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mercoledì 13 dicembre 2017

LA VISIONE DI BALAAM

Amenohotep IV o Amenophis IV alias AkhenAten
Circa sessanta anni dopo l’Esodo degli Israeliti, in Egitto si verificarono sviluppi religiosi decisamente insoliti. Alcuni studiosi li considerano come un tentativo di adottare il monoteismo – forse sotto l’influenza delle rivelazioni del Monte Sinai, durante il regno di Amenohotep IV (a volte chiamato Amenophis IV), che lasciò Tebe e i suoi templi, rinunciò al culto di Amon e dichiarò ATEN quale unico dio creatore. Come dimostreremo, non si trattava della eco di monoteismo, bensì di un ulteriore araldo di un atteso Ritorno: il ritorno – alla vista – del Pianeta della Croce.

Il faraone in questione è meglio conosciuto con il nome adottato, Akhen Aten (“Il servo/adoratore di Aten”), e la nuova capitale e centro religioso che aveva stabilito, Akhet Aten (“Aten dell’Orizzonte”), è più famosa con il nome moderno del sito, Tell-el Amarna (dove venne scoperto il famoso archivio di antica corrispondenza internazionale). Rampollo della famosa diciottesima dinastia d’Egitto, Akhenaten regnò dal 1379 al 1362 a.C. e la sua rivoluzione religiosa non ebbe vita lunga. 

La casta sacerdotale di Amon, a Tebe, guidò l’opposizione, presumibilmente perché privata di potere e ricchezza, ma naturalmente è possibile anche che le obiezioni fossero di natura puramente religiosa, perché i successori di Akhenaten (dei quali il più famoso è senz’altro Tutankamon) ripresero la consuetudine di inserire Ra/Amon nei loro nomi teoforici. Subito dopo la scomparsa di Akhenaten, la nuova capitale, i suoi templi e il suo palazzo furono abbattuti e sistematicamente distrutti. Tuttavia i resti che gli archeologi hanno ritrovato gettano sufficiente luce per comprendere Akhenaten e la sua religione.

Il concetto che l’adorazione di Aten fosse una forma di monoteismo deriva essenzialmente da alcuni degli inni ad Aten che sono stati riportati alla luce; includono versi del tipo: «O unico dio, come te nessuno altro […] il mondo è nato dalla tua mano». Il fatto che in una chiara digressione dalle consuetudini egizie venne severamente vietata la rappresentazione di questo dio in forma antropomorfa, sembra la stessa proibizione di Yahweh, nei Dieci Comandamenti, di fare “idoli” da venerare. Inoltre, alcune parti degli inni ad Aten sembrano veri e propri cloni dei Salmi della Bibbia:

O Aten vivente,
quanto sono grandi le tue
opere!
Sono nascoste alla vista
degli uomini.
O unico dio, non esiste
altro dio all’infuori di te!
Tu creasti la terra secondo i 
tuoi desideri
mentre eri solo.

Il famoso egittologo James H. Breasted (The Dawn of Conscience) confrontò i sopracitati versetti con il Salmo 104, a partire dal verso 24:

Quanto sono grandi,
Signore, le tue opere!
Tutto hai fatto con
saggezza,
la terra è piena delle tue
creature.

L’analogia, tuttavia, esiste non perché l’inno egizio e il salmo della Bibbia si copino, ma perché entrambi parlano dello stesso dio celeste dell’Epica Sumera della Creazione – di Nibiru – che dette forma ai cieli e creò la Terra, dandole il “seme della vita”. Praticamente non esiste un libro sull’antico Egitto che non confermi che il disco di “Aten”, che Akhenaten fece oggetto centrale di culto, rappresentava il benevolo Sole. Ma, se fosse realmente così, sarebbe ben strano che, contravvenendo alle usanze dell’architettura egizia, che orientava i templi ai solstizi su un asse sud-est–nord-ovest, Akhenaten orientò il suo tempio di Aten su un asse est-ovest, con l’ingresso rivolto a ovest, lontano dalla Levata Eliaca. Se era in attesa di una comparsa celeste da una direzione opposta a quella da cui sorge il Sole, vuol dire allora che non stava aspettando il Sole.

Una lettura più attenta degli inni rivela che il “dio stella” di Akhenaten non era Ra in quanto Amon, “l’Invisibile”, bensì un tipo diverso di Ra: era il dio celeste che era «esistito da un tempo primevo […] Colui che si rinnova» quando riappare in tutta la sua gloria, un dio celeste che «andava via e ritornava». Nella quotidianità queste parole potevano applicarsi al Sole, ma a lungo termine la descrizione si adattava solo a Ra come Nibiru: diventava invisibile, recitava l’inno, perché era «distante nei cieli» perché andava «al di là dell’orizzonte, nell’alto dei cieli». 

E ora, annunciava Akhenaten, stava tornando in tutta la sua gloria. Gli inni ad Aten profetizzavano la sua ricomparsa, il suo ritorno «bello all’orizzonte del cielo […] lucente, bello, forte» araldo di un periodo di pace e di benevolenza per tutti. 

Queste parole esprimono chiare aspettative messianiche che nulla hanno a che fare con il Sole. In sostegno della spiegazione “Aten è il Sole” vengono offerte diverse raffigurazioni di Akhenaten; mostrano (vedi foto) lui e sua moglie benedetti o intenti a pregare una stella radiosa; secondo la maggior parte degli egittologi è il Sole. 


Gli inni fanno riferimento ad Aten come manifestazione di Ra, il che – per quegli egittologi che ritengono che Ra sia il Sole – significa che anche Aten rappresenti il Sole; ma se Ra era Marduk e il Marduk celeste era Nibiru, allora anche Aten rappresentava Nibiru e non il Sole. 

Prove ulteriori arrivano da diverse mappe celesti, alcune raffigurate su coperchi dei sarcofagi (foto a lato), che mostravano chiaramente le dodici costellazioni dello zodiaco, il sole radioso, e altri membri del sistema solare; ma il pianeta di Ra, il “Pianeta di Milioni di Anni”, viene mostrato come pianeta in più nella sua grande barca celeste dietro il Sole, con all’interno anche il geroglifico che significa “dio” – “Aten” di Akhenaten.

Cosa era allora quell’innovazione di Akhenaten o, piuttosto, quella “digressione” dalla linea religiosa ufficiale? In sostanza la sua digressione era lo stesso vecchio dibattito che aveva avuto luogo 720 anni prima
riguardo ai tempi. Ci si chiedeva, infatti: è arrivato il momento della supremazia di Marduk/Ra, è già iniziata nei cieli l’Era dell’Ariete? 

Ben-Ben
Akhenaten aveva spostato il problema dal Tempo Celeste (orologio zodiacale) al Tempo Divino (tempo orbitale di Nibiru), modificando la domanda: Quando il dio celeste Invisibile riapparirà e diventerà visibile «bello all’orizzonte del cielo»? La maggiore eresia agli occhi dei sacerdoti di Ra/Amon può essere giudicata dal fatto che aveva eretto un monumento speciale che onorava il Ben-Ben – un oggetto venerato nell’antichità, il veicolo con il quale Ra era arrivato sulla Terra dai cieli.

Era un’indicazione, crediamo, del fatto che ci si aspettava una Ricomparsa di Aten, un Ritorno non soltanto del Pianeta degli Dèi, bensì un Nuovo Arrivo degli stessi dèi! Questa, dobbiamo concludere, era l’innovazione, la differenza introdotta da Akhenaten. Sfidando l’establishment sacerdotale e, senza dubbio prematuramente secondo i loro calcoli, annunciava l’arrivo di una nuova era messianica. Questa ere si aera aggravata dal fatto che gli annunci di Akhenaten sul ritorno di Aten erano accompagnati da un’affermazione personale: Akhenaten ripeteva sempre più spesso di essere il figlio-profeta del dio, colui “che uscì dal corpo del dio” e al quale – a lui soltanto – erano rivelati i piani del dio: 

Non c’è nessun altro che ti conosce, 
tranne tuo figlio Akhenaten;
Tu lo hai reso saggio nei
tuoi piani.

E anche questo era inaccettabile per i sacerdoti tebani di Amon. Non appena Akhenaten scomparve dalla scena (e non è ben chiaro in che modo...), ripristinarono il culto di Amon – il dio Invisibile – e distrussero tutto ciò che aveva eretto Akhenaten. Che l’episodio di Aten in Egitto – come pure l’introduzione del Giubileo, l’Anno dell’Ariete – fossero i fremiti di un’aspettativa più ampia del Ritorno di un “dio delle stelle” è chiaro grazie a un altro riferimento all’Ariete, e da un’altra manifestazione di un Conto alla Rovescia in attesa di un Ritorno.

È la documentazione di un incidente anomalo che si verificò alla fine dell’Esodo. È una narrazione che trabocca di eventi inquietanti ed enigmatici, e che termina con una visione divina di ciò che sarebbe dovuto venire. La Bibbia afferma ripetutamente che sono «un abominio agli occhi di Yahweh» le forme di divinazione fatte con le interiora degli animali o consultando spiriti, profeti, indovini, maghi, divinatori – in pratica tutte le forme di magia in uso nelle altre nazioni e che gli Israeliti devono evitare. 

Balaam
Allo stesso tempo, però, affermava – citando Yahweh – che sogni, oracoli e visioni potevano essere dei mezzi legittimi per le comunicazioni divine. Ed è questa distinzione che spiega perché il Libro dei Numeri dedica tre lunghi capitoli (22-24) per raccontare – e approvare – la storia di un indovino non israelita e di un oracolo. Il suo nome era Bil’am, Balaam, nella Bibbia. Gli avvenimenti descritti in quei capitoli si verificarono quando gli Israeliti (“Figli di Israele”, nella Bibbia), dopo aver lasciato la penisola del Sinai costeggiarono il Mar Morto a est, avanzando verso nord. 

Quando incontrarono i piccoli regni che occupavano le terre a est del Mar Morto e del fiume Giordano, Mosè chiese ai loro sovrani il permesso di passare in pace. Gli venne rifiutato. Gli Israeliti, che avevano appena sconfitto gli Ammoniti che avevano loro impedito di passare in pace, si «erano accampati nelle piane di Mo’ab, sul versante del Giordano di fronte a Gerico», in attesa del permesso del re moabita di attraversare il suo paese. Riluttante a lasciar passare “l’orda”, ma al contempo timoroso di combattere contro di loro, il re di Mo’ab – Balak, figlio di Zippor – ebbe un’idea brillante. Inviò degli emissari da un famoso oracolo, Balaam, figlio di Beor, lo fece condurre al suo cospetto egli chiese di “maledire quel popolo”, di far sì che potessero essere sconfitti e scacciati.

Balaam dovette essere chiamato diverse volte prima di accettare il compito. Un Angelo di Dio (il termine ebraico, Mal’a’ach, significa letteralmente “emissario”) fece la sua comparsa e intervenne prima a casa di Balaam (un qualche luogo nei pressi del fiume Eufrate?) e poi lungo la strada che conduceva a Mo’ab: a volte era invisibile e a volte era visibile. L’Angelo consentì a Balaam di accettare il compito solo dopo essersi assicurato che questi aveva capito che doveva pronunciare solo oracoli ispirati da dio. Stranamente, Balaam chiamava Yahweh “mio Dio” nel ripetere questa condizione, prima agli ambasciatori del re e poi al sovrano moabita in persona.

Vennero quindi organizzate una serie di profezie. Il re condusse Balaam sulla cima di una collina dalla quale si poteva scorgere tutto l’accampamento degli Israeliti, e su istruzione del veggente innalzò sette altari, sacrificò sette tori e sette arieti e attese l’oracolo; ma dalla bocca di Balaam non uscirono parole di accusa nei confronti degli Israeliti, bensì di elogio. Il re moabita, ancora scettico, condusse Balaam su un altro monte, dal quale si poteva scorgere solo un lembo dell’accampamento israelita, e ripeté unaseconda volta la procedura. Ma di nuovo l’oracolo di Balaam elogiò gli Israeliti e non li maledisse: «li vedo uscire dall’Egitto protetti da un dio con le corna di ariete», disse «è una nazione destinata alla sovranità, una nazione che nascerà come un leone».

Ben deciso a tentare ancora, il re portò Balaam sulla cima di una montagna che guardava il deserto, dal lato opposto all’accampamento israelita: «Forse gli dèi ti consentiranno di maledire lì», disse. Vennero eretti nuovamente sette altari, sui quali vennero sacrificati sette tori e sette arieti. Ma Balaam ora vedeva gli Israeliti e il loro futuro non con occhio umano, bensì in una “visione divina”. Per la seconda volta vide la nazione protetta, nell’uscire dall’Egitto, protetta da un dio con corna di ariete e vide di nuovo Israele come nazione che «sorgerà come un leone».

Quando il re moabita protestò, Balaam gli spiegò che, indipendentemente dalle quantità di oro e di argento che gli avesse offerto, lui poteva pronunciare solo le parole che Dio metteva nella sua bocca. Il re, profondamente deluso, gettò la spugna e congedò Balaam. Ma a quel punto Balaam gli offrì un consiglio gratuito: «Ti predirrò ciò che questo popolo farà al tuo popolo negli ultimi giorni» e proseguì, descrivendo la visione divina del futuro paragonandola a una “stella”:

Io la vedo, ma non ora,
io la contemplo, ma non da
vicino.
Una stella spunta da
Giacobbee uno scettro sorge da
Israele,
spezza le tempie di Moab
e il cranio dei figli di Seth.

(Numeri 24,17)

Amon
Balaam allora si voltò e guardò gli Edomiti, gli Amalekiti, i Keniti e altre nazioni cananee e pronunciò un oracolo su di loro: «Coloro che sopravviveranno alla collera di Giacobbe cadranno nelle mani dell’Assiria; poi giungerà la volta dell’Assiria e perirà per sempre». E, dopo aver pronunciato quell’oracolo, «Balaam si alzò e tornò al suo paese, mentre Balak sene andò per la sua strada». Pur se l’episodio di Balaam è stato ovviamente oggetto di discussione da parte di studiosi della Bibbia e di teologi, resta pur sempre sconcertante e misterioso. 

Il testo passa con disinvoltura da riferimenti agli Elohim (“dèi”, al plurale) a Yahweh, l’Unico Dio, quale Presenza Divina. Trasgredisce in maniera grave la proibizione più elementare della Bibbia parlando del dio che condusse gli Israeliti fuori dall’Egitto, affermando che era un «Dio con corna di ariete» – un’immagine che corrisponde alla raffigurazione egizia di Amon! 

L’aperta approvazione della Bibbia nei confronti di un oracolo (ricordiamo che Yahweh proibiva qualsiasi forma di previsione, di divinazione, di oracolo, ecc. ecc.) non fa altro che confermare che tutta questa storia non era di origine israelita e che la Bibbia l’aveva incorporata, dedicandole notevole spazio; quindi l’incidente e il suo messaggio devono essere stati considerati un preludio importante per giustificare il possesso da parte degli Israeliti della Terra Promessa.

Il testo suggerisce che Balaam fosse un arameo, che risiedeva nei pressi dell’Eufrate; i suoi oracoli profetici spaziavano dal destino dei Figli di Giacobbe alla collocazione di Israele fra le nazioni, a profezie relative al futuro di queste altre nazioni: anche la lontana Assiria, prima ancora che divenisse una potenza imperiale. Gli oracoli erano dunque l’espressione di aspettative più ampie non israelite a quei tempi. Ma includendo questa narrazione, la Bibbia ha unito il destino di Israele con le aspettative universali dell’umanità.
Queste aspettative, indica l’episodio di Balaam, erano incanalate lungo due direttive: il ciclo zodiacale da una parte e la rotta della Stella che Ritorna dall’altro.


Z.SITCHIN

martedì 12 dicembre 2017

NON AVRAI ALTRO DIO ALL'INFUORI DI ME

La Bibbia ebraica, nota come la Torah (gli“ Insegnamenti”), è composta da cinque libri. Il primo, la Genesi, narra la storia della Creazione, di Adamo, di Noè fino ai Patriarchi e a Giuseppe. Gli altri quattro libri: l’Esodo, il Levitico, i Numeri e il Deuteronomio narrano la storia dell’Esodo e citano le regole e i regolamenti della nuova religione di Yahweh. Si afferma chiaramente la creazione di una nuova religione, che determinava un nuovo modo di vivere “sacerdotale”: «Non farete come si fa nel paese d’Egitto, dove avete abitato, né farete come si fa nel paese di Canaan dove io vi conduco, né imiterete i loro costumi» (Levitico 18, 3).

Dopo aver stabilito le basi della fede («Non avrai altro Dio all’infuori di me») e il codice morale ed etico in appena Dieci Comandamenti, seguono pagine e pagine di prescrizioni alimentari molto rigide, regole per i rituali e per gli abiti dei sacerdoti, insegnamenti di natura medica, indicazioni relative all’agricoltura, istruzioni architettoniche, regole per le famiglie e per la condotta sessuale, leggi sulla proprietà e contro i crimini, ecc. ecc.

Rivelano una conoscenza magistrale praticamente in ogni disciplina scientifica, esperienza nei metalli e nei tessuti, conoscenza dei sistemi legali e dei problemi della società, una certa familiarità con il paese, con la storia, le abitudini e le divinità di altre nazioni – nonché alcune preferenze numeriche.

È ovvia la preferenza per il numero dodici: le dodici tribù di Israele, o i dodici mesi dell’anno. Altrettanto ovvia è la predilezione per il numero sette, in particolare nelle festività e nei rituali, e nell’istituire una settimana di sette giorni e nello stabilire il settimo giorno come il Sabbath. Quaranta è un numero speciale, come nei quaranta giorni e nelle quaranta notti che Mosè trascorse sul Monte Sinai, o i quaranta anni ai quali gli Israeliti furono condannati a vagare nel deserto del Sinai. Questi numeri ci risultano familiari grazie alle narrazioni sumere: i dodici membri del sistema solare e il calendario di dodici mesi di Nippur; il sette, quale numero planetario della Terra (quando gli Anunnaki contavano i pianeti partendo dall’esterno verso l’interno del sistema solare) e di Enki in quanto Comandante della Terra; il quaranta come numero di rango di Ea/Enki.

Marduk 
È presente anche il numero cinquanta. Il cinquanta, come ben sa il lettore, era un numero con aspetti “importanti”: era il rango originario di Enlil e il rango che spettava al suo erede legittimo, Ninurta; e, ancora più importante, ai tempi dell’Esodo, connotava il simbolismo di Marduk e dei suoi Cinquanta Nomi. Per questo motivo dobbiamo prestare grande attenzione quando leggiamo che al “cinquanta” veniva attribuita un’importanza straordinaria: era usato per creare una nuova unità di Tempo, il Giubileo, che si festeggia, appunto, ogni cinquanta anni. Mentre il calendario di Nippur era chiaramente adottato come il calendario secondo il quale venivano osservate le festività e altri riti religiosi israeliti, regole speciali venivano dettate per il cinquantesimo anno; gli veniva attribuito anche un nome speciale, Anno del Giubileo: «Sarà per voi un Giubileo» (Levitico, capitolo 25).

“In quell’anno” ci sarebbe stata una libertà mai conosciuta in precedenza. Il conto si sarebbe fatto contando sette volte sette anni il Giorno dell’Espiazione del Nuovo Anno; poi, al decimo giorno del settimo mese (il Giorno dell’Espiazione) dell’anno successivo, il cinquantesimo, «si farà squillare il corno di un ariete in tutto il paese e sarà proclamata la liberazione del paese e di tutti i suoi abitanti; ognuno tornerà alla propria famiglia e alla propria proprietà – tutte le vendite di terreni e di case saranno riscattabili e dichiarate nulle; gli schiavi (che devono essere trattati sempre quali aiutanti) saranno liberati, e la libertà verrà data alla terra non lavorandola quell’anno».

Per quanto il concetto di un “Anno di Libertà” sia nuovo e unico, la scelta del cinquanta quale unità calendarica sembra davvero singolare (abbiamo adottato il cento – il secolo – quale unità di tempo). Poi il nome dato a questo cinquantesimo anno è ancora più intrigante. La parola tradotta comunemente come “Giubileo” è Yovel; nella Bibbia ebraica significa “ariete”. Si può dire, quindi, che veniva dichiarato “l’Anno dell’Ariete”, che si sarebbe ripetuto ogni cinquanta anni e che sarebbe stato annunciato suonando il corno di un ariete.

Quetzalcoatl
Sia la scelta del cinquanta come nuova unità di tempo, sia il suo nome, sollevano una domanda inevitabile: c’era forse un aspetto nascosto, legato a Marduk e alla sua Era dell’Ariete? Agli Israeliti era forse stato detto di continuare a contare “cinquanta anni”, fino al verificarsi di un importante evento divino, in relazione all’Era dell’Ariete o a colui che deteneva il Rango di Cinquanta – quando tutto sarebbe tornato a un nuovo inizio?

Mentre la Bibbia non offre nessuna risposta ovvia, non si può evitare di cercare indizi facendo correre il pensiero a un’unità di anno importante e molto simile, in uso all’altro capo del mondo: non cinquanta, bensì cinquantadue. Era il Numero Segreto del dio mesoamericano Quetzalcoatl che, secondo le leggende atzeche e maya, dette loro la civiltà, inclusi i tre calendari.

In Gli dèi dalle lacrime d’oro abbiamo identificato Quetzalcoatl come il dio egizio Thoth, il cui numero segreto era appunto il cinquantadue – un numero che si basava sul calendario perché rappresentava infatti le cinquantadue settimane di sette giorni presenti in un anno solare.

Calendaria Circolare
Il più antico dei tre calendari mesoamericani è conosciuto con il nome di Conto Lungo: contava il numero dei giorni a partire dal “Giorno Uno” che gli studiosi hanno identificato come il 13 agosto 3113 a.C. Accanto a questo calendario continuo, ma lineare, c’erano anche due calendari ciclici. Uno, l’Haab, era un calendario solare di 365 giorni, divisi in 18 mesi di 20 giorni ciascuno, più cinque “giorni senza nome” allafine dell’anno. L’altro era il Tzolkin, un Calendario Sacro di soli 260 giorni, composto dalla combinazione di 20 giorni per 13. I due calendari ciclici erano poi uniti insieme come fossero due ruote dentate per creare il Calendario Circolare: si formava quindi un grande ciclo che ritornava nella stessa posizione ogni 52 anni.

Questo “ciclo” di cinquantadue anni era un’unità di tempo molto importante perché legato alla promessa fatta da Quetzalcoatl al momento di lasciare la Mesoamerica: di tornare in occasione del suo Anno Sacro (anche se non si sapeva esattamente dopo quanti cicli). Perciò i popoli mesoamericani erano soliti riunirsi sulle montagne ogni cinquantadue anni per aspettare il Ritorno promesso dal dio. (In uno di questi anni sacri, nel 1519 d.C., uno spagnolo di pelle bianca e con la barba, Hernando Cortes, sbarcò sulle coste dello Yucatan in Messico e fu accolto dal re azteco Montezuma che lo aveva scambiato per il dio – un errore che pagò a caro prezzo, come ci insegna la storia.)
   
In Mesoamerica, questo “ciclo di anni” serviva per il conto alla rovescia fino al promesso “Anno del Ritorno” e la domanda che ci poniamo è “l’Anno Giubilare” aveva funzione analoga? In cerca di una risposta, scopriamo che, quando l’unità lineare di cinquanta anni viene unita all’unità ciclica zodiacale di settantadue anni – il periodo necessario per il ritardo precessionale di un grado – arriviamo a 3600 (50 × 72=3600), ossia il periodo orbitale (matematico) di Nibiru.

Legando un calendario giubilare e il calendario zodiacale all’orbita di Nibiru, il Dio della Bibbia intendeva forse dire: “Quando entrerete nella Terra Promessa inizierà l’attesa per il Ritorno”? Circa duemila anni fa, in un periodo di grande fervore messianico, si riconobbe che il Giubileo era un’unità di tempo ispirata da Dio per predire il futuro – per calcolare quando l’ingranaggio dentato del tempo avrebbe annunciato il Ritorno. Il riconoscimento di questa verità è alla base di uno dei più importanti libri post biblici, noto come il Libro dei Giubilei.

Pur se attualmente disponibile solo in greco e nelle sue traduzioni successive, originariamente era stato scritto in ebraico, come confermano alcuni frammenti ritrovati fra i Rotoli del Mar Morto. Basato su precedenti trattati extra-biblici e su tradizioni sacre, riscriveva il Libro della Genesi e parte dell’Esodo secondo un calendario che si fondava sull’unità di tempo giubilare. Come concordano tutti gli studiosi, era il risultato di aspettative messianiche nel periodo in cui Roma occupò Gerusalemme, e il suo scopo era quello di fornire un mezzo per prevedere il Ritorno del Messia – quando, cioè, sarebbe arrivata la Fine dei Giorni.

Ed è proprio questo il compito che ci siamo assunti.



Z.SITCHIN