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venerdì 18 maggio 2018

SALUTI ALLA TERRA: E' ORA CHE GLI DEI ANUNNAKI TORNINO SU NIBIRU.


Ezechiele, sacerdote di Yahweh a Gerusalemme, era fra gli aristocratici e gli artigiani costretti all’esilio, insieme al re Gioacchino, dopo il primo attacco di Nabucodonosor a Gerusalemme nel 598 a.C.  Vennero deportati nella Mesopotamia settentrionale e si insediarono nel distretto del fiume Chebar, a poca distanza da Haran, loro patria ancestrale. Fu lì che Ezechiele ebbe la famosa visione di un carro celeste.

In quanto sacerdote ben avvezzo ai propri doveri, anche lui annotò il luogo e la data: fu il quinto giorno dell’esilio – 594/593 a.C.– «mentre mi trovavo fra i deportati sulle rive del canale Chebar, i cieli si aprirono ed ebbi visioni di Elohim», racconta Ezechiele all’inizio delle sue profezie; e ciò che vide, apparendo in un «turbine di vento», con tanto di luci intermittenti e circondato da una radianza, era un carro divino che si muoveva in tutte e quattro le direzioni; in alto si stagliava «una figura dalle sembianze umane»; udì poi una voce che si rivolgeva a lui chiamandolo «Figlio dell’Uomo», annunciandogli il compito profetico che lo attendeva.

L’affermazione iniziale del profeta in genere viene tradotta come “visioni divine”. Il termine Elohim, che è plurale, è stato sempre tradotto come “Dio” al singolare, anche se la Bibbia chiaramente lo considera un plurale, come nel caso dell’affermazione «E Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”» (Genesi 1, 26). 

Come ben sanno i miei lettori, la storia della creazione di Adamo è un sunto della versione più dettagliata e precisa dei testi della creazione sumeri, in cui un team di Anunnaki, guidati da Enki, usò tecniche di ingegneria genetica per “creare” Adamo. 

Il termine Elohim, abbiamo dimostrato più volte, faceva riferimento agli Anunnaki; e ciò che narrava Ezechiele era proprio l’incontro con i veicoli celesti degli Anunnaki, nei pressi di Haran. Ezechiele descrisse la navicella spaziale che aveva visto, nel primo capitolo e in quelli successivi, come il Kavod di Dio («Ciò che è pesante») – lo stesso termine usato nell’Esodo per descrivere il veicolo divino atterrato sul Monte Sinai. 

La descrizione della navicella resa da Ezechiele ha ispirato intere generazioni di studiosi e di artisti; le descrizioni risultanti sono cambiate con il trascorrere del tempo, di pari passo con l’avanzare della nostra tecnologia di volo. Testi antichi fanno riferimento sia alle navicelle spaziali, sia ad aerei e descrivono Enlil, Enki, Ninurta, Marduk, Thoth, Sin, Shamash e Ishtar – tanto per citare ipiù importanti – quali divinità che possedevano veicoli volanti e che erano in grado di viaggiare nei cieli della Terra o impegnarsi in battaglie aeree, come quelle fra Horus e Seth o Ninurta e Anzu (per non parlare degli dèi indoeuropei). 

Di tutte le descrizioni testuali e raffigurazioni pittografiche delle “barche celesti” degli dèi, quella che meglio sembra raffigurare il “turbine di vento” che vide Ezechiele sembra essere il “turbine di vento” raffigurato in un sito in Giordania (figura a lato), luogo dal quale il profeta Elia venne portato in cielo.

Era simile a un elicottero e doveva essere una sorta di navicella, di “traghetto”, che faceva la spola fra l’astronave madre e la Terra. La missione di Ezechiele era di portare la profezia ai suoi compatrioti in esilio e di avvisarli dell’arrivo del Giorno del Giudizio che avrebbe, appunto, “giudicato” le ingiustizie egli abomini di tutte le nazioni. Poi, un anno dopo, la stessa «figura dalle sembianze umane» comparve di nuovo, distese la mano, lo afferrò e lo riportò fino aGerusalemme, affinché continuasse lì l’opera di profetizzazione. 

La città, ricorderete, era stata assediata, ridotta alla fame, aveva subito una sconfitta umiliante, era stata saccheggiata, occupata dai Babilonesi, e ne erano stati deportati il re e i nobili. Giungendo lì, Ezechiele si trovò davanti a un totale sfacelo: non venivano più nemmeno osservate le leggi, né le prescrizioni religiose. Chiedendosi cosa mai stesse accadendo, udì i superstiti gemere e lamentarsi (8, 12):

Il Signore non ci vede,
il Signore ha lasciato il
paese!

Tavoletta VAT 7847
Questo era, come ipotizziamo, il motivo per cui Nabucodonosor osò attaccare nuovamente Gerusalemme e distruggere il Tempio di Yahweh. Fu un grido praticamente identico a quello che emise Adda Guppi ad Haran: «Sin, il signore degli dèi, si adirò con la sua città [e con il suo popolo] e [lasciando la Terra] salì al cielo; la città e il popolo che vi abitava caddero in rovina». 
Non possiamo essere certi del motivo per cui gli eventi della Mesopotamia settentrionale dettero origine alla consapevolezza, nella lontana Giudea, che anche Yahweh avesse lasciato la Terra, ma è evidente che la notizia si era diffusa ovunque. 

A dire il vero, la tavoletta VAT 7847, che abbiamo citato prima in relazione all’eclisse solare, afferma in una sezione profetica che riguarda calamità che durano 200 anni: 

Rombando in volo gli dèi 
lasceranno i paesi, 
si separeranno dal popolo.
Le genti lasceranno andare 
in rovina le dimore degli
dèi.
Cesseranno compassione e
benessere.
Enlil, adirato, ascenderà al
cielo.

Come nel caso di altri diversi documenti del tipo “Profezie Accadiche”, anche in questo caso gli studiosi ritengono questa una “profezia post evento” – ossia un testo che usa eventi già verificatisi quale base per predire altri eventi futuri. Ma sia come sia, qui ci ritroviamo di fronte a un documento che chiarisce la portata dell’esodo divino: gli dèi arrabbiati, guidati da Enlil, fuggirono dai propri paesi; dunque Sin non fu il solo ad arrabbiarsi e a partire.

Abbiamo ancora un altro documento. Gli studiosi lo hanno classificato come facente parte delle “profezie nelle fonti neo-assire”, pur se le parole d’apertura fanno pensare che l’autore sia un fedele di Marduk (babilonese?). Ecco cosa dice:

Marduk, l’Enlil degli dèi, si
infuriò. La sua mente,
accecata dall’ira,
ordì un piano malvagio per
distruggere il paese e le sue
genti.
Il suo cuore, colmo di furia,
era deciso a spianare la
Terra
e a distruggerne il popolo.
Una maledizione atroce gli
eruttò dalla bocca.
Segni infausti che 
indicavano
la rottura dell’armonia del
cielo
iniziarono ad apparire in
grande numero
in cielo e sulla Terra.
I pianeti nelle Vie di Enlil,
di Anu e di Ea
mutarono in peggio la
propria posizione,
sovente araldi di eventi
anomali.
Arhatu, il fiume
dell’abbondanza, si tramutò
in un flusso impetuoso.
Una violenta onda di acqua,
una violenta inondazione
come il Diluvio
spazzò via la città, le sue
case, i suoi santuari,
trasformandoli in rovine.
Gli dèi, le dee ebbero paura,
abbandonarono i loro
templi,volarono via come uccelli e 
ascesero al cielo.

Ciò che è comune a tutti questi testi sono le affermazioni che: 
a) gli dèi si arrabbiarono con il popolo; 
b) gli dèi “volarono via come uccelli”; 
c) ascesero al “cielo”. 

Ci viene riferito anche che la partenza era accompagnata da insoliti fenomeni celesti e da alcuni sconvolgimenti sulla Terra. Questi sono aspetti del Giorno del Signore, così come è stato annunciato dai profeti della Bibbia: la Partenza era legata al Ritorno di Nibiru: quando giunse Nibiru gli dèi lasciarono la Terra. Il testo della tavoletta VAT 7847 include anche un interessante riferimento relativo a un periodo calamitoso durato due secoli. 

Il testo non spiega se si trattava di una predizione di ciò che sarebbe successo a seguito della partenza degli dèi, o se fu durante questo periodo che crebbero rabbia e risentimento nei confronti dell’umanità, culminando nella Partenza. Gli indizi in nostro possesso sembrano avallare più questa seconda ipotesi; probabilmente non fu affatto una coincidenza che l’era della profezia biblica che riguardava i peccati delle nazioni e il giudizio nel Giorno del Signore ebbe inizio con Amos e Osea nel 760/750 a.C.: due secoli prima del Ritorno di Nibiru.

Per due secoli, da Gerusalemme – unico legittimo luogo del “Legame Cielo-Terra”, i profeti esortarono alla giustizia e all’onestà fra le genti e alla pace fra le nazioni, maledirono le offerte fini a se stesse e l’adorazione di idoli, denunciarono conquiste sanguinarie, distruzioni senza pietà e ammonirono una nazione dopo l’altra – inclusa Israele – che la punizione sarebbe stata inevitabile, ma, ahimè, le loro parole caddero nel vuoto.

Se le cose andarono davvero così, è probabile allora che la collera e la delusione degli dèi Anunnaki fossero cresciute lentamente, arrivando alla conclusione che era stato superato ogni ragionevole limite: era giunto il momento di lasciare la Terra. Questo episodio ci riporta alla mente la decisione degli dèi, guidati da un Enlil deluso, di non rivelare l’arrivo del Diluvio e di mettersi in salvo a bordo delle loro navicelle; ora, mentre Nibiru era di nuovo in avvicinamento, gli dèi enliliti programmarono la propria fuga.

Chi di loro partì, in che modo, e dove andarono, se Sin fu in grado di tornare indietro dopo appena alcuni decenni?

Per trovare una risposta è necessario ripartire dall’inizio.






Z.SITCHIN

mercoledì 2 maggio 2018

QUANDO GLI DEI LASCIARONO LA TERRA

La partenza degli Anunnaki dalla Terra fu un evento drammatico, accompagnato da teofanie, fenomeni insoliti, ripensamenti degli dèi e sciagure che colpirono l’umanità. Anche se ha dell’incredibile, la loro partenza è ampiamente documentata. Le prove ci giungono dal Vicino Oriente e dalle Americhe; alcuni dei documenti più espliciti e certamente più intensi provengono da Haran. Queste testimonianze non sono aleatorie: sono vere e proprie testimonianze oculari; ricordiamo, fra tutte, quelle del profeta Ezechiele. 

Turchia: Resti della città di Haran
I “rapporti” sono inseriti all’interno della Bibbia o sono stati incisi su colonne di pietra; si tratta di testi che narrano di eventi miracolosi che arrivano fino all’ascesa al trono dell’ultimo re di Babilonia. Oggi Haran è una cittadina molto tranquilla della Turchia occidentale, a poche miglia dal confine siriano (sì, esiste ancora e l’ho visitata). 

È circondata da fatiscenti mura di epoca islamica e i suoi abitanti vivono in capanne di fango a forma di alveare. Il pozzo dove, secondo la tradizione, Giacobbe incontrò Rachele è ancora lì, appena fuori dall’abitato, nei prati dove brucano le pecore, e da lì sgorga l’acqua più pura e fresca che si possa immaginare. Nell’antichità Haran era un fiorente centro commerciale, culturale, religioso e politico, al punto che persino il profeta Ezechiele (27, 24) – che visse nell’area insieme ad altri deportati da Gerusalemme – ne ricordava la fama: «cambiavano con te vesti di lusso, mantelli di porpora e di broccato, tappeti tessuti a vari colori, funi ritorte e robuste, sul tuo mercato». 

Era una città che dai tempi di Sumer era stata una “Ur distante da Ur”, un centro di culto del “dio della Luna” Nannar/Sin. La famiglia di Abramo finì con lo stabilirsi lì perché suo padre Terach era un Tirhu, un sacerdote-oracolo, prima a Nippur e poi nel tempio di Nannar/Sin ad Haran. Dopo la distruzione di Sumer a opera del Vento del Male – l’olocausto nucleare – Nannar e la sua sposa Ningal si stabilirono ad Haran. Pur se Nannar (“Su-en”, o Sin in breve in accadico) non era l’erede legittimo di Enlil – lo era infatti Ninurta – era comunque il primogenito di Enlil e della sua sposa Ninlil, un primogenito sulla Terra.


Uomini e dèi adoravano profondamente Nannar/Sin e la sua sposa; gli inni in loro onore ai tempi gloriosi di Sumer e le lamentazioni per la desolazione di Sumer e, in particolare di Ur, rivelano il profondo amore e la grande ammirazione che il popolo nutriva nei confronti di questa coppia divina. Ora, il fatto che, a distanza di secoli, Esarhaddon si recasse da un Sin invecchiato («appoggiato a un bastone») per chiedergli consiglio in merito all’invasione dell’Egitto, e che i reali in fuga dall’Assiria facessero sosta ad Haran, sono chiari indicatori dell’importanza che Nannar/Sin e la sua città continuarono ad avere sino alla fine.

Tra le rovine del grande tempio a lui dedicato in quella città, l’E.HUL.HUL (“Casa della Doppia Gioia”) gli archeologi hanno scoperto quattro stele, collocate una a ciascun angolo della sala riservata alle preghiere. 


Le iscrizioni sulle stele rivelavano che due erano state erette dalla somma sacerdotessa del tempio, Adda-Guppi, e due da suo figlio Nabunaid, ultimo re di Babilonia. 

Adda-Guppi, esperto funzionario del tempio, con ben chiaro in mente il concetto di “storia”, fornì nelle sue iscrizioni date precise relative agli straordinari avvenimenti di cui era stata testimone. Le date, legate come consuetudine agli anni di regno dei re, sono state verificate dagli studiosi moderni. È quindi certo che la sacerdotessa nacque nel 649 a.C., visse durante i regni di diversi re assiri e babilonesi e morì alla veneranda età di 104 anni.

Ecco cosa scrisse sulla sua stele che riguardava il primo di una serie di eventi sconcertanti: 

Fu nel sedicesimo anno di
Nabupolassar,
re di Babilonia, quando Sin,
signore degli dèi
si adirò con la sua città e
con il suo tempio
e salì al cielo;
e la città e il popolo che vi
abitava caddero in rovina.

Il sedicesimo anno di Nabupolassar fu il 610 a.C. – un anno memorabile, il lettore ricorderà, in cui l’esercito di Babilonia catturò Haran da ciò che restava della famiglia reale assira e del suo esercito, e un Egitto rinvigorito decise di catturare i siti legati allo spazio. Fu allora, scrisse Adda-Guppi, che Sin si adirò, tolse la propria protezione alla città, fece armi e bagagli e «salì al cielo»! Documentò accuratamente ciò che accadde poi nella città catturata: «E la città, e il popolo che vi abitava caddero in rovina». 

Mentre altri sopravvissuti scapparono, Adda-Guppi rimase. «Ogni giorno, senza mai smettere, notte e giorno, per mesi, per anni» continuò a restare vigile nel tempio in rovina. In segno di dolore, scriveva, «smisi gli abiti di lana preziosa, tolsi i gioielli, non portai più né oro, né argento, rifiutai i profumi e gli oli profumati». Come un fantasma che vagava nel tempio abbandonato, «in un abito lacero ero avvolta; andavo e venivo senza far rumore».

Poi, nel recinto sacro e desolato, trovò un abito che un tempo era appartenuto a Sin. Per la sacerdotessa addolorata era un segnale inviato dal dio, che, all’improvviso, le aveva dato prova tangibile della sua presenza. Non riusciva a staccare gli occhi dalla veste sacra, né osava toccarla, tranne che «prendendone l’orlo». Come se il dio stesso fosse stato lì a sentirla, si prostrò e «in preghiera e umiltà» pronunciò un voto: «Se ritornerai nella tua città, ti venererà tutto il popolo dalla testa nera!». 

«Il popolo dalla testa nera» era un termine che usavano i Sumeri per descrivere se stessi; il fatto che la sacerdotessa usasse questa espressione circa1.500 anni dopo la scomparsa di Sumer era pregno di significato: prometteva al dio che, se avesse fatto ritorno, avrebbe ripristinato il suo culto come nell’antichità, diventando nuovamente il signore dio di una restaurata Sumer e Akkad. Per convincerlo, Adda Guppi offrì uno scambio: se lui fosse ritornato e avesse usato i suoi poteri per far salire al trono di Assiria e Babilonia suo figlio Nabunaid, questi avrebbe restituito all’antico splendore il tempio di Sin non solo ad Haran, ma anche a Ur e avrebbe proclamato l’adorazione di Sin quale religione di stato in tutte le terre abitate dal Popolo dalla Testa Nera!

Toccando l’orlo dell’abito del dio, Adda Guppi pregò giorno dopo giorno; poi, una notte, il dio le apparve in sogno e accettò la sua proposta. Al dio della Luna, scrisse Adda-Guppi, piacque la sua idea: «Sin, signore degli dèi di cielo e terra, per le mie buone azioni mi guardò con fare benevolo; prestò ascolto alle mie preghiere; accettò i miei voti. La collera del suo cuore si calmò. Si riconciliò con Ehulhul, il suo tempio ad Haran, la residenza divina della quale il suo cuore gioiva; e cambiò idea». Il dio, scrisse Adda-Guppi, accettò la proposta: 

Sin, signore degli dèi,
guardò con favore le mie 
parole.
Nabunaid, mio unico figlio,
frutto del mio grembo,
chiamò al potere sovrano,
alla signoria di Sumer e
Akkad.
Pose nelle sue mani
tutte le terre dai confini
dell’Egitto,
dal Mare Superiore al Mare
Inferiore.

Entrambe le parti mantennero la promessa. «Io stessa l’ho vista realizzata» affermava Adda-Guppi nella parte finale dell’iscrizione: Sin «tenne fede alla parola data» e, nel 555 a.C., fece salire al trono di Babilonia Nabunaid; questi, a sua volta, mantenne la promessa fatta da sua madre, ossia di restaurare il tempio Ehulhul ad Haran «perfezionandone la struttura». Rinnovò l’adorazione di Sin e di Ningal (Nikkal, in accadico) – «ripristinò tutti i riti caduti in oblio».

Poi si verificò un grande miracolo, un evento che non si vedeva da generazioni. 

Questo evento è descritto nelle due stele di Nabunaid, in cui viene ritratto tenendo in mano un bastone insolito, e di fronte ai simboli celesti di Nibiru, della Terra e della Luna (figura a lato):



Questo è il grande miracolo
di Sin.
Da tempo immemorabile
gli dèi non ne compiono
nel paese;
un miracolo
che il popolo della Terra
non ha né visto, né trovato
scritto
sulle tavolette sin 
dall’antichità:
che Sin, Signore degli dèi e
delle dee,
che risiede nei cieli,
dai cieli è sceso:
e si è mostrato a Nabunaid,
re di Babilonia.

Sin, sta scritto, non tornò da solo. Stando ai testi, entrò nell’Ehulhul restaurato in processione solenne, accompagnato dalla sua sposa Ningal/Nikkal e dal suo aiuto, il Messaggero Divino Nusku.
Il ritorno miracoloso di Sin “dai cieli” solleva numerose domande: prima fra tutte è dove – “nei cieli” – era stato per cinque o sei decenni. Le risposte si possono dare solo combinando le antiche prove con le scoperte più recenti di scienza e tecnologia. Ma, prima di rivolgere la nostra attenzione a questi argomenti, è importante esaminare tutti gli aspetti della Partenza, perché non era solo Sin che si «adirò con la sua città» e, lasciando la Terra, «salì al cielo». 

Lo straordinario andirivieni dai cieli descritto da Adda-Guppi e Nabunaid si verificò ad Haran – una località importante, infatti, in quella stessa zona viveva un altro “testimone oculare”: il profeta Ezechiele; anche lui parlò esaurientemente dell’argomento. 



Z.SITCHIN