Albero della Vita che il sumero Gilgamesh partì per il suo epico viaggio.  La vana ricerca dell’Albero della Vita da parte dell’uomo mortale costituisce l’argomento di uno dei più lunghi e interessanti testi epici lasciati alla cultura umana dalla civiltà sumerica. "L’epica di Gilgamesh" come l’hanno chiamata gli studiosi moderni, racconta la storia dell’omonimo re di Ur, nato da padre mortale e da madre divina e perciò considerato "per due terzi dio e per un terzo uomo", una circostanza che lo portò a cercare in tutti i modi di sfuggire al destino mortale degli uomini. Essendo a conoscenza della tradizione dei padri, Gilgamesh sapeva che uno dei suoi antenati, Utnapishtim – l’eroe del Diluvio – era scampato alla morte ed era stato trasportato alla dimora celeste insieme alla sua sposa. Egli decise quindi di raggiungere quel luogo e di ottenere dal suo antenato il segreto della vita eterna. Il "viaggio lontano" di Gilgamesh era, naturalmente, quello verso la dimora degli dèi; lo accompagnava il suo amico Enkidu. I due erano diretti alla Terra di Tilmun, dove Gilgamesh avrebbe potuto innalzare uno shem per sé. Le traduzioni correnti usano il solito "nome" per rendere il sumerico mu o l’accadico shumu che compaiono nei testi antichi; noi, invece, useremo la parola shem, per chiarire meglio il vero significato del termine, ovvero "veicolo celeste".

Il sovrano Gilgamesh
Verso la Terra di Tilmun rivolse la mente.
E disse al suo compagno Enkidu:
«O Enkidu…
Vorrei entrare in quella Terra, innalzare il mio shem…
Nei luoghi dove vennero innalzati gli shem
Io voglio innalzare il mio».


Non riuscendo a dissuaderlo, sia gli anziani di Uruk sia gli dèi che Gilgamesh consultò gli consigliarono di ottenere prima il consenso e l’assistenza di Utu/Shamash. «Se vuoi davvero entrare in quella Terra, informa Utu», gli dissero. «É Utu che si occupa di quella Terra», continuavano a ripetergli. Alla fine Gilgamesh si risolse a chiedere il permesso a Utu:

Lasciami entrare in quella Terra,
lasciami innalzare il mio shem.
Nei luoghi dove vengono innalzati gli shem
Fa’ che io possa innalzare il mio.
Portami al luogo dell’atterraggio a…
Poni su di me la tua protezione!


Purtroppo una lacuna nella tavoletta ci impedisce di capire quale fosse il "luogo dell’atterraggio". Dovunque fosse, comunque, alla fine Gilgamesh e il suo compagno vi si avvicinarono. Era una "zona vietata", protetta da imponenti guardiani. Stanchi e assonnati, i due amici decisero di fermarsi a riposare per la notte e di riprendere il viaggio il giorno dopo. Si erano appena addormentati quando qualcosa li scosse e li svegliò. «Mi hai svegliato tu?» chiese Gilgamesh al suo compagno. «Ma sono sveglio?», si domandò, poiché vedeva cose insolite, talmente straordinarie che non sapeva più se era desto o stava sognando. Disse allora a Enkidu:

Nel mio sogno, amico mio, la terra si rovesciò.
E mi trascinò in basso, imprigionandomi i piedi…
Tutto era avvolto da una luce violenta!
Poi comparve un uomo,
che era il più bello della terra.
La sua grazia…
Egli mi trasse fuori dal terreno caduto.
Mi diede acqua da bere; il mio cuore si acquietò


Chi era dunque quest’uomo , "il più bello della terra", che tirò fuori Gilgamesh dal terreno franato, gli diede dell’acqua, "acquietò il suo cuore"? E che cos’era quella "luce violenta" che accompagnava quella strana frana? Incerto, turbato, Gilgamesh tornò ad addormentarsi, ma non per molto. Sentendosi misteriosamente svegliato, dunque, Gilgamesh si domandò chi mai l’avesse toccato: se non era stato l’amico, era forse l’opera di qualche dio passato lì vicino? Ancora una volta Gilgamesh si addormentò, e di nuovo, per la terza volta, si svegliò, e descrisse all’amico l’inquietante visione che aveva avuto.

Ciò che ho visto è stato davvero spaventoso.
I cieli stridevano, la terra tuonava;
la luce del giorno si spense e sopraggiunse l’oscurità.
Balenò un lampo, apparve una fiamma.
Le nubi si gonfiarono, piovve morte!
Poi la gran luce svanì; il fuoco si spense,
E tutto ciò che era caduto si era trasformato in cenere. 

Non occorre una grande immaginazione per vedere in questi versi il resoconto del lancio di un razzo. Anzitutto il fortissimo rumore provocato dall’accensione dei motori («i cieli stridevano»), accompagnato dallo scuotimento della terra («la terra tuonava»). Nuvole di fumo e polvere avvolsero il luogo del lancio («la luce del giorno si spense e sopraggiunse l’oscurità»), prima del bagliore diffuso dai motori accesi («balenò un lampo»); quando poi il razzo cominciò a salire verso il cielo, «apparve una fiamma». La nube di polvere e di detriti «si gonfiò» e poi incominciò a ricadere, e «piovve morte!». Il razzo era ormai alto nel cielo e puntava sempre più su («la gran luce svanì; il fuoco si spense») fino a scomparire dalla vista; e i detriti che erano caduti «si erano trasformati in cenere». Spaventato da ciò che aveva visto, e tuttavia più deciso che mai a raggiungere la sua destinazione, Gilgamesh si rivolse ancora una volta a Shamash per ottenerne protezione e sostegno. Dopo aver sopraffatto un "guardiano mostruoso", egli raggiunse la montagna di Mashu, da dove si poteva vedere Shamash "salire alla volta del cielo". Il suo primo obiettivo – il "luogo dove vengono innalzati gli shem" – era ormai a portata di mano, ma l’ingresso, che sembrava scavato nella montagna, era anch’esso custodito da feroci guardiani:

Essi incutono grande terrore,
hanno uno sguardo di morte.
Il loro fulgido cerchio di luce spazza le montagne.
Essi vegliano su Shamash
Mentre questi sale e scende.


Quando Gilgamesh spiegò la sua origine parzialmente divina, lo scopo del suo viaggio («Voglio domandare a Utnapishtim della vita e della morte») e il fatto che aveva l’autorizzazione di Utu/Shamash, le guardie gli permisero di proseguire. Gilgamesh riprese allora "la strada di Shamash", ma si ritrovò nella più fitta oscurità; "non vedendo niente né avanti né indietro", gridò per la paura. Dopo aver viaggiato per molti beru (un’unità di tempo o di distanza, o il cosiddetto "arco dei cieli") era ancora immerso nel buio, finché «quando ebbe raggiunto dodici beru, era ormai tornata la luce».  Il testo, lacunoso e alquanto confuso, continua poi con Gilgamesh che arriva in un magnifico giardino dove frutti e alberi erano scavati all’interno di pietre semi-preziose. É qui che abitava Utnapishtim. All’udire le domande di Gilgamesh, rispose in maniera deludente: l’uomo, disse Utnapishtim, non può sfuggire al suo destino mortale. Gli offrì però un modo di rimandare la sua morte, rivelandogli l’ubicazione della Pianta della Giovinezza, che si chiamava "L’uomo diventa giovane nella vecchiaia". Trionfante, Gilgamesh si procurò subito la pianta, ma, com’era destino, la perse scioccamente nel viaggio di ritorno, e così se ne tornò a Uruk a mani vuote. Mettendo da parte il valore letterario e filosofico del racconto, la storia di Gilgamesh ci interessa anzitutto per i suoi aspetti "aerospaziali". Lo shem che gli serviva per andare nella dimora degli dèi era senza dubbio una navicella spaziale, una di quelle che aveva visto partire quando si era fermato nel "luogo dell’atterraggio". I razzi, a quanto sembra, si trovavano all’interno di una montagna, e tutta la zona era "off limits", sorvegliata a vista. Nessuna rappresentazione artistica di ciò che Gilgamesh vide è ancora venuta alla luce, ma un dipinto trovato nella tomba del governatore egizio di una terra lontana mostra la testata di un razzo che fuoriesce dalla terra, in un luogo dove crescono palme da dattero. Il resto del razzo si trova chiaramente sottoterra, in una struttura artificiale fatta di segmenti tubolari e decorata con pelli di leopardo.



TIL.MUN si chiamava la terra verso cui si era diretto Gilgamesh, ovvero, letteralmente, "la terra dei missili". Era la terra dove si innalzavano gli shem, una terra posto sotto l’autorità di Utu/Shamash e dove si poteva vedere il dio "ascendere alla volta celeste". E anche se il corrispondente celeste di questo menbro del Pantheon dei Dodici era il Sole, noi riteniamo che il suo nome non significasse "Sole", ma che fosse un epiteto indicante le funzioni e le responsabilità del dio. Il suo nome sumerico, Utu, significava "colui che entra risplendendo", mentre il derivato accadico Shem-Esh, era più che esplicito: Esh vuol dire "fuoco", e shem… beh, ormai sappiamo bene che cosa significava originariamente!  Utu/Shamash era dunque "quello delle fiammeggianti navicelle a razzo". Era, suggeriano noi, il comandante del porto spaziale degli dèi. Il ruolo primario che Utu/Shamash rivestiva in tutto ciò che riguardava i viaggi alla dimora celeste degli dèi e le funzioni svolte dai suoi subordinati a tale riguardo si ritrovano con ulteriore dovizia di dettagli in un altro racconto sumerico che narra l’ascesa al cielo di un mortale. Dall’elenco dei re sumeri sappiamo che il tredicesimo sovrano di Kish era Etana, "colui che ascese al Cielo". Questa lapidaria affermazione non aveva bisogno di alcuna elaborazione o spiegazione, poiché la storia del re mortale che era salito al cielo era ben conosciuta in tutto l’antico Medio Oriente, come dimostrano le numerose raffigurazioni artistiche che illustrano questo soggetto. Secondo la tradizione Etana era stato incaricato dagli dèi di portare al genere umano sicurezza e prosperità, ovvero quelle caratteristiche che contraddistinguono una civiltà organizzata. Ma Etana, a quanto sembra, non poteva avere un figlio maschio che continuasse la dinastia; l’unico rimedio che si conoscesse era una certa Pianta della Nascita, che Etana doveva però andare a prendere in cielo. Come avrebbe fatto in seguito Gilgamesh, Etana si rivolse a Shamash per ottenerne permesso e assistenza; se leggiamo bene il seguito del racconto, risulta chiaro che ciò che Etana chiedeva a Shamash era uno shem!

O Signore, possa uscire dalla tua bocca!
Dammi la Pianta della Nascita!
Mostrami la Pianta della Nascita!
Soccorri le mie scarse capacità!
Concedimi di avere uno shem.


Lusingato dalle preghiere e dall’agnello che il re aveva sacrificato in suo onore, Shamash acconsentì alla richiesta di fornire a Etana uno shem. Ma invece di parlare di uno shem, gli disse che a portarlo in cielo sarebbe stata un’"aquila".Shamash indicò dunque a Etana la fossa in cui era stata posta l’Aquila e poi informò quest’ultima in anticipo della missione che si profilava. In uno scambio di enigmatici messaggi tra l’Aquila e "Shamash , il suo signore", questi le disse: «Ti manderò un uomo; egli prenderà la tua mano… guidalo… fa’ tutto ciò che ti dirà… fa’ come ti dico».Arrivato alla montagna che gli aveva indicato Shamash, «Etana vide la fossa» e, all’interno di essa, vide l’Aquila. «Guidata dal valoroso Shamash», l’Aquila entrò in contatto con Etana; questi gli spiegò ancora una volta la destinazione e lo scopo della missione, dopodiché l’Aquila cominciò a insegnargli il procedimento per sollevarla dalla fossa. I primi due tentativi non riuscirono, ma al terzo tentativo l’Aquila si sollevò da terra senza difficoltà. Appena spuntò il giorno, l’Aquila annunciò a Etana: «Amico mio… al Cielo di Anu ti porterò!». E, dopo avergli insegnato come fare per reggersi, partì – e in un attimo erano in alto, e salivano sempre di più. Il narratore descrive poi la Terra che appare a Etana sempre più piccola, e sembra quasi di leggere il racconto di un moderno astronauta che dalla sua navicella vede la Terra allontanarsi:

Quando furono saliti di un beru,
l’Aquila dice a Etana:
«Guarda amico mio, come appare la terra!
Guarda il mare ai lati della Casa della Montagna:
La Terra è diventata come una semplice collina,
la distesa del mare sembra una piccola pozza».


L’Aquila saliva sempre più in alto, e la Terra appariva sempre più piccola. Quando furono saliti di un altro beru, l’Aquila disse:

«Amico mio,
da’ un’occhiata e guarda come appare la terra!
La terra si è trasformata in un solco…
La distesa del mare è ormai ridotta a un cestino per il pane»…
E quando l’ebbe portato su di un terzo beru,
l’Aquila disse a Etana:
«Guarda amico mio, come appare la terra!
Sembra trasformata in un fossato da giardiniere!»


Finchè a un certo punto, dopo essere saliti ancora, la Terra scomparve improvvisamente dalla vista.

Mi guardai intorno e la terra era scomparsa,
i miei occhi non poterono posarsi
sull’ampia distesa del mare.


Secondo una versione del racconto, L’Aquila ed Etana raggiunsero il Cielo di Anu. Ma un’altra versione afferma che Etana si sentì gelare quando non vide più la Terra e ordinò all’Aquila di invertire la rotta e di "gettarsi a capofitto" verso la Terra. Ancora una volta, questa insolita descrizione della Terra vista dall’alto, da grande distanza, trova una corrispondenza in un passato biblico. Nell’esaltare il Signore Yahweh, il profeta Isaia disse di lui: «É colui che siede sul cerchio della Terra e da lì vede i suoi abitanti grandi come insetti».Il racconto di Etana, come abbiamo visto, ci dice che, cercando uno shem, Etana dovette comunicare con un’Aquila posta in una fossa. Un sigillo raffigura invece una struttura alta e munita di ali (forse una rampa di lancio?) dalla quale prende il volo un’aquila. Che cos’era, dunque, o chi era l’Aquila che condusse Etana nei cieli? Millenni dopo –nel luglio del 1969 – Neil Armstrong, comandante della navetta Apollo 11, comunicò alla base il felice esito del primo atterraggio dell’uomo sulla Luna con la frase: «Houston, l’Aquila è atterrata!». Aquila era il nome del modulo lunare che, staccatosi dalla navetta, portò sulla Luna i due astronauti che vi stavano dentro (e poi li riportò alla navetta). Quando il modulo lunare si separò per la prima volta per cominciare il suo volo nell’orbita della Luna, gli astronauti dissero al Centro di Controllo di Houston: «L’Aquila ha le ali». Ma il termine "Aquila" poteva indicare anche gli astronauti che si trovavano a bordo della navetta. Nella missione Apollo 11, "Aquila" era anche il simbolo degli astronauti stessi, che ne portavano l’emblema cucito sulle tute. Proprio come nel racconto di Etana, dunque, anch’essi erano Aquile che potevano volare, parlare e comunicare.



A questo punto è lecita una domanda: se un artista antico avesse dovuto rappresentare i piloti delle navicelle spaziali divine, in che modo lo avrebbe fatto? Forse raffigurandoli come aquile?  La risposta, almeno sulla base di ciò che è stato trovato, è un sì: un sigillo assiro databile al 1500 a. C. circa mostra due "uomini-aquila" che salutano uno shem. Sono state ritrovate numerose rappresentazioni di "Aquile" ( o "uomini uccello", come li chiamano gli studiosi) di questo genere, per lo più poste vicino all’Albero della Vita, a indicare che sono proprio loro, con il loro shem, a consentire il legame con la dimora celeste dove si trovano il Pane della Vita e l’Acqua della Vita. Anzi, in tali raffigurazioni solitamente le Aquile tengono in una mano il Frutto della Vita e nell’altra l’Acqua della Vita, in pieno accordo con quanto raccontano le storie di Adapa, Etana e Gilgamesh.




L’aspetto di queste aquile, quale appare dalle numerose rappresentazioni artistiche venute alla luce, non è mai quello di mostruosi "uomini-uccello", bensì di esseri antropomorfi che indossano costumi o uniformi che li fanno assomigliare ad aquile.




La leggenda ittita della scomparsa del dio Telepinu racconta che «i grandi dèi e gli dèi minori cominciarono a cercare Telepinu» e che «Shamash inviò un’Aquila veloce» per trovarlo. Nel Libro dell’Esodo, si dice che Dio ricordò ai figli d’Israele che «Io vi ho condotto sulle ali delle Aquile e vi ho portato da me», confermando, dunque, che solo con le ali delle Aquile si poteva raggiungere la dimora divina, proprio come ci dice la storia di Etana. I testi mesopotamici presentano sempre Utu/Shamash come il dio protettore del campo di atteraggio degli shem e delle Aquile. Come i suoi assistenti, poi, anch’egli veniva talvolta raffigurato con indosso il costume di un’Aquila.




Grazie a questa sua funzione, egli poteva garantire ai re il privilegio di "volare sulle ali degli uccelli" e di "innalzarsi dai cieli più bassi a quelli più alti". E quando veniva lanciato in alto a bordo di un razzo fiammeggiante, era colui «che viaggiava per distanze sconosciute, per un tempo senza fine».La terminologia sumerica per indicare gli oggetti connessi al volo celeste non si limitava al me indossato dagli dèi o al mu rappresentato dai loro "carri" conici. I testi sumerici che descrivono la città di Sippar ci dicono che essa aveva una parte centrale nascosta e protetta da mura possenti, al cui interno si trovava il tempio di Utu, "una casa simile a una casa nei cieli". In un cortile interno del tempio, anch’esso protetto da alte mura, stava «eretto verso l’alto, il possente APIN» ("un oggetto che si apre da sé la via", secondo i traduttori). Un disegno trovato presso la collina del tempio del dio Anu a Uruk rappresenta tale oggetto:




Qualche decennio fa avremmo avuto non poche difficoltà a capire di cosa si trattava, ma oggi sappiamo che esso è un razzo spaziale a diversi comparti, in cima al quale sta il conico mu, o cabina di comando. Le prove che gli dèi di Sumer possedessero non soltanto "camere volanti" per aggirarsi nei cieli più vicini alla Terra, ma anche vere e proprie navicelle a razzo a diversi comparti emerge anche dall’esame dei testi che descrivono gli oggetti sacri del tempio di Utu a Sippar. Vi si dice infatti che alla corte suprema di Sumer i testimoni dovevano prestare giuramento in un cortile interno, vicino a una porta attraverso la quale potevano vedere tre "oggetti divini": la "sfera d’oro" (forse la cabina dell’equipaggio?), il GIR e l’alikmahrati, un termine che letteralmente significa "avanzatore che fa muovere il veicolo", cioè quello che noi oggi chiameremmo motore. É più che probabile che ci troviamo di fronte a un riferimento alle tre parti di una navicella a razzo, con la cabina a modulo di comando a una estremità, i motori all’altra estremità e il gir al centro. Quest’ultimo era un termine molto utilizzato con riferimento a voli spaziali. Le guardie che Gilgamesh incontrò presso "il luogo di atterraggio" di Shamash erano chiamati uomini-gir; nel tempio di Ninurta, l’area interna sacra, la più sorvegliata, si chiamava GIR.SU ("dove compare il gir"). É ormai universalmente riconosciuto che gir era un termine utilizzato per descrivere un oggetto appuntito. Uno sguardo attento alla rappresentazione pittorica del termine ci consente di capire meglio la sua natura "divina": ciò che vediamo, infatti, è un oggetto allungato, a forma di freccia, suddiviso in diverse parti scompartimenti:


Il fatto che il mu potesse rimanere sospeso da solo nei cieli più vicini alla Terra, o volare sopra la terraferma quando era attaccato a un gir, o ancora diventare il modulo di comando di un apin a comparti plurimi testimonia l’alto livello di ingegneria che gli dèi di Sumer, gli Dèi del Cielo e della Terra, avevano raggiunto.  A questo punto, se riguardiamo l’insieme dei pittogrammi e degli ideogrammi sumerici, non possiamo più avere dubbi sul fatto che chiunque abbia tracciato quei segni conosceva bene forme e funzioni dei razzi e delle relative scie di fuoco, dei veicoli simili a missili e delle "cabine" celesti.


KA.GIR ("bocca del razzo") indicava un gir o razzo pinnato, contenuto in una struttura sotterranea simile a un pozzo.



ESH ("dimora divina") era la camera o modulo di comando di un veicolo spaziale


ZIK ("ascendente") Era forse un modulo ascendente in fase di decollo? Diamo un’occhiata, infine, al segno pittografico che indicava gli "dèi" in lingua sumerica. La parola era composta da due sillabe: DIN.GIR. Abbiamo già visto che cosa significava il simbolo di GIR: un razzo pinnato a due comparti. DIN, la prima sillaba, significava "virtuoso", "puro", "luminoso". Unite, dunque, le due sillabe DIN.GIR indicavano il concetto di "virtuosi degli oggetti luminosi, appuntiti", o, più esplicitamente, "i puri dei razzi fiammeggianti". Questo era il segno pittografico per din: 


Viene subito in mente un motore a reazione che sprigiona fiamme dalla parte posteriore, mentre quella anteriore è stranamente aperta. Proviamo ora a "scrivere" dingir combinando i due segni pittografici: scopriremo che la coda del gir pinnato si inserisce perfettamente nell’apertura frontale del din!




 
Ed ecco dunque lo sbalorditivo risultato: ci troviamo davanti a una vera navetta spaziale con razzo propulsore, munita di un modulo di atterraggio perfettamente agganciato: un meccanismo, dunque, non dissimile da quello dell’Apollo 11! Si tratta di un veicolo a tre comparti collegati fra loro: il comparto propulsore contiene i motori, quello centrale i viveri e gli equipaggiamenti, mentre la conica "camera del cielo" ospita gli individui chiamati dingir, gli dèi dell’antichità, gli astronauti di tanti millenni fa. A questo punto, possiamo avere ancora dei dubbi sul fatto che quando i popoli antichi parlavano dei loro Dèi del Cielo e della Terra intendevano riferirsi letteralmente a individui in carne e ossa, che erano scesi sulla Terra dal cielo? Persino gli antichi compilatori dell’Antico Testamento, che dedicarono la Bibbia a un unico Dio, ritennero necessario ammettere la presenza sulla Terra, in tempi antichissimi, di tali entità divine. La parte più problematica, quella che ha fatto inorridire traduttori e teologi, è l’inizio del sesto capitolo della Genesi. Il brano si colloca tra il resoconto del diffondersi dell’umanità attraverso le generazioni successive ad Adamo e la storia del risentimento divino nei confronti del genere umano immediatamente prima del Diluvio universale. Vi si afferma, inequivocabilmente, che a quel tempo

I figli degli dèi 
Videro le figlie dell’uomo e le trovarono belle;
E presero per mogli
Quelle che piacquero loro più di tutte.


Le implicazioni di questi versi e il parallelismo con i racconti sumerici sugli dèi, i loro figli e nipoti e sulla prole semidivina derivante dalla coabitazione tra dèi e mortali si fa ancora più evidente quando continuiamo nella lettura dei versi biblici:

I Nefilim erano sulla Terra,
in quei giorni e anche dopo,
quando i figli degli dèi
vivevano insieme alle figlie di Adamo,
e concepivano figli con esse.
Essi erano i potenti di Eternità –
Il popolo dello shem.


Quella che abbiamo proposto non è la traduzione tradizionale del passo biblico. Per molto tempo, infatti, l’espressione « I Nefilim erano sulla Terra» è stato tradotta con «Vi erano dei giganti sulla Terra»; traduttori più recenti, poi, riconoscendo l’errore, hanno pensato di risolvere ogni problema lasciando nella traduzione l’originario termine ebraico Nefilim. Quanto poi al verso «Il popolo dello shem», non c’è da stupirsi che sia stato sempre tradotto con «il popolo che ha un nome», cioè «il popolo famoso»; come abbiamo appena dimostrato, invece, il termine shem va preso nel suo significato originario – un razzo, una navicella a razzo. Che cosa significa, allora, il termine Nefilim? Derivato dalla radice semitica NFL ("essere gettato giù"), significa esattamente ciò che dice: coloro che sono stati gettati sulla Terra! Esegeti biblici e teologi contemporanei tendono a evitare questi scomodi versi, o spiegandoli allegoricamente o semplicemente ignorandoli. Al contrario, alcuni scritti ebraici dell’epoca di Secondo Tempio riconoscono in questi versi un’eco di antiche tradizioni riguardanti gli "angeli caduti". In qualche caso troviamo addirittura i nomi di queste entità divine «che caddero dal Cielo e furono sulla Terra in quei giorni»: Sham-Hazzai ("vedetta dello shem"), Uzza ("possente") e Uzi-El ("potere di Dio"). Malbim, un illustre commentatore biblico ebreo del XIX secolo, riconobbe queste antiche radici e spiegò che «anticamente i sovrani dei loro paesi erano i figli delle divinità che arrivarono sulla Terra dal Cielo, ed essi governarono la Terra e sposarono le figlie dell’uomo; e tra i loro discendenti si trovano eroi e uomini potenti, principi e sovrani». Tali storie, diceva Malbim, riguardavano gli dèi pagani, «figli delle divinità che in quei tempi antichissimi caddero dal Cielo sulla Terra… ed è per questo che si chiamavano "Nefilim", cioè "coloro che caddero giù"». Indipendentemente dalle implicazioni teologiche, non si può cancellare il significato originario e letterale di questi versi: i figli degli dèi che vennero sulla Terra dal Cielo erano i Nefilim. E i Nefilim erano il popolo dello Shem – il popolo delle navicelle a razzo.


(Fonte : art-litteram.com - Cinzia Baldini)